CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: L’UNICO PROBLEMA DI TELEFONATE DI SOCCORSO, INTERROGATORI E INTERVISTE E’ LA CONTAMINAZIONE

Dr. Ursula Franco

La Statement Analysis

“Svelare le menzogne tramite l’analisi delle dichiarazioni”

Obiettivo Investigazione, 9 dicembre 2019

La Statement Analysis è una tecnica di analisi del linguaggio che permette di ricostruire i fatti relativi ad un caso giudiziario attraverso lo studio, parola per parola, delle dichiarazioni di eventuali sospettati o indagati. Questa tecnica investigativa, si basa sul principio che le dichiarazioni veritiere differiscono da quelle false in alcune parti del linguaggio. Ad esempio, il contenuto di dichiarazioni che sono riferibili ad eventi realmente vissuti, è diverso dalla struttura e dal contenuto di dichiarazioni inerenti ad eventi solo immaginati.

I non addetti ai lavori ritengono che la maggior parte della gente menta, mentre nella realtà, il 90% dei soggetti che non raccontano la verità, dissimulano, ovvero non raccontano menzogne ma semplicemente nascondono, omettono volontariamente alcune informazioni senza dire nulla di falso.

La Statement Analysis permette di identificare nel linguaggio di un interrogato le aree dove le informazioni mancano. Chi dissimula si affida infatti alla interpretazione delle proprie parole da parte di interlocutori inesperti e, lo fa fornendo risposte che si avvicinano soltanto a negazioni credibili. Le negazioni credibili hanno una struttura precisa.

Uno dei principi fondanti della Statement Analysis è il seguente: “If the subject is unwilling or incapable to deny the allegation, we are not permitted to say it for him” (Se un soggetto è riluttante o incapace di negare, noi non siamo autorizzati a farlo per lui). L’altro 10% di coloro che non dicono il vero, non solo tacciono l’informazione vera ma presentano un’informazione falsa come fosse la realtà.

Falsificare è molto impegnativo e, con il passare del tempo, chi decide di farlo si accorge che non solo è costretto a ripetere all’infinito la prima bugia, ma che deve far ricorso a superfetazioni sempre più articolate per tenerla in piedi.

In generale la dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione perché, essendo un comportamento passivo, fa sentire meno in colpa. Peraltro, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, ad esempio sostenendo di non aver detto tutto a causa di una dimenticanza.

L’analisi di una eventuale telefonata di soccorso, di interviste e interrogatori di un soggetto che dissimuli o falsifichi è comunque utile per ricostruire i fatti nel caso le sue dichiarazioni non siano state contaminate dai suoi interlocutori. Contaminare un’intervista od un interrogatorio significa introdurre, attraverso le domande, termini diversi da quelli usati dall’interrogato, termini che entreranno nel suo linguaggio e lo aiuteranno a mentire.

La Statement Analysis è una scienza complessa e con regole ben precise. Gli esseri umani parlano per essere compresi e parlano in economia di parole.

Da un soggetto “innocente de facto” accusato di aver commesso un omicidio, ci aspettiamo come priorità una negazione credibile in risposta ad una domanda aperta, “Io non ho ucciso mia moglie”, e ci aspettiamo che il soggetto accompagni alla negazione le seguenti parole “ho detto la verità”.

Esiste una regola in Statement Analysis, “No man can lie twice”: se un soggetto nega in modo credibile di aver commesso un omicidio, ovvero dice “Io non ho ucciso mia moglie”, ma nella realtà l’ha uccisa, non sarà in grado di riferirsi alla sua menzogna dicendo “ho detto la verità”, ma dirà invece frasi come “io non dico bugie” o “io non mento”.

Un soggetto può essere “innocente de iure” (per legge) ma non “de facto” e, allora non sarà capace di negare in modo credibile, mentre quando è “innocente de iure” e “de facto” oppure solo “de facto”, sarà capace di negare in modo credibile. Nella frase “Io non ho ucciso mia moglie. Ho detto la verità. Sono innocente” ci sono tutte le caratteristiche di una negazione credibile. Mentre la singola frase “Io sono innocente” non è di per sé una negazione credibile perché dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria.

Andiamo su casi di cronaca che tutti conosciamo: gli omicidi di Chiara Poggi e Yara Gambirasio.

Durante l’interrogatorio il PM Rosa Muscio contestò ad Alberto Stasi la presenza del sangue di Chiara Poggi su entrambi i pedali della sua bicicletta. Stasi non negò mai in modo credibile di aver ucciso Chiara, non disse “Io non ho ucciso Chiara, sto dicendo la verità” ma disse invece: “Io non ho fatto niente a Chiara, non ho fatto assolutamente nulla” e “Non ho… non ho fatto nulla alla Chiara, non ho fatto nulla alla Chiara” e “Non sono stato io”.

Le frasi “Io non ho fatto niente a Chiara”, “non ho fatto assolutamente nulla” e “non sono stato io”, non sono negazioni credibili. Per altro quando Stasi dice “non ho fatto assolutamente nulla”, attraverso l’uso dell’avverbio “assolutamente”, mostra un bisogno di convincere che gli innocenti non hanno. Stasi non è mai riuscito a dire “Io non ho ucciso Chiara” perché avrebbe mentito. Sempre durante lo stesso interrogatorio Stasi disse: “Sono a posto con la mia coscienza”. “Sono a posto con la mia coscienza” non solo non è una negazione credibile ma il segnale di un’indole manipolatoria, come sappiamo infatti gli psicopatici sono privi di “coscienza” perché incapaci di provare senso di colpa o rimorso. “Sono a posto con Chiara” non significa che Stasi non abbia commesso l’omicidio. Questa frase potrebbe sottintendere che lui avesse avvisato Chiara e che quindi lei fosse ben consapevole di ciò cui sarebbe andata incontro se non lo avesse ascoltato.

Per quanto riguarda invece l’omicidio di Yara Gambirasio, durante un interrogatorio, il pubblico ministero chiese a Massimo Giuseppe Bossetti: “rispetto a questa imputazione come si pone?”, una domanda che avrebbe permesso a Bossetti di negare in modo credibile mentre lui rispose semplicemente: “Innocente”.

Come visto in precedenza dichiararsi innocenti senza negare l’azione omicidiaria non rientra tra le negazioni credibili, peraltro, Bossetti all’epoca non era ancora stato giudicato, quindi era ancora “innocente de iure” e per questo motivo non ebbe difficoltà a definirsi tale. Se Bossetti fosse stato “innocente de facto”, avrebbe dovuto cogliere l’occasione per negare con forza, avrebbe dovuto dire: “Io non ho ucciso Yara, sto dicendo la verità“. Gli innocenti lo fanno ogni qualvolta vengono messi di fronte all’accusa.

Gli “innocenti de facto” possiedono la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), ovvero un’impenetrabile barriera psicologica che gli permette di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto non hanno necessità di convincere nessuno. Al contrario, i colpevoli si perdono in lunghe tirate oratorie finalizzate alla persuasione dei propri interlocutori.

Articolo di Ursula Franco


Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, si occupa soprattutto di morti accidentali e incidenti scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi.

 

Analisi di stralci di conversazioni intercorse in carcere tra Massimo Giuseppe Bossetti e Marita Comi

Massimo Giuseppe Bossetti

– 23 ottobre 2014 (circa 4 mesi dopo l’arresto):

Marita Comi: Massi, come mai ti ricordi che quella sera avevi il cellulare scarico, ma non ricordi cosa hai fatto o dove sei stato?. Massi, hai capito? Riesci a girare lì a Brembate per tre quarti d’ora… è tanto! Capito? Non puoi girare lì tre quarti d’ora così… a meno che non aspettavi qualcuno! Ci ho pensato, Massi… eri lì quella sera, non mi ricordo all’ora che sei venuto a casa, non mi ricordo neanche cosa hai fatto… perché all’inizio eravamo arrabbiati, comunque non te l’ho chiesto, mi è uscito dopo, non mi hai mai detto cosa hai fatto! Non me l’hai mai detto!

