Suicidio di David Rossi: analisi di alcuni stralci di un’intervista rilasciata da Ranieri Rossi e Carolina Orlandi a Gianluigi Nuzzi di Quarto Grado

David Rossi

David Rossi era il responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, il 6 marzo 2013 si è suicidato gettandosi dalla finestra del suo ufficio, poco tempo prima di suicidarsi aveva subito una perquisizione, la seconda, e temeva di venir arrestato.

Sono agli atti innumerevoli testimonianze in questo senso di familiari e colleghi:

– Venerdì primo marzo 2013, 5 giorni prima di suicidarsi, David Rossi aveva esternato a sua moglie Antonella Tognazzi la paura che all’indomani sarebbe stato arrestato, dicendo testualmente che sarebbero andati a prelevarlo nella giornata di sabato stante la chiusura per il week end dei mercati finanziari. Ed alla risposta della moglie che, sdrammatizzando ed evidentemente non dando troppo peso alle parole del marito, gli diceva che se poi il temuto arresto il giorno dopo non fosse avvenuto si sarebbe dovuto tranquillizzare, Rossi aveva chiuso il discorso affermando che “sarebbe già una buona cosa” (dall’Ordinanza di accoglimento della Richiesta di Archiviazione, 5 marzo 2014).

– Martedì 5 marzo 2013, David Rossi si era mostrato talmente angosciato dalla preoccupazione di essere intercettato dagli inquirenti che aveva preso a comunicare con sua moglie Antonella Tognazzi e la di lei figlia Carolina Orlandi per iscritto (dall’Ordinanza di accoglimento della Richiesta di Archiviazione, 5 marzo 2014).

– Il 7 marzo 2013, il Presidente del Monte dei Paschi dell’epoca, Alessandro Profumo, sempre riguardo al 5 marzo, giorno precedente alla morte di David, ha dichiarato agli inquirenti: “Ricordo che due giorni fa lo invitai a raggiungermi nel mio ufficio per ragioni di lavoro e lui in quelloccasione mi rinnovò la sua preoccupazione; temeva in particolare di poter subire conseguenze penali dalle indagini in corso, mostrava preoccupazione addirittura di essere arrestato” (dall’Ordinanza di accoglimento della Richiesta di Archiviazione, 5 marzo 2014).

– La consulente coach della Banca, Carla Lucia Ciani ha riferito agli inquirenti il contenuto di una conversazione della mattina del 6 marzo 2013 tra lei e David Rossi: “Mi ha manifestato una situazione di ansia derivante dalla perquisizione subita, in un contesto già problematico disse che era un momento in cui gli stava cadendo addosso il mondo… la morte del padre, la crisi del Monte, lo stato di salute della moglie, e perquisizioni da lui subite. Insomma lui si sentiva dentro una serie di situazioni negative che non riusciva a gestire (…) Si sentiva quasi il senso di disgrazia imminente, questo era fortissimo tant’è che usava espressioni quali “ho paura che mi possano arrestare”, “ho paura di perdere il lavoro” (…) “io mi sto comportando male, da quando ho subito la perquisizione ho fatto una cavolata dietro l’altra” (…) disse di aver fatto una cavolata mandando uno comunicazione a VIOLA chiedendo protezione, in ciò quindi mostrando la sua fragilità all’azienda e dall’altra temendo di aver messo a disagio Viola se non addirittura irritato (…) Quando ha iniziato a parlarmi della frustrazione, a prefigurarsi delle pre-immagini negative, mi parlò della paura di essere arrestato, del fatto che sua moglie non fosse in condizioni di sostenersi; che avrebbe perso il lavoro se fosse successo qualcosa di grave” (dall’Ordinanza di accoglimento della Richiesta di Archiviazione, 5 marzo 2014)..

Di seguito l’analisi delle recenti dichiarazioni rilasciate da Ranieri Rossi, fratello di David Rossi e da Carolina Orlandi, figlia della compagna di David, a Gianluigi Nuzzi di Quarto Grado:

Gianluigi Nuzzi: David è stato picchiato ma bisogna chiedersi da chi è stato picchiato e allora: Carolina e Ranieri, lui aveva subito delle intimidazioni?

Gianluigi Nuzzi, sostituendosi alla procura, lascia intendere al suo pubblico che non vi siano dubbi che David Rossi sia stato picchiato, accreditando, senza averne le competenze, una morte omicidiaria.

Ranieri Rossi: Che io sappia no, però… eh… certo, lui era molto preoccupato, l’ultimo giorno che io l’ho visto e in cui siamo stati a pranzo, lui in macchina con me guardava continuamente gli specchietti e teneva… temeva di essere seguito, perché uno altrimenti non guarda gli specchietti in macchina.

David non ha subito alcuna intimidazione, non è emerso nulla in tal senso né dalle indagini svolte dalla procura né da quelle svolte dai consulenti della famiglia Rossi ma Ranieri lascia spazio al dubbio con un ” però… eh… certo, lui era molto preoccupato”

E’ vero che David “era molto preoccupato” ma nonostante Ranieri Rossi sia a conoscenza del  motivo di tanta preoccupazione omette con cura di riferirlo al conduttore. David, come abbiamo visto, temeva di venir arrestato, ma Ranieri non desidera che si sappia.

Ranieri dissimula per evitare che il pubblico di Quarto Grado, una volta venuto a conoscenza della paura palesata da David a familiari e colleghi, comprenda che David semplicemente temeva di essere seguito da inquirenti in borghese e non da fantomatici sicari.

Gianluigi Nuzzi: Ma non le disse nulla, non disse…?

Nuzzi suggerisce una risposta negativa.

Ranieri Rossi: Non mi disse niente, poi andammo al ristorante, normali, in un bar e anche lì si guardava sempre intorno come se uno avesse paura di qualcosa.

Ranieri risponde “Non mi disse niente” e poi sposta il focus.

Gianluigi Nuzzi: Ma non era uno sospettoso di suo?

Ranieri Rossi: Ma no, in genereee, insomma, era uno tranquillo nella sua vita, a parte gli ultimi, ecco, gli ultimi tempi.

Carolina Orlandi si intromette: (incomprensibile) una persona molto razionale, Davide era una persona molto razionale e nell’ultimo periodo, se è cambiato, non c’è stata nei suoi occhi solo preoccupazione ma una paura effettiva, secondo me anche di… di qualcosa che evidentemente non poteva spiegarci, che evidentemente non poteva dirci ma che lui sentivaaaa molto vicino a sé, proprio perché si guardava…

Quando Carolina dice “secondo me anche di… di qualcosa che evidentemente non poteva spiegarci, che evidentemente non poteva dirci ma che lui sentivaaaa molto vicino a sé”, con l’uso della parola “anche” ci mette al corrente del fatto che lei è a conoscenza di un motivo di “preoccupazione” e “paura effettiva” di David ma si guarda bene dal renderlo pubblico. E’ chiaro che con la parola “anche” Carolina non può che riferirsi alla paura che aveva David di venir arrestato.

Carolina, invece di riferire ciò che sa, invita il pubblico a fantasticare dicendo che quel “qualcosa” che preoccupava e spaventava David era “qualcosa che evidentemente non poteva spiegarci, che evidentemente non poteva dirci ma che lui sentivaaaa molto vicino a sé”, si tratta di conclusioni completamente sganciate dalle risultanze investigative, illazioni di Carolina Orlandi che gettano ombre sinistre su persone vicine a David Rossi.   

Gianluigi Nuzzi: Ma si era confidato con voi? Vi aveva fatto capire dov’era il punto di rischio? Dov’era la sorgente di quelle sue preoccupazioni?

Carolina Orlandi: Nno. Non l’ha mai fatto nello specifico, almeno a casa eee…

Carolina Orlandi mente. La Orlandi è smentita dalla testimonianza di sua madre Antonella Tognazzi. Carolina Orlandi, a 5 anni dai fatti, non può non sapere che pochi giorni prima di suicidarsi David aveva detto ad Antonella Tognazzi di temere di venir arrestato.

Non sono solo gli atti d’indagine a smentire Carolina ma anche la sua risposta. La Orlandi è incapace di rispondere con un netto “No” e fa seguire ad un “Nno”, dove si sofferma sulla lettera “N” per prendere tempo per rispondere, almeno 11 parole finalizzate alla persuasione del suo interlocutore. Ogni parola che segue ad una negazione la indebolisce.

Carolina mostra di non possedere la protezione del cosiddetto “muro della verità”, un’impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di rispondere con poche parole che non lasciano dubbi. A differenza della Orlandi, chi possiede il “muro della verità” non ha la necessità di convincere nessuno.

Ranieri Rossi: Quella sera non me lo disse, disse solo delle cose che poi ho riportato, che sanno tutti, che un amico mi ha tradito e ho fatto una cavolata ehm però mmmm non mi sembrava neanche il caso in quell’occasione di chiedergli.

Anche Ranieri Rossi risponde alla domanda di Nuzzi cui in precedenza ha risposto la Orlandi ed anche lui mostra di essere privo del “muro della verità”.

Da notare che la domanda rivolta a Ranieri e Carolina da Nuzzi è generica. Nuzzi non ha chiesto a Ranieri che cosa si fossero detti durante l’incontro del 6 marzo 2013 ma Ranieri, per evitare di riferirgli di essere a conoscenza del fatto che suo fratello temeva di venir arrestato si limita a riportare parte dei contenuti del colloquio intercorso tra lui e suo David l’ultimo giorno.

Quando Ranieri dice “Quella sera non me lo disse” lascia peraltro intendere che David gli avesse confidato in precedenza i motivi della sua preoccupazione. In ogni caso è difficile pensare che Ranieri e la Tognazzi non si siano mai confrontati su questo tema nei giorni precedenti e nei 5 anni successivi al suicidio di David.

Vi chiedete il perché Ranieri Rossi abbia dissimulato e il perché Carolina Orlandi abbia dissimulato e mentito. Non si tratta di autoinganno, sia Ranieri che Carolina non hanno lasciato filtrare alcune informazioni perché la verità non gli fa gioco in quanto accredita il suicidio di David. 

Ciò che ha permesso a Ranieri di dissimulare e a Carolina di dissimulare e mentire senza provare senso di colpa, sono il convincimento di averlo fatto per una nobile causa e la consapevolezza di avere l’opinione pubblica dalla propria parte.

Ranieri e Carolina si stanno comportando esattamente come una procura che, forte del proprio convincimento astratto, pur non avendo alcuna prova che possa supportarlo, trascina a sé un’opinione pubblica alla quale mente e nasconde le risultanze d’indagine che smonterebbero la propria errata ricostruzione dei fatti. Una prece.

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Filippone si è suicidato di schiena come David Rossi (intervista)

La criminologa Ursula Franco analizza la tragedia familiare di francavilla a Mare: l’uomo era incapace di vedere un futuro per moglie e figlia

Stylo24, 25 maggio 2018

La criminologa Ursula Franco, ci spiega il perché Fausto Filippone potrebbe aver ucciso moglie e figlia e poi essersi ucciso

Che cosa è successo esattamente in quello 8 drammatiche ore?

Alle 12.06 del 20 maggio 2018, Fausto Filippone, 49 anni, dirigente di una grande azienda di abbigliamento maschile, ha spinto sua moglie Marina Angrilli, 52 anni, giù dal balcone della loro casa, non ha chiamato il 118, non l’ha accompagnata in ospedale pur sapendo che era caduta, è invece andato a prendere sua figlia dagli zii e circa un’ora dopo l’ha uccisa scaraventandola da un viadotto della A14 nei pressi di Francavilla al Mare (Chieti), alle 19.57 si è suicidato lanciandosi dallo stesso ponte. Filippone, come David Rossi (l’ex manager di MdP, su cui sono state avanzate diverse ipotesi di omicidio, ndR), si è suicidato gettandosi di schiena, in questo caso sono disponibili una ripresa video e molte fotografie.

E’ possibile ipotizzare un movente?

Per quanto riguarda il movente, sono due le possibilità, o la moglie Marina aveva deciso di lasciarlo e Filippone ha deciso di uccidere i suoi familiari per riprenderne il controllo che percepiva perduto o Fausto Filippone era depresso e ha deciso di suicidarsi e di portare con sé moglie e figlia perché incapace di vedere un futuro per loro. Filippone potrebbe aver messo in atto un “suicidio allargato”.

Di che cosa si tratta?

