CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: NEL NOSTRO SISTEMA GIUDIZIARIO MANCA LA CULTURA DELLA VERITA’ (intervista)

Processo mediatico, contaminazione, errori giudiziari, ne abbiamo parlato con la criminologa Franco, che tra l’altro afferma: “Il processo mediatico non influenza solo i giudici pigri, ma entra a gamba tesa in un procedimento influenzando i testimoni”.

Le Cronache Lucane, 1 luglio 2019

– Dottoressa Franco, che cosa manca al nostro sistema giudiziario?

La cultura della verità.

– Come si crea?

Servono maestri di morale in famiglia e sui banchi di scuola, dalle elementari all’università, e poi servono competenze. 

– Che insegnamento dovrebbero trarre i protagonisti del nostro sistema giudiziario dall’inchiesta “Angeli e Demoni”?

I giudici, soprattutto, dovrebbero riconoscere che il fenomeno della “contaminazione” è causa di errori giudiziari. Chi non sa condurre un’audizione contamina le risposte di un bambino e, allo stesso modo, un PM incapace di condurre un interrogatorio contamina quelle di un indagato. Ma non solo, esiste un’altra forma di contaminazione, in caso di processo mediatico, i Media condizionano le deposizioni dei testimoni, lo sanno bene i PM che prima foraggiano il processo mediatico e poi si servono delle dichiarazioni distorte di testi sentiti tardivamente per supportare la propria errata ricostruzione dei fatti, si tratta dell’effetto ping pong. 

– Ci spieghi meglio.

Il processo mediatico non influenza solo i giudici pigri, ma entra a gamba tesa in un procedimento influenzando i testimoni.

Ogni processo testimoniale è infatti costituito da una prima fase di acquisizione delle informazioni, dalla ritenzione delle stesse e dalla rievocazione, già se tra la prima fase e quella del recupero passa un lungo periodo di tempo il ricordo subisce una distorsione che allontana inevitabilmente il contenuto testimoniale dalla realtà dei fatti ma, soprattutto, se durante la fase di ritenzione un teste assiste ad un processo mediatico, la distorsione del ricordo viene amplificata e si allinea inevitabilmente con le conclusioni dei Media.

– Perché i testi non si limitano a raccontare la verità?

Per ansia di protagonismo, un teste si illude di essere paladino di una “nobile causa” e, nella convinzione di essere d’aiuto alle indagini, tende a colmare le proprie lacune, a riordinare i ricordi, a compiacere chi lo interroga. 

– Chi si serve del processo mediatico?

Procure, difese, parenti di suicidi che non accettano l’idea che il proprio caro si sia suicidato e, una volta convinta l’opinione pubblica attraverso Media compiacenti, la usano come testa d’ariete per far riaprire il caso. Inventarsi un omicidio non è un processo indolore, perché chi si inventa un omicidio deve inventarsi anche un assassino. In altre parole, cercano il supporto dell’opinione pubblica coloro che non sono in grado di provare ciò che sostengono, nei casi giudiziari, come nel linguaggio, il bisogno di convincere nasconde insicurezza.

– Cosa c’è dietro questo modo di lavorare?

Incompetenza e malafede, per quanto riguarda i PM e i consulenti delle procure e dei familiari dei suicidi. I familiari dei suicidi invece sono vittime di consulenti disonesti che, per un proprio tornaconto, facendo presa sulle loro fragilità, invece di aiutarli a rielaborare il lutto, li spingono a bramare vendetta. 

– Che cosa dovrebbe fare una procura quando l’impianto accusatorio è fragile?

Invece di cercare il supporto dell’opinione pubblica diffondendo stralci degli atti scelti ad hoc per trasformare un indagato in un mostro, dovrebbe tornare sui propri passi e rivedere il caso, perché se un impianto accusatorio non regge, uno dei motivi è l’innocenza dell’indagato. Purtroppo però è raro che un PM cambi rotta, e così, invece di cercare giustizia e verità, cerca forzate “conferme” alla propria errata ricostruzione dei fatti da parte di consulenti partigiani, Media, opinionisti degli show del dolore e opinione pubblica, e proprio con queste “conferme” costruisce uno scivolo che conduce all’errore giudiziario.