Un mio articolo sui luoghi comuni relativi agli “inganni del linguaggio”

La criminologa Ursula Franco ha sfatato per Stylo24 alcuni dei luoghi comuni relativi agli “inganni del linguaggio”. La Franco è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis. La Statement Analysis è una tecnica d’analisi scientifica del linguaggio verbale diffusamente utilizzata in America, Inghilterra e Israele nei casi giudiziari.

Stylo24, 13 aprile 2018

I non addetti ai lavori ritengono che la maggior parte della gente menta ed invece il 90% dei soggetti che non raccontano la verità, dissimulano, ovvero non raccontano menzogne ma semplicemente nascondono alcune informazioni senza dire nulla di falso.

Chi dissimula fa affidamento sull’interpretazione delle sue parole da parte di interlocutori inesperti ed è così che li trae in inganno, egli infatti risponde con dichiarazioni che suonano come negazioni ma che in realtà un orecchio esperto riconosce come negazioni non credibili.

Dissimulano la maggior parte dei soggetti che intendono coprire un proprio coinvolgimento in un omicidio; in ogni caso le loro dichiarazioni, se non contaminate dal linguaggio utilizzato da chi li sottopone ad interrogatorio, sono comunque vitali per ricostruire i fatti.

Falsificano, ovvero non solo tacciono l’informazione vera ma presentano un’informazione falsa come fosse vera, solo il 10% di coloro che tentano di coprire il proprio coinvolgimento in un certo evento.

Falsificare è molto impegnativo e con il passare del tempo chi opta per questa tecnica si accorge che non può fermarsi alla prima bugia e che non solo la stessa va ripetuta all’infinito ma che deve far ricorso a superfetazioni sempre più articolate per tenerla in piedi.

In generale la dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione perché è un comportamento passivo che fa sentire meno in colpa. Peraltro, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, ad esempio sostenendo di non aver detto tutto per una dimenticanza.

I soggetti che dissimulano lo fanno per evitare lo stress che produce il falsificare, uno stress che è dovuto non solo al senso di colpa, posto che anche i soggetti privi di empatia, come possono esserlo i sociopatici, fanno ricorso più frequentemente alla dissimulazione e non alla falsificazione, ma spesso al fatto che falsificare li espone maggiormente, rendendoli vulnerabili e quindi a rischio di essere scoperti e accusati non solo di essere dei bugiardi ma anche del reato in ballo.

Falsificano coloro che da bambini non sono stati rimproverati quando dicevano bugie; generalmente sono soggetti che hanno subito abusi in giovane età e hanno imparato a fare ricorso alla falsificazione per sopravvivere.

Un interrogatorio sia che il soggetto falsifichi sia che dissimuli è comunque utile per ricostruire i fatti, come lo sono le interviste televisive e le telefonate di soccorso.

Purtroppo in questo campo i luoghi comuni sono i peggiori nemici della verità e della giustizia.

Da un interrogatorio ottengono risultati disastrosi solo coloro che non sanno ascoltare e che hanno fretta, che poi sono gli stessi che contaminano gli interrogatori rendendoli inutilizzabili.

Contaminare un interrogatorio significa introdurre, attraverso le domande, termini diversi da quelli usati dall’interrogato, questi termini entreranno nel linguaggio dell’interrogato e lo aiuteranno a mentire. In poche parole: chi non sa condurre un interrogatorio induce l’interrogato a falsificare. E’ superfluo aggiungere che un interrogatorio contaminato non ha alcun valore legale e non merita neanche di essere analizzato.

L’analisi delle parole di un interrogato attraverso la Statement Analysis ci permette di ricostruire i fatti con precisione. Grazie a questa tecnica si possono infatti identificare nel linguaggio di un indagato aree sensibili e aree dove le informazioni mancano, inoltre la casistica ci aiuta a distinguere la struttura ed il contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi realmente vissuti da struttura e contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi immaginati.

Come ho già detto la maggior parte della gente non mente e pur dissimulando dice che cosa è successo, ma purtroppo, è triste doverlo ammettere, in Italia manca la cultura dell’interrogatorio e dell’analisi linguistica dell’intervista di un sospettato.

Molti PM si cimentano in interrogatori con domande chiuse che sono le domande a cui è più facile mentire, interrompono l’interrogato mentre lo stesso si esibisce in tirate oratorie che sono invece fonte di informazioni cruciali per le indagini e soprattutto non solo non sanno ascoltare ma contaminano l’interrogatorio introducendo termini diversi da quelli utilizzati dall’interrogato, errori grossolani con i quali si giocano spesso l’unico interrogatorio che un indagato concede prima di avvalersi della facoltà di non rispondere.

Mi è capitato di leggere interrogatori di soggetti indagati per omicidio privi delle domande del PM; in questi interrogatori, che dovrebbero essere fuori legge, ricorre la dicitura ADR (a domanda risponde); negli stessi, spesso le parole dell’indagato vengono riassunte dal PM per chi trascrive. Roba da mettersi le mani nei capelli. La fortuna di certe procure è purtroppo l’ignoranza in questo campo degli avvocati difensori che lasciano che i PM calpestino i diritti dei loro assistiti senza opporre resistenza.

Ma veniamo ai casi giudiziari veri e propri:

Raramente un soggetto falsifica, ce lo conferma Giosuè Ruotolo, condannato in primo grado per il duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza. Ruotolo, intercettato al telefono con la fidanzata, ha fatto riferimento alla dissimulazione senza mezzi termini: “Non è che io ho detto bugie ma ho evitato di dire una cosa, che non significa una bugia”.

Soggetti capaci di falsificare sono i fratelli Massimo e Letizia Bossetti.

Letizia Laura Bossetti, a fine agosto 2014, pochi mesi dopo l’arresto del fratello, ha sostenuto di aver subito delle intimidazioni. Nel settembre dello stesso anno, la donna ha riferito alle forze dell’ordine di essere stata scaraventata a terra dopo essere stata colpita volontariamente dalla portiera di un’auto. Il 17 settembre 2014, ha invece raccontato di essere stata percossa mentre si trovava nel garage della casa dei suoi genitori, a Terno d’Isola. A fine gennaio 2015 la donna ha riferito agli inquirenti e ai giornalisti di aver subito una quarta aggressione nell’androne e nel garage del palazzo dove vivono i genitori.

Né i referti medici né le registrazioni delle videocamere di sorveglianza hanno mai supportato i racconti di Letizia Laura Bossetti.

Letizia Laura Bossetti ha preteso ripetutamente di essere stata vittima di un crimine, non per essere d’aiuto a Massimo, ma perché cercava attenzioni, visibilità, compassione e supporto, lo ha fatto per se stessa, i suoi bisogni nascono da sentimenti di inadeguatezza e da una bassa autostima.

Il fatto che Letizia Bossetti si sia inventata le aggressioni e che menta senza il timore di venir smascherata è rilevante ai fini delle indagini riguardanti l’omicidio di Yara Gambirasio. Durante il processo a suo carico, il fratello Massimo Giuseppe è stato descritto come un bugiardo abituale. Bossetti è capace di mentire in modo grossolano per ottenere dei vantaggi e come sua sorella non si preoccupa di venir sconfessato. Massimo Bossetti, proprio perché mentiva di frequente e le sue bugie erano facili da demolire, veniva chiamato dai colleghi “favola”, il suo soprannome ce la dice lunga sulla quantità e la qualità delle balle che raccontava.

Massimo Giuseppe Bossetti ha confidato ai colleghi di lavoro di avere il cancro, di doversi sottoporre alla chemioterapia, di aver picchiato la moglie e di doversi presentare ogni sera dai carabinieri per firmare a causa di una denuncia fatta da Marita e che la stessa lo obbligava a dormire in garage o sul furgone e non gli faceva vedere i figli; tutte menzogne.

Sua moglie Marita Comi in un colloquio in carcere gli ha detto: “Massi, perché dicevi che avevi un tumore? Ma cosa cazzo hai detto?”. Bossetti, secondo la procura di Bergamo, avrebbe finto di avere un tumore al cervello per allontanarsi dal cantiere con la scusa della chemioterapia.

Massimo Giuseppe Bossetti non ha smentito il collega che ha dichiarato durante la sua deposizione che lui aveva raccontato di avere un cancro, anzi, dopo la sua testimonianza, ha affermato: “Confermo, l’ho fatto e me ne vergogno, ma solo per potermi recare in altri posti a lavorare. Non mi pagavano da mesi, ero sotto di oltre diecimila euro, e alla mia famiglia a fine mese non potevo portare a casa un sacco di sabbia. Così, dopo che la moglie di un mio collega era morta per malattia, ho pensato di fingermi anche io malato e di avere un tumore”.

Non solo Letizia e Massimo Bossetti non si confrontano con sentimenti quali il senso di colpa o il rimorso per aver mentito tipici dei bugiardi occasionali, ma non provano neanche vergogna se scoperti, per questi motivi possono essere entrambi riconosciuti come bugiardi patologici. L’ambiente familiare in cui i due gemelli sono cresciuti li ha forgiati da un punto di vista psichico e li ha costretti, probabilmente già in età infantile, a ricorrere alla bugie per ottenere delle attenzioni.