Massimo Giuseppe Bossetti: L’ho sempre detto anche al PM. Diamo il caso che sia stato io, come voi dite, come avrei potuto fare a fermarmi davanti alla palestra o per casa sua.

Massimo Giuseppe Bossetti apre alla possibilità di aver ucciso Yara. 

Gli innocenti negano con forza ogni qualvolta ne hanno l’occasione e detestano che si sospetti di loro, pertanto non discutono sulla possibilità di essere gli autori del reato a loro contestato.

Nel 2007, nel corso di un’intervista, Paolo Stroppiana ha detto:“So bene quale domanda le passa per la testa. Ma se davvero avessi ammazzato Marina, non verrei certo a raccontarlo a lei, non crede?”. Stroppiana è stato poi condannato per l’omicidio della logopedista torinese Marina Di Modica.

Umberto Bindella, che è stato processato per l’omicidio di Sonia Marra e assolto in primo grado, nel corso di un’intervista, alla domanda del giornalista: “Hai ucciso tu Sonia Marra?”, ha risposto: “No, questa… cioè… no, ora, anch… se fosse non lo direi a lei”. Si noti che Bindella non solo non ha negato in modo credibile di aver ucciso Sonia ma ha lasciato passare il messaggio che potrebbe averla uccisa lui. 

Marita Comi: L’hai convinta a salire, dicono.

Massimo Giuseppe Bossetti: Come se la conoscevo, a sto’ punto. Poi un’altra cosa, una ragazza si divincola, giusto?

La risposta è evasiva. Bossetti non è capace di negare. Con la sua risposta mostra un bisogno di convincere che gli innocenti non hanno. Bossetti non può avvalersi del cosiddetto “muro della verità” che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che posseggono coloro che dicono il vero e che gli permette di limitarsi a dire poche parole, quelle giuste.

Massimo Giuseppe Bossetti: Guarda, per me, Marita.

Marita Comi: E perchè slacciate?

Massimo Giuseppe Bossetti: Anche se dovrebbe essere stato io a rincorrerla in un campo, diciamo che, in quel periodo lì, pioveva o nevicava, ti ricordi?

Ancora una volta Bossetti apre alla possibilità di essere coinvolto nell’omicidio.

Marita Comi: Quella sera lì no, però.

Massimo Giuseppe Bossetti: Eh, però il campo era bagnato, la terra impalciata e tutto. Se tu corri in un campo èè… è facile che le scarpe si… si perdano.

A 4 anni dai fatti, Bossetti mostra di sapere in quali condizioni fosse il campo di Chignolo d’Isola il 26 novembre 2010, giorno dell’omicidio di Yara Gambirasio. La sua risposta è incriminante, Bossetti è a conoscenza delle condizioni del campo la sera dell’omicidio di Yara perché è stato lui ad ucciderla.

Marita Comi: Ho capito, però dopo tre mesi.

Massimo Giuseppe Bossetti: Eh, non lo so, è un casino, io voglio uscire da qua e nessuno qua mi crede. E’ venuto giù in cella a chiedermi così. So’ stanco, Marita, so’ stanco, Marita. Tutte le domande che fanno. Nessuno che vuole credermi, niente, continuano a dire che nascondo qualcuno, nascondo che ho agito con qualcuno, nascondo, non so più cosa fare.

La risposta di Bossetti è evasiva e la lunga tirata oratoria gli serve a spostare il focus. 

– 20 novembre 2015:

Marita Comi: Eri via quella sera, non mi ricordo a che ora sei venuto, non mi ricordo che cosa hai fatto e non te l’ho chiesto subito quella sera perché eravamo arrabbiati.

Massimo Giuseppe Bossetti: “Usciamo sempre a fare la spesa insieme”, ho detto io.

Bossetti non dice a Marita che cosa abbia fatto quella sera ma le suggerisce di riferire che erano a fare la spesa. Si noti che non dice di aver detto di essere stato a fare la spesa ma di aver riferito della loro routine. 

Marita Comi: La spesa? Ma comunque siamo sempre a casa, alla sera siamo a casa. Guarda che loro mi hanno chiesto un’ora, l’ora, non mi ricordo Massi, non posso dirgli un’ora che non mi ricordo, non capisci? E’ per quello che non mi sento di dire bugie, Massi, devo dire solo la verità, no? La dico io e la devi dire anche tu, hai capito? Basta.

– 4 dicembre 2015: 

Marita Comi: Quella sera lì ti ricordi cos’hai fatto?

Massimo Giuseppe Bossetti: Secondo te mi ricordo?

Bossetti, per non rispondere, fa a Marita una domanda.

Marita Comi: Io mi ricordo che quei giorni eravamo arrabbiati. 

Massimo Giuseppe Bossetti: Ah, non mi parlavi.

Per anni, Massimo Giuseppe Bossetti ha tratto piacere dal fantasticare il controllo, le sevizie e l’omicidio di una adolescente. Nei giorni che hanno preceduto l’omicidio di Yara, Bossetti stava vivendo un momento difficile con la moglie, lo testimoniano l’assenza di telefonate e di messaggi tra di loro dal 21 al 28 novembre, giorni a cavallo del 26 novembre 2010. Con tutta probabilità, proprio la tensione che si era creata tra i due coniugi e le difficoltà incontrate sul lavoro di cui l’uomo ha parlato durante un interrogatorio: “eh quando sono nervoso, guardi è il lavoro che a me mi porta fuori, sono legato al cento per cento col lavoro, poi ero dietro a fare i preventivi così che non mi hanno dato l’ok e la crisi che c’è oggi”, hanno avuto funzione di grilletto e hanno condotto Bossetti all’act out delle sue croniche fantasie. 

Marita Comi: Questo me lo ricordo! Non gliel’ho detto.

Massimo Giuseppe Bossetti: Sono sicuro che il telefono era scarico… ho cercato di accenderlo quando ho visto Massi che girava intorno all’edicola.

Bossetti riferisce a Marita di ricordare di aver avuto il telefono spento. Un dettaglio che prova che Bossetti ricorda perfettamente i fatti del 26 novembre 2010.

Marita Comi: Ti ricordi che eri li! Vedi? Come fai a ricordarti che è quel giorno lì che hai salutato Massi? Vuol dire che ti ricordi quel giorno lì di novembre. Non mi hai mai detto che cosa hai fatto quella sera! Quel giorno, quella sera. Io non mi ricordo a che ora sei venuto a casa, non mi ricordo.

– 16 ottobre 2014:

Marita Comi: I Gambirasio non li ho più visti, neanche alla festa. Non gliel’ho detto io… hai capito? Io non li ho mai visti.

Massimo Giuseppe Bossetti: Li hai visti al mercato, te.

Marita Comi: Sì, ma non li ho mai visti, capito? So che siamo entrati una volta al cimitero, quello gliel’ho detto, che siamo passati dentro così.

Massimo Giuseppe Bossetti: Non li abbiamo visti.

Marita Comi: No, al cimitero, passati dentro dritti per uscire dell’altra strada, ti ricordi? Carnevale.

Massimo Giuseppe Bossetti: Abbiamo cercato la tomba di Yara ma non l’abbiamo trovata, ricordi?

Marita Comi: Siamo passati di lì, abbiamo guardato così, non c’è, poi siamo usciti subito. Non è che siamo andati in giro a cercarla, eh.

