Intervista sull’omicidio di Chiara Poggi

L’OMICIDIO DI CHIARA POGGI ANALIZZATO DA URSULA FRANCO

Conosciuto come il delitto di Garlasco in provincia di Pavia, avvenuto il 13 agosto 2007. Vittima una giovanissima. Nel 2015 la Corte di Cassazione ha riconosciuto definitivamente come colpevole il fidanzato Alberto Stasi

di Domenico Leccese, pubblicato il 15 ed il 22 luglio 2017 sul quotidiano ROMA

Dottoressa, che può dirci sul profilo psichico di Alberto Stasi?

Dopo l’omicidio di Chiara Poggi è stato sequestrato ed analizzato il computer di Alberto Stasi, fidanzato della vittima ed unico indagato, l’analisi del pc ha rivelato l’ossessione di Stasi per i siti erotico-pornografici e l’acquisizione da parte dello stesso di alcune foto e video a carattere pedo pornografico. Dopo l’accusa di detenzione e divulgazione di materiale pedo pornografico, Alberto Stasi ha subito un processo, è stato condannato in primo e secondo grado ed infine assolto in cassazione.

7064 immagini e 542 filmati pornografici, 21 immagini e 7 filmati pedo pornografici si trovavano nel disco rigido del computer portatile di Alberto stasi in una cartella anonima chiamata NUOVA CARTELLA, all’interno di una directory denominata MILITARE, la quale oltre a contenere foto di aerei, carri armati e soldati celava il torbido segreto del giovane studente. Stasi aveva catalogato le immagini ed i filmati pornografici in undici cartelle dai titoli rivelatori: AMATEUR, BIG, PREGNANT, VIRGINS, FORCED, FACIAL, ORGY, COLLANT (2869 file), MATURE (586 file), FOTO CELL. In FOTO CELL gli inquirenti hanno trovato 89 immagini degli amici e di Alberto, Alberto in perizoma, foto di Chiara a Londra e foto della biancheria intima, dei piedi e delle scarpe di estranee incontrate per strada, alcune delle stesse scattate da Alberto con il telefonino pochi secondi dopo aver fotografato la fidanzata nella capitale inglese.

Il materiale a tema pedo pornografico è stato definito raccapricciante dalla corte d’Appello di Milano.

Dalle foto e dai video pornografici, dalla cura ossessiva impiegata nella loro catalogazione e dalla frequenza continua di visualizzazioni si evince che Stasi è affetto da disturbi della sfera sessuale consistenti in diverse parafilie, oltre alla pedofilia, la gerontofilia, il feticismo per scarpe ed indumenti intimi, il voyeurismo ed il sadismo. Dal punto di vista dell’analisi statistica, soggetti affetti dalla stesse parafilie di Alberto Stasi sono capaci di uccidere con maggior frequenza dei soggetti sani.

Qual’è il movente dell’omicidio di Chiara Poggi?

Ogni azione ha un motivo, una causa che la determina, i moventi non sono assoluti ma sempre relativi, come si evince dalla casistica. Ciò che può condurre un soggetto ad uccidere può in un altro destare solo ilarità. Pensiamo ad un certo numero di soggetti omosessuali messi di fronte alla propria omosessualità ed alle loro possibili reazioni, reazioni che variano a seconda della loro età, dell’accettazione o meno da parte della famiglia d’origine, dell’ambiente in cui vivono, del grado di scolarizzazione, della religione di appartenenza, etc, etc.

Sono i disturbi della sfera sessuale di Alberto Stasi, ovvero le sue parafilie, il movente dell’omicidio. L’assoluzione di Stasi per il reato di detenzione e divulgazione di materiale pedo pornografico non cancella le sue perversioni. Nonostante l’assoluzione, nessuno può negare che nel computer di Alberto ci fossero files dal contenuto pedopornografico né che Chiara avesse fatto ricerche sui pedofili, pertanto il movente dell’omicidio resta.

Chiara, con tutta probabilità, poche ore prima di venir uccisa, dopo aver affrontato per l’ennesima volta l’argomento, minacciò di rivelare a qualcuno i segreti inconfessabili del suo fidanzato, sul pc della stessa venne ritrovato, a conferma di questa ipotesi, il risultato di una ricerca sui pedofili.

Quella sera del 12 agosto, secondo la logica, Alberto non sarebbe andato a chiudere il cane tra le 21.59 e le 22.10 per poi tornare a casa di Chiara ed infine rientrare poco dopo per dormire a casa propria, avendo tra l’altro in programma di svegliarsi presto per lavorare alla tesi di laurea, Stasi quella sera aveva intenzione di dormire con la Poggi, furono i dissidi con la fidanzata che lo indussero a tornare nella sua casa di via Carducci; Alberto Stasi ha mentito agli investigatori quando ha detto che non era sua intenzione restare a dormire da Chiara, lo ha fatto per nascondere la discussione che precedette l’omicidio.

Uno dei due scenari qui sotto descritti seguì alla discussione tra Chiara ed Alberto:

– Omicidio premeditato: Stasi dopo aver discusso con la fidanzata nelle prime ore del 13 agosto, forse di una promessa non mantenuta, ha lasciato casa Poggi, ha premeditato l’omicidio e al mattino si è recato dalla fidanzata con l’intenzione di ucciderla.

– Omicidio d’impeto: Stasi dopo aver discusso con la fidanzata nelle prime ore del 13 agosto, forse di una promessa non mantenuta, ha lasciato casa Poggi, è tornato poche ore dopo per chiarire, per chiedere a Chiara di non ‘sputtanarlo’ ma non è riuscito nel suo intento e per questo l’ha uccisa.

Stasi ha scelto di uccidere la fidanzata per non affrontare le conseguenze delle rivelazioni della Poggi che lo avrebbero marchiato per sempre come un pervertito. Stasi ha ucciso per evitare di andare incontro alla disistima genitoriale, ad una eventuale temutissima punizione paterna e al probabile fallimento del suo progetto di escalation sociale, nipote di un camionista, figlio della media borghesia benestante, Alberto Stasi sognava da tempo un riscatto sociale ed era giunto quasi a laurearsi alla Bocconi, ad acquisire il titolo di dottore.

Alberto dopo l’omicidio ha fatto sparire l’arma usata per il delitto, l’assenza della stessa non ci permette di dire se egli abbia ucciso con premeditazione o meno, infatti, se egli avesse condotto sulla scena del crimine l’arma potremmo affermare con certezza che quello di Chiara fu un omicidio premeditato, in caso contrario, se egli l’avesse trovata in casa Poggi, che fu un delitto d’impeto. Avvalora l’ipotesi dell’omicidio d’impeto la presenza della sua bicicletta, la Umberto Dei Milano, all’esterno della casa della vittima, se Stasi fosse andato da Chiara con l’intenzione di ucciderla avrebbe nascosto la bicicletta nel giardino di casa Poggi.