I due gemelli Bossetti sono cresciuti nella menzogna, la loro madre Ester Arzuffi li ha concepiti fuori dal matrimonio e ha fatto credere a suo marito che fossero figli suoi. Giovanni Bossetti, l’uomo che ha riconosciuto all’anagrafe Letizia Laura e Massimo Giuseppe, è stato truffato anche una seconda volta, suo figlio Fabio, il più piccolo, è anch’egli illegittimo.

Ester Arzuffi, dopo l’arresto di Massimo Giuseppe Bossetti ha sostenuto che il padre dei gemelli fosse suo marito Giovanni, negando un’evidenza scientifica quale può esserlo l’esame del DNA. A suo figlio Massimo, durante una visita in carcere, ha detto: “L’ho saputo il giorno del tuo arresto che ero l’amante del Guerinoni. Guerinoni non l’ho mai visto… Lui non è mai venuto, non l’ho mai visto».

I gemelli Bossetti sono due bugiardi patologici.

Il ricorso alla bugia patologica può essere un disturbo a sé o il sintomo di un disturbo di personalità: psicopatia, disturbo narcisistico o disturbo istrionico, in ogni caso è un segnale di discontrollo.

Le storie che il mentitore patologico costruisce sono il frutto della sua fantasia ma sono studiate per apparire plausibili.

Attraverso le sue bugie, il bugiardo patologico costruisce un personaggio, decora se stesso, si ritaglia un ruolo da eroe o da vittima, e lo fa in modo cronico e per una causa endogena.

Detto questo, una volta che Massimo Bossetti è stato arrestato ed accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio, lo stesso, durante gli interrogatori, non ha fatto ricorso alla falsificazione bensì alla dissimulazione. Bossetti falsifica quando non teme le conseguenze delle proprie bugie, quando la posta in gioco si è rivelata essere l’ergastolo, Bossetti ha optato per la meno rischiosa dissimulazione.

Durante il processo, Massimo Giuseppe Bossetti, rispondendo alla PM, si è esibito in una serie di “non me lo ricordo” e “non ricordo”“Per l’ennesima volta glielo ripeto, sono qui apposta per dirglielo, non me lo ricordo. Io sono una persona abitudinaria, normale, banale. Sono una persona ripetitiva e faccio sempre le stesse cose. Non me lo ricordo e non ricordo neppure cosa ho mangiato ieri sera. Lo ripeto, non ricordo. Anche mia moglie quando è venuta da me in carcere mi ha sempre fatto l’interrogatorio, il terzo grado: mi ha messo con le spalle al muro, ma non ricordo nulla di quella data. In quel periodo di novembre lavoravo sia a Bonate, sia a Palazzago. Potevo benissimo dirle “non ricordo”, già nei primi interrogatori dottoressa…e invece ho cercato di ricordare, in ogni modo. Che poi chiedermi cosa ho fatto quattro o cinque anni fa, mi pare una domanda totalmente insensata”, dire “non ricordo” è un modo di falsificare, ma solo un vuoto di memoria.

Per finire, il fatto che Alberto Stasi, Giosuè Ruotolo e Massimo Bossetti si siano proclamati innocenti nulla ha a che fare con la falsificazione, si sono proclamati innocenti quando, non essendo stati ancora giudicati, tecnicamente lo erano “de iure”. Proclamarsi innocenti non è un modo di negare l’azione ed è ben diverso dal dire: “Io non ho ucciso Chiara”, “Io non ucciso Trifone e Teresa” e “Io non ho ucciso Yara”, negazioni credibili che non sono mai uscite dalla bocca di nessuno due tre.

Stasi ha detto alla PM: “Io non ho fatto niente a Chiara, non ho fatto assolutamente nulla” e “Non ho… non ho fatto nulla alla Chiara, non ho fatto nulla alla Chiara”; Ruotolo: “Vorrei chiedere scusa se dopo varie udienze mi presento per la prima volta, vorrei che, oltre a conoscermi, fare un po’ di chiarezza sulla mia totale estraneità ai fatti”;  Bossetti: “Io le dico la verità: non ho mai fatto niente”, tutte negazioni non credibili che non rientrano nell’ambito della falsificazione, pertanto tecnicamente non si può parlare di ricorso alla menzogna in questi casi.

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Duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza: breve analisi di un’intercettazione telefonica

Rosaria Patrone e Giosuè Ruotolo

Ruotolo e la sua fidanzata commentano telefonicamente il contenuto di una trasmissione televisiva:

Rosaria Patrone: Tu riesci a mantenere la calma, io no.

Giosuè Ruotolo: Eh no, perchè tu non c’entr… co… cioè, io è vero che ho evitato e poi dice: Ha detto bugie, ha detto bugie! E poi quando fanno il servizio: Giosuè ha omesso di dire quella cosa.

Quando Ruotolo dice alla Patrone “perché tu non c’entri”, lascia intendere che lui invece “c’entri”. Giosuè non tollera che lo si chiami bugiardo, secondo lui “omettere di dire” non equivale a mentire.

Rosaria Patrone: Eh…

Giosuè Ruotolo: Cioè questi fan… lo buttano e lo mettono, hai capito!? Perché ormai è… cioè… perché io non ci posso a dicere: Non è che io ho detto bugie ma ho evitato di dire una cosa che non significa una bugia.

Raramente un soggetto falsifica, ce lo conferma Ruotolo, egli riferisce non di aver “detto bugie” ma di aver “evitato di dire”. Un atteggiamento comune.

Paolo Stroppiana, condannato per l’omicidio di Marina Di Modica, durante il processo ha affermato: “Ho saputo della scomparsa di Marina per telefono, avendo accanto la mia fidanzata, non avevo motivo di preoccuparmi, nulla c’entrando con la scomparsa stessa. Non ho detto bugie al fratello, ho detto l’essenziale, non ho visto Marina mercoledì sera”.

Dissimulare significa nascondere alcune informazioni senza dire nulla di falso, è la tecnica preferita di chi intende coprire un proprio coinvolgimento in un omicidio.

Falsificare significa riferire il falso, non solo tacere un’informazione vera ma presentare un’informazione falsa come fosse vera. Falsificare è molto impegnativo, con il passare del tempo chi falsifica si accorge che non può fermarsi alla prima bugia, ma che la stessa, per tenere in piedi l’inganno iniziale, va ripetuta all’infinito, spesso accompagnandola a superfetazioni sempre più articolate.

La dissimulazione è considerata meno riprovevole rispetto alla falsificazione, è un comportamento passivo che fa sentire meno in colpa del comportamento attivo di chi falsifica. Inoltre, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, può sostenere di non aver detto delle cose per dimenticanza o di aver avuto intenzione di rivelare altre cose in seguito.

Riferire di “non ricordare” è un modo di falsificare solo un vuoto di memoria.

Il 90% dei soggetti che mente, dissimula, per evitare lo stress che produce il falsificare, uno stress che è dovuto non solo al senso di colpa, visto che anche i soggetti privi di empatia come i sociopatici dissimulano, ma spesso al fatto che falsificare li espone maggiormente, rendendoli vulnerabili e quindi a rischio di essere scoperti e accusati non solo di essere dei bugiardi, cosa intollerabile ai più, ma eventualmente anche del reato in ballo.

La legge prevede il reato di falsa testimonianza non solo nel caso un soggetto falsifichi ma anche nel caso dissimuli. L’Art. 372 del codice penale parla chiaro: “Chiunque, deponendo come testimone innanzi all’Autorità giudiziaria, afferma il falso o nega il vero, ovvero tace, in tutto o in parte ciò che sa intorno ai fatti sui quali è interrogato, è punito con la reclusione da due a sei anni”.  

Rosaria Patrone: Eh, infatti.

La Patrone dice inizialmente “Tu riesci a mantenere la calma, io no”, in realtà, per tutto lo scambio, appare passiva e disinteressata.

Duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza: intervista

GIOSUE’ RUOTOLO ERA INNAMORATO DI TRIFONE RAGONE

Il 7 novembre sarà emessa la sentenza del processo a carico di Giosuè Ruotolo, arrestato il 7 marzo 2016, per il duplice efferato di Trifone Ragone e Teresa Costanza, uccisi da 6 colpi d’arma da fuoco nel parcheggio della palestra di pesistica dove Trifone si allenava, l’arma utilizzata, una Beretta del 1922, è stata ritrovata nel lago di un parco poco distante dalla scena del crimine.
Abbiamo posto alcune domande alla criminologa Ursula Franco.

Giosuè Ruotolo e Trifone Ragone

pubblicato su Le cronache Lucane il 25 ottobre 2017

Dottoressa Franco secondo lei qual’è il movente del duplice omicidio, sappiamo che su questo punto lei non è d’accordo con l’accusa.

Giosuè Ruotolo uccise Trifone Ragone non perché temesse di essere denunciato o perché fosse in competizione con lui, lo uccise perché era innamorato di lui ed è probabile che i due abbiano avuto un contatto sessuale del quale il Ruotolo si era pentito, l’omicidio di Ragone gli ha permesso di cancellare quell’onta e quello di Teresa di eliminare l’odiata rivale. Con i suoi messaggi su Facebook a Teresa, Ruotolo intendeva distruggere il rapporto tra lei e Trifone perché era geloso della Costanza. Solo spiegandosi l’omicidio di Teresa Costanza, che non è casuale, si arriva al vero movente dell’omicidio del Ragone.