In questo secondo caso, dal suo punto di vista, gli omicidi dei familiari sono stati omicidi altruistici e li ha commessi per tutelare i suoi familiari dalle sofferenze che, secondo lui, la vita aveva in serbo per loro.

David Rossi: analisi grafologica

Pubblico l’ottima analisi del grafologo Guido Angeloni che ha esaminato la scrittura dei biglietti ritrovati nel cestino dello studio di David Rossi dopo la sua morte.

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La grafia dei biglietti di David Rossi qui riprodotti è compatibile o meno con le grafie note dei soggetti che hanno deciso di andarsene per mano propria?
Come scrivono le persone che si uccidono, per come è stato possibile comprendere sinora? Quale contributo potrebbe apportare la grafologia alle scienze forensi e criminologiche?

E’ in discussione la paternità delle scritte di tre biglietti contenenti possibili messaggi di congedo di una persona che potrebbe essersi suicidata, il signor David Rossi. Una consulenza tecnico grafica grafologica di parte, su incarico o per conto della moglie del signor Rossi, attribuisce la paternità dei biglietti a tale signore. E’ stato reso noto, però, che la stessa consulenza ha ravvisato nella grafia dei biglietti “delle irregolarità ed anomalie, in particolare la contemporanea presenza di tratti fluidi e sciolti e di movimenti lenti, incerti o stentati suggerendo una realizzazione presumibilmente forzata, psicologicamente e fisicamente, e quindi una scrittura condizionata dalla mancanza della piena libertà dei movimenti”.
Se ne ricava che il titolo dell’articolo del giornale interessato (cfr. fig.) è errato: stando i colleghi si sarebbe in presenza di biglietti autografi, seppur – “presumibilmente”, ossia non certamente – realizzati per effetto di coercizione. Si fa riferimento infatti ad una presumibile mancanza di libertà fisica (della persona e non della mano scrivente) e di conseguenza è verosimile che si sia voluto ipotizzare che il tenore dello scritto sia stato imposto con la forza da una minaccia concreta e presente nel momento in cui le scritte sarebbero state realizzate.
Posto quanto sopra, anche le dichiarazioni della moglie diventerebbero più comprensibili. Frasi come “Io odio di essere chiamata Tony” e le altre che si possono leggere in fig. quindi sarebbero la prova che lo scrivente avesse voluto comunicare, all’insaputa di chi lo stava obbligando a redigere, che stava scrivendo sotto minaccia. Si entra in un campo rispetto dal quale debbo astenermi, perché non appartiene al dominio grafologico, ma è ben palese che le conclusioni dei colleghi autorizzano i sospetti della moglie del signor Rossi.

C’è un aspetto che debbo necessariamente premettere: nelle condizioni date, una mia censura del merito della consulenza sarebbe scorretta ed ingiustificata, ma qui voglio solo asserire che il suo giudizio si basa su una falsa credenza e che tale questione è di interesse sia della grafologia sia della giustizia. Ma è anche di interesse di coloro che studiano il suicidio (tra i quali non rientrano i grafologi), come si vedrà.
Prima conviene che precisi ancora meglio. La perizia grafologica è un atto che appartiene alle scienze criminalistiche (l’insieme delle tecniche che accertano un reato). Ci si esprime anche sul modo in cui è stato eseguito l’eventuale falso (ad esempio, per imitazione a mano libera, per ricalco, ecc..), ma solo in alcuni casi è autorizzato il riferimento ad una costrizione, in quanto sono stati studiati. Ci si riferisce alla fattispecie di “mano guidata” e soprattutto di “mano forzata”, che interessano la persone molto anziane e solitamente la stesura dei testamenti. Nella “mano forzata” (una mano anonima impugna la mano di una persona e le fa “scrivere” ciò che vuole), ad esempio, si suppone che la mano del testatore fosse completamente inerte o quasi, per grave debilitazione fisica. La mano forzata la si individua con grande facilità. Non interessa la stesura dei biglietti qui discussi, indiscutibilmente.
La questione quindi è ben diversa e la si può riassumere nel seguente interrogativo: i due colleghi erano autorizzati ad esprimersi nei termini di “presumibile impedimento fisico”, riferito alla persona? La risposta è no. Indiscutibilmente no.
All’inverso, questo mio intervento, sul piano etico e deontologico, si giustifica per quanto seguirà: parlerò della grafia dei soggetti suicidi, per come risulta da un mio studio del 2010 e pubblicato in sintesi (Cfr. Fig.), che ha esaminato poco meno di 600 campioni, provenienti da più nazionalità …. Con evidenza, si tratta di uno studio di interesse generale e di questa pagina di criminologia (lo studio a livello scientifico della delinquenza, del fenomeno criminale, vi rientra anche il suicidio).

Ma nel ragionamento dei colleghi vi è anche una contraddizione e la segnalo in quanto introduce il tema che voglio trattare.
Hanno scritto (per quello che risulta), infatti, che nei biglietti vi sarebbe: “la contemporanea presenza di tratti fluidi e sciolti e di movimenti lenti, incerti o stentati”.
Preciso, ad uso del lettore non grafologo: ai “tratti fluidi e sciolti” vi corrispondono sensazioni di libertà, di sicurezza, di benessere e di leggerezza, mentre ai “movimenti lenti, incerti o stentati” vi corrispondono sensazioni opposte.
Ci interessa questa contraddizione di stati d’animo opposti. Tuttavia è palese: se una persona scrive sotto minaccia, come potrebbe redigere parole fluide e sciolte? La sua grafia sarebbe sempre, in ogni punto, “lenta, incerta e stentata”, se non peggiore (e sarebbe ben peggiore, verosimilmente).

La falsa credenza è questa: si suppone che la grafia dei soggetti che si uccidono o che hanno probabilità di uccidersi sia sofferente. In realtà, si scopre che ci si può uccidere con qualsiasi grafia, bella o brutta che sia, e che non ci si può uccidere con qualsiasi scrittura. E’ sconsolante, ma è così.
Ciò spiega il motivo per cui tanto suicidi appaiono inspiegabili ed inattesi (ma c’è anche altro, specifico, che poi preciserò). Ciò spiega perché – anche nella clinica – il suicidio sia, magari, supponibile a ragione o a torto, non si sa, ma non è prevedibile. E prima di proseguire, però, ho l’obbligo di introdurre tre precisazioni:
1) La grafia non consente di dire se una persona si suiciderà;
2) La grafologia non può studiare il suicidio. Può studiare il prodotto di un pensiero, in quanto la scrittura tale è. E, sulla base della ricerca di cui sopra, e di innumerevoli riscontri empirici, sembrerebbe che possa accertare il ricorso al pensiero suicidario. Tale pensiero nella forma lieve è relativamente diffuso, e consiste in frasi del tipo “non fossi mai nato” al quale si associa un momento di malessere, spesso non avvertito ma che è sempre prontamente rimosso. Solo una piccolissima percentuale degli scriventi ha la tendenza al pensiero suicidario acuto (uno stato di malessere persistente ed acuto, con bisogno di sottrarsi al qui ed ora) e l’esperienza dimostra che solo una percentuale infima di loro può incorrere (ossia non è certo) nell’atto del suicidio. Nulla può dire la grafologia sull’eventuale passaggio all’atto, in quanto, per l’appunto, non studia il suicidio;
3) Lo studio della grafia dei soggetti che si sono sottratti al qui ed ora per loro mano (si noti: si tratta di una formulazione grafologica, al pari del pensiero suicidario) è, indiscutibilmente, oggetto della grafologia. Una grafologia che chi scrive vuole di tipo “speciale” (semplificando, che si occupa anche delle grafie dei comportamenti deviati, dei fenomeni di interesse psicosociale), che si sta cercando di edificare su base di ricerca e di sperimentazione.

Dunque, bisognava chiedersi non come scrivono i soggetti che si sono uccisi, ma che cosa hanno in comune le loro grafie.
Si sono isolati così alcuni indici grafici di forte interesse, che sono stati pubblicati.
Qui non posso elencarli tutti. Mi limito a questo dato, facilmente riscontrabile da chiunque:
le grafie dei soggetti maschi suicidi (ne sono stati studiati più di 350) hanno tutte, dicasi tutte, una fisionomia femminea, ossia sembrano scritte da una donna (vedi le figure. allegate). Naturalmente si sa spiegare il perché, ma qui debbo soprassedere.
Debbo precisare due concetti, ai quali tengo moltissimo:
1) La grafia detta femminea nulla dice sulle scelte sessuali dello scrivente;
2) Non vale la relazione inversa: coloro che hanno una grafia detta femminea (in psicologia, si direbbe che hanno un eccesso di anima; come si vede non si tratta di una caratteristica di personalità negativa) non hanno la probabilità di suicidarsi. Insomma, nei maschi, la grafia femminea sembrerebbe una condizione necessaria, ma è senza dubbio molto insufficiente se considerata da sola.

Se, invece, ci si riferisce alle grafie dei biglietti di addio, ossia redatti negli istanti precedenti alla morte, che cosa si nota? Debbo informare che sinora sono stati osservati circa 70 di questi biglietti: sono pochi. Di conseguenza ci si sta riferendo ad un dato probabile, ma non certo, ossia non si può essere sicuri che lo si rinvenga in ogni situazione. In tutti i casi studiati, però, è stato osservato esattamente questo: “la contemporanea presenza di tratti fluidi e sciolti e di movimenti lenti, incerti o stentati”.
Già, esattamente questo, ossia esattamente quello che hanno constatato i due colleghi che hanno effettuato la consulenza sui biglietti a firma di David Rossi.
Lo si è detto: i colleghi sono stati vittima di false credenze.

Quanto sopra è coerente con questa osservazione: là dove è stato possibile comparare il biglietto di addio con le produzioni grafiche precedenti, emerge che la grafia dei biglietti è qualitativamente superiore alle precedenti, nei termini di clima dello stato emotivo che si palesa, semeiotica grafologica alla mano. Il fenomeno si verifica secondo due direzioni: il biglietto di addio, grafologicamente parlando, è relativamente più “sereno” oppure è contrastato, ma palesa forti momenti di euforia. Sì, di euforia e poi bisognerà che ne dia una spiegazione.

Nei pochissimi casi in cui è stato possibile esaminare più biglietti di addio, redatti nello stesso momento ed immediatamente prima del fatto, che cosa è stato possibile constatare?
Mano a mano che scrive, lo stato d’animo dello scrivente diventa progressivamente più “sereno” e persino talora “euforico”.
Lo so che fa male: ma è così. Ovviamente, si tratta di fenomeni di auto inganno che altri – psicologi e psichiatri – potrebbero spiegare: a me compete registrare e proporre una teoria giustificativa. Una teoria, ovviamente, grafologica, in quanto ricavata su base di osservazione e studio della scrittura.

Sintetizzando, che cosa si è autorizzati a sostenere? Beninteso: non si è nel campo della psicologia.
Lo studio del pensiero suicidario – per delle ragioni grafologiche che qui sarebbe troppo lungo illustrare – era partito da questa premessa: si desidera tornare nel passato più remoto, ossia ad uno stadio di esistenza senza la vita. Per l’appunto: “non fossi mai nato” è un rifiuto della vita, ma non la negazione dell’esistere.
Tutto quanto scritto in precedenza è palesemente coerente con la premessa di cui sopra.
Per proprio conto, se l’esistere è opposto alla durezza e alla sofferenza del vivere, allora appare conseguente che l’avvicinarsi dell’atto suicidario, è visto come liberazione e dunque può indurre persino ad “euforia”. Che si tratti di autoinganno, per proprio conto, è testimoniato dalla non omogeneità: gli indici di sofferenza sono ben presenti, ragione per cui le “euforie”, per l’appunto, sono autoinganno. Gli indici, invece, di “serenità” sono momenti di sequestro emozionale, un altro tipo di autoinganno.