Questa conversazione intercorsa tra i due coniugi prova che iI signor Gino Crepaldi, che ha raccontato di aver visto Massimo Giuseppe Bossetti al cimitero di Brembate nel settembre 2013, è credibile.

Alcuni serial killer, per rinnovare le proprie fantasie, si recano sulla tomba delle  loro vittime. Luigi Chiatti, il cosiddetto mostro di Foligno, rubò la fotografia dalla tomba del piccolo Simone Allegretti, un bambino di quattro anni che aveva ucciso a coltellate, foto che gli inquirenti ritrovarono in un sacchetto contenente gli abiti macchiati dal sangue della sua seconda vittima, il tredicenne Lorenzo Paolucci.

Bossettisi recò al cimitero dove è sepolta Yara e tornò infinite volte sulla scena criminis prima del ritrovamento dei resti, anche il giorno stesso della scoperta del cadavere, e non per “volontà di verificare le condizioni del cadavere”, come ipotizzato dagli inquirenti ma per alimentare le proprie fantasie e rivivere l’omicidio.

Analisi della lettera inviata da Massimo Giuseppe Bossetti al giornalista Enrico Fedocci

Massimo Giuseppe Bossetti, all’indomani della sentenza della Corte Suprema che ha confermato la condanna all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, ha inviato questa lettera ad un giornalista:

Bossetti è stato accusato di aver ucciso una ragazzina, Yara Gambirasio, ed è stato condannato in via definitiva per il suo omicidio. In questa lettera, inviata al giornalista Fedocci, non è stato capace di negare di aver ucciso Yara; non è stato capace di scrivere “Io non ho ucciso Yara” o “Io non ho ucciso la Gambirasio” o “Io non ho ucciso Yara Gambirasio”.

Quando Bossetti scrive “un innocente condannato al carcere a vita senza MAI potersi difendere” fa riferimento ad “un innocente condannato” generico non a se stesso, non prende possesso di ciò che scrive, non è capace di scrivere “io sono innocente e sono stato condannato al carcere a vita senza essermi potuto difendere”.

Anche “Questa non è una cosa da paese civile” è una frase generica e sempre riferita al soggetto “innocente condannato” di cui ha scritto di sopra.

“Io sono INNOCENTE e lo griderò finché avrò voce” non è una negazione credibile.

Dirsi innocenti non equivale a negare di aver commesso un omicidio. E’ un modo di negare il risultato giudiziario non l’azione omicidiaria.

Se Bossetti avesse scritto “Io non ho ucciso Yara” e poi avesse aggiunto “Io sono innocente e lo griderò finché avrò voce”, in questo contesto la frase “Io sono innocente e lo griderò finché avrò voce” sarebbe stata accettabile.

Bossetti, come molti colpevoli, è capace di dire “Io sono INNOCENTE” ma non è mai stato capace di negare di aver commesso l’omicidio, né durante gli interrogatori, né durante le udienze del processo a suo carico, né durante i colloqui in carcere con i familiari. 

Bossetti non ha mai detto “Io non ho ucciso Yara”. Una frase semplice che un soggetto innocente de facto, sospettato di aver commesso l’omicidio della Gambirasio, avrebbe detto subito a chi indagava, ai propri familiari, ai giornalisti, ai propri avvocati e ripetuto ossessivamente, se necessario.

In casi come questo, gli analisti americani dicono: “If someone is unable or unwilling to say that he didn’t do it, we are not permitted to say so for him” (Se qualcuno è incapace o non vuole dire di non averlo fatto, noi non abbiamo il permesso di farlo per lui).

Relativamente alla grafia, si noti l’enfasi sulle parole “MAI”, “INNOCENTE” e “INNOCENZA!!”, Bossetti non solo scrive le tre parole in stampatello ma sottolinea “MAI” e “INNOCENZA” e aggiunge in finale due punti esclamativi.

L’enfasi è un segnale di un bisogno di persuadere che gli innocenti non hanno.

Bossetti mostra di non potersi avvalersi della protezione del cosiddetto “muro della verità” che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che posseggono coloro che dicono il vero e che gli permette di non far ricorso all’enfasi e di limitarsi a scrivere/dire poche parole, quelle giuste.

Se un soggetto accusato di aver ucciso XY afferma, senza aggiungere altro, “Io non ho ucciso XY”, è molto probabile che non abbia commesso l’omicidio. Se poi la stessa persona, riferendosi alla sua negazione, aggiunge, “Ho detto la verità”, in accordo con le statistiche, nel 99.9% dei casi è un innocente de facto, ovvero non ha commesso il delitto.

In conclusione, Bossetti non è stato capace di negare di aver ucciso la povera Yara Gambirasio neanche in questa missiva, ma spera comunque che ancora una volta le sue parole vengano interpretate come una negazione dell’azione omicidiaria dai suoi sostenitori e gli permettano di ritagliarsi un ruolo di vittima della giustizia con la “g” minuscola.

Già nel febbraio 2015 Bossetti aveva spedito una lettera alla redazione di Tgcom24/News Mediaset:

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“Non hò mai fatto male a nessuno” non è una negazione credibile, anzi è una formula usata spesso da chi ha commesso un omicidio.

“Io non ho ucciso Yara” è una negazione credibile ma Bossetti non è mai riuscito a dirlo, né a scriverlo. 

Bossetti scrive “ho sempre vissuto amando mia moglie e i miei figli” perché sente il bisogno di rappresentarsi come un bravo ragazzo. Si tratta del “Good Guy/Bad Guy Factor” in Statement Analysis.

“sono Innocente” non è una negazione credibile.

Dirsi innocente, come abbiamo visto in precedenza, non equivale a negare l’azione omicidiaria. In ogni caso, in questa occasione, Bossetti dice il vero, è ancora innocente “de iure” sebbene non lo sia “de facto”. Infatti, un soggetto che abbia commesso un omicidio e non sia stato ancora giudicato o che sia stato assolto è innocente “de iure” sebbene non lo sia “de facto”. 

Bossetti, scrivendo “Sono Innocente, vi prego di credermi”, mostra un bisogno di convincere che gli innocenti non hanno.

Inoltre, in questa breve missiva, Bossetti fa per due volte ricorso all’enfasi, scrive infatti “Innocente” con la “I” maiuscola.

Se Bossetti non avesse ucciso Yara gli sarebbe bastato pronunciare 5 parole “Io non ho ucciso Yara” e non avrebbe avuto bisogno di ricorrere ad escamotage linguistici nel tentativo di convincere i suoi interlocutori.

Questo Articolo è stato pubblicato su Le Cronache Lucane il 16 ottobre 2018.

Peter Madsen come Innocent Oseghale

Peter Madsen

Kim, Pamela e Yara e gli assassini per lussuria

Incompetenza sessuale, narcisismo e tratti caratteriali antisociali: così i lust murderer uccidono

di Ursula Franco

Stylo24, 2 maggio 2018

L’inventore danese Peter Madsen, che all’interno del suo sottomarino, l’UC3 Nautilus, il 10 agosto 2017, ha ucciso la giornalista svedese Kim Wall e ne ha poi smembrato il corpo, il 25 aprile 2018 è stato riconosciuto colpevole di omicidio premeditato da una Corte di Copenaghen e condannato all’ergastolo.

Madsen aveva ammesso di aver fatto a pezzi il corpo della Wall e di aver gettato i suoi resti in mare ma non di averla uccisa. L’inventore, durante un’udienza preliminare, aveva riferito al giudice che la Wall era morta in seguito ad un incidente ovvero che a lui era sfuggito di mano un portello da 70 kg che chiudendosi aveva colpito la Wall fratturandole il cranio.

