Analisi di alcune dichiarazioni rilasciate dall’infermiera Fausta Bonino

Fausta Bonino

L’infermiera Fausta Bonino, nata a Savona il 9 aprile del 1961, è accusata dalla procura di Livorno di omicidio volontario continuato e pluriaggravato in danno di alcuni pazienti ricoverati nell’unità operativa di anestesia e rianimazione dell’Ospedale Villa Marina di Piombino tra il 2014 e il 2015.

Il PM Massimo Mannucci, durante l’udienza del 2 marzo 2019 del processo che si svolge con il rito abbreviato, ha chiesto al giudice di condannarla all’ergastolo. L’arringa della difesa è fissata per l’udienza del 22 marzo, il 19 aprile sarà emessa la sentenza.

“Secondo l’ipotesi accusatoria, il decesso dei pazienti era stato determinato dalla deliberata quanto arbitraria somministrazione, in alcun modo prevista dalle terapie prescritte, come da acquisite cartelle cliniche, di un farmaco anticoagulante (l’eparina) in dosi tali da cagionare la morte per improvvisi ed irreversibili episodi emorragici. La presenza di eparina in quantità letali fu accertata nei campioni di sangue delle vittime più recenti, dopo che il dirigente medico del laboratorio di analisi dell’ospedale di Piombino aveva allarmato le competenti autorità sanitarie per la sequenza di morti da mancata coagulazione del sangue e, conseguentemente, aveva inviato i campioni ematici dei suddetti pazienti ad una specialista dell’ospedale Caruggi di Firenze, dott.ssa D. P., in servizio presso il “centro trombosi”, la quale aveva confermato gli esiti delle analisi per presenza nei campioni a lei trasmessi di elevate dosi di eparina, non giustificate dalle patologie sofferte dai degenti e non indicate nelle rispettive cartelle cliniche, e, dunque, riconducibili -secondo la tesi accusatoria- alla volontaria somministrazione della detta sostanza a scopo letale. Ai predetti quattro casi si aggiunsero, nell’indagine, altri otto episodi di morti sospette per analoga eziologia, ovvero per anomali fenomeni emorragici, senza che si fosse proceduto, in tali casi, al prelievo e all’esame di campioni ematici. Il dottor D.P., la dott.ssa P. M. e l’infermiera professionale A.V. stilarono congiuntamente un documento che, con riguardo a ciascuno dei tredici pazienti considerati, indicava l’orario e le ragioni del decesso, l’ora e la data in cui si era verificato il primo sintomo emorragico, ovvero un esito anomalo dei prelievi (indicativo del cosiddetto “scoagulamento” o “scoaugulazione”)* e i turni di servizio del personale. Da tale quadro sinottico emerse che l’unico addetto sempre presente in turni compatibili con gli eventi emorragici o con la manifestazione dei primi sintomi dell’incoagulabilità del sangue era stata l’infermiera professionale, Bonino Fausta, la quale prestava il suo servizio in cinque giorni alla settimana, nella fascia oraria 14-21. Nessun decesso sospetto si era verificato nel periodo dal 5 ottobre al 23 novembre 2015, in cui la Bonino era stata assente per ferie, malattia ed altre ragioni (Ordinanza della Corte di Cassazione. Penale Sent. Sez. 1 Num. 9755 Anno 2017. Udienza: 21/09/2016).”

*Sia chiaro che gli anticoagulanti, come l’eparina e il warfarin sodico, conosciuto come Coumadin, non “scoagulano” il sangue, che è sempre fluido, ma ne rallentano la coagulazione e per questo favoriscono le emorragie.

Poiché Fausta Bonino sostiene di essere innocente, l’analisi delle sue dichiarazioni alla stampa si baserà sul confronto tra ciò che ci si aspetta che un  innocente dica e ciò che la Bonino dice, expected versus unexpected.

Ci aspettiamo che la Bonino:

  1. mostri di possedere il cosiddetto “muro della verità”, che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di rispondere con poche parole alle domande relative al caso giudiziario in cui sono coinvolti, in quanto non hanno la necessità di convincere nessuno di niente;
  2. neghi in modo credibile di aver commesso i reati di cui è accusata dicendo “non li ho uccisi io, non sono stata io ad iniettare l’eparina” e che poi, riferendosi alle sue negazioni, dica: “sto dicendo la verità”.

Da un’intervista a TeleElba del maggio 2016:

Giornalista: Un’accusa pesantissima per Fausta Bonino, terribile, aver ucciso 13, forse 14, persone con premeditazione, come si convive con questo?

Fausta Bonino: Male, molto male, è stato uno shock, un trauma, anche perché io non ho fatto nulla, sentirmi accusata di tutte queste cose, è stato veramente uno shock.

“io non ho fatto nulla” non è una negazione credibile in quanto atemporale e aspecifica.

Si noti che la Bonino chiama gli omicidi “queste cose”, lo fa per evitare lo stress che gli indurrebbe il confrontarsi con il reato di cui è accusata.

Giornalista: 21 giorni di carcere, dal 30 marzo al 21 aprile in una cella immaginiamo con dei pensieri, cosa le passava per la testa?

