Duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza: breve analisi di un’intercettazione telefonica

Rosaria Patrone e Giosuè Ruotolo

Ruotolo e la sua fidanzata commentano telefonicamente il contenuto di una trasmissione televisiva:

Rosaria Patrone: Tu riesci a mantenere la calma, io no.

Giosuè Ruotolo: Eh no, perchè tu non c’entr… co… cioè, io è vero che ho evitato e poi dice: Ha detto bugie, ha detto bugie! E poi quando fanno il servizio: Giosuè ha omesso di dire quella cosa.

Quando Ruotolo dice alla Patrone “perché tu non c’entri”, lascia intendere che lui invece “c’entri”. Giosuè non tollera che lo si chiami bugiardo perché lui ha solo “omesso di dire” che però equivale a non aver detto tutta la verità.

Rosaria Patrone: Eh…

Giosuè Ruotolo: Cioè questi fan… lo buttano e lo mettono, hai capito!? Perché ormai è… cioè… perché io non ci posso a dicere: Non è che io ho detto bugie ma ho evitato di dire una cosa che non significa una bugia.

Raramente un soggetto falsifica, ce lo conferma Ruotolo, egli riferisce non di aver “detto bugie” ma di aver “evitato di dire”. Un atteggiamento comune.

Paolo Stroppiana, condannato per l’omicidio di Marina Di Modica, durante il processo ha affermato: “Ho saputo della scomparsa di Marina per telefono, avendo accanto la mia fidanzata, non avevo motivo di preoccuparmi, nulla c’entrando con la scomparsa stessa. Non ho detto bugie al fratello, ho detto l’essenziale, non ho visto Marina mercoledì sera”.

Dissimulare significa nascondere alcune informazioni senza dire nulla di falso, è la tecnica preferita di chi intende coprire un proprio coinvolgimento in un omicidio.

Falsificare significa riferire il falso, non solo tacere un’informazione vera ma presentare un’informazione falsa come fosse vera. Falsificare è molto impegnativo, con il passare del tempo chi falsifica si accorge che non può fermarsi alla prima bugia, ma che la stessa, per tenere in piedi l’inganno iniziale, va ripetuta all’infinito, spesso accompagnandola a superfetazioni sempre più articolate.

La dissimulazione è considerata meno riprovevole rispetto alla falsificazione, è un comportamento passivo che fa sentire meno in colpa del comportamento attivo di chi falsifica. Inoltre, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, può sostenere di non aver detto delle cose per dimenticanza o di aver avuto intenzione di rivelare altre cose in seguito.

Riferire di “non ricordare” è un modo di falsificare solo un vuoto di memoria.

Il 90% dei soggetti che mente, dissimula, per evitare lo stress che produce il falsificare, uno stress che è dovuto non solo al senso di colpa, visto che anche i soggetti privi di empatia come i sociopatici dissimulano, ma spesso al fatto che falsificare li espone maggiormente, rendendoli vulnerabili e quindi a rischio di essere scoperti e accusati non solo di essere dei bugiardi, cosa intollerabile ai più, ma eventualmente anche del reato in ballo.

La legge prevede il reato di falsa testimonianza non solo nel caso un soggetto falsifichi ma anche nel caso dissimuli. L’Art. 372 del codice penale parla chiaro: “Chiunque, deponendo come testimone innanzi all’Autorità giudiziaria, afferma il falso o nega il vero, ovvero tace, in tutto o in parte ciò che sa intorno ai fatti sui quali è interrogato, è punito con la reclusione da due a sei anni”.  

Rosaria Patrone: Eh, infatti.

La Patrone dice inizialmente “Tu riesci a mantenere la calma, io no”, in realtà, per tutto lo scambio, appare passiva e disinteressata.

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Duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza: intervista

GIOSUE’ RUOTOLO ERA INNAMORATO DI TRIFONE RAGONE

Il 7 novembre sarà emessa la sentenza del processo a carico di Giosuè Ruotolo, arrestato il 7 marzo 2016 per il duplice efferato omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza, uccisi da 6 colpi d’arma da fuoco nel parcheggio della palestra di pesistica dove Trifone si allenava. L’arma utilizzata, una Beretta del 1922, è stata ritrovata nel lago di un parco poco distante dalla scena del crimine.
Abbiamo posto alcune domande alla criminologa Ursula Franco.