L’altra ipotesi di partenza, invece, partiva da questa domanda: che cosa hanno in comune tutti i suicidi? Indiscutibilmente, già lo si è detto: il bisogno di sottrarsi al qui ed ora per propria mano.
Perché ci si vuole sottrarre alla vista? Quale è l’emozione che spinge a sottrarsi alla vista? Ci si è risposti: la vergogna. Tutto diventa ben peggiore se alla vergogna segue il sentimento di colpa.
Ed anche su questo punto si sono avute le conferme che si ricercavano.
In particolare, è stato possibile isolare due fattispecie di ordine generale:
1) Grafie “estroversive” (nulla a che vedere con l’estroversione, sono le grafie che hanno le lettere abbastanza o eccessivamente distanziate);
2) Grafie “introversive” (strettezza tra lettere).
Nel campione studiato prevale il tipo misto (contemporanea presenza dei due tipi), ma con prevalenza o delle caratteristiche estroversive o delle caratteristiche introversive.
Rispetto alla vergogna i due tipi si comportano in questo modo:
1) Grafia estroversiva. Lo scrivente “elabora” piani che inesorabilmente, magari con il tempo, lo portano allo smacco e alla vergogna.
2) Grafia introversiva. Lo scrivente “elabora” piani per evitare occasioni che potrebbero indurlo alla vergogna ed è tutto ripiegato in se stesso. Interessa maggiormente le donne. Qui si paga la sensazione della compressione interiore e dell’incomunicabilità. L’organizzazione introversiva nettamente prevalente, in quanto presenta momenti estroversivi, la si è riscontrata nei casi detti di “suicidio impulsivo”, ossia di un atto subitaneo ad uno smacco.

Tranne che nei casi dei sucidi impulsivi, lo si sostiene anche in ambiti specialistici, tra il momento in cui lo scrivente ha deciso di togliersi la vita e il momento in cui attuerà il suo gesto possono passare anche mesi. Tutto qui si sposta sulla scelta del momento più opportuno.
Durante questo periodo – ormai se ne conoscono le ragioni – lo scrivente può apparire sereno (insomma, esagerando un po’, è come se non si percepisse più nella dimensione del vivere)..

Ci sarebbero altri due punti da trattare (tra quelli che grafologicamente si possono sostenere). Ne cito solo uno: una persona che si vuole suicidare comunica all’ambiente la sua decisione. Lo fa, però, in maniera non scoperta (magari con una frase del tipo: ti amo da morire, come risulta). Ed il motivo per cui lo fa in maniera non scoperta è semplicemente questo: vuole avere la conferma che per gli altri è “invisibile”.
Sul punto mi sono consigliato con suicidologi: ci sarebbe un modo per disinnescare la “trappola” di cui sopra. Ho visto che funziona, in più casi di non urgente interesse dello psicologo o dello psichiatra. Non è attinente, però, e quindi mi astengo.

Veniamo alla grafia di David Rossi:
1) E’ femminea (sembra scritta da una donna);
2) E’ di tipo misto, con prevalenza del tipo estroversivo (si osservi la distanza tra le lettere);
3) E’ contrastata, ma in un tale ambito spiccano momenti di fluidità e persino di “esuberanza” (si osservi la parola evidenziata dall’ellisse);
4) Il primo biglietto è indubbiamente più sofferente degli altri due, ed il secondo è meno “esuberante” del terzo. E’ persino possibile sostenere – con buone probabilità di aver visto giusto – che i biglietti sono stati scritti nell’ordine indicato in figura (quello in alto a sinistra sarebbe il primo e quello in basso a sinistra sarebbe il terzo);
5) Il contenuto del messaggio fa riferimento a “l’ultima che ho fatto è troppo grossa da poterla sopportare”. Ovvero si opera un riferimento ad uno smacco autoprocurato, un vero e proprio auto sabotaggio, rispetto al quale si prova vergogna, così come ci si attendeva, visto la prevalenza della grafia estroversiva;
6) La reazione della moglie è di tipo incredulo: non aveva sospettato che suo marito si sarebbe ucciso. Ed anche questo fatto è nella logica delle cose.

Da dire che il tutto sopra è stato pubblicato già nel 2010 (nella versione integrale, sul sito di Filografia, sezione forum, in “Dalla genesi di un segno…”). Da dire ancora che tutto quello che fu scritto allora ha sempre avuto puntuale riscontro, ad iniziare dalla grafia di Monicelli (se ne andò pochi giorni dopo la pubblicazione della versione integrale).
Ovviamente si è parlato sempre di riflessioni autonome, imposte dall’osservazione e dallo studio della grafia. Si è sempre parlato di un pensiero suicidario concepito grafologicamente e di ciò che emerge dal campione delle grafie studiate delle persone che si sono uccise. Nulla di più, ma neanche nulla di meno.

Dunque, voglio sostenere che David Rossi si sarebbe ucciso? No, questo fatto appartiene ad un altro dominio, appartiene alle scienze criminologiche. Ho voluto solo dire che la grafia del signor David Rossi è conforme alle grafie dei suicidi studiati sinora. Si è restati nell’ambito criminalistico: nulla di più.
E sono gli stessi colleghi che hanno effettuato la consulenza peritale sulla grafia dei biglietti a confermare i miei studi, ma a loro insaputa, ovviamente.
Lo studio delle grafie dei suicidi o, degli omicidi, dei serial killer, o degli anoressici o di qualunque altro fenomeno è (o meglio, sarebbe) di solo esclusivo dominio della grafologia: non si ribalta. Di una grafologia, però, che bandisca le false credenze e i recinti auto imposti (i metodi tradizionali della grafologia escludono tali fenomeni dal proprio campo) e che si fondi sulla ricerca e sullo studio autonomo (dalla psicologia, per iniziare). E’ la grafologia speciale che insieme ad altri sto cercando di edificare. Una grafologia che ha bisogno di formulare teorie autonome che spieghino la classe dei fenomeni che intende indagare, e sempre ovviamente con esclusivo riferimento alla grafia. Insomma, per semplificare, non si può studiare la grafia degli anoressici, se per anoressia si intende un concetto psicologico: non si ribalta. Attualmente, ad esempio, insieme ad altri sto studiando le grafie di coloro che subiscono le “fobie spaziali”. E per fobie spaziali, ovviamente, si intendono concetti grafologici (di grafica simbolizzata, per la precisione).

Dott. Guido Angeloni
(Già docente del corso di Laurea in Scienze grafologiche – LUMSA, Roma).

Morte di David Rossi: un suicidio

David Rossi

Perdersi nei frames del video in cui si vede un luccichio o in quelli in cui si vede l’ombra di un passante o nelle fantasie di fantomatici festini a luci rosse non è il modo di affrontare un caso giudiziario, l’unico approccio è l’analisi globale dei fatti da un punto di vista criminologico.

Le Procure devono dare risposte precise su tutti i punti ai familiari dei suicidi altrimenti rischiano ciò che sta succedendo in questo caso e in altri casi simili.

I familiari di un suicida difficilmente accettano di non aver saputo interpretare i segnali del disagio psichico del proprio caro, per questo motivo le dietrologie trovano in loro terreno fertile e gli impediscono di elaborare il lutto, incapsulandoli in una vita di odio, di rabbia e di battaglie legali che li devastano e che producono danni anche a soggetti estranei ai fatti che rientrano tra i potenziali assassini cui attribuire inesistenti omicidi.

Non esiste un modo per cambiare gli accadimenti già avvenuti, ciò che è accaduto, una volta accaduto, resta per sempre immutabile, per questo motivo nulla può trasformare un suicidio in un omicidio. In questo caso sono agli atti fatti insuperabili che pesano come macigni sul piatto della bilancia del suicidio.

IL SUICIDIO

Dopo la morte di David Rossi nel cestino del suo studio sono stati trovati tre messaggi d’addio scritti di suo pugno e indirizzati alla moglie, Antonella Tognazzi:

“Ciao Toni, mi dispiace ma l’ultima cazzata che ho fatto è troppa grossa. Nelle ultime settimane ho perso”.

“Ciao Toni, Amore, l’ultima cosa che ho fatto è troppa grossa per poterla sopportare. Hai ragione, sono fuori di testa da settimane”.

“Amore mio, ti chiedo scusa ma non posso più sopportare questa angoscia. In questi giorni ho fatto una cazzata immotivata, davvero troppo grossa. E non ce la faccio più credimi, è meglio così”.

Dalla lettura dei messaggi trapela la decisione di David Rossi di farla finita; non solo, il fatto che scriva: “Hai ragione, sono fuori di testa da settimane”, è la conferma che, nelle settimane precedenti alla sua morte, David aveva manifestato difficoltà psichiche e che sua moglie, evidentemente, per spronarlo a reagire, lo aveva messo di fronte al fatto che fosse fuori di testa.

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Il 4 marzo 2013, due giorni prima della sua morte, alle 10:13 David ha inviato all’amministratore delegato del Monte dei Paschi, Fabrizio Viola, in ferie a Dubai, una email dal contenuto esplicito: “Stasera mi suicido, sul serio. Aiutatemi!!!!”, avente come oggetto “help”La riprova che David da giorni aveva preso in considerazione l’ipotesi di suicidarsi.

Già la presenza di questi tre messaggi d’addio alla Tognazzi e della email a Fabrizio Viola associate ad una morte per precipitazione, che è frequentissima in caso di suicidio, non lascia spazio ad altre ipotesi, né all’incidente né all’omicidio.

Antonella Tognazzi, insospettita dall’utilizzo nei messaggi d’addio a lei rivolti da parte del marito di alcuni termini inusuali ha ritenuto di dover far verificare l’autenticità degli stessi da due grafologi, il Prof. Giuseppe Sofia ed il Dott. Antonio Sergio Sofia. I consulenti, pur ritenendo che i messaggi fossero stati scritti da David Rossi, “hanno ravvisato nella sua grafia delle irregolarità ed anomalie, in particolare la contemporanea presenza di tratti fluidi e sciolti e di movimenti lenti, incerti o stentati suggerendo una realizzazione presumibilmente forzata, psicologicamente e fisicamente, e quindi una scrittura condizionata dalla mancanza della piena libertà dei movimenti”.

Non è certo la regola che un suicida si accomiati con un testo scritto ed è davvero difficile pensare che dei sicari possano essersi trattenuti oltre la commissione di un omicidio rischiando di incontrare i colleghi di Rossi o i suoi parenti. La logica ci permette di escludere senza ombra di dubbio che, in un luogo pubblico, uno o più soggetti decisi ad uccidere David, nel tentativo di coprirne l’omicidio ed accreditare l’ipotesi suicidiaria, abbiano perso tempo nel costringerlo a scrivere tre messaggi d’addio alla moglie, rischiando di venir scoperti, questo prima delle 19.43.43, quando negli uffici del Monte dei Paschi si trovava ancora del personale.

E’ parimenti fantascientifica l’ipotesi che il povero David Rossi abbia scritto tre biglietti d’addio alla Tognazzi, abbia poi abbandonato il suo proposito suicidiario e sia invece stato ucciso da uno o più soggetti che ne abbiano simulato il suicidio. Una serie di coincidenze impossibili.

Oltre ad escludere che uno o più sicari si siano trattenuti nello studio di David per fargli scrivere su dettatura tre messaggi d’addio alla moglie, non è credibile neanche che gli stessi siano rimasti nello studio del Rossi dopo il fantomatico omicidio fino alle 20.16, momento in cui, secondo alcuni, avrebbero gettato dalla finestra l’orologio della loro vittima nel vicolo. Facendo un calcolo approssimativo gli assassini sarebbero dovuti rimanere nello studio di David per un tempo interminabile; se lo avessero forzato a scrivere i messaggi d’addio, lo avessero ucciso e ne avesse gettato l’orologio nel vicolo, più di tre quarti d’ora, una circostanza che non sta né in cielo né in terra.

Non è neanche credibile che i fantomatici assassini siano entrati nello studio di David dopo che lui aveva scritto e buttato nel cestino i biglietti d’addio, si siano trattenuti oltre il tempo della commissione dell’omicidio e abbiano gettato l’orologio più di una mezz’ora dopo la precipitazione del Rossi (19.43.43- 20.16).

Non è una coincidenza che il segno presente sul polso sinistro di David sia compatibile con una lesione da impatto a terra dovuta alla presenza del suo orologio; nello specifico, l’impatto dorsale della mano e del polso sinistri sono ben visibili nel video registrato dalla telecamera di sorveglianza, è logico supporre che l’orologio, dopo averlo ferito, si sia sganciato dal cinturino e che sia finito a poco distanza dal corpo. Questa ben documentata circostanza non lascia spazio alla possibilità che la lesione al polso sia riferibile ad una colluttazione pre precipitazione con un soggetto peraltro dotato di una forza sovrumana.  

