Analisi della lettera inviata da Massimo Giuseppe Bossetti al giornalista Enrico Fedocci

Massimo Giuseppe Bossetti, all’indomani della sentenza della Corte Suprema che ha confermato la condanna all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, ha inviato questa lettera ad un giornalista:

Bossetti è stato accusato di aver ucciso una ragazzina, Yara Gambirasio, ed è stato condannato in via definitiva per il suo omicidio. In questa lettera, inviata al giornalista Fedocci, non è stato capace di negare di aver ucciso Yara; non è stato capace di scrivere “Io non ho ucciso Yara” o “Io non ho ucciso la Gambirasio” o “Io non ho ucciso Yara Gambirasio”.

Quando Bossetti scrive “un innocente condannato al carcere a vita senza MAI potersi difendere” fa riferimento ad “un innocente condannato” generico non a se stesso, non prende possesso di ciò che scrive, non è capace di scrivere “io sono innocente e sono stato condannato al carcere a vita senza essermi potuto difendere”.

Anche “Questa non è una cosa da paese civile” è una frase generica e sempre riferita al soggetto “innocente condannato” di cui ha scritto di sopra.

“Io sono INNOCENTE e lo griderò finché avrò voce” non è una negazione credibile.

Dirsi innocenti non equivale a negare di aver commesso un omicidio. E’ un modo di negare il risultato giudiziario non l’azione omicidiaria.

Se Bossetti avesse scritto “Io non ho ucciso Yara” e poi avesse aggiunto “Io sono innocente e lo griderò finché avrò voce”, in questo contesto la frase “Io sono innocente e lo griderò finché avrò voce” sarebbe stata accettabile.

Bossetti, come molti colpevoli, è capace di dire “Io sono INNOCENTE” ma non è mai stato capace di negare di aver commesso l’omicidio, né durante gli interrogatori, né durante le udienze del processo a suo carico, né durante i colloqui in carcere con i familiari. 

Bossetti non ha mai detto “Io non ho ucciso Yara”. Una frase semplice che un soggetto innocente de facto, sospettato di aver commesso l’omicidio della Gambirasio, avrebbe detto subito a chi indagava, ai propri familiari, ai giornalisti, ai propri avvocati e ripetuto ossessivamente, se necessario.

In casi come questo, gli analisti americani dicono: “If someone is unable or unwilling to say that he didn’t do it, we are not permitted to say so for him” (Se qualcuno è incapace o non vuole dire di non averlo fatto, noi non abbiamo il permesso di farlo per lui).

Relativamente alla grafia, si noti l’enfasi sulle parole “MAI”, “INNOCENTE” e “INNOCENZA!!”, Bossetti non solo scrive le tre parole in stampatello ma sottolinea “MAI” e “INNOCENZA” e aggiunge in finale due punti esclamativi.

L’enfasi è un segnale di un bisogno di persuadere che gli innocenti non hanno.

Bossetti mostra di non potersi avvalersi della protezione del cosiddetto “muro della verità” che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che posseggono coloro che dicono il vero e che gli permette di non far ricorso all’enfasi e di limitarsi a scrivere/dire poche parole, quelle giuste.

Se un soggetto accusato di aver ucciso XY afferma, senza aggiungere altro, “Io non ho ucciso XY”, è molto probabile che non abbia commesso l’omicidio. Se poi la stessa persona, riferendosi alla sua negazione, aggiunge, “Ho detto la verità”, in accordo con le statistiche, nel 99.9% dei casi è un innocente de facto, ovvero non ha commesso il delitto.

In conclusione, Bossetti non è stato capace di negare di aver ucciso la povera Yara Gambirasio neanche in questa missiva, ma spera comunque che ancora una volta le sue parole vengano interpretate come una negazione dell’azione omicidiaria dai suoi sostenitori e gli permettano di ritagliarsi un ruolo di vittima della giustizia con la “g” minuscola.

Già nel febbraio 2015 Bossetti aveva spedito una lettera alla redazione di Tgcom24/News Mediaset:

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“Non hò mai fatto male a nessuno” non è una negazione credibile, anzi è una formula usata spesso da chi ha commesso un omicidio.

“Io non ho ucciso Yara” è una negazione credibile ma Bossetti non è mai riuscito a dirlo, né a scriverlo. 

Bossetti scrive “ho sempre vissuto amando mia moglie e i miei figli” perché sente il bisogno di rappresentarsi come un bravo ragazzo. Si tratta del “Good Guy/Bad Guy Factor” in Statement Analysis.

“sono Innocente” non è una negazione credibile.

Dirsi innocente, come abbiamo visto in precedenza, non equivale a negare l’azione omicidiaria. In ogni caso, in questa occasione, Bossetti dice il vero, è ancora innocente “de iure” sebbene non lo sia “de facto”. Infatti, un soggetto che abbia commesso un omicidio e non sia stato ancora giudicato o che sia stato assolto è innocente “de iure” sebbene non lo sia “de facto”. 

Bossetti, scrivendo “Sono Innocente, vi prego di credermi”, mostra un bisogno di convincere che gli innocenti non hanno.

Inoltre, in questa breve missiva, Bossetti fa per due volte ricorso all’enfasi, scrive infatti “Innocente” con la “I” maiuscola.

Se Bossetti non avesse ucciso Yara gli sarebbe bastato pronunciare 5 parole “Io non ho ucciso Yara” e non avrebbe avuto bisogno di ricorrere ad escamotage linguistici nel tentativo di convincere i suoi interlocutori.

Questo Articolo è stato pubblicato su Le Cronache Lucane il 16 ottobre 2018.

Analisi di uno stralcio di una telefonata intercorsa tra Massimo Giuseppe Bossetti e sua moglie Marita

Marita Comi

Marita Comi: Come stai tu?

Massimo Giuseppe Bossetti: Eh.

Marita Comi: Come stai?

Massimo Giuseppe Bossetti: Vado avanti, combatto, puoi immaginare cosa sia il mio stato d’animo in attesa della cassazione.

Marita Comi: Fatti forza. 

Massimo Giuseppe Bossetti: Nel frattempo… stai tranquilla, non preoccuparti, capito? Non preoccuparti di niente. Sai che lotto e combatto per tutto.

Marita Comi: L’importante che…

Massimo Giuseppe Bossetti: Non vedo l’ora che qualcosa di positivo possa cambiare, no?

Marita Comi: L’importante che resisti tu.

Massimo Giuseppe Bossetti: Resisti io… ci spero tantissimo, Mari, perché sono stanco… stanco di continuare a subire tutto ingiustamente ed essere visto per quello che non sono.

Marita Comi: Eh, lo so Massi.

Massimo Giuseppe Bossetti: Stanco, stanco di quel posto qua, stanco, stanco di tutto. Infine, non ho mai chiesto… eri presente anche tu, no?… non ho mai chiesto un’assoluzione, ho semplicemente… e continuo a chiedere di poter ripetere un dato scientifico che fugherebbe ogni dubbio. Non so, ci vuole tanto a capirlo?

Si noti che Bossetti dice una frase inaspettata ovvero “non ho mai chiesto l’assoluzione”.

Marita Comi: E’ quello che chiediamo tutti, che vogliamo tutti.

Massimo Giuseppe Bossetti: Sai cosa spero Mari?

Marita Comi: Cosa?

Massimo Giuseppe Bossetti: Ma io spero sinceramente che questi giudici stavolta non siano più… che non sorvolino, come hanno fatto gli altri, che siano più corretti scrupolosi ma soprattutto coraggiosi nel valutare tutto, senza lasciare nulla di intentato.

Marita Comi: Che abbiano una coscienza.

Massimo Giuseppe Bossetti: Eh, ma è sempre quello che ti dicevo, no? E che mi diano una volta per tutte quello che chiedo da anni e che continuo a chiedere.

Marita Comi: Certo, lo speriamo tutti.

Questa telefonata, che è stata registrata da Marita Comi e poi diffusa, è un classico esempio di cosa significhi rivolgersi ad un “undisclosed recipient” ovvero ad un soggetto che non è quello con cui si sta parlando.

In un’occasione Massimo Giuseppe Bossetti ha riferito alla moglie di non aver chiesto l’assoluzione. Perché un innocente non dovrebbe chiedere ai giudici di assolverlo? Perché un innocente dovrebbe sottilineare di non aver chiesto ai giudici di assolverlo? “non ho mai chiesto… eri presente anche tu, no?… non ho mai chiesto un’assoluzione” rappresenta un’ammissione tra le righe.

Ciò che manca in questa telefonata è una frase di poche parole che Bossetti non è mai riuscito a pronunciare “Io non ho ucciso Yara”.

Nella telefonata di un soggetto che si dice innocente, registrata pochi giorni prima della sentenza della Suprema Corte, ci saremmo aspettati di trovare frasi del tipo: “Io non ho ucciso Yara”, “Non sono un assassino, eppure sto rischiando una conferma della condanna all’ergastolo”, Dov’è la giustizia nel nostro paese?”, ed invece Bossetti ha detto a Marita di non aver chiesto “un’assoluzione”.

Marita Comi ha recentemente dichiarato: “Ho fiducia perché Massimo non ha fatto niente. Ne sono sicura al 100 per cento”.

La Comi mostra di non credere al marito in quanto non dice “Ho fiducia perché Massimo non ha ucciso Yara” ma “Ho fiducia perché Massimo non ha fatto niente”. “non ha fatto niente” è una frase generica che si riferisce ad un periodo di tempo indeterminato, di conseguenza la Comi può non esporsi nell’aggiungere “Ne sono sicura al 100 per cento”.

Peter Madsen come Innocent Oseghale

Peter Madsen

Kim, Pamela e Yara e gli assassini per lussuria

Incompetenza sessuale, narcisismo e tratti caratteriali antisociali: così i lust murderer uccidono

di Ursula Franco

Stylo24, 2 maggio 2018

L’inventore danese Peter Madsen, che all’interno del suo sottomarino, l’UC3 Nautilus, il 10 agosto 2017, ha ucciso la giornalista svedese Kim Wall e ne ha poi smembrato il corpo, il 25 aprile 2018 è stato riconosciuto colpevole di omicidio premeditato da una Corte di Copenaghen e condannato all’ergastolo.

Madsen aveva ammesso di aver fatto a pezzi il corpo della Wall e di aver gettato i suoi resti in mare ma non di averla uccisa. L’inventore, durante un’udienza preliminare, aveva riferito al giudice che la Wall era morta in seguito ad un incidente ovvero che a lui era sfuggito di mano un portello da 70 kg che chiudendosi aveva colpito la Wall fratturandole il cranio.