Che cosa non regge nelle dichiarazioni di Giosuè Ruotolo?

A parte il fatto che Giosuè Ruotolo non ha mai negato in modo convincente di essere l’autore del duplice omicidio, né di aver posseduto un’arma, né di essere attratto dagli uomini, quando Ruotolo ha ripercorso in auto, insieme ai pm, il tragitto della sera dell’omicidio di Trifone e Teresa, una volta giunto nel parcheggio dove è avvenuto l’efferato delitto, ha ammesso, tra le righe, che la sera del duplice omicidio ci fossero stalli liberi: ” (…) e qua ho girato… mi sono messo dove sta quest’auto grigia più o meno qui, qui, c’erano… volevo posto qui avanti e non c’erano, ho atteso un po’, ho acceso lo stereo… non avevo posti per parcheggiare (…)”, Ruotolo non ha detto ai pm Pier Umberto Vallerin e Matteo Campagnaro che non vi fossero posti liberi in tutto il parcheggio ma che non ce n’erano nell’area dove lui aveva intenzione di parcheggiare la macchina. E’ chiaro che questa circostanza lo incastra e prova che non era sua intenzione parcheggiare l’auto per poi andare in palestra ma semplicemente lasciarla in seconda fila per poter scappare più facilmente dopo il duplice omicidio.

Che può dirci del rapporto tra Giosuè Ruotolo e la sua fidanzata Rosaria Patrone?

Un rapporto patologico, fondamenta del duplice omicidio. Tra i messaggi agli atti inviati dalla Patrone al Ruotolo ve ne sono tre che sono particolarmente significativi: “Giosuè, sono la mamma di Rosaria. Rosaria è in coma”, “è in obitorio, aspettiamo le analisi e vediamo” e “Rosaria ha perso il bambino ed anche lei è molto grave”, non certo catalogabili come sciocchezze dettate dall’ingenuità come la Patrone vuol far credere ma segnali di un discontrollo alla base del quale c’è un disagio psichico. Non solo, Rosaria riferì a Giosuè che una soldatessa amica di Trifone l’aveva aggredita a Somma Vesuviana e che il mandante era proprio il Ragone. Siamo nell’ambito della menzogna patologica.

Duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza: analisi di alcuni stralci di dichiarazioni di Giosuè Ruotolo (parte seconda)

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Uno degli interrogativi cruciali che si è posto chi indagava su Giosuè Ruotolo è se vi fossero stati o meno stalli liberi nel parcheggio della palestra dove furono trucidati Trifone Ragone e Teresa Costanza nel momento in cui vi giunse l’indagato con la sua Audi A3 poco prima del duplice omicidio. Ruotolo ha raccontato agli inquirenti di aver deciso di andare in palestra la sera del delitto, il 17 marzo 2015, ma di non aver trovato parcheggio e di aver allora raggiunto il Parco di San Valentino per fare un po’ di jogging e di aver desistito dopo pochi minuti a causa delle basse temperature.

Durante il processo a Giosuè Ruotolo, riguardo agli stalli del parcheggio della palestra, l’accusa ha sostenuto che vi fossero almeno 7 posti auto liberi nel momento in cui Ruotolo lo raggiunse in quanto, in quei minuti, furono registrate 26 auto in uscita a fronte di 19 in entrata.

Nei mesi scorsi Giosuè Ruotolo ha ripercorso in auto, insieme ai PM, il tragitto della sera dell’omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza. Quando Ruotolo, durante il sopralluogo, è giunto in auto, in compagnia dei magistrati, nel parcheggio dove è avvenuto l’efferato delitto, ha dichiarato:

” (…) e qua ho girato… mi sono messo dove sta quest’auto grigia più o meno qui… qui… c’erano… volevo posto qui avanti e non c’erano, ho atteso un po’, ho acceso lo stereo… non avevo posti per parcheggiare (…)”.

Chi mente spesso tende a riferire una parziale verità in quanto è più facile del fabbricare una elaborata menzogna. Ruotolo, in questa sua dichiarazione, non dice ai PM Pier Umberto Vallerin e Matteo Campagnaro che non vi fossero posti nel parcheggio ma “volevo posto qui avanti e non c’erano”, ovvero riferisce ai PM che non c’erano posti liberi dove lui aveva intenzione di parcheggiare la macchina. Quando poi Ruotolo, in finale, aggiunge: “non avevo posti per parcheggiare” si riferisce sempre ad un’area precisa del parcheggio da lui prescelta, non al parcheggio in toto. L’indagato, limitandosi a parlare di un’area ristretta del parcheggio, evita lo stress che gli indurrebbe mentire affermando che non c’erano stalli liberi in tutto il parcheggio. Se solo chi indaga ascoltasse le dichiarazioni dei sospettati con attenzione potrebbe dar seguito all’interrogatorio con le domande giuste e favorire una confessione. 

E’ chiaro che è estremamente importante ai fini dell’attribuzione del duplice omicidio a Giosuè Ruotolo il sapere se vi fossero o meno stalli liberi nel parcheggio della palestra nei minuti che precedettero l’omicidio, se vi fossero stati, come hanno confermato le indagini, Ruotolo avrebbe mentito sulle sue reali intenzioni di quella sera; Giosuè non parcheggiò ma lasciò l’auto in seconda fila per poter scappare più facilmente da quell’area dopo aver commesso gli omicidi.

Il 21 novembre 2016 , Giosuè Ruotolo, imputato al processo per il duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza, di fronte alla Corte d’assise di Udine ha rilasciato una breve dichiarazione:

“Vorrei chiedere scusa se dopo varie udienze mi presento per la prima volta, vorrei che, oltre a conoscermi, fare un po’ di chiarezza sulla mia totale estraneità ai fatti. Mi ritrovo, ormai, in una situazione più grande di me sia per i fatti che mi vengono accusati sia per tutta la vicenda mediatica che si è creata intorno che descrive un po’ la mia persona per quello che non è e questo fa molto male. Mi trovo ormai da otto mesi in carcere e ogni giorno che passa spero che sia l’ultimo, che venga una guardia e mi dice: “Si sono sbagliati, puoi uscire”. Nelle prime udienze hanno fatto vedere delle immagini atroci su Teresa e Grifone, appena le ho viste mi sono subito rivolto verso il mio avvocato e ho detto: “E’ impossibile che io mi trovi qui per una cosa del genere. Ma stiamo scherzando?” Mi sembra assolutamente assurdo che io sia qui seduto per fatti successi a dei ragazzi come me, che addirittura ho conosciuto e addirittura su… con Trifone abbiamo vissuto insieme. Posso aver dato poco peso alla cosa, ovvero di non dire subito della mia presenza in quel parcheggio, hanno fatto pure delle campagne sia in tv sia in caserma da me su chi avesse sentito o visto qualcosa, si doveva fare avanti a parlare ma nel momento in cui sono stato io lì, non avevo visto nessuno e sinceramente non dovevo dare un contributo in più alle… alle indagini, ero solo preoccupato per il mio ingresso nella nella Guardia di Finanza che sarebbe poi avvenuto a breve, però mi sono preso le mie responsabilità in quanto sia ai Carabinieri e successivamente alla Procura ho detto che se devo pagare per aver detto cosa dopo, è giusto che paghi, però sono comunque estraneo a tutto il resto, però. Credo fermamente nella giustizia e credo che nel corso del processo si evidenzierà fermamente la mia totale estraneità a tutto questo”.

Analisi degli stralci più rilevanti:

“Vorrei chiedere scusa se dopo varie udienze mi presento per la prima volta, vorrei che, oltre a conoscermi, fare un po’ di chiarezza sulla mia totale estraneità ai fatti (…)”.

L’esordio del Ruotolo: “Vorrei chiedere scusa” è incriminante, la vittima di un errore giudiziario, che si trova in galera da mesi, non ha motivo di scusarsi con nessuno, solo chi commette un crimine si sente in dovere di scusarsi.

Da notare che Ruotolo parla di “fatti”, non di “omicidi”. Ruotolo è incapace di dire “sono estraneo al duplice omicidio di Trifone e Teresa” perché non riesce a confrontarsi con l’accusa a causa dello stress che gli produrrebbe. 

“Mi ritrovo, ormai, in una situazione più grande di me sia per i fatti che mi vengono accusati sia per tutta la vicenda mediatica che si è creata intorno che descrive un po’ la mia persona per quello che non è e questo fa molto male”.

Da notare che Ruotolo parla ancora di “fatti”, non di “omicidi”.

L’uso di “ormai” denuncia una rassegnazione che appare fuori luogo, un atteggiamento tipico dei soggetti affetti da un disturbo antisociale di personalità. Giosuè non dice di non essere il mostro costruito dai Media ma afferma che i Media descrivono “un po’ la mia persona per quello che non è”, lasciando intendere che solo “un po’” la sua persona è descritta “per quello che non è”.

“Posso aver dato poco peso alla cosa, ovvero di non dire subito della mia presenza in quel parcheggio, hanno fatto pure delle campagne sia in tv sia in caserma da me su chi avesse sentito o visto qualcosa, si doveva fare avanti a parlare ma nel momento in cui sono stato io lì, non avevo visto nessuno e, sinceramente, non dovevo dare un contributo in più alle… alle indagini, ero solo preoccupato per il mio ingresso nella nella Guardia di Finanza che sarebbe poi avvenuto a breve, però mi sono preso le mie responsabilità in quanto sia ai Carabinieri e successivamente alla Procura ho detto che se devo pagare per aver detto cosa dopo, è giusto che paghi, però sono comunque estraneo a tutto il resto, però”.