I medici legali, che hanno eseguito l’autopsia sui resti di Kim Wall, non sono stati in grado di determinare la causa della morte della giornalista, hanno però riferito agli inquirenti che sul torso, precisamente sul torace e sul pube, vi erano i segni di almeno 15 coltellate inferte alla donna “poco prima della morte o appena dopo” e che non risultavano esserci fratture a carico delle ossa craniche, un dato che ha permesso di escludere a chi indagava che la morte di Kim Wall fosse intervenuta in seguito ad un forte colpo alla testa.

Spesso nei casi in cui un cadavere viene smembrato è difficile stabilire la causa della morte ma nonostante tutto la Corte ha ritenuto che l’accusa avesse provato l’omicidio attraverso le altre risultanze delle indagini. Gli inquirenti hanno scoperto che Madsen era solito guardare “snuff movie”, che aveva condotto con sé ciò che gli sarebbe servito per legare la vittima, accoltellarla, smembrarne il corpo e gli oggetti metallici usati per appesantire i sacchetti da gettare in mare con all’interno i suoi resti e che aveva scritto ad una donna che l’avrebbe legata e torturata a bordo del sottomarino e ad un amico di aver pianificato un omicidio perfetto dal quale avrebbe tratto un “grande piacere”.

Kim Wall

La perizia psichiatrica disposta dal Giudice, ha riconosciuto Madsen capace di intendere e di volere pur individuando in lui tratti narcisistici ed antisociali. Fascino superficiale, capacità manipolatorie instabilità nelle relazioni interpersonali, esplosioni emotive intense, tendenza all’isolamento sociale, egocentrismo, bassa autostima, intolleranza alle critiche e bassa tolleranza alle frustrazioni, mancanza di empatia e di senso di colpa sono le caratteristiche principali della personalità di Peter Madsen.

Possiamo far risalire ai fatti dell’8 agosto 2017 il cosiddetto “pre crime stressor”. Il  “pre crime stressor” è identificabile in un’ultima frustrazione che conduce un soggetto, che da tempo fantastica un omicidio, all’act out. Un socio dell’inventore ha riferito infatti agli inquirenti che l’8 agosto 2017 Madsen gli era apparso particolarmente nervoso alla notizia della cancellazione del lancio di un missile che stava costruendo. Secondo ciò che è emerso dalle indagini, tra l’8 e il 10 agosto Madsen aveva provato inutilmente a convincere tre donne a salire a bordo del suo sottomarino. Il 10 agosto 2017, aveva invece ricevuto una risposta positiva da Kim Wall, una giornalista che da mesi desiderava intervistarlo. Il fatto che Madsen avesse provato ad attirare a bordo del sottomarino altre donne ci permette di affermare che ciò che l’ha condotto ad uccidere la Wall è stato semplicemente il suo desiderio di uccidere; un movente intrapscichico quindi, non collocabile nel novero dei moventi degli omicidi comuni ma tipico degli omicidi sessuali che sono solo apparentemente omicidi senza movente (motiveless homicide).

Pamela Mastropietro

L’omicidio di Kim Wall ricorda da vicino quello di Pamela Mastropietro, in entrambi i casi il movente è intrapsichico e nello smembramento delle vittime non è riconoscibile un atto difensivo, non un atto che avrebbe potuto aiutare l’autore dell’omicidio ad occultare meglio il cadavere ma semplicemente la messa in pratica di fantasie perverse coltivate da tempo. Madsen e Oseghale hanno smembrato le loro rispettive vittime per appagare un proprio bisogno psicologico, non per ucciderle od occultarne il corpo ma per ottenere una gratificazione.

Entrambi gli omicidi rientrano tra gli omicidi sessuali ed i loro autori possono essere definiti Lust Murderer (assassini per lussuria). Infine è alquanto improbabile che Madsen ed Oseghale abbiano agito atti sessuali veri e propri, è invece probabile che entrambi siano soggetti sessualmente incompetenti, come lo sono la maggior parte degli assassini per lussuria, e che semplicemente dalla penetrazione della vittima attraverso un atto sessuale sostitutivo (substitute sexual activity), ovvero attraverso le coltellate inferte sul seno e a livello del pube, che sono la rappresentazione di una parafilia detta “Piquerismo”, abbiano ottenuto la gratificazione sessuale che cercavano.

Yara Gambirasio

Un altro omicidio che ricorda da vicino gli omicidi della Wall e della Mastropietro è quello di Yara Gambirasio. Non fu una avance respinta a scatenare la furia omicida di Bossetti, così come si legge nelle motivazioni della sentenza, il vero movente di questo omicidio fu il desiderio di seviziare la giovane Yara, un desiderio maturato nelle fantasie perverse del suo autore ed agito in un momento di stress dovuto ai problemi lavorativi di Bossetti e al conflitto coniugale tra lui e sua moglie Marita.

Bossetti, come Madsen, aveva deciso di uccidere da giorni e da giorni aspettava l’occasione più propizia. Massimo Bossetti frequentava l’area in cui viveva Yara e aveva notato la ragazza, nei giorni precedenti al delitto cercò e studiò i movimenti della sua giovane vittima, fantasticò e pianificò l’omicidio fino al momento in cui non gli si presentarono le condizioni ideali per metterlo in atto.

Come Madsen, Bossetti condusse con sé un’arma da taglio che usò solo nella seconda fase dell’omicidio e che non lasciò sulla scena criminis. Egli sequestrò ed uccise Yara utilizzando la cosiddetta tecnica dello squalo, tecnica cara a molti serial killer che cercano una vittima muovendosi a bordo di un mezzo di trasporto, macchina o furgone, la catturano velocemente e la uccidono o nel luogo della cattura o, dopo averla trasportata con il proprio mezzo, in un posto isolato e conosciuto dove possono agire indisturbati. Questo comportamento è caratteristico dei serial killer che vivono in famiglia e che quindi devono cercare ed uccidere le proprie vittime ad una certa distanza di sicurezza da casa propria. Bossetti intercettò Yara mentre la stessa, di ritorno dalla palestra, si stava dirigendo a piedi verso casa e la condusse nel campo di Chignolo d’Isola dove la abbandonò ferita a morte. I serial killer sono spesso abili manipolatori, capaci di conquistare la fiducia delle loro vittime al fine di condurle nella propria ‘comfort zone’, un’area dove sono in grado di agire le loro fantasie in tutta sicurezza. Bossetti, in qualche modo, convinse Yara a salire sul furgone ed in seguito la portò al campo di Chignolo d’Isola, dove la bambina, resasi conto del pericolo, tentò di fuggire ma invano.

Ed ancora, come Madsen, Bossetti non abusò sessualmente della giovane Yara ma si limitò a slacciarle il reggiseno, a reciderle le mutandine e infine ad infierire sul suo corpo con un’arma da taglio, tutti atti sessuali sostitutivi.

Gli autori di questi tre omicidi possono essere definiti anche Sexual Sadistic, soggetti che ottengono la loro gratificazione sessuale, non da atti sessuali veri e propri ma dall’umiliare, torturate e uccidere la propria vittima, traggono piacere dal terrore che riescono a far provare alle loro vittime; generalmente hanno subito abusi sessuali e sono affetti da parafilie, sono spesso sessualmente incompetenti, hanno tra i 30 e i 40 anni, sono sposati con famiglia, non hanno precedenti, pianificano meticolosamente e conducono con sé il kit necessario per mettere in pratica le proprie fantasie. Per quanto riguarda l’età di Bossetti, 40 anni al suo primo omicidio, rientra nel range di età in cui i Sexual Sadistic commettono il loro primo omicidio, in ogni caso, dall’analisi del carteggio intrattenuto con la detenuta Gina si evince, non solo che Bossetti è stato vittima di abusi ma anche che la sua età emozionale non corrisponde alla sua età anagrafica.