I medici legali, che hanno eseguito l’autopsia sui resti di Kim Wall, non sono stati in grado di determinare la causa della morte della giornalista, hanno però riferito agli inquirenti che sul torso, precisamente sul torace e sul pube, vi erano i segni di almeno 15 coltellate inferte alla donna “poco prima della morte o appena dopo” e che non risultavano esserci fratture a carico delle ossa craniche, un dato che ha permesso di escludere a chi indagava che la morte di Kim Wall fosse intervenuta in seguito ad un forte colpo alla testa.

Spesso nei casi in cui un cadavere viene smembrato è difficile stabilire la causa della morte ma nonostante tutto la Corte ha ritenuto che l’accusa avesse provato l’omicidio attraverso le altre risultanze delle indagini. Gli inquirenti hanno scoperto che Madsen era solito guardare “snuff movie”, che aveva condotto con sé ciò che gli sarebbe servito per legare la vittima, accoltellarla, smembrarne il corpo e gli oggetti metallici usati per appesantire i sacchetti da gettare in mare con all’interno i suoi resti e che aveva scritto ad una donna che l’avrebbe legata e torturata a bordo del sottomarino e ad un amico di aver pianificato un omicidio perfetto dal quale avrebbe tratto un “grande piacere”.

Kim Wall

La perizia psichiatrica disposta dal Giudice, ha riconosciuto Madsen capace di intendere e di volere pur individuando in lui tratti narcisistici ed antisociali. Fascino superficiale, capacità manipolatorie instabilità nelle relazioni interpersonali, esplosioni emotive intense, tendenza all’isolamento sociale, egocentrismo, bassa autostima, intolleranza alle critiche e bassa tolleranza alle frustrazioni, mancanza di empatia e di senso di colpa sono le caratteristiche principali della personalità di Peter Madsen.

Possiamo far risalire ai fatti dell’8 agosto 2017 il cosiddetto “pre crime stressor”. Il  “pre crime stressor” è identificabile in un’ultima frustrazione che conduce un soggetto, che da tempo fantastica un omicidio, all’act out. Un socio dell’inventore ha riferito infatti agli inquirenti che l’8 agosto 2017 Madsen gli era apparso particolarmente nervoso alla notizia della cancellazione del lancio di un missile che stava costruendo. Secondo ciò che è emerso dalle indagini, tra l’8 e il 10 agosto Madsen aveva provato inutilmente a convincere tre donne a salire a bordo del suo sottomarino. Il 10 agosto 2017, aveva invece ricevuto una risposta positiva da Kim Wall, una giornalista che da mesi desiderava intervistarlo. Il fatto che Madsen avesse provato ad attirare a bordo del sottomarino altre donne ci permette di affermare che ciò che l’ha condotto ad uccidere la Wall è stato semplicemente il suo desiderio di uccidere; un movente intrapscichico quindi, non collocabile nel novero dei moventi degli omicidi comuni ma tipico degli omicidi sessuali che sono solo apparentemente omicidi senza movente (motiveless homicide).

Pamela Mastropietro

L’omicidio di Kim Wall ricorda da vicino quello di Pamela Mastropietro, in entrambi i casi il movente è intrapsichico e nello smembramento delle vittime non è riconoscibile un atto difensivo, non un atto che avrebbe potuto aiutare l’autore dell’omicidio ad occultare meglio il cadavere ma semplicemente la messa in pratica di fantasie perverse coltivate da tempo. Madsen e Oseghale hanno smembrato le loro rispettive vittime per appagare un proprio bisogno psicologico, non per ucciderle od occultarne il corpo ma per ottenere una gratificazione.

Entrambi gli omicidi rientrano tra gli omicidi sessuali ed i loro autori possono essere definiti Lust Murderer (assassini per lussuria). Infine è alquanto improbabile che Madsen ed Oseghale abbiano agito atti sessuali veri e propri, è invece probabile che entrambi siano soggetti sessualmente incompetenti, come lo sono la maggior parte degli assassini per lussuria, e che semplicemente dalla penetrazione della vittima attraverso un atto sessuale sostitutivo (substitute sexual activity), ovvero attraverso le coltellate inferte sul seno e a livello del pube, che sono la rappresentazione di una parafilia detta “Piquerismo”, abbiano ottenuto la gratificazione sessuale che cercavano.

Yara Gambirasio

Un altro omicidio che ricorda da vicino gli omicidi della Wall e della Mastropietro è quello di Yara Gambirasio. Non fu una avance respinta a scatenare la furia omicida di Bossetti, così come si legge nelle motivazioni della sentenza, il vero movente di questo omicidio fu il desiderio di seviziare la giovane Yara, un desiderio maturato nelle fantasie perverse del suo autore ed agito in un momento di stress dovuto ai problemi lavorativi di Bossetti e al conflitto coniugale tra lui e sua moglie Marita.

Bossetti, come Madsen, aveva deciso di uccidere da giorni e da giorni aspettava l’occasione più propizia. Massimo Bossetti frequentava l’area in cui viveva Yara e aveva notato la ragazza, nei giorni precedenti al delitto cercò e studiò i movimenti della sua giovane vittima, fantasticò e pianificò l’omicidio fino al momento in cui non gli si presentarono le condizioni ideali per metterlo in atto.

Come Madsen, Bossetti condusse con sé un’arma da taglio che usò solo nella seconda fase dell’omicidio e che non lasciò sulla scena criminis. Egli sequestrò ed uccise Yara utilizzando la cosiddetta tecnica dello squalo, tecnica cara a molti serial killer che cercano una vittima muovendosi a bordo di un mezzo di trasporto, macchina o furgone, la catturano velocemente e la uccidono o nel luogo della cattura o, dopo averla trasportata con il proprio mezzo, in un posto isolato e conosciuto dove possono agire indisturbati. Questo comportamento è caratteristico dei serial killer che vivono in famiglia e che quindi devono cercare ed uccidere le proprie vittime ad una certa distanza di sicurezza da casa propria. Bossetti intercettò Yara mentre la stessa, di ritorno dalla palestra, si stava dirigendo a piedi verso casa e la condusse nel campo di Chignolo d’Isola dove la abbandonò ferita a morte. I serial killer sono spesso abili manipolatori, capaci di conquistare la fiducia delle loro vittime al fine di condurle nella propria ‘comfort zone’, un’area dove sono in grado di agire le loro fantasie in tutta sicurezza. Bossetti, in qualche modo, convinse Yara a salire sul furgone ed in seguito la portò al campo di Chignolo d’Isola, dove la bambina, resasi conto del pericolo, tentò di fuggire ma invano.

Ed ancora, come Madsen, Bossetti non abusò sessualmente della giovane Yara ma si limitò a slacciarle il reggiseno, a reciderle le mutandine e infine ad infierire sul suo corpo con un’arma da taglio, tutti atti sessuali sostitutivi.

Gli autori di questi tre omicidi possono essere definiti anche Sexual Sadistic, soggetti che ottengono la loro gratificazione sessuale, non da atti sessuali veri e propri ma dall’umiliare, torturate e uccidere la propria vittima, traggono piacere dal terrore che riescono a far provare alle loro vittime; generalmente hanno subito abusi sessuali e sono affetti da parafilie, sono spesso sessualmente incompetenti, hanno tra i 30 e i 40 anni, sono sposati con famiglia, non hanno precedenti, pianificano meticolosamente e conducono con sé il kit necessario per mettere in pratica le proprie fantasie. Per quanto riguarda l’età di Bossetti, 40 anni al suo primo omicidio, rientra nel range di età in cui i Sexual Sadistic commettono il loro primo omicidio, in ogni caso, dall’analisi del carteggio intrattenuto con la detenuta Gina si evince, non solo che Bossetti è stato vittima di abusi ma anche che la sua età emozionale non corrisponde alla sua età anagrafica.

Gli omicidi di Yara Gambirasio, di Pamela Mastropietro e di Kim Wall sono omicidi premeditati per anni e figli delle fantasie ossessive dei loro autori. I serial killer uccidono per il piacere di torturare e di uccidere non perché gli sfugge di mano una situazione.

Indagine su bugiardi (seriali) al di sotto di ogni sospetto

La criminologa Ursula Franco ha sfatato per Stylo24 alcuni dei luoghi comuni relativi agli “inganni del linguaggio”. La Franco è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis. La Statement Analysis è una tecnica d’analisi scientifica del linguaggio verbale diffusamente utilizzata in America, Inghilterra e Israele nei casi giudiziari.

Stylo24, 13 aprile 2018

di Ursula Franco

I non addetti ai lavori ritengono che la maggior parte della gente menta ed invece il 90% dei soggetti che non raccontano la verità, dissimulano, ovvero non raccontano menzogne ma semplicemente nascondono alcune informazioni senza dire nulla di falso.

Chi dissimula fa affidamento sull’interpretazione delle sue parole da parte di interlocutori inesperti ed è così che li trae in inganno, egli infatti risponde con dichiarazioni che suonano come negazioni ma che in realtà un orecchio esperto riconosce come negazioni non credibili.

Dissimulano la maggior parte dei soggetti che intendono coprire un proprio coinvolgimento in un omicidio; in ogni caso le loro dichiarazioni, se non contaminate dal linguaggio utilizzato da chi li sottopone ad interrogatorio, sono comunque vitali per ricostruire i fatti.

Falsificano, ovvero non solo tacciono l’informazione vera ma presentano un’informazione falsa come fosse vera, solo il 10% di coloro che tentano di coprire il proprio coinvolgimento in un certo evento.

Falsificare è molto impegnativo e con il passare del tempo chi opta per questa tecnica si accorge che non può fermarsi alla prima bugia e che non solo la stessa va ripetuta all’infinito ma che deve far ricorso a superfetazioni sempre più articolate per tenerla in piedi.

In generale la dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione perché è un comportamento passivo che fa sentire meno in colpa. Peraltro, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, ad esempio sostenendo di non aver detto tutto per una dimenticanza.

I soggetti che dissimulano lo fanno per evitare lo stress che produce il falsificare, uno stress che è dovuto non solo al senso di colpa, posto che anche i soggetti privi di empatia, come possono esserlo i sociopatici, fanno ricorso più frequentemente alla dissimulazione e non alla falsificazione, ma spesso al fatto che falsificare li espone maggiormente, rendendoli vulnerabili e quindi a rischio di essere scoperti e accusati non solo di essere dei bugiardi ma anche del reato in ballo.

Falsificano coloro che da bambini non sono stati rimproverati quando dicevano bugie; generalmente sono soggetti che hanno subito abusi in giovane età e hanno imparato a fare ricorso alla falsificazione per sopravvivere.

Un interrogatorio, sia che un soggetto falsifichi, sia che dissimuli, è comunque utile per ricostruire i fatti e vale lo stesso per le interviste televisive e le telefonate di soccorso.

Purtroppo in questo campo i luoghi comuni sono i peggiori nemici della verità e della giustizia.

Da un interrogatorio ottengono risultati disastrosi solo coloro che non sanno ascoltare e che hanno fretta, che poi sono gli stessi che contaminano gli interrogatori rendendoli inutilizzabili.