 Giosuè dice: “e, sinceramente, non dovevo dare un contributo in più alle… alle indagini”, non “non potevo dare” ma “non dovevo dare”, una bella rivelazione sulle sue reali intenzioni. 

Infine, Ruotolo ci dice che è pronto a pagare, tanto è onesto, per aver taciuto la sua presenza sul luogo del delitto. Ruotolo sente la necessità di apparire come un “bravo ragazzo” questo perché è un “cattivo ragazzo”.

Da notare che Ruotolo parla di “tutti il resto”, non di “omicidi”.

Ruotolo non è capace di confrontarsi con l’accusa perché è lui l’autore del duplice omicidio.

Duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza: analisi di un’intervista rilasciata da Rosaria Patrone

Giosuè Ruotolo e Rosaria Patrone

Giosuè Ruotolo e Rosaria Patrone

Giosuè Ruotolo è accusato del duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza, avvenuto a Pordenone il 17 marzo 2015, da qualche mese è detenuto in attesa di giudizio. La prima udienza del processo che lo vede imputato si svolgerà ad Udine il 10 ottobre 2016. All’epoca del delitto Rosaria Patrone era la sua fidanzata, la donna è accusata di favoreggiamento in relazione al duplice omicidio.

Trascrizione e analisi di un’intervista rilasciata da Rosaria Patrone:

Giornalista: Prima di tutto, come vivi un po’ tutta questa situazione e perché hai accettato l’intervista con noi?

Rosaria: Male, sto male che non è facile convivere con queste continue cattiverie gratuite che dicono sulla mia persona, vengo continuamente insultata e infangata da giornali, da programmi televisivi e soprattutto da persone che non conosco e che non mi conoscono.
Ho deciso di rilasciare queste dichiarazioni perché ho visto che il vostro programma sponsorizza una frase cioè: “Io rispetto” e a tal proposito vorrei dire che io ho sempre rispettato e non capisco perché non dovrei essere rispettata di conseguenza.

Già da subito si intuisce l’atteggiamento dispatico della Patrone, la donna sta male solo per se stessa; inoltre, è significativo che non siano le accuse mossele dalla magistratura a farla star male ma gli insulti e il fango che le è stato gettato addosso dai Media. Ci saremmo aspettati che il suo primo pensiero andasse alle vittime e poi a Giosuè che lei ritiene innocente e che si trova in galera da mesi e ci saremmo anche aspettati che si difendesse dalle accuse e che soffrisse a causa di queste.

Giornalista: Tu sei anche formalmente accusata di favoreggiamento, ecco, ma diciamo: che responsabilità ti riconosci? Ecco, cosa pensi di dover rispondere?

Il giornalista aggiunge alla prima una seconda domanda scontata, non solo inutile ma pure dannosa, ritarda la risposta che la Patrone ha pronta e le lascia più tempo per articolarla.

Rosaria: Sicuramente l’aver avvicinato quelle che erano le mie amiche è stato un errore, un errore dettato dalla mia giovane età, dalla mia ingenuità, quello che però volevo io era evitare che chiunque avesse creato quel profilo Facebook non avrebbe avuto problemi al lavoro perché, per quanto ne so, quel profilo era stato creato all’interno di una caserma e questa cosa non eraa…

Ad onor del vero, il Procuratore della repubblica di Pordenone, Marco Martani ha dichiarato che “Tre amiche hanno anche riferito che la Patrone, in un’occasione accompagnata dalla mamma, consegnando dei pizzini in cui si sollecitava le amiche a restare in silenzio, le invitava a non far trapelare nulla del profilo Facebook, parlando con loro soltanto all’aperto e coi telefonini spenti per paura di essere controllata dai carabinieri”.

Per la Patrone l’errore non è stato intralciare le indagini negando agli inquirenti di essere a conoscenza di quel profilo Facebook ma aver chiesto alle amiche che ne erano a conoscenza di tacere. Difficile credere che lo abbia fatto per evitare al signor “chiunque” ripercussioni in campo lavorativo. Rosaria non nega né ammette di aver saputo che Giosuè fosse l’autore del profilo ma tiene a dire che avrebbe taciuto per “chiunque”, cercando di far passare il messaggio che lei è attenta al suo prossimo, atteggiamento che non è trapelato nella precedente risposta dove si è mostrata priva di empatia nei confronti delle vittime e del Ruotolo ma soprattutto è difficile pensare che una donna così attenta al suo prossimo, come lei si dipinge, durante un’indagine per un duplice omicidio, sia stata più interessata alla carriera di uno sconosciuto che alle vite spezzate di due giovani. Il finale della risposta della Patrone è monco: “e questa cosa non eraa…” e prova che qualcosa è stato lasciato fuori.

Giornalista: Quindi, ricordiamolo, tu hai avvicinato le tue amiche chiedendo nel caso fossero sentite, fossero state sentite dagli inquirenti, non rivelassero l’esistenza ed il fatto che tu gli avessi parlato di quel profilo, falso profilo Facebook da cui erano state inviate frasi, diciamo velenose, a Teresa, giusto?

Il giornalista fa il punto, un errore grossolano. Il suo compito è intervistare non suggerire. 

Rosaria: Sì.

Naturalmente dopo la tirata oratoria del giornalista alla Patrone non resta che rispondere con un semplice ed inutile Sì.

Giornalista: Tu sapevi che quel profilo l’aveva creato Giosuè?

Rosaria: (tempo di latenza maggior del normale) Guardi, io non so precisamente da chi è stato creato questo profilo, so solamente che è stato creato in una caserma, di conseguenza non volevo creare alcun problema.

La Patrone non nega in modo credibile, è vaga e l’uso dell’avverbio “precisamente” la tradisce. Rosaria ci dice che per lei c’è differenza tra il non sapere una cosa e il non saperla precisamente, lasciandoci pensare che la sappia.

Giornalista: Ecco, ma perché? Che problema pensavi potesse avere Giosuè nel caso specifico perché era il tuo fidanzato?

Rosaria: Creare un profilo o meglio usufruire di internet all’interno di una postazione di lavoro non è lecito, di conseguenza io volevo evitare questo.

La Patrone è poco credibile, la creazione di un profilo Facebook all’interno di una caserma è un’inezia rispetto all’accusa gravissima di duplice omicidio con cui il Ruotolo deve fare i conti.

Giornalista: Volevi evitare che Giosuè avesse problemi perché aveva usato i computer della caserma e quindi insomma dovesse rispondere di peculato.

Il giornalista fa di nuovo il punto commettendo ancora una volta, un errore grossolano. Il suo compito è intervistare non suggerire.

Rosaria: Esatto. Sì.

Naturalmente dopo la tirata oratoria del giornalista alla Patrone non resta che rispondere con un semplice ed inutile “Esatto. Sì”.

Giornalista: Non l’avevi fatto perché tu volevi nascondere eventuali responsabilità di Giosuè nell’omicidio di Teresa e Trifone, è così?

La domanda del giornalista è sbagliata perché ricca di suggerimenti. 

Rosaria: Assolutamente.

“Assolutamente”, non significa nulla, non è una negazione credibile se non accompagnata da un “No”, da un verbo al passato e da un riferimento preciso all’addebito. La Patrone non è in grado di negare neanche mutuando le parole dal giornalista che le suggerisce nella domanda di farlo. Se Rosaria non è in grado di negare in modo credibile, non sta a noi farlo per lei.

Il Procuratore della repubblica di Pordenone, Marco Martani ha dichiarato che “Rosaria aveva confidato ad alcune amiche di sentirsi in colpa temendo di essere stata lei la causa del duplice omicidio” e che “temeva di essere stata ricollegata al delitto per essere entrata nel profilo Facebook anonimo. Un dettaglio quest’ultimo che le amiche ci hanno riferito e che non potevano aver appreso dalla stampa, e che quindi può essere frutto solo del fatto di averla ascoltata dall’interessata. Circa i messaggi inviati dal profilo, una ventina in tutto, sono stati inviati tutte le volte che Ruotolo era in servizio e aveva accesso ai pc della caserma da cui sono partite le missive vessatorie”.

Giornalista: Più volte le mamme di Teresa e Trifone ti hanno pubblicamente invitato a dire tutto quello che sai perché venga scoperta la verità, ecco, tu che cosa rispondi a queste due mamme?

Rosaria: Io ho sempre detto tutta la verità o meglio tutto quello che sapevo, tutto quello che so e non ho mai nascosto nulla, purtroppo il fatto di credere nell’innocenza di Giosuè viene letto come un voler nascondere qualcosa ma sta di fatto che io non conoscevo le vittime e soprattutto vivevo a chilometri di distanza.

La Patrone dopo aver detto “Io ho sempre detto tutta la verità” aggiunge “o meglio…”, un avverbio che indebolisce la sua affermazione e ci fa pensare che non abbia detto tutta la verità ma che abbia taciuto qualcosa. Rosaria ci dice che quando lei parla usa un filtro, l’innocenza di Giosuè, una specie di dogma, un dato di fatto che la donna non prova neanche a motivare. Infine, non la assolvono automaticamente dall’accusa di favoreggiamento il fatto che vivesse a chilometri di distanza e che non conoscesse le vittime, nessuno la accusa di essere stata l’esecutrice materiale del duplice omicidio.  