Fausta Bonino: Ma di tutto m’è passato per la testa, peròòò sono sempre stata ottimista, nonostante tutto, perché Cesarina, dal primo giorno che mi è venuta a trovare in prigione, mi ha dato coraggio, mi ha prima abbracciata, poi m’ha detto che gli indi… che secondo lei erano solo indizi, e me l’ha detto subito che m’avrebbe tirato fuori ee se… mi ha detto di avere tanta forza, di mangiare, di stare parecchio su perché se non lo volevo far per me, di farlo per mio marito e i miei figlioli e a me m’ha dato un coraggiooo, l’ho vista proprio battagliera, l’ho vista… se non ci fosse stata lei non lo so come l’avrei presa, però mi haa… infuso tanto coraggio.

La frase “poi m’ha detto che gli indi…” termina con un’autocensura.

“secondo lei erano solo indizi” è una frase inaspettata che induce a chiederci che cosa la Bonino si aspettasse che ci fosse contro di lei.

Giornalista: L’impianto accusatorio era e, per la procura, rimane pesantissimo, com’è potuto succedere questo?

Fausta Bonino: Eh, come sia potuto succedere, io questo non lo so, me lo sto ancora chiedendo eee molto probabilmente se indagassero veramente come dovessero indagare eh…

Si noti che la Bonino non termina la frase ma si autocensura e non ci dice a quali conclusioni “molto probabilmente se indagassero veramente” giungerebbero gli inquirenti.

Giornalista: 36 anni di servizio all’Ospedale Villa Marina di Piombino, conosce perfettamente gli ingranaggi della struttura e anche i suoi colleghi, cosa si sente di dire in questo senso?

Fausta Bonino: Allora, dei miei colleghi, specialmente… ehm… i colleghi infermieri, ma tutti, da quelli che c’ho lavorato lì in reparto, dopo che son stata spostata, a quelli degli ambulatori posso parlare solo che bene veramente ee… tutti quanti mi son venuti a trovare, tutti quanti m’hanno dato la loro sola… so-li-da-rie-tà, nessuno m’ha creduto colpevole, dei colleghi e l’unica personaaa è la caposala, vabbè che lei c’era di mezzo e è l’unica che non è venuta eee… ehm… della struttura mmmm a parteee… a me sembrava che funzionasse aabbastanza bene, eh… c’è… c’era questeee tanti morti, queste morti sospette, però come reparto si lavorava tanto, eravamo tutti molto stressati perché si ricoverava 4, 5 pazienti al giorno e se ne mandava via altri 4 o 5, eh… si può dire che si lavorava male.

Fausta Bonino, raccontandoci del clima nel quale le infermiere si trovavano ad operare, almeno secondo la sua percezione della realtà,“si lavorava tanto, eravamo tutti molto stressati (…) si lavorava male”, ci fornisce il possibile movente dell’omicida seriale di Piombino: ridurre le proprie e altrui incombenze, probabilmente per farsi benvolere dalle colleghe.

I cosiddetti angeli della misericordia o della morte, in genere medici o infermieri, uccidono per motivi diversi.

Alcuni, come Richard Angelo e il tedesco Niels Högel, che somministrava ai pazienti un farmaco antiaritmico non necessario, creano un’emergenza per poi dimostrare quanto siano bravi a salvare il paziente (malignant hero).

Invece, l’infermiere americano Charles Edmund Cullen, a suo dire, uccideva i propri pazienti per alleviarne le sofferenze e per evitare che venissero deumanizzati (mercy killer).

Alcuni tra questi serial killer uccidono perché identificano i loro pazienti con degli oggetti rotti e fastidiosi, oggetti di cui è giusto liberarsi, per alleggerire il lavoro a sé e ai colleghi, vi è pertanto anche una componente altruistica o quantomeno il desiderio di fare qualcosa per il gruppo di appartenenza allo scopo di farsi benvolere.

Capire un movente è estremamente importante perché una volta inquadrato lo si può usare come cuneo per far confessare un interrogato, il movente, infatti, chi interroga può trasformarlo in una scappatoia morale che è quella che facilita un’ammissione di responsabilità.

Giornalista: In questo momento, io le do qualche secondo, se lo ritiene opportuno, di dire qualsiasi cosa all’opinione pubblica, lei è stata in qualche modo indicata come un mostro, no?

Fausta Bonino: Io prima di tutto continuo a dichiararmi innocente che non ho fatto nulla, sono solidale con tutti i parenti delle vittime e vorrei che, come me, chiedessero giustizia, non un’indagine a senso unico che si ven… che venisse fuori veramente la verità di quello che è successo e che anche i NAS e il pubblico ministero cambiassero idea e cercassero la verità, non di incolpare me e basta.

Dirsi innocenti non equivale a negare di aver commesso un omicidio. E’ un modo di negare il risultato giudiziario non l’azione omicidiaria. Peraltro, la Bonino quando dice di essere innocente, dice il vero, perché un soggetto che non è stato giudicato è sempre “innocente de iure”, non sempre lo è “de facto” però.

“non ho fatto nulla” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica.

Da un’intervista a Quarto Grado del maggio 2016:

Gianluigi Nuzzi: Lei ha detto anche che ha paura di incontrare la gente (…) perché ha paura di essere riconosciuta, ma… si sente sporca di qualcosa?