Contaminare un interrogatorio significa introdurre, attraverso le domande, termini diversi da quelli usati dall’interrogato, questi termini entreranno nel linguaggio dell’interrogato e lo aiuteranno a mentire. In poche parole: chi non sa condurre un interrogatorio induce l’interrogato a falsificare. E’ superfluo aggiungere che un interrogatorio contaminato non ha alcun valore legale e non merita neanche di essere analizzato.

L’analisi delle parole di un interrogato attraverso la Statement Analysis ci permette di ricostruire i fatti con precisione. Grazie a questa tecnica si possono infatti identificare nel linguaggio di un indagato aree sensibili e aree dove le informazioni mancano, inoltre la casistica ci aiuta a distinguere la struttura ed il contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi realmente vissuti da struttura e contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi immaginati.

Come ho già detto la maggior parte della gente non mente e, pur dissimulando, dice che cosa è successo, ma purtroppo in Italia manca la cultura dell’interrogatorio e dell’analisi linguistica dell’intervista di un sospettato.

Molti PM si cimentano in interrogatori con domande chiuse, che sono le domande a cui è più facile mentire, interrompono l’interrogato mentre lo stesso si esibisce in tirate oratorie, che sono invece fonte di informazioni cruciali per le indagini e soprattutto contaminano l’interrogatorio introducendo termini diversi da quelli utilizzati dall’interrogato, errori grossolani con i quali si giocano spesso l’unico interrogatorio che un indagato concede prima di avvalersi della facoltà di non rispondere.

Mi è capitato di leggere interrogatori di soggetti indagati per omicidio privi delle domande del PM; in questi interrogatori, che dovrebbero essere fuori legge, ricorre la dicitura ADR (a domanda risponde); negli stessi, spesso le parole dell’indagato vengono riassunte dal PM per chi trascrive. Roba da mettersi le mani nei capelli. La fortuna di certe procure è purtroppo l’ignoranza in questo campo di alcuni avvocati difensori che lasciano che i PM calpestino i diritti dei loro assistiti senza opporre resistenza.

Ma veniamo ai casi giudiziari veri e propri:

Raramente un soggetto falsifica, ce lo conferma Giosuè Ruotolo, condannato in primo grado per il duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza. Ruotolo, intercettato al telefono con la fidanzata, ha fatto riferimento alla dissimulazione senza mezzi termini: “Non è che io ho detto bugie ma ho evitato di dire una cosa, che non significa una bugia”.

Soggetti capaci di falsificare sono i fratelli Massimo e Letizia Bossetti.

Letizia Laura Bossetti, a fine agosto 2014, pochi mesi dopo l’arresto del fratello, ha sostenuto di aver subito delle intimidazioni. Nel settembre dello stesso anno, la donna ha riferito alle forze dell’ordine di essere stata scaraventata a terra dopo essere stata colpita volontariamente dalla portiera di un’auto. Il 17 settembre 2014, ha invece raccontato di essere stata percossa mentre si trovava nel garage della casa dei suoi genitori, a Terno d’Isola. A fine gennaio 2015 la donna ha riferito agli inquirenti e ai giornalisti di aver subito una quarta aggressione nell’androne e nel garage del palazzo dove vivono i genitori.

Né i referti medici né le registrazioni delle videocamere di sorveglianza hanno mai supportato i racconti di Letizia Laura Bossetti.

Letizia Laura Bossetti ha preteso ripetutamente di essere stata vittima di un crimine, non per essere d’aiuto a Massimo, ma perché cercava attenzioni, visibilità, compassione e supporto, lo ha fatto per se stessa, i suoi bisogni nascono da sentimenti di inadeguatezza e da una bassa autostima.

Il fatto che Letizia Bossetti si sia inventata le aggressioni e che menta senza il timore di venir smascherata è rilevante ai fini delle indagini riguardanti l’omicidio di Yara Gambirasio. Durante il processo a suo carico, il fratello Massimo Giuseppe è stato descritto come un bugiardo abituale. Bossetti è capace di mentire in modo grossolano per ottenere dei vantaggi e come sua sorella non si preoccupa di venir sconfessato. Massimo Bossetti, proprio perché mentiva di frequente e le sue bugie erano facili da demolire, veniva chiamato dai colleghi “favola”, il suo soprannome ce la dice lunga sulla quantità e la qualità delle balle che raccontava.

Massimo Giuseppe Bossetti ha confidato ai colleghi di lavoro di avere il cancro, di doversi sottoporre alla chemioterapia, di aver picchiato la moglie e di doversi presentare ogni sera dai carabinieri per firmare a causa di una denuncia fatta da Marita e che la stessa lo obbligava a dormire in garage o sul furgone e non gli faceva vedere i figli; tutte menzogne.

Sua moglie Marita Comi in un colloquio in carcere gli ha detto: “Massi, perché dicevi che avevi un tumore? Ma cosa cazzo hai detto?”. Bossetti, secondo la procura di Bergamo, avrebbe finto di avere un tumore al cervello per allontanarsi dal cantiere con la scusa della chemioterapia.

Massimo Giuseppe Bossetti non ha smentito il collega che ha dichiarato durante la sua deposizione che lui aveva raccontato di avere un cancro, anzi, dopo la sua testimonianza, ha affermato: “Confermo, l’ho fatto e me ne vergogno, ma solo per potermi recare in altri posti a lavorare. Non mi pagavano da mesi, ero sotto di oltre diecimila euro, e alla mia famiglia a fine mese non potevo portare a casa un sacco di sabbia. Così, dopo che la moglie di un mio collega era morta per malattia, ho pensato di fingermi anche io malato e di avere un tumore”.

Non solo Letizia e Massimo Bossetti non si confrontano con sentimenti quali il senso di colpa o il rimorso per aver mentito tipici dei bugiardi occasionali, ma non provano neanche vergogna se scoperti, per questi motivi possono essere entrambi riconosciuti come bugiardi patologici. L’ambiente familiare in cui i due gemelli sono cresciuti li ha forgiati da un punto di vista psichico e li ha costretti, probabilmente già in età infantile, a ricorrere alla bugie per ottenere delle attenzioni.

I due gemelli Bossetti sono cresciuti nella menzogna, la loro madre Ester Arzuffi li ha concepiti fuori dal matrimonio e ha fatto credere a suo marito che fossero figli suoi. Giovanni Bossetti, l’uomo che ha riconosciuto all’anagrafe Letizia Laura e Massimo Giuseppe, è stato truffato anche una seconda volta, suo figlio Fabio, il più piccolo, è anch’egli illegittimo.

Ester Arzuffi, dopo l’arresto di Massimo Giuseppe Bossetti ha sostenuto che il padre dei gemelli fosse suo marito Giovanni, negando un’evidenza scientifica quale può esserlo l’esame del DNA. A suo figlio Massimo, durante una visita in carcere, ha detto: “L’ho saputo il giorno del tuo arresto che ero l’amante del Guerinoni. Guerinoni non l’ho mai visto… Lui non è mai venuto, non l’ho mai visto».

I gemelli Bossetti sono due bugiardi patologici.

Il ricorso alla bugia patologica può essere un disturbo a sé o il sintomo di un disturbo di personalità: psicopatia, disturbo narcisistico o disturbo istrionico, in ogni caso è un segnale di discontrollo.

Le storie che il mentitore patologico costruisce sono il frutto della sua fantasia ma sono studiate per apparire plausibili.

Attraverso le sue bugie, il bugiardo patologico costruisce un personaggio, decora se stesso, si ritaglia un ruolo da eroe o da vittima, e lo fa in modo cronico e per una causa endogena.

Detto questo, una volta che Massimo Bossetti è stato arrestato ed accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio, lo stesso, durante gli interrogatori, non ha fatto ricorso alla falsificazione bensì alla dissimulazione. Bossetti falsifica quando non teme le conseguenze delle proprie bugie, quando la posta in gioco si è rivelata essere l’ergastolo, Bossetti ha optato per la meno rischiosa dissimulazione.

Durante il processo, Massimo Giuseppe Bossetti, rispondendo alla PM, si è esibito in una serie di “non me lo ricordo” e “non ricordo”“Per l’ennesima volta glielo ripeto, sono qui apposta per dirglielo, non me lo ricordo. Io sono una persona abitudinaria, normale, banale. Sono una persona ripetitiva e faccio sempre le stesse cose. Non me lo ricordo e non ricordo neppure cosa ho mangiato ieri sera. Lo ripeto, non ricordo. Anche mia moglie quando è venuta da me in carcere mi ha sempre fatto l’interrogatorio, il terzo grado: mi ha messo con le spalle al muro, ma non ricordo nulla di quella data. In quel periodo di novembre lavoravo sia a Bonate, sia a Palazzago. Potevo benissimo dirle “non ricordo”, già nei primi interrogatori dottoressa…e invece ho cercato di ricordare, in ogni modo. Che poi chiedermi cosa ho fatto quattro o cinque anni fa, mi pare una domanda totalmente insensata”, dire “non ricordo” è un modo di falsificare, ma solo un vuoto di memoria.

Per finire, il fatto che Alberto Stasi, Giosuè Ruotolo e Massimo Bossetti si siano proclamati innocenti nulla ha a che fare con la falsificazione, si sono proclamati innocenti quando, non essendo stati ancora giudicati, tecnicamente lo erano “de iure”. Proclamarsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria, è ben diverso dal dire: “Io non ho ucciso Chiara”, “Io non ucciso Trifone e Teresa” e “Io non ho ucciso Yara”, negazioni credibili che non sono mai uscite dalla bocca di nessuno due tre.

Stasi ha detto alla PM: “Io non ho fatto niente a Chiara, non ho fatto assolutamente nulla” e “Non ho… non ho fatto nulla alla Chiara, non ho fatto nulla alla Chiara”; Ruotolo: “Vorrei chiedere scusa se dopo varie udienze mi presento per la prima volta, vorrei che, oltre a conoscermi, fare un po’ di chiarezza sulla mia totale estraneità ai fatti”;  Bossetti: “Io le dico la verità: non ho mai fatto niente”, tutte negazioni non credibili che non rientrano nell’ambito della falsificazione, pertanto tecnicamente non si può parlare di ricorso alla menzogna in questi casi.

Analisi di un’intervista ad Ezio Denti sui suoi titoli di studio

Nella giornata di ieri, un giornalista della testata “La Repubblica”, Piero Colaprico, ha rivelato che Ezio Denti, un investigatore privato che è stato consulente della difesa di Massimo Bossetti, si avvale del titolo di ingegnere, dottore e criminologo nonostante sia semplicemente un ragioniere. Il ragionier Ezio Denti è stato invitato alla trasmissione Quarto Grado, condotta da Gianluigi Nuzzi, per replicare. Chi mente riguardo ai propri titoli di studio incorre nel reato di Usurpazione di titoli (Art. 498 Codice Penale) e, in alcuni casi, in quello di Abusivo esercizio di una professione (Art. 348 Codice Penale). Chi  dichiara il falso ad un pubblico ufficiale su qualità personali proprie incorre nel reato di Falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla identità o su qualità personali proprie o di altri (Art. 495 Codice penale).