Giornalista: Anche gli inquirenti ritengono che tu possa non aver detto alcuni particolari che potrebbero aiutare a capire esattamente come sono andate le cose, ecco, tu che cosa rispondi?

Rosaria: Ho affrontato, mm in tutte le volte che sono stata chiamata, più di 20 ore di interrogatorio e ho detto effettivamente tutto quello che sapevo.

La Patrone usa l’avverbio “effettivamente” per affermare di aver detto tutto ciò che sapeva agli inquirenti, una scelta che indebolisce la sua risposta. Viene da chiedersi che cosa siano 20 ore di interrogatorio e perché la Patrone lo rimarchi, se si può essere utili agli inquirenti in un caso così drammatico quale è l’omicidio di due giovani.

Giornalista: Di te, no? si è tratteggiato un po’ anche questo personaggio che mandava, no? questi messaggi con queste fantasie a Giosuè in cui tu ti fingevi o moribonda o addirittura che avevi subito delle aggressioni sessuali  etc, etc?

Rosaria: Lo facevo per attirare maggiore attenzione, attenzioni da Giosuè, attenzioni che mmm magari non mi venivano date quante, quante io ne volevo, insomma eh lo facevo per questo.

Giornalista: Adesso ripensandoci cosa pensi di quei messaggi?

Rosaria: Sono sciocchezze, sono coseee cioè insomma non mmm, sono un po’ esagerati come messaggi, questo sì, però sempre sono sempre dettati dalla mia ingenuità, dal mio essere un pochino bambina, insomma.

Tre dei messaggi inviati dalla Patrone al Ruotolo recitano così: “Giosuè, sono la mamma di Rosaria. Rosaria è in coma”, “è in obitorio, aspettiamo le analisi e vediamo”Rosaria ha perso il bambino ed anche lei è molto grave”. La Patrone raccontò molte menzogne sulle sue condizioni di salute all’allora fidanzato Giosuè Ruotolo e gli riferì pure che una soldatessa amica di Trifone l’aveva aggredita a Somma Vesuviana e che il mandante era il Ragone. 

Né i messaggi inviati a Giosuè né le altre menzogne di Rosaria sono catalogabili come sciocchezze dettate dall’ingenuità ma come segnali di un disagio psichico, con tutta probabilità un disturbo istrionico di personalità. 

Il bugiardo patologico attraverso le sue bugie costruisce un personaggio, decora se stesso, spesso ritagliandosi un ruolo da eroe o da vittima e lo fa in modo ‘cronico’ e per una causa endogena. Le storie che i mentitori patologici raccontano sono plausibili anche se frutto della loro fantasia. La bugia patologica può essere un disturbo isolato o la punta di un iceberg, il sintomo di altri disturbi quali una psicopatia, un disturbo narcisistico o un disturbo istrionico di personalità, in ogni caso è un segnale di discontrollo. 

Dopo tutte le bugie dette al Ruotolo è difficile credere che la Patrone ora dica il vero.

Giornalista: Perché tu alle 20 e 13 di quella sera, la sera in cui vengono uccisi Trifone e Teresa, mandi quello strano messaggio a Giosuè in cui dici: Amore, per caso mi nascondi qualcosa che hai fatto?

Rosaria: Giorni precedenti avevamo avuto dei litigi, io questa cosa l’ho anche più volte ribadita aaa… (interrotta)

Il fatto che la Patrone dica che questa cosa l’ha anche più volte ribadita (sottintendendo agli inquirenti) non ne fa una verità ma è un segnale di menzogna. Purtroppo il giornalista interrompe Rosaria sul più bello.

Giornalista: Litigi sempre per gelosia? Per queste cose qui?

Il giornalista non solo interrompe la Patrone ma le suggerisce il motivo dei litigi: la gelosia. Il fatto che lui sappia che Rosaria era gelosa non lo autorizza a bruciarsi la risposta.

Rosaria: Sì, erano sempre litigi legati magari a uscite emm con possibilii ragazze mm con amici e quindi diciamo che era uno strascico, uno strascico di litigio e… (interrotta)

Giornalista: Quindi in sostanza quella sera…

Interrompere l’intervistata è un errore grossolano.

Rosaria: … facevo questa domanda sempre relativamente a questi, a queste uscite, a questi litigi.

Giornalista: Quella sera lui non ti rispondeva?

Rosaria: No.

Giornalista: E quindi tu hai subito cominciato a pensare, hai mandato quel messaggio.

La conclusione è del giornalista, non della Patrone.

Giornalista: La tua relazione con Giosuè credo che sia finita da entrambe le parti, che cosa pensi di Giosuè? Della sua situazione? E’ colpevole o innocente?

Quando si pongono più domande in serie l’intervistato sceglie a quale rispondere. 

Rosaria: Io credo nell’innocenza di Giosuè, certo non mi va di parlare della mia vita privata però non ho mai detto di averlo lasciato, questo non l’ho mai detto.

La Patrone non dice di non aver lasciato il Ruotolo, dice semplicemente di non averlo detto. 

Giornalista: E per te resta comunque innocente?

Rosaria: Sì, sì, io credo, ho sempre creduto nella sua innocenza, ci credo tuttora.

Giornalista: Perché Rosaria? Se te lo posso chiedere?

Rosaria: Perché lo conosco.

Giornalista: E quindi?

Rosaria: Lo conosco eee è un ragazzoo straordinario, per me.

La Patrone afferma che il Ruotolo è un ragazzo straordinario, per me, specificando che lo è per lei, non in assoluto.

Giornalista: Nonostante tutte le bugie che ha detto anche lui?

Rosaria: Credo in lui.

Duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza: analisi di alcuni stralci di dichiarazioni di Giosuè Ruotolo

Giosuè Ruotolo

Giosuè Ruotolo

Giosuè Ruotolo, accusato del duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza, avvenuto a Pordenone il 17 marzo 2015, è detenuto in attesa di giudizio. La prima udienza del processo che lo vede imputato si svolgerà ad Udine ed è stata fissata per il 10 ottobre 2016.

Analisi di alcuni stralci di dichiarazioni rilasciate dal Ruotolo agli inquirenti:

Ruotolo: Quindi hooo fatto inversione, ho girato più avanti dove c’era spazio e me ne sono tornato indietro, ho parcheggiato di fronte al parco San Valentino e ho iniziato a correre un po’ però facevaa… comunque faceva freddo, me ne sono tornato, sono tornato su e poi ho seguito sempre la stessa strada per tornare a casa, sono arrivato versoo le otto meno un quarto, otto meno dieci.

L’uso dell’avverbio “comunque” è quantomeno strano se non sospetto. Se Ruotolo raccontasse il vero sarebbe inutile l’uso del “comunque”, se invece fosse andato nel parco per gettare l’arma in acqua sarebbe adeguato.

Lei quando ha conosciuto Trifone Ragone?

Ruotolo: L’avev… l’ho conosciuto in occasione mmm… amm… del corso a Cassino.

E’ strano che, nonostante Trifone sia deceduto, Ruotolo si corregga parlando come se Ragone fosse ancora in vita.

Vi siete conosciuti nel 2012!

Invece di chiedere in che anno si fossero conosciuti, chi interroga afferma che si conobbero nel 2012. Una domanda aperta sarebbe stata quantomeno un tentativo di  indurre una risposta che avrebbe potuto fornire spunti interessanti.

Ruotolo: Sì, lì solo di vista.

Con Trifone non ha mai litigato?

La domanda è mal formulata, chi interroga suggerisce al Ruotolo di negare. La domanda da fare sarebbe stata una domanda aperta del tipo: Che rapporti aveva con Trifone?, e solo in seguito chi interroga avrebbe dovuto contestare al Ruotolo il fatto che gli era noto che lui avesse litigato con Trifone e che i due erano arrivati alle mani. 

Ruotolo: No.

Sicuro?

Una domanda inutile cui segue una risposta inutile ai fini dell’analisi delle dichiarazioni.

Ruotolo: Sì.

Avete mai avuto, non so problemi per… qualche spicciolo non pagato, così?

Ruotolo: No, no, mai, mai.

Noo?

Invece di chiedere delucidazioni con una domanda aperta sulla richiesta di soldi fatta da Ruotolo alla madre di Trifone dopo la sua morte, chi interroga si limita ad un Noo?. Una domanda inutile cui segue una risposta inutile ai fini dell’interrogatorio. La domanda da fare sarebbe stata: Ci racconta cosa è successo con la madre di Trifone?.

Ruotolo: Mai.

“Mai” non è una negazione credibile se non è accompagnata da una smentita ben articolata.