Nuzzi parla troppo, contamina e suggerisce risposte, in ogni caso la domanda permetterebbe alla Bonino di negare.

Fausta Bonino: No, no, perché… i primi temp… ora mi sto anche abituando un pochino ad uscire, lo sto anche superando ma i primi giorni, da come mi avevano descritta, io avevo paura ad uscire, sì, perché la gente mi guardava, si giravano tutti, mi guardavano, ero stata sbattuta in prima pagina come un mostro, si immagini.

La Bonino, invece di negare, invece di dire “No, io non mi sento sporca, non li ho uccisi io, non sono stata io ad iniettare l’eparina” parla di come l’avevano descritta, del fatto che fosse stata definita un mostro, e poi invita Nuzzi ad immaginare cosa significhi, come se la sua fosse un’esperienza comune e per questo immaginabile.

Gianluigi Nuzzi: (…) pensa di tornare alla normalità anche nel lavoro, negli affetti, nella fiducia verso gli altri?

Fausta Bonino: Nel lavoroo… iooo… mmm… dovrò andare per forza in ambulatorio perché avrò paura anche a fare una puntura, ora come o… in questo momento.. non me la sentirei proprio di andare a a prendere una siringa in mano, di andare da un ammalato e fare una puntura, dico la verità, e quindi non lo so come riuscirò a prendere il lavoro, penso in un ambulatorio, in un posto un pochino più tranquillo eee… la serenità con la famiglia, sì, l’ho già ripresa, perché m’hanno dato tanto conforto sia i figli che il marito.

Quando la Bonino dice “avrò paura anche a fare una puntura”“non me la sentirei proprio di andare a a prendere una siringa in mano, di andare da un ammalato e fare una puntura” è credibile perché si riferisce a ciò che ha appena detto con un “dico la verità”.

Si noti “penso in un ambulatorio, in un posto un pochino più tranquillo”. Con questa affermazione la Bonino lascia intendere che il reparto dell’Ospedale dove lavorava non fosse un posto tranquillo. In un’intervista a TeleElba, Fausta Bonino, raccontando del clima nel quale le infermiere lavoravano aveva detto “si lavorava tanto, eravamo tutti molto stressati (…) si lavorava male”.

Gianluigi Nuzzi: La procura è, comunque, dice: “Ci sono elementi importanti” (…) poi dicono: “La vogliamo portare a processo, speriamo e vogliamo che venga condannata”.

Fausta Bonino: Sì, ma io di andare a processo sarei anch… mi dispiace spendere soldi, spendere tempo, ma sarei anche felice perché io non ho fatto nulla, veramente non ho mai fatto nulla, se le prove contro di me non se le inventano… io non riesco a capire cosa mi vogliono portare, perché se non c’è prove concrete, finora che s’è smontato quasi tutto, se non se le inventano non ce n’è, perché io non ho fatto nulla.

“io non ho fatto nulla, veramente non ho mai fatto nulla” non sono negazioni credibili in quanto atemporali e aspecifiche. Inoltre, la Bonino mostra di avere bisogno di convincere per l’uso del “veramente”.

Con la frase “se non c’è prove concrete” la Bonino apre alla possibilità, al dubbio.

Con la frase “s’è smontato quasi tutto” la Bonino lascia intendere che non tutto sia stato smontato.

Gianluigi Nuzzi: Ma c’è stato in carcere qualche momento durante le settimane di detenzione di farla finita?

Fausta Bonino: All’inizio proprioo… sì, il primo giorno, finché non è arrivato l’avvocato   (sorride).

Gianluigi Nuzzi: Cioé voleva uccidersi?

Fausta Bonino: L’ho pensato, non che lo volevo, ho anche… (interrotta)

Nuzzi interrompe la Bonino, un errore.

Gianluigi Nuzzi: Ha pensato anche come?

Fausta Bonino: No, no, poi è arrivata Cesarina e m’ha detto che c’era solo indizi, di star tranquilla che m’avrebbe tirato fuori, che dovevo aiutarla, che dovevo mangiare, che dovevo non buttarmi giù se non per… se non lo facevo per me, di farlo per i miei familiari.

“poi è arrivata Cesarina e m’ha detto che c’era solo indizi” è inaspettato perché la Bonino lascia intendere che ci potesse essere qualcosa di più degli indizi.

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Da un’intercettazione di una telefonata di Fausta Bonino

Gianluigi Nuzzi: “Avrò mica avuto dei momenti in cui non sapevo quello che facevo?”.

Fausta Bonino: Sì, l’ho p…. me l’hanno fatto pensare da quante volte me l’hanno ripetuto i NAS, era quando… lo disse la prima volta… ce lo disse la caposala dopo aver parlato con i NAS che pensavano che fosse una che avesse fatto queste cose senza ricordarselo e… e tutti gli interrogatori ce l’hanno sempre ripetuto di continuo.

Si noti che, per la seconda volta, la Bonino non chiama i reati a lei contestati con il loro nome, ovvero “omicidi”, ma li definisce “queste cose”.