Giosuè Ruotolo e Trifone Ragone

pubblicato su Le cronache Lucane il 25 ottobre 2017

Dottoressa Franco secondo lei qual’è il movente del duplice omicidio, sappiamo che su questo punto lei non è d’accordo con l’accusa.

Giosuè Ruotolo uccise Trifone Ragone non perché temesse di essere denunciato o perché fosse in competizione con lui, lo uccise perché era innamorato di lui ed è probabile che i due abbiano avuto un contatto sessuale del quale il Ruotolo si era pentito, l’omicidio di Ragone gli ha permesso di cancellare quell’onta e quello di Teresa di eliminare l’odiata rivale. Con i suoi messaggi su Facebook a Teresa, Ruotolo intendeva distruggere il rapporto tra lei e Trifone perché era geloso della Costanza. Solo spiegandosi l’omicidio di Teresa Costanza, che non è casuale, si arriva al vero movente dell’omicidio del Ragone.

Che cosa non regge nelle dichiarazioni di Giosuè Ruotolo?

A parte il fatto che Giosuè Ruotolo non ha mai negato in modo credibile di essere l’autore del duplice omicidio, né di aver posseduto un’arma, né di essere attratto dagli uomini, quando Ruotolo ha ripercorso in auto, insieme ai pm, il tragitto della sera dell’omicidio di Trifone e Teresa, una volta giunto nel parcheggio dove è avvenuto l’efferato delitto, ha ammesso tra le righe che la sera del duplice omicidio ci fossero stalli liberi: ” (…) e qua ho girato… mi sono messo dove sta quest’auto grigia più o meno qui, qui, c’erano… volevo posto qui avanti e non c’erano, ho atteso un po’, ho acceso lo stereo… non avevo posti per parcheggiare (…)”, Ruotolo non ha detto ai pm Pier Umberto Vallerin e Matteo Campagnaro che non vi fossero posti liberi in tutto il parcheggio ma che non ce n’erano nell’area dove lui aveva intenzione di parcheggiare la macchina. E’ chiaro che questa circostanza lo incastra e prova che non era sua intenzione parcheggiare l’auto per poi andare in palestra ma semplicemente lasciarla in seconda fila per poter scappare più facilmente dopo il duplice omicidio.

Che può dirci del rapporto tra Giosuè Ruotolo e la sua fidanzata Rosaria Patrone?

Un rapporto patologico, fondamenta del duplice omicidio. Tra i messaggi agli atti inviati dalla Patrone al Ruotolo ve ne sono tre che sono particolarmente significativi: “Giosuè, sono la mamma di Rosaria. Rosaria è in coma”, “è in obitorio, aspettiamo le analisi e vediamo” e “Rosaria ha perso il bambino ed anche lei è molto grave”, non certo catalogabili come sciocchezze dettate dall’ingenuità come la Patrone vuol far credere ma segnali di un discontrollo alla base del quale c’è un disagio psichico. Non solo, Rosaria riferì a Giosuè che una soldatessa amica di Trifone l’aveva aggredita a Somma Vesuviana e che il mandante era proprio il Ragone. Siamo nell’ambito della menzogna patologica.

Duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza: analisi di un’intervista rilasciata da Rosaria Patrone

Giosuè Ruotolo e Rosaria Patrone

Giosuè Ruotolo e Rosaria Patrone

Giosuè Ruotolo è accusato del duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza, avvenuto a Pordenone il 17 marzo 2015, da qualche mese è detenuto in attesa di giudizio. La prima udienza del processo che lo vede imputato si svolgerà ad Udine il 10 ottobre 2016. All’epoca del delitto Rosaria Patrone era la sua fidanzata, la donna è accusata di favoreggiamento in relazione al duplice omicidio.

Trascrizione e analisi di un’intervista rilasciata da Rosaria Patrone:

Giornalista: Prima di tutto, come vivi un po’ tutta questa situazione e perché hai accettato l’intervista con noi?

Rosaria: Male, sto male che non è facile convivere con queste continue cattiverie gratuite che dicono sulla mia persona, vengo continuamente insultata e infangata da giornali, da programmi televisivi e soprattutto da persone che non conosco e che non mi conoscono.
Ho deciso di rilasciare queste dichiarazioni perché ho visto che il vostro programma sponsorizza una frase cioè: “Io rispetto” e a tal proposito vorrei dire che io ho sempre rispettato e non capisco perché non dovrei essere rispettata di conseguenza.