Il giorno dell’omicidio Stasi non si recò da Chiara con una bici nera da donna ma con la sua Umberto Dei.

Quando Alberto, dopo le 13.30, tornò in via Giovanni Pascoli non entrò nella villetta dei Poggi per non sporcarsi; la scena che descrisse agli inquirenti la conosceva perfettamente per averla vista in precedenza. Stasi, dopo aver commesso l’omicidio, gettò gli abiti e le scarpe insanguinate, si lavò e pulì la bicicletta Umberto Dei con la quale si era mosso quella mattina. Alberto, dopo aver fatto il possibile per eliminare ogni traccia del reato, non fu capace di resettarsi, non entrò nella villetta per non sporcarsi, temendo che eventuali tracce di sangue lo avrebbero incriminato mentre avrebbe dovuto desiderare di averne addosso per rendere più credibile il racconto della scoperta del cadavere. D’altra parte i colpevoli non riescono a pensare ed a comportarsi da innocenti tout court.

Che può dirci sulla telefonata di Stasi al 118?

La telefonata di Alberto Stasi al 118 delle 13.50 del 13 agosto 2007, esaminata secondo il modello di analisi critica delle telefonate di soccorso del Lt. Tracy Harpster, mostra molti gravi indizi di colpevolezza:

Durante tutta la telefonata l’operatore è a pesca di informazioni che Stasi avrebbe dovuto dargli spontaneamente.
Il tono della voce è scarsamente modulato, non in accordo con i fatti descritti. Mancano l’enfasi e la modulazione del tono della voce, mancano i picchi sulle parole chiave e non traspare alcun coinvolgimento emotivo.
Stasi richiede un’ambulanza fornendo ai soccorritori un indirizzo incompleto, mancante del numero civico, numero del quale Alberto avrebbe potuto rapidamente accertarsi; Alberto Stasi non informa il telefonista del 118 che il corpo di Chiara si trova all’interno della villetta dei Poggi, sulle scale che conducono in cantina. Tra l’altro Stasi è a conoscenza che il cancello della villetta dei Poggi è chiuso e che, inevitabilmente, tale circostanza rallenterà i soccorsi ma non si preoccupa di tornare indietro per aprirlo; tale comportamento ci segnala una mancanza di accuratezza che indica che Stasi non ha urgenza che Chiara venga soccorsa.
Stasi, secondo quanto riferito all’operatore, comunica la presunta morte di Chiara senza essersi accertato delle sue reali condizioni e non avendo neanche le competenze mediche per farlo. Comunicare la morte di un soggetto per il quale si stanno chiamando i soccorsi, non è certamente un invito rivolto ai soccorritori a recarsi rapidamente sulla scena. L’accettazione della morte, specialmente quando la vittima ha una qualche relazione con colui che chiama i soccorsi, è una tecnica di distanziamento, uno dei più importante indicatori di colpevolezza. La reazione di un innocente che scopre la vittima di un omicidio o di un incidente è generalmente opposta, soprattutto i familiari negano nell’immediatezza la morte di un loro caro per l’incapacità di metabolizzare un’informazione così sconvolgente, anzi chiedono ai soccorritori di praticare sul corpo del defunto, anche quando questi appare ‘irrimediabilmente’ morto, ogni misura medica possibile per resuscitarlo.
Alberto non fa alcun riferimento alla vittima, solo in seguito alle domande dell’operatore del 118, ne parla come di una estranea, affermando: “credo che abbiano ucciso una persona” e “lei è sdraiata per terra”, mostrando di prendere le distanze da Chiara; poco dopo, ancora una volta in risposta ad una domanda dell’operatore, la definisce, non una parente, ma “la mia fidanzata”. Stasi, non introducendo, come avrebbe dovuto, la vittima, ovvero con nome, cognome e tipo di relazione che ha con lei, ci informa della pessima qualità del loro rapporto. Non fare il suo nome, inoltre, gli permette di depersonalizzarla in modo da ridurre lo stress che gli provoca il dover parlare di lei.

Come si comportò Alberto Stasi una volta giunto nella caserma dei Carabinieri?

Stasi telefonò al 118 mentre si stava recando nella caserma dei Carabinieri. Rispetto alla telefonata di soccorso egli è apparso agli uomini dell’Arma emotivamente un’altra persona, lo hanno descritto come tachicardico, in preda al panico, Stasi non ha nascosto di essere spaventato tanto che un carabiniere, preoccupato per le sue condizioni fisiche, gli ha misurato la pressione. Alberto è apparso calmo e distaccato al telefono con l’operatore del 118 ma appena giunto dai Carabinieri quella freddezza ha lasciato il posto al panico. Il panico è uno stato emotivo difficilissimo da nascondere, la cui causa, in questo caso, non è da ascrivere alla scoperta del cadavere della fidanzata quanto al timore di commettere degli errori che potevano indurre gli uomini dell’Arma a sospettarlo dell’omicidio. Egli nel “raccontare cosa è successo” ai militari, per usare la sua frase (da un testimone che dice di aver trovato un corpo ci aspetteremo solo frasi del tipo: “raccontare cosa ho visto” e non frasi che tradiscano una partecipazione), ha temuto di incorrere in contraddizioni fatali che gli avrebbero condizionato il destino, una posta in gioco altissima per Alberto, ecco perché era in preda al panico in caserma, un panico manifesto con evidenti sintomi fisici.

Che può riferirci riguardo agli interrogatori di Stasi?

