APPIAPOLIS: UNO BIANCA, ANALISI CRIMINOLOGICA

APPIAPOLIS, 4 luglio 2020

malke UNO BIANCA: ANALISI CRIMINOLOGICA           

–      di Ursula Franco  *   –

Tra il 2007 ed il 2008 ho analizzato le gesta criminali della cosiddetta Banda della Uno Bianca. Su questo gruppo criminale, i non addetti ai lavori hanno speculato a lungo elaborando ipotesi fantasiose come quella che vuole che la Banda fosse legata ai servizi segreti, nulla di più lontano dalla realtà. I Savi non hanno mai goduto di protezioni “altolocate”, ciò che ha condizionato negativamente le indagini, permettendo alla Banda di agire per lungo tempo indisturbata, sono stati i depistaggi del brigadiere dei carabinieri Domenico Macauda, quelli degli informatori Anna Maria Fontana e Simonetta Bersani e la disorganizzazione nelle indagini per l’assenza di coordinamento tra i magistrati e le forze dell’ordine e non un fantomatico legame tra i Savi e i servizi segreti.

Il fatto che gli inquirenti ignorassero la figura dell’omicida seriale ha contribuito a far sì che l’opinione pubblica ed i media ritenessero credibili le ritrattazioni deliranti dei Savi e non le loro confessioni, circostanziate e concordanti.

INTRODUZIONE

Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta la cosiddetta Banda della Uno Bianca ha seminato morte e terrore in un’area geografica che abbraccia le provincie di Bologna, Forlì e Pesaro. Rapine, tentate rapine e omicidi apparentemente immotivati hanno caratterizzato le azioni di questa gang criminale composta dai tre fratelli Savi, di cui due poliziotti, e da altri tre agenti della Polizia di Stato.

Tra gli episodi criminosi attribuibili alla Banda della Uno Bianca, l’omicidio della guardia giurata Giampero Picello, l’omicidio della guardia giurata Carlo Beccari, l’omicidio di due carabinieri in pattuglia a Castelmaggiore, i quattro tentati omicidi di guardie giurate e l’omicidio immotivato del pensionato Adolfino Alessandri, l’omicidio di Primo Zecchi, gli omicidi di Luigi Paschi e Paride Pedini, l’omicidio di tre giovani carabinieri in pattuglia nel quartiere Pilastro a Bologna, l’omicidio di Claudio Bonfiglioli, il duplice omicidio nell’armeria di via Volturno a Bologna, l’omicidio del benzinaio Graziano Mirri, quello del fattorino Massimiliano Valenti e del bancario Ubaldo Paci, hanno suscitato un vasto allarme sociale.

GLI EPISODI CRIMINOSI

1987

19 giugno – Pesaro: rapina al casello della A-14 di lire 1.300.000.
26 giugno – Riccione: rapina al casello della A-14 di lire 2.420.000.
2 luglio – Cesena: rapina al casello della A-14 di Cesena nord di lire 2.500.000.
2 luglio – Rimini: rapina al casello di Rimini nord della A-14 di lire 2.400.000.
6 luglio – San Lazzaro (Bo): rapina al casello della A-14 di lire 4.278.000.
18 luglio – Riccione: rapina al casello della A-14 di lire 5.000.000.
24 luglio – Ancona: rapina al casello della A-14 di Ancona nord di lire 5.530.000.
24 luglio – Coriano (Fo): rapina all’Ufficio Postale di lire 54.000.000.
27 luglio – San Lazzaro (Bo): rapina al casello della A-14 di lire 3.515.000.
4 agosto – Rimini: rapina al casello della A-14 di Rimini nord di lire 6.200.000.
13 agosto – Riccione: rapina al casello della A-14 di lire 2.000.000.
31 agosto – San Lazzaro (Bo): tentata rapina al casello della A-14, un ferito.
5 settembre – Cesena; rapina al casello della A-14 di lire 2.200.000.
10 settembre – Rimini: danneggiamenti all’Autosalone di Savino Grossi.
23 settembre – Rimini: danneggiamenti all’Autosalone di Savino Grossi.
3 ottobre – Cesena: tentata estorsione al km 104 della A14, tre feriti.
11 novembre – Idice (Bo): tentata rapina all’ Ufficio Postale.
21 novembre – Cesena: rapina alla Coop di lire 78.000.000, un ferito.
14 dicembre – Idice (Bo): tentata rapina all’Ufficio Postale.

1988

31 gennaio – Rimini: tentata rapina alla Coop del quartiere Celle, un morto e sei feriti.
4 febbraio – San Lazzaro (Bo): rapina al casello della A-14 di lire 3.500.000.
19 febbraio – Casalecchio (Bo): tentata rapina alla Coop, un morto e tre feriti.
20 aprile – Castelmaggiore (Bo): attacco ad una pattuglia di Carabinieri, due morti.
24 maggio – Casteldebole (Bo): rapina alla Conad di lire 20.000.000.
13 agosto – Cattolica: rapina al casello della A-14 di lire 2.900.000.
19 settembre – Forlì: tentata rapina alla Coop, 3 feriti.
21 settembre – San Vito (Fo): rapina all’Ufficio Postale.
13 ottobre – Bologna: rapina alla Coop di via Massarenti di lire 98.000.000, due feriti.
12 novembre – Pesaro: rapina alla Coop di lire 159.500.000.

1989

26 giugno – Bologna: rapina alla Coop di via Gorki di lire 38.000.000, un morto e quattro feriti.
1 dicembre – Bologna: rapina ad un supermercato di lire 27.000.000.

1990

2 gennaio – Bologna: attacco ad un extracomunitario in via Aldo Moro, un ferito.
4 gennaio – San Lazzaro (Bo): rapina al casello della A-14 di lire 3.575.000.
15 gennaio – Bologna: tentata rapina all’Ufficio Postale di via Mazzini, sessantasette feriti.
25 gennaio – Cesena: rapina ad un distributore di lire 800.000.
7 febbraio – Rimini: rapina al casello della A-14 di lire 2.700.000.
9 febbraio – Bologna: rapina alla Coop di lire 14.000.000.
17 marzo – Cesena: rapina al Gross Market di lire 30.000.000.
30 aprile – Bologna: rapina di una Fiat Tipo presso il garage di via Saragozza, un ferito.
22 maggio – San Lazzaro (Bo): rapina al casello della A-14 di lire 3.935.550.
2 agosto – Bologna: rapina ad un distributore di lire 10.400.000.
9 agosto – Riccione: rapina al casello della A-14 di lire 2.875.350.
10 agosto – Cesenatico: rapina ad un distributore Monte Shell di lire 1.500.000, un ferito.
12 settembre – Pianoro (Bo): rapina ad un distributore di lire 7.200.000, un ferito.
13 settembre – San Lazzaro (Bo): rapina ad un distributore di lire 5.000.000.
6 ottobre – Longara (Bo): rapina al supermercato CRAI di lire 1.700.000.
6 ottobre – Bologna: rapina alla tabaccheria di via Zanardi di lire 700.000, un morto ed un ferito.
31 ottobre – San Mauro Pascoli (Fo): rapina alla Conad di lire 2.000.000.
10 dicembre – Bologna: assalto al campo nomadi di S. Caterina di Quarto, nove feriti.
22 dicembre – Borgo Panigale (BO): attacco a lavavetri extracomunitari in via De Gasperi, due feriti.
23 dicembre – Bologna: assalto al campo nomadi via Gobetti, due morti e due feriti.
27 dicembre – Castelmaggiore (Bo): rapina al distributore Esso di lire 1.200.000, un morto ed un ferito.
27 dicembre – Trebbo di Reno: un morto.

1991

4 gennaio – Bologna: attacco ad una pattuglia di Carabinieri presso il quartiere Pilastro, tre morti.
15 gennaio – Pianoro (Bo): rapina al distributore AGIP di lire 1.200.000, un ferito.
18 gennaio – Foscherara: tentata rapina ad un supermercato.
20 aprile – Borgo Panigale (Bo): tentata rapina ad un distributore AGIP, un morto.
4 aprile – Rimini: rapina al casello della A-14 di lire 2.313.000.
24 aprile – Riccione: rapina al casello della A-14 di lire 1.240.000.
30 aprile – Rimini: attacco ad una pattuglia di Carabinieri, tre feriti.
2 maggio – Bologna: rapina di due pistole Beretta presso l’Armeria di via Volturno, due morti.
5 maggio – Riccione: rapina ad un’area di servizio della A-14 di lire 3.448.000.
5 maggio – Sant’Arcangelo (Fo): tentata rapina ad un distributore.
6 maggio – Cattolica: rapina ad un distributore di lire 4.100.000.
12 maggio – Gabicce (Ps): rapina ad un distributore di lire 2.480.000.
26 maggio – Rimini: rapina ad un distributore di lire 5.000.000.
1 giugno – Cesena: tentata rapina al distributore di San Mauro in Valle.
8 giugno – San Mauro di Cesena: tentata rapina al distributore Tamoil.
15 giugno – Torre Pedrera, Rimini: rapina ad un distributore di lire 400.000, un morto.
19 giugno – Gabicce (Ps): rapina ad un distributore di lire 1.000.000.
19 giugno – Cesena: tentata rapina al distributore Esso, un morto.
20 giugno – Cesenatico: tentata rapina al distributore Monte Shell.
25 giugno – Riccione: rapina ad un distributore di lire 1.000.000.
5 luglio – San Lorenzo di Riccione: tentata rapina all’Ufficio Postale.
13 luglio – Morciano di Romagna: agguato al direttore dell’Ufficio Postale di San Lorenzo di Riccione, un ferito.
15 luglio – Cesena: rapina ad un Ufficio Postale di lire 8.000.000.
9 agosto – Rimini: tentata rapina all’Ufficio Postale di via Campano, un ferito.
18 agosto – San Mauro Mare: attacco a tre cittadini senegalesi, due morti ed un ferito.
18 agosto – San Vito (Fo): attacco ad un auto con tre ragazzi a bordo, un ferito.
28 agosto – Santa Maria delle Fabbrecce (Ps): rapina all’Ufficio Postale di lire 7.700.000.
28 agosto – Gradara (Ps): scontro a fuoco con due poliziotti, due feriti.
4 ottobre – Castel San Petroterme (Bo): rapina ad una banca di lire 66.745.000.
25 novembre – Cesena: rapina alla Banca Popolare di Cesena, agenzia Stadio, di lire 138.703.570.

1992

17 febbraio – San Lazzaro: rapina ad un supermercato di lire 4.000.000.
24 febbraio – Bologna: rapina alla Banca Carimonte in via Gagarin di lire 301.852.000.
10 agosto – Cesena: tentata rapina al Credito Romagnolo, un ferito.
26 agosto – Casalecchio: rapina alla Cassa Risparmio di lire 160.000.000.
23 ottobre – Bologna: rapina alla Cassa Risparmio di lire 50.000.000.

1993

24 febbraio – Zola Predosa (Bo): rapina al Credito Romagnolo di lire 104.000.000, un morto.
10 maggio – Bologna: rapina alla Cassa di Risparmio di Ravenna in via Barelli di lire 72.000.000.
5 luglio – Cesena: rapina al Credito Romagnolo di lire 38.000.000.
7 ottobre – Riale (Bo): tentata rapina alla Cassa di Risparmio, un morto e due feriti.
12 ottobre – Bologna: rapina alla Banca di Roma in via Ferrarese di lire 76.000.000.
27 ottobre – Bologna: rapina alla Cassa di Risparmio di Bologna in via Toscana, di lire 30.000.000.
26 novembre – Rimini: rapina alla Cassa di Risparmio di lire 89.000.000.

1994

14 gennaio – Coriano di Rimini: tentata rapina al Credito Romagnolo, agenzia di Cerasolo d’Ausa, due feriti.
20 gennaio – Bologna: rapina alla Cassa di Risparmio in via Barelli di lire 83.000.000.
3 marzo – Bologna: tentata rapina all’Istituto di Credito Cooperativo di Imola in via Bainsizza, due feriti.
21 marzo – Cesena: tentata rapina alla Banca Popolare E.R. Sant’ Egidio.
31 marzo – Forlì: rapina al Credito Romagnolo in via Risorgimento di lire 75.000.000.
24 maggio – Pesaro: tentata rapina alla Cassa Risparmio di Pesaro, un morto.
7 luglio – Ravenna: rapina al Credito Romagnolo Rolo di lire 57.000.000.
6 settembre – Bologna: rapina alla Banca Popolare dell’Adriatico in viale Lenin di lire 127.000.000.
21 ottobre – Bologna: tentata rapina alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in via Caduti di via Fani, due feriti.

Ho redatto l’elenco degli episodi criminosi attribuiti alla Banda della Uno Bianca in base alle risultanze processuali, è assente la lista dei furti delle autovetture usate per commettere i diversi reati.

LA STRUTTURA DELLA BANDA

roberto savi UNO BIANCA: ANALISI CRIMINOLOGICA

La Banda della Uno Bianca è stata un gruppo criminale, dedito a rapine e omicidi, composto dai tre fratelli Savi, Roberto (Forlì, 19.05.54), poliziotto alla Squadra Mobile di Bologna, Fabio (Forlì, 22.04.60), autotrasportatore, ed Alberto, detto Luca (Cesena, 15.02.65), poliziotto presso la Polaria di Rimini e da altri tre complici, tre agenti della Polizia di Stato in forza alla Squadra Mobile di Bologna, tali Marino Occhipinti (Forlì, 25.02.65), Pietro Gugliotta (Messina, 21.05.60) e Luca Vallicelli.

Nonostante un certo livello di complementarità tra Fabio e Roberto Savi, il capo di questo gruppo criminale è stato Roberto Savi, un leader capace di esercitare un alto grado di influenza sugli altri membri della Banda e libero di reclutarne di nuovi senza consultarsi con nessuno.

Fabio e Roberto sono stati l’hardcore della Banda della Uno Bianca, hanno partecipato a tutti gli eventi criminosi e hanno determinato il livello di violenza delle attività criminali del gruppo, riconosciuti colpevoli della quasi totalità dei reati di sangue ascritti alla Banda, sono stati condannati all’ergastolo.

Alberto Savi, Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli sono stati membri associati e non hanno mai condiviso lo stesso grado di coinvolgimento di Roberto e Fabio ma hanno rivestito un ruolo per certi versi passivo. In quanto gregari, non si sono mai occupati attivamente dell’organizzazione delle rapine, al contrario, solevano ricevere in macchina precisi ordini da Roberto poco prima di dirigersi verso il luogo prescelto.

Alberto Savi ha preso parte ad alcune rapine ai caselli autostradali, tra cui quella al casello di San Lazzaro, rapina durante la quale è stato ferito il casellante Ricuperati; allo scontro a fuoco durante il tentativo di estorsione ai danni di Savino Grossi; all’assalto alla Coop di via Massarenti; all’assalto all’Ufficio Postale di via Mazzini; alla rapina alla Carimonte di via Gagarin ma soprattutto al triplice omicidio dei tre carabinieri al Pilastro e per questi reati e per il reato associativo è stato condannato in via definitiva all’ergastolo.

Marino Occhipinti e Luca Vallicelli hanno partecipato alla rapina incruenta al casello di San Lazzaro, dopo la quale si è chiusa la carriera criminale di Vallicelli; Luca Vallicelli è stato condannato ad una pena irrisoria per il concorso in una sola rapina; Marino Occhipinti, avendo preso parte anche alla tentata rapina in danno della Coop di Casalecchio di Reno, una rapina conclusasi con un omicidio e tre tentati omicidi delle guardie giurate addette al prelievo dell’incasso, è stato condannato, per le due rapine e per il reato associativo, all’ergastolo. Nel gennaio 2012 ha ottenuto la semilibertà. Dal 3 luglio 2018 è un uomo libero.

Pietro Gugliotta è stato condannato in via definitiva a 20 anni per aver partecipato al tentato omicidio di un extracomunitario, tale Driss Akesbi, all’assalto all’Ufficio Postale di via Mazzini e ad alcune rapine incruente; è un uomo libero dal luglio 2007, grazie all’indulto e alla buona condotta.

Alberto Savi, Pietro Gugliotta e Marino Occhipinti hanno partecipato ad alcune attività della Banda per motivi economici, per appagare il proprio bisogno emozionale di appartenenza e per compiacere Roberto Savi, il loro leader. Al contrario, il profitto non è mai stato il vero obiettivo di Roberto e Fabio Savi che, nonostante gli introiti, a differenza dei loro gregari, non cambiarono mai il proprio tenore di vita.

I MOVENTI

Il pubblico ministero Walter Giovannini ha insistito spesso durante il processo di Bologna sui temi dell’efferatezza e della gratuità delle azioni dei Savi.