Riguardo alla testimonianza della collega del Rossi, Lorenza Bondi, che ha riferito agli inquirenti di aver visto la porta aperta dello studio di David intorno alle 20.00 mentre si accingeva a lasciare il posto di lavoro, porta che intorno alle 20.30 Giancarlo Filippone e Carolina Orlandi trovarono chiusa, circostanza che lascia spazio ad elucubrazioni fantastiche, non è difficile pensare che solo la Orlandi e il Filippone abbiano avuto motivo di far caso allo stato della porta dello studio di David Rossi, visto che lo stavano cercando, e che la collega Bondi abbia invece involontariamente riferito una circostanza non vera perché non aveva avuto motivo di fissare nella sua memoria lo stato della porta dello studio del Rossi che innumerevoli volte al giorno vedeva sia aperta che chiusa (rimando su questo punto ai testi di psicologia della testimonianza).

A conferma del fatto che David fosse in difficoltà a gestirsi da un punto di vista psichico non sono agli atti soltanto la email a Viola ed i messaggi d’addio alla moglie ma le testimonianze di familiari e colleghi.

E’ particolarmente esplicativo lo stato di preoccupazione di Antonella Tognazzi la sera stessa del suicidio. David sarebbe dovuto rientrare alle 19.30, la Tognazzi, già prima delle 19.41 manifestò al collega del marito, Giancarlo Filippone, al telefono, e alla figlia Carolina, al suo ritorno a casa alle 20.10, una prematura preoccupazione, inducendo entrambi a recarsi in banca.

Il fatto che la Tognazzi si sia mostrata seriamente preoccupata in seguito al ritardo di David di pochi minuti è un segnale della consapevolezza da parte della donna delle difficoltà psichiche del Rossi.

Venerdì 1 marzo 2013 David Rossi aveva esternato alla moglie la paura che all’indomani sarebbe stato arrestato.

Martedì 5 marzo 2013, Carolina Orlandi, figlia di Antonella Tognazzi, notò che David aveva alcuni tagli ai polsi. Interrogato da Antonella sulle circostanze in cui se li fosse procurati, Rossi le riferì inizialmente di essersi tagliato accidentalmente con della carta, in seguito di esserseli procurati volontariamente: “hai visto, nei momenti di nervosismo, quando vuoi sentire dolore fisico per essere più cosciente” e “…sai com’è quando uno ha quei momenti in cui perde la testa per ritornare alla realtà ha bisogno di sentire dolore”.

Nel 40-60% dei suicidi, durante l’esame medico legale, si riscontrano segni di autolesionismo.

Sempre martedì 5 marzo 2013, per paura di essere intercettato aveva preso a comunicare con i familiari per iscritto come testimoniato da Carolina Orlandi: “Dopo di ciò egli iniziò a comportarsi in modo alquanto strano, prendendo un blocchetto e cominciando a scrivere ciò che mi voleva dire. Nel primo foglio scrisse: “Non parlare di questa cosa né fuori né in casa”, io allora stando al suo gioco e ritenendo che si riferisse non solo ai segni sulle braccia ma alla situazione in generale scrissi: “mai fatto… ma ci sono le cimici?”, lui a quel punto mi guardò e annuì. Questo modo di colloquiare durò per circa cinque minuti. Davide allora strappò i fogli su cui avevamo scritto e se li tenne per sé. lo allora tornai nella mia camera e presi un blocco sul quale scrissi: “Nonostante tu in questo periodo non abbia molta considerazione di me, di me ti puoi fidare. Ma mamma lo sa? Anche i nostri telefoni sono sotto controllo?”, egli lesse il mio scritto, dicendo che per la prima parte il discorso non tornava, rimaneva sul vago sul discorso relativo alle intercettazioni e al fatto se mia mamma Io sapesse o meno. Lui prese i fogli e li strappò, strappò anche quello con la scrittura ricalcata. Poi li consegnò a me. Dopo circa una decina di minuti, visto che mi accingevo ad uscire per recarmi in contrada, David mi seguì fuori delle scale dicendomi a voce bassa di buttarli lontano e di guardarmi attentamente intorno mentre lo facevo”.

Il 7 marzo 2013, il Presidente del Monte dei Paschi dell’epoca, Alessandro Profumo, sempre riguardo al 5 marzo, giorno precedente alla morte di David, ha dichiarato agli inquirenti: “Ricordo che due giorni fa lo invitai a raggiungermi nel mio ufficio per ragioni di lavoro e lui in quell’occasione mi rinnovò la sua preoccupazione; temeva in particolare di poter subire conseguenze penali dalle indagini in corso, mostrava preoccupazione addirittura di essere arrestato“.

Carolina Orlandi ha riferito agli inquirenti che proprio il 6 marzo 2013, poco prima che Rossi uscisse da casa per recarsi al lavoro aveva sentito sua madre rivolgersi a lui con tono preoccupato invitandolo a reagire e ad uscire dallo stato in cui versava. La Tognazzi, a riprova del fatto che evidentemente aveva motivo di essere allarmata per lo stato psichico del marito, non appena lo stesso uscì di casa, chiamò al telefono il cognato, Ranieri Rossi, dicendogli, piangendo, che era molto preoccupata per Davide, il quale era giunto a compiere atti di autolesionismo, e invitandolo a parlare con lui. Proprio quel giorno, durante il pranzo David disse a Ranieri di essere preoccupato per una cavolata che aveva fatto e che un suo amico/conoscente di cui si era fidato lo aveva tradito”.

La testimonianza della coach Ciani, insieme alle innumerevoli dichiarazioni di parenti e colleghi del Rossi, permette di farsi un’idea sul fragile stato psichico di David.

La Ciani ha riferito agli inquirenti il contenuto di una conversazione della mattina del 6 marzo tra lei e Rossi: “Mi ha manifestato una situazione di ansia derivante dalla perquisizione subita, in un contesto già problematico disse che era un momento in cui gli stava cadendo addosso il mondo… la morte del padre, la crisi del Monte, lo stato di salute della moglie, e perquisizioni da lui subite. Insomma lui si sentiva dentro una serie di situazioni negative che non riusciva a gestire (…) Si sentiva quasi il senso di disgrazia imminente, questo era fortissimo tant’è che usava espressioni quali “ho paura che mi possono arrestare’ “ho paura di perdere il lavoro” (…)  Lui mi ha detto che addirittura pensava che io fossi lì per aiutarlo a comunicare le sue dimissioni (…) Abbiamo considerato che la sua leva motivazionale al lavoro era basata sul prestigio. La sua leva prestigio era molto forte e di conseguenza nel momento in cui l’ha visto a rischio o ha immaginato che lo fosse a rischio il suo ruolo, è entrato in angoscia perché fino ad allora si è sentito protetto… Lui mi disse: “io mi sto comportando male, da quando ho subito la perquisizione ho fatto una cavolata dietro l’altra” (…) disse di aver fatto una cavolata mandando uno comunicazione a VIOLA chiedendo protezione, in ciò quindi mostrando la sua fragilità all’azienda e dall’altra temendo di aver messo a disagio Viola se non addirittura irritato (…) A me ha dato l’impressione che perso il lavoro avrebbe perso se stesso, proprio perché non c’era in lui un distacco tra vita privata e vita lavorativa, quasi che il suo ruolo professionale fosse tutta la sua vita. Lui mi continuava a dire di aver fatto delle cavolate, ma l’unica cavolata rappresentatami come tale è stata questa mali scritta a VIOLA. Ho cercato di capire quale altre cose avesse fatto, ma non mi ha rivelato alcunché. Tornava su questa definizione di aver fatto delle cavolate, dichiarando di essersi comportato come un pazzo. Ribadisco il plurale riferito all’espressione cazzate commesse. Poi il riferimento ad una cazzata al singolare, evidentemente quella più recente, mi è stata spiegata in relazione alla mail scritta al dott. Viola. Quando ha iniziato a parlarmi della frustrazione, a prefigurarsi delle pre-immagini negative, mi parlò della paura di essere arrestato, del fatto che sua moglie non fosse in condizioni di sostenersi; che avrebbe perso il lavoro se fosse successo qualcosa di grave”.

Leggendo le dichiarazioni della Ciani, non può sfuggire come il contenuto dei messaggi d’addio di David ad Antonella riprendano il tema della conversazione con la coach: “ho fatto una cavolata dietro l’altra”, “disse di aver fatto una cavolata”, “aver fatto delle cavolate”, “cazzate commesse”, “cazzata”, e della conversazione di quello stesso giorno con il fratello Ranieri: “una cavolata che aveva fatto”, dati che ci confermano il fatto che David non scrisse i messaggi d’addio alla moglie sotto dettatura di uno o più fantomatici assassini ma lo fece spontaneamente.

L’IPOTESI OMICIDIARIA

Volendo percorrere l’inconsistente ipotesi omicidiaria con un movente da ricercare nel timore che David rivelasse ai magistrati informazioni che avrebbero danneggiato un fantomatico assassino o mandante, due sarebbero le possibilità: l’omicidio d’impeto o l’omicidio premeditato.

Omicidio d’impeto

Ipotizziamo un omicidio avvenuto in seguito ad una lite con un collega:

1) le indagini hanno escluso che David avesse mai avuto contrasti con i colleghi della Banca che potessero essere culminati in un atto violento;

2) la collega ancora presente in Banca avrebbe sentito David discutere con il suo aggressore;

3) è difficile pensare che, in questo caso, la scelta omicidiaria sarebbe stata una defenestrazione;

4) se, dopo una colluttazione, uno dei colleghi avesse gettato David Rossi dalla finestra del suo ufficio avrebbe riportato anch’egli i segni della colluttazione che nei giorni seguenti sarebbero stati visibili a chi indagava e agli altri colleghi;

5) lo studio di David Rossi avrebbe dovuto mostrare i segni della colluttazione mentre sul termosifone sottostante la finestra dalla quale è precipitato David si notano fogli ordinatamente impilati e nelle immediate vicinanze un contenitore di cartone integro, mai calpestato da alcuno. 

La finestra dello studio di David Rossi

Omicidio premeditato

Ipotizziamo un omicidio premeditato commesso da uno o più colleghi o da uno o più sicari pagati da un ex pezzo grosso della banca:

1) chi poteva temere eventuali dichiarazioni di David ai magistrati non avrebbe ucciso né avrebbe pagato qualcuno per uccidere il Rossi all’interno della banca per evitare che si collegasse inevitabilmente l’omicidio alla situazione finanziaria della banca stessa e quindi a lui;

2) nessuno avrebbe premeditato un omicidio correndo il rischio di essere ripreso/i da una telecamera della banca o di essere visto/i dai colleghi di David, in specie in un orario durante il quale i movimenti in entrata e in uscita dalla banca non potevano che essere limitati;

3) David non sarebbe dovuto essere in ufficio all’ora in cui è precipitato dalla finestra (19.43.43);

4) anche in questo caso mancano gli inevitabili segni della colluttazione, che avrebbe dovuto precedere la defenestrazione, su mobili e suppellettili presenti nello studio di David;

5) nessuno ha riferito di aver visto estranei aggirarsi negli uffici della banca intorno alle 19.43;

6) nessuno ha riferito di aver udito grida o discussioni prima delle 19.43. 

In conclusione, da un punto di vista criminologico non vi è alcun dato a sostegno dell’ipotesi omicidiaria e sia l’autopsia psicologica che le circostanze in cui David ha perso la vita, depongono, senza lasciare dubbi, per un suicidio.

P.S. Per chi mette in dubbio il suicidio di Rossi, sostenendo che David non si sarebbe gettato di schiena, sono rivelatrici le foto scattate e il video girato il 20 maggio 2018 durante il suicidio di Fausto Filippone.

Filippone, come David Rossi, si è suicidato gettandosi di schiena da un viadotto, lo prova il filmato.

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Dall’articolo di repubblica.it: CHIETI – “Ha perso un foglio mentre si lasciava cadere di schiena dal Viadotto Alento (…) Quando è arrivata sul viadotto, Fausto ha alzato la bimba per i fianchi e l’ha lanciata di sotto. Quindi ha scavalcato in un punto senza rete di contenzione e si è sistemato sulla soletta di cemento. La soletta esterna. Sette ore, un’estenuante trattativa, a fasi, e l’ha fatta finita anche lui. Lanciandosi di spalle (…)”.

Suicidio di David Rossi: analisi di alcuni scambi verbali tra Giancarlo Filippone e Antonino Monteleone

Rocca Salimbeni, sede storica del Monte dei Paschi di Siena

Durante la puntata de Le Iene del 1 ottobre 2017 sono andate in onda, tra le altre, un’intervista a Carolina Orlandi, figlia di Antonella Tognazzi, moglie di David Rossi e un tentavivo di intervista a Giancarlo Filippone che era amico e capo della segreteria di Rossi all’epoca dei fatti.