Già da subito si intuisce la mancanza di empatia della Patrone, la donna sta male solo per se stessa; è inoltre significativo che non siano le accuse mossele dalla magistratura a farla star male ma gli insulti e il fango che le è stato gettato addosso dai Media. Ci saremmo aspettati che il suo primo pensiero andasse alle vittime e poi a Giosuè, che lei ritiene innocente e che si trova in galera da mesi, e ci saremmo anche aspettati che si difendesse dalle accuse e che soffrisse a causa di queste.

Giornalista: Tu sei anche formalmente accusata di favoreggiamento, ecco, ma diciamo: che responsabilità ti riconosci? Ecco, cosa pensi di dover rispondere?

Il giornalista aggiunge alla prima una seconda domanda scontata, non solo inutile ma pure dannosa, ritarda la risposta della Patrone lasciandole più tempo per articolarla.

Rosaria: Sicuramente l’aver avvicinato quelle che erano le mie amiche è stato un errore, un errore dettato dalla mia giovane età, dalla mia ingenuità, quello che però volevo io era evitare che chiunque avesse creato quel profilo Facebook non avrebbe avuto problemi al lavoro perché, per quanto ne so, quel profilo era stato creato all’interno di una caserma e questa cosa non eraa…

Ad onor del vero, il Procuratore della repubblica di Pordenone, Marco Martani ha dichiarato che “Tre amiche hanno anche riferito che la Patrone, in un’occasione accompagnata dalla mamma, consegnando dei pizzini in cui si sollecitava le amiche a restare in silenzio, le invitava a non far trapelare nulla del profilo Facebook, parlando con loro soltanto all’aperto e coi telefonini spenti per paura di essere controllata dai carabinieri”.

Per la Patrone l’errore non è stato intralciare le indagini negando agli inquirenti di essere a conoscenza di quel profilo Facebook ma aver chiesto alle amiche che ne erano a conoscenza di tacere. Difficile credere che lo abbia fatto per evitare al signor “chiunque” ripercussioni in campo lavorativo. Rosaria non nega né ammette di aver saputo che Giosuè fosse l’autore del profilo ma tiene a dire che avrebbe taciuto per “chiunque”, cercando di far passare il messaggio che lei è un’altruista, eppure si è mostrata priva di empatia nei confronti delle vittime e del Ruotolo. E’ difficile pensare che una donna così attenta al suo prossimo, come lei si dipinge, durante un’indagine per un duplice omicidio, sia stata più interessata alla carriera di uno sconosciuto che alle vite spezzate di due giovani. Il finale della risposta della Patrone è monco: “e questa cosa non eraa…” e prova che qualcosa è stato lasciato fuori.

Giornalista: Quindi, ricordiamolo, tu hai avvicinato le tue amiche chiedendo nel caso fossero sentite, fossero state sentite dagli inquirenti, non rivelassero l’esistenza ed il fatto che tu gli avessi parlato di quel profilo, falso profilo Facebook da cui erano state inviate frasi, diciamo velenose, a Teresa, giusto?

Il giornalista fa il punto, un errore grossolano. Il suo compito è intervistare non suggerire. 

Rosaria: Sì.

Naturalmente dopo la tirata oratoria del giornalista alla Patrone non resta che rispondere con un semplice ed inutile Sì.

Giornalista: Tu sapevi che quel profilo l’aveva creato Giosuè?

Rosaria: (tempo di latenza maggior del normale) Guardi, io non so precisamente da chi è stato creato questo profilo, so solamente che è stato creato in una caserma, di conseguenza non volevo creare alcun problema.

La Patrone non nega in modo credibile, è vaga e l’uso dell’avverbio “precisamente” la tradisce. Rosaria ci dice che per lei c’è differenza tra il non sapere una cosa e il non saperla precisamente, lasciandoci pensare che la sappia.

Giornalista: Ecco, ma perché? Che problema pensavi potesse avere Giosuè nel caso specifico perché era il tuo fidanzato?

Rosaria: Creare un profilo o meglio usufruire di internet all’interno di una postazione di lavoro non è lecito, di conseguenza io volevo evitare questo.

La Patrone è poco credibile, la creazione di un profilo Facebook all’interno di una caserma è un’inezia rispetto all’accusa gravissima di duplice omicidio con cui il Ruotolo deve fare i conti.