Ecco alcuni interessanti stralci della sua relazione introduttiva: “Una vicenda caratterizzata in modo ritmico da totale indecifrabilità, incomprensibilità, totale assenza di giustificazione che non sia una giustificazione da ricercare nei meandri di una mente malata (…) Episodi di così gratuito spargimento di sangue che forse il movente era altro, insondabile, inspiegabile, irrazionale, che però connota quell’associazione di caratteristiche particolari… Il 2 gennaio 1990 feriscono un cittadino marocchino, tale Driss Akesbi. Ditemi voi che interesse, che motivo ci poteva essere? (…) Il 22 dicembre 1990 su una Golf scura nel parcheggio dell’Ipercoop di via De Gasperi, verso le 13.00, la Smith & Wesson di Roberto Savi spara su due lavavetri extracomunitari e vengono entrambi feriti. Questa volta non c’è neanche la scusante o giustificazione della prova del fuoco. Il tentato omicidio è confessato da entrambi. Questo è ancor meno spiegabile, almeno dovevano iniziare Gugliotta, questa volta no! (…) Il 10 dicembre del 1990 è l’inizio di un dicembre di sangue, un terribile dicembre di sangue. Alle 19,40 al campo nomadi di Santa Caterina di Quarto giungono quattro persone su una Uno bianca. Sparano due armi, una carabina AR70 e un Revolver 357 e fanno 9 feriti, dentro e fuori le roulottes. E’ pluritentato omicidio, perchè va bene ai feriti! Perché sparano non l’abbiamo capito! (…) Il 23 dicembre 1990, via Gobetti, ore 8,15, spara l’AR70 di Roberto: due morti e due feriti, guardate le fotografie di queste povere vittime! Quel giorno o la sera prima il bisogno di sangue di questi volgari assassini era ben maggiore. E’ solo e soltanto furia omicida? (…) Il 20 aprile del 1991, altra storia che ha dell’incredibile! Omicidio che non ci convince. Dovevano avere un estremo bisogno di denaro!! Uccidono Bonfiglioli ed il suo cane ma lasciano le banconote sparse per terra. Sono così interessati al denaro che ne perdono la maggior parte (…) Il 21 ottobre del 1994, ore 8.00, via Caduti di via Fani, la banca ha la porta bloccata, sparano su 3 persone. E’ un fatto di sangue, anche questo, di una violenza bestiale, sembra che quel giorno non interessasse il denaro! (…) A questo punto vi leggerei pochissime righe del Senatore Libero Gualtieri che ha curato la prefazione ad un libro che si è occupato della Banda della Uno Bianca: Non hanno mai sparato per aprirsi la strada verso l’obiettivo, né per proteggersi la fuga, sparavano per uccidere sembra che solo questo importasse loro, più ancora del bottino. Gli omicidi eseguiti e quelli tentati sono stati nella quasi totalità sproporzionati all’economia dell’azione in corso, sono stati commessi sempre per eccesso, indifferenti alla reazione che tanta ferocia avrebbe provocato…”.

E ancora, uno stralcio della requisitoria del pubblico ministero Giovannini al processo di Bologna: “Un bagno di sangue efferato e troppe volte inspiegabile……. è stato troppe volte connotato da altissimi livelli di ambiguità sia sotto il profilo degli obiettivi che delle azioni…. agghiacciante messaggio di morte di paura di terrore…… esplosione in maniera drammaticamente eclatante della furia omicida del gruppo troppe volte gratuita, seminando sovente in maniera del tutto gratuita panico e terrore sulla popolazione con azioni apparentemente non sorrette da finalità di lucro…. Da subito freddezza, efferatezza lucidità, violenza gratuita”.

Infine, una affermazione della presidentessa dell’Associazione Vittime della Uno Bianca, Rosanna Zecchi, appare particolarmente significativa: “Non accettiamo la tesi che lo facevano solo per lucro, va al di là della nostra comprensione”.

La risposta ai quesiti ricorrenti del pubblico ministero Giovannini è semplice: la Banda della Uno Bianca è stata un gruppo criminale il cui zoccolo duro era composto da una coppia di serial killer, Roberto e Fabio Savi, due uomini determinati ad uccidere categorie di persone diverse, in situazioni diverse, con moventi diversi l’uno dall’altro.

A dispetto dei luoghi comuni, il serial killer, troppo spesso considerato una specie a parte che agisce secondo schemi rigidi e disumani, è invece, in quanto essere umano psichicamente complesso, capace di manifestarsi in modo articolato rispetto ai moventi ed alla scelta delle vittime.

Ad un’analisi superficiale i componenti della Banda della Uno Bianca rispetto ad un buon numero di omicidi commessi durante le rapine, sembrerebbero rientrare nella categoria dei killer utilitaristici, considerando omicidi utilitaristici quelli omicidi commessi per compiere più rapidamente una rapina o per aprirsi una via di fuga; in realtà, solo alcuni dei loro omicidi associati a rapine rientrano in questa categoria, in particolare gli omicidi ed i tentati omicidi delle guardie giurate negli assalti alle Coop, la tentata rapina con uso di esplosivo all’Ufficio Postale di via Mazzini, il tentato omicidio di due poliziotti accorsi mentre i Savi stavano allontanandosi dal luogo di una rapina a Gradara e il ferimento del brigadiere dei carabinieri Tamiazzo che intimò l’alt a Fabio Savi durante la fuga seguita alla rapina ad un distributore, per il resto, gli omicidi commessi dai Savi e correlati a rapine non rientrano tra gli omicidi utilitaristici ma tra gli omicidi situazionali che, secondo la definizione, sono quelli omicidi di vittime casuali commessi con un’arma da fuoco nell’atto di compiere un altro reato o mentre il soggetto sta cercando di mettersi in fuga dopo il reato stesso.

Fabio Savi ha spesso sparato a soggetti che non rappresentavano assolutamente un potenziale pericolo; Fabio sparava mosso dalla rabbia che provava per una rapina non andata a buon fine. Gli omicidi ed i tentati omicidi per mano sua sono, a tutti gli effetti, ritorsioni per il fallimento della rapina. In specie, gli omicidi di Ubaldo Paci, di Carlo Poli, di Graziano Mirri, di Licia Ansaloni e Pietro Capolungo, i tentati omicidi di Amadesi e Zappoli, di Santini e Convertino, di Andrea Farati e di Edoardo Merendi, sono a lui ascrivibili e sono stati generati dalla sua bassa soglia di tolleranza alle frustrazioni.

Roberto, a differenza di Fabio, uccideva quando le rapine andavano a buon fine. Roberto era mosso da una sorta di euforia, un’esaltazione prodotta dall’aumento dell’adrenalina per una rapina ben riuscita. Addebiterei a Roberto, sulla base dei dati emersi dagli interrogatori e di quelli comportamentali, gli omicidi di Massimiliano Valenti, Primo Zecchi ed Adolfino Alessandri.

Alcuni degli omicidi dei Savi rientrano tra gli omicidi perpetrati per futili motivi o per divertimento. Tali omicidi, per definizione, sono quelli omicidi che vengono commessi per ottenere guadagni economici irrisori, per il divertimento di sparare a bersagli umani o per provare l’efficienza di un’arma. Nel caso della Banda della Uno Bianca appartengono a questa categoria i tentati omicidi e gli omicidi ai danni dei nomadi e degli extracomunitari.

Nonostante Roberto e Fabio uccidessero volentieri le stesse categorie di persone non lo facevano per le stesse ragioni. Roberto uccideva nomadi ed extracomunitari per divertimento, invece Fabio quando uccideva gli extracomunitari per pulizia morale.

Infine, i Savi, mossi da sentimenti ostili nei confronti dell’autorità, sparavano a guardie giurate, carabinieri e poliziotti. Questi omicidi rientrano nel novero degli omicidi per vendetta simbolica.

LE VITTIME

La carriera criminale dei Savi ha avuto inizio con una serie di rapine a mano armata, risale al 19 giugno del 1987 la prima rapina ai danni del casello autostradale di Pesaro; dopo undici rapine incruente, il 31 agosto 1987, durante un tentativo di rapina ai danni del casello di San Lazzaro, i Savi ferirono il casellante Roberto Ricuperati; un mese dopo, il 3 ottobre 1987, durante un tentativo di estorsione ai danni di Savino Grossi, datore di lavoro di Fabio, i Savi spararono a tre poliziotti.

Fabio Savi, a causa di problemi alla vista, nonostante fosse un bravo tiratore, non è riuscito ad entrare in polizia come i fratelli e non ha mai avuto un lavoro regolare. Ciò che lo indusse ad uccidere furono il profondo rancore e il forte desiderio di rivincita nei confronti della società, una società che tendeva ad escluderlo facendolo sentire un fallito.

Nel caso di Roberto, la sua attività di poliziotto non compensava interamente il suo bisogno di agire violenza e la sua cronica necessità di eccitamento, per questo motivo cercò, al di fuori del lavoro, in forme estreme di violenza, ulteriori appaganti gratificazioni.

La Banda della Uno Bianca ha commesso due generi di reati: rapine più o meno cruente e aggressioni seguite ad una caccia all’uomo.

Fabio e Roberto sono stati dei veri cacciatori di uomini, la partecipazione degli associati alla caccia è stata rara. Alberto fu coinvolto solo nel triplice omicidio dei carabinieri al Pilastro e Gugliotta al ferimento di un extracomunitario in zona Fiera, a Bologna.

Le vittime della Banda sono state di due tipi: vittime occasionali, uccise o ferite durante le rapine, e vittime programmate, qualicarabinieri, nomadi ed extracomunitari, uccise o ferite durante gli episodi di caccia all’uomo.

Fabio, durante le sue deposizioni, come molti suoi colleghi serial killer, ha tentato di far passare le vittime come corresponsabili, rappresentando, a volte, l’atto di forza compiuto da lui e dai suoi complici come una risposta ad una reazione o ad un atto di forza delle vittime, arrivando spesso perfino a vantarsi delle proprie capacità in caso di conflitto.

I sopravvissuti alle violenze della Banda della Uno Bianca ed i familiari delle vittime hanno sviluppato un Disturbo post-traumatico da stress caratterizzato da ansia e sintomi dissociativi, sintomi depressivi e riduzione della reattività emozionale che consiste in un generale ottundimento della responsività agli stimoli come meccanismo per controllare i sintomi di una reazione d’allarme crescente.

Tra le vittime della Banda della Uno Bianca sono da annoverarsi anche il padre di Pietro Gugliotta e Giuliano Savi, padre dei tre fratelli Savi, i quali, una volta scoperta la verità sui loro figli, sono stati incapaci di rielaborare il profondo senso di fallimento rispetto al proprio ruolo di educatori e si sono tolti la vita.

IL MODUS OPERANDI

La carriera criminale dei Savi ha avuto inizio con una serie di rapine a mano armata, ovvero rapine ai caselli autostradali progettate da Roberto sulla falsa riga di quelle commesse da altri, poi sono venuti gli assalti ai furgoni blindati delle Coop, quelli agli Uffici Postali, alle Banche e la caccia all’uomo.

Roberto Savi organizzava gli assalti, curava ogni dettaglio, grazie ai sopralluoghi registrava le abitudini degli ignari futuri protagonisti delle sue rapine e studiava le vie di accesso e di fuga. Roberto progettava le rapine ma non gli omicidi che le accompagnavano, egli pianificava solo la fase simbolicamente più importante per lui.

Per quanto riguarda gli omicidi, Fabio sparava se la vittima si opponeva, disapprovava, protestava od ostacolava il buon esito della rapina mentre Roberto uccideva in preda all’esaltazione di una rapina andata a buon fine.

Sia le ritrattazioni che le confessioni, oltre ai racconti dei testimoni, permettono di inferire che fosse proprio l’azione paramilitare a gratificare Roberto Savi; nella sua ricorrente mise in scéne si riconosce la sua firma, una firma che coincideva con il modus operandi della Banda. Le azioni gratuite sono indicatori della personalità di un soggetto e rappresentano la manifestazione più caratteristica delle sue fantasie. Roberto Savi aveva bisogno di caricare di un valore simbolico il proprio reato in modo da appagare un suo bisogno psicologico.

Nella confessione di Roberto Savi, a pochi giorni dall’arresto, l’uso di alcune parole, “operammo”, “obiettivo” e in particolare “azione”, per definire i propri reati, appaiono fuori luogo ma dopo aver ascoltato la sua ritrattazione ci si rende conto che l’uso di quei termini gli ha permesso , durante la confessione, di rivivere emozionalmente le fasi dell’evento dalle quali lui traeva maggior piacere; inoltre in quei termini è già riconoscibile l’embrione di una sua personale e “delirante” rilettura dei fatti. Questi termini che stonavano nelle sue confessioni, per il resto credibili e circostanziate, non erano altro che il germe della sua prossima e “fantastica” ritrattazione; una ritrattazione dove le “azioni” sono diventate parte di un disegno più complesso e grandioso, di una missione speciale.

Roberto, durante le ritrattazioni, ha addobbato oltremodo il ricordo ormai remoto dell’“azione” e lo ha fatto attraverso la fantasia, il Savi si è arrangiato come poteva per ottenere dal proprio racconto un’ulteriore gratificazione emozionale, raggiungibile ormai solo allontanandosi dalla realtà dei fatti. Nell’immediatezza dell’arresto, Roberto Savi, ha velatamente descritto i reati commessi come azioni paramilitari; durante le ritrattazioni ha tentato di farle passare per azioni paramilitari nell’ambito di un grosso disegno dei servizi segreti, con questo meccanismo Roberto Savi è riuscito ad amplificare l’importanza e la risonanza del fatto narrato per ottenerne una gratificazione psichica simile a quella ottenuta durante la commissione del reato stesso.

Già a due giorni dall’arresto, il 23 novembre 1994, prima della confessione del 28 novembre 1994, Roberto cercò un modo per non soccombere, durante un trasferimento, rivolgendosi ai colleghi disse: “Siamo in tanti, abbiamo i depositi di armi in Veneto, sono protetto, frequento Riccardo Mazza”.

L’uso di ricetrasmittenti, di nomi in codice, l’analisi del tipo di armi usate durante i vari episodi criminosi convergono a sostenere l’ipotesi che Roberto Savi ottenesse una gratificazione emozionale proprio dal mettere in scena delle azioni paramilitari. In molte delle sue azioni egli ha usato una carabina Beretta AR70, versione civile di un fucile d’assalto in dotazione ai soldati delle forze NATO che spara micidiali proiettili calibro .222 ad altissima velocità che si frammentano all’impatto, un’arma da cecchino.

Roberto, a volte, durante le rapine ha finto di parlare con qualcuno attraverso la ricetrasmittente, un atto di supporto alla sua sceneggiatura.

I DEPISTAGGI

Roberto Savi, oltre alle rapine, ha organizzato anche alcuni depistaggi: ha abbandonato al Pilastro, quartiere malfamato di Bologna, la carta d’identità del direttore della Cassa di Risparmio di Casalecchio e il libretto di circolazione della macchina usata per la rapina alla Coop di via Gorki; ha fatto ritrovare alcuni assegni, proventi di una rapina, in un bar di Catania sito nei pressi della stazione; ha fatto ritrovare ad Arezzo alcuni documenti sottratti a cassieri e clienti durante una rapina; dopo l’omicidio di Massimiliano Valenti, sulla Y10 rubata ed usata per la rapina, ha lasciato un biglietto dell’ ATM di Catania; per indirizzare i sospetti verso la criminalità proveniente dal sud Italia, i componenti della banda, durante le rapine, parlavano in dialetto siciliano; a volte Roberto ha fatto in modo che, dopo aver commesso un reato con Fabio, fossero le volanti dei suoi ex complici a giungere sulla scena del crimine, ex complici che lui invitava preventivamente a temporeggiare.

Inoltre, Roberto Savi, come altri serial killer organizzati, in alcuni casi ha partecipato alle indagini riguardanti i suoi stessi reati, lo hanno motivato non solo il desiderio di conoscere l’evoluzione delle stesse ma anche l’eccitamento che un tale azzardo può provocare.

Roberto ha “ritrovato”, in compagnia degli agenti della sua pattuglia, le macchine che lui stesso aveva rubato e usato per commettere alcuni efferati crimini.

In alcuni casi, Roberto Savi, in una sorta di sfida estrema, ha riportato le macchine usate per commettere le rapine nella stessa via in cui le aveva rubate, spesso a due passi da casa sua, sede della centrale operativa della Banda.