Perché i NAS suggerirono alla caposala della Bonino che l’angelo della misericordia di Piombino avrebbe potuto agire e poi rimuovere? Perché Sonya Caleffi, un’infermiera serial killer di Lecco, durante un interrogatorio, disse:

“Questa è una persona che non si riflette in me, non è la Sonya che conosco io, ho dei flash, ho delle immagini, ho come dei grandi buchi neri, ho questa immagine di me che inietto quest’aria, è un impulso che non so ricordare, non so definire. E’ come se fossi un’altra persona che ha agito al mio posto. Ero molto fredda, distaccata, subentrava forse una parte di me che io ancora non conosco, quella che agisce, che si fa del male, questo martellamento mentale di dirmi continua ad andare avanti, ripeti fin quando non vedi che sta male, fin quando non vedi che succede qualcosa e mi prendeva anche una sorta di ansia di fare le cose più velocemente. Mi rendo conto che c’è qualcosa che non va proprio a livello di testa, una persona normale non farebbe mai una cosa del genere. Ero cosciente di aver fatto un’azione molto dura, orrenda, sì, solo dei mostri possono fare delle cose del genere“.

Peraltro la Caleffi dicendo “E’ come se fossi un’altra persona che ha agito al mio posto” non si scinde in due perché non dice “fosse” ma “fossi”. 

Gianluigi Nuzzi: Però lei ha detto addirittura: “C’è un complotto contro di me”.

Fausta Bonino: Sì, è vero, lo dimostranooo le c… le nostre prove, che abbiamo ottenuto.

Gianluigi Nuzzi: E qual era il motivo di questo? Cioè lei ha accusato…

Quando è l’intervistato ad interrompere, un giornalista deve tacere, perché sono di interesse unicamente le dichiarazioni del primo.

Fausta Bonino: Questo io preferirei che lo chiedesse all’avvocato o a qualcun altro, queste cose.

Gianluigi Nuzzi: Le faccio solo una domanda…

Ancora una volta è la Bonino ad interrompere Nuzzi e lui lascia fare.

Fausta Bonino: Io so che hanno, dai nostri indizi sono emersi che ci sono prove che mi vogliono incastrare.

Gianluigi Nuzzi: Ecco ma secondo lei è un fatto personale, legato ai sui rapporti…

La Bonino interrompe Nuzzi per la terza volta.

Fausta Bonino: Mmm non…

Purtroppo questa volta Nuzzi commette un grossolano errore, non lascia spazio alla Bonino e si esibisce nella seguente domanda/tirata oratoria dalla quale non ottiene nulla:

Gianluigi Nuzzi: No, mi faccia finire la domanda, mi perdoni, Fausta, cioè è un fatto personale legato ai sui rapporti, al lavoro, a delle gelosie o a delle invidie o magari qualcuno ha buttato del fango su di lei perché deve nascondere delle proprie eee responsabilità o anche inefficienze? Ha capito cosa voglio chiederle?

Non solo Nuzzi ha sbagliato ad interrompere la Bonino ma le ha fatto due domande insieme, fare domande multiple permette ad un intervistato di scegliere a quale rispondere e infatti la Bonino sceglie di rispondere solo alla seconda. Che cosa ha indotto Nuzzi a sbagliare? Il desiderio di esprimere il proprio pensiero sulla vicenda, un classico errore dei giornalisti che spesso si illudono di avere la chiave di volta di un caso giudiziario e invadono ambiti non di loro competenza.

Fausta Bonino: Sì.

La Bonino dice solo di aver capito la domanda ma non risponde e Nuzzi lascia che a farlo sia il di lei marito, le cui affermazioni non sono di alcun interesse in quanto non è il protagonista di questa vicenda.

Gianluigi Nuzzi: (…) lei ha detto: “io me li sogno di notte”– questi pazienti che non ci sono più – “non è possibile che tutte queste persone muoiono quando ci sono io“.

Si noti che, nell’intercettazione, è la Bonino a collocarsi in corsia durante tutti i decessi.

Fausta Bonino: Perché ultimamente c’era stato tutti ‘sti decessi, che quando io arrivavo a casa, io fino, non mi ricordo se sono cinque anni fa?, che lavoravo per conto mio a mettere i pacemaker con un… io e un dottore e si curavano i pazienti, guarivano tutti, poi quandooo siamo diventatisiamo… lui è andato in pensione, io ho smesso di fare quel lavoro, siamo entratii in rianimazione, cardiologia e rianimazione si sono associate, eee di lì, invece di vederli tutti guariti e curati, andavo a casa disperata perché magari ne erano morti uno, due, anche tre (sorride) e quindii… non mi dava più soddisfazione, nel senso che invece di guarirli… e i pensieri mi venivano alla sera… ci pensavo a queste persone.

Si noti che nel racconto relativo al suo impiego precedente la Bonino parla per sé, quando invece rievoca i tempi passati nell’Ospedale di Piombino parla al plurale “siamo”, lo fa per nascondersi tra la folla.

Si noti che la Bonino, dopo la frase “invece di guarirli…”, si autocensura. Nuzzi se ne accorge tanto da chiederle:

Gianluigi Nuzzi: Cosa vuol dire invece di guarirli?