Carolina Orlandi spiega ad Antonino Monteleone il perché si trovasse nella sede del Monte dei Paschi nel momento in cui venne scoperto il corpo di David Rossi sul selciato sottostante la finestra del suo ufficio: Alle 8 e 10 sono tornata a casa per cena, vedo mia mamma che era già a letto perché era malata che mi diceeee: Sono preoccupata, David non sta tornando a casa, mi aveva detto che alle 7 e mezzo sarebbe stato qua a farmi la puntura.

Ciò che colpisce del racconto di Carolina è il fatto che riferisca che sua madre le abbia detto: “Sono preoccupata” nonostante il ritardo di David fosse di poche decine di minuti. Essere “preoccupata” alle 8.10 è da ritenersi a dir poco prematuro, a meno che la Tognazzi non avesse seri motivi per esserlo. Antonella era al corrente del momento delicato in cui si trovava la banca e avrebbe potuto semplicemente pensare che David non le rispondesse al telefono perché magari si stava intrattenendo a parlare con qualcuno. 

Carolina Orlandi: Sono arrivata qua davanti, stavo per salire da quell’entrata là, mi chiama mia madre, mi dice: dove sei? Sto entrando al Monte, sto andando da David, lei mi dice: Ho chiamato Giancarlo Filippone, lui ha detto di aspettare davanti all’ingresso, ho detto: Guarda tanto posso salire, sono qua davanti, no, no, ha detto di aspettarlo, ho aspettato che arrivasse, siamo saliti insieme fino all’area comunicazione, che c’è subito la porta dell’ufficio di David, lui mi dice: Accomodati qua che entro io, nell’ufficio accanto che era il suo, in quel momento non mi son fatta domande e poi ho sentito un respiro mozzato, lui è venuto fuori ci siamo trovati praticamente in mezzo ai due uffici e lui con le mani nei capelli mi ha detto: Carolina, una tragedia, s’è ammazzato, e io rimango paralizzata ovviamente, gli chiedo cosa fosse effettivamente successo e lui mi dice: S’è buttato di sotto.

La circostanza che, come riferito dalla Orlandi, sua madre Antonella Tognazzi non solo abbia allertato Carolina ma abbia anche chiamato Filippone, nonostante David fosse in ritardo di poche decine di minuti, è la riprova del fatto che la Tognazzi aveva seri motivi di preoccupazione. Il fatto che Filippone abbia chiesto ad Antonella di dire a Carolina di aspettarlo fuori dall’ufficio di David potrebbe spiegarsi in due modi: Filippone poteva pensare che Rossi fosse occupato con qualcuno oppure, dopo la telefonata di Antonella, anche lui realizzò che David avrebbe potuto fare un gesto anticonservativo e non voleva che fosse Carolina a trovarlo ferito o addirittura morto. 

Di certo non un comportamento da assassino, se Giancarlo Filippone avesse ucciso David Rossi avrebbe trovato mille scuse per non tornare in banca in modo che fossero altri a scoprirne il corpo o al limite non avrebbe detto ad Antonella di far aspettare Carolina in Piazza Salimbeni ma avrebbe lasciato che salisse da sola nell’ufficio di David e che fosse la ragazza a scoprirne il cadavere nel vicolo. 

Antonino Monteleone: Filippone è una delle ultime persone che vede vivo David in banca quel pomeriggio, quello stesso giorno David aveva incontrato per pranzo suo fratello Ranieri che agli inquirenti racconta: “David era preoccupato per una cavolata che aveva fatto e che un suo amico di cui si era fidato lo aveva tradito”. Chi è l’amico fidato che aveva tradito David?

Antonino Monteleone fa un lavoro sporco, associa la figura di Filippone ad un fantomatico “amico fidato” che avrebbe tradito David. Vediamo perché “l’amico fidato” traditore non esiste; sul verbale, che tra l’altro Le Iene hanno mostrato in televisione, si legge: “David era preoccupato per una cavolata che aveva fatto e che un suo amico/conoscente di cui si era fidato lo aveva tradito”; non solo Monteleone non riporta esattamente ciò che ha detto Ranieri Rossi agli inquirenti sopprimendo la parola “conoscente” ma rincara la dose definendolo “l’amico fidato” invece che “un suo amico/conoscente di cui si era fidato”, due concetti ben diversi, “l’amico fidato” è l’amico di cui ci si fida, al quale si confida tutto o quasi, “un suo amico/conoscente di cui si era fidato” è una figura diversa di cui probabilmente Rossi si era fidato in una precisa circostanza o per un limitato periodo di tempo. 

Tra l’altro è agli atti il fatto che Ranieri Rossi avesse parlato di questa rivelazione di David con la Tognazzi e che quest’ultima le avesse detto di credere che David si riferisse ad un giornalista.

Antonino Monteleone: Uno degli ultimi colleghi che l’hanno visto vivo in banca è il primo che ufficialmente l’ha visto morto nel vicolo, il suo amico e segretario Giancarlo Filippone che da allora con la stampa non ha mai voluto parlare.

E’ grave che, dopo due archiviazioni del fatto come suicidio, Antonino Monteleone inserisca, in questa presentazione di una specie di intervista a Filippone, la frase: “è il primo che ufficialmente l’ha visto morto nel vicolo”, lasciando intendere, con l’uso dell’avverbio “ufficialmente” che o Filippone o altri fossero già a conoscenza della caduta di David.

E’ inoltre intollerabile che Monteleone dica: “il suo amico e segretario Giancarlo Filippone che da allora con la stampa non ha mai voluto parlare”, in modo da lasciar passare il messaggio che sia un demerito non parlare con la stampa da parte di chi può essere informato su alcuni fatti relativi ad un caso giudiziario. Filippone, come gli altri, ha collaborato con i magistrati ed è un punto di merito che non desideri né apparire in televisione né speculare sulla morte di un amico. 

Antonino Monteleone: Giancarlo Filippone che rapporto aveva con David?

Carolina Orlandi: Erano molto amici con David fin da quando erano ragazzi, erano della stessa contrada, poi lavoravano insieme. Mia mamma era molto amica anche della moglie.

Antonino Monteleone: Questo evento ha rafforzato il vostro legame familiare? Le vostre famiglie sono rimaste in contatto?

Orlandi: Purtroppo no, purtroppo non sentiamo più nessuno da più o meno quando è successo. Giancarlo è sparito, non ci ha più chiamato, non ci ha più contattato in alcun modo. A volte lo troviamo per strada e abbassa la testa, non lo so perché.

Antonino Monteleone: Cioè, a te è capitato di incrociarlo e nemmeno vi salutate più!?

Carolina Orlandi: No.

Antonino Monteleone: Come te la spieghi questa cosa?

Orlandi: Non me la spiego. Non voglio di certo accusarlo di niente, però diciamo che certe domande me le sono fatte.

Non è difficile capire il motivo per cui Filippone ha preso le distanze dalla famiglia dell’amico David, evidentemente ritiene che l’unico vero referente sia la magistratura perché la sua posizione e quella della famiglia non coincidono.

Antonino Monteleone: Giancarlo Filippone?

Giancarlo Filippone: Sì.

Antonino Monteleone: Buongiorno, Italia 1, Le Iene.

Giancarlo Filippone: No lascia perdere.

Antonino Monteleone: Ci stiamo occupando della morte di David Rossi

Giancarlo Filippone: Sì, sì, ma lascia perdere. Esci da qui.

Antonino Monteleone: Le volevo chiedere se ci può dire se il giorno che c’è stato l’evento lei era al corrente diiii…?

Giancarlo Filippone: No, non ero al corrente di niente.

Antonino Monteleone: Perché non c’aiuta? Non credo che sia importante…

Giancarlo Filippone: Sì, ma mi lasci fare? Vuoi che chiami qualcheduno? Allora esci.

Antonino Monteleone: Uno dei più stretti collaboratori, la sua testimonianza ci aiuta a capire meglio cosa è successo quel giorno.

Incredibilmente Monteleone si permette di insinuare che Filippone sia stato un testimone reticente, che sappia più di quanto non abbia detto ai magistrati.

Antonino Monteleone: Ma perché reagisce così? Scusi. Ma per quale motivo non vuole parlare? Cioè lei è una delle prime persone che ha visto il cadavere sul selciato…

Non è difficile capire il perché Filippone non voglia parlare con il giornalista, ha risposto ai magistrati e non desidera speculare sulla morte dell’amico.

Giancarlo Filippone: Sì, ma non è il caso, scusami. Vieni un attimino con me.

Antonino Monteleone: E’ al corrente di impegni che aveva quel giorno?

Giancarlo Filippone: Assolutamente no.

Antonino Monteleone: Lei perché quando la signora Tognazzi la chiama per dirle che era preoccupata si precipita per venire qui? Sospettava qualcosa?

Giancarlo Filippone: Assolutamente no.

Antonino Monteleone: Perché quando arriva con Carolina Orlandi le chiede di aspettare nella stanza, quando entra nell’ufficio di Davide Rossi?

Giancarlo Filippone: Scusate, eh. Scusate, eh.

Antonino Monteleone: Ma perché non si ferma a parlare di un suo caro amico? Stiamo cercando di fare luce su questo evento!

Antonino Monteleone: Lei si è rivisto nel filmato della telecamera di sorveglianza?
C’è una freddezza in quelle immagini, si vede lei e Mingrone che guardate quel povero ragazzo a terra.

Monteleone, analizzando il video della telecamera di sicurezza ritiene di essere in grado di riconoscere in Filippone e in Mingrone, non i segni di uno shock che emergono con forza dalle tre telefonate di soccorso fatte da Bernardo Mingrone nell’immediatezza della scoperta del cadavere di David Rossi e dal racconto di Carolina Orlandi, ma quelli di “una freddezza”.

Giancarlo Filippone: Uscite di qui, eh. Allora, te esci.

Antonino Monteleone: Le posso chiedere perché lei non vuol rispondere a due domande su una questione che è clamorosa, ha segnato la storia di questa città? Filippone lei ha ricevuto…

Giancarlo Filippone: Sì, ma non starmi vicino, ce la fa?

Antonino Monteleone: Ma perchè s’arrabbia, mi scusi?

Giancarlo Filippone: Te ‘un ti preoccupa’?

Antonino Monteleone: Mi sarei aspettato una reazione diversa!

Giancarlo Filippone: Certo, eh, è logico.

Antonino Monteleone: Sì che è logico, scusi.

Giancarlo Filippone: Ehh.

Antonino Monteleone: Lei sarebbe disposto a incontrare i familiari di David, ci risulta che da quando c’è stato l’evento si siano interrotti tutti i rapporti, le posso chiedere perché?

Monteleone continua a far credere al pubblico televisivo che Filippone nasconda qualcosa mentre sa benissimo che Giancarlo Filippone si è messo a disposizione dei magistrati da subito.

Antonino Monteleone: C’ha un freddezza, la stessa freddezza di quando ha visto quel corpo sul selciato che mi fa impressione Filippone, anche questa reazione.

Monteleone lascia passare il messaggio che il comportamento di Giancarlo Filippone denoti “freddezza” mentre invece svela tutt’altro. Monteleone è ben consapevole che ciò che rimarrà nella mente dei telespettatori sono le sue continue e gratuite insinuazioni e non le risposte di Filippone, tantomeno le immagini di un uomo braccato in modo disgustoso.

Giancarlo Filippone: Eh, ora vieni.

Antonino Monteleone: Dove devo venire?

Giancarlo Filippone: Vieni un attimino con me.

Antonino Monteleone: Ma perché non accetta di rispondere a due domande e ci aiuta a chiarire tutti i buchi che ci sono nella ricostruzione ufficiale? Due archiviazioni, un uomo che cade dalla finestra faccia al muro.

E’ gravissimo che Monteleone dica che se Filippone rispondesse a due sue domande si chiarirebbero “tutti i buchi che ci sono nella ricostruzione ufficiale”, lasciando intendere che Filippone sappia più di quanto abbia riferito ai magistrati e che quindi sia da annoverarsi tra i testimoni reticenti.

Giancarlo Filippone: Perché lo chiedete a me?

Giustamente Filippone chiede al giornalista il perché chieda a lui dei buchi che, secondo Monteleone, ci sono nella ricostruzione ufficiale.

Antonino Monteleone: Ma perché lei è uno delle prime persone che era lì.

Antonino Monteleone: Filippone, abbia pazienza solo 5 minuti, ma è importante.