Gli omicidi di Yara Gambirasio, di Pamela Mastropietro e di Kim Wall sono omicidi premeditati per anni e figli delle fantasie ossessive dei loro autori. I serial killer uccidono per il piacere di torturare e di uccidere non perché gli sfugge di mano una situazione.

Analisi di alcune dichiarazioni rilasciate da Letizia Laura Bossetti

“Ho posto al confronto dell’uomo franco un timido, che lo fa risaltare. Ho posto il mentitore in impegni molto ardui e difficili da superare, per maggiormente intralciarlo nelle bugie medesime, le quali sono per natura così feconde, che una ne suol produr più di cento, e l’une han bisogno dell’altre per sostenersi”. Carlo Goldoni

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Letizia Laura Bossetti

Letizia Laura Bossetti, sorella di Massimo Giuseppe Bossetti, ha denunciato, tra l’agosto 2014 e il gennaio 2015, quattro aggressioni ai suoi danni. I racconti delle aggressioni fatti dalla donna ai giornalisti aiutano a delinearne la personalità, che per certi aspetti non appare dissimile da quella del fratello gemello Massimo,accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio, un dato che non può essere interessante da un punto di vista investigativo.

  • A fine agosto 2014, pochi mesi dopo l’arresto del fratello, Letizia Laura Bossetti ha sostenuto di aver subito delle intimidazioni.
  • Nel settembre dello stesso anno, la donna ha riferito alle forze dell’ordine di essere stata scaraventata a terra dopo essere stata colpita volontariamente dalla portiera di un’auto.
  • Il 17 settembre 2014, Letizia ha invece raccontato di essere stata percossa mentre si trovava nel garage della casa dei suoi genitori, a Terno d’Isola.
  • A fine gennaio 2015 la donna ha riferito agli inquirenti e ai giornalisti di aver subito una quarta aggressione nell’androne e nel garage del palazzo dove vivono i genitori.

Né i referti medici né le registrazioni delle videocamere di sorveglianza hanno mai supportato i racconti di Letizia Laura Bossetti.

Letizia Laura Bossetti

Letizia Laura Bossetti

Analisi delle dichiarazioni seguite alla terza presunta aggressione, quella del 17 settembre 2015:

– “Mi hanno aggredita perché difendo mio fratello”.

Letizia cerca di spiegare il perché degli attacchi nei suoi confronti senza riferire ai giornalisti che cosa invece ne pensino gli inquirenti. La sua conclusione non è logica; a che scopo qualcuno dovrebbero aggredire lei?

– “Mi hanno presa a calci e insultata, ho contusioni al volto e il coccige fratturato. Sto pagando un caro prezzo perché difendo apertamente mio fratello e sono convinta tuttora che sia assolutamente innocente”.

Letizia sostiene di essere stata oggetto di un pestaggio nonostante nulla avvalori le sue dichiarazioni, né un referto medico né l’analisi delle registrazioni delle telecamere di sorveglianza. La Bossetti continua a ripetere di essere certa che la aggrediscono perché difende suo fratello. 

– “E’ la terza volta che accade e probabilmente si tratta delle stesse persone. Soffro fisicamente e psicologicamente. Mi sono sentita colpire violentemente da dietro alla parte destra del capo, vicino all’occhio. Il colpo mi ha fatto cadere gli occhiali. E’ stato talmente forte che ho perso i sensi e sono caduta”.

La Bossetti non è stata in grado di descrivere i suoi assalitori agli inquirenti ma poi racconta al giornalista che “probabilmente si tratta delle stesse persone”, lasciando pensare che abbia i suoi buoni motivi per affermarlo.
E’ interessante la sua dichiarazione, in specie quando, invece di dire: “Mi hanno colpita”, dice: “Mi sono sentita colpire violentemente da dietro”, non semplicemente un passivo quale può essere: “Sono stata colpita” ma bensì “Mi sono sentita colpire”; Letizia, non solo usa una forma passiva per nascondere l’identità dell’autore del gesto, ma prende il più possibile le distanze da quell’azione inserendo nel racconto anche un superfluo “sentita” e naturalmente afferma di essere stata colpita “da dietro” in modo da giustificare il fatto di non essere in grado di descrivere gli assalitori.

– “Sono dei vigliacchi“.

– “Comunque continuerò a uscire perché non ho niente da nascondere e ho la coscienza pulita. Certo, la paura c’è”.

Il fatto che la Bossetti parli al negativo: “non ho niente da nascondere e ho la coscienza pulita”, fa supporre il contrario di ciò che afferma, non in relazione all’accusa mossa a suo fratello ma riguardo ai pestaggi ai suoi danni.

Già tra il 300 e il 400 dopo Cristo, Girolamo di Stridone diceva: “dum excusare credis, accusas*”.

*mentre credi di scusarti, ti accusi. 

Il fatto che Letizia si sia inventata le aggressioni e che menta senza il timore di venir smascherata è rilevante ai fini delle indagini riguardanti l’omicidio di Yara. Durante il processo a suo carico, il fratello Massimo è stato descritto come un bugiardo abituale; Bossetti è capace di mentire in modo grossolano per ottenere dei vantaggi e come sua sorella non si preoccupa di venir sconfessato. Bossetti, proprio perché mentiva di frequente e le sue bugie erano facili da smascherare, veniva chiamato dai colleghi ‘favola’.

Massimo Giuseppe Bossetti ha confidato ai colleghi di lavoro di avere il cancro, di doversi sottoporre alla chemioterapia, di aver picchiato la moglie e di doversi presentare ogni sera dai carabinieri per firmare a causa di una denuncia fatta da Marita e che la stessa lo obbligava a dormire in garage o sul furgone e non gli faceva vedere i figli, tutte menzogne.

Sua moglie Marita Comi in un colloquio in carcere gli ha detto: “Massi, perché dicevi che avevi un tumore? Ma cosa cazzo hai detto?”. 

Massimo Giuseppe Bossetti non ha smentito il collega che ha dichiarato durante la sua deposizione che lui aveva raccontato di avere un cancro, anzi, dopo la sua testimonianza, ha affermato: “Confermo, l’ho fatto e me ne vergogno, ma solo per potermi recare in altri posti a lavorare. Non mi pagavano da mesi, ero sotto di oltre diecimila euro, e alla mia famiglia a fine mese non potevo portare a casa un sacco di sabbia. Così, dopo che la moglie di un mio collega era morta per malattia, ho pensato di fingermi anche io malato e di avere un tumore”.

Bossetti, secondo la procura di Bergamo, avrebbe finto di avere un tumore al cervello per allontanarsi dal cantiere con la scusa della chemioterapia.

Massimo Giuseppe Bossetti

Massimo Giuseppe Bossetti

Analisi di una telefonata intercorsa tra Letizia Laura Bossetti e sua madre, Ester Arzuffi:

– “Due con uno scooter, avranno avuto 25-30 anni … e una macchina. Due erano meridionali e uno tipo un moldavo, un croato…Vieni qua … che ti faccio vedere io a te, a tuo fratello cosa vuol dire bimbi pedofili”.

Nonostante la Bossetti abbia affermato di non essere in grado di identificare gli aggressori, nella telefonata a sua madre li descrive: “due meridionali e un moldavo, un croato”.

Analisi delle dichiarazioni seguite alla presunta aggressione del gennaio 2015:

“Mio fratello è innocente. Massimo Bossetti non ha ucciso Yara. Gli assassini di quella povera ragazza sono liberi, ma vivono nel terrore di chi si batte per dimostrare l’innocenza di mio fratello. Aggredendomi e minacciandomi mi stanno facendo capire che devo stare zitta, che devo abbandonare Massimo al suo destino. Ma non lo farò mai”.