Fausta Bonino: Che di solito li vedi guarire e avevo sempre fatto dei lavori in cui i malati era difficile che morissero, trovandomi in una rianimazione… invece morivano e non mi ero… non c’ero abituata.

Gianluigi Nuzzi: Lei si sentiva in colpa di questo?

Fausta Bonino: No, non mi sentivo in colpa, mi dispiaceva.

Gianluigi Nuzzi: Lei usava l’eparina?

Una domanda diretta ma che comunque permetterebbe alla Bonino di negare il suo coinvolgimento negli omicidi.

Fausta Bonino:… L’eparinaaaa…

La Bonino resta spiazzata e non coglie l’occasione fornitale dal Nuzzi. Si noti il lungo tempo di latenza che precede la risposta. La sua è una risposta evasiva.

Gianluigi Nuzzi: La somministrava ai pazienti?

Non avendo ricevuto una risposta, Nuzzi fa nuovamente la domanda.

Fausta Bonino: Ultimamente poco, si usava tanto prima nelle embolie polmonari, l’eparina quella… in flebo, finché non sono venute fuori ora le nuove eparine sottocute ad alti dosaggi molecolari che, l’eparina quella, non si usava quasi più.

Gianluigi Nuzzi: Scusi, quando lei leggeva, legge, ogni tanto purtroppo sui nostri… nelle nostre cronache accade questi angeli della morte… cioè questi infermieri…

I cosiddetti angeli della morte o della misericordia, in genere medici o infermieri, sono una specie di serial killer che uccidono per motivi diversi soggetti ricoverati in ospedali o in case di cura per lo più somministrando farmaci ad alti dosaggi.

Fausta Bonino: Ah (sorride).

Gianluigi Nuzzi:… che uccidono i pazienti lei cosa pensa?

Fausta Bonino: Cheee… io… mmm… non saprei essere un angelo della morte, non saprei… (sorride) Cosa ne penso? Che son persone pazze, non lo so. Come si fa ad ammazzare una persona?

La Bonino è accusata di essere un angelo della morte dalla procura di Livorno e non dice “io non sono un angelo della morte” ma “io… mmm… non saprei essere un angelo della morte”, una negazione non credibile per la presenza del verbo al condizionale.

Si noti anche che la Bonino si fa la domanda “Cosa ne penso?” per prendere tempo per rispondere ed infine termina la risposta con una domanda “Come si fa ad ammazzare una persona?” . La presenza di due domande nella risposta è indice del fatto che la domanda del giornalista è sensitiva.

Gianluigi Nuzzi: Troveranno qualcosa nel telefonino, secondo lei?

Fausta Bonino: No, assolutamente, poi lo usavo anche pochissimo il telefonino, difatti ogni tre per uno ero dal mio marito a farmelo sistemare perché non ero… sono negata con la tecnologia.

“No” sarebbe stata una buona risposta ma è stata indebolita dalle 28 parole seguite alla negazione.

Si noti la frase “poi lo usavo anche pochissimo il telefonino” una frase che lascia spazio al dubbio.

Da un’intervista a Chi l’ha visto? del 25 maggio 2016:

Fausta Bonino: Abbiamo fatto questa vacanza per andare a trovare nostro figlio (ride) e siamo tornati il 30 (marzo 2016) eee e c’hanno fermato all’aeroporto, dove mi hanno arrestata con tutte ‘ste accuse di omicidio, pensi leiii…

Gianloreto Carbone: E a lei, l’è caduto il mondo addosso?

Da subito il giornalista contamina l’intervista suggerendo non solo una risposta ma uno stato d’animo ad un soggetto accusato di essere un omicida seriale privo di empatia. Un errore grossolano.

Fausta Bonino: A me m’è caduto il mondo addosso, ci hanno separato a me e a mio marito, ed alle cinque mi hanno noificato che ero in stato di arresto e che mi avrebbero portato in prigione.

La Bonino ripete a pappagallo le parole del giornalista. La sua risposta non è analizzabile a causa della contaminazione.

Gianloreto Carbone: Eh, quanto tempo è stata in prigione lei?

Fausta Bonino: 21 giorni.

Gianloreto Carbone: 21 giorni. Ecco, mi parla un po’ della sua carcerazione, qual’è stato er momento più brutto, se è stato un crescendo.

Troppe domande e un suggerimento. 

Fausta Bonino: Allora, il momento… (interrotta)

Il giornalista inspiegabilmente interrompe la Bonino, un altro errore grossolano.

Gianloreto Carbone: A questo punto gli… gli hanno…

Fausta Bonino:… c’è stato un momento più brutto, il giorno dopo… vabbè, a parte l’entrata in carcere, che purtroppo io non so se lo sa, che la spogliano nuda, le fanno far le flessioni, la fanno spingere, cioè…a parte sono donne, va bene, erano… però è traumatico… (interrotta)

Gianloreto Carbone: E’ stato scioccante.

Non solo ancora una volta il giornalista interrompe la Bonino ma, per la seconda volta, contamina l’intervista suggerendo un’impressione, uno stato d’animo. Altri due errori grossolani.