Stasi durante gli interrogatori ha spesso dissimulato, non ha raccontato nè di dissidi precedenti nè di una eventuale discussione avuta con Chiara la sera del 12 agosto, discussione che aveva invece cambiato i programmi di quella serata. Chiara, a mio avviso, non era la prima volta che affrontava l’ossessione di Alberto per la pornografia e lo fece più volte nei suoi ultimi giorni di vita tanto da indurre Alberto a contattare per una seria emergenza due dei suoi amici più stretti, Marco Panzarasa e Simone Piazzon, attraverso telefonate ed sms dei quali nessuno dei tre ha mai rivelato i contenuti agli inquirenti.
Marco Panzarasa dopo essere stato contattato da Alberto anticipò di tre giorni il proprio rientro a Garlasco da Borghetto Santo Spirito, dove era in villeggiatura, adducendo poco credibili motivi di studio. Egli partì all’improvviso, come testimoniato da un amico, si fece accompagnare alla stazione di Loano verso le 10.00 del mattino di lunedì 13.8.2007 da Simone PIazzon ed affrontò un lungo viaggio con un treno regionale da Loano a Pavia.
Secondo il sostituto procuratore generale Laura Barbaini è soprattutto sospetta l’assenza di una qualsiasi spiegazione da parte dei tre ragazzi relativa al contenuto degli sms, in specie di quello inviato da Stasi alle 2.04 del mattino del 12 agosto all’amico Piazzon, messaggio poi cancellato da entrambi, assenza che ci conferma che Stasi, Piazzon e Panzarasa “non possono dire la verità perché è una verità scomoda per tutti, a riprova che qualcosa di grave è sicuramente successo”.
“C’è pertanto la traccia chiara – ha sostenuto il procuratore generale – di una sopravvenienza che i protagonisti scelgono di non spiegare, che si sviluppa tra le prime ore del 12.8.2007 e si conclude tra le prime ore del 13.8.2007, traccia che costituisce indice sicuro del fatto che si era delineata una problematica per Alberto Stasi. Non abbiamo il movente, o meglio lo possiamo ricavare: dall’insieme dei rapporti che intercorrevano abbiamo il segnale di un problema, non spiegato dai protagonisti e quindi valorizzato dal silenzio dei protagonisti”.

Viene da chiedersi, poi, perché Alberto negli interrogatori abbia taciuto la risposta muta di 12 sec sull’utenza di casa Poggi seguita alla sua telefonata delle 13.27? Perché solo dopo tale risposta si diresse in via Pascoli? Il sistema di allarme dei Poggi rispose in automatico, Alberto non poteva saperlo e forse temette che Chiara fosse ancora viva e che avrebbe potuto chiamare i soccorsi.

Stasi è incorso, durante gli interrogatori, in un enorme passo falso quando ha cercato di giustificare la presenza del sangue di Chiara sui pedali della sua bici Umberto Dei, Alberto ha sostenuto di aver pestato, nei giorni precedenti all’omicidio, il sangue mestruale della fidanzata e di averlo trasferito sui pedali, una spiegazione inverosimile. Alberto con la sua risposta non ha fatto che confermare che quello repertato dai RIS sui pedali era sangue.

Dai sui interrogatori: “…Ho capito che era morta solo quando l’ambulanza è arrivata e non è andata via con lei. Preciso che ho visto un medico scendere e parlare con i Carabinieri e fare un segno con le mani come per dire che non c’era bisogno. Ho appreso del decesso di Chiara dal dialogo tra i Carabinieri e i medici. Non ho chiesto a nessun medico se Chiara fosse deceduta né tantomeno quale fosse stata la causa del decesso…”. Stasi non ha fatto domande sulle condizioni di Chiara o sulla probabile causa della morte perché conosceva le risposte. Il fatto che Alberto non abbia chiesto informazioni su Chiara non è un dettaglio di poco conto.

Come ha vissuto Alberto Stasi il post omicidio?

Dalle intercettazioni e dal comportamento post omicidiario di Alberto Stasi non si evince alcun turbamento morale né alcun senso di colpa, al contrario, emergono con forza la sua anaffettività e l’assenza di rimorso, caratteristiche che si accordano perfettamente con le parafilie di cui egli è affetto, esse stesse prova di una patologica mancanza di senso morale.

Alberto, inoltre, all’indomani dell’omicidio è stato capace di razionalizzare elaborando rapidamente delle giustificazioni al suo gesto. Egli, da subito, si è costruito dei salvagenti virtuali che lo hanno aiutano a far quadrare i conti con la propria coscienza. Chiara, secondo lui, ha meritato la morte per aver provato a minare alle fondamenta la sua autostrada verso l’escalation sociale, minacciando di rivelare squallidi segreti che una volta conosciuti da chi non condivideva con lui le sue perversioni rischiavano di cambiargli la vita. Il padre, lo avrebbe punito, gli avrebbe tagliato i viveri, gli avrebbe impedito di godere delle sue ossessioni, lo avrebbe considerato un pervertito, un depravato, un corrotto, uno tra i peggiori esseri di cui è composta la società e lo avrebbe obbligato anche a recarsi da uno psicologo, lui che non si sentiva affatto malato.

La signora Elisabetta Ligabò, madre premurosa, attenta alla cura dell’abbigliamento del figlio, ha avuto la certezza che l’omicida di Chiara fosse Alberto dopo aver constatato la scomparsa degli abiti indossati da Stasi quella mattina e di un paio di scarpe da tennis, quelle stesse scarpe con le quali Stasi aveva lasciato un’impronta insanguinata nel bagno della villetta dei Poggi mentre si lavava le mani dal sangue della fidanzata. Elisabetta Ligabò ha finito con il giustificare moralmente l’atto del figlio ripetendosi intimamente che se quel ragazzo, di cui era così orgogliosa, aveva ucciso Chiara, ci doveva essere stato un ottimo motivo, delle validissime ragioni dovevano aver condotto quel suo figlio biondo ed intelligente, bocconiano e all’apparenza perfetto, a cancellare per sempre la vita di una giovane donna e che la colpa doveva essere della povera Chiara che era stata capace di esasperarlo fino a condurlo a tanto.
Nicola Stasi, invece, padre di Alberto, ha creduto da subito alle parole di quel figlio al quale aveva dato tutto che glu aveva giurato di essere innocente. Nicola Stasi è stato l’unico della famiglia ad avere parole d’affetto per la povera vittima. Da una sua intervista rilasciata ad un giornalista: “Vedevo Chiara come la madre dei miei nipoti, la futura nuora che ogni genitore vorrebbe, bella, intelligente, buona…..”.

Che può dirci sulla scena del crimine?

Chi uccise Chiara la conosceva bene, ella infatti aprì la porta vestita solamente di un pigiama estivo; non sono state repertate impronte di estranei nell’appartamento; non è stata aggredita alle spalle da un soggetto sconosciuto cui lei tentava di sfuggire. Chiara è stata attinta al volto dai primi colpi proprio mentre parlava con il suo aggressore, di quel gesto così violento ella è rimasta sorpresa tanto che all’esame autoptico non sono state riscontrate lesioni da difesa né sulle sue braccia né sulle mani. L’omicida era determinato ad uccidere e dopo averla stordita con i primi colpi si è accanito sulla giovane colpendola ripetutamente alla testa fino a sfondarle il cranio. Chi ha ucciso Chiara era al corrente che i Poggi non erano a Garlasco e che quindi non c’era il rischio che rientrassero in casa tanto che si è diretto in bagno e vi è rimasto a lungo per lavarsi dal sangue della sua giovane vittima, lasciando, in quel frangente, le impronte insanguinate delle proprie scarpe da tennis sul tappetino del bagno e l’impronta del dito medio sul dispenser.