Giancarlo Filippone: Basta dai, per favore.

Antonino Monteleone: Se lei fosse al mio posto si chiederebbe le stesse cose.

Giancarlo Filippone: Mi lasci in pace, per favore, lasciami fare, non ti preoccupare.

Antonino Monteleone: Ma come non mi faccio a preoccupare? Ma come una persona con cui lei lavorava fianco a fianco vola in quel modo dalla finestra dell’ufficio e per lei lascia fare?

Giancarlo Filippone: Basta, ma te ‘un ti preoccupare, te lascia fare.

Antonino Monteleone: Quand’è l’ultima volta che ha visto David? Ma perché non c’avete voglia di ricostruire questa storia, per lei è normale quello che è successo?

Antonino Monteleone continua a porre domande a Filippone fingendo di ignorare il perché un caro amico di David Rossi dovrebbe parlare con un giornalista di uno show televisivo come “Le Iene” che riduce a spettacolo la sua morte.

Per tutto il tempo della fallita intervista Giancarlo Filippone ha mantenuto un comportamento equilibrato e ha mostrato di non voler apparire, non perché abbia qualcosa da nascondere ma per rispetto all’amico David Rossi, due atteggiamenti che gli fanno onore e che mostrano che di sicuro non è lui “l’amico fidato che aveva tradito David”, non essendo un egocentrico chiacchierone.

Al termine della messa in onda della fallita intervista a Giancarlo Filippone, una vera e propria persecuzione, Antonino Monteleone ha dichiarato: “Filippone non ci vuole aiutare a ricostruire quello che è successo quella sera e allora proviamo con l’altro collega di David arrivato nel vicolo assieme a lui, Bernardo Mingrone”.

Ancora una volta Monteleone, per condizionare l’opinione pubblica, insinua gratuitamente il dubbio che Filippone sappia e taccia cose che se fossero note ai magistrati cambierebbero le risultanze delle indagini sulla morte di David Rossi.

Suicidio di David Rossi: analisi delle telefonate di soccorso di Bernando Mingrone

Il 6 marzo 2013 David Rossi è morto dopo essere precipitato dalla finestra del suo ufficio; David era il responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena. Dopo la caduta, Bernando Mingrone, capo dell’area finanza di Monte dei Maschi ha chiamato i soccorsi e i carabinieri.

Bernardo Mingrone

Analisi della chiamata al 118 delle 20.43 effettuata da Bernardo Mingrone:

Operatore: 118?

Bernardo Mingrone: Deve mandare subito a Siena, Rocca Salimbeni… subito un’ambulanza.

Richiesta di soccorsi immediata e concisa. Nessun convenevole.

Operatore: Siena?

Bernardo Mingrone: Subito un’ambulanza!

Seconda richiesta di soccorsi in pochi secondi.

Operatore: Sì, ho capito ‘ndove?

Bernardo Mingrone: Rocca Salimbeni, subito.

Operatore: E’ una via? C’è una via lì? Che cos’è?

Bernardo Mingrone: Rocca Salimbeni a su… Oh mio dio, oh mio dio, a Siena subitoooo!!!

Da notare l’enfasi sulla parola “subito”.

Operatore: Allora, in che civico andiamo?

Bernardo Mingrone: Piazza Salimbeni tre, subito.

Operatore: Sì, sta arrivando.

Bernardo Mingrone: Come si chiama quella strada? Mandi in Piazza Salimbeni, subito… al tre.

Terza richiesta di soccorso. Mingrone, o non ricorda o non sa il nome del vicolo dove è caduto David, non perde tempo, invita il 118 a raggiungere Piazza Salimbeni che è a pochi passi.

Operatore: Sì che è successo?

Bernardo Mingrone: Si è appena buttata una persona dalla finestra.

Operatore: In Piazza Salimbeni?

Bernardo Mingrone: Piazza Salimbeni, tre!!!

L’enfasi sulla parola “tre” è un invito a far presto.

Operatore: Sì, stiamo arrivando, stiamo arrivando.

Concentriamoci sull’obiettivo primario che un soggetto innocente che chiama i soccorsi dovrebbe avere: un’assistenza immediata. La richiesta di assistenza immediata sarà più intensa nel caso in cui la vittima per cui viene richiesta sia una persona con cui chi chiama ha una relazione familiare, emozionale o sociale e generalmente tale richiesta si trova nelle fasi iniziali della telefonata.

1) Mingrone fa una precisa richiesta d’aiuto all’operatore non appena ottiene da lui una risposta e tale richiesta è immediata e concisa.

2) Mingrone non si perde in convenevoli, neanche saluta. Le buone maniere sono fuori luogo durante un’emergenza, mal si accordano con una telefonata di soccorso e quando sono presenti sono sospette perché generalmente servono a chi chiama per accattivarsi l’operatore al fine di celare eventuali responsabilità. Vi rimando all’analisi della telefonata al 118 della famiglia Ciontoli

3) La richiesta d’aiuto di Mingrone è ferma, ripetuta e sottolineata dall’urgenza. Mingrone dice, per ben sei volte, in un breve scambio con l’operatore, la parola “subito”, non solo, la pronuncia con enfasi.

4) Per tutta la durata della telefonata, il tono della voce di Bernardo Mingrone è modulato in accordo con i fatti descritti e tradisce il suo stato d’ansia dovuto ad un forte e sincero coinvolgimento emotivo. 

Al contrario, l’assenza di modulazione del tono della voce è un indicatore di menzogna, chi simula è in grado di modulare il proprio tono della voce solo nelle fasi iniziali di una telefonata di soccorso o a picchi, questo perché chi mente non riesce a concentrarsi a lungo sul tono di voce da usare essendo impegnato nel tentativo di costruire risposte verbali non incriminanti.

Analisi della seconda chiamata al 118 effettuata da Bernardo Mingrone:

Operatrice: 118 Siena?

Bernardo Mingrone: Sì ho chiamato per un’ambulanza in via dei Rossi, non è ancora arrivato nessuno.

Operatrice: Allora in via dei Rossi?

Bernardo Mingrone: Dei Rossi, sì.

Operatrice: Ma dove? A Siena?

Bernardo Mingrone: In Piazza, sì, Salimbeni.

Mingrone capisce che l’operatrice non ha chiaro dove si trovi via dei Rossi, per questo motivo continua a far riferimento alla più nota Piazza Salimbeni, David, peraltro, si trova in vicolo Monte Pio.

Operatrice: Ah, in Piazza Salimbeni stanno arrivando, son partiti, erano a un pronto soccorso, stavano scaricando un altro malato.

Operatrice: Che succede signore?

Bernardo Mingrone: Eh, si è suicidata una persona.

Operatrice: Ma è…

Bernardo Mingrone: Si è buttata da una finestra.

Operatrice: A che piano?

Bernardo Mingrone: Dal terzo, è immobile per terra io non so che… no… non riesco ad andarci.

Operatrice: Lo vede che respira?

Bernardo Mingrone: Sì, sì, non… non respira.

Bernando Mingrone solo su richiesta dell’operatrice riferisce che David non respira più ma nonostante tutto desidera che si faccia al più presto un disperato tentativo di soccorrerlo.

Mingrone, a differenza di Alberto Stasi, non si rassegna alla morte del proprio collega. Mingrone non è in grado di metabolizzare un’informazione così sconvolgente ed insiste perché David venga rapidamente soccorso. La mancata accettazione della morte è un indice di innocenza, al contrario, nel caso di Stasi, l’accettazione della morte di Chiara è un indice della sua colpevolezza.

Operatrice: Sento le sirene, stanno arrivando.

Bernardo Mingrone: No, questa è la polizia.

Operatrice: Uhm, è la polizia? Ok.

Bernardo Mingrone: Sì, è la polizia.

Operatrice: Comunque, guardi, stanno arrivando.

Bernardo Mingrone: No, ah, ecco l’ambulanza.

Operatrice: E’ l’ambulanza, ok, arrivederci.

Analisi della telefonata effettuata da Mingrone al 112:

Carabiniere: Pronto?

Bernardo Mingrone: Pronto?

Carabiniere: Pronto buonasera, Carabinieri di Siena, prego…

Bernardo Mingrone: Può mandare subito una macchina a via dei Rossi, in Piazza Salimbeni, al Monte dei Paschi!? Si è buttata una persona dalla finestra.

È chiaro che Mingrone fa sempre riferimento a Piazza Salimbeni e non a via de’ Rossi perché è convinto, a ragione, che la Piazza sia più conosciuta della via e che non sarà difficile indirizzare da lì i carabinieri e i soccorsi in via de’ Rossi. In ogni caso Mingrone fornisce al carabiniere più riferimenti possibili: “via dei Rossi, in Piazza Salimbeni, al Monte dei Paschi”, perché non ci siano dubbi su dove mandare la pattuglia.

Carabiniere: Come si chiama lei scusi? Pronto? Come si chiama lei?

Bernardo Mingrone: Mingrone.

Carabiniere: Mi?

Bernardo Mingrone: Mingrone.

Carabiniere: Miii?

Bernardo Mingrone: Mingrone.

Carabiniere: Mingrone.

Carabiniere: Di nome?

Bernardo Mingrone: Bernardo, Bernardo.

Carabiniere: Bernando, via dei Rossi?

No comment.

Bernardo Mingrone: Via dei Rossi, com’è il numero? (Mingrone si informa da altre persone per rispondere al carabiniere con precisione) all’incrocio di via dei Rossi.

Mingrone cerca di essere il più preciso possibile con il carabiniere chiedendo informazioni ad altri soggetti vicini a lui.

Carabiniere: Via dei Rossi…?

Bernardo Mingrone: Mandate una macchina qua in Piazza Salimbeni, al volo.

Mingrone è spazientito, fa capire al suo interlocutore di essere stufo delle sue domande che gli appaiono una gran perdita di tempo e chiede che venga inviata un’auto al più presto.

Carabiniere: Salimbeni, lì, è da… davanti al Monte!

Bernardo Mingrone: Sì, esatto!

Il carabiniere mostra di conoscere Piazza Salimbeni, Mingrone appare sollevato.

Carabiniere: Da dove si è buttato questo signore?

Bernardo Mingrone: Dal terzo cazzo di piano!

Carabiniere: Oh, signore io sto facendo delle domande… (Mingrone interrompe il carabiniere)

Non solo Bernardo Mingrone dice la parola “cazzo” ma interrompe il carabiniere, è stremato dai tempi morti della telefonata e manifesta tracce verbali di rabbia per i fatti occorsi. Di certo Mingrone non fa nulla per accattivarsi l’interlocutore perché non ha nulla da nascondere, egli desidera sinceramente che si faccia il possibile per salvare David e per capire cosa gli sia successo.

Parolacce ed imprecazioni si trovano frequentemente nelle telefonate di soccorritori innocenti mentre nelle telefonate di soccorso di soggetti implicati nei fatti si riscontrano spesso eccessive buone maniere. 

Bernardo Mingrone: Una macchina per favore.

Carabiniere: Eh, vi si manda, va bene? Un attimino.

Bernardo Mingrone: Sì, grazie.

Solo dopo aver mostrato il proprio nervosismo al carabiniere, Mingrone dice: “per favore” e “grazie”, lo fa per ottenere ciò che desidera: una pattuglia dei carabinieri.

In conclusione, le tre telefonate di Bernando Mingrone provano la sua estraneità ai fatti e sono un esempio straordinario di una sincera richiesta di soccorso.

La richiesta d’aiuto di Mingrone è immediata, non unica ma ripetuta; non fornisce più informazioni del necessario, né informazioni estranee al contesto, né informazioni contraddittorie, né risposte evasive; Bernando Mingrone non accetta che David Rossi sia morto; nelle sue risposte sono assenti sia ripetizioni che pause, che domande, tutti espedienti che i colpevoli usano per prendere tempo per cercare di costruire risposte non incriminanti; Mingrone non si perde in convenevoli, al contrario, lascia intendere al carabiniere di essere irritato con lui mostrando di non temere di inimicarselo, questo perché non ha nulla da nascondere.

Suicidio di David Rossi: analisi dell’intervista estorta a Pierluigi Piccini da Le Iene

“Liberamente nel campo di Siena, ogni vergogna deposta, s’affisse”.

Dante, purgatorio, XI canto

Il 6 marzo 2013 David Rossi è morto dopo essere precipitato dalla finestra del suo ufficio nella sede del Monte dei Paschi di Siena; David era il responsabile della comunicazione della banca. Nel marzo 2014 e nel luglio 2017 il GIP ha disposto l’archiviazione dell’inchiesta sulla morte di David come suicidio.