Fausta Bonino:… scioccante, per chiii… è veramente scioccante. Eee poi ti portano in questa cella e ti danno, proprio come si vede in televisione, una coperta, un cuscino, le lenzuola da farti il letto e ti rinchiudono lì e via… eee… il giorno dopooo a… c’era l’ora d’aria dalle 9 alle 11, e fuoriii mi hanno detto tutte queste cose, che parlavano di me come una serial killer, che era uscita fuori che ero una killer e lo dicevano tutti. Tant’è vero che poi… mi ha chiamato sia il medico che la psichiatra, m’hanno chiesto come stavo, insomma i medici sono stati veramente carini eh perché, ti seguono, specialmente quando c’è queste cose e io non… non sapevo proprio come comportarmi, m’è cascato il mondo addosso, finché non è arrivata Cesarina, l’avvocato eee Cesarina, quando è arrivata, che m’ha visto piangere in quella maniera, che ero disperata, che io non volevo più mangiare, non volevo più far nulla e m’ha subito dato coraggio, m’ha detto: “Guarda Fausta, c’è solo degli indizi, te mi devi aiutare, io ti tiro fuori ma te mi devi aiutare, non ti devi buttar giù, non devi smettere di mangiare ti devi fare forza, devi combattere, se non lo vuoi fare per te fallo per il tuo marito e i tuoi figlioli”, e io c’ho creduto, me l’ha detto in maniera così convinta che ho deciso di combattere perché sapevo di essere innocente, di non aver fatto nulla quindi ho deciso di combattere, per 5 giorni non ho visto nessuno, mio marito l’ho visto, m’hanno arrestato il mercoledì notte, il lunedì dopo il primo interrogatorio del GIP, la sera, eee li vedevo quando entravano (ride) talmente scioccati che ho cercato di dare la forza lì a loro dicendogli che io stavo bene, che io l’avevo presa bene, cioè ho cercato di fare forza a loro.

Si noti quanti danni può fare contaminare un’intervista, la Bonino ha ripetuto le parole del giornalista per 5 volte in due risposte.

Si noti che la Bonino, dopo aver detto “parlavano di me come una serial killer”, aggiunge “era uscita fuori che ero una killer”, un’affermazione di un certo interesse.

“queste cose” è il termine che, per minimizzare, la Bonino usa al posto di “omicidi”.

“c’è solo degli indizi” è una frase che ancora una volta apre alla possibilità che ci sarebbe potuto essere altro. 

“sapevo di essere innocente, di non aver fatto nulla”, come abbiamo già visto, non sono negazioni credibili.

Gianloreto Carbone: Le hanno chiesto della sua situazione?

Fausta Bonino: Sì, sì, me l’hanno chiesto, io mi son sempre dichiarata innocente. Una un po’ pazzoide, che era lì, che ha tentato il suicidio, ne ha fatte di tutti i colori, eee diceva: “Siamo tutte innocenti!”, (ride) come al solito lì dentro dic… si dichiarano tutte innocenti.

Quando la Bonino dice “io mi son sempre dichiarata innocente” non ci dice di essere innocente che peraltro non equivarrebbe a negare l’azione omicidiaria ma che si è sempre dichiarata ale, un’affermazione peraltro ulteriormente indebolita dalla frase a conclusione della risposta “come al solito lì dentro dic… si dichiarano tutte innocenti”.

Da un’intervista andata in onda il 27 maggio 2016 su “Il Labirinto – Storie di ordinaria ingiustizia”:

L’intervista alla Bonino è andata in onda priva di domande.

Fausta Bonino: Io non mi sento un’infermiera killer. Io ho sempre fatto il mio lavoro perché… con passione, ma veramente con passioneee. 

“Io non mi sento un’infermiera killer” non è una negazione credibile ed è diverso dal dire “Io non sono un’infermiera killer”. 

Si noti la sequenza “Io ho sempre fatto il mio lavoro perché… con passione, ma veramente con passioneee” che serve alla Bonino per dipingersi come un “Good Guy” ed ingraziarsi l’interlocutore.

Fausta Bonino: Non avrei mai potuto fare una cosa del g-e-nere, mai. 

“Non avrei mai potuto fare una cosa del g-e-nere, mai” non è una negazione credibile perché aspecifica e atemporale.

Fausta Bonino: Ho sempreeee… parlato forse troppo, anche al lavoro, di me stessa, di tutti miei pensieri, forse per via dei turni che, facendo la giornaliera, ero sempre presente, la più presente nel reparto, io questo non lo so.

Fausta Bonino: Io sono una persona tranquilla, che faccio il mio lavoro, che ho sempre fatto il mio lavoro, mmmadre di famiglia, moglie, coi suoi pregi e i suoi difetti.

Ancora una volta, la Bonino si dipinge come un “Good Guy” per ingraziarsi l’interlocutore.

Fausta Bonino: Hannooo… preso di mira subito me, senza… indagare a 360 gradi su tu-tto il restooo… che potevano esserci delle negligenze, delle altre responsabilità, delle altre cose, cioè loro… si sono basati su di me e basta, non hanno fatto altre indagini (…) su i protocolli, suuuu le negligenze, suu tutto quello che c’era da indagare.

“delle altre responsabilità” è un’ammissione.
“delle altre responsabilità” è diverso dal dire “responsabilità altrui”.