La madre di Trifone Ragone ha riferito ad inquirenti e giornalisti che Ruotolo dopo l’omicidio le chiese di saldare un debito di 25 euro che Trifone aveva con lui. Ruotolo per smentire inviò una email ad una trasmissione televisiva:
“Sono dispiaciuto per quanto é stato riferito in merito a fatti legati alla famiglia Ragone: non mi sono mai recato nella loro abitazione prima del tragico evento per cene o altro e dopo il trasferimento di Trifone i nostri rapporti erano rimasti di cortesia, smentisco, dunque, uscite in pub o pizzerie assieme a lui. Sopratutto sono dispiaciuto per una mia presunta richiesta di 25€ alla famiglia Ragone che mi sarebbero stati dovuti per il saldo di un pregresso debito del mio commilitone Trifone. Preciso nel modo più assoluto di non aver mai compiuto una tale richiesta e ritengo offensivo attribuirmi un fatto di così basso valore morale. Preciso nel modo più assoluto di non aver mai compiuto una tale richiesta e ritengo offensivo attribuirmi un fatto di così basso valore morale. Provo rispetto nei confronti della famiglia Ragone per l’immenso dolore che la stessa sta vivendo. Chiedo nel contempo che sia rispettato anche il dolore mio e dei miei familiari per il coinvolgimento in questa triste vicenda della quale mi sono da sempre ritenuto estraneo.
Sopratutto sono dispiaciuto per una mia presunta richiesta di 25€ alla famiglia Ragone che mi sarebbero stati dovuti per il saldo di un pregresso debito del mio commilitone Trifone”.
Giosuè si dice soprattutto dispiaciuto per la sua presunta richiesta e per quanto è stato riferito non per la morte di Trifone. Ruotolo tenta di negare di aver richiesto i soldi alla madre della vittima ma scrive: “mia presunta richiesta”, e poi aggiunge che quei soldi “sarebbero stati dovuti per il saldo di un pregresso debito di Trifone”, Giosuè prova a smentire ma fa sua la richiesta usando l’aggettivo possessivo “mia” e poi la motiva, “dovuti per il saldo di un pregresso debito”, confermando ciò che ha sostenuto la madre della vittima, ovvero che Ruotolo le chiese i soldi. Quella di Giosuè quindi appare più una conferma che una smentita.
E’ interessante il finale della email, Ruotolo non dice come ci aspetteremmo: per il coinvolgimento in questa triste vicenda alla quale sono estraneo ma un debole: “per il coinvolgimento in questa triste vicenda della quale mi sono da sempre ritenuto estraneo”, ritenersi ed essere estraneo sono due cose diverse.

Mi spiega un po’ meglio del suo rapporto con Trifone? Cioè: che cosa avete fatto insieme al di là del (incomprensibile)?

La regola prevede che chi interroga faccia una domanda per volta, in caso contrario l’interrogato sceglierà a quale domanda rispondere.

Ruotolo: Allora, insieme, quando vivevamo… sì, in un primo mo… quando appena siamo andati a vivere insieme, siamo andati pure in palestra insieme, abbiamo fatto pure qualche volta la spesa insieme ma era un rapporto come avevoo… (interrotto)

Il Ruotolo mostra di avere difficoltà a rispondere e purtroppo quando comincia a parlare del suo rapporto con Trifone viene interrotto. Interrompere un indagato è un errore grossolano, le tirate oratorie permettono di acquisire informazioni importanti ai fini dell’analisi dell’interrogatorio e di conseguenza della soluzione dei casi. 

Uscivate la sera?

Ruotolo: Sì, qualche volta siamo usciti pure la sera.

Dove andavate?

Ruotolo: Vabbè, a volte siamo andati, in varie occasioni, in discoteca eee…

Si trovava bene con lui?

La domanda è sbagliata, è una domanda chiusa che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice , inoltre chi interroga introduce il termine bene mentre avrebbe dovuto chiedere: Come si trovava con lui? e non suggerire che si trovasse bene.

Ruotolo: Sì, sì.

Avete conosciuto delle ragazze in discoteca che poi, con le quali, poi, avete intrecciato qualche rapporto?

Una domanda chiusa attraverso la quale chi interroga introduce altro materiale, non è lui il protagonista di questo interrogatorio ma l’indagato.

Ruotolo: No, no.

Beh qualche ragazza l’avete conosciuta immagino?

Non è utile fare domande che permettano ad un indagato di rispondere con un no o con un . La regola prevede che le domande chiuse siano mirate e che vengano fatte solo a fine interrogatorio. 

Ruotolo: Ehm… mmmm… sì ma niente ch… di che… (interrotto)

Ancora una volta chi interroga interrompe il Ruotolo.

Cioè non avete mai approcciato le ragazze assieme (incomprensibile)?

Chi interroga suggerisce la risposta, invita il Ruotolo a dire di no.

Ruotolo: Esatto, esatto.

Mai?

Ancora una domanda chiusa che suggerisce una risposta negativa e che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice no.

Ruotolo: No, non abbiamo mai approcciato una in discoteca che c’era con me.

Sicuro?

Ancora una domanda chiusa che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice .

Ruotolo: Sì, almeno a me non è mai successo.

Avete mai avuto delle ragazze fidanzate in comune?

Ancora una domanda chiusa che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice no.

Ruotolo: No.

Non abbiamo mai avuto… (chi interroga riassume ciò che il Ruotolo ha appena detto per uno scrivente, ogni riassunto non può che essere viziato da una interpretazione personale, un interrogatorio ben trascritto deve essere trascritto in toto con le parole e le pause dell’interrogato, la sintesi di chi interroga non riproduce con precisione il linguaggio verbale dell’interrogato ed è inutilizzabile per una eventuale analisi dell’interrogatorio)

Ruotolo: Io sono proprio contro questa cosa, cioè io ho lo stile di vita… (interrotto)

Ancora una volta chi interroga interrompe il Ruotolo. Interrompere un indagato è un errore grossolano che inficia l’interrogatorio. Chi interroga mostra di aver fretta e di volere risposte precise e concise. 

Magari anche inconsapevolmente?

Ancora una domanda chiusa che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice no.

Ruotolo: No, no.

No?

Una domanda chiusa che tra l’altro suggerisce una risposta negativa.

Ruotolo: No, no, no.

Risposta negativa che il magistrato ottiene.

Mai avuto storielle?

Ancora una domanda che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice no e che tra l’altro lo invita a negare.

Ruotolo: No.

Come volevasi dimostrare.

Sicuro?

Invece di contestare, chi interroga fa ancora una inutile domanda chiusa.

Ruotolo: Solo, solo all… all’inizio proprio, ma stavo ancora in caserma, sono uscito con unaa, con una ragazza ancoraa dovevo conoscere bene Trifone.

Conosciuta come?

Ruotolo: Eee, in strada.

Come in strada?

Ruotolo: Per pordenone.

Come? In che circostanza?

Due domande di seguito sono da evitare durante un interrogatorio.

Ruotolo: In un’uscita tra amici, l’ho conosciuta ma non c’era nemmeno lui.

Le è mai capitato di andare a visitare il profilo di Trifone o di Teresa?

Ruotolo: No, che vuol dire?!

Eh?

Ruotolo: No, che ricordi, no.

Ruotolo non nega in modo credibile, lascia spazio alla possibilità. 

Mai?

Una domanda chiusa che suggerisce una risposta, cui segue una risposta inutile ai fini dell’analisi delle dichiarazioni.

Ruotolo: No, ehh.

Ha scaricato foto da lì?

Ancora una domanda chiusa che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice  no.

Ruotolo: No, no, no.

La sua ragazza le ha mai detto di essere andata a vedere il profilo di Trifone?

Ancora una domanda che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice no.

Ruotolo: No, ma io so che nemmeno… nemmeno gli interessava.

Ha parlato qualche volta di Trifone quindi?

Ancora una domanda che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice .

Ruotolo: Sì.

Per dirle cosa?

Ruotolo: Che frequentava molte donne.

Frequentava molte donne, lei questo l’aveva constatato?

Ancora una domanda che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice .

Ruotolo: Sì, sì.

Personalmente o le è stato raccontato?

Ruotolo: No, l’avevo constatato personalmente, aveva la stanza di fronte alla mia, vabbè era constatato anche dagli altri miei coinquilini, ecco.

Questa risposta ci fa capire che il Ruotolo sarebbe disposto a parlare se glielo permettessero ma è indotto a trattenersi a causa delle continue interruzioni.

Lei vedeva?

Ancora una domanda chiusa che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice no, la domanda giusta sarebbe stata: Che accadeva? o Ci racconti.

Ruotolo: No, vabbè questoooo mmmm… via vai di donne che comunque lui portava in casa… (interrotto)

Ancora una volta chi interroga interrompe il Ruotolo.

Quindi non Teresa? Non solo Teresa?

Ancora una domanda che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice no e che tra l’altro lo invita a negare.

Ruotolo: No, non è… no.

Come volevasi dimostrare.

Erano sempre una alla volta?

Una domanda che suggerisce una risposta.

Ruotolo: Sì, che io ho visto, sì.

Con varie donne che poi portava in stanza?

Una domanda che suggerisce una risposta e introduce il termine stanza.

Ruotolo: Nella sua stanza, sì, sì.

E lì giocavano a scacchi? Cosa facevano?

Ruotolo: Vabbè, insomma, quello che facevano, facevano, erano (incomprensibile)

E voi che sentivate commenti sulle mosse di scacchi o?

Ruotolo: No, no, non sent…

Si sentiva cosa facevano?

Ancora una domanda che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice no.

Ruotolo: A volte sì, a volte no.

Eh, spesso si sentiva anche rumore riconducibile a rapporti sessuali, quindi?