Inoltre, Roberto, alla ricerca di un’ulteriore gratificazione emozionale, è tornato sulla scena del crimine, almeno due volte, nell’immediatezza dei fatti: in via Gobetti, dove si è presento in borghese pochi minuti dopo aver assaltato il campo nomadi a colpi di carabina AR70, due morti e due feriti, e nell’armeria di via Volturno, dove è giunto in divisa subito dopo la scoperta dei corpi.

LE INDAGINI

La banda ha operato dal giugno 1987 all’ottobre 1994, l’unica ragione della prolungata impunità sono state le indagini inefficienti dovute alla cecità di fronte ai collegamenti per un difetto di formazione delle forze dell’ordine e per il mancato coordinamento tra gli investigatori.

In ogni indagine si registrano depistaggi casuali e non voluti neanche dai protagonisti, falsi testimoni oculari o interferenze da parte di mitomani, in questo caso, però, la disponibilità di alcune procure ad impegnare risorse su deboli piste investigative ha favorito l’impunità della Banda della Uno Bianca e ha reso possibile l’omicidio di molti cittadini indifesi.

Le difficoltà investigative unite alla scarsa conoscenza dei fatti e dei protagonisti delle vicende hanno alimentato assurde ipotesi giornalistiche che hanno finito per prendere spesso la via del delirio.

L’omicidio dell’educatore carcerario del carcere di Opera, Umberto Mormile, avvenuto nell’aprile del 1990, continua ad essere erroneamente addebitato ai Savi, nonostante le perizie balistiche negative su tutte le calibro .38 Special/.357 Magnum appartenute alla Banda della Uno Bianca.

Nel 1991, dopo quattro anni dalla prima rapina, gli investigatori sono riusciti ad attribuire i reati della Banda ad un unico gruppo criminale ma gli arresti sono venuti solo nel 1994.

I Savi, che seguivano da vicino le indagini, vennero a conoscenza dei collegamenti fatti da chi indagava ma nonostante tutto continuarono ad agire secondo il loro solito modus operandi; la gratificante notorietà e le indubbie difficoltà investigative che mostravano gli inquirenti li indussero a credere di poter agire con una quasi certezza di impunità.

GLI ARRESTI

Roberto Savi 2 UNO BIANCA: ANALISI CRIMINOLOGICA

Durante l’interrogatorio dell’8 febbraio 1996 Roberto Savi ha dichiarato: “Mi è stata garantita la copertura, il dottor Paci è arrivato a noi per una casualità”.
Tale affermazione appare paradossale, vista la quantità di crimini commessi e di indizi contro la banda, ma potrebbe in parte corrispondere alla realtà dei fatti, è infatti frequentissimo che un serial killer venga catturato per caso. Dai processi non è mai emerso in modo chiaro come il dottor Paci sia effettivamente arrivato ad arrestare i fratelli Roberto e Fabio Savi, i quali, come molti loro colleghi serial killer, si sono lasciati prendere senza opporre resistenza.

I SEQUESTRI

“……. il sequestro di un arsenale, il 22 novembre 1994, in via Signorini,
in zona Vittoria….. i Savi comprano e vendono armi in maniera frenetica, alcune, per la certezza dell’impunità, le usano per fatti gravissimi” (Pubblico ministero Walter Giovannini, relazione introduttiva, processo di Bologna, 1996).

Come molti serial killer anche i Savi collezionavano armi e coltelli. All’indomani dell’arresto dei componenti della Banda della Uno Bianca, Martino Farneti, balista della Polizia Scientifica, nominato consulente dalle procure interessate dai reati, ha eseguito i confronti balistici tra le armi sequestrate alla banda ed i reperti relativi ai diversi episodi criminosi. Le risultanze di tali perizie balistiche hanno contribuito ad attribuire la generale paternità degli episodi alla Banda e la gran parte delle specifiche responsabilità relative ai singoli componenti della stessa in ordine ai fatti a loro contestati. La presenza dei singoli associati alla gang nei diversi reati, emersa da confessioni e deposizioni di testimoni, è stata infatti suffragata dalla presenza di reperti balistici attribuibili ad armi specifiche che hanno spesso permesso di collocarne il proprietario sulla scena del crimine.

Vediamo in dettaglio le armi e le munizioni sequestrate nell’immediatezza degli arresti a ciascun componente della Banda:

Roberto Savi

– Pistola marca P. Beretta, mod. 92S, calibro 9 mm, matricola X36067Z (arma in dotazione).
– Fucile d’assalto Kalashnikov, di fabbricazione sovietica, modello AK-74, calibro 5,45 x 39 mm, matricola 268651.
– Fucile mitragliatore, privo di marca, matricola abrasa.
– Pistola semiautomatica, calibro 9 mm Parabellum, di fabbricazione ungherese, marca Feg, matricola F347232.
– Pistola semiautomatica, calibro 9 mm Parabellum, di fabbricazione ungherese, marca Feg, matricola R08242.
– Pistola semiautomatica, calibro 9 mm Parabellum, di marca sconosciuta, priva di matricola.
– Pistola semiautomatica, marca P.Beretta, mod. 98 FS Target, calibro 9 x 21 mm, matricola punzonata.
– Carabina Remington, mod. 700, calibro .222 Remington, matricola C6628745.
– Pistola semiautomatica, marca P. Beretta, mod. 98FS, calibro 9 x 21 mm, matricola F03210P.
– Rivoltella a tamburo, marca Colt, modello Python, calibro .357 Magnum, matricola V.57016.
– Pistola semiautomatica, marca P. Beretta, mod. 89, calibro .22, matricola C17512U.
– Pugnale con lama di 18 cm e custodia in cuoio.
– Pugnale con lama di 16 cm, manico in madreperla e custodia in cuoio chiara, marca Original.
– Coltello a serramanico in acciaio, marca Puma.
– Coltello a serramanico con manico in gomma, marca Kershaw.
– Pugnale con custodia in pelle nera e manico in gomma, marca SOG.
– 4462 cartucce di munizionamento vario.
– 3022 bossoli.
– 3086 ogive.
– 7089 inneschi.
– 1 kg di polvere da sparo.
– 3 kg di polvere da lancio.
– 1 kg di zolfo in polvere.
– 3 kg di clorato di potassio.
– 1,2 kg di solfocianuro di potassio.

Fabio Savi

– Pistola semiautomatica, calibro 9 mm Parabellum, di fabbricazione ungherese, marca Feg, matricola B39118.
– Pistola semiautomatica, calibro 9 mm Parabellum, di fabbricazione ungherese, marca Feg, matricola 07129.
– Pistola semiautomatica, calibro 7,65 mm, di fabbricazione ungherese, matricola R21114
– Fucile, marca Sig Manurhin, calibro .222 Remington, matricola 112825.
– Rivoltella KHC 75, ad aria compressa, matricola 230388.
– Pistola giocattolo, model 75, calibro 9, forata sulla canna.
– Revolver Me, marca Magnum, a salve.
– Pistola automatica, marca Tanfoglio GT28, a salve.
– Pistola semiautomatica, marca P. Beretta, mod. 98FS, calibro 9 x 21 mm, matricola punzonata.
– 2 pugnali.
– Coltello a scatto.
– 777 cartucce.
– 6100 inneschi.
– 1000 ogive.
– 8 kg di polvere da sparo.

Alberto Savi

– Rivoltella a tamburo, di fabbricazione statunitense, marca Colt, modello Python, calibro. 357 Magnum, matricola T66146.
– Pistola semiautomatica, marca P. Beretta, mod. 92S, matricola X22014Z.
– Fucile Franchi, calibro 12, matr. P00977.
– Fucile Falco, calibro 8, matr. A67013.
– 50 cartucce.

Pietro Gugliotta

– Pistola, marca P. Beretta, modello 92SB, calibro 9 mm, matricola X55926Z.
– Rivoltella a tamburo, marca Smith & Wesson, calibro .357 Magnum, matricola BBY0864.
– Pistola, marca P. Beretta, modello 89, calibro .22 LR, matricola C19683U.
– Una scatola di munizionamento vario.

Armi sequestrate a terzi che erano appartenute agli indagati:

– Carabina a ripetizione semiautomatica, marca P. Beretta, modello AR70 Sport, calibro .222 Remington, matricola M.47040 appartenuta a Savi Roberto dal 03-01-89 al 06-07-92 e sequestrata il 21-11-94.
– Fucile a pompa, marca P. Beretta, calibro 12, mod. RS202M2, matricola H03058E, appartenuto a Savi Fabio dal 20-11-87 al 19-03-94 e sequestrato il 25-11-94.
– Rivoltella a tamburo, marca Smith & Wesson, matricola AVC4945.
– Rivoltella a tamburo, marca Smith & Wesson, mod. 586-2, calibro .357 Magnum, matricola BAD7395 appartenuta a Savi Roberto dal 07-11-88 al 25-11-91 e sequestrata il 22-11-94.
– Rivoltella a tamburo, marca Smith & Wesson, mod. 10-8, calibro .38 Special, matricola 5D44709, appartenuta a Savi Fabio dal 15-04-87 al 27-12-88 e sequestrata il 05-12-94.
– Fucile a pompa, a ripetizione semplice, marca P. Beretta, calibro 12, mod. RS 202 M2, matricola H18326E appartenuta a Savi Roberto dal 14-10-87 al 25-11-91 e sequestrato il 22-11-94.
– Pistola marca P. Beretta, mod. 98FS, calibro 9 x 21 mm, matricola E27152P.
– Pistola marca P. Beretta, mod. 98FS, calibro 9 x 21 mm, matricola E04951P.
– Fucile a ripetizione manuale, a pompa, marca P. Beretta, mod. RS202P, calibro 12, matricola F53056E, appartenuto a Occhipinti Marino dal 08-02-88 al 03-12-88 e sequestrato il 29-11-94.
– Fucile a ripetizione semiautomatica, marca Franchi, mod. Elite, matricola S54575, appartenuto a Savi Alberto dal 26-08-87 al 10-10-87 e sequestrato il 17-12-94.
– Fucile a ripetizione ordinaria, a pompa, marca Franchi, mod. 84R, matricola S59002, appartenuto a Savi Roberto dal 26-08-87 al 10-10-87 e sequestrato il 09-01-95.
– Pistola, marca Tanfoglio EA22T, calibro .22 LR, matricola AE-14938, CAT. 6309.

LE CONFESSIONI

Roberto ha confessato il 28 novembre 1994, una settimana dopo l’arresto, da subito si è attribuito la paternità dell’eccidio del Pilastro, nonostante in quel momento, per quel triplice efferato omicidio, ci fosse un processo in corso nei confronti di Marco Medda e dei fratelli Santagata. Perché tanta fretta? Generalmente, una volta scoperto, un serial killer non gradisce che i propri omicidi vengano attribuiti ad altri.

Fabio ha confessato subito dopo Roberto ed inizialmente ha cercato di omettere la presenza di Alberto in alcuni episodi criminosi particolarmente cruenti come l’eccidio del Pilastro.

La confessione è importante per un serial killer, raccontando gli omicidi agli inquirenti, egli infatti li rivive virtualmente tornando a goderne. Inoltre, l’interesse mostrato dagli investigatori per i suoi crimini ne gratifica il bisogno di protagonismo e gli permette ancora una volta il suo gioco preferito, quello manipolatorio.

A volte il serial killer, in una confessione dettagliata, racconta semplificando il più possibile l’atto omicidiario. Durante la confessione, Roberto Savi ha focalizzato su ciò che era per lui più rilevante ovvero l’azione in sé, non l’omicidio. Alcuni autori lo ritengono un meccanismo di difesa psichico. Norris, considerando la personalità del serial killer, ritiene invece che sia verosimile che soggetti incapaci di empatia possano richiamare alla mente gli omicidi in modo vago, impreciso e confuso o come se avessero assistito all’evento da spettatori.

In base all’interpretazione di Norris ed alla constatazione di Lalli che afferma che la strumentalizzazione degli altri è conseguenza dell’incapacità a stabilire un vero rapporto interpersonale e deriva dall’annullamento dell’altro come essere psichico che ridotto a pura realtà materiale può essere tranquillamente eliminato come si elimina un oggetto che dà fastidio o intralcia la strada, è possibile ipotizzare che nei serial killer non sia presente, per la loro totale assenza di empatia, quel sentimento di onnipotenza che molti autori ritengono sottenga il crimine seriale, in quanto, se il soggetto/vittima è per il serial killer un oggetto, allora egli non può provare un senso di onnipotenza nel commettere l’omicidio; a meno che il serial killer, consapevole di commettere il più grave dei reati, nonostante la completa svalutazione del soggetto/vittima, che ai suoi occhi non è altro che un oggetto/vittima, ottenga tale gratificazione dall’infrangere la norma.

LE RITRATTAZIONI

Durante il processo di Pesaro, Roberto ha cominciato a ritrattare, apparentemente senza un perché. Il motivo della ritrattazione è evidente: Savi si è servito della ritrattazione per non confrontarsi con il suo fallimento, l’ha usata per evitare di soccombere. L’isolamento in carcere e l’incapacità di affrontare la sconfitta lo hanno portato quasi subito a “riorganizzarsi” per non frammentarsi, dopo aver percepito che il suo “io” grandioso era minacciato, ha ritrattato attribuendosi il ruolo di pedina in una missione speciale dei servizi segreti e così facendo ha perso il senso della realtà.

Una confessione permette ad un serial killer la ripetizione verbale degli omicidi e ne sazia il bisogno di protagonismo; una ritrattazione lo rende nuovamente attraente facendolo tornare ancora sulla scena, sull’amato palcoscenico della manipolazione. Roberto, esercitato da anni al gioco manipolatorio, ha ritrattato in un susseguirsi di rivelazioni al limite dell’incredibile e lo ha fatto dopo aver rilasciato confessioni circostanziate. La sua è stata una ritrattazione fiume, ha spesso risposto alle domande in modo evasivo, deciso a convincere la corte della sua nuova verità, ha spostato l’attenzione sui temi più cari, quelli dei servizi segreti, delle coperture, dei contatti esteri, in una sorta di delirio megalomane di grandezza e di potere dove si è perso, si è contraddetto, si è esposto al ridicolo tanto da indurre suo fratello Fabio a prendere le distanze da lui.

Roberto Savi ha costruito il suo castello di menzogne, il suo imbroglio, ispirandosi sia alle fantasiose ricostruzioni dei media risalenti all’epoca dei reati, sia a ciò che ha sentito durante le udienze, alle imprecisioni dei testimoni oculari ed a quelle dei consulenti.

Roberto, al processo di Rimini, durante l’interrogatorio dell’8 febbraio 1994 è sembrato un soldato a rapporto dopo una missione, più che un imputato in un processo per ventiquattro omicidi, innumerevoli tentati omicidi e infinite rapine a mano armata. Roberto Savi, non accettandosi nelle vesti di imputato, ha assunto quelle di un agente segreto che si trovava a dover riferire la propria missione ad un superiore che sembrava identificare con il pubblico ministero. Roberto rivolgendosi a Paci ha detto: “… la quantità di ricetrasmittenti tre o quattro, credo che le abbiano recuperate”, ha usato il termine “recuperate” invece che “sequestrate”, e poi con la freddezza di un militare a rapporto ha risposto alle contestazioni con un: “Negativo”.

Roberto Savi, attraverso la sua nuova identità, che si è costruito nella solitudine della sua cella per evitare di frammentarsi, ha raggiunto una grandezza inenarrabile, lui uomo di fiducia, efficientissima pedina dei servizi segreti, le cui azioni hanno fatto parte di un disegno che nessuno riesce a spiegarsi. Durante la deposizione, l’eloquio è stato fluente, ricco di avverbi e di frasi ripetute, di sequenze interrotte, di messaggi ambigui e vaghi, il tono della voce monotono, per ore.

Roberto Savi, dopo aver stravolto il proprio ruolo, da imputato ad agente dei servizi segreti, ha perso ogni credibilità, si è incartato a causa della sua ansia manipolatoria ma è comunque sempre sembrato disinteressato al risultato, Roberto ha recitato semplicemente per se stesso.

Anche Fabio ha ritrattato e poi ha raccontato di averlo fatto “per ripicca”. Al processo di Rimini, durante l’udienza del 9 febbraio 1996, Fabio è apparso comunque più lucido di Roberto, ha risposto a tono, non ha divagato quasi mai, non ha mai perso il controllo, ha fatto di tutto per apparire credibile, è stato saldamente ancorato alla realtà, non ha esondato mai come invece aveva fatto il giorno prima suo fratello.

Il giorno delle ritrattazioni di Roberto, Fabio era presente in aula e ha percepito che il fratello era ormai disancorato dalla realtà, tanto che durante il proprio interrogatorio ha riconosciuto con rammarico che Roberto si era esposto al ridicolo.