Fausta Bonino: Dal primo giorno che so’ stata interrogata, intanto come primaaa eee… appena chiamata, dal primo interrogatorio, il capitano m’ha detto: “Si ricordi solo una cosa – è le prime parole che m’ha detto – io oggi la posso aiutare, domani non la potrò più aiutare. Se confessa oggi”.

Fausta Bonino: Hanno cominciato a dire che c’era tutti ‘sti morti d’eparina dal 2014 e poi hanno cominciato a dire che sapevano tutto di me e sapevano le pasticche che facevo e tutto quanto, che io potevo fare le cose senza rendermene conto.

Fausta Bonino: Io nel duemi… nel 91, dopo che ho avuto questa crisi epilettica brutta, che c’è voluto un anno per stabilizzarmi e tutto, ho fatto la visita collegiale, m’hanno esonerato dalle notti e quindi faccio la giornaliera.

Fausta Bonino: Io faccio gli antiepilettici e poi faccio anche un farmaco antidepressivooo da alcuni anni, come tutte le donne in menopausa, me l’ha segnato il mio neurologo, ero giù, con le caldane e tutto, m’ha dato un aiuto.

“come tutte le donne in menopausa” non è una verità.

Fausta Bonino: Io se volevo essere aiutata non dovevo dire che ero innocente ma che dovevo dire che ho fatto le cose senza ricordarmelo (…) Questa cosa me l’hanno talmente… messa nel cervello che fra un po’ ci credevo anch’io che potessi fare qualcosa senza accorgermene.

E’ stato un errore investigativo ipotizzare che le dinamiche mentali del serial killer dell’Ospedale di Piombino ricalcassero quelle di Sonya Caleffi.

Fausta Bonino: Io ho… ho il desiderio di combattere, di dimostrare la mia innocenza proprio senza… che non ci sia nessun ombra di dubbio.

Fausta Bonino: Lo dicevo anche ieri mattina al mi’ marito, mi son svegliata, avevo le pulsazioni, mi son… mi ero sognata di riessere in carcere. Alle sei son sempre… son quasi sempre in piedi; se non viene lui a letto non riesco ad andare a letto, la cosa più grossa è proprio questa del dormire che mi è rimasta ora, che devo dormire con la luci accese, con la televisione accesa, col rumore eee se non viene a letto lui non… prima me ne andavo a letto alle nove, mi dovevo svegliare tutte le mattine, mi chiudevo in camera, barricata, con tutte le luci spente, ora non ce la faccio più eee penso che avrò bisogno anche di una psicologa per superare questa cosa.

Fausta Bonino: Non mi va di vedere la gente, ho paura che mi riconoscaa, che mi giudichi ancora, finché non viene fuori la verità voglioo evitare.

Fausta Bonino: Amo… Amavo molto il mio lavoro forse, ora in questo momentoo non ti sa-prei dire però… se riuscirei… io penso di sì, deve passare un po’ di tempo, poi credo che continuerò ad amarlo, non lo so, in questo momento mi è difficile dirlo.

Fausta Bonino: La responsabilità?… secondo meee… non c’è un serial killer, sono convinta che non esista una persona che possa fare di queste cose conoscendo le mie colleghe eee e… va cercata la responsabilità in tutteee eeee le criticità dell’ospedale, in tuttiii i protocolliii, bisognaaa cercarla, non lo so io mmm.

Purtroppo la domanda non è presente ma è alquanto probabile che il giornalista abbia chiesto alla Bonino a chi attribuisca la responsabilità delle morti, lo si può inferire dalla risposta. Nella replica della Bonino, si notino la domanda iniziale “La responsabilità?”, le pause e le ripetizioni, tutti escamotage che le servono per prendere tempo per dare una risposta sensata e che ci informano che la domanda è sensitiva.

Una dichiarazione di Fausta Bonino a un convegno di Fino a Prova Contraria del 27 luglio 2016:

Perché sono venuta qui? Perché spero che questa riunione, che questo convegno cambi un po’ le cose e a nessun altro succeda quello che è successo a me, di essere sbattuta in galera innocente, io sono assolutamente inn-ocente, non ho fatto nulla eee tutto il clamore mediatico (incomprensibile), tutto quello che è successo dopo, io mi auguro che non succeda a veramente nessun altro perché m’ha cambiato tantissimo la vita e poi posso dire anche una cosa, che se una persona si trova innocente in galera, come mi sono trovata io, e non c’ha soldi, non c’ha dietro una persona come Cesarina, come mio marito, non so se sarebbe uscita fuori, spero proprio che questi vostri convegni cambino la situazione. Io vi ringrazio, non ho nient’altro da dire.

“innocente, io sono assolutamente inn-ocente”, dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria. Peraltro la Bonino sembra ritenere che esistano gradi di innocenza, ovvero che si possa essere “innocenti” o “assolutamente innocenti”.

“non ho fatto nulla” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica.

Da un’intervista a La vita in Diretta del settembre 2016:

Sapevo di non aver fatto nulla e come infermiera sono sempre stata un’ottima infermiera. 

“Sapevo di non aver fatto nulla” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica, peraltro indebolita da “Sapevo”.

