La criminologa Ursula Franco analizza la lettera inviata a Quarto Grado da Antonio Logli dopo la sentenza della Cassazione

 

Antonio Logli

Le Cronache Lucane, 9 ottobre 2019

Intorno alle 23.00 del 10 luglio 2019, la Corte suprema di Cassazione ha confermato la condanna a 20 anni per omicidio volontario e distruzione di cadavere per Antonio Logli. Il Logli ha ucciso sua moglie Roberta Ragusa nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012 a Gello di San Giuliano Terme, Pisa. Dopo la sentenza definitiva