Fabio, il giorno delle ritrattazioni di Roberto al processo di Rimini, ha, finalmente, visto con lucidità il capo della sua Banda e l’immagine di Roberto, dell’inafferrabile fratellone inebriato del suo sé meraviglioso, gli si è sgretolata sotto gli occhi. Una volta collassata l’immagine vincente di Roberto Savi è venuto a mancare per sempre anche quell’unicum, da intendersi nell’accezione di mostruoso oltre che di straordinario, che la nostra coppia di serial killer aveva rappresentato fino a quel momento.

I PROCESSI

Roberto e Fabio sono sempre apparsi disinteressati all’esito dei processi; durante le udienze hanno assunto atteggiamenti cinici e beffardi nei confronti dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime sfoggiando una totale mancanza di empatia e di rimorso per le atrocità commesse.

LA DETENZIONE

Roberto e Fabio Savi si sono adattati da subito al regime carcerario, anche se è trapelato che Roberto abbia tentato un suicidio ed un’evasione e Fabio due suicidi. Secondo Holmes i serial killer, come i normali criminali, reagiscono alla reclusione in vari modi: comportandosi come detenuti modello; fingendo una crisi mistica; suicidandosi (2%) o continuando ad uccidere dietro le sbarre (2%). Gli assassini seriali psicopatici imparano durante la loro vita a simulare comportamenti normali attraverso l’osservazione degli altri e dopo la cattura, recitano una parte al solo scopo di riceverne dei benefici. Raramente si tolgono la vita o si pentono in quanto non provano rimorso e sono capaci di proiettare la colpa dei propri crimini sulle vittime.

Pietro Gugliata non si è adattato alla detenzione e, dopo l’arresto, per un ingravescente senso di ripugnanza nei confronti del cibo ha perso più di venti chili.

Alberto Savi, a differenza dei fratelli, almeno inizialmente, ha reagito alla detenzione manifestando rabbia e aggressività, lo ha riferito in aula un ex poliziotto, detenuto con lui nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere.

LA FAMIGLIA

Purtroppo sono poche le informazioni disponibili sulla famiglia dei fratelli Savi, ricche di luoghi comuni e di sensazionalismo. Il padre, Giuliano Savi è stato un gran lavoratore, uomo severo, ligio al dovere, rispettoso dell’autorità; Roberto, è figlio della sua prima moglie, Rosanna Foschi, che ormai separata dal marito, è morta quando Roberto aveva solo 4 anni. Roberto è cresciuto con il padre Giuliano e la sua seconda moglie, Renata Carabini e, a detta dei media, ha scoperto solo dopo il proprio arresto, ormai quarantenne, che la Carabini non era sua madre e che Fabio ed Alberto erano suoi fratellastri.

Disciplina severa, aspettative da adulti, assenza di un confronto empatico con i figli sono stati i punti fermi dell’educazione impartita da Giuliano Savi ai suoi tre figli che, al contrario delle sue attese, crescendo, hanno sviluppato, seppur in grado diverso, difficoltà nell’interazione sociale, bassa autostima e dipendenza da una vita di fantasie di dominio e di controllo nei confronti degli altri.

Educati dal padre all’uso delle armi e alla disciplina, i fratelli Savi sono rimasti affascinati sin da piccoli dalla figura del poliziotto. Appena possibile hanno provato tutti e tre ad entrare in polizia. L’attrazione per un mondo in cui rivedevano il modello genitoriale paterno dell’autorità, l’intensità del lavoro e degli stimoli, la possibilità di canalizzare la loro aggressività verso soggetti stigmatizzati dalla società sono stati i veri motivi che hanno spinto i Savi ad entrare in polizia.

I conflitti a fuoco con carabinieri e poliziotti, non solo durante le rapine ma anche durante la caccia all’uomo, sono il segnale di un rapporto ambivalente con l’autorità, in generale, e con il padre Giuliano, in particolare.

Dopo l’arresto dei figli la Procura di Pesaro ha sequestrato a Giuliano Savi, una rivoltella Colt, calibro .357 Magnum, una carabina marca P. Beretta mod. AR/ 70, un fucile Breda, un fucile P. Beretta, un fucile P. Beretta, una carabina Olimpia, un fucile P. Beretta, un fucile Armitalia, una pistola P. Beretta, mod. 98FS, una carabina Walther e munizioni, gli stessi modelli di armi sequestrate ai figli.

Roberto e Fabio Savi hanno avuto una vita sociale caratterizzata da pochi rapporti interpersonali anche se al momento dell’arresto avevano entrambi una ex moglie, un figlio ed una nuova compagna.

Il poliziotto della stradale di Riccione, Riccardo Mazza era, a detta dei parenti, l’unico amico di Fabio, con il quale si allenava a sparare al Poligono di tiro di Rimini e in una cava lungo il fiume Marecchia.

Nel febbraio 1992 Fabio si era separato dalla moglie, Maria Grazia Angelini e si era trasferito a Torriana, in un monolocale di sua proprietà, con Eva Mikula, all’epoca ancora minorenne. Eva è nata in Romania da famiglia ungherese, trasferitasi a Budapest all’età di 15 anni ha incontrato Fabio nella capitale ungherese nel gennaio del 1991.

All’epoca dell’arresto, Roberto viveva in un appartamento in affitto a Sasso Marconi con una prostituta nigeriana, tale Stella Okonkwo, che pare che il Savi avesse riscattato per 10 milioni.

PSICODIAGNOSI

Roberto e Fabio Savi sono entrambi affetti da un Disturbo antisociale di personalità. La carriera criminale e la vita di relazione dei due fratelli Savi sono state caratterizzate da comportamenti estremamente irresponsabili, atteggiamenti manipolatori, frequente ricorso alla menzogna, freddezza, irritabilità, aggressività, disonestà, impulsività, brutalità, promiscuità sessuale, assenza di rimorso e di sentimenti di colpa per le conseguenze delle proprie azioni, anestesia affettiva, assenza del senso morale, il tutto vissuto in modo egosintonico. Entrambi hanno manifestato tratti sadici di personalità attraverso un abituale comportamento aggressivo, crudele e umiliante nei confronti dei propri familiari e delle vittime dei loro reati.

Per quanto riguarda i gregari della banda, ridotto è il materiale su cui lavorare perché minore è stato l’interesse sia degli investigatori che dei media nei loro confronti.

Alberto Savi, Pietro Gugliotta e Marino Occhipinti sono soggetti con ridotta autostima, fortemente insicuri, facilmente manipolabili, con tratti di personalità dipendente. Tre elementi della Banda che, anche se non estranei alle logiche criminali, non hanno mai avuto come priorità quella di uccidere.
Alberto, Pietro e Marino sono giunti al punto di annullarsi tanto da affidare a Roberto Savi il proprio destino e grazie a loro, Roberto, esperto manipolatore, è stato capace di costituire un gruppo criminale all’interno del quale i suoi bisogni hanno preso il sopravvento.

Caratteristiche particolari di Fabio Savi rispetto al fratello Roberto sono l’incapacità di sostenere un’attività lavorativa continuativa con conseguente fallimento professionale e difficoltà economiche; un profondo vissuto di rabbia; un’alternanza di comportamenti aggressivi con atteggiamenti miti e remissivi; la scarsa tolleranza alle frustrazioni che lo ha condotto a commettere molteplici omicidi e tentati omicidi; un tono dell’umore prevalentemente ipertimico che si manifesta esternamente con un sorriso che è apparso completamente fuori luogo durante le drammatiche udienze processuali; una buona capacità di razionalizzare il proprio comportamento dandone la colpa agli altri; un senso dell’ironia non indifferente.

Roberto Savi, oltre ad avere le caratteristiche di un soggetto con un Disturbo antisociale di personalità, ha manifestato caratteristici tratti narcisistici. Nel complesso egli è affetto da una Sindrome di Narcisismo maligno che si colloca in un’area al limite tra il Disturbo narcisistico di personalità e il Disturbo antisociale di personalità.
Roberto è sempre stato un solitario, un megalomane, un mitomane, un essere bisognoso di ammirazione e di protagonismo, un bugiardo patologico con la tendenza a rapportarsi alla realtà ed al suo prossimo in modo manipolatorio, atteggiamenti che nascondono un profondo senso di inferiorità ed insicurezza.

Le cause di tali disturbi sono bio-psico-sociali, la perdita della madre, un padre autoritario ed incapace di empatia, la conseguente ferita narcisistica che si manifesta attraverso depressione, bassa autostima, rabbia verso l’altro da sè vissuto in modo svalutante e persecutorio che diviene inizialmente il bersaglio di fantasie violente e poi finalmente il soggetto in carne ed ossa seppur ridotto al ruolo di oggetto.

Melanie Klein sostiene che la reazione difensiva alla ferita narcisistica è la fuga nell’onnipotenza attraverso l’identificazione con l’aggressore potente e sadico.

Roberto si è inventato un personaggio e lo ha rivenduto ai colleghi, pilota in Nigeria, soldato nella legione straniera, esperto di armi e di esplosivi; alla Squadra Mobile era considerato da tutti un ottimo capo squadra e come tale lo ricordano ancora i poliziotti di Bologna che lo affiancavano.

Dopo l’arresto ha fatto di tutto per mantenere l’immagine di sé che si era costruito in precedenza, anzi, durante le ritrattazioni, l’ha esasperata fino a perdere il senso della realtà, fino a rendersi ridicolo. Roberto, dopo la cattura per impedire al suo “io” di sgretolarsi, si è rimboccato le maniche e ha fantasticato un nuovo modello di grandiosità, di importanza e di potere al quale ha finito per credere lui stesso.

Negli anni Roberto ha inviato centinaia di lettere al suo avvocato, al presidente della corte ed al direttore del carcere manifestando un patologico senso di indignazione. Tale atteggiamento può spiegarsi attraverso l’affermazione di Samenow che recita così: “Con i criminali è diverso, hanno una personale logica, una personale intelligenza, guardano il mondo da una prospettiva sbagliata e hanno una errata stima della propria importanza e di quella degli altri”.

Alberto Savi

Alberto ha in comune con i fratelli lo stesso vissuto familiare e ha condiviso con loro gli stessi desideri, le stesse angosce e paure, e, a differenza degli altri gregari, aveva un legame personale con il capo della Banda che per lui rappresentava non solo il leader del gruppo ma anche un fratello maggiore capace di offrirgli una rassicurante sensazione di protezione. Proprio questo doppio ruolo di Roberto, nel caso di Alberto, ha favorito, più che negli altri associati, lo sgretolarsi di sue eventuali difese tanto da indurlo a far parte di una Banda capace di tante e tali efferatezze. Rabbia, aggressività e vittimismo sono gli atteggiamenti che hanno caratterizzato la sua condotta dopo l’arresto, atteggiamenti dovuti alla sua sensazione di essere stato manipolato, Alberto si è sentito tradito dai fratelli, specialmente da Roberto, e per questo motivo non è riuscito a prendersi le proprie responsabilità e ha avuto difficoltà ad accettare la propria condanna.

Pietro Gugliotta

Pietro Gugliotta ha partecipato con i fratelli Savi ad alcune rapine ed ad unico fatto di sangue, il tentato omicidio di Driss Akesbi, oltre alla tentata rapina all’Ufficio Postale di via Mazzini.
Insieme a Luca Vallicelli è l’unico dei componenti storici della banda che non è stato condannato all’ergastolo.
Ecco un elenco degli episodi criminosi nei quali è stato coinvolto:
Il 2 gennaio 1990 partecipa al ferimento del cittadino extracomunitario Driss Akesbi.
Il 15 gennaio 1990 partecipa con tutti e tre i fratelli Savi alla tentata rapina all’Ufficio Postale di via Mazzini, dove l’esplosione di una bomba posizionata da Roberto Savi ferisce 67 persone.
Il 10 maggio 1993 partecipa con Roberto e Fabio alla rapina presso la Cassa di Risparmio di Ravenna che frutta un bottino di 72 milioni.
Il 5 luglio 1993 partecipa con Roberto e Fabio alla rapina al Credito Romagnolo di Cesena che frutta un bottino di 38 milioni.
Il 12 ottobre 1993 partecipa con Roberto e Fabio alla rapina alla Banca di Roma che frutta un bottino di 76 milioni.
Il 27 ottobre 1993 partecipa con Roberto e Fabio alla rapina alla Cassa di Risparmio di Bologna che frutta un bottino di 30 milioni
Il 26 novembre 1993 partecipa con Roberto e Fabio alla rapina alla Cassa di Risparmio di Cerasolo d’Ausa che frutta un bottino di 89 milioni

Tutte rapine incruente, “pulite”, secondo la definizione del pubblico ministero Giovannini. Gugliotta non è un assassino né tanto meno un serial killer, è solo un rapinatore e ha perfino svolto il ruolo di deterrente per la coppia assassina. Nel 2007 il Tribunale di Sorveglianza, a circa un anno dalla sua definitiva scarcerazione non gli ha concesso un permesso premio, ritenendolo “un soggetto socialmente pericoloso per una personalità altamente deviante ed una forte tendenza di personalità ad emergere, soffocata dal timore dell’insuccesso, e per la mancata presa di coscienza critica della gravità dei fatti da lui commessi e l’assenza di ravvedimento”.

Marino Occhipinti

“Per l’estrema gravità dell’episodio di Casalecchio di Reno, per l’assoluta doppiezza del prevenuto, e per l’assenza di qualsiasi resipiscenza”, Marino Occhipinti è stato condannato all’ergastolo come i tre fratelli Savi. Effettivamente, da quei pochi dati che è stato possibile raccogliere su Marino Occhipinti si evince una certa inspiegabile incoerenza nei suoi comportamenti. Dopo l’omicidio di Carlo Beccari, Occhipinti si è recato alla USL per “una nevrosi depressiva larvata, dovuta a stress occasionale in un soggetto con temperamento emotivo”. Marino è rimasto traumatizzato dalle conseguenze dell’assalto alla Coop di Casalecchio di Reno, tanto che è uscito di scena ma, nel 1996, durante le udienze del processo di Rimini ha avuto, a quasi due anni dall’arresto e nonostante il duro regime di carcerazione cui è sottoposto, un atteggiamento rispettoso nei confronti di Roberto Savi. Occhipinti non ha mai ammesso le proprie responsabilità, nonostante le prove della sua partecipazione all’assalto alla Coop del febbraio 1988, ha anzi professato la propria innocenza ad oltranza, nonostante le chiamate in correità, la testimonianza dell’allora moglie di Roberto Savi, la mancanza di alibi, l’assenza dal servizio quella sera e le perizie balistiche che provano che la guardia giurata Carlo Beccari, deceduta nell’assalto, è stata attinta anche da colpi esplosi dal fucile a pompa appartenuto a lui.

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ursula franco 1 UNO BIANCA: ANALISI CRIMINOLOGICA

* Medico chirurgo e criminologo, allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari

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Altre fonti

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Commissariato di Rimini – Divisione Anticrimine – I° Sezione Investigativa, Questura di Forlì – Squadra Mobile – III° Sezione Investigativa: Elenco delle armi sequestrate a Savi Roberto, Savi Fabio, Savi Alberto, Savi Giuliano, Mazza Riccardo, Gugliotta Pietro e delle armi appartenute in passato agli imputati e sequestrate a terzi.

Commissione Parlamentare Stragi – La vicenda della Uno Bianca: Il processo alla Banda delle Coop. Atto n. 4-01479 pubblicato il 07 marzo 2007 seduta n. 21.

Corte d’Assise presso il Tribunale di Bologna: Relazione di consulenza tecnica d’ufficio, in materia di balistica, eseguita nell’ambito del procedimento penale nr. 8/93 R.G. e nr. 1/94 R.G. Assise riuniti a carico di Medda Marco+ 3.

Criminalpol – Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna – Direzione Distrettuale Antimafia: Interrogatori di Savi Roberto del 28-11-94 e del 05-12-94 e di Savi Fabio del 28-11-94 e del 29-11-94.

Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna: dott. Martino Farneti, Servizio Polizia Scientifica in Roma. Relazioni di consulenza tecnica d’ufficio, in materia di balistica, eseguite a seguito del rinvenimento di armi, munizioni ed esplosivo di cui ai sequestri operati nei confronti di Savi Roberto, Savi Fabio, Savi Alberto ed altri.

Procura della Repubblica presso il Tribunale di Lodi: dott. Martino Farneti, Servizio Polizia Scientifica in Roma. Relazione di consulenza tecnica d’ufficio, in materia di balistica, eseguita nell’ambito del procedimento penale nr. 505/93 R.G.N.R. nei confronti di Di Falco Antonino +3 per i reati di cui agli articoli: 110-575 C.P. (Omicidio Mormile Umberto).