Il portavoce dell’Istituto svizzero, dove Denti afferma di essersi laureato in Ingegneria, ha dichiarato: “Notre université n’est pas une école d’ingénieurs”.

La PM Letizia Ruggeri, dopo che durante un’udienza del processo a Massimo Giuseppe Bossetti, Denti le aveva detto di essere “laureato in ingegneria sezione industriale, con specializzazione in balistica applicata alla criminologia, a Friburgo, in Svizzera”, ha risposto: “Ma lei non è ingegnere, a me risulta che abbia solo il diploma di ragioniere e perito commerciale con 36/60esimi e che in quell’istituto di Friburgo non ci sia la facoltà di Ingegneria. Ho fatto una ricerca al Miur (Ministero dell’Istruzione) e lei nel nostro Paese non risulta affatto laureato”.

Ezio Denti tra l'avvocato Claudio Salvagli ed il genetista Marzio Capra

Ezio Denti (al centro) con l’avvocato Claudio Salvagni ed il genetista Marzio Capra

Nuzzi: Allora, lei è ingenere o no, innanzitutto?

Denti: Ma, io mi sono sempre presentato come Ezio Denti, tutti mi hanno sempre chiamato Ezio Denti, vorrei che tutti mi chiamassero Ezio Denti, forse limiterei alcune persone a chiamarmi ingegnere che, forse, è il caso.

Questa prima domanda ci dice già tutto sui titoli del ragionier Ezio Denti. Denti risponde con un “Ma”, mostrando incertezza da subito; la domanda è chiara mentre il contenuto della risposta non corrisponde alla domanda; la risposta è un’ingiustificabile tirata oratoria che ha il solo scopo di evadere la domanda. Il fatto che Denti, nonostante non abbia una laurea in ingegneria riconosciuta dallo Stato italiano, dica: “forse limiterei alcune persone a chiamarmi ingegnere che,  forse,  è il caso”, è dovuto all’effetto Dunning-Kruger, una distorsione cognitiva a causa della quale individui inesperti tendono a sopravvalutarsi, rifiutando di accettare la propria incompetenza.

Nuzzi: Non ho capito, alcune persone possono chiamarla ingegnere?

Denti: Bhè, alcune persone dovrebbero chiamarmi ingegnere perché… mmm… scrivere qualcosa su un giornale… eemm… ringrazio il giornalista per la bella pagina che mi ha fatto, così mi pubblicizza ancora di più, questo mi ha fatto piacere.

Denti, invece di spiegare il perché alcune persone dovrebbero chiamarlo ingegnere si perde in una seconda tirata oratoria allo scopo di continuare ad evadere le domande. Sarebbe bizzarro che un ingegnere pensasse che solo alcuni debbano chiamarlo ingegnere e non altri, ingegnere o lo si è per tutti o per nessuno, evidentemente. Il fatto che il ragionier Denti rappresenti l’articolo del giornale, dove viene smascherato, come una pubblicità e se ne dica compiaciuto, la dice lunga sulla sua personalità. 

Nuzzi: Lui ha fatto il lavoro di cronista, ha avuto una notizia, l’ha data.

Denti: Il lavoro di cronista, il lavoro di cronista va fatto chiaramente acquisendo tutte le informazioni.

Nuzzi: Lui è andato, è andato all’ufficio statale di Milano dove lei risulta avere un 36/60 come ragioniere e perito e dove non risulta nessuna laurea.

Denti: Eh, ma è andato al MIUR, deve andare al MIUR, al MIUR purtroppo abbiamo le facoltà, le lauree che vengono acquisite in Italia, quindi una laurea presa all’estero ovviamente non la troverà mai al MIUR.

Il MIUR  registra tutte le lauree ed i diplomi acquisiti in Italia e quelli acquisiti all’estero ed equiparati.

Al MIUR si trova inoltre l’elenco degli istituti e delle università estere private che rilasciano titoli non riconosciuti dallo Stato italiano; l’istituto dove il ragionier Denti ha frequentato i corsi di balistica è nell’elenco degli istituti che non rilasciano certificati validi.

Nuzzi: Quindi lei ha una laurea presa all’estero?

Denti: L’abbiamo sempre detto, insomma, no?

E’ interessante l’uso del plurale “abbiamo” tipico di chi ha interesse a coinvolgere altri soggetti per nascondersi nella folla e spartire le proprie responsabilità. Denti mostra di arrampicarsi sugli specchi, il fatto che a Quarto Grado abbiano attribuito, per anni, al ragionier Denti titoli che non possedeva, non cambia la realtà dei fatti.

Nuzzi: Denti…

Nuzzi lo riprende facendogli capire che non può trascinare lui e la sua trasmissione nel baratro.

Denti: Sì, ma io non ho mai ventilato una laurea, nel senso che la mia laurea non è mai stata utilizzata.

Un laureato non avrebbe motivo di negare di essersi dichiarato tale. In ogni caso, Denti ha usato il titolo ripetutamente, non solo in udienza durante il processo a Bossetti. Ezio Denti ha aperto un profilo Facebook a nome di: “Dott. Ezio Denti Investigatore Privato e Criminologo Investigativo”. Su un’altra delle sue pagine Facebook, dal 3 dicembre 2011, si definisce dottore e criminologo e ricorda di essersi laureato in Ingegneria e in Scienze dell’investigazione: 

“Ezio Denti è tra i più affermati nell’ambito delle Investigazioni Private e Indagini Difensive. Investigatore Privato e Criminologo specializzato in “analisi comportamentale e balistica applicata alla criminologia”.
Il Dott. Ezio Denti è un Investigatore Privato e Criminologo autorizzato ai sensi dell’ art. 134 del T.U.L.P.S. a svolgere attività di investigazioni private ed indagini difensive in nome e per conto dell’Agenzia Investigativa Numero S.r.l., di cui è Direttore, come da regolare licenza N° 9762/10 Area 1/bis – P.A. rilasciata dalla Prefettura di competenza.
Laureatosi in Ingegneria presso l’Università di Friburgo con specializzazione in “balistica applicata alla criminologia” e in Scienze dell’Investigazione, è oggi tra i massimi esperti in “analisi comportamentale” nel campo della criminologia.
Il particolare curriculum di studi, che distingue l’investigatore per la sua capacità nel tenersi costantemente aggiornato, sia in ambito normativo e giuridico, sia in ambiti più tecnici, la singolare abilità di analisi dei dati acquisiti nel corso dell’attività di investigazione, nonché l’esperienza acquisita negli anni di carriera “sul campo”, sono caratteristiche che hanno permesso all’Investigatore Privato Dott. Ezio Denti di affinare le tecniche necessarie per ottenere degli ottimi risultati in ogni tipo di indagine, sia in Italia che all’estero.
Tutti coloro che si sono rivolti a lui per qualsiasi investigazione, hanno sempre ottenuto risposte precise, immediate, esaurienti ed assolutamente affidabili. Inoltre, il Dott. Ezio Denti svolge l’attività di indagine in modo assolutamente segreto e confidenziale, effettuando investigazioni anche ad alto rischio e con la massima segretezza.
Lo stesso, infatti, ha apportato la sua particolare esperienza e le sue conoscenze per la soluzione di casi importati e che hanno avuto rilievo anche a livello nazionale, e che sono stati oggetto di discussione ed approfondimenti in campo mediatico e televisivo.
In ogni caso affrontato, l’operato dell’Investigatore Privato Ezio Denti si è sempre conformato alle esigenze di segretezza del cliente: per questo motivo, sono molti i personaggi importanti, provenienti sia dal mondo dello spettacolo che dal mondo politico ed imprenditoriale, che si sono affidati al professionista, il quale ha ormai affinato la propria capacità di muoversi con grande riservatezza e discrezione in un ambiente che, più di altri, necessita della massima tutela e di grande prudenza.
Dalla passione per il suo lavoro e per gli studi al suo libro:
Il lavoro investigativo comporta intelligenza, e l’intelligenza trova vantaggio nella cultura: l’Investigatore Privato Ezio Denti, unendo la passione per il suo lavoro alla passione per gli studi e la ricerca, ha scritto un libro, assolutamente ispirato alla sua persona, dal titolo “Ipno”, edito Cicorivolta Edizioni. L’edizione tradotta per il mercato estero ha già trovato un ottimo riscontro di pubblicità e di vendite”.

Nuzzi: Che cos’ha in quella cartella?

Denti: E’ quello che voi mi avete chiesto, mi avete chiesto la laurea in originale, l’ho portata, così l’ho dovuta togliere dal mio bel quadretto che si stava ammuffendo, l’abbiamo portata.

Denti prima parla al singolare poi al plurale dicendo “l’abbiamo portata”, cercando ancora una volta di coinvolgere altre persone inoltre aggiunge informazioni non necessarie che lo aiutano a ridurre lo stress.

Nuzzi: Ci spiega Denti cosa sta mostrando?

Denti: Questo è il titolo di laurea, chiaramente diploma non sta per diploma ma in francese sapete che diploma è tit… diploma di laurea, è un titolo di laurea conseguita alla Facoltà di Ingegneria di Friburgo con la specializzazione in balistica, questo titolo è stato conseguito nel 2007 per il mero interesse personale nella balistica, perché appassionato di armi, ho deciso di fare un corso di balistica proprio presso una facoltà, non i classici corsi balistici che si fanno in italia perché ritenevo che forse non potesse avere una valenza perché il mio interesse era, nel futuro, quello di creare un laboratorio balistico che poi non ho mai fatto quindi è sempre stata archiviata e tenuta nel cassetto, è ovvio, è ovvio che se a domanda mi si chiede quali sono…

Una lunga tirata oratoria, l’ennesima in pochi minuti, per descrivere e giustificare un titolo che se fosse valido non avrebbe bisogno di essere accompagnato da tutte queste spiegazioni. 

Denti:.. per cui io non ho mai ventilato il titolo di ingegnere perché non avevo nessun interesse, mi è stato chiesto in udienza il mio nome e quale fosse il mio titolo di studio da parte dell’avvocato Camporini, se ricordo, e ho detto quale era il mio titolo di studio.

E’ paradossale che, a sua discolpa, Denti continui a dire di non essersi mai servito del titolo lasciando così intendere di non averlo e di temere eventuali conseguenze.