Se fosse vero ciò che dice la Bossetti, sarebbe la prima volta che un omicida, non sfiorato dalle indagini, si mette in mostra intimidendo e percuotendo un parente di un indagato. Se l’omicida fosse un altro, lo stesso non avrebbe alcun motivo per uscire dall’ombra e rischiare di venir identificato, né di temere la Bossetti, tra le altre cose, non cambia le carte in tavola il fatto che lei continui a dire che Massimo è innocente, non gli sta fornendo un alibi per la giornata dell’omicidio. Se l’omicida non fosse Bossetti se ne starebbe quieto a godersi lo spettacolo.

“Ho inventato tutto? Ho inventato anche tre costole rotte, un occhio gonfio e tre costole incrinate? Questo è l’ultimo referto dell’ospedale”.

I medici e le telecamere hanno sempre smentito la Bossetti. 

E’ imbarazzante ascoltare un soggetto che mente senza timore di venir smascherato e che afferma di avere lesioni che in realtà non ha, è il segnale di un disagio psichico. 

Letizia e suo fratello godono delle attenzioni dovute alla improvvisa notorietà, a prescindere da come l’abbiano ottenuta, e hanno sviluppato una sorta di dipendenza. 

E’ estremamente significativo, non un dettaglio da sottovalutare, ciò che Bossetti disse ai suoi figli durante un colloquio in carcere: “Quando mi hanno preso a casa con le manette, le macchine della polizia hanno sfrecciato a tutta velocità senza lasciar spazio a nessuno. Tutti matti, facciamo venire la rabbia a tutti. Tutti creperanno d’invidia… State seguendo papà in tv? Io sono forte e vincerò contro tutto e contro tutti. Aspettate e abbiate fiducia in me. Se il papà non ha fatto niente è inutile che resti qui”.

Letizia Laura Bossetti ha preteso di aver subito alcune aggressioni, non per essere d’aiuto a Massimo, ma perché cercava attenzioni, visibilità, compassione e supporto, lo ha fatto per se stessa, i suoi bisogni nascono da sentimenti di inadeguatezza e da una bassa autostima. 

Non solo Letizia e Massimo non si confrontano con sentimenti quali il senso di colpa o il rimorso per aver mentito, tipici dei bugiardi occasionali, ma non provano neanche vergogna se scoperti, per questi motivi possono essere entrambi annoverati tra i bugiardi patologici. L’ambiente familiare in cui i due gemelli sono cresciuti li ha forgiati da un punto di vista psichico e li ha costretti, probabilmente già in età infantile, a ricorrere alla bugia patologica per ottenere delle attenzioni.

I due gemelli Bossetti sono cresciuti nella menzogna, la loro madre Ester Arzuffi li ha concepiti fuori dal matrimonio e ha fatto credere a suo marito che fossero figli suoi. Giovanni Bossetti, l’uomo che ha riconosciuto all’anagrafe Letizia Laura e Massimo Giuseppe, è stato truffato anche una seconda volta, suo figlio Fabio, il più piccolo, è anch’egli illegittimo.

Ester Arzuffi, dopo l’arresto di Massimo Giuseppe Bossetti ha sostenuto che il padre dei gemelli fosse suo marito Giovanni, negando un’evidenza scientifica quale può esserlo l’esame del DNA. A suo figlio Massimo, durante una visita in carcere, ha detto: “L’ho saputo il giorno del tuo arresto che ero l’amante del Guerinoni. Guerinoni non l’ho mai visto… Lui non è mai venuto, non l’ho mai visto». Fa un certo effetto che Massimo Bossetti si chiami anche Giuseppe, come suo nonno, ma anche come il padre naturale e che Letizia Bossetti si chiami anche Laura, come la moglie del padre naturale, Giuseppe Guerinoni.

Massimo Bossetti, al pari della madre, Ester Arzuffi, è incapace di prendersi le proprie responsabilità, si ritaglia invece sempre un ruolo di vittima come quando prova a giustificare la sua corrispondenza con la detenuta Gina in una lettera alla sorella e alla madre: “Il problema è che questa detenuta non faceva che provocarmi, istigarmi, tentarmi in ogni modo “forse messa sù da qualcuno” ma ormai il danno è compiuto e io come un cretino ci sono finito dentro ed essendo recluso in mancanza di tutto e soprattutto ogni bene familiare ed affettivo, ed ecco che anche i nostri pensieri pur di evadere alla ricerca di ogni affetto attraverso queste atroci 4 mura, dell’affetto completo che un giorno tenevo all’infuori di questo inferno con tutti voi e tutto questo mondo, inferno che mi trattiene da tutti voi, permette di rovinarci come una malattia che ti prende e ti porta via, la mente è ingestibile e fa affosculare e in depressione ti fa andare e a volte anche una mente sana può cadere in questa cosa strana perché è sempre presente un pizzico di follia ma non la “PAZZIA”.

“Uno di loro mi ha impedito di chiedere aiuto mettendomi una mano sulla bocca. Poi mi hanno trascinata verso l’ascensore e hanno cominciato a colpirmi senza dire una parola. Sono svenuta. Non ricordo più nulla. È stata mia madre, vedendo che non tornavo a casa, a soccorrermi. Mi avevano semi spogliata togliendomi anche le calze. Non riuscivo a respirare. Fitte dolorose al costato. Tre costole rotte, tre incrinate e la pupilla dell’occhio destro dilatata. Evidentemente mi avevano colpito con calci e pugni. Mi è andata bene. Potevano uccidermi”.

Letizia inizialmente dice: “hanno cominciato a colpirmi senza dire una parola”, poi aggiunge che era “svenuta” e che “Evidentemente mi avevano colpito con calci e pugni” lasciando passare il messaggio che non fosse vigile quando l’hanno colpita e che solo dai traumi sia stata in grado di dedurre di essere stata percossa, un modo per prendere le distanze dai fatti. E’ alquanto sospetto che Letizia riferisca che l’hanno spogliata senza darne l’unica spiegazione plausible: un tentativo di violenza, non ne ha il coraggio, ella spera che qualcuno lo suggerisca, che sia la logica deduzione di chi la circonda. Sembra una spettatrice quando afferma: “Mi avevano semi spogliata togliendomi anche le calze”“Mi è andata bene. Potevano uccidermi”, è teatrale quel “Potevano uccidermi” è fuori luogo vista l’assenza di lesioni.

Letizia, in quest’ultima occasione, ha messo in atto anche uno staging della scena del presunto agguato, sparpagliando gli stivali, le calze e la giacca; perché mai i suoi aggressori avrebbero perso tempo a spogliarla se non per violentarla? Questa messinscena e l’assenza di un tentativo da parte della donna di spiegarsi questo atto dei presunti aggressori avvalorano l’ipotesi che il pestaggio non sia mai avvenuto.

“Massimo l’hanno incastrato e adesso deve diventare il mostro perfetto da dare in pasto alla giustizia, e no, non ci riusciranno. Io, mia madre e mio padre ci batteremo fino all’ultimo perché siamo sicuri che non è un assassino”.

Analisi di un’intervista rilasciata da Letizia Laura Bossetti al programma La vita in diretta:

“Mio fratello è una persona stupenda. Ha sempre amato i suoi figli, sua moglie, non ha fatto quello che ha fatto”.

Letizia Laura Bossetti prova a negare le accuse mosse a suo fratello ma afferma: “non ha fatto quello che ha fatto”. Come può non aver fatto ciò che ha fatto? Letizia non nega in modo credibile, in ogni caso, la sua è una posizione difficile, non sta a lei negare ciò che neanche suo fratello non ha mai negato in modo credibile.