Procura della Repubblica presso il Tribunale di Rimini: dott. Martino Farneti, Servizio Polizia Scientifica in Roma. Relazioni di consulenza tecnica d’ufficio, in materia di balistica, eseguite a seguito del rinvenimento di armi, munizioni ed esplosivo di cui ai sequestri operati nei confronti di Savi Roberto, Savi Fabio, Savi Alberto ed altri.

Questura di Bologna – Squadra Mobile – Centro Interprovinciale Criminalpol – Emilia Romagna: Verbali di perquisizione domiciliare e sequestro eseguiti nei confronti di Savi Roberto.

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RadioRadicale.it: Registrazione del processo di Rimini alla banda dei fratelli Savi (Uno Bianca). 15 novembre 1995 – 06 marzo 1996.

RadioRadicale.it: Registrazione del processo di Bologna alla banda dei fratelli Savi (Uno Bianca). 24 maggio 1996 – 31 maggio 1997.

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Wikipedia: Gruppo sociale.

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Cascella P., Ho commesso solo reati comuni. La Repubblica, 05 agosto 2006.

Cascella P., Savi non ha mai chiesto nessun beneficio carcerario. La Repubblica, 25 agosto 2006.

Corrias P., Uno bianca,quando l’ incubo finì. La Repubblica, 21 novembre 2004.

Gulotta C., Roberto Savi vuole clemenza. La Repubblica, 04 agosto 2006.

Gulotta C., La figlia di Gugliotta: non lo perdono, deve restare in carcere. La Repubblica, 23 marzo 2007.

Marozzi M. e Tonelli A., L’ex moglie di Savi: sì sapevo tutto. La Repubblica, 30 novembre 1994.

Monti V., Chi voleva entrare nel clan doveva sparare a un nero. Il Corriere della Sera, 28 novembre 1994.

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Spezia L., In carcere nemmeno una parola sul suo terribile passato criminale. La Repubblica, 04 agosto 2006.

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Tonelli A., Ora ho paura di morire. La Repubblica, 27 novembre 1994.

Tonelli A., Le verità a puntate della donna di Rambo: non c’era un capo. La Repubblica, 4 dicembre 1994.

Tonelli A., Gli arresti dorati di Eva: potevo evitare quei morti. La Repubblica, 16 marzo 1995.

Tonelli A., Tenta il suicidio il ‘Rambo’ della Uno Bianca. La Repubblica, 31 marzo 1995.

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Tonelli A., Roberto Savi ha tentato la fuga. La Repubblica, 13 ottobre 1995.

Tonelli A., Per noi resta solo un assassino. La Repubblica, 30 ottobre 1995.

Tonelli A., Tuo padre killer per necessità. La Repubblica, 30 ottobre 1995.

Tonelli A., La vendetta dei Savi, Eva era nella banda. La Repubblica, 26 gennaio 1996.

Tonelli A., Secondo ergastolo per i fratelli Savi. La Repubblica, 07 marzo 1996.

Sentenze

Corte di Cassazione – Sentenza – 20 giugno 2000 – 15 dicembre 2000 – Ricorrenti Savi Alberto e Occhipinti Marino.

Corte di Cassazione – Sezione prima penale – Sentenza – 19 dicembre 2007 – 29 gennaio 2008, n. 4512/ 2008 – Ricorrente Gugliotta Pietro.

Trasmissioni televisive

Leosini F., Intervista a Fabio Savi. Storie Maledette, 1998.

OMICIDIO DI MARIASESTINA ARCURI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: E’ STATO IL LANDOLFI A RIFERIRE ALL’OPERATORE CHE MARIASESTINA CADDE DALLE SCALE ESTERNE DELL’APPARTAMENTO DI MIRELLA IEZZI

Andrea Landolfi e Maria Sestina arcudi

Nei giorni scorsi Andrea Landolfi è tornato in aula, ieri sono stati sentiti 5 tra i testimoni della Procura di Viterbo. La Corte ha ascoltato l’audio della telefonata di Landolfi al 118 e analizzato i filmati delle telecamere di videosorveglianza di Ronciglione che hanno inquadrato Andrea e Sestina poco prima del ferimento della ragazza.

Le Cronache Lucane, 15 maggio 2020

I nuovi difensori di Andrea Landolfi hanno rilasciato le seguenti dichiarazioni: “Sia il video, sia i testimoni dei due locali, hanno raccontato una serata normale, di una normale famigliola. Niente di anomalo, soprattutto nessuno ha detto di avere visto Sestina piangere. Il cameriere del ristorante ha descritto una cena dove c’è un bambino che si alza, il papà che lo richiama all’ordine e Sestina che, con lo spirito materno tipico delle donne, cerca di rabbonire il papà, una cena familiare. Anche al pub è stata una normalissima  serata, in cui hanno cantato al karaoke. La proprietaria del locale ha detto che Sestina era ‘ammusonita’, contrariata da qualcosa, nulla più. Niente lacrime, nessun pianto, non è successo niente. Ci sono trascrizioni che si prestano a più interpretazioni. Anche il fatto che Sestina volesse andare a dormire in albergo, se si guarda bene, è in un contesto sereno, tant’è che i due ragazzi si danno il bacetto. Gli operanti, anche se erano sicuramente in buona fede, stavano cercando un colpevole. E questo non può non aver influito”.

Abbiamo intervistato in merito la criminologa Ursula Franco che ha analizzato la telefonata di soccorso del Landolfi, le varie interviste rilasciate dai protagonisti di questa drammatica vicenda e stralci di interrogatori.

– Dottoressa Franco, ’’Al pub dunque non è successo niente” come sostengono i difensori di Andrea Landolfi?

E’ la nonna di Andrea Landolfi Mirella Iezzi a smentire questa ricostruzione. Nel corso di un’intervista, la Iezzi ha infatti riferito a Lucilla Masucci: “Quando sono entrati erano un pochino arrabbiati, ho visto… più che altro, era Sistina eee… gli ho domandato: “Ma che hai fatto, Sistina?”. Dice eee…: “Andrea ha rifatto il provolone. Praticamente si è guardato a una… una cameriera del… del pub”, tutto qui, gli ho detto: “Ma dai Sistina, saiii… che Andrea ti vo… ti ama soltanto a te eee… avrà fatto qualcosa così”. Mio nipote mi ha detto: “No, nonna, l’ho avvicinata, dato che c’era molta musica forte – dice – non sentiva, gli sono… mi sono avvicinato a lei eee… gli ho detto se mi poteva portare un tagliere”, basta” e “Io, quando stavano sopra, sentivo… non litigavano, praticamente stavano parlando. Ho sentito Andrea che gli diceva: “Ma dai Sistina, ma lo sai che ti amo soltanto te”. Poi, ad un certo punto, gli fa lui scherzando: “Però la cameriera era carina”, allora lei lo prende e gli dà una spinta e, io sento, lui gli fa: “Sistina non mi trattenere per la felpa, mi fai cadere”, poi tutti insieme me li sono trovati qui sotto”.

– Dottoressa Franco, cosa emerge dalla telefonata di soccorso del Landolfi?

Durante la telefonata Andrea Landolfi rivela all’operatore che Mariasestina è caduta dalle scale esterne dell’appartamento. Si analizzi con cura la seguente risposta di

Andrea Landolfi: “Tutta l’abbiamo fatta, perché si è sbilanciata, stavamo parlando, io stavo sulle punte qua, stavamo giocando, scherzando, io me so’ sbilanciato, lei si è retta su di me, io pe’ attutirla… però, purtroppo, lei la botta l’ha presa e io la botta l’ho presa più forte, però non lo so, evidentemente, lei ha preso… evidentemente… non so se l’ha presa dietro alla schiena o vicino all’orecchio, poi però da là, l’ho portata a ca… su, ha rigettato quello che ha mangiato”. Quando il Landolfi dice “da là, l’ho portata a ca… su”, si autocensura e poi aggiusta il tiro aggiungendo un generico “su”. Che cosa stava per dire Andrea Landolfi? Stava forse per dire “da là, l’ho portata a casa”? Per quanto riguarda il termine “su”, come già detto, è generico, e può riferirsi alla salita di entrambe le scale, ma appare improbabile che il Landolfi, subito dopo la caduta, abbia portato Mariasestina in camera. In merito, la nonna del Landolfi ha riferito a Silvana Cortignani di Tusciaweb che, dopo aver aiutato la ragazza a rialzarsi, lei e Andrea la misero “seduta su una poltroncina che sta lì” e, sempre la Iezzi, durante l’interrogatorio, ha detto che, dopo la caduta dei ragazzi era “andata in cucina a prendere del ghiaccio, dei panni bagnati”. E’ pertanto logico inferire che con “su” il Landolfi intenda “su” in casa, non “su” in camera e che quindi Mariasestina sia caduta dalle scale esterne dell’appartamento. 

Le scale esterne d’accesso alla casa della nonna materna di Andrea Landolfi a

– Dottoressa Franco, ricostruisca i fatti di quella sera per noi.

I fatti si svolsero in due tempi. In primis, i due ragazzi caddero dalle scale interne dell’appartamento, Andrea Landolfi ebbe la peggio e fu soccorso dalla nonna, Mariasestina si rialzò da sola. Poco dopo, Andrea e Mariasestina si spostarono all’esterno dell’appartamento e la Arcuri cadde dalle scale esterne. E, quando Mirella Iezzi tentò di soccorrere Mariasestina, il Landolfi la colpì per allontanarla dalla fidanzata. In quell’occasione, la Iezzi perse l’equilibrio e, prima di cadere, urtò contro la ringhiera di ferro delle scale esterne producendosi la frattura delle tre coste. Non fu pertanto il colpo infertole dal nipote a fratturarle le cose ma l’urto contro la ringhiera di ferro contro la quale finì dopo essersi sbilanciata a causa della spinta del nipote.

Mariasestina non si fece male quando cadde dalle scale interne insieme ad Andrea. E’ stata la seconda caduta dalle scale esterne ad esserle fatale.

Le lesioni che ha riportato (ferita dall’occipite fino alla sommità del capo causata dall’impatto con una superficie piatta e lesione estesa sulla schiena) sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro. Peraltro, subito dopo la caduta di Maria sestina, proprio perché i fatti si consumarono all’esterno dell’appartamento della Iezzi, i vicini sentirono Andrea Landolfi dire: “Zitta, stai zitta, ti ho detto. Stronza, piantala.”

Quando la Iezzi ha detto al PM di aver sentito il Landolfi dire “Attenta Mariasestina, che cadi dalle scale e mi fai cadere” ha riferito il vero, perché ha raccontato ciò che udì poco prima che i due ragazzi cadessero insieme dalle scale interne. Invece, nell’intercettazione “Certo, quando l’ha buttata giù”, la Iezzi ha fatto riferimento alla seconda caduta, quella della sola Maria Sestina dalle scale esterne dell’appartamento. E quando Mirella Iezzi ha detto al PM: Io l’ho presa per le mani così, ho detto: “Amore che ti sei fatta?,  lei mi ha detto queste precise parole: “Mirella, non mi sono fatta niente, mi fa male la schiena”, ha fatto riferimento allo scambio verbale avvenuto tra lei e Sestina dopo la prima caduta.”

Questa è l’unica ricostruzione che si confà alle risultanze investigative. 

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: I CONSULENTI “PARTIGIANI” SONO UNA PIAGA DEL SISTEMA GIUSTIZIA

Dr. Ursula Franco

I consulenti delle procure dissimulano o falsificano in modo da sostenere le conclusioni di chi gli ha commissionato la consulenza. E’ un noto gioco delle parti che nessuno è interessato ad interrompere: “Gli esperti sanno compiacere coloro che li fanno lavorare” (da “Gli errori giudiziari” di Jacques Vergès)

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Le Cronache Lucane, 31 marzo 2020

– Dottoressa Franco, a cosa attribuisce le lungaggini del nostro “sistema giustizia”?

Non esiste una sola causa. Nelle fasi iniziali delle indagini sono un problema l’inesperienza di chi indaga, soprattutto in termini di casistica, e l’assenza di una adeguata preparazione necessaria per affrontare un primo interrogatorio di un sospettato, che invece è cruciale per muovere i primi passi verso la verità perché indica la strategia d’indagine. 

Molto spesso poi i consulenti delle procure dissimulano o falsificano in modo da sostenere le conclusioni di chi gli ha commissionato la consulenza. Questo comportamento vizia irrimediabilmente la soluzione di un caso conducendo all’errore giudiziario o ritarda il raggiungimento della verità perché obbliga il giudice a chiedere ulteriori analisi a periti da lui nominati allungando inevitabilmente tempi e costi della giustizia.

Il problema nasce dall’idea diffusa nelle procure che basti una consulenza per chiudere un caso rapidamente ed invece un caso giudiziario è come un puzzle, tutti i pezzi devono andare al loro posto.

Non è una novità ciò che le sto dicendo, ci sono innumerevoli testi americani sull’errore giudiziario dove si parla di consulenti “partigiani”. E’ un noto gioco delle parti che nessuno è interessato ad interrompere: “Gli esperti sanno compiacere coloro che li fanno lavorare” (da “Gli errori giudiziari” di Jacques Vergès).

– Cosa c’è dietro a questi comportamenti?

I consulenti falsificano o dissimulano perché desiderano ricevere nuovi incarichi, perché sono convinti che le loro consulenze costruite a tavolino servano a sostenere una “nobile causa”, perché desiderano approvazione e prestigio e poi perché bramano il “potere di vita o di morte” sui loro simili verso i quali provano sentimenti ostili. Alcuni tra questi sono soggetti psichicamente disturbati con tratti narcisistici e antisociali che soddisfano il proprio sadismo attraverso il potere che gli viene riconosciuto sugli altri esseri umani. Da un punto di vista psicopatologico somigliano ai “serial killer missionari” come Wolfgang Abel e Marco Furlan e, come loro, sono decisi a ripulire il mondo, sono solo meno “coraggiosi” perché, pur falsificando per appoggiare l’accusa, delegano ad altri la sentenza definitiva. Potremmo definirli “giustizieri per procura”, in tutti i sensi.

Ludwig: Wolfgang Abel e Marco Furlan

– Che si può fare contro questi consulenti?

Perseguirli. Le loro menzogne hanno un costo enorme in termini umani ed economici per il paese. 

Morte Maria Ungureanu riesumazione salma, nuova perizia ribalta tutto: «Non è stata violentata»

Morte Maria Ungureanu news: la bimba rumena di 9 anni trovata nuda, e senza vita, nell’acqua della piscina di un resort a San Salvatore Telesino (Benevento) il 19 giugno 2016, non avrebbe subito violenza sessuale, lo dice una nuova perizia: “Non è stata violentata o, meglio, non ci sono segni di una violenza classica”.

bimba rumena morta in piscina news

Maria Ungureanu “non subì violenza sessuale”: lo dice una nuova perizia

Riesumata la salma mesi fa, queste sarebbero state, secondo quanto trapela in queste ore, le risultanze degli accertamenti medico scientifici sul corpicino della bimba. La perizia collegiale, redatta dal professor Cristoforo Pomara e dai dottori Francesco Sessa e Ciro di Nunzio, è stata depositata al Tribunale di Benevento; venne disposta dal Gip per fare chiarezza sui presunti abusi di cui la piccola sarebbe stata vittima. A fronte di siffatte risultanze, l’avvocato Gallo, difensore del papà di Maria sospettato di avere abusato della bimba, ha dichiarato all’Ansa: “Tale conclusione deve essere quella di scagionare da subito il mio assistito al quale era stato addebitato il reato di violenza sessuale nella scorsa udienza innanzi al Gup che, non accogliendo le richieste della Procura di archiviare il caso, decideva di continuare con le indagini addebitando, oltre all’omicidio ed alla violenza a Daniel Ciocan, la violenza sessuale anche al padre che, a questo punto dovrebbe essere prosciolto”.

Genitori Maria Ungureanu

Daniel Ciocan difesa: quello di Maria “un caso di morte accidentale in una bambina abusata”.