(…) dobbiamo ricordare che questo istituto comunque è affiliato al Politecnico di Torino aaa c’è tutto da dire per quanto riguarda l’Istituto (…) l’Istituto c’è, è menzionato, credo che emm… anche penso che, anche l’istituto in questo momento sia abbastanza arrabbiato di tutta questa kermesse che si è verificata in capo a questa…

Nessuno mette in dubbio il fatto che l’istituto esista, da oltre vent’anni l’istituto nel quale il ragionier Denti dice di essersi “laureato”, l’Institut Technique Superieur (I.S.T.) di Fribourg (Svizzera) è noto e si trova nelle liste degli istituti e università private, con sede soprattutto all’estero, che rilasciano titoli non riconosciuti dallo Stato Italiano; affermare che sia “affiliato al Politecnico di Torino” è un azzardo non indifferente.

Nuzzi: Che cosa le ha scritto l’istituto, oggi?

Denti: L’istituto non ha scritto solo a me, ha scritto, ha mandato un comunicato all’ANSA poi per conoscenza l’ha mandato a me, dicendo che il titolo di studio è stato conseguito presso il loro istituto, il mio nominativo risulta fra coloro che nel 2007 hanno conseguito il titolo di ingegnere eem presso la facoltà di Friburgo che da la possibilità di operare quindi come attività di in…

Il fatto che il titolo sia stato conseguito presso l’Institut Technique Superieur (I.S.T.) di Fribourg, poiché l’istituto non rilascia titoli riconosciuti dallo Stato italiano, evidentemente, non affranca il ragionier Ezio Denti dall’essere incorso in un reato.

Nuzzi: Allora è un diploma o è una laurea?

Denti: Allora questo è un istituto universitario di ingegneria dove ci sono varie specializzazioni…(interrotto)

Denti tenta ancora di esibirsi in una tirata oratoria ma viene interrotto dal conduttore. In ogni caso la risposta è evasiva. Le risposte evasive sono uno degli indici statisticamente più significativi di menzogna. 

Nuzzi: Scusi, scusi, io sono… avrò… faccia conto che abbia la seconda elementare, è un’università…?

Denti: Perché… ma scusate… perché lo chiedete a me e non chiamate l’istituto? 

Denti prova, attraverso l’ennesimo escamotage, a non rispondere.

Nuzzi: Io lo chiedo a lei, è qua.

Denti: Io le sto spiegando: è un istituto universitario dove… (interrotto)

Denti tenta ancora una volta la via della tirata oratoria ma viene interrotto.

Nuzzi: E’ un’università o un istituto superiore?

Denti: Un’università.

In realtà, l’Institut Technique Superieur (I.S.T.) di Fribourg è un istituto che non rilascia titoli validi. Sono due le vie che può seguire il ragionier Ezio Denti: o denunciare l’istituto per truffa aggravata o prendersi le proprie responsabilità, questo per il titolo di ingegnere mentre per quello di criminologo, che presuppone una laurea e un master in scienze forensi, il ragionier Ezio Denti dovrebbe spiegare perché usi anche questo titolo senza averne alcun diritto.

P.S. Nel luglio 2018, il GUP Ciro Iacopino ha rinviato a giudizio il ragionier Ezio Denti per false dichiarazioni sui suoi titoli di studio alla PM Letizia Ruggeri.

Leggi anche: Caso Buoninconti Ceste: analisi di stralci di dichiarazioni del consulente Giuseppe Dezzani 

Una breve analisi critica delle motivazioni della sentenza di condanna di Massimo Giuseppe Bossetti

Yara Gambirasio

Yara Gambirasio

A pag. 144 delle motivazioni della sentenza di primo grado si legge: “Quanto all’assenza di movente, pure denunciata dalla difesa, Yara aveva il reggiseno slacciato e gli slip tagliati e sul computer dell’imputato sono state rintracciate tracce di ricerche a carattere latamente pedopornografico, tra cui alcune sicuramente riconducibili a lui ed è, dunque, ragionevole ritenere che l’omicidio sia maturato in un contesto di avances a sfondo sessuale, verosimilmente respinte dalla ragazza, in grado di scatenare nell’imputato una reazione di violenza e sadismo di cui non aveva mai dato prova fino ad allora. Il fatto che sul cadavere, il cui stato di conservazione era oltretutto gravemente compromesso, non siano state rinvenute tracce di una violenza sessuale consumata, del resto, non vale ad escludere il movente sessuale inteso in senso lato, testimoniato dagli interventi sul reggiseno e sugli slip e dalla ripetuta applicazione di un tagliente in diversi distretti corporei in modo da far sanguinare la vittima mantenendola in vita”.

E’ vero che il movente dell’omicidio di Yara Gambirasio è sessuale ma Massimo Giuseppe Bossetti non si è mai sognato di avere un rapporto sessuale vero e proprio con la sua vittima, Bossetti non si esibì in avances sessuali e l’omicidio non seguì ad un rifiuto di Yara.

Massimo Giuseppe Bossetti non si trovò a dover affrontare una situazione inaspettata, aveva infatti programmato, chissà da quanto tempo, ciò che mise in pratica il giorno in cui uccise la Gambirasio.

Il movente è comunque sessuale, Bossetti, infatti, durante l’omicidio di Yara, agì non atti sessuali veri e propri ma atti sessuali sostitutivi quali gli “interventi sul reggiseno e sugli slip e la ripetuta applicazione di un tagliente in diversi distretti corporei” tipici dei predatori sessualmente incompetenti.  

Un omicidio come quello di Yara si definisce Sexual Homicide, pur in assenza di atti sessuali veri e propri, per diversi motivi:

– la tecnica omicidiaria di Bossetti avvalora l’ipotesi del movente sessuale, egli uccise Yara, con tutta probabilità, colpendola con le mani, cercare un contatto fisico con la vittima durante l’omicidio è una caratteristica dei Sexual Murderer;

– le slacciò il reggiseno e le recise le mutandine;

– infierì sul corpo inerme con un coltello;

Tutti questi comportamenti ci suggeriscono senza ombra di dubbio un movente sessuale e sono equiparabili ad una vera e propria attività sessuale sulla vittima (Substitute Sexual Activity).

A pag. 145 si legge: ” (…) il corpo di Yara Gambirasio presentava una profonda lesione da taglio da un estremo all’altro dell’emicirconferenza anteriore del collo, una lesione superficiale in regione mammaria sinistra lungo tutto il torace, un’estesa lesione a forma di X e una a forma di J in regione dorsale, tagli simmetrici ai polsi e due soluzioni di continuo alla gamba destra, un’intaccatura a forma di mandorla alla mandibola destra, risultato dell’azione di un’arma da punta e da taglio, e tre lesioni contusive al capo (allo zigomo sinistro, all’angolo mandibolare destro e alla nuca, frutto di tre distinte azioni traumatiche (…) e a pag. 146: “Tutte le lesioni, anche quelle più superficiali, sono state inflitte quando la vittima era ancora in vita- non è dato sapere con quale livello di coscienza- e hanno provocato un sanguinamento. il corpo è stato ruotato e lesionato sia nella parte anteriore sia in quella posteriore, tagliato in modo lineare e, nel caso dei polsi, simmetrico, ossia con modalità tali da escludere la ‘furia’ dei colpi tipica del dolo d’impeto e, al contrario, connotate dall’ansia dell’agente di appagare la propria volontà arrecare dolore, caratterizzante le sevizie”.

In questo stralcio di motivazioni si legge che le lesioni riscontrate sui poveri resti di Yara non sono quelle tipiche della ‘furia’ del dolo d’impeto, questa affermazione contraddice la ricostruzione precedente ovvero che l’omicidio fu scatenato da una reazione di Yara ad alcune avances. 

Nessuna avance respinta scatenò l’omicidio, il vero movente fu il desiderio di seviziare la giovane Yara, un desiderio maturato nelle fantasie perverse di Massimo Giuseppe Bossetti ed agito in un momento di stress dovuto ai suoi problemi lavorativi e al conflitto tra lui e sua moglie Marita. Una riprova della premeditazione è il fatto che Bossetti condusse con sé un coltello che usò solo nella seconda fase dell’omicidio e che non lasciò sulla scena criminis. 

Bossetti frequentava l’area in cui viveva Yara e aveva notato la ragazza, nei giorni precedenti al delitto cercò e studiò i movimenti della sua giovane vittima, fantasticò e pianificò l’omicidio fino al momento in cui non gli si presentarono le condizioni ideali per metterlo in atto.

Egli sequestrò ed uccise Yara utilizzando la cosiddetta tecnica dello squalo, tecnica cara a molti serial killer che cercano una vittima muovendosi a bordo di un mezzo di trasporto, macchina o furgone, la catturano velocemente e la uccidono o nel luogo della cattura o, dopo averla trasportata con il proprio mezzo, in un posto isolato e conosciuto dove possono agire indisturbati. Questo comportamento è caratteristico dei serial killer che vivono in famiglia e che quindi devono cercare ed uccidere le proprie vittime ad una certa distanza di sicurezza da casa propria. Bossetti intercettò Yara mentre la stessa, di ritorno dalla palestra, si stava dirigendo a piedi verso casa e la condusse nel campo di Chignolo d’Isola dove la abbandonò ferita a morte. I serial killer sono spesso abili manipolatori, capaci di conquistare la fiducia delle loro vittime al fine di condurle nella propria ‘comfort zone’, un’area dove sono in grado di agire le loro fantasie in tutta sicurezza. Bossetti, in qualche modo, convinse Yara a salire sul furgone ed in seguito la portò al campo di Chignolo d’Isola, dove la bambina, resasi conto del pericolo, tentò di fuggire ma invano.

Riguardo alle lesioni inferte con il coltello da Bossetti al corpo inerme di Yara, non per uccidere, sono da considerarsi una personation, l’act out del core delle sue ricorrenti fantasie, il suo biglietto da visita, la sua firma.

La personation ci fornisce informazioni sulla personalità di un serial killer ed è la manifestazione più intima delle sue patologiche fantasie, è un marchio personalizzato carico di significato ed estremamente gratificante per chi lo mette in pratica, in modo semplicistico si può affermare che fu proprio il desiderio di agire quella precisa personation, per trarne un orgasmo psichico, a spingere Bossetti ad uccidere.

Il movente dell’omicidio commesso da Bossetti non è collocabile nel novero dei moventi degli omicidi comuni ma è un movente intrapsichico, tipico degli omicidi sessuali che sono solo apparentemente omicidi senza movente (Motiveless Homicide). 

Un’altra osservazione presente nelle motivazioni della sentenza a pag. 147 ci conferma che Bossetti non uccise perché respinto: “Nel nostro caso Massimo Bossetti non ha agito in modo incontrollato, sferrando una pluralità di fendenti, ma ha operato sul corpo della vittima per inapprezzabile lasso temporale, girandolo, alzando i vestiti tracciando, mentre la ragazza era ancora in vita, dei tagli lineari e in parte simmetrici, in alcuni casi superficiali, in altri casi in distretti non vitali, e, dunque, idonei a causare sanguinamento e dolore ma non l’immediato decesso”.