L’assassino ha gettato il cadavere di Chiara giù dalle scale della cantina come se fosse stato un oggetto, forse in un ultimo gesto di disprezzo o ha pensato di poter simulare un incidente domestico, alternativa meno probabile. La messinscena dell’incidente sarebbe in ogni caso ascrivibile ad un conoscente, infatti, alterare una scena del crimine presuppone dei potenziali vantaggi per chi ha commesso il crimine, vantaggi che solo un soggetto vicino alla vittima potrebbe avere, un estraneo non ha motivo di alterare una scena criminis perdendo tempo prezioso dopo aver commesso un reato tanto grave.

Come si comportò Alberto Stasi al funerale di Chiara?

Alberto, come tutti i responsabili di un omicidio, nelle fase iniziali delle indagini ha finto di collaborare con gli inquirenti e ha recitato la parte del fidanzato in lutto a favore degli stessi e dell’opinione pubblica, in specie mostrandosi sgomento e facendosi sostenere dalla propria madre il giorno dei funerali di Chiara. La madre di Alberto Stasi e la sorella dell’uxoricida Salvatore Parolisi, alla quale egli apparve, a dir poco, coeso il giorno dei funerali della moglie Melania Rea, sono servite ai due assassini per tenere a distanza chiunque fosse presente a quelle commemorazioni. Le due donne e la simulata prostrazione dei due rei, scoraggiando ogni potenziale interlocutore, hanno avuto funzione di barriera nei confronti del resto del mondo. Stasi e Parolisi sono riusciti così a limitare la pressione cui temevano di venir sottoposti ma la loro disperazione ai funerali delle proprie compagne è apparsa null’altro che una chiara mistificazione. Entrambi, infatti, impossibilitati ad esprimere il proprio reale sentimento, ovvero il sollievo, hanno tentato di soffocarlo goffamente esasperando la rappresentazione di un sentimento opposto, fingendosi innaturalmente afflitti da una inconsolabile sofferenza.

Ci riferisce il contenuto delle intercettazioni?

806 sono le pagine di intercettazioni ambientali e telefoniche che riguardano Alberto Stasi e dalle quali si evince che egli ha seguito ossessivamente le indagini, ha interrogato di continuo gli avvocati sulla propria posizione, è stato ripetutamente sprezzante nei confronti di chi indagava, dell’avvocato dei Poggi e dei loro periti e si è completamente dimenticato di Chiara, come se la sua fidanzata, vittima di un brutale omicidio non fosse mai esistita.
Alberto Stasi, mostrandosi consapevole di essere intercettato in quanto indagato, ha aperto molte delle sue conversazioni telefoniche prendendosi gioco degli inquirenti: “Buon giorno maresciallo, tutto bene?”, “Salutiamo i nostri tele ascoltatori”, “Cari amici vicini e lontani”, “Salutiamo il maresciallo”, altre volte ha parlato degli stessi in toni sdegnosi: “Lavorano un giorno alla settimana, è per questo che ci impiegano 60 giorni”. Il 7 giugno 2008, ha chiamato l’amica Serena durante un concerto di Vasco Rossi, finito lo show, ha telefonato all’amico Marco Panzarasa: “… prima si sentiva tutto lo stadio che cantava… E allora ho pensato, e adesso come fa il vicebrigadiere a trascrivere la telefonata?… (ride)“, e Panzarasa: “Io al tuo posto parlerei in inglese vecchio”, Alberto: “Guarda che io e la Sere ci mandiamo gli sms in inglese quasi sempre (ride)… In tedesco no, è eccessivo… Mi sa che hanno dovuto nominare un perito!”. Ancora, dopo gli insulti rivolti ad un magistrato sia a livello personale che professionale, così ha parlato dell’avvocato dei Poggi Gianluigi Tizzoni e del perito Marzio Capra: “Due esseri inqualificabili. Quel Capra poi… un rompiballe ed un presuntuoso. Crede di trovare quello che gli altri non sono capaci di trovare”. Infine, uno Stasi sicuro di farla franca ha affermato: “L’indagine a mio carico verrà archiviata, ne sono certo”.

Alberto non ha mai citato la sua defunta fidanzata Chiara, non ha mai manifestato alcun dolore per la sua prematura scomparsa né ha parlato delle possibili sofferenze patite dalla ragazza il giorno in cui è stata barbaramente uccisa, non ha mai ricordato neanche un avvenimento relativo a lei o agli anni passati insieme né si mai chiesto il perché di quell’omicidio. Evidentemente, il suo non è stato altro che il tentativo di un colpevole di rimuovere, di esorcizzare un fatto che lo aveva visto protagonista. Stasi si è concentrato su se stesso e ha cercato di apparire come un capro espiatorio, un povero perseguitato, un nuovo Enzo Tortora. Il suo atteggiamento ha ricalcato alla lettera quello di molti colpevoli che evitano anche solo di evocare il nome della vittima per il timore di mettere a rischio la propria posizione.

Maristella Gabetta, l’amica e vicina di casa di Chiara ha commentato questo atteggiamento di Stasi: “Alberto non ha speso mai una parola in ricordo di Chiara, tanto meno quando si diceva navigasse su siti pornografici. Chiara non c’era più, non poteva difendersi e lui cosa ha detto per proteggere almeno il ricordo di quella che era la sua fidanzata? Nulla, niente di niente. Non l’ha difesa quando avrebbe dovuto, questo mi ha fatto molto male”.

Dalle intercettazioni è emerso un accanimento di Stasi nei confronti delle cugine di Chiara, le sorelle Kappa. Egli sperava che le indagini si indirizzassero verso di loro, ma sia la zia che le cugine, a differenza sua, avevano alibi marmorei. Il 20 novembre 2007, parlando con Marco Panzarasa di un servizio fotografico su di lui, in uscita su un settimanale, di cui Stefania Kappa aveva riferito ad una comune amica, ha detto: “Ma che cazzo vuole la Stefania Cappa?! Quella lì deve soltanto stare attenta che gli vengano a sequestrare le macchine, le biciclette, le stampelle. Sarebbe anche ora! Altro che la fotografia… Non mi parlare di quelle lì ché mi viene la pelle d’oca solo a pensarci. Mentre ad altri…”. L’amico: “… si è visto che su di loro non hanno fatto praticamente un cazzo “. E Stasi: “Sì, vanno lì, perquisizione, tre scontrini!… E quella è una perquisizione? Mi hanno detto che hanno beccato una delle due con la madre a rubare al Famila. Vi rendete conto con chi avete a che fare?… sono degli angeli di Garlasco… Non ho parole…”( la storia del furto al centro commerciale Familia, riferita da Alberto all’amico, è una menzogna). Il 30 aprile 2008, ha riferito alla madre di capelli ritrovati sulla scena del crimine: “… si! Cioè, quello con il bulbo era di Chiara!… E gli altri non si riesce a tirar fuori niente per il momento”. “Ho capito”, ha risposto Elisabetta Ligabò, e lui: “Vabbè, niente, peccato! Ah, però un capello sembra tinto!”. La madre: “… mm, speriamo! Lo controllano comunque?”. E lui: “Sì, sì e speriamo che sia di quella troia della Cappa! Speriamo che sia di quella troia della Cappa!”. La madre: “Eh, davvero! Va bene. Ok”.