La difesa di Daniel Ciocan, che sostiene la tesi della morte accidentale per annegamento della bimba, attraverso le parole della consulente criminologa Ursula Franco, per quanto concerne le presunte violente sessuali, aveva sempre puntato il dito contro Marius Ungureanu, papà di Maria: quello Ungureanu è “un caso di morte accidentale in una bambina abusata. Daniel e Cristina non si trovavano a San Salvatore Telesino mentre Maria moriva e non è certo di Daniel lo sperma isolato sulla maglietta e sulla copertina della bambina […] Le conclusioni delle nuove perizie disposte dalla procura non aggiungono niente di nuovo a questo caso di morte accidentale in una bambina abusata. Le ripeto la soluzione di questo caso è agli atti dal luglio 2016. Mi aspetto che la procura di Benevento segua le indicazioni fornite dai giudici del Riesame di Napoli e da quelli della Cassazione” (Fonte Le Cronache Lucane). Interpellata da UrbanPost, la criminologa Ursula Franco ha così commentato i recenti sviluppi investigativi di cui in oggetto: “I primi 3 consulenti medico legali, Professor Buccelli, Dottoressa Fonzo e Professor Introna hanno concluso che Maria era vittima di violenza sessuale. A confermare che Maria subiva violenze sono agli atti incriminanti intercettazioni telefoniche fatte subito dopo il ritrovamento di sperma di un soggetto noto sul lettino di Maria e sulla sua maglietta. Non entro nello specifico ma voglio aggiungere che, nella sua consulenza, il Professor Introna che, lo ricordo, aveva escluso che Maria fosse stata uccisa, si era espresso con alcune interessanti riflessioni in merito ad un certo tipo di abusi, riflessioni che condivido in pieno”.

daniel ciocan presunto assassino maria unguranu
Daniel Ciocan

APPIAPOLIS.IT: OMICIDIO DI DON GIUSEPPE ROCCO, ANALISI DELLE DICHIARAZIONI DI DON PAOLO PICCOLI

Nel dicembre 2019, don Paolo Piccoli, ex parroco di Pizzoli e Rocca di Cambio, è stato condannato a 21 anni e 6 mesi di reclusione per l’omicidio di don Giuseppe Rocco. Don Rocco è stato ucciso il 25 aprile del 2014. Causa della morte: ipossia da strangolamento e soffocamento.

APPIAPOLIS.IT, 1 febbraio 2020

Immagine 6 OMICIDIO DI DON GIUSEPPE ROCCO: ANALISI DELLE DICHIARAZIONI DI DON PAOLO PICCOLI
don GIUSEPPE ROCCO – La vittima

In Statement Analysis partiamo dal presupposto che chi parla sia “innocente de facto” e che parli per essere compreso. Pertanto, da un “innocente de facto” ci aspettiamo che neghi in modo credibile e che lo faccia spontaneamente. Ci aspettiamo anche e che nel suo linguaggio non siano presenti indicatori caratteristici delle dichiarazioni di coloro che non dicono il vero. In pratica analizziamo le parole che non ci aspettiamo di udire o di leggere (The Expected Versus The Unexpected).

Da don Paolo Piccoli ci aspettiamo che neghi in modo credibile di aver ucciso don Pino Rocco e che possegga il cosiddetto “muro della verità”, un’impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente. 

Una negazione credibile è composta da tre componenti:

  • il pronome personale “io”;
  • l’avverbio di negazione “non” e il verbo al passato “ho”, “non ho”;
  • l’accusa “ucciso tizio”.

La frase “io non ho ucciso don Rocco”, seguita dalla frase “ho detto la verità” o “sto dicendo la verità” riferita a “io non ho ucciso don Rocco”, è una negazione credibile. Anche “io non ho ucciso don Rocco, ho detto la verità, sono innocente” è da considerarsi una negazione credibile. Una negazione è credibile quando è composta da queste tre componenti ed è spontanea, ovvero non è pronunciata ripetendo a pappagallo le parole dell’interlocutore.

don PAOLO PICCOLI OMICIDIO DI DON GIUSEPPE ROCCO: ANALISI DELLE DICHIARAZIONI DI DON PAOLO PICCOLI
don Paolo Piccoli

Nel maggio 2018, una giornalista della trasmissione Quarto Grado ha intervistato don Paolo Piccoli:

Giornalista: Padre, lei si ricorda cosa è successo il 25 aprile del 2014?

Meglio sarebbe stato chiedere: “Padre, che cosa è successo il 25 aprile del 2014?” posto che un soggetto racconta solo ciò che ricorda. Comunque resta una buona domanda, peccato non tutta la risposta di don Piccoli sia stata mandata in onda. 

La giornalista avrebbe dovuto soprattutto focalizzare su che cosa stesse facendo don Piccoli nei momenti in cui don Rocco veniva ucciso non sul dopo la scoperta del cadavere. 

Don Paolo Piccoli: (…) e fui chiamato dal capo manutentore eee… che mi disse se potevo andare a dire una preghiera con don Rocco, io lì per lì non ho capito, dice: “No, guarda, a don Rocco che” – dice – “è morto”. Eh, son rimasto un po’ così, ho preso un caffè, un attimino per confortarmi, sono rientrato in stanza, ho messo… ho messo la veste velocemente, purtroppo senza… senza ah mettere la camicia e sono salito in camera dove ho proceduto al… intanto ad accertarmi, com’è… com’è obbligatorio fare, della temperatura del cadavere, essendo ancora tiepido, ho proceduto, secondo la consuetudine generale della chiesa, ad impartire il sacramento dell’estrema unzione sotto condizione e poi la benedizione apostolica.

Un racconto interminabile. Don Piccoli avrebbe potuto semplicemente rispondere: “Il 25 aprile del 2014 è morto don Rocco ed io gli ho impartito i sacramenti” e invece ha condito il suo racconto con una serie di informazioni non necessarie. 

Si noti la velata ironia in questo stralcio “e fui chiamato dal capo manutentore eee… che mi disse se potevo andare a dire una preghiera con don Rocco, io lì per lì non ho capito, dice: “No, guarda, a don Rocco che” – dice – “è morto”. E’ possibile che don Piccoli abbia finto di non capire per prendere tempo per elaborare una reazione di stupore credibile alla notizia della morte di don Rocco. Peraltro si noti che solo inizialmente don Piccoli parla di ciò che gli riferì il manutentore usando il verbo al passato “mi disse” mentre quando entra lo specifico usa il verbo al presente “dice: “No, guarda, a don Rocco che” – dice – “è morto”. Da un soggetto che parla di un evento passato ci aspettiamo l’uso del verbo al passato. Don Piccoli, per non mentire, usa il presente e spera che sia il suo interlocutore a concludere che lui sta parlando di un evento accaduto.

  • Si noti “ho preso un caffè, un attimino per confortarmi”. Perché don Piccoli dovrebbe avere bisogno di conforto? E’ un po’ come quando in una telefonata di soccorso il chiamante chiede aiuto per sé invece che per la vittima. 
  • Si noti “sono rientrato in stanza, ho messo… ho messo la veste velocemente, purtroppo senza… senza ah mettere la camicia”, dichiarazioni che, in seguito, gli serviranno a tentare di giustificare la presenza del suo sangue sul letto di don Rocco.
  • Si noti “sono salito in camera dove ho proceduto al… intanto ad accertarmi, com’è… com’è obbligatorio fare, della temperatura del cadavere, essendo ancora tiepido”. Don Piccoli sente la necessità di riferire che don Rocco era tiepido, a che scopo? Lo fa per descrivere un movimento che potrebbe giustificare la presenza del suo sangue sul letto di don Rocco o per posticipare l’ora della morte del sacerdote?

In un’intervista alla testata giornalistica “Il Piccolo”, don Piccoli ha dichiarato: “La veste talare, quando tiri su il braccio, ti arriva fino al gomito lasciandolo scoperto. Sotto non avevo la camicia. Il sangue può essere stato rilasciato quando mi sono inginocchiato e per tirarmi su mi sono appoggiato al letto. Oppure aspergendo l’acqua santa sul corpo e sui presenti, con il movimento del braccio. Comunque mi sono avvicinato a don Rocco anche per dargli l’estrema unzione sulla fronte e per farlo, come previsto, ho dovuto prima toccare la temperatura del corpo visto che si può dare l’unzione tra le due e le quattro ore dopo il decesso. In tutti quei momento potrei aver sporcato il letto”. 

Nella solita intervista, don Piccoli, alla domanda: “Come sta vivendo questo processo per omicidio, don Piccoli? Come si sente?”, ha risposto: “Sbalordito, c’è un accanimento contro di me. Sono prete da 25 anni… mi conosce tutta Italia, sono vicino a cardinali. Le pare che vado in giro di notte a strozzare preti per rubare catenine e bomboniere? Ma sono sereno”.

Don Piccoli tenta di convincere il giornalista che, essendo prete da 25 anni, famoso e con amicizie altolocate, non possa aver commesso l’omicidio. Si chiama manipolare, non negare in modo credibile.

“vado in giro di notte a strozzare preti per rubare catenine e bomboniere” è un’ammissione tra le righe. Visto il contesto, “Ma sono sereno” suonano come parole di un sociopatico.

Giornalista: Quali erano i rapporti tra lei e Don Rocco?

bzona 1 93219 scaled OMICIDIO DI DON GIUSEPPE ROCCO: ANALISI DELLE DICHIARAZIONI DI DON PAOLO PICCOLIDon Paolo Piccoli: Mah, pressoché inesistenti, forse io mmm… l’avrò visto 3 o 4 volte., 3 o 4. L’ho sempre accompagnato dalla… dalla perpetua.

Giornalista: Senta questa sembra all’inizio una morte naturale poi però questa perpetua dice che c’è qualcosa che non va perché manca questa catenina di Don Rocco, lei ricorda di averla mai vista o l’ha mai vista?

Don Paolo Piccoli: Io non posso dire niente della catenina perché né l’ho mai vista né vi ho posto attenzione (…)

Don Piccoli mostra di avere bisogno di convincere, avrebbe potuto semplicemente rispondere con un “No”.

Giornalista: L’accusa dice appunto che lei avrebbe potuto strappare questa catenina a Don Rocco.

Don Paolo Piccoli: Sì, ma per farci cosa?

Don Piccoli risponde con una domanda per non rispondere.

Giornalista: Lei viene accusato di un delitto gravissimo, cioè di aver ucciso Don Rocco, lei cosa risponde a questa accusa?

La domanda non è necessaria, se don Piccoli non avesse ucciso don Rocco, lo avrebbe già detto.

Don Paolo Piccoli: Mah, ehm… per quale motivo? Cioè mmm… io non avevo (incomprensibile)… poi non è nel mio carattere, non è certo accanirmi con i sacerdoti anziani.

Don Piccoli risponde con due pause e una domanda per prendere tempo e poi prova a convincere la giornalista di qualcosa che non riesce a negare in modo credibile.

“per quale motivo?” non è un argomento posto che i moventi degli omicidi sono personali e relativi. 

“non è nel mio carattere, non è certo accanirmi con i sacerdoti anziani” non è una negazione credibile. 

C’è da chiedersi cosa intenda don Piccoli per “carattere” e se non è nel suo “carattere”, dov’è?

Si noti “accanirmi” non “uccidere”. Don Piccoli non vuole confrontarsi con l’accusa per evitare lo stress che gli indurrebbe.

Giornalista: Lei era rientrato davvero solamente da un mese.

Don Paolo Piccoli: Esatto, da un mese esatto ero rientrato, dopo 8 mesi di malattia, quindi ero rientrato anche in maniera molto fragile (…)

Don Piccoli, invece di negare a chiare lettere di aver ucciso il povero Don Rocco, si descrive come “molto fragile” in modo che sia l’interlocutore a trarre le conclusioni. 

Giornalista: In questa storia che lo vede accusato c’è il suo DNA, cioè ci sono delle macchioline di sangue nel lenzuolo di Don Rocco.

Don Paolo Piccoli: (…) io ho molteplici patologie e… vi sono queste ehm… queste tracce ematiche che io sono convinto di aver lasciato con i… con i movimenti che le dicevo prima e quindi può darsi che qualcosa si sia staccato nella circostanza in questa azione di forza, in questo… in questo movimentooo… che si deve fare forzatamente con il braccio per… per far uscire dall’aspersorio l’acqua santa.

Purtroppo la risposta è stata tagliata. In ogni caso, ancora una volta don Piccoli non è stato capace di negare di aver ucciso don Rocco. Ha invece tentato di giustificare la presenza del suo sangue sul letto del vecchio sacerdote, ha indebolito la sua tirata oratoria con “io sono convinto” e “può darsi” e si è reso ridicolo con le parole “azione di forza” e “forzatamente”. Estrema unzione e benedizione sono pratiche simboliche che di certo non necessitano dell’uso della forza.mons. Giuseppe Rocco OMICIDIO DI DON GIUSEPPE ROCCO: ANALISI DELLE DICHIARAZIONI DI DON PAOLO PICCOLI

Giornalista: Secondo lei qualcuno voleva male a Don Rocco?

Don Paolo Piccoli: Ah, non ne ho la minima idea, so che era un benemerito anziano sacerdote.

Giornalista: Quindi secondo lei la sua morte a cosa è dovuta?

Don Paolo Piccoli: Non lo posso sapere io… sono convinto che siano state cause naturali.

Giornalista: Quindi lei si dichiara innocente?

Se non è don Piccoli a dirsi “innocente”, perché suggerirglielo? Non si ottengono risposte credibili quando si imbocca l’intervistato, anzi lo si aiuta a mentire.

Peraltro, dirsi “innocente” non equivale a negare l’azione omicidiaria. E, all’epoca di questa intervista don Piccoli era “innocente de iure”.

E’ chiaro che la domanda permetterebbe comunque a don Piccoli di negare in modo credibile.

Don Paolo Piccoli: Io mi dichiaro innocente, io mi dichiaro, però poi so bene anch’io che le cose di questo mondo sono assai complicate e quindi speriamo si possa vedere la luce.

La risposta che ci saremmo aspettati: “Io sono innocente, non ho ucciso io don Rocco, sto dicendo la verità”. 

E invece la risposta di don Piccoli sembra più una precisazione, don Piccoli fa riferimento non alla sua innocenza “de facto” ma a quella “de iure” e si mostra pessimista.

Giornalista: Cosa le fa più male?

Una domanda che permetterebbe a don Piccoli di negare in modo credibile.

Don Paolo Piccoli: Ma io direi la confusione. Vi è una frase dell’antico testamento che dice: “Non in commotione Domini” (leggi “Non in commotione Dominus”), il Signore non è nella confusione e qui vi è una terribile confusione, un continuooo… rinfacciare di tante cose eee… mettere insieme et cetera e quindi: se non c’è il Signore, nella confusione chi c’è? Il demonio.

La risposta che ci saremmo aspettati: “Essere accusato di omicidio, io non ho ucciso don Rocco, sto dicendo la verità”. 

Don Piccoli è un manipolatore. La “confusione” è lui a farla per tentare di convincere di non aver ucciso il vecchio sacerdote senza negarlo in modo credibile. 

Quando Don Piccoli dice “un continuooo… rinfacciare di tante cose” si riferisce a ciò che è emerso su di lui durante le indagini: alcolismo e cleptomania. 

Nel gennaio 2020, un giornalista della trasmissione Chi l’ha visto? ha intervistato don Piccoli:

Don Paolo Piccoli: (…) avevo una tuta da ginnastica e una maglietta con le maniche corte, misi alla svelta… la sottana, presi gli arnesi che servono, la… il rocchetto, la stola, la… la palmatoria con la candela, il vasetto con l’olio santo rituale e mi recai al piano di sopra (…) mi resi conto che era tiepido, procedetti immediatamente a dare la benedizione apostolica, dopodiché procedetti all’estrema unzione, quindi,dovendo fare anche dei gesti molto… molto estesi col braccio, dovetti più volte aspergere con l’asperges tascabile dopodiché io mi sono inginocchiato lungamente dovendomi barcamenare p… per la mia impossibilità, strisciando entrambe le mani per dire le preghiere con il rituale in mano entrambe le me… entrambi gli avambracci per sostenermi su buona parte del letto, quindi, di don Rocco.

Purtroppo la domanda del giornalista è stata tagliata e la risposta non è integrale.

In ogni caso, la risposta di don Piccoli è una lunga tirata oratoria, un racconto interminabile condito con informazioni inutili. 

Don Piccoli dice “dovendo fare anche dei gesti molto… molto estesi col braccio, dovetti più volte aspergere con l’asperges tascabile dopodiché io mi sono inginocchiato lungamente dovendomi barcamenare p… per la mia impossibilità, strisciando entrambe le mani per dire le preghiere con il rituale in mano entrambe le me… entrambi gli avambracci per sostenermi su buona parte del letto, quindi, di don Rocco” per tentare di giustificare il ritrovamento del suo sangue sul letto del vecchio sacerdote.

Giornalista: Non si era accorto di questa perdita di sangue?

Una domanda chiusa che permetterebbe a Don Piccoli di rispondere con un “Sì” o con un “No”.