La Bonino, invece di negare in modo credibile, sceglie di descriversi come “un’ottima infermiera” (Virtue Signalling), un’escamotage che usa per indurre i suoi interlocutori a tirare le conclusioni. 

Da un’intervista a TeleElba del 12 marzo 2017

Giornalista: Com’è possibile, dopo appunto il carcere, dopo l’attenzione che ha avuto di tutta l’Italiavivere una quotidianità tranquilla, ce la fa comunque ad essere abbastanza, diciamo, oggettiva anche con quello che sta attraversando?

Fausta Bonino: Sì, ce l’ho fatta grazie a mio marito, ai miei figlioli, agli amici e soprattutto a Cesarina che m’ha sempre spronato, m’ha sempre detto cheee non c’era nessuna prova, che erano solo indizi, m’ha sempre creduto, m’ha sempre sostenuto, m’ha sempre aiutato moralmente. Io che venisse fuori la verità c’ho sempre creduto.

“m’ha sempre detto cheee non c’era nessuna prova, che erano solo indizi” è uno stralcio che fa pensare, è la Bonino infatti ad aprire alla possibilità che ci sarebbero potute essere delle prove.

Giornalista: Lei si è sempre proclamata innocente.

Fausta Bonino: Sì, ma lo sono innocente, io non ho fatto nulla, mi sono trovata coinvolta in questa situazione e spero che passi presto, che si arrivi presto alla verità.

“sono innocente” e “io non ho fatto nulla” non sono negazioni credibili, come già visto in precedenza.

Giornalista: Lei ha un rapporto molto particolare con il suo avvocato, un avvocato particolarmente coraggioso che penso dia molto coraggio in una situazione così.

Fausta Bonino: Sì, a me m’ha dato tantissimo coraggio dal primo giorno in prigione, che non sapevo cosa fare, è arrivata lei, m’ha subito detto, prima m’ha abbracciato, poi m’ha detto ti tiro fuori, non c’è nessuna prova (…) è fantastica. 

“non c’è nessuna prova” è una frase che, ancora una volta, fa pensare, perché è sempre la Bonino ad aprire alla possibilità che ci sarebbero potute essere delle prove.

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Da un’intercettazione di una telefonata di Fausta Bonino

Un’intercettazione: 

Fausta Bonino ad una collega infermiera: Io le ho scritto: “Se pensano davvero che fra una di noi”- in un messaggio eee- “ci sia una che fa quello, è un mostro”, e lei m’ha risposto: “No, è una persona malata che va aiutata e bisogna scoprire chi è”, ma come mi hanno detto a me, mi hanno insistito a me che uno può non avere dei momenti, che mi hanno tartassato e tutto, no?, per me quello che ne pensa lei ora, l’hanno convinta e molto probabilmente la prima, sempre presente, l’epilessia qui e là, sono stata io. Ora capisco, capisco tutto e lei ha cambiato molto atteggiamento da quando ha parlato con loro.”

Si noti che “sono stata io” sono parole spontanee della Bonino, non ripetute a pappagallo pertanto rappresentano un’ammissione tra le righe.

Da un’ntervista a RTV38 prima dell’incidente probatorio:

Fausta Bonino: Io sono tranquilla perché non ho fatto nulla, quindi spero venga fuori la verità, vi posso dire solo questo, sto aspettando la verità.

“non ho fatto nulla” non è una negazione credibile.

Il 2 marzo 2019, dopo la richiesta del pubblico ministero:

Fausta Bonino: L’unica cosa che posso dire è che non ho fatto nulla. Sono cose che non ho mai fatto, è stata dura ascoltarlo. Mi sono sempre comportata bene, è impossibile che sia finita in questo incubo

Ancora una volta “non ho fatto nulla” non è una negazione credibile.

“cose che non ho mai fatto” non è una negazione credibile.

Si noti che la Bonino ancora una volta non chiama con il proprio nome i reati di cui è accusata ma li definisce “cose”.

E ancora una volta, invece di negare in modo credibile, dicendo “Mi sono sempre comportata bene”, prova a suggerire la conclusione a chi la ascolta dipingendosi come un “Good Guy”.

Il 19 aprile 2019, prima della sentenza:

Giornalista: (incomprensibile)

Fausta Bonino: Non posso dire bene, ma sono ottimista.

Giornalista: Lei ha sempre professato la sua innocenza.

Fausta Bonino: E credo che non ci sia niente che lo… che possa dimostrare il contrario.

“credo” è un qualifier che ci informa che la Bonino non è sicura di ciò che sta per dire.

“che lo…” è un’interessante autocensura.

Fausta Bonino: Eeee però non si sa mai, capito?… cosa possa venir fuori da tutto, come è nata questa storia, è nata così male cheee…

Il 19 aprile 2019, dopo la condanna all’ergastolo per gli omicidi di Franca Morganti, Mario Coppola, Angelo Ceccanti e Bruno Carletti:

Fausta Bonino: “Non è giusto. Non ho fatto nulla”.

“Non ho fatto nulla” non è una negazione credibile.

“Io non ho iniettato l’eparina a X, Y, W, Z. Questa è la verità” sarebbe stata una negazione credibile.

“Non è giusto. Non ho fatto nulla” sono frasi che dicono i bambini che vengono puniti per aver commesso una marachella.