Gli autori di omicidi come quello di Yara sono anche detti Sexual Sadistic, sono soggetti che ottengono la loro gratificazione sessuale non da atti sessuali veri e propri ma dall’umiliare, torturate e uccidere la propria vittima, traggono piacere dal terrore che riescono a far provare alle loro vittime; generalmente hanno subito abusi sessuali e sono affetti da parafilie, sono spesso sessualmente incompetenti, hanno tra i 30 e i 40 anni, sono sposati con famiglia, non hanno precedenti, pianificano meticolosamente, conducono con sé il kit necessario per mettere in pratica le proprie fantasie e dopo aver fatto salire in auto la loro vittima la portano in un’area sicura dove possono agire indisturbati. Per quanto riguarda l’età del Bossetti, 40 anni al suo primo omicidio, come abbiamo visto, rientra nel range di età dei Sexual Sadistic cui corrispondono anche tutte le altre caratteristiche, inoltre, dall’analisi del carteggio intrattenuto con la detenuta Gina si evince non solo che è stato vittima di abusi ma anche che la sua età emozionale non corrisponde alla sua età anagrafica, Bossetti è un immaturo. 

In conclusione, Bossetti ha ucciso una volta sola ma è a tutti gli effetti, da un punto di vista psichico e comportamentale, un Anger-Excitation Sexual Murderer, un omicida per lussuria. L’omicidio per lussuria è un omicidio comune tra i serial killer e per questo motivo Bossetti deve essere considerato un serial killer in fieri. L’omicidio di Yara è stato premeditato per anni ed è figlio delle fantasie ossessive del suo autore. I serial killer uccidono per il piacere di torturare e di uccidere, non perché gli sfugge di mano una situazione, ignorarlo rende imprecise e perfino benevole le motivazioni della sentenza ma soprattutto vizierà un eventuale giudizio sulla pericolosità sociale dell’uomo.

P.S. I giornali riportano che Bossetti, dopo aver letto la storia delle presunte avances, abbia smentito questa circostanza, lo ha fatto senza difficoltà perché non corrisponde al vero.

Analisi di alcune dichiarazioni rilasciate da Letizia Laura Bossetti

“Ho posto al confronto dell’uomo franco un timido, che lo fa risaltare. Ho posto il mentitore in impegni molto ardui e difficili da superare, per maggiormente intralciarlo nelle bugie medesime, le quali sono per natura così feconde, che una ne suol produr più di cento, e l’une han bisogno dell’altre per sostenersi”. Carlo Goldoni

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Letizia Laura Bossetti

Letizia Laura Bossetti, sorella di Massimo Giuseppe Bossetti, ha denunciato, tra l’agosto 2014 e il gennaio 2015, quattro aggressioni ai suoi danni. I racconti delle aggressioni fatti dalla donna ai giornalisti aiutano a delinearne la personalità, che per certi aspetti non appare dissimile da quella del fratello gemello Massimo,accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio, un dato che non può essere interessante da un punto di vista investigativo.

  • A fine agosto 2014, pochi mesi dopo l’arresto del fratello, Letizia Laura Bossetti ha sostenuto di aver subito delle intimidazioni.
  • Nel settembre dello stesso anno, la donna ha riferito alle forze dell’ordine di essere stata scaraventata a terra dopo essere stata colpita volontariamente dalla portiera di un’auto.
  • Il 17 settembre 2014, Letizia ha invece raccontato di essere stata percossa mentre si trovava nel garage della casa dei suoi genitori, a Terno d’Isola.
  • A fine gennaio 2015 la donna ha riferito agli inquirenti e ai giornalisti di aver subito una quarta aggressione nell’androne e nel garage del palazzo dove vivono i genitori.

Né i referti medici né le registrazioni delle videocamere di sorveglianza hanno mai supportato i racconti di Letizia Laura Bossetti.

Letizia Laura Bossetti

Letizia Laura Bossetti

Analisi delle dichiarazioni seguite alla terza presunta aggressione, quella del 17 settembre 2015:

– “Mi hanno aggredita perché difendo mio fratello”.

Letizia cerca di spiegare il perché degli attacchi nei suoi confronti senza riferire ai giornalisti che cosa invece ne pensino gli inquirenti. La sua conclusione non è logica; a che scopo qualcuno dovrebbero aggredire lei?

– “Mi hanno presa a calci e insultata, ho contusioni al volto e il coccige fratturato. Sto pagando un caro prezzo perché difendo apertamente mio fratello e sono convinta tuttora che sia assolutamente innocente”.

Letizia sostiene di essere stata oggetto di un pestaggio nonostante nulla avvalori le sue dichiarazioni, né un referto medico né l’analisi delle registrazioni delle telecamere di sorveglianza. La Bossetti continua a ripetere di essere certa che la aggrediscono perché difende suo fratello. 

– “E’ la terza volta che accade e probabilmente si tratta delle stesse persone. Soffro fisicamente e psicologicamente. Mi sono sentita colpire violentemente da dietro alla parte destra del capo, vicino all’occhio. Il colpo mi ha fatto cadere gli occhiali. E’ stato talmente forte che ho perso i sensi e sono caduta”.

La Bossetti non è stata in grado di descrivere i suoi assalitori agli inquirenti ma poi racconta al giornalista che “probabilmente si tratta delle stesse persone”, lasciando pensare che abbia i suoi buoni motivi per affermarlo.
E’ interessante la sua dichiarazione, in specie quando, invece di dire: “Mi hanno colpita”, dice: “Mi sono sentita colpire violentemente da dietro”, non semplicemente un passivo quale può essere: “Sono stata colpita” ma bensì “Mi sono sentita colpire”; Letizia, non solo usa una forma passiva per nascondere l’identità dell’autore del gesto, ma prende il più possibile le distanze da quell’azione inserendo nel racconto anche un superfluo “sentita” e naturalmente afferma di essere stata colpita “da dietro” in modo da giustificare il fatto di non essere in grado di descrivere gli assalitori.

– “Sono dei vigliacchi“.

– “Comunque continuerò a uscire perché non ho niente da nascondere e ho la coscienza pulita. Certo, la paura c’è”.

Il fatto che la Bossetti parli al negativo: “non ho niente da nascondere e ho la coscienza pulita”, fa supporre il contrario di ciò che afferma, non in relazione all’accusa mossa a suo fratello ma riguardo ai pestaggi ai suoi danni.

Già tra il 300 e il 400 dopo Cristo, Girolamo di Stridone diceva: “dum excusare credis, accusas*”.

*mentre credi di scusarti, ti accusi. 

Il fatto che Letizia si sia inventata le aggressioni e che menta senza il timore di venir smascherata è rilevante ai fini delle indagini riguardanti l’omicidio di Yara. Durante il processo a suo carico, il fratello Massimo è stato descritto come un bugiardo abituale; Bossetti è capace di mentire in modo grossolano per ottenere dei vantaggi e come sua sorella non si preoccupa di venir sconfessato. Bossetti, proprio perché mentiva di frequente e le sue bugie erano facili da smascherare, veniva chiamato dai colleghi ‘favola’.

Massimo Giuseppe Bossetti ha confidato ai colleghi di lavoro di avere il cancro, di doversi sottoporre alla chemioterapia, di aver picchiato la moglie e di doversi presentare ogni sera dai carabinieri per firmare a causa di una denuncia fatta da Marita e che la stessa lo obbligava a dormire in garage o sul furgone e non gli faceva vedere i figli, tutte menzogne.

Sua moglie Marita Comi in un colloquio in carcere gli ha detto: “Massi, perché dicevi che avevi un tumore? Ma cosa cazzo hai detto?”. 

Massimo Giuseppe Bossetti non ha smentito il collega che ha dichiarato durante la sua deposizione che lui aveva raccontato di avere un cancro, anzi, dopo la sua testimonianza, ha affermato: “Confermo, l’ho fatto e me ne vergogno, ma solo per potermi recare in altri posti a lavorare. Non mi pagavano da mesi, ero sotto di oltre diecimila euro, e alla mia famiglia a fine mese non potevo portare a casa un sacco di sabbia. Così, dopo che la moglie di un mio collega era morta per malattia, ho pensato di fingermi anche io malato e di avere un tumore”.

Bossetti, secondo la procura di Bergamo, avrebbe finto di avere un tumore al cervello per allontanarsi dal cantiere con la scusa della chemioterapia.

Massimo Giuseppe Bossetti

Massimo Giuseppe Bossetti

Analisi di una telefonata intercorsa tra Letizia Laura Bossetti e sua madre, Ester Arzuffi:

– “Due con uno scooter, avranno avuto 25-30 anni … e una macchina. Due erano meridionali e uno tipo un moldavo, un croato…Vieni qua … che ti faccio vedere io a te, a tuo fratello cosa vuol dire bimbi pedofili”.

Nonostante la Bossetti abbia affermato di non essere in grado di identificare gli aggressori, nella telefonata a sua madre li descrive: “due meridionali e un moldavo, un croato”.

Analisi delle dichiarazioni seguite alla presunta aggressione del gennaio 2015:

“Mio fratello è innocente. Massimo Bossetti non ha ucciso Yara. Gli assassini di quella povera ragazza sono liberi, ma vivono nel terrore di chi si batte per dimostrare l’innocenza di mio fratello. Aggredendomi e minacciandomi mi stanno facendo capire che devo stare zitta, che devo abbandonare Massimo al suo destino. Ma non lo farò mai”.

Se fosse vero ciò che dice la Bossetti, sarebbe la prima volta che un omicida, non sfiorato dalle indagini, si mette in mostra intimidendo e percuotendo un parente di un indagato. Se l’omicida fosse un altro, lo stesso non avrebbe alcun motivo per uscire dall’ombra e rischiare di venir identificato, né di temere la Bossetti, tra le altre cose, non cambia le carte in tavola il fatto che lei continui a dire che Massimo è innocente, non gli sta fornendo un alibi per la giornata dell’omicidio. Se l’omicida non fosse Bossetti se ne starebbe quieto a godersi lo spettacolo.

“Ho inventato tutto? Ho inventato anche tre costole rotte, un occhio gonfio e tre costole incrinate? Questo è l’ultimo referto dell’ospedale”.

I medici e le telecamere hanno sempre smentito la Bossetti. 

E’ imbarazzante ascoltare un soggetto che mente senza timore di venir smascherato e che afferma di avere lesioni che in realtà non ha, è il segnale di un disagio psichico. 

Letizia e suo fratello godono delle attenzioni dovute alla improvvisa notorietà, a prescindere da come l’abbiano ottenuta, e hanno sviluppato una sorta di dipendenza. 