“Glielo posso… glielo posso… perché glielo posso dire sinceramente, perché lo sento dentro, lo sento dentro, lo vedo, non ha travisato quello che ha fatto, è sempre stato se stesso, se stesso e glielo dico col cuore in mano, io da gemella, con i miei genitori, con tutta la mia famiglia, con tutti quelli che lo conoscono, è innocente al 100%… io lo son convinta al 100% perché è il mio gemello, lo conosco, sono cresciuta insieme e lo dirò fino alla fine: Mio fratello è innocente ed è stato incastrato. Mio fratello è stato incastrato”.

Una serie di ripetizioni quali “glielo posso”, “lo sento dentro”, “se stesso” e la presenza dell’avverbio “sinceramente” indeboliscono la risposta della Bossetti.
E’ interessante la frase “non ha travisato quello che ha fatto, è sempre stato se stesso”, con la quale ancora una volta la Bossetti afferma che suo fratello “ha fatto” e in più si dichiara convinta che non abbia rimosso. E’ logico che Letizia, non essendo in grado di analizzare le prove e gli indizi a carico di suo fratello, non può sapere se è stato lui a commettere l’omicidio, infatti si limita a dire che è innocente e che non può che essere stato incastrato.

Ester Arzuffi

Ester Arzuffi

Analisi di un’intervista rilasciata da Letizia Laura Bossetti al programma La vita in diretta:

Letizia, durante l’intervistata, avvenuta in compagnia della madre Ester Arzuff,  indossava un collare ortopedico e si trovava semi sdraiata sul divano.

Laura, l’ennesima aggressione, ci vuoi dire cosa è successo?

“Era il compleanno di mamma eee aspettavamo tutti con ansia e con gioia la lettera dal carcere di mio fratello gemello Massimo Giuseppe Bossetti eee tutta entusiasta, so che aspettavo con ansia il postino, gli faccio a mia mamma: Mamma, tu finisci di lavare i piatti e tutto che scendo, vado a vedere se è arrivata la lettera di Massi. Arrivo al piano terra, praticamente, nel tempo che si aprono le porte, non faccio a tempo a mettere fuori un piede che mi trovo subito due persone vestite di nero incappucciati, avevano solo il taglio degli occhi del cappuccio, mi hanno puntato un coltello alla gola, mi hanno messo una mano sul naso per la bocca, per non gridare e mi hanno iniziato a dare i pugni”.

Te li ricordi, puoi descriverli fisicamente, alti, bassi, italiani, hanno parlato?

“Erano… no, innanzitutto non posso descriverli perché non hanno detto niente ed erano un po’ più alti di me, questo lo so, avevano anche il cappuccio, non potevo dire chi sono, non hanno parlato eee a… praticamente io mi son presa due pugni, tre in faccia, io sono svenuta e non ho più visto niente, allora mia mamma ha iniziato a sospettare, fa: è via da più di 10 minuti lasciami… spaventata… andare a vedere dov’è (incomprensibile) preso l’ascensore, s’è vista un paio di miei due paia di stivali, il giubbino e le calze tutte rotte… avevo la bava alla bocca dai pugni che mi avevano dato eee poi abbiamo chiamato subito la Croce Rossa”.

Quando le viene chiesto di descrivere i suoi assalitori, Letizia afferma: “innanzitutto non posso descriverli perché non hanno detto niente”, una risposta evasiva, segnale che la donna mente, Letizia finge di disconoscere la differenza tra ciò che si vede e ciò che si sente.

Quando dice: “ed erano un po’ più alti di me, questo lo so, avevano anche il cappuccio”, prende le distanze con “questo lo so”; inoltre, quando dice “avevano anche il cappuccio”, la presenza della particella aggiuntiva “anche” ci informa che qualcosa è stato lasciato fuori. Letizia afferma inoltre: “Non potevo dire chi sono”, usando il verbo al passato invece che al presente: “Non posso dire chi sono”; la presenza di incongruenze nell’uso dei verbi lasciano trapelare che la Bossetti non pesca nel passato ma falsifica. Quando Letizia dice: “eee a… praticamente io mi son presa due pugni, tre in faccia”, usa ancora una volta il verbo al passivo, l’uso del passivo serve a nascondere l’identità dell’autore di un certo atto. Infine, afferma di essere svenuta, come peraltro era già successo, a suo dire, in occasione della precedente aggressione, una scusa per smettere di falsificare. 

Laura non è stata una rapina?

“No, non è stata una rapina, è stata un’aggressione, è stata l’ennesima aggressione, mi passava davanti tutta la vita in quel momento lì, ho detto: qui è finita”.

Attraverso le sue bugie, il bugiardo patologico costruisce un personaggio, decora se stesso, si ritaglia un ruolo da eroe o da vittima, e lo fa in modo cronico e per una causa endogena. Le storie che il mentitore patologico costruisce sono il frutto della sua fantasia ma sono studiate per apparire plausibili. Il ricorso alla bugia patologica può essere un disturbo a sé o il sintomo di un disturbo di personalità: psicopatia, disturbo narcisistico o disturbo istrionico, in ogni caso è un segnale di discontrollo. 

Ti sei chiesta perché stava succedendo quello?

“Allora l’unica cosa che io mi son sempre detta è perché difendo al 1000 per 1000 mio fratello Massimo che è innocente. Anche se è stata l’ennesima aggressione non mi arrendo, non mollo, avanti tutta”.

Analisi di un’intervista rilasciata da Letizia Laura Bossetti a Tele Lombardia:

Continuate a credere nell’innocenza di Massimo Bossetti?

“Dall’inizio fino alla fine lo porteremo avanti perché non è lui. Si sta evidenziando tutto l’opposto dell’accusa, stanno smontando tutto che come sempre ha ripetuto Massimo dal 16 giugno 2014, che non è lui e lo stiamo vedendo adesso”.

“Dall’inizio fino alla fine lo porteremo avanti perché non è lui”, non significa nulla, non è una negazione credibile. “Massimo non ha ucciso Yara Gambirasio” è ciò che ci saremmo aspettati che dicesse sua sorella.

Cosa ha pensato quando ha ricevuto la lettera dal carcere di suo fratello in cui minacciava il suicidio?

“È da capire, due anni in carcere da innocente, quattro mesi e mezzo di isolamento, gli hanno fatto di tutto e di più, gli facevano entrare la posta che volevano, non facevano arrivare a casa le raccomandate anche a noi. E poi bisogna capire anche la morte del papà che era molto legato, ma non sarebbe mai arrivato a questo”.

Si è voluto solo sfogare?

“Non avrebbe mai pensato al suicidio, è la stanchezza dovuta a tutto questo, lui non c’entra e l’ha sempre detto dall’inizio”.

Bossetti in una lettera a sua madre e a sua sorella scrive: “Mamma e Laura, io so che la farò finita qui dentro, perché non posso accettare tutto quello che ho combinato a Marita e me lo merito davvero per quello che gli ho fatto”, ma nonostante tutto Letizia dice di non credere che suo fratello possa suicidarsi. Bossetti, già in precedenza, dopo aver scoperto che sua moglie Marita lo tradiva, aveva detto ai colleghi di volersi buttare dal ponte di Sedrina. 

Letizia sostiene che suo fratello abbia “sempre detto dall’inizio” che lui non c’entra con l’omicidio, non è vero, Massimo Giuseppe Bossetti non è mai stato capace di negare l’omicidio di Yara in modo credibile, lo abbiamo visto nell’analisi dei suoi interrogatori e in quella delle sue dichiarazioni in udienza.

Si è parlato molto della corrispondenza con la signora Gina.

“C’è da prendere in evidenza le altre parti di Massimo, perché Massimo è sempre quello che abbiamo detto noi: casa, un gran lavoratore, un uomo di cuore, pronto ad aiutare il prossimo e che ha sempre rispettato gli altri, specialmente le bambine. Non ha mai fatto del male a una persona, non è lui che ha provocato questo delitto osceno”.