Pochi mesi dopo l’orribile omicidio di Chiara, Stasi, dimentico del recente passato, si è mostrato a tutti come un uomo nuovo, capace di riaffacciarsi alla vita di relazione con l’altro sesso con l’entusiasmo di un ragazzino; Alberto ha flirtato contemporaneamente, attraverso sms, con due ragazze usando affettuosi nomignoli come: “Micino”, “Musino”, “Ciccina”, “Bel musino mio” e poi: “Gattino mio come stai senza di me?”, “Ciccina mia ci vediamo domani”.

Alberto Stasi, come hanno rivelato le intercettazioni, ha affidato il ricordo di Chiara all’oblio come se la sua fidanzata non fosse mai esistita, come se non fosse mai stato commesso un omicidio, ha cercato di allontanare il passato nel tentativo di tornare a vivere pienamente, Stasi ha guardato al futuro, le uscite con gli amici, la laurea, i nuovi flirts. Alberto è sembrato, da subito, pronto a chiudere quel fastidioso capitolo ma i legittimi sospetti su di lui, l’arresto ed i processi lo hanno costretto ad affrontarlo, a rimandare. Stasi si è sempre mostrato insensibile nei confronti delle sofferenze patite da Chiara, indifferente al dolore provato dalla famiglia Poggi, a volte sprezzante ma fondamentalmente egocentrato e disinteressato a conoscere la verità sull’omicidio, verità alla quale, se egli avesse amato Chiara ma, ancor di più, se egli fosse stato innocente, avrebbe desiderato addivenire più di ogni altra cosa.

Alberto, nel tentativo di rimuovere lo spettro della povera Chiara, ha cercato di rimuovere un passato scomodo, carico di perversioni, menzogne, odio, violenza e sangue, un passato che si è trascinato però ineluttabilmente nel suo presente e con il quale egli ha finito inesorabilmente per fare i conti.

I familiari innocenti di vittime di omicidi, al contrario di Stasi, tendono a non rassegnarsi alla morte violenta di un proprio caro finchè non arrivano a conoscere la verità e ad avere giustizia.

Alberto Stasi, mosso dalla certezza di essere un abile manipolatore, in occasione della morte del proprio padre, avvenuta il giorno di Natale del 2013, a causa di una grave forma di leucemia, ha accusato gli inquirenti di aver provocato quella morte prematura. Egli ha tentato di usare la morte del padre per portare acqua al proprio mulino ed anche in questo caso, Alberto Stasi ha mostrato una patologica assenza di empatia e di senso morale. Da un’intervista del febbraio 2014: “Io innocente, mio padre morto di dolore. Se n’è andato il giorno di Natale, ho passato la notte del 24 a guardare su uno schermo un numerino che segnava il suo battito cardiaco finchè è arrivato a zero. Mio padre ha cominciato a morire il giorno in cui la Cassazione ha deciso di riaprire questo processo. Io sono convinto che la malattia che l’ha portato via in pochi giorni sia legata a tutta la sofferenza e lo stress che ha vissuto in questi anni. Ci sono molti studi scientifici che collegano le malattie a situazioni che una persona ritiene ingiuste e lui era devastato psicologicamente dalle accuse contro di me. Sono assolutamente certo che tutto questo lo abbia fatto ammalare nel fisico oltre che nello spirito”.

E’ vero che Alberto Stasi ha scritto una dedica a Chiara sulla sua tesi?

Il 27 marzo 2008 Alberto Stasi si è laureato in economia e legislazione per l’impresa all’Università Bocconi di Milano.

Stasi ha dedicato la tesi alla sua deceduta fidanzata: “A Chiara che qualcuno ha voluto togliermi troppo presto”. E’ interessante il fatto che Alberto definisca l’assassino di Chiara semplicemente “qualcuno” non “un assassino” o “un omicida” o “un essere disumano”, Stasi non riesce ad apostrofare l’assassino della Poggi come merita perché è di se stesso che sta parlando. Circa 20 giorni dopo la discussione di quella tesi, il 16 aprile 2008, Alberto, dopo aver saputo del dissequestro della villetta dei Poggi, al telefono con l’amico Panzarasa, ha commentato così: “Ma da quando gli ridanno la casa? E dissequestrano la casa senza dircelo?”. Tale atteggiamento sarcastico appare, a dir poco, sprezzante nei confronti della famiglia della vittima e ci permette di attribuire il giusto ‘disvalore’ alla dedica sulla tesi.

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Analisi di uno stralcio di interrogatorio di Alberto Stasi

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Ho analizzato alcuni stralci di un interrogatorio di Alberto Stasi durante il quale la P.M. Rosa Muscio gli ha contestato la presenza del sangue di Chiara Poggi su entrambi i pedali della sua bicicletta Umberto Dei.

Stasi: Io non ho fatto niente a Chiara, non ho fatto assolutamente nulla.

“Io non ho fatto niente a Chiara” e “non ho fatto assolutamente nulla” non sono negazioni credibili; Stasi non dice “io non ho ucciso Chiara” o “io non ho colpito Chiara” pertanto non saremo noi a dirlo per lui.

E il sangue di Chiara sui pedali della tua bicicletta?

Stasi: L’unica cosa che mi può venire in mente è che tra il 5 e il 13 sono tornato da Londra e sono andato a casa di Chiara con quella bicicletta, una volta sola e lei in quel periodo aveva il ciclo mestruale, l’unica cosa per cui io posso immaginare di avere quel sangue sui pedali perché non l’ho usata dopo… il lunedì mattina sono rimasto a casa mia fino alle 13.40. E’ l’unica cosa che posso dire.

Alberto Stasi, in primis, non si stupisce del fatto che la P.M. gli riferisca della presenza del sangue di Chiara su entrambi i pedali della sua bicicletta, contro ogni aspettativa non dice: “Ma veramente c’è il sangue di Chiara sui miei pedali?”“Non è possibile che ci sia il sangue di Chiara sui miei pedali” ma cerca, invece, di giustificare quella risultanza investigativa diversamente dall’accusa. E’ interessante quando Alberto dice: “il lunedì mattina sono rimasto a casa mia fino alle 13.40. E’ l’unica cosa che posso dire”, perché “l’unica cosa che posso dire”? Perché il resto lo incriminerebbe.