E’ estremamente significativo, non un dettaglio da sottovalutare, ciò che Bossetti disse ai suoi figli durante un colloquio in carcere: “Quando mi hanno preso a casa con le manette, le macchine della polizia hanno sfrecciato a tutta velocità senza lasciar spazio a nessuno. Tutti matti, facciamo venire la rabbia a tutti. Tutti creperanno d’invidia… State seguendo papà in tv? Io sono forte e vincerò contro tutto e contro tutti. Aspettate e abbiate fiducia in me. Se il papà non ha fatto niente è inutile che resti qui”.

Letizia Laura Bossetti ha preteso di aver subito alcune aggressioni, non per essere d’aiuto a Massimo, ma perché cercava attenzioni, visibilità, compassione e supporto, lo ha fatto per se stessa, i suoi bisogni nascono da sentimenti di inadeguatezza e da una bassa autostima. 

Non solo Letizia e Massimo non si confrontano con sentimenti quali il senso di colpa o il rimorso per aver mentito, tipici dei bugiardi occasionali, ma non provano neanche vergogna se scoperti, per questi motivi possono essere entrambi annoverati tra i bugiardi patologici. L’ambiente familiare in cui i due gemelli sono cresciuti li ha forgiati da un punto di vista psichico e li ha costretti, probabilmente già in età infantile, a ricorrere alla bugia patologica per ottenere delle attenzioni.

I due gemelli Bossetti sono cresciuti nella menzogna, la loro madre Ester Arzuffi li ha concepiti fuori dal matrimonio e ha fatto credere a suo marito che fossero figli suoi. Giovanni Bossetti, l’uomo che ha riconosciuto all’anagrafe Letizia Laura e Massimo Giuseppe, è stato truffato anche una seconda volta, suo figlio Fabio, il più piccolo, è anch’egli illegittimo.

Ester Arzuffi, dopo l’arresto di Massimo Giuseppe Bossetti ha sostenuto che il padre dei gemelli fosse suo marito Giovanni, negando un’evidenza scientifica quale può esserlo l’esame del DNA. A suo figlio Massimo, durante una visita in carcere, ha detto: “L’ho saputo il giorno del tuo arresto che ero l’amante del Guerinoni. Guerinoni non l’ho mai visto… Lui non è mai venuto, non l’ho mai visto». Fa un certo effetto che Massimo Bossetti si chiami anche Giuseppe, come suo nonno, ma anche come il padre naturale e che Letizia Bossetti si chiami anche Laura, come la moglie del padre naturale, Giuseppe Guerinoni.

Massimo Bossetti, al pari della madre, Ester Arzuffi, è incapace di prendersi le proprie responsabilità, si ritaglia invece sempre un ruolo di vittima come quando prova a giustificare la sua corrispondenza con la detenuta Gina in una lettera alla sorella e alla madre: “Il problema è che questa detenuta non faceva che provocarmi, istigarmi, tentarmi in ogni modo “forse messa sù da qualcuno” ma ormai il danno è compiuto e io come un cretino ci sono finito dentro ed essendo recluso in mancanza di tutto e soprattutto ogni bene familiare ed affettivo, ed ecco che anche i nostri pensieri pur di evadere alla ricerca di ogni affetto attraverso queste atroci 4 mura, dell’affetto completo che un giorno tenevo all’infuori di questo inferno con tutti voi e tutto questo mondo, inferno che mi trattiene da tutti voi, permette di rovinarci come una malattia che ti prende e ti porta via, la mente è ingestibile e fa affosculare e in depressione ti fa andare e a volte anche una mente sana può cadere in questa cosa strana perché è sempre presente un pizzico di follia ma non la “PAZZIA”.

“Uno di loro mi ha impedito di chiedere aiuto mettendomi una mano sulla bocca. Poi mi hanno trascinata verso l’ascensore e hanno cominciato a colpirmi senza dire una parola. Sono svenuta. Non ricordo più nulla. È stata mia madre, vedendo che non tornavo a casa, a soccorrermi. Mi avevano semi spogliata togliendomi anche le calze. Non riuscivo a respirare. Fitte dolorose al costato. Tre costole rotte, tre incrinate e la pupilla dell’occhio destro dilatata. Evidentemente mi avevano colpito con calci e pugni. Mi è andata bene. Potevano uccidermi”.

Letizia inizialmente dice: “hanno cominciato a colpirmi senza dire una parola”, poi aggiunge che era “svenuta” e che “Evidentemente mi avevano colpito con calci e pugni” lasciando passare il messaggio che non fosse vigile quando l’hanno colpita e che solo dai traumi sia stata in grado di dedurre di essere stata percossa, un modo per prendere le distanze dai fatti. E’ alquanto sospetto che Letizia riferisca che l’hanno spogliata senza darne l’unica spiegazione plausible: un tentativo di violenza, non ne ha il coraggio, ella spera che qualcuno lo suggerisca, che sia la logica deduzione di chi la circonda. Sembra una spettatrice quando afferma: “Mi avevano semi spogliata togliendomi anche le calze”“Mi è andata bene. Potevano uccidermi”, è teatrale quel “Potevano uccidermi” è fuori luogo vista l’assenza di lesioni.

Letizia, in quest’ultima occasione, ha messo in atto anche uno staging della scena del presunto agguato, sparpagliando gli stivali, le calze e la giacca; perché mai i suoi aggressori avrebbero perso tempo a spogliarla se non per violentarla? Questa messinscena e l’assenza di un tentativo da parte della donna di spiegarsi questo atto dei presunti aggressori avvalorano l’ipotesi che il pestaggio non sia mai avvenuto.

“Massimo l’hanno incastrato e adesso deve diventare il mostro perfetto da dare in pasto alla giustizia, e no, non ci riusciranno. Io, mia madre e mio padre ci batteremo fino all’ultimo perché siamo sicuri che non è un assassino”.

Analisi di un’intervista rilasciata da Letizia Laura Bossetti al programma La vita in diretta:

“Mio fratello è una persona stupenda. Ha sempre amato i suoi figli, sua moglie, non ha fatto quello che ha fatto”.

Letizia Laura Bossetti prova a negare le accuse mosse a suo fratello ma afferma: “non ha fatto quello che ha fatto”. Come può non aver fatto ciò che ha fatto? Letizia non nega in modo credibile, in ogni caso, la sua è una posizione difficile, non sta a lei negare ciò che neanche suo fratello non ha mai negato in modo credibile.

“Glielo posso… glielo posso… perché glielo posso dire sinceramente, perché lo sento dentro, lo sento dentro, lo vedo, non ha travisato quello che ha fatto, è sempre stato se stesso, se stesso e glielo dico col cuore in mano, io da gemella, con i miei genitori, con tutta la mia famiglia, con tutti quelli che lo conoscono, è innocente al 100%… io lo son convinta al 100% perché è il mio gemello, lo conosco, sono cresciuta insieme e lo dirò fino alla fine: Mio fratello è innocente ed è stato incastrato. Mio fratello è stato incastrato”.

Una serie di ripetizioni quali “glielo posso”, “lo sento dentro”, “se stesso” e la presenza dell’avverbio “sinceramente” indeboliscono la risposta della Bossetti.
E’ interessante la frase “non ha travisato quello che ha fatto, è sempre stato se stesso”, con la quale ancora una volta la Bossetti afferma che suo fratello “ha fatto” e in più si dichiara convinta che non abbia rimosso. E’ logico che Letizia, non essendo in grado di analizzare le prove e gli indizi a carico di suo fratello, non può sapere se è stato lui a commettere l’omicidio, infatti si limita a dire che è innocente e che non può che essere stato incastrato.

Ester Arzuffi

Ester Arzuffi

Analisi di un’intervista rilasciata da Letizia Laura Bossetti al programma La vita in diretta:

Letizia, durante l’intervistata, avvenuta in compagnia della madre Ester Arzuff,  indossava un collare ortopedico e si trovava semi sdraiata sul divano.

Laura, l’ennesima aggressione, ci vuoi dire cosa è successo?

“Era il compleanno di mamma eee aspettavamo tutti con ansia e con gioia la lettera dal carcere di mio fratello gemello Massimo Giuseppe Bossetti eee tutta entusiasta, so che aspettavo con ansia il postino, gli faccio a mia mamma: Mamma, tu finisci di lavare i piatti e tutto che scendo, vado a vedere se è arrivata la lettera di Massi. Arrivo al piano terra, praticamente, nel tempo che si aprono le porte, non faccio a tempo a mettere fuori un piede che mi trovo subito due persone vestite di nero incappucciati, avevano solo il taglio degli occhi del cappuccio, mi hanno puntato un coltello alla gola, mi hanno messo una mano sul naso per la bocca, per non gridare e mi hanno iniziato a dare i pugni”.

Te li ricordi, puoi descriverli fisicamente, alti, bassi, italiani, hanno parlato?

“Erano… no, innanzitutto non posso descriverli perché non hanno detto niente ed erano un po’ più alti di me, questo lo so, avevano anche il cappuccio, non potevo dire chi sono, non hanno parlato eee a… praticamente io mi son presa due pugni, tre in faccia, io sono svenuta e non ho più visto niente, allora mia mamma ha iniziato a sospettare, fa: è via da più di 10 minuti lasciami… spaventata… andare a vedere dov’è (incomprensibile) preso l’ascensore, s’è vista un paio di miei due paia di stivali, il giubbino e le calze tutte rotte… avevo la bava alla bocca dai pugni che mi avevano dato eee poi abbiamo chiamato subito la Croce Rossa”.

Quando le viene chiesto di descrivere i suoi assalitori, Letizia afferma: “innanzitutto non posso descriverli perché non hanno detto niente”, una risposta evasiva, segnale che la donna mente, Letizia finge di disconoscere la differenza tra ciò che si vede e ciò che si sente.

Quando dice: “ed erano un po’ più alti di me, questo lo so, avevano anche il cappuccio”, prende le distanze con “questo lo so”; inoltre, quando dice “avevano anche il cappuccio”, la presenza della particella aggiuntiva “anche” ci informa che qualcosa è stato lasciato fuori. Letizia afferma inoltre: “Non potevo dire chi sono”, usando il verbo al passato invece che al presente: “Non posso dire chi sono”; la presenza di incongruenze nell’uso dei verbi lasciano trapelare che la Bossetti non pesca nel passato ma falsifica. Quando Letizia dice: “eee a… praticamente io mi son presa due pugni, tre in faccia”, usa ancora una volta il verbo al passivo, l’uso del passivo serve a nascondere l’identità dell’autore di un certo atto. Infine, afferma di essere svenuta, come peraltro era già successo, a suo dire, in occasione della precedente aggressione, una scusa per smettere di falsificare. 

Laura non è stata una rapina?

“No, non è stata una rapina, è stata un’aggressione, è stata l’ennesima aggressione, mi passava davanti tutta la vita in quel momento lì, ho detto: qui è finita”.