Affermando: “C’è da prendere in evidenza le altre parti di Massimo”, Letizia intende dire che se anche Bossetti ha una certa “parte”, quella che è emersa nelle lettere a Gina è comunque “un gran lavoratore, un uomo di cuore, pronto ad aiutare il prossimo e che ha sempre rispettato gli altri…”.

Secondo lei si è pentito di aver scritto queste lettere alla Gina?

“Ultimamente non facevano arrivare le corrispondenze a noi, poi è tutto un insieme di cose. Dopo due anni che è lì, ha trovato, non so spinto da chi o che cosa, ha iniziato a parlare, comunicare, come se fosse una persona normale, né di più né di meno. Sicuramente ha sbagliato, perché è una cosa evidente, pero’ bisogna capire anche il posto in cui si trova”.

Letizia cerca di giustificare suo fratello, non è interessante questo suo tentativo quanto il fatto che dica “Dopo due anni che è lì, ha trovato, non so spinto da chi o che cosa, ha iniziato a parlare, comunicare, come se fosse una persona normale”, lasciando intendere che Massimo non è una persona normale.

Cosa vorrebbe dire a suo fratello?

“Siamo tutti convinti della tua innocenza, vai avanti così che i tuoi avvocati stanno dando il massimo e vedrai che presto sarai a casa con la tua famiglia e i tuoi figli”.

Quanto le manca?

“Tantissimo, una vita, perché per me lui è la vita mia. Spero di abbracciarlo presto, non solo io, tutti i familiari, tutti quelli che hanno sempre creduto in lui e che stanno lavorando anche per lui. Specialmente anche di trovare il vero colpevole per la piccola Yara Gambirasio”.

Interessante che dica “che stanno lavorando anche per lui”, per cos’altro?

Letizia Laura Bossetti

Letizia Laura Bossetti ad un’udienza del processo a suo fratello

Analisi di un’intervista rilasciata da Letizia Laura Bossetti a Cristiana Lodi:

Come state vivendo queste udienze, signora?

La giornalista usa il Voi per rivolgersi a Letizia Laura Bossetti, lo fa per mostrarle più rispetto possibile e per farle capire che sta dalla sua parte. Dalla fine del fascismo, che lo imponeva al posto del Lei, la forma allocutiva Voi è andata in disuso, si ascolta soltanto nelle forme dialettali di qualche provincia del meridione, naturalmente, con questa trovata, la giornalista non può che disorientare una donna bergamasca di limitata cultura e intelligenza. 

“Come li abbiamo sempre vissuti nella normalità e nella speranza (incomprensibile) di trovare il vero colpevole (incomprensibile) giustizia per mio fratello e anche per la piccola Yara”.

Quando afferma che hanno sempre vissuto nella “normalità”, Letizia ci sta dicendo esattamente il contrario. Nell’analisi del linguaggio l’uso della parola “normale” presuppone che ciò che viene definito come tale, non lo sia affatto.

Voi siete sempre venuta, non avete mai mancato un’udienza?

La giornalista usa ancora il Voi.

“Allora la prima e la seconda non sono venuta perché sinceramente non sapevo se dovevo essere sentita o che cosa, allora dopo mi sono informata che non ero aspettata né dalla difesa né dall’accusa e dalla terza udienza in poi sono partecipe… per dar forza e coraggio a mio fratello”.

Lei è convinta dell’innocenza di suo fratello?

“Al 1000 per 1000, sempre, al 1000 per 1000”.

Perché a vostro avviso non può essere stato vostro fratello a commettere questo delitto?

La giornalista usa ancora il Voi.

“Perché lo conosciamo (ride) non farebbe male ad una mosca, è bravo, ha sempre pensato a lavoro, casa e famiglia, assolutamente no, non è lui, non è proprio lui”.

Come si spiega secondo voi questa presenza del DNA sugli slip di Yara?

La giornalista usa ancora il Voi e fa una domanda che non può che mettere in imbarazzo la Bossetti.

“Questo sarà praticamente sarà la sarà la difesa a smontarlo non ce lo spieg… non sappiam… le ripeto non sappiamo spiegarlo non sappiamo proprio com… spieg… io dall’inizio ho sempre detto che è stato incastrato e per me è stat… è così tuttora”.

Letizia appare confusa dall’uso del Voi tanto che risponde prima al plurale e poi torna alla prima persona singolare e naturalmente non è in grado di rispondere alla domanda della giornalista.

Siete convinti che è stato incastrato?

La giornalista usa ancora il Voi.

“Sì, siamo molto convinti, sì, sì, sì, convintissima, me lo sento, non perché è il mio gemello ma lo sento proprio e lo conosco soprattutto, so tutto, io, di mio fratello (incomprensibile)”.

Quando vi siete visti la prima volta che cosa vi siete detti?

“Allora ci siam… increduli cioè increduli, praticamente noi abbiamo ricevuto la notizia che eravamo in ospedale con mio papà e pensavamo, pensavamo che fosse, che fosse successo, nel senso un (incomprensibile) a casa, un incidente a mio fratello, non pensavamo una cosa così grossa, così (incomprensibile) e purtroppo intanto è realtà, momentaneante è realtà”.

Per 4 anni si è cercato il presunto assassino?

– “4 anni, 4 anni, vero, 4 anni, bravissima, 4 anni”.

Nello scoprire che potrebbe essere stato vostro fratello che cosa avete pensato?

La giornalista usa ancora il Voi.

– “Che è una cosa assurda, cioè… assolutamente, 4 anni, una persona, 4 anni a tener nascosto un omicidio così gravissimo, perché è una cosa molto grave, conoscendo mi… non, nessuno riesce a tenerlo nascosto una cosa così (incomprensibile), conoscendo mio fratello, è, tra virgolette, non tiene neanche la pipì, è come me”.

Quando Letizia dice: “nessuno riesce a tenerlo nascosto una cosa così”, evidentemente mostra di disconoscere la casistica.

Lo avrebbe detto?

– “Sicuramente poi avendo fatto anche 4 mesi di isolamento avrebbe anche parlato (incomprensibile) ma non è lui, non è lui.

Oggi in aula si è parlato della calce abbiamo sentito i consulenti del pubblico ministero dire che la bambina aveva tracce di calce e funghi sulla pelle sui vestiti nelle ferite.

– “Questo l’ho sentito, ero presente ma chiaramente sarà… sarà stato… io penso… sarà… non è impossibile”.

Una domanda difficile per Letizia, cui non è tenuta a rispondere non essendo un consulente della difesa. La Bossetti ci prova e il risultato è, a dir poco, goffo. La giornalista, nonostante appaia fortemente di parte per l’uso del Voi che le serve a mostrare riverenza e a far capire alla sua intervistata che è un’innocentista, chiede alla sorella di Bossetti come si spieghi le tracce di calce su Yara mettendola in seria difficoltà.

Nei casi di omicidio, molti giornalisti, oltre a offrire spiegazioni personali senza averne le competenze, si aspettano inspiegabilmente risposte su tutto da parte di chiunque.

Perchè Massimo, scusi, fa il muratore?

– “Fa il muratore ma non è detto perché un muratore deve fare il muratore deve andare a commettere un omicidio così grave assolutamente (incomprensibile) è normale che lavora con la calce come tutti i muratori”.

Ha ragione Letizia, la calce non è una prova della responsabilità di suo fratello in ordine ai fatti a lui contestati ma associata alla presenza del suo DNA sul corpo di Yara è un indizio contro di lui.

P.S. L’11 maggio 2018 Letizia Bossetti ha patteggiato un anno e 4 mesi per simulazione di reato in relazione a due delle aggressioni da lei denunciate, quella che, a suo dire, sarebbe avvenuta il 29 agosto 2014 e quella del 5 settembre dello stesso anno.