Quando?

Stasi: Tra quei giorni lì, tornato da Londra ma prima del 13.

Quindi Chiara aveva il ciclo mestruale?

Stasi: Sì, credo di sì.

Stasi riferisce del ciclo mestruale di Chiara ma poi, dicendo “credo”, mostra di non essere sicuro del fatto che si trattasse proprio di quei giorni.

Credi di sì?

Stasi: No, in quel periodo sì, ce l’aveva

Risponde con un “No” per poi correggersi.

E quindi?

Stasi: L’unica idea che mi può venire in mente è che avendo il ciclo magari avrei pestato, insomma, una goccia del suo ciclo mestruale, non so.

A Stasi è venuta in mente un'”idea”; ha bisogno di un'”idea” chi non ha una spiegazione. Alberto è consapevole di dire un’assurdità, in specie perché il sangue è stato trovato su entrambi i pedali. Proprio a causa della sua insicurezza, Stasi inserisce nella frase l’interiezione “magari”, l’avverbio “insomma” e un “non so” che indeboliscono fortemente la sua affermazione.

Ma scusami con questa bicicletta ci sei andato tu?

Stasi: Io mi sono recato da casa mia a casa di Chiara.

E Chiara come c’è salita sulla bicicletta?

Stasi: Chiara non è salita sulla bicicletta, io mi sono recato a casa di Chiara con questa bicicletta. E’ l’unica idea che ho perché io non ho usato quella bicicletta in altre occasioni, come il 13, io sono rimasto a casa mia.

Stasi continua a chiamarla “idea”. 

Mi spieghi quando e dove avresti pestato il sangue mestruale di Chiara?

Stasi: Non lo so, non ci ho mai pensato neanche fino adesso… nel senso l’unica cosa…

La P.M. lo ha messo in crisi e lui barcolla tanto da non essere in grado di concludere una frase.

Forse è il caso che cominci a pensarci Alberto!

Stasi: Non ho… non ho fatto nulla alla Chiara, non ho fatto nulla alla Chiara.

Alberto, in questa risposta, cambia il tono di voce, l’ansia lo tradisce. Stasi prova ancora a difendersi dall’accusa di omicidio ma non è in grado di negare di aver ucciso Chiara. “Non ho fatto nulla alla Chiara” non è una negazione credibile. Una negazione credibile sarebbe stata “Io non ho ucciso Chiara”.

Mi devi spiegare che cosa ci faceva il sangue di Chiara su tutti e due i pedali della tua bicicletta?

Stasi: Non lo so, oltre a quell’idea, non lo so.

Idea uguale trovata, non spiegazione. 

Non è un’idea.

Stasi: No, è l’unica cosa…

Alberto non è in grado di terminare la frase perché non è convinto di ciò che dice.

Se tu l’hai pestato il sangue di Chiara, immagino che da qualche parte ti sarai reso conto di aver pestato il sangue di Chiara cioè Chiara andava in giro perdendo sangue mestruale per casa?

Stasi: No, non mi sono reso conto, l’unica idea per cui mi può venire in mente che in quel periodo aveva il ciclo mestruale e posso aver pestato, non so, alcune sue gocce di sangue, se mai le avesse perse, io non lo so.

Il tentativo di Stasi di giustificare la presenza del sangue sui pedali della sua bicicletta è fallito ed Alberto ne è consapevole tanto che è il primo a mettere in dubbio ciò che ha provato a far credere alla P.M. dicendo: “non so”, “se mai le avesse perse” e “io non lo so”.

Ma ti rendi conto di cosa di quello che stai dicendo?

Stasi: Io mi rendo conto che non ho fatto nulla, questa è l’unica cosa che mi rendo conto, sono a posto con la mia coscienza, sono a posto con Chiara, lei lo sa che non sono stato io.

Stasi è all’angolo, non cerca più una spiegazione alla presenza del sangue di Chiara sui pedali della sua bicicletta ma tenta di indurre la P.M. a cambiare argomento provando a negare l’omicidio ma sempre in modo non credibile: “non ho fatto nulla”, “sono a posto con la mia coscienza”, “sono a posto con Chiara” e “lei lo sa che non sono stato io”. 

“Non ho fatto nulla” non è una negazione credibile e non è nemmeno lontanamente equiparabile all’affermazione “Io non ho ucciso Chiara”. 

“Sono a posto con la mia coscienza” non significa nulla, come sappiamo gli psicopatici non hanno una “coscienza”, intesa in questo caso come rimorso.

“Sono a posto con Chiara” non significa che Stasi non abbia commesso l’omicidio. Questa frase potrebbe sottintendere che lui avesse avvisato Chiara e che quindi lei fosse ben consapevole di ciò cui sarebbe andata incontro se non lo avesse ascoltato. Stasi, per salvarsi,  riversa la scelta di divenire vittima sulla vittima stessa. 

“Lei lo sa che non sono stato io” è una frase che ci conferma il disturbo di personalità di Alberto Stasi, una frase da sociopatico; Chiara è morta, non sa un bel nulla, purtroppo.

Lei chi?

La P.M. si stupisce del fatto che Stasi parli di Chiara come fosse in vita tanto che chiede a Stasi a chi si stia riferendo.

Stasi: Chiara, lei lo sa benissimo che non sono stato io e sa anche chi è stato perché è stato lui e non io. Non so che altro dire, non sono stato io, non sono stato io, non sono stato io.

Alberto ripete ancora che Chiara sa che non è stato lui ed aggiunge che, invece, è stato “lui”, “lui” chi? Perché Stasi si dice certo che sia stato un uomo ad uccidere Chiara? Alberto Stasi continua a negare dicendo “non sono stato io”, negazioni non credibili, completamente prive di valore.

In sintesi, Stasi ha confermato alla P.M. che quello sui pedali della sua bicicletta è sangue di Chiara e non è stato in grado di negare di essere l’autore dell’omicidio della sua fidanzata.

Questo articolo è stato pubblicato il 29 giugno 2017 su Le Cronache Lucane e l’8 luglio sul quotidiano ROMA19894891_1503868502969961_6866842606827490565_n.jpg

Breve analisi di due testimonianze

Esiste una grossolana differenza tra il comportamento testimoniale di Loris Gozi, importante testimone dell’accusa nel caso dell’omicidio di Roberta Ragusa e quello di Franca Bermani, testimone nel caso dell’omicidio di Chiara Poggi.