L’inviato de Le Iene Antonino Monteleone ha parlato con Pierluigi Piccini, ex sindaco di Siena ed ex dirigente della banca Monte dei Paschi, i due, in compagnia di altre due persone, erano seduti al tavolo all’aperto di un bar di Piazza del Campo, la loro conversazione è stata registrata da una telecamera e da un microfono nascosti ed è stata  mandata in onda, senza il consenso di Piccini, nella puntata de Le Iene di domenica 8 ottobre 2017.

Pierluigi Piccini, ex sindaco di Siena

Antonino Monteleone: Ma se uno volesse ipotizzare che quello di David è stato il suicidio di un ragazzo che ha vissuto la cresta dell’onda?

Pierluigi Piccini: No, tutte cazzate, tutte cazzate, David Rossi aveva in mano… Lui ha gestito più di 50 milioni di euro in 4 anni… aveva le porte aperte dappertutto.

Piccini esclude con forza l’ipotesi del suicidio di David.

Antonino Monteleone: Lei crede sia una forzatura non riconoscere il suicidio oppure che effettivamente ci siano delle anomalie tali da… ?

Pierluigi Piccini: No, le anomalie ci sono, le anomalie ci sono, è inevitabile e poi David fa un errore storico, cioè lui dice che sarebbe andato dai magistrati a raccontare tutto e dice: “Io di questa città conosco tutto, dai tempi del Piccini fino ad oggi”, David Rossi fa il grande errore di dire: “Io parlo”.

Piccini dice: “David fa un errore storico, cioè lui dice che sarebbe andato dai magistrati a raccontare tutto” e poi, in aggiunta, cita una frase di David dove compare il suo nome, lo fa per darsi importanza; in ogni caso Piccini lascia intendere che Rossi sapesse alcune cose e che potrebbe essere stato ucciso per evitare che le rivelasse.

Vediamo che cosa ha dichiarato riguardo a questo punto la moglie di David, Antonella Tognazzi: 

Giornalista: E’ vero che suo marito voleva andare in procura? Per dire che cosa?

Antonella Tognazzi: Ma in realtà niente, questo… io sono altamente certa di questo, è… il problema è che evidentemente qualcuno con la coscienza eee poco pulita eee non sapeva che cosa voleva o poteva andare a dire e forse si è preso, non lo so, in mente un momento di panico, io non lo so, io non lo so.

Antonino Monteleone: Cioè non c’è complottismo nel dire: Questo non s’è ammazzato o non s’è ammazzato da solo, diciamo?

Pierluigi Piccini: No, no.

Piccini continua a dire che, a suo avviso, David è stato ucciso.

Antonino Monteleone: Lei a che ora ha saputo?

Pierluigi Piccini: Io? Un quarto d’ora dopo.

Piccini risponde con una domanda per prendere tempo e poi non dice “poco dopo” ma desidera che si sappia che lui è stato uno di quelli ad essere informati nell’immediatezza dei fatti.

Antonino Monteleone: E ha pensato: Oddio è impazzito David, o ha pensato: Non quadra?

Pierluigi Piccini: Non… no, conoscendo la razionalità di David, se è rimasta come lo conoscevo io, non è possibile che si suicida, la città è convinta che sia stato ucciso.

Piccini lascia intendere che non frequentasse David Rossi da tempo, non può pertanto essere d’aiuto per comprendere lo stato d’animo di Rossi prima della sua morte; poiché Piccini non è in grado di motivare il proprio convincimento riferisce al giornalista che, come lui, “la città è convinta che sia stato ucciso”.

Antonino Monteleone: Ma può avere… questa benedetta perquisizione… per la fuga di notizie aver… cioè tu sei uno che si mangia il mondo, ad un certo punto ti succede l’ultima cosa che ti aspettavi che ti succedesse…?

Pierluigi Piccini: Ma uno che mangia il mondo, scusa, eh, ha paura di una perquisizione?

Piccini continua ad esprimersi nonostante non fosse stato a conoscenza dello stato d’animo di Rossi per non averci parlato a ridosso dei fatti; l’ex sindaco non solo non frequentava più David ma non lavorava neanche più al Monte dei Paschi, non può pertanto sapere che timori avesse il povero Rossi.

La vedova di David, Antonella Tognazzi, nonostante si sia sempre detta convinta che David non si sarebbe suicidato, ha rilasciato dichiarazioni agli inquirenti che smentiscono Piccini:

“Ha cominciato a temere di essere coinvolto o semplicemente sospettato nella vicenda giudiziaria. Tale convinzione nasceva dalla circostanza del legame che lo avvicinava al. Presidente Mussari, nel senso che egli riteneva che essendo indagato il Mussari, la vicenda poteva in qualche modo interessare anche lui per il necessario rapporto di vicinanza che aveva anche con il presidente (ex) anche se l’ultima volta che si erano sentiti era a Natale. Mio marito non si capacitava circa le colpe che lo potessero coinvolgere non trovandone alcuna. La perquisizione del suo ufficio e dell’abitazione avevano generato in lui la preoccupazione che il nuovo management potesse, per queste circostanze, dubitare di lui, nel senso che potesse pensare che in qualche modo lui non fosse leale nei confronti della Banca, dubitando così della sua onestà ed integrità professionale, al punto da poter essere addirittura licenziato. Posso dire che queste non erano solo sue paure, perché lui mi riferì di alcune voci senza però farmi i nomi secondo le quali era imminente la sua sostituzione con un professionista proveniente da Milano. Tali voci mi furono riportate dal Rossi successivamente alle perquisizioni e non negli ultimi giorni”.

Il dottor Fabrizio Viola, amministratore delegato della Banca Monte dei Paschi di Siena, smentisce anch’egli Piccini. Viola, sempre in merito alla perquisizione, ha dichiarato agli inquirenti:

“Premetto che il 19 febbraio lo informai io del decreto di perquisizione nei suo confronti: lui sbiancò letteralmente a da quel giorno con David ebbi un atteggiamento quasi da padre a figlio perché lui si mostrava molto preoccupato. Io più volte lo rassicurai che lui aveva la nostra piena fiducia. Dopo la perquisiziohe lui ritornò da me, ma io gli raccomandai di non dirmi niente, così come era accaduto per gli altri dipendenti escussi o perquisiti; gli precisai che, questo, non era un atto di sfiducia nei suoi confronti, ma era una raccomandazione di riservatezza. Lui prese atto di questo. Dall’indomani tuttavia iniziò a ridirmi. di sentirsi “messo in mezzo” da qualcuno; ciclicamente tornava spesso su questo argomento” .

Il presidente del Monte dei Paschi, Alessandro Profumo, sentito il giorno dopo il suicidio di David, ha manifestato agli inquirenti le preoccupazioni del Rossi:

“Ricordo che due giorni fa lo invitai a raggiungermi nel mio ufficio per ragioni di lavoro e lui in quell’occasione mi rinnovò la sua preoccupazione; temeva in particolare di poter subire conseguenze penali dalle indagini in corso, mostrava preoccupazione addirittura di essere arrestato”. 

Antonino Monteleone: Dice: Pelo sullo stomaco ce lo doveva avere?

Pierluigi Piccini: Mah, scusa, ma… eh? Allora sennò veramente… ci sono molte cose che non tornano in questa vicenda.

Piccini è vago, evasivo e, non facendo un regalo né a David né a se stesso, lascia intendere che in banca succedessero cose da “pelo sullo stomaco”.

Piccini parla della carenza di documenti nell’ufficio di David:

Pierluigi Piccini: Questo è strano perché David aveva l’abitudine quando faceva l’addetto stampa mio di prendere sempre appunti, cioè io mi ricordo che noi avevamo un modo di lavorare, lui era quello che mi teneva la memoria, sostanzialmente e aveva sempre appunti oppure mi faceva gli appunti sulle cose che succedevano e quindi poi una memoria la teneva lui, questo fatto che lui non abbia lasciato nulla.

Piccini ha bisogno di precisare i ruoli, David “faceva l’addetto stampa mio”, “lui era quello che mi teneva la memoria, sostanzialmente”, non “David lavorava con me” o “David collaborava con me”, vuol far sapere al suo interlocutore che un uomo importante come Rossi era un suo sottoposto. 

Antonino Monteleone: David era un semplice capo dell’area comunicazione?

Pierluigi Piccini: Sì, ma non scherziamo, io vengo dalla banca, eh, cioè… ora non scherziamo.

Antonino Monteleone: Non faceva solo l’addetto stampa?

Pierluigi Piccini: Macchè, lui era l’uomo… il braccio destro di Mussari su tante cose, non scherziamo, ma uno che gestisce 54, 50 milioni di euro in 4 anni, ma ma ti rendi conto quanti sono? Cioè, che lui avesse una particolare, anche come dire, appeal all’interno della banca perché era il braccio destro di Mussari e potesse indirizzare dei finanziamenti, questo sì.

Antonino Monteleone: Questo sì, ma dire che fosse addentro ad alcune decisioni, comunque al cuore delle decisioni della banca?

Pierluigi Piccini: Questo sì.

Antonino Monteleone: Questo sì.

Pierluigi Piccini: Questo sì.

Antonino Monteleone: Ma con ruoli attivi o di spettatore privilegiato?

Pierluigi Piccini: Sicuramente con Mussari sì, sicuramente sì e poi dopo come addetto stampa, per forza doveva sapere le operazioni, quelle da dire, quelle da non dire, come gestirle, per forza doveva saperle.

Antonino Monteleone: Quindi non può essere un uomo che è rimasto solo, che è crollato?

Pierluigi Piccini: Ma quali solo? No, lui aveva la possibilità, lui ha dialogato con tutti i direttori dei giornali di tutta Italia, non aveva un problema di lavoro assolutamente.

Pierluigi Piccini: E dice alla madre: Vengo a prendere le polpette?!

Antonino Monteleone: Per non farla preoccupare.

Pierluigi Piccini: Ma sì e poi s’ammazza, dai via su, alla madre dice: “Guarda sì, prepara le polpette che le vengo a prendere”, e poi s’ammazza? Come se la madre non se ne sarebbe accorta che muore? Cioè, we, non esiste.

Antonino Monteleone: E dice alla moglie: Vengo a farti la puntura?!

Pierluigi Piccini: Ma dai! Ma non esiste, no? Vengo a prendere le polpette alla madre… non ti sembra strano? Tu a tua madre dici: “Mamma vengo a prendere le polpette e poi t’ammazzi?”, così la madre non se ne accorge che te sei ammazzato? Dai via, cioè, no, no, no, non… però l’indagine è stata fatta male. Il problema: parte male questa indagine all’inizio e devo dire, anche la famiglia nel momento dello shock, ad esempio, non si rende bene conto di quello che sta succedendo, no? Sono pentiti perché involontariamente sono sparite delle… dei vestiti, io dico che gli errori nascono al momento in cui iniziano a fare le indagini.

Pierluigi Piccini sostiene che il fatto che Rossi avesse preso degli impegni a ridosso della sua morte sia con la madre che con la moglie è la riprova che non possa essersi ucciso, un’affermazione sciocca di chi parla senza competenze specifiche, chi ha pensieri suicidi può continuare a vivere la quotidianità fino alla messa in pratica di un gesto disperato.  

Antonino Monteleone: Chi ti può volere morto? Ok, non mi sono suicidato e quindi quale sarebbe il movente? In che modo io mi sono messo in un casino?

Pierluigi Piccini: Allora c’è un’altra storia parallela.

L’ex sindaco lascia intendere che David è stato ucciso a causa di una storia parallela che vede comunque coinvolta la banca; Piccini parla di una storia parallela perché non potrebbe essere altrimenti visto che David è precipitato dalla finestra del suo ufficio, visto che il fatto è accaduto proprio nella sede della banca. 

Antonino Monteleone: In che senso?

Pierluigi Piccini: C’è un’altra sto… c’è un’altra storia parallela. Un avvocato romano mi ha detto: “Ma perché vi rigirate tanto i coglioni!?”. Io: Ma scusa, perché? Era un’amica mia dove il marito era nei servizi… “Ma guarda”, dice: “Devi indagare su alcune ville fra l’aretino e il mare… e i festini che facevano lì”… Perché la magistratura potrebbe anche aver abbuiato tutto perché scoppia una bomba morale, non so se mi sono spiegato? Questo filone non è mai stato preso. E Questo avvocato romano mi ha detto: “Non state lì a girare tanto le scatole. C’è una villa fra Siena e Arezzo e c’è una villa al mare dove facevano i festini”. Chi andava a queste feste? Chi ci andava? Ci andavano anche i magistrati senesi, ad esempio? Maaah? Ci andava qualche personaggio nazionale? Maaaah? La cocaina era… gira a fiumi in questa città.