Don Paolo Piccoli: Ma io sono certo di aver perso del sangue perché non avevo la cam… non avevo la camicia della veste, non avevo messo le creme e tutte le precauzioni che normalmente prendevo, quindi io certamente avrò avuto delle perdite di sangue.

Si noti che la risposta è evasiva. Don Piccoli mostra di avere bisogno di convincere.

Giornalista: Dove c’aveva in particolare, mi vuol far vedere un secondo?

Don Paolo Piccoli: Eh posso far vedere certa…

Giornalista: Sì, il punto dove lei poteva sanguinare.

Don Paolo Piccoli: Gli avambracci, entrambi li avam…

Giornalista: Ma da sopra?

Don Paolo Piccoli: No, da sopra e da sotto, quando lei si gratta, si gratta a 360 gradi.

Si noti che il Piccoli, per non mentire, non parla per se stesso, non dice “io mi grattavo a 360 gradi” ma “quando lei si gratta, si gratta a 360 gradi” nella speranza che sia il giornalista a trarre le conclusioni.

Giornalista: Cioè…

Don Paolo Piccoli: Abbiamo una situazio… (interrotto)

Il giornalista, seppure interrotto, avrebbe dovuto lasciar parlare don Piccoli invece di interromperlo a sua volta. Non è interessante ciò che ha lui da dire, il suo goal dovrebbe essere far parlare don Piccoli. 

Giornalista: Ci sono testimoni che sostengono che lei era distante dal letto e quindi non l’avrebbe toccato.

Don Paolo Piccoli: Ma io continuavo ad andare avanti e indietro da questa benedetta scrivania, quindi sono stato anche… and… anche distante dal letto in certi momenti, dopo un secondo ero vicino al letto, dopo un altro secondo ero di nuovo… di nuovo verso la scrivania.

Si noti che Don Piccoli non dice di essere stato appoggiato al letto ma solo “vicino al letto”.

Don Paolo Piccoli: Mi sono posizionato, il letto più o meno era questo. Mettiamo, ho lasciato il libro così e fatto questa faticosissima manovra per me che ho l’artropodi(leggi artroprotesi) dell’anca e, era un po’ più alto questo letto, e in questa maniera, è quello (interrotto)

Si noti “Mettiamo”. “Mettiamo” indebolisce “ho lasciato il libro così”.

Il giornalista interrompe il don.

Giornalista: In questo punto del letto?

Don Paolo Piccoli: In questo punto più o meno sì eee… oscillando (interrotto)

Il giornalista interrompe il don.

Giornalista: Il corpo il corpo di don…

Don Paolo Piccoli: E qua (interrotto)

Il giornalista interrompe il don.

Giornalista:… di don Pino Rocco era qui.

Il giornalista ha inspiegabilmente continuato ad interrompere don Piccoli per dire che don Pino Rocco era posizionato nel letto con la testa sul cuscino.

Don Paolo Piccoli:e qua (incomprensibile) addirittura… appoggiandosi il libro sul corpo… appoggiandosi il libro sul corpo, quindi qui c’è il corpo, magari io mi sono… in attesa e ecco la fotografia che ha il vicario quando entra, la porta era lì, che… mi vede… mi vede inginocchiato con la… il rocchetto e la stola nera e con le mani sul letto perché tenendo questo libro.

“magari io mi sono…” non solo indebolisce ciò che sta dicendo ma è un’auto censura.

Ancora una volta don Piccoli usa termini e frasi quali “oscillando”, “appoggiandosi il libro sul corpo… appoggiandosi il libro sul corpo” e “con le mani sul letto“ per tentare di giustificare il ritrovamento del suo sangue sul letto del vecchio sacerdote.

Giornalista: E come spiega però che c’era anche un… del… insomma dell’imbrattamento di sangue lì?

Don Paolo Piccoli: Quello è stato precedentemente. Allora, intanto io mi sono dovuto tirare su con… la fatica che può fare una persona con l’artroprotesi di anca, quindi anche strisciando, ripeto: il letto era più alto. Questo è stato fatto all’inizio quando io mi sono dovuto appoggiare per arrivare e quindi chiaramente in qualche maniera arrivare a dare l’unzione.

Si notino le forme passive “Quello è stato precedentemente”, e “Questo è stato fatto all’inizio”. Le forme passive vengono usate per nascondere identità e responsabilità.

Ancora una volta don Piccoli usa termini e frasi quali “mi sono dovuto tirare su con… la fatica”, “strisciando” e “mi sono dovuto appoggiare” per tentare di giustificare il ritrovamento del suo sangue sul letto del vecchio sacerdote.

Antonio Logli durante un’intervista, attraverso la descrizione di un’escalation di azioni sempre più incisive capaci di sgualcire il letto all’inverosimile, provò a convincere i giornalisti che sarebbe stato impossibile capire se la Ragusa avesse dormito nel letto. In primis, Antonio Logli disse che madre e figlia vi si mettevano sopra per la “preghierina”, poi che lui vi si era “portato”, poi che lui lo aveva “schiacciato”, poi che lui si era “allungato” per spegnere la sveglia, poi che la bimba lo apriva, poi che lui si era “buttato” dalla parte di Roberta, poi che lui si era “rotolato”, “andato lì” e infine che era “uscito” dalla parte dove era solita dormire la moglie e lo aveva “compresso”. Un racconto che ricorda da vicino proprio il racconto di Don Paolo Rocco relativo al modo in cui lui impartisce i sacramenti.

Giornalista: Gliela devo fare questa domanda lei ha ucciso Don Pino Rocco?

La risposta a questa domanda si inferisce analizzando le dichiarazioni di don Piccoli: per non mentire, don Piccoli non ha mai negato in modo credibile di aver ucciso il povero don Rocco. 

Don Paolo Piccoli: No, non è nella mia natura di poter… fare del male ma poi massimamente in quella maniera lì così vigliacca. Se avessi fatto una cosa l’avrei fatta certamente in maniera teatrale non… non così segreta oooo compl… e soprattutto complicata.

Con la sua domanda, il giornalista avrebbe potuto indurre don Piccoli a mentire perché il prete avrebbe potuto ripetere a pappagallo le parole del suo interlocutore. In ogni caso, se anche don Piccoli avesse detto “No, non ho ucciso don Pino Rocco” la sua non sarebbe una negazione credibile proprio perché non sarebbe stata spontanea. 

Don Piccoli ha però negato con un “No” e ha poi indebolito la sua negazione con l’aggiunta di una serie di affermazioni che ci rivelano un suo bisogno di convincere. 

C’è da chiedersi cosa intenda don Piccoli per “natura” e, se non è nella sua “natura”, dov’è?

Si noti “fare del male” non “uccidere”. Don Piccoli non vuole confrontarsi con l’accusa per evitare lo stress che gli indurrebbe.

Dicendo “ma poi massimamente in quella maniera lì così vigliacca. Se avessi fatto una cosa l’avrei fatta certamente in maniera teatrale non… non così segreta oooo compl… e soprattutto complicata” contraddice ciò che ha appena detto e tenta di ridicolizzare le accuse. 

Don Paolo PiccoliMa lei mi deve spiegare per quale motivo se noi consideriamo il collegio, il seminario, il sacerdozio, il canonicato e quant’altro io avrei dovuto mettere a repentaglio 43 anni di vita religiosa… di vita re… e di sacrifici relativi per degli oggetti di mmm valore forse complessivo di 30 euro.

No, non è il giornalista a doverlo spiegare ma don Piccoli.

Don Piccoli è stato accusato di aver sottratto dalla scena del crimine un cuscino, cuscino che secondo l’accusa avrebbe usato per uccidere don Rocco.

Don Paolo Piccoli: La stanza era completamente monitorato quindi non vedo come io avrei potuto fare tutte queste processioni avanti e indietro.

Non solo don Piccoli è incapace di negare di aver sottratto il cuscino ma dichiara il falso quando dice che la stanza era monitorata, sappiamo infatti che, dopo l’omicidio, per tre giorni, la stanza di don Rocco è rimasta aperta e non era affatto monitorata. Don Piccoli non solo ha dissimulato durante le interviste ma, in questo caso, ha mostrato di essere anche capace di falsificare.

CONCLUSIONI

Don Piccoli ha ucciso il povero don Rocco.

Nelle due interviste, per non mentire, don Paolo Piccoli ha tentato di convincere i suoi interlocutori di non aver ucciso don Pino Rocco senza negarlo in modo credibile. 

Don Piccoli non possiede il cosiddetto “muro della verità”. Ha tratti antisociali di personalità: è un manipolatore, è privo di senso di colpa e di vergogna ed è incapace di prendersi le proprie responsabilità.

Don Piccoli è un bugiardo abituale con un’alta opinione di sé e delle proprie capacità manipolatorie che ha testato, godendo di buoni risultati, fino al giorno della sua iscrizione nel registro degli indagati per l’omicidio di don Rocco.

MORTE DI MARIA UNGUREANU, CRIMINOLOGA FRANCO: TRE ANNI DI INDAGINI PER TRE REATI, LA VIOLENZA SESSUALE, L’OMISSIONE DI SOCCORSO E LA FALSA TESTIMONIANZA (intervista)

Avv. Salvatore Verrillo

Le Cronache Lucane, 14 giugno 2019

Il 19 giugno di 3 anni fa, Maria Ungureanu, 9 anni, è stata trovata senza vita nella piscina di un casale di San Salvatore Telesino, sul suo corpo i medici legali hanno riscontrati gli esiti di violenze sessuali croniche. Da 3 anni la Procura di Benevento indaga su Daniel Ciocan. Dal giugno 2016 al gennaio 2016, Daniel e Cristina Ciocan sono stati indagati dalla procura di Benevento rispettivamente, per violenza sessuale e omicidio, e per omicidio. Nel gennaio 2019 la procura ha richiesto l’archiviazione per i due fratelli e la posizione di Cristina, che quella sera era in compagnia del fratello, è stata stralciata. Sempre nel gennaio scorso, il GIP Flavio Cusani ha imposto alla procura di Benevento il prosieguo dell’attività investigativa per altri sei mesi e l’iscrizione nel registro degli indagati dei genitori di Maria, Marius e Andrea Elena Ungureanu. I coniugi Ungureanu sono difesi dall’avvocato Fabrizio Gallo e dall’avvocatessa Serena Gasperini, i cui consulenti sono la famosa biologa Marina Baldi e la ancor più famosa psicologa Roberta Bruzzone.

L’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan, ha recentemente presentato un’istanza di avocazione dell’inchiesta sulla morte di Maria Ungureanu alla Procura generale di Napoli. Secondo l’avvocato Verrillo, infatti, la procura di Benevento ha disatteso in parte l’invito del GIP Cusani e quello del Tribunale del Riesame di Napoli a focalizzare sui genitori di Maria, e per questo motivo ha chiesto alla Procura generale di avocare a sé l’inchiesta. Del team difensivo di Daniel Ciocan fanno parte il medico legale Fernando Panarese e la criminologa Ursula Franco, alla quale abbiamo posto alcune domande.

– Dottoressa Franco, ormai da tre anni, lei sostiene che, non solo le violenze che Maria subiva nulla hanno a che fare con la sua morte, che è stata accidentale, ma anche che il nome dell’autore degli abusi sessuali è agli atti da quasi tre anni, non è vero?

Certamente, già nel luglio 2016, i RIS di Roma hanno isolato lo sperma di Marius Ungureanu su una maglietta in uso esclusivo a Maria e sulla coperta del suo lettino. Il passare del tempo e la calura estiva non faranno evaporare questa risultanza. Peraltro, proprio in merito alla posizione dei genitori di Maria Ungureanu, si sono espressi nel giugno 2016 i giudici del Tribunale del Riesame di Napoli: “sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per ciò che concerne gli abusi sessuali”, e, nel dicembre 2017, quelli della Cassazione: “(…) omissione da parte del PM della valutazione probatoria in relazione all’accertata presenza di liquido seminale del padre della vittima sulla maglietta/reperto 27 (…) che anzi sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per quanto concerne gli abusi sessuali (…) come fossero state trascurate importanti ipotesi investigative e come ci si fosse fidati senza alcun controllo delle dichiarazioni rese da Marius Ungureanu, pur a fronte di elementi preoccupanti quali le tracce di sperma appartenenti al predetto rinvenute su una maglietta e su una copertina sequestrate e il tenore di alcune conversazioni registrate (…)”.

– I giudici della Cassazione si sono espressi pure sulla posizione di Daniel Ciocan.

Certamente, hanno sostenuto, evidentemente inascoltati, che “il pregiudizio aveva ispirato l’indagine e che un “colpevole” era stato suggerito fin dall’inizio dalla madre della bambina che aveva espresso labili sospetti sul Ciocan”.

– L’avvocato Salvatore Nicola Verrillo, legale di Daniel Ciocan, durante l’udienza dell’8 aprile 2019, relativa alla riesumazione dei resti di Maria, si era detto contrario: “I periti hanno confermato quanto io ho evidenziato al giudice Giuliano: dopo tre anni la riesumazione non serve a nulla, né per stabilire l’ora della morte, né in relazione ad altre circostanze. Un no, il mio, motivato anche dalla pietà umana e dal rispetto che si deve alla bimba”, dottoressa Franco, che può dirci?

Sono d’accordo con l’avvocato Verrillo, provano le violenze lo stato degli organi, le infezioni che la bambina aveva al momento del decesso e moltissime intercettazioni, pertanto, da questo punto di vista non c’è più nulla da scoprire. Riguardo alla causa di morte, dei tre medici legali che si sono già pronunciati sul caso, nessuno ha mai sostenuto che la bambina sia stata uccisa, anzi, nel giugno 2018, il professor Francesco Introna ha escluso l’omicidio e, proprio in seguito alla sua consulenza, la Procura di Benevento ha chiesto l’archiviazione per i fratelli Ciocan. Sono tre i reati in questo caso giudiziario, la violenza sessuale, l’omissione di soccorso e la falsa testimonianza, gli ultimi due sono stati commessi dall’amica con cui Maria si trovava al momento dell’annegamento.

– Nel gennaio 2019, l’ex giudice del Tribunale del Riesame di Napoli, Nicola Quatrano, che si espresse sul caso nel giugno 2018, in merito alla causa di morte di Maria, ha dichiarato: “Non è successo quello che la Procura di Benevento riteneva fosse successo” e riguardo alle violenze sessuali che la bambina subiva: “Era un aspetto della questione che non è stato approfondito in quest’ansia di trovare degli elementi di prova contro le persone che si era deciso fossero colpevoli”.

Parole sagge di un giudice di grado superiore ma che, evidentemente e inspiegabilmente, non hanno fatto breccia in procura.

– Dottoressa Franco, glielo chiedo ancora una volta, cosa c’è ancora da scoprire in questo caso giudiziario?

Non c’è più nulla da scoprire. E’ ormai un caso chiuso. La verità è negli atti d’indagine e nelle motivazioni delle sentenze del Riesame e della Cassazione. Nella mia consulenza, datata 27 marzo 2017, ci sono il nome di chi abusava della bambina e quello della ragazzina che si trovava con Maria la sera che affogò. Per quanto riguarda il povero Daniel, non solo non è suo lo sperma trovato sulla maglietta in uso esclusivo a Maria e sulla coperta del suo lettino, ma il Ciocan non incontrò più la Ungureanu dopo averla accompagnata a casa intorno alle 20.00 del 19 giugno 2016, né si trovava a San Salvatore Telesino quando la bambina affogò, le analisi effettuate sulle celle telefoniche e sul GPS parlano chiaro, Daniel era a Castelvenere.

– Dottoressa Franco, sulla stampa spazzatura ne abbiamo lette di tutti i colori, ne abbiamo sentite delle belle anche in televisione, ma, soprattutto, si è toccato il fondo quando un giornaletto ha pubblicato la foto del cadavere della bambina per muovere l’opinione pubblica contro Daniel Ciocan.

Il processo mediatico è l’arma di chi tenta di riscrivere fatti già accaduti perché si trova dalla parte sbagliata, ciò che più mi meraviglia non sono gli attori dello stesso, ma il silenzio delle istituzioni.

– Dottoressa Franco, cosa non ha funzionato in questo caso giudiziario?