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Loris Gozi, sentito dagli inquirenti sugli episodi di cui è stato, suo malgrado, testimone, si attiene a ciò che ha visto e sentito, riferisce lucidamente i fatti osservati senza ricamarci sopra, non infiocchetta, non intende mai compiacere nessuno né gli inquirenti né i giornalisti. Egli, nonostante l’improvvisa ed involontaria fama, non cerca mai di stupire con dettagli aggiuntivi, non si lascia prendere dalla notorietà; se imboccato o provocato, non conferma eventuali dettagli suggeriti; ripete sempre e solo la descrizione dei fatti di cui è stato testimone. Loris Gozi è intelligente, obiettivo, aderente alla realtà, credibile, è un testimone esemplare.

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La Bermani invece, donna pia, retta, rigida, sempre sicura di sé, convinta, a causa della propria incultura e dell’assenza del ‘dubbio’, di non sbagliarsi mai, rappresenta il peggior testimone possibile, anche se in buona fede. Ella è d’aiuto ed è credibile per quel che attiene la testimonianza della presenza di una bicicletta alle 9.10 del 13 agosto 2007 vicino al cancello di casa Poggi; è credibile perché l’associazione di idee: bicicletta/risveglio precoce di Chiara le ha permesso di fissare nella memoria il ricordo della bicicletta ma non è credibile per quanto riguarda la descrizione della stessa. La Bermani una volta entrata nella parte del testimone ‘credibile’, ha elargito dettagli ed indubitabili certezze, intralciando la ricerca della verità.

Sia chiaro, a sua discolpa, che l’errore nel caso della testimonianza della Bermani è stato fatto dal giudice, il quale ha male interpretato le informazioni fornite dalla testimone.

Per un’analisi approfondita della testimonianza della signora Franca Bermani: https://malkecrimenotes.wordpress.com/2013/08/29/processo-ad-alberto-stasi-errore-accusa/

Analisi della telefonata di Alberto Stasi al 118

Each and every word, pause and hesitation has meaning during a discourse. Don Rabon

Le chiamate di soccorso contengono indicatori che possono aiutare gli investigatori nelle indagini. Studi statistici americani su registrazioni di telefonate al 911 in molteplici casi di omicidio hanno dimostrato che esistono degli indicatori verbali sia di colpevolezza che di innocenza. Tali indicatori non sono indicatori assoluti o definitivi ma grazie alla significativa correlazione statistica con innocenza e colpevolezza possono essere utilizzati per indirizzare le indagini. L’approccio retrospettivo è il metodo di studio utilizzato in queste ricerche, ovvero sono state analizzate le registrazioni di chiamate di soccorso dopo la soluzione dei casi. Circa il 20% delle chiamate di soccorso è opera di chi ha commesso l’omicidio. Dopo aver esaminato ogni dettaglio delle chiamate, dal tono della voce alle parole usate da chi riportava l’omicidio, è stato elaborato un modello di analisi delle stesse, il modello di analisi critica delle chiamate è costituito da 20 variabili, 8 indicatori di innocenza e 12 indicatori di colpevolezza (Lt. Tracy Harpster, 2006).

Concentriamoci sull’obiettivo primario che un soggetto innocente che chiama i soccorsi dovrebbe avere: un’assistenza immediata. Ci aspettiamo una richiesta di assistenza immediata più intensa nel caso la vittima per cui viene richiesta non sia un estraneo ma una persona con cui chi chiama ha una relazione familiare, emozionale o sociale. Secondo Olsson (2004) anche la sequenza con cui si danno le informazioni: chi, cosa, perché, dove, quando e come, è significativa e ci permette di estrapolare informazioni sui fatti e sul tipo di coinvolgimento che il chiamante ha con gli stessi. Olsson ritiene, tra tutti gli indicatori, l’urgenza, la manifesta premura, ovvero l’insistenza nella richiesta dei soccorsi, il parametro più importante, il più dirimente.

Grazie a questi indicatori possiamo analizzare la chiamata di Alberto Stasi al servizio 118  durata 0.59 secondi.

13 agosto 2007, ore 13.50.24:

Operatore: 118

Stasi: Sì, mi serve un’ambulanza in via Giovanni Pascoli a Garlasco.

 Il “mi serve un’ambulanza” è una richiesta fatta, non a nome della vittima ma a suo nome; Stasi cerca un aiuto per se stesso, ciò induce a pensare che si trovi in una situazione delicata. La richiesta di Alberto di un’ambulanza, senza specificarne il motivo, ad un indirizzo incompleto, mancante del numero civico, che su invito dell’operatore egli riferisce essere il 29, aggiungendo di non esserne sicuro, mentre la casa della famiglia Poggi si trova al civico 8, ci segnala una mancanza di accuratezza che indica che Stasi non ha urgenza che Chiara venga soccorsa. Alberto non è preciso sul numero civico e piuttosto che tornare indietro ed assicurarsi che l’ambulanza trovi immediatamente la casa dei Poggi, si reca alla caserma dei Carabinieri che dista circa 600 metri dal luogo dove si trova il corpo di Chiara. Tra l’altro Stasi è a conoscenza che il cancello della villetta dei Poggi è chiuso e che, inevitabilmente, tale circostanza rallenterà i soccorsi ma non si preoccupa di tornare indietro per aprirlo.

O: A Garlasco?

S: Sì.

O: Via Giovanni Pascoli, al numero?

S: Eh, 29, la via senza uscita, la trova subito.

O: Come?

S: È la via senza uscita, mi sembra al 29, non ne sono sicuro.

O: Ma cosa succede?

S: Eh, credo abbiano ucciso una persona, non sono sicuro, forse è viva.

Stasi riferisce, in primis, di credere che la ragazza sia stata uccisa e poi aggiunge: “forse è viva” ma nonostante tutto non chiede all’operatore di suggerirgli il da farsi per soccorrerla. Stasi, secondo quanto riferito all’operatore, comunica la presunta morte di Chiara senza essersi accertato delle sue reali condizioni e non avendo neanche le competenze mediche per farlo, il suo non è certamente un invito rivolto ai soccorritori a recarsi rapidamente sulla scena. L’accettazione della morte, specialmente quando la vittima ha una qualche relazione con colui che chiama i soccorsi, è una tecnica di distanziamento, uno dei più importanti indicatori di colpevolezza. La reazione di un innocente che scopre la vittima di un omicidio o di un incidente è generalmente opposta. Inoltre, soprattutto i familiari negano nell’immediatezza la morte di un loro caro per l’incapacità di metabolizzare un’informazione così sconvolgente, anzi chiedono ai soccorritori di praticare sul corpo del defunto, anche quando questi appare ‘irrimediabilmente’ morto, ogni misura medica possibile per resuscitarlo.

O: In che senso? Cosa è successo? Lei cosa vede?