Giornalista: Volevi evitare che Giosuè avesse problemi perché aveva usato i computer della caserma e quindi insomma dovesse rispondere di peculato.

Il giornalista fa di nuovo il punto commettendo ancora una volta, un errore grossolano. Il suo compito è intervistare non suggerire.

Rosaria: Esatto. Sì.

Naturalmente dopo la tirata oratoria del giornalista alla Patrone non resta che rispondere con un semplice ed inutile “Esatto. Sì”.

Giornalista: Non l’avevi fatto perché tu volevi nascondere eventuali responsabilità di Giosuè nell’omicidio di Teresa e Trifone, è così?

La domanda del giornalista è sbagliata perché ricca di suggerimenti. 

Rosaria: Assolutamente.

“Assolutamente”, non significa nulla, non è una negazione credibile se non accompagnata da un “No”. La Patrone non è in grado di negare neanche mutuando le parole dal giornalista che le suggerisce nella domanda di farlo. Se Rosaria non è in grado di negare in modo credibile, non saremo noi a farlo per lei.

Il Procuratore della repubblica di Pordenone, Marco Martani ha dichiarato che “Rosaria aveva confidato ad alcune amiche di sentirsi in colpa temendo di essere stata lei la causa del duplice omicidio” e che “temeva di essere stata ricollegata al delitto per essere entrata nel profilo Facebook anonimo. Un dettaglio quest’ultimo che le amiche ci hanno riferito e che non potevano aver appreso dalla stampa, e che quindi può essere frutto solo del fatto di averla ascoltata dall’interessata. Circa i messaggi inviati dal profilo, una ventina in tutto, sono stati inviati tutte le volte che Ruotolo era in servizio e aveva accesso ai pc della caserma da cui sono partite le missive vessatorie”.

Giornalista: Più volte le mamme di Teresa e Trifone ti hanno pubblicamente invitato a dire tutto quello che sai perché venga scoperta la verità, ecco, tu che cosa rispondi a queste due mamme?

Rosaria: Io ho sempre detto tutta la verità o meglio tutto quello che sapevo, tutto quello che so e non ho mai nascosto nulla, purtroppo il fatto di credere nell’innocenza di Giosuè viene letto come un voler nascondere qualcosa ma sta di fatto che io non conoscevo le vittime e soprattutto vivevo a chilometri di distanza.

La Patrone dopo aver detto “Io ho sempre detto tutta la verità” aggiunge “o meglio”, un avverbio che indebolisce la sua affermazione e ci fa pensare che abbia taciuto qualcosa. Rosaria ci dice che quando lei parla usa un filtro, l’innocenza di Giosuè, una specie di dogma, un dato di fatto che la donna non prova neanche a motivare. Infine, non la assolvono automaticamente dall’accusa di favoreggiamento il fatto che vivesse a chilometri di distanza e che non conoscesse le vittime, nessuno la accusa di essere stata l’esecutrice materiale del duplice omicidio.  

Giornalista: Anche gli inquirenti ritengono che tu possa non aver detto alcuni particolari che potrebbero aiutare a capire esattamente come sono andate le cose, ecco, tu che cosa rispondi?

Rosaria: Ho affrontato, mm in tutte le volte che sono stata chiamata, più di 20 ore di interrogatorio e ho detto effettivamente tutto quello che sapevo.

La Patrone usa l’avverbio “effettivamente” per affermare di aver detto tutto ciò che sapeva agli inquirenti, una scelta che indebolisce la sua risposta. Viene da chiedersi che cosa siano 20 ore di interrogatorio e perché la Patrone lo rimarchi, se si può essere utili agli inquirenti in un caso così drammatico quale è l’omicidio di due giovani.

Giornalista: Di te, no? si è tratteggiato un po’ anche questo personaggio che mandava, no? questi messaggi con queste fantasie a Giosuè in cui tu ti fingevi o moribonda o addirittura che avevi subito delle aggressioni sessuali  etc, etc?

Rosaria: Lo facevo per attirare maggiore attenzione, attenzioni da Giosuè, attenzioni che mmm magari non mi venivano date quante, quante io ne volevo, insomma eh lo facevo per questo.

Giornalista: Adesso ripensandoci cosa pensi di quei messaggi?