Chi interroga continua ad imboccare l’interrogato con nuovi termini e a fare domande chiuse che permettono  di rispondere con un no o con un .

Ruotolo: Sì, emm rum… il letto che si spostava, sì.

Si sentiva anche, diciamo, urlare di piacere le donne?

Chi interroga continua ad imboccare l’interrogato con nuovi termini e a fare domande chiuse che permettono di rispondere con un no o con un .

Ruotolo: No, niente.

Volevo dire, vi ha mai presentato, ti ha mai presentato qualcuna di queste ragazze?

Ancora una domanda che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice no.

Ruotolo: No, era molto riservato sulle, sulle donne, non ne sapevamo nessuna.

Le è mai capitato di essere entrato per sbaglio in stanza? Di aver trovato Trifone con donne?

L’ennesima domanda chiusa.

Ruotolo: No, no.

Non ha mai sentito diciamo urlare queste tipiche espressioni di piacere altre donne?

Ancora una domanda chiusa.

Ruotolo: No.

E Trifone?

Ancora una domanda chiusa.

Ruotolo: Nemmeno.

Lei portava la sua ragazza in stanza da lei?

Ruotolo: La mia fidanzata?

Ruotolo chiede a quale ragazza, chi lo interroga, si stia riferendo, evidentemente ha avuto un’altra ragazza.

Sì.

Ruotolo: Sì, ah quando è salita, è salitaaa aah mm due volte totale in tutto, in tutti e tre questi tre anni.

E’ del tutto casuale che non ci fosse Trifone a casa?

Chi interroga suggerisce la risposta.

Ruotolo: Sì, sì, disse mmm iooo ooo ssto in licenza allora io po… appunto gli chiesi: Se salgono due amiche della mia fidanzata le posso far dormire nel letto tuo? E lui disse: Sì, sì, sì, non ci sono problemi.. perché erano volevano un po’ di compagnia (interrotto)

Ancora una volta chi interroga interrompe il Ruotolo, invece di lasciare il tempo a Giosuè di rispondere, preferisce risposte brevi e concise che ai fini dell’interrogatorio sono praticamente inutili. Chi interroga ha avuto fretta e ha reso vana la disponibilità del Ruotolo a lasciarsi interrogare, un peccato non aver approfittato del fatto che il Ruotolo non si fosse ancora avvalso della facoltà di non rispondere, cosa che è invece accaduta il 19 gennaio 2016 in occasione del secondo interrogatorio.

Ma niente, niente che lei era un po’ geloso di Trifone anche lei?

L’ennesima domanda chiusa. Una domanda che tra l’altro ha poco a che fare con la risposta precedente del Ruotolo. La domanda da fare sarebbe stata una domanda generica sullo stato del loro rapporto. 

Ruotolo: Io?

Eh.

Ruotolo: Non ne avrei il motivo.

E’ anomalo che il Ruotolo parli di Trifone come se lui fosse ancora vivo.

Uno che continua a portarsi ragazze, è un bel ragazzo, no? Trifone?

Ancora una domanda chiusa.

Ruotolo: Sì, sì, sì, ma mi sono sempre trovato bene (interrotto) ma quelli sono, sono stiliii di vita secondo me uno se vuole avere più donne, secondo me non c’è ,c’è chi sceglie di averne una (interrotto) c’è chi sceglie di averne di più, per me anche… (interrotto)

Chi interroga interrompe di continuo il Ruotolo, lo fa più per affermare che per chiedere. Chi interroga dovrebbe contenersi e lasciare all’intervistato dall’80% al 90% dello spazio. L’ansia di protagonismo durante gli interrogatori da parte degli inquirenti non permette di portare a casa il risultato ovvero una confessione che dovrebbe essere l’unico vero fine e a cui si arriva se un interrogatorio viene condotto come si deve. 

Anche anche la sua ragazza è una bella ragazza mi sembra pure no?

Ancora una domanda chiusa attraverso la quale chi interroga suggerisce la risposta. Una domanda che tra l’altro ha poco a che fare con la risposta precedente del Ruotolo.

Ruotolo: Sì, sì, infatti.

E quindi non è che aveva paura che Trifone potesse un attimo provarci anche con lei?

La domanda da fare sarebbe stata: Quali erano i rapporti tra la sua fidanzata e Trifone?

Ruotolo: Noo, se pure ci provava e la mia ragazza ci stava (interrotto) cambiavo fidanzata.

Ancora una volta chi interroga interrompe il Ruotolo.

Eh, sì, invece con la sua ragazza come erano i rapporti dal punto di vista sessuale intendo?

Ruotolo: No, no, perfetti.

Perfetti?

Una inutile domanda chiusa.

Ruotolo: Sì, non ci sono mai stati da quel punto di vista problemi.

Sicuro di questo?

Un’altra inutile domanda chiusa.

Ruotolo: Al cento per cento, né da parte mia né da parte sua.

Lo capiva lei o glielo diceva la sua ragazza?

Ruotolo: Lo capivo e me lo diceva.

Le ha mai detto la sua ragazza di aver provato attrazione per…?

Ruotolo: No, mai (interrotto) né di Trifone né tantomeno di altri ragazzi in generale, non mi ha mai mostrato…

Ancora una volta chi interroga interrompe il Ruotolo.

E nei confronti di altre donne?

Ruotolo: No, nemmeno.

Mai?

Ruotolo: Solo che un’amica sua è lesbica eh vabbè non tanto attrazione ma curiosità più che altro, provava (interrotto)

Ancora una volta chi interroga interrompe il Ruotolo.

Cioè? Cosa è successo?

Ruotolo: No, che questa amica sua volevaa ahmm in un certo modo provarci con lei ma lei non provava così proprio sentimento ma più che altro curiosità.

Avrà avuto modo di vederlo Trifone la sua ragazza eh, che ne so, eh?

Ruotolo: Sì, penso, sì, l’ha visto.

Come?

Ruotolo: Penso l’ha visto nel mio telefono.

Come ce l’aveva queste foto?

Ruotolo: No, me le aveva mandate lui.

Ha fatto commenti la sua ragazza quella volta che gli ha mostrato le foto?

Ruotolo: Noo, niente, niente.

Ma lei ha mai avuto il sospetto che la sua ragazza la tradisse?

L’ennesima domanda chiusa che permette al Ruotolo di rispondere con un semplice Mai che tra l’altro non è una negazione credibile.

Ruotolo: Mai.

Lo sa che abbiamo parlato con la sua ragazza no noi?

Ruotolo: Sì.

La sua ragazza mi diceva che..

Ruotolo: Sì fino a.. cioè…

Dica.

Ruotolo: Non lo se… pure a me mi ha detto una mezza cosa eee se l’ha avuto io l’ho scoperto in questiii… per questaaa vicenda ma che prima non ne avevo idea io vi sto riferimento io vi sto dicendo in riferimento a (interrotto)

Ancora una volta chi interroga interrompe il Ruotolo. La regola vuole che il goal di chi interroga non sia avere una risposta precisa e concisa ma riuscire a far parlare a ruota libera l’indagato in modo da ricavare più informazioni possibili ed eventualmente farlo cadere in contraddizione per indurlo a confessare, il vero e unico obiettivo di un interrogatorio.

Sì ma ci diceva, ci ha detto anche un’altra cosa, che dal punto di vista sessuale non è che andasse proprio tanto bene le cose tra di voi.

Ruotolo: A me mi diceva che andavano bene, se lei mi dice così, non lo sapevo, anche, anche perché non me l’ha mai detto, anzi, eh, allora o faceva finta o non lo so, a me mi ha sempre detto che andavano… le cose andavano bene.

Cioè quindi diceva solo ultimamente ho saputo che lei mi aveva tradito con…?

Ruotolo: Sì, vabbè tramitee…

Eh?

Ruotolo: No, no, non me lo ha detto, non me lo ha detto.

Che mezza cosa le ha detto?

Ruotolo: Mi ha detto che non è stata sempre fedele, ecco! Me lo ha detto questa, non è stata sempre fedele, solo questo mi ha detto.

Solo di recente, cosa intende ultimam…?

Ruotolo: Adesso.

Adesso?

Ancora una domanda chiusa.

Ruotolo: Sì.

Adesso, cioè dopo che è stata sentita?

Ancora una domanda chiusa.

Ruotolo: Sì.

Lei ha mai sentito di voci che correvano all’interno della caserma circa le sue preferenze sessuali?

L’ennesima inutile domanda chiusa.

Ruotolo: No.

Non le è mai capitato?

Ancora una domanda chiusa.

Ruotolo: No. Cioè che vuol dire?

Lei, dico, lei ha inclinazioni, anche, omosessuali?

Ancora una domanda chiusa.

Ruotolo: Ma no scusate se rido eh non…

Ruotolo avrebbe dovuto negare con forza, cosa che non ha fatto, lasciando spazio al dubbio.

Ruotolo ride invece di negare, lo ha fatto anche in occasione di un’intervista:

Giornalista: Non è stato lei ad uccidere Teresa e Trifone?

Ruotolo: Stiamo scherzando? Mi vieneee (ride).. queste domandeee non…….. zero proprio, non ho proprio parole per descrivere il fatto figuriamoci d’essere accusato di una cosa del genere.

Giornalista: Lei ha mai avuto una pistola?