Chiedere “Cosa è successo?” è la miglior domanda da fare, una domanda aperta alla quale però, purtroppo, l’operatore accompagna altre due domanda lasciando a Stasi la possibilità di scegliere a quale rispondere.

S: Adesso sono andato dai carabinieri… c’è… c’è… c’è sangue dappertutto, lei è sdraiata per terra.

Mentre Stasi descrive la scena criminis si lascia andare ad una ripetizione, dice “c’è” per tre volte, nonostante sembri un dettaglio, le ripetizioni denunciano il bisogno di prendere tempo per organizzare la risposta, tale espediente rientra tra le tecniche evasive di rallentamento e si chiama stalling.

Alberto dice che “c‘è sangue dappertutto” senza riferire da dove esca il sangue né che cosa ne abbia causato la fuoriuscita. Inoltre, la frase “c’è sangue dappertutto” è passiva, l’uso del passivo indica la volontà di nascondere l’autore del gesto. 

Quando Stasi parla di Chiara e del sangue è descrittivo, appare poco coinvolto, mancano l’enfasi e la modulazione del tono della voce, mancano i picchi sulle parole chiave e non traspare alcun coinvolgimento emotivo.

O:  In strada o in casa?

S: No, in casa.

Stasi non riferisce con precisione all’operatore dove si trovi Chiara, solo su richiesta dello stesso egli afferma che la ragazza si trova in casa, una villetta a due piani con cantina e giardino ma non si preoccupa di specificare che si trova in fondo alle scale della cantina. Alberto non ha urgenza che il corpo di Chiara venga ritrovato e che si faccia un disperato tentativo di soccorso. 

O: Sì, ma è una sua parente?

Durante tutta la telefonata l’operatore è a pesca di informazioni che Stasi avrebbe dovuto dargli spontaneamente. 

S: No, è la mia fidanzata.

Alberto non fa alcun riferimento alla vittima, solo in seguito alle domande dell’operatore del 118, ne parla come di una estranea, affermando: “credo che abbiano ucciso una persona” e “lei è sdraiata per terra”, mostrando di prendere le distanze da Chiara; poco dopo, ancora una volta in risposta ad una domanda dell’operatore, la definisce, non una parente ma “la mia fidanzata”. Stasi, non introducendo la vittima, come avrebbe dovuto ovvero con nome, cognome e tipo di relazione che ha con lei, ci informa della pessima qualità del loro rapporto. Non fare il suo nome, inoltre, gli permette di depersonalizzarla in modo da ridurre lo stress che gli provoca il doverne parlare.

O: Quanti anni ha questa persona?

S: 26.

O: Va bene adesso arriviamo. Le sembra al civico 29?

S: Comunque è la via senza uscita, sicuramente troverà anche i carabinieri.

O: Ma lei è in casa, adesso?

S: No, sono in caserma, sono appena arrivato, adesso gli dico cosa è successo.

Alberto durante la telefonata perde tempo per ben due volte, prima nello spiegare che lui si sta recando dai Carabinieri e poi per dire che si trova in caserma per dire “cosa è successo”. Fornire più informazioni del necessario è un importante indice statistico di colpevolezza, il più significativo. Tra l’altro, Stasi usa la frase: “cosa è successo”, frase tipica di chi ha partecipato ad un evento, ci saremmo aspettati che dicesse: “cosa ho visto” anche se Alberto potrebbe aver tratto ispirazione da una domanda dell’operatore.

O: Va bene, comunichiamo anche noi con i carabinieri, intanto mando a vedere un’ambulanza, va bene.

Nella telefonata di Stasi si riscontrano eccessive buone maniere, Alberto attende pazientemente le domande e risponde all’operatore, prima di formulare la richiesta di soccorsi, con un educato “Sì”. Stasi non interrompe mai, non manifesta tracce verbali di rabbia per i fatti occorsi quali potrebbero essere parolacce od imprecazioni che si trovano frequentemente nelle telefonate di soccorritori innocenti. La sua eccessiva buona educazione rientra tra le tecniche di distanziamento; inoltre, i convenevoli sono fuori luogo o quantomeno sospetti in una richiesta di soccorso, servono ad ingraziarsi l’operatore al fine di celare le proprie responsabilità.

Nelle fasi iniziali della telefonata, il tono della voce di Alberto appare lievemente modulato ma ogni traccia di modulazione scompare con il proseguire della conversazione con l’operatore, l’assenza di modulazione nel tono della voce è un indicatore di menzogna. La modulazione iniziale è con tutta probabilità artefatta, chi mente, infatti, si concentra sulle prime parole da dire all’operatore e sul tono da usare ma in seguito la modulazione svanisce in quanto il soggetto focalizza più sul contenuto che sul tono delle risposte, il suo principale goal, dopo i primi scambi, è dare risposte credibili e non incriminanti.

Verso la fine della telefonata, quando si apre il cancello della caserma dei Carabinieri, Alberto sembra ormai quasi infastidito e deciso a chiudere la telefonata con il 118 per focalizzare su ciò che dovrà dire agli uomini dell’Arma che in quel momento sono  sicuramente meno utili alla sua fidanzata dei soccorritori.

Chiunque faccia una telefonata per richiedere soccorso per qualcuno è in una condizione di stress, proprio questo suo stato ‘estremo’ ci permette di capire se è l’autore di un omicidio o se è implicato in una scomparsa o se è estraneo ai fatti. Spesso chi chiama fornisce a chi lo ascolta degli ‘ingredienti per preparare una torta’, l’analista non deve cadere nel suo tranello, la torta che ne verrebbe fuori sarebbe opera dell’analista e non dell’analizzato. Ciò che un soggetto dice durante una telefonata non va interpretato, chi analizza deve solo estrarre e non interpretare mettendo in bocca all’analizzato conclusioni che non gli appartengono.

La telefonata di Alberto Stasi è brevissima, dura meno di un minuto, ma nonostante tutto è incriminante, si possono infatti estrapolare dalla stessa un cluster di indici di colpevolezza. 

P.S. Mentre il 13 agosto, Stasi dice all’operatore del 118: “Eh, credo abbiano ucciso una persona…”, ai Carabinieri, il 16 agosto, prospetta una spiegazione alternativa, una caduta dalle scale, un incidente domestico. A mio avviso tre sono le possibili spiegazioni riguardo alla presenza di Chiara sulle scale della cantina: o chi l’ha uccisa non voleva vederla dopo morta, tipico di soggetti che hanno una stretta relazione con la vittima e ne nascondono il volto coprendolo dopo aver commesso l’omicidio (vedi Anna Maria Franzoni e Noura Jackson); o  l’assassino l’ha trattata come un oggetto in un ultimo gesto di disprezzo; oppure ha pensato di simulare un incidente domestico (alternativa meno probabile).