Rosaria: Sono sciocchezze, sono coseee cioè insomma non mmm, sono un po’ esagerati come messaggi, questo sì, però sempre sono sempre dettati dalla mia ingenuità, dal mio essere un pochino bambina, insomma.

Tre dei messaggi inviati dalla Patrone al Ruotolo recitano così: “Giosuè, sono la mamma di Rosaria. Rosaria è in coma”, “è in obitorio, aspettiamo le analisi e vediamo”Rosaria ha perso il bambino ed anche lei è molto grave”. La Patrone raccontò molte menzogne sulle sue condizioni di salute all’allora fidanzato Giosuè Ruotolo e gli riferì pure che una soldatessa amica di Trifone l’aveva aggredita a Somma Vesuviana e che il mandante era il Ragone. 

Né i messaggi inviati a Giosuè né le altre menzogne di Rosaria sono catalogabili come sciocchezze dettate dall’ingenuità ma come segnali di un disagio psichico, con tutta probabilità un disturbo istrionico di personalità. 

Il bugiardo patologico attraverso le sue bugie costruisce un personaggio, decora se stesso, spesso ritagliandosi un ruolo da eroe o da vittima e lo fa in modo ‘cronico’ e per una causa endogena. Le storie che i mentitori patologici raccontano sono plausibili anche se frutto della loro fantasia. La bugia patologica può essere un disturbo isolato o la punta di un iceberg, il sintomo di altri disturbi quali una psicopatia, un disturbo narcisistico o un disturbo istrionico di personalità, in ogni caso è un segnale di discontrollo. 

Dopo tutte le bugie dette al Ruotolo è difficile credere che la Patrone ora dica il vero.

Giornalista: Perché tu alle 20 e 13 di quella sera, la sera in cui vengono uccisi Trifone e Teresa, mandi quello strano messaggio a Giosuè in cui dici: Amore, per caso mi nascondi qualcosa che hai fatto?

Rosaria: Giorni precedenti avevamo avuto dei litigi, io questa cosa l’ho anche più volte ribadita aaa… (interrotta)

Il fatto che la Patrone dica che questa cosa l’ha anche più volte ribadita (sottintendendo agli inquirenti) non ne fa una verità ma è un segnale di menzogna. Purtroppo il giornalista interrompe Rosaria sul più bello.

Giornalista: Litigi sempre per gelosia? Per queste cose qui?

Il giornalista non solo interrompe la Patrone ma le suggerisce il motivo dei litigi: la gelosia. Il fatto che lui sappia che Rosaria era gelosa non lo autorizza a bruciarsi la risposta.

Rosaria: Sì, erano sempre litigi legati magari a uscite emm con possibilii ragazze mm con amici e quindi diciamo che era uno strascico, uno strascico di litigio e… (interrotta)

Giornalista: Quindi in sostanza quella sera…

Interrompere l’intervistata è un errore grossolano.

Rosaria: … facevo questa domanda sempre relativamente a questi, a queste uscite, a questi litigi.

Giornalista: Quella sera lui non ti rispondeva?

Rosaria: No.

Giornalista: E quindi tu hai subito cominciato a pensare, hai mandato quel messaggio.

La conclusione è del giornalista, non della Patrone.

Giornalista: La tua relazione con Giosuè credo che sia finita da entrambe le parti, che cosa pensi di Giosuè? Della sua situazione? E’ colpevole o innocente?

Quando si pongono più domande in serie l’intervistato sceglie a quale rispondere. 

Rosaria: Io credo nell’innocenza di Giosuè, certo non mi va di parlare della mia vita privata però non ho mai detto di averlo lasciato, questo non l’ho mai detto.

La Patrone non dice di non aver lasciato il Ruotolo, dice semplicemente di non averlo detto. 

Giornalista: E per te resta comunque innocente?

Rosaria: Sì, sì, io credo, ho sempre creduto nella sua innocenza, ci credo tuttora.

Giornalista: Perché Rosaria? Se te lo posso chiedere?

Rosaria: Perché lo conosco.

Giornalista: E quindi?

Rosaria: Lo conosco eee è un ragazzoo straordinario, per me.

La Patrone afferma che il Ruotolo è un ragazzo straordinario, per me, specificando che lo è per lei, non in assoluto.

Giornalista: Nonostante tutte le bugie che ha detto anche lui?

Rosaria: Credo in lui.