Ruotolo: (ride) non posso dire niente su queste cose, mi viene pure da ridere, ecco, quando mi dicono quest..

Giornalista: Perché le viene da ridere?

Ruotolo: Per quest.. per questa domanda che mi ha fatto, sinceramente..

No, certo.

Ruotolo: No.

Quindi non ha mai provato attrazione verso..

Più che una domanda, una gratuita affermazione e un suggerimento.

Ruotolo: Altra…

… appartenenti al genere maschile.

Le regole di un interrogatorio sono: evitare le domande chiuse che permettono all’interrogato di rispondere con un sì o un no; evitare le domande multiple; non interrompere l’interrogato; non introdurre nuove parole; usare il più possibile le parole dell’interrogato; fare domande in relazione alle risposte; evitare affermazioni; evitare giudizi morali. 

In conclusione, trapela poco dalle risposte del Ruotolo, non perché egli sia un campione della falsificazione o della dissimulazione ma perché l’interrogatorio è stato semplicemente condotto male. Chi lo ha interrogato ha commesso quasi tutti gli errori da evitare in un interrogatorio e per questo motivo non ha dato a Giosuè la possibilità di esprimersi, di tradirsi, di contraddirsi e di fornire spunti per le indagini. Il Ruotolo, dopo la sua iscrizione nel registro degli indagati, ha scambiato qualche battuta con i giornalisti, gli stralci di quelle interviste, che ho analizzato su questo stesso blog, sono più interessanti ai fini della soluzione del caso di questi stralci di dichiarazioni agli inquirenti.

Per quanto riguarda il movente del duplice omicidio, Giosuè Ruotolo uccise Trifone Ragone non perché fosse in competizione con lui o perché temesse di essere denunciato, lo uccise perché era innamorato di lui e non poteva averlo, è probabile che i due abbiano avuto un contatto sessuale del quale il Ruotolo si era pentito, l’omicidio di Ragone gli ha permesso di cancellare quell’onta e quello di Teresa di eliminare l’odiata rivale. Con i suoi messaggi su Facebook a Teresa, Ruotolo intendeva distruggere il rapporto tra lei e Trifone perché era geloso della Costanza. Solo spiegandosi l’omicidio di Teresa Costanza, che non è casuale, si arriva al vero movente dell’omicidio del Ragone.  

Analisi di un’intervista rilasciata dal difensore di Giosuè Ruotolo

Ho analizzato l’intervista rilasciata al giornalista Nicola Endimioni dall’avvocato di Giosuè Ruotolo, Roberto Rigoni Stern, andata in onda nella puntata di Chi l’ha visto del 9 marzo 2016. Giosuè Ruotolo, il suo assistito è accusato dell’efferato omicidio di due giovani, Trifone Ragone e Teresa Costanza, uccisi con sei colpi di una pistola semiautomatica nel parcheggio della palestra di pesistica dove si allenava Trifone.

Trifone Ragone e Teresa Costanza

Trifone Ragone e Teresa Costanza

Avvocato è sempre pronto a mettere la mano sul fuoco per Ruotolo?

Mah, guardi, in questo momento noi siamo convinti che la difesa abbia a disposizione degli elementi nuovi sicuramente rappresentati da tutti gli atti dell’indagine che sono molto corposi, molto capienti, ricordo che la procura come è stato affermato dal procuratore capo è andata per esclusione e non ritengo che questa sia una linea… tale da potere suffragare un’ipotesi accusatoria di questo tipo.

Rigoni Stern non risponde a tono alla domanda, l’avvocato di Ruotolo non è capace di negare il coinvolgimento di Giosuè Ruotolo nel duplice omicidio, preferisce evadere la domanda e affermare: in questo momento noi siamo convinti che la difesa abbia a disposizione degli elementi nuovi… e non “in questo momento la difesa ha a disposizione degli elementi nuovi”, il “noi siamo convinti” indebolisce la sua affermazione, Rigoni Stern, tra l’altro, non dice “io sono convinto” ma parla al plurale, a nome di soggetti sconosciuti. L’avvocato lascia filtrare indiscrezioni sulla linea difensiva, ovvero ci dice che la difesa tenterà di smontare ‘la linea per esclusione’ dell’accusa. Stern usa il “Mah” iniziale per prendere tempo per rispondere.

Gli indizi della procura però sono sorretti anche da una logica, da una logica granitica.

Mah, la procura è convinta di avere in mano una serie di elementi, che qualifica come indizi, che sono serviti poi al GIP per emettere un provvedimento restrittivo delle libertà personali nei confronti del Ruotolo, noi riteniamo cheee le prove dei fatti debbono essere costruite all’interno di un dibattimento e fintanto che non ci sarà una sentenza definitiva passata in giudicato non potremmo condannare preventivamente il Ruotolo, la difesa ha a sua disposizione elementi forti che riuscirà a produrre nel momento in cui saremo di fronte alle sedi di giustizia nelle quali dovrà essere giudicato l’indagato.

In questa risposta tecnica a Rigoni Stern sfugge un “non potremmo condannare preventivamente il Ruotolo”, viene da domandarsi perché l’avvocato si inserisca tra quelli che condannerebbero Giosuè se non lo ritenesse anch’egli responsabile del reato contestatogli, la frase che ci saremmo aspettati da un difensore convinto dell’innocenza del suo assistito è “non potete condannare preventivamente”, non è difficile infatti prendere una posizione forte, contro tutti, quando si è certi di trovarsi di fronte ad un errore giudiziario e non si perde occasione per ricordarlo.

Avvocato scusi se lei non crede, tra virgolette, agli indizi della procura quindi crede alle coincidenze?

Il fatto che Giosuè Ruotolo fosse presente sulla scena del delitto non cambia la sostanza aah dellaa situazione in cui noi viviamo dal momento che vi erano altre otto persone e quindi non si può ricondurre un fatto di una gravità simile ad una persona solo perché presente sul luogo del delitto assieme ad altre otto persone che anch’esse hanno avuto aah modo di riferire in ordine ai motivi per cui erano presenti.

E’ stato bravo il giornalista a mettere in difficoltà l’avvocato, la risposta di Rigoni Stern è mal costruita, in work in progress, con una conclusione debole e inefficace. Tra l’altro l’avvocato del Ruotolo ammette la presenza del suo assistito sul luogo del delitto quando afferma “Il fatto che Giosuè Ruotolo fosse presente sulla scena del delitto” ed è difficile pensare che si riferisca ad un momento diverso da quello in cui è stato compiuto l’omicidio, non parlerebbe in tal caso di “scena del delitto” ma semplicemente di parcheggio della palestra. Rigoni Stern conclude la sua risposta dicendo che il Ruotolo non era solo fuori dalla palestra ma “assieme ad altre 8 persone che anch’esse hanno avuto aah modo di riferire in ordine ai motivi per cui erano presenti”, e quindi? Il fatto che anche le altre 8 persone abbiano dovuto riferire i motivi per cui erano presenti non affranca il Ruotolo dal sospetto, un finale di risposta privo di valore difensivo che infatti viene preceduto da una non parola “aah”, emessa nel tentativo di prendere tempo per dare una risposta sensata.

Ruotolo è presente sul luogo del delitto all’ora del delittto, però non nota Teresa e Trifone, non sente gli spari, non vede il killer?

Guardi, questi accertamenti che sono stati condotti dalla procura, ripeto, dovranno esseree vagliati anche dalla difesa perché siamo convinti che Ruotolo arrivò prima e andò via prima dell’accadimento di questo evento.

Rigoni Stern dice “siamo convinti che Ruotolo arrivò prima e andò via prima”, e non “Ruotolo arrivò prima e andò via prima”, il “siamo convinti”, usato per la seconda volta in questa intervista, rende l’affermazione debole, inoltre, l’avvocato parla ancora al plurale, a nome di soggetti sconosciuti a chi lo ascolta, risultando vago, Stern, non pretendendo personalmente possesso delle sue affermazioni, lascia che l’interlocutore coltivi seri dubbi sul suo convincimento.

Quando Ruotolo viene sentito tace sia sulla sua presenza al palazzetto dello sport ma tace anche sulla sua presenza al parco di San Valentino dove poi verrà trovata la pistola?

Guardi, nel corso dell’interrogatorio Ruotolo ha avuto modo di chiarire i passaggi dall’abitazione di via Colombo fino alla palestra e rientro e quindi in questo momento è ovvio che eah anche la difesa dovrà concentrarsi sui tempi avendo in considerazione quelli che sono i fotogrammi delle telecamere a circuito chiuso che a quanto mi risulta erano anche mal tarate ed hanno fornito delle indicazioni sostanzialmente errate relativamente al periodo di registrazione quindi è chiaro che la difesa dovrà condurre i suoi accertamenti, avremo dei consulenti importanti che potranno compiere le loro valutazioni in relazione anche alle informazioni che verrano fornite da questi fotogrammi.

L’avvocato Rigoni Stern ancora una volta appare poco incisivo quando, parlando delle telecamere a circuito chiuso, afferma “a quanto mi risulta erano anche mal tarate”, quel “a quanto mi risulta”, rende l’affermazione debole, Rigoni Stern mostra incertezza, se fosse sicuro di ciò che dice avrebbe risposto “telecamere a circuito chiuso che erano anche mal tarate”.