Attraverso le sue bugie, il bugiardo patologico costruisce un personaggio, decora se stesso, si ritaglia un ruolo da eroe o da vittima, e lo fa in modo cronico e per una causa endogena. Le storie che il mentitore patologico costruisce sono il frutto della sua fantasia ma sono studiate per apparire plausibili. Il ricorso alla bugia patologica può essere un disturbo a sé o il sintomo di un disturbo di personalità: psicopatia, disturbo narcisistico o disturbo istrionico, in ogni caso è un segnale di discontrollo. 

Ti sei chiesta perché stava succedendo quello?

“Allora l’unica cosa che io mi son sempre detta è perché difendo al 1000 per 1000 mio fratello Massimo che è innocente. Anche se è stata l’ennesima aggressione non mi arrendo, non mollo, avanti tutta”.

Analisi di un’intervista rilasciata da Letizia Laura Bossetti a Tele Lombardia:

Continuate a credere nell’innocenza di Massimo Bossetti?

“Dall’inizio fino alla fine lo porteremo avanti perché non è lui. Si sta evidenziando tutto l’opposto dell’accusa, stanno smontando tutto che come sempre ha ripetuto Massimo dal 16 giugno 2014, che non è lui e lo stiamo vedendo adesso”.

“Dall’inizio fino alla fine lo porteremo avanti perché non è lui”, non significa nulla, non è una negazione credibile. “Massimo non ha ucciso Yara Gambirasio” è ciò che ci saremmo aspettati che dicesse sua sorella.

Cosa ha pensato quando ha ricevuto la lettera dal carcere di suo fratello in cui minacciava il suicidio?

“È da capire, due anni in carcere da innocente, quattro mesi e mezzo di isolamento, gli hanno fatto di tutto e di più, gli facevano entrare la posta che volevano, non facevano arrivare a casa le raccomandate anche a noi. E poi bisogna capire anche la morte del papà che era molto legato, ma non sarebbe mai arrivato a questo”.

Si è voluto solo sfogare?

“Non avrebbe mai pensato al suicidio, è la stanchezza dovuta a tutto questo, lui non c’entra e l’ha sempre detto dall’inizio”.

Bossetti in una lettera a sua madre e a sua sorella scrive: “Mamma e Laura, io so che la farò finita qui dentro, perché non posso accettare tutto quello che ho combinato a Marita e me lo merito davvero per quello che gli ho fatto”, ma nonostante tutto Letizia dice di non credere che suo fratello possa suicidarsi. Bossetti, già in precedenza, dopo aver scoperto che sua moglie Marita lo tradiva, aveva detto ai colleghi di volersi buttare dal ponte di Sedrina. 

Letizia sostiene che suo fratello abbia “sempre detto dall’inizio” che lui non c’entra con l’omicidio, non è vero, Massimo Giuseppe Bossetti non è mai stato capace di negare l’omicidio di Yara in modo credibile, lo abbiamo visto nell’analisi dei suoi interrogatori e in quella delle sue dichiarazioni in udienza.

Si è parlato molto della corrispondenza con la signora Gina.

“C’è da prendere in evidenza le altre parti di Massimo, perché Massimo è sempre quello che abbiamo detto noi: casa, un gran lavoratore, un uomo di cuore, pronto ad aiutare il prossimo e che ha sempre rispettato gli altri, specialmente le bambine. Non ha mai fatto del male a una persona, non è lui che ha provocato questo delitto osceno”.

Affermando: “C’è da prendere in evidenza le altre parti di Massimo”, Letizia intende dire che se anche Bossetti ha una certa “parte”, quella che è emersa nelle lettere a Gina è comunque “un gran lavoratore, un uomo di cuore, pronto ad aiutare il prossimo e che ha sempre rispettato gli altri…”.

Secondo lei si è pentito di aver scritto queste lettere alla Gina?

“Ultimamente non facevano arrivare le corrispondenze a noi, poi è tutto un insieme di cose. Dopo due anni che è lì, ha trovato, non so spinto da chi o che cosa, ha iniziato a parlare, comunicare, come se fosse una persona normale, né di più né di meno. Sicuramente ha sbagliato, perché è una cosa evidente, pero’ bisogna capire anche il posto in cui si trova”.

Letizia cerca di giustificare suo fratello, non è interessante questo suo tentativo quanto il fatto che dica “Dopo due anni che è lì, ha trovato, non so spinto da chi o che cosa, ha iniziato a parlare, comunicare, come se fosse una persona normale”, lasciando intendere che Massimo non è una persona normale.

Cosa vorrebbe dire a suo fratello?

“Siamo tutti convinti della tua innocenza, vai avanti così che i tuoi avvocati stanno dando il massimo e vedrai che presto sarai a casa con la tua famiglia e i tuoi figli”.

Quanto le manca?

“Tantissimo, una vita, perché per me lui è la vita mia. Spero di abbracciarlo presto, non solo io, tutti i familiari, tutti quelli che hanno sempre creduto in lui e che stanno lavorando anche per lui. Specialmente anche di trovare il vero colpevole per la piccola Yara Gambirasio”.

Interessante che dica “che stanno lavorando anche per lui”, per cos’altro?

Letizia Laura Bossetti

Letizia Laura Bossetti ad un’udienza del processo a suo fratello

Analisi di un’intervista rilasciata da Letizia Laura Bossetti a Cristiana Lodi:

Come state vivendo queste udienze, signora?

La giornalista usa il Voi per rivolgersi a Letizia Laura Bossetti, lo fa per mostrarle più rispetto possibile e per farle capire che sta dalla sua parte. Dalla fine del fascismo, che lo imponeva al posto del Lei, la forma allocutiva Voi è andata in disuso, si ascolta soltanto nelle forme dialettali di qualche provincia del meridione, naturalmente, con questa trovata, la giornalista non può che disorientare una donna bergamasca di limitata cultura e intelligenza. 

“Come li abbiamo sempre vissuti nella normalità e nella speranza (incomprensibile) di trovare il vero colpevole (incomprensibile) giustizia per mio fratello e anche per la piccola Yara”.

Quando afferma che hanno sempre vissuto nella “normalità”, Letizia ci sta dicendo esattamente il contrario. Nell’analisi del linguaggio l’uso della parola “normale” presuppone che ciò che viene definito come tale, non lo sia affatto.

Voi siete sempre venuta, non avete mai mancato un’udienza?

La giornalista usa ancora il Voi.

“Allora la prima e la seconda non sono venuta perché sinceramente non sapevo se dovevo essere sentita o che cosa, allora dopo mi sono informata che non ero aspettata né dalla difesa né dall’accusa e dalla terza udienza in poi sono partecipe… per dar forza e coraggio a mio fratello”.

Lei è convinta dell’innocenza di suo fratello?

“Al 1000 per 1000, sempre, al 1000 per 1000”.

Perché a vostro avviso non può essere stato vostro fratello a commettere questo delitto?

La giornalista usa ancora il Voi.

“Perché lo conosciamo (ride) non farebbe male ad una mosca, è bravo, ha sempre pensato a lavoro, casa e famiglia, assolutamente no, non è lui, non è proprio lui”.

Come si spiega secondo voi questa presenza del DNA sugli slip di Yara?

La giornalista usa ancora il Voi e fa una domanda che non può che mettere in imbarazzo la Bossetti.

“Questo sarà praticamente sarà la sarà la difesa a smontarlo non ce lo spieg… non sappiam… le ripeto non sappiamo spiegarlo non sappiamo proprio com… spieg… io dall’inizio ho sempre detto che è stato incastrato e per me è stat… è così tuttora”.

Letizia appare confusa dall’uso del Voi tanto che risponde prima al plurale e poi torna alla prima persona singolare e naturalmente non è in grado di rispondere alla domanda della giornalista.

Siete convinti che è stato incastrato?

La giornalista usa ancora il Voi.

“Sì, siamo molto convinti, sì, sì, sì, convintissima, me lo sento, non perché è il mio gemello ma lo sento proprio e lo conosco soprattutto, so tutto, io, di mio fratello (incomprensibile)”.

Quando vi siete visti la prima volta che cosa vi siete detti?

“Allora ci siam… increduli cioè increduli, praticamente noi abbiamo ricevuto la notizia che eravamo in ospedale con mio papà e pensavamo, pensavamo che fosse, che fosse successo, nel senso un (incomprensibile) a casa, un incidente a mio fratello, non pensavamo una cosa così grossa, così (incomprensibile) e purtroppo intanto è realtà, momentaneante è realtà”.

Per 4 anni si è cercato il presunto assassino?

– “4 anni, 4 anni, vero, 4 anni, bravissima, 4 anni”.

Nello scoprire che potrebbe essere stato vostro fratello che cosa avete pensato?

La giornalista usa ancora il Voi.

– “Che è una cosa assurda, cioè… assolutamente, 4 anni, una persona, 4 anni a tener nascosto un omicidio così gravissimo, perché è una cosa molto grave, conoscendo mi… non, nessuno riesce a tenerlo nascosto una cosa così (incomprensibile), conoscendo mio fratello, è, tra virgolette, non tiene neanche la pipì, è come me”.

Quando Letizia dice: “nessuno riesce a tenerlo nascosto una cosa così”, evidentemente mostra di disconoscere la casistica.

Lo avrebbe detto?

– “Sicuramente poi avendo fatto anche 4 mesi di isolamento avrebbe anche parlato (incomprensibile) ma non è lui, non è lui.

Oggi in aula si è parlato della calce abbiamo sentito i consulenti del pubblico ministero dire che la bambina aveva tracce di calce e funghi sulla pelle sui vestiti nelle ferite.

– “Questo l’ho sentito, ero presente ma chiaramente sarà… sarà stato… io penso… sarà… non è impossibile”.

Una domanda difficile per Letizia, cui non è tenuta a rispondere non essendo un consulente della difesa. La Bossetti ci prova e il risultato è, a dir poco, goffo. La giornalista, nonostante appaia fortemente di parte per l’uso del Voi che le serve a mostrare riverenza e a far capire alla sua intervistata che è un’innocentista, chiede alla sorella di Bossetti come si spieghi le tracce di calce su Yara mettendola in seria difficoltà.

Nei casi di omicidio, molti giornalisti, oltre a offrire spiegazioni personali senza averne le competenze, si aspettano inspiegabilmente risposte su tutto da parte di chiunque.

Perchè Massimo, scusi, fa il muratore?

– “Fa il muratore ma non è detto perché un muratore deve fare il muratore deve andare a commettere un omicidio così grave assolutamente (incomprensibile) è normale che lavora con la calce come tutti i muratori”.

Ha ragione Letizia, la calce non è una prova della responsabilità di suo fratello in ordine ai fatti a lui contestati ma associata alla presenza del suo DNA sul corpo di Yara è un indizio contro di lui.

P.S. L’11 maggio 2018 Letizia Bossetti ha patteggiato un anno e 4 mesi per simulazione di reato in relazione a due delle aggressioni da lei denunciate, quella che, a suo dire, sarebbe avvenuta il 29 agosto 2014 e quella del 5 settembre dello stesso anno.