Ad un mese dalla morte di Maria, c’è stato un corto circuito nelle indagini, il corto circuito ha coinciso con il momento in cui i RIS hanno isolato lo sperma del padre di Maria sulla sua maglietta e sulla coperta del suo lettino. Questo dato estremamente sensibile in un’indagine per violenza sessuale avrebbe dovuto illuminare il pubblico ministero, fermo restando che è a tutti noto che la maggior parte degli abusi sessuali sui minori si consumano in famiglia. Peraltro, gli inquirenti potevano contare anche su intercettazioni incriminanti tra i coniugi Ungureanu. Il fatto che la procura non abbia cambiato rotta non appena i RIS hanno trovato lo sperma di Marius Ungureanu sulla maglietta della bambina e sulla sua coperta è la prova che gli stessi cercavano conferme alla loro ricostruzione, conferme mai ottenute. Questo modo di lavorare è la prima causa di errore giudiziario ed in termini tecnici si chiama “tunnel vision”. In sintesi, la “tunnel vision” è un pregiudizio cognitivo che a volte colpisce gli inquirenti nelle prime fasi delle indagini ed è rappresentabile come una visione centrale ristretta. La mancanza di una visione periferica induce a ritenere che i fatti esaminati abbiano un’unica spiegazione e nonostante nulla conforti l’ipotesi di partenza, chi ne è affetto continua ad indagare a senso unico, sottovalutando, disgregando, ignorando o sopprimendo i dati che non sono di supporto alla propria visione dei fatti e sopravvalutando invece eventuali informazioni di sostegno alla propria ipotesi anche se irrilevanti o inaffidabili.

– Dottoressa Franco, vuole aggiungere qualcosa?

Non solo il nome dell’autore delle violenze che la bambina subiva da tempo è agli atti, senza se e senza ma, ma, purtroppo, è libero di reiterare da tre lunghi anni.

RITO ABBREVIATO, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: SI PRENDA ESEMPIO DAL COMMON LAW (intervista)

Le Cronache Lucane, 4 aprile 2019

Il Senato ha approvato in via definitiva il testo che prevede l’inapplicabilità del giudizio abbreviato ai delitti puniti con la pena dell’ergastolo. Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, così si è espresso: “Con l’approvazione di questa legge in Senato diamo un segnale fortissimo a tutti i cittadini di questo Paese. Il messaggio è che c’è la certezza della pena, non ci sono più gli sconti di pena a cui i criminali un po’ si sono abituati quando ci sono reati gravissimi. Chi sbaglia, con noi al Governo, paga e l’approvazione del provvedimento è un tassello importante in questa direzione. Si tratta di un altro punto del contratto di governo che diventa legge”. La criminologa Ursula Franco ci ha rilasciato una breve dichiarazione:

“Neanche la pena di morte è mai stata un deterrente, è una sciocchezza pensare che, mentre un soggetto uccide, pensi di cavarsela con poco perché poi può avvalersi del rito abbreviato. Aggiungo che la Giustizia non è vendetta, la pena deve essere equa ma soprattutto bisogna guardare alla pericolosità sociale di chi commette un reato. In questo campo il Common Law americano insegna, un soggetto che ha commesso un omicidio può essere condannato al carcere a vita (life in prison without the possibility of parole) o al carcere a vita con la possibilità di uscire dopo aver scontato un certo numero di anni (parole eligible life sentence), ed è in quel momento che una commissione valuta la sua pericolosità sociale e decide se scarcerarlo o meno”.

L’alleanza fra clan e Mara Salvatrucha contro lo statalismo sociale (con un mio intervento)

Punti di contatto (e divergenze) tra la temuta gang centro-americana e la camorra sullo sfondo di città disagiate e abbandonate a loro stesse

Stylo24 – 17 Gennaio 2019

di Stefano Zecchinelli

La Mara Salvatrucha (MS13) è una delle gang più spietate e meglio organizzate del mondo. Il ’’modello’’ criminale delle pandillas centro-americane ha plasmato diverse organizzazioni criminali autoctone conferendogli una pericolosità inedita; sono fluide, controllano con crudeltà il territorio e ripiegano sulla violenza apparentemente fine a se stessa. In un precedente articolo inquadrai il problema in termini sociologici: ‘’L’immigrazione incontrollata, quindi aliena al diritto internazionale, è riconnessa al capitalismo ed alle guerre imperialiste però questo fenomeno antichissimo, oggigiorno, viene indirizzato politicamente da forze con una natura di classe spesse volte contrapposta; la criminalità organizzata ha egemonizzato in alcune aree geografiche il traffico illecito dei migranti, danneggiando prima di tutto l’economia dei paesi post-coloniali‘’ 1. Lo sradicamento genera indottrinamento quindi le cellule eversive diventano delle vere e proprie scuole della criminalità dove giovani emarginati vengono trasformati in feroci assassini. Criminalità e vita quotidiana sono inseparabili; si vive per la Mara. Un interessante articolo pubblicato su La Stampa ci dà ulteriori informazioni: ‘’I corpi e i volti ricoperti di tatuaggi dimostrano la lealtà alla gang e cancellano la vita “precedente”. I disegni hanno una forte carica simbolica. Oltre al numero 13 e le iniziali «MS», che avvolgono i corpi anche in parti nascoste come palpebre e interno del labbro, ricorrono rappresentazioni del diavolo. A volte si tatuano lacrime sotto gli occhi, un macabro conteggio degli omicidi commessi: ogni goccia, un morto’’ 2. L’adorazione del capo – solitamente un killer di fama nazionale – è il collante ‘’ideologico’’ più efficace, ‘’la diserzione è una macchia da pagare con la vita’’, uscirne vivi è quasi impossibile. La globalizzazione della povertà corrisponde alla geopolitica del caos dove le organizzazioni malavitose spadroneggiano. La camorra e l’MS13 hanno un nemico comune: lo statalismo (parola chiave) sociale. Uno Stato presente e democratico con programmi d’integrazione, priverebbe la Mara della ‘’base sociale’’ ridotta a carne da macello; questo spiega l’avversione della pandillas per il governo nicaraguense. Cerchiamo d’inquadrare le modalità (efficaci) di lotta contro la Mara Salvatrucha: ‘’I sandinisti sono in disaccordo con l’approccio elitario (quindi dedito alla repressione indiscriminata) anti-gang della Drug Enforcement Agency (DEA), inefficiente perché non coglie l’origine sociale (di classe) del fenomeno, adottato dai paesi ‘’alleati’’ degli Stati Uniti. Al contrario, il presidente Daniel Ortega creò delle apposite milizie cittadine le quali, collaborando con le forze della sicurezza nazionale, nel giro di non pochi anni hanno smantellato le cellule eversive; MS-13 ed M-18, da mafie spietate divennero organizzazioni criminali, di fatto, fallite. Stato di diritto, tolleranza zero per gli spacciatori e diritti sociali; questa è la ricetta di Ortega contro MS-13 e M-18, misure in parte applicabili anche nel contesto europeo’’ 3. La sinistra statalista latino-americana con la ‘’tolleranza zero’’ verso gli spacciatori si pone agli antipodi della ‘’sinistra’’ movimentista italiana (soprattutto alcuni centri sociali) che disconosce le problematiche derivanti dall’immigrazione di massa. La globalizzazione, stando ad una rigorosa analisi delle dinamiche sociali, è soprattutto globalizzazione del crimine e della povertà quindi deve essere rifiutata.

Gang: la mafia del ventunesimo secolo

L’MS13, nella pratica criminale, ha letteralmente colonizzato la meglio finanziata camorra. Prenderò brevemente in esame (a) l’inquadramento dei delinquenti e (b) la simbologia.

La divisione in cellule fa sì che ogni affiliato abbia contatti soltanto col diretto superiore, mettendolo nell’impossibilità di conoscere i vertici dell’organizzazione; non si tratta dei capi (coloro che comandano le missioni), ma dei fiduciari dell’oligarchia corrotta. Non è casuale che la Mara non abbia dovuto fare i conti col fenomeno dei collaboratori di giustizia; dall’altra parte – rompendo col passato – la camorra non ha più nessuna Cupola. Viene meno il culto del capo; domina il caos creativo e la legge del più forte. Chi trae profitto dalla guerra fra bande? Non è un mistero che le mafie centro-americane vengano finanziate dai settori più corrotti dell’oligarchia ‘’vendi patria’’. Disgregazione delle istituzioni repubblicane, caos, ma anche un intimo rapporto con lo Stato profondo di regimi in mano ai potentati economici anglosassoni. Queste sono le mafie transnazionali.

La firma del clan Sibillo sulle mura della città

Per quanto riguarda il simbolismo mi riavvalgo dell’intervento della criminologia Ursula Franco: ‘’Il clan Sibillo pesca «à la carte» tra i simboli dei gruppi criminali più spietati, sono riconoscibili le barbe alla moda dei jihadisti e un logo che ricorda quello di una famosa gang centro americana. La barba incolta da jihadista è un messaggio potente, ben più decifrabile del simbolismo di cifre e numeri, è un messaggio capace di raggiungere chiunque. Alla barba incolta da jihadista, che ormai fa parte del nostro immaginario collettivo, noi tutti colleghiamo istantaneamente efferatezza e morte, lo stesso non può dirsi del logo ES17 dei Sibillo, quantomeno non in Italia’’; ‘’Prima della morte di Emanuele sui muri di Forcella, gli affiliati del clan Sibillo, per marcare il loro territorio, scrivevano FS17, da dopo l’estate 2015 scrivono le iniziali di Emanuele accompagnate dal numero 17, ES17. Ritengo molto probabile che l’idea iniziale, quella del logo FS17 si rifaccia al logo dei Mara Salvatrucha, MS13’’ 4.

Il richiamo alla (falsa)religiosità ha caratterizzato, praticamente da quando esistono, le organizzazioni malavitose italiane. Don Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata, si autoproclamò Vangelo ed il suo braccio destro prese il nome di Santiere. I boss della mafia siciliana vengono chiamati “mammasantissima”, mentre la ‘ndrangheta è impossibile da infiltrare grazie ai profondi legami familiari che tengono “muti” i picciotti. Adesso le gang proiettano la mafia in una dimensione neo-moderna dove il culto della forza si sovrappone al misticismo (anti)religioso. Le analogie fra MS13 e camorra presentano una parziale discontinuità col rapporto d’affinità ‘’esoterica’’ della ‘ndrangheta con l’ISIS. Si tratta di strutture terroristiche con una rigida gerarchia interna.

Bisogna riconosce che diversi giornalisti investigativi sono riusciti ad infiltrarsi nella Mara – sarebbe impossibile ripetere l’impresa coi locali della ‘ndrangheta o nelle cellule nigeriane – questo mi spinge a ritenere l’MS13 una mafia gerarchica, ma priva di dinamiche d’affiliazione totalitarie; tutto ruota attorno alla prova di forza fisica e psicologica. A differenza di quello che si crede non stiamo parlando d’una mafia etnica, il problema – come per la nuova camorra – è uscirne.

L’utilizzo dei social è propedeutico per arruolare, e successivamente sottoporre al lavaggio del cervello, giovani emarginati. La camorra segue le indicazioni dei tagliagole centro-americani: ‘’Sul motore di ricerca YouTube, canzoni neomelodiche come “E uagliun e miezz a via” (I ragazzi della strada), il cui testo recita “So e uagliun e miezz a via e combattn pa legg, e quann escn nun sann si s van arritirà”, che significa “Sono i ragazzi cresciuti per strada e combattono contro la legge, e quando escono di casa non sanno se vi torneranno”, favoriscono l’assimilazione dei valori camorristici. Alcuni si considerano dei moderni Robin Hood, disposti a morire per l’onore del quartiere, e commentano il video dicendo: “questa è la nostra vita e non si giudica”’’ 5. La disgregazione dello Stato sociale genera mostri, compresa la parziale impotenza delle forze dell’ordine incapaci di prevedere la crescita delle neo-mafie. Una corretta analisi (sociale, sociologica e geopolitica) del fenomeno è, nel medio periodo, la condizione necessaria per sradicare la gang coi suoi ‘’nuovi’’ alleati.

1. https://www.stylo24.it/inchieste/mara-salvatrucha-gang/

2. https://www.lastampa.it/2015/06/13/italia/pestaggi-tatuaggi-e-stupri-per-entrare-nella-gang-la-legge-criminale-della-ms-jqAcrVnNsYBq6ewFosx8HI/pagina.html

3. https://www.scenariglobali.it/non-categorizzato/nicaragua-il-ruolo-delle-gang-e-il-caso-della-mara-salvatrucha/

4. https://www.stylo24.it/inchieste/baby-killer-come-gang-maras/

5. http://mafie.blogautore.repubblica.it/2018/08/29/stdiare-le-mafie-2/

Morte di Maria Ungureanu. La madre di Maria: “Marius, siamo noi colpevoli”.

Morte di Maria Ungureanu. La madre di Maria: “Marius, siamo noi colpevoli”.

da Le Cronache Lucane, 13 gennaio 2018

La criminologa Ursula Franco, che collabora con gli avvocati Salvatore Verrillo e Giuseppe Maturo che difendono i fratelli Cristina e Daniel Ciocan accusati di aver violentato e ucciso Maria Ungureanu, ci chiarisce alcuni particolari relativi alle sconvolgenti rivelazioni del programma Chi l’ha visto sul caso della morte della bambina romena di 9 anni.

La Procura di Benevento e il team che assiste Marius ed Andrea Elena Ungureanu ovvero l’avvocato Fabrizio Gallo, la criminologa Roberta Bruzzone e la genetista Marina Baldi sostengono che Maria sia stata uccisa da un pedofilo omicida; la difesa dei Ciocan e i nove Giudici che si sono pronunciati sul caso ritengono che la bambina sia morta in seguito ad un incidente e che le indagini provino senza ombra di dubbio che ad abusarla fosse suo padre Marius Ungureanu.

Mercoledì scorso Federica Sciarelli ha letto il contenuto di un’intercettazione ambientale relativa al caso Ungureanu, poche ore dopo il ritrovamento del cadavere della piccola Maria, sua madre Andrea Elena Ungureanu ha detto: “Finiamo in carcere Ma(rius)… tutti e due… noi, siamo noi colpevoli, noi sappiamo perché”, dottoressa che significato hanno le parole della madre di Maria?

Andrea Elena Ungureanu, in questa intercettazione, si riferisce alle ripetute violenze sessuali cui Marius Ungureanu sottoponeva sua figlia e delle quali lei evidentemente era a conoscenza. Il maggiore Zerella aveva appena fatto notare ai due coniugi che non potevano non essersi accorti che Maria era vittima di abusi cronici, queste parole, pronunciate poche ore dopo la morte della bambina, non possono che leggersi come una confessione, provano infatti che Andrea Elena Ungureanu conosceva il nome dell’autore degli abusi, già da prima che i RIS trovassero lo sperma di Marius sulla maglietta della bambina. Ciò che colpisce è il fatto che Andrea Elena Ungureanu, poco dopo essere stata appena messa al corrente, non solo della morte di sua figlia ma delle ripetute violenze sessuali di cui era stata vittima, non fosse disperata per la grave perdita ma preoccupata per le proprie sorti e per quelle del marito Marius.

L’avvocato Fabrizio Gallo che difende gli Ungureanu ha dichiarato che i RIS avrebbero attribuito la maglietta sporca di sperma alla madre di Maria, Andrea Elena Ungureanu.

Le indagini hanno permesso di accertare senza ombra di dubbio che la maglietta era in uso esclusivo alla piccola Maria, non solo lo si inferisce facilmente da innumerevoli intercettazioni di conversazioni tra i Marius e Andrea Elena ed altri soggetti, ma sul verbale redatto dai RIS due giorni dopo la morte di Maria e relativo al sequestro della maglietta incriminata e della copertina, su cui è stato isolato lo sperma di Marius Ungureanu, si legge: “tutti gli atti venivano compiuti con la presenza costante di Marius, padre della vittima, il quale a specifica domanda riferiva che tutti gli indumenti e la coperta di cui sopra erano in uso alla propria figlia”. Per completezza le ricordo che i tre Giudici del Tribunale del riesame di Napoli, il GIP e i cinque Giudici della Cassazione, non hanno dubbi riguardo a chi avesse in uso esclusivo la maglietta tanto che si sono espressi in questi termini: “L’attribuzione degli abusi al Ciocan, non solo è da ritenersi indimostrata, ma anche improbabile e in contraddizione con il contesto e che, anzi, sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per quanto concerne gli abusi sessuali, per le tracce di sperma del padre su una maglietta e sulla copertina del suo lettino, per il tenore di alcune conversazioni registrate che fanno trasparire la di lui preoccupazione e per la circostanza che l’ultimo rapporto sessuale subito dalla bambina risale al pomeriggio del giorno della sua morte, quando si trovava a casa (…) Gli inquirenti si sono “fidati senza alcun controllo delle dichiarazioni rese da Marius Ungureanu pur a fronte di elementi preoccupanti quali le tracce di sperma appartenenti al predetto rinvenute su una maglietta e su una copertina sequestrate e il tenore di alcune conversazioni registrate”.