Piccini riferisce un fatto riferitogli da un avvocato romano al quale lo avrebbe riferito un’amica, moglie di un uomo dei servizi segreti, tanto basterebbe per farsi una sonora risata se l’argomento della conversazione non fosse tragico. Ma veniamo alla natura della clamorosa rivelazione fatta a Le Iene da Piccini e a sua volta confidatagli da un fantomatico avvocato romano, non un suo amico evidentemente perché l’ex sindaco ne parla con distacco, forse qualcuno con cui Piccini si è intrattenuto a parlare della morte di David per qualche minuto, insomma, questo signore, che per accreditarne le rivelazioni l’ex sindaco definisce “avvocato”, a detta di Piccini, lo ha invitato ad “indagare su alcune ville fra l’aretino e il mare… e i festini che facevano lì”, incredibilmente, secondo questa storia, l’avvocato romano non si sarebbe rivolto direttamente alla Procura di Siena ma avrebbe invitato il signor Pierluigi Piccini ad indagare, un racconto a dir poco esilarante.

Piccini durante la chiacchierata con Monteleone, dopo aver riferito le rivelazioni del fantomatico “avvocato romano”, ipotizza che la magistratura senese possa anche aver insabbiato tutto per evitare che scoppiasse una “bomba morale” e poi lascia intendere che tra chi andava ai festini potessero esserci pure alcuni magistrati senesi ed aggiunge che a Siena gira cocaina a fiumi.

In un’intervista a La Repubblica del 10 ottobre 2017 Piccini afferma: “Io ho solo riportato voci che mi ha raccontato qualcuno, mi sembra un avvocato romano, e anche queste circolano da tempo in città. Non sono novità, almeno per noi senesi. Lei pensi che nel 2013, durante un’assemblea del Monte dei Paschi, un consigliere comunale parlò pubblicamente di personaggi orgiastici e pervertiti”, confermando di aver semplicemente riportato delle voci e mostrando di non ricordare neanche chi gliele avesse riferite, “mi sembra un avvocato romano”; inoltre, ancora una volta, afferma che sono voci che “circolano da tempo in città” al pari della voce che David Rossi sia stato ucciso e poi aggiunge altri ingredienti alla sua zuppa, racconta che “nel 2013, durante un’assemblea del Monte dei Paschi, un consigliere comunale parlò pubblicamente di personaggi orgiastici e pervertiti”.

Evidentemente è entrato ormai nella tradizione toscana, insieme alla zuppa di pane raffermo e verdure, quando non si sa che pesci pigliare, il fantasticare di festini accompagnati da orge e riti satanici in qualche villa isolata, in specie dopo che si è diffusa l’infondata “credenza” che il cosiddetto mostro di Firenze, un serial killer a tutti gli effetti, avrebbe prelevato i tanto bramati trofei per cederli ad un fantomatico “secondo livello” che organizzava festini a luci rosse per professionisti e intellettuali. Un’enorme boiata che purtroppo continua a mietere vittime innocenti. Il Mostro di Firenze, autore di 8 duplici omicidi, è stato un singolo assassino seriale che ha ucciso per lussuria, un incompetente sessuale che ha agito sulle sue vittime atti sessuali sostitutivi come la penetrazione con il coltello del seno e del pube o l’asportazione degli stessi, pezzi anatomici che gli hanno permesso di rivivere emozionalmente l’omicidio a distanza di tempo.

Antonino Monteleone: In italia.

Pierluigi Piccini: Sì, domandalo a (nome censurato) quanta ne… quanto uso ne fa!

Piccini fa un nome e dice che il soggetto in questione è un consumatore abituale di cocaina. Un’idea sul nome censurato da Le Iene non è difficile farsela. Che c’entra con la morte di David il fatto che questo signore faccia uso di cocaina? Piccini evidentemente prova rancore nei confronti del soggetto in questione e si è semplicemente tolto un sassolino dalla scarpa. Non è la prima volta che durante la chiacchierata con Monteleone trapela una certa frustrazione da parte dell’ex primo cittadino.

Antonino Monteleone: Ne fa o ne faceva?

Pierluigi Piccini: Ne fa.

Pierluigi Piccini insiste. Non ne esce assolutamente bene, di certo più da pettegolo che da eroe come invece qualcuno vorrebbe dipingerlo.

Pierluigi Piccini: Questa è un’altra storia parallela e mi fermo qui e se esce mezza parola, io vi denuncio perché io non posso fare, io sono una persona pubblica in questa città, mi candido a fare il sindaco e non posso farlo. Ad un certo punto, io posso anche capire magistratura che di fronte ad una cosa del genere, guarda che te sto a dire, cerchi di chiudere perché altrimenti diventa una cosa molto difficile… e lo posso anche capire.

L’ex sindaco non solo lascia intendere che la magistratura avrebbe insabbiato “perché altrimenti diventa una cosa molto difficile” ma dice che può capirli, non uscendone bene neanche stavolta.

Antonino Monteleone: Sempre resta irrisolto ciò che ha reso un capo ufficio stampa una persona da eliminare?

Pierluigi Piccini: Ma lo sai quanta roba gira al mondo, non lo vedi che ancora non riescono a risolvere i probl… Si sono mangiati una banca. Perché si sono mangiati una banca?

Piccini è evasivo, non gli è facile trovare collegamenti che non esistono.

Antonino Monteleone: Ma dello IOR gli avevi chiesto?

Pierluigi Piccini: Ragazzi mi volete mandar… che volete fare di me, mi volete rovinare?

Antonino Monteleone: Ci dice davanti ad una telecamera: “Per me David Rossi non si è suicidato”?

Pierluigi Piccini: Questo ve lo posso dire, l’ho scritto dicendo che ho seri dubbi sul fatto che si sia suicidato, questo l’ho scritto.

Piccini dice di poter dire davanti alla telecamera che David si è suicidato, mostrando di essere convinto che Le Iene debbano ancora cominciare a registrare.

Antonino Monteleone: I dubbi ti vengono dal vedere le immagini o dalla conoscenza?

Pierluigi Piccini: Eh, ma son tanti fattori, tutta questa indagine ha dei punti…

Pierluigi Piccini: Ragazzi ma io devo fare… so’ candidato a sindaco, mi volete mettere contro la magistratura, facciamo un patto scritto e io… va bene… Io vi devo misurare perché se voi fate uscire mezza parola di quello che ho detto io non vi faccio l’intervista.

Pierluigi Piccini crede che dopo questa chiacchierata inizieranno a registrare l’intervista vera e propria.

Antonino Monteleone: Lui assume che abbiamo registrato, lui da per scontato…

Pierluigi Piccini: Sì, sì.

Piccini non ne è certo ma ha il timore che la sua voce possa essere stata registrata.

Accompagnatore di Monteleone: Quindi le cose che ci ci ha detto ce le ha dette sapendo che potevamo registrarlo ma potrà dire ma mi registravano io che ne sapevo.

L’accompagnatore di Monteleone dice questa frase per usarla in forma di consenso per poi pubblicare la chiacchierata con Piccini. Piccini non è consapevole di essere registrato e per questo non replica a questa affermazione.

Pierluigi Piccini: Io ti ho dato una serie di informazioni, gestiscile.

Piccini invita ingenuamente Monteleone ad indagare sulla “pista parallela” da lui prospettata pensando che Le Iene approfondiscano la nuova “pista” senza fare il suo nome.

Pierluigi Piccini: Voi mi dite che non m’avete registrato niente, cosa che non ci credo perché tu c’hai un sorriso strano, ‘sto ragazzo c’ha un sorriso strano, anche questo so’ due paraculi questi, fammi vedere l’altro telefono, ne hai tanti… però ci diventa rosso, lo vedi eh? Mi volevate inculare? Che teste di cazzo, no, mi volevate inculare, siete teste di cazzo tutti e due. Aspetta, aspetta, aspetta, aspetta, no, eh, no, eh, no, io vi denuncio, io vi denuncio davvero, eh… Guarda, eh, no, eh, non va bene, levala dai, c’ha il registratore, tira fuori, queste sono delinquenzate, siete dei delinquenti, dammi l’apparecchio, dammi l’apparecchio, tu non ti muovi da qui, eh, tu mi devi dare quella registrazione, è così, se tu adoperi le parole che io ho detto, dato che c’ho testimoni, ti denuncio. Tu mi hai carpito una cosa, ora mi fate incazzare davvero, eh, ma che stiamo a scherza’, ma tu mi carpisci le cose senza dirmi niente e vuoi anche avere ragione? Stai cercando di giustificare quello che hai fatto? Ma che stiamo a scherzare, stiamo!?

Pierluigi Piccini è sinceramente preoccupato, non aveva la consapevolezza di essere registrato, Le Iene, come Piccini lascia intendere durante la conversazione, gli avevano fatto credere che lo avrebbero intervistato e registrato solo dopo la chiacchierata informale al tavolino del bar, tanto che al termine della puntata de Le Iene, Piccini ha rilasciato il seguente comunicato stampa: “In seguito alla trasmissione delle Iene andata in onda domenica 8 ottobre su Italia 1 (Mediaset), preciso che ho immediatamente sentito i miei legali dando loro mandato di difendere le mie ragioni sia sul piano penale che civile, in quanto la registrazione e le riprese sono state effettuate in maniera scorretta”.

Antonino Monteleone durante messa in onda della registrazione ha dichiarato: Avete capito, lui poteva immaginarlo benissimo che avremmo potuto registrarlo ma nonostante questo c’abbiamo pensato a lungo prima di decidere cosa fare di questa conversazione e abbiamo deciso di pubblicare questo incontro perché comunque sia stiamo parlando della morte di una persona e della richiesta di verità da parte dei familiari anche perché delle tante persone incontrate a Siena in questi giorni, in un clima a dir poco omertoso, l’ex sindaco Piccini è l’unico dei personaggi non legati alla famiglia che ci ha detto sinceramente come la pensa e anche come la pensa una buona parte della città.

Antonino Monteleone, prima di tutto, per giustificare la messa in onda di una registrazione estorta, vuol fare credere al suo pubblico televisivo che Piccini potesse immaginare di essere registrato e che pertanto quel “poter immaginare” possa essere interpretato come una specie di consenso, un abominio. Monteleone aggiunge inoltre di aver deciso di mandare in onda la conversazione estorta per un’impellenza morale, perché la registrazione riguardava la morte di una persona, nulla di più lontano dalla verità, bastava analizzare superficialmente le dichiarazioni di Piccini per capire che l’ex sindaco non aveva riferito nulla che potesse far luce sulla morte di David Rossi ma solo impressioni personali e pettegolezzi. Le Iene hanno mandato in onda la registrazione estorta semplicemente per fare spettacolo, ben consapevoli che avrebbero arrecato un danno gratuito a Pierluigi Piccini.

La registrazione è stata trasmessa alla Procura di Genova non perché le rivelazioni dell’ex sindaco abbiano alcun peso riguardo alla morte di Rossi ma per le gravi “accuse penali rivolte ai magistrati degli uffici di Siena” da parte di Piccini e “per la sistematica delegittimazione, come quella da ultimo operata dall’interlocutore delle Iene (rilanciata scientemente senza alcun filtro e con la consapevolezza di non aver compiuto alcun riscontro), che senza alcuna conoscenza diretta della complessa attività di indagine, dei risultati degli accertamenti tecnici, degli immani sforzi compiuti per dare spiegazione ad ogni elemento di criticità, sulla base di un pregiudizio personale, senza indicare alcun argomento di merito, tenta di accreditare, con esternazione ignote per provenienza, una propria tesi personale suffragandola con pesantissime accuse ai danni dei magistrati che hanno seguito la vicenda giudiziaria, additandoli come partecipi di un oscuro disegno criminoso”, così come dichiarato dal Procuratore capo Salvatore Vitello.

Personalmente vorrei dire a Monteleone che non ha nessun diritto di definire omertoso chi non parla con lui. Il signor Antonino Monteleone non è nessuno per pretendere risposte da chicchessia, i signori da lui definiti omertosi, le risposte le hanno già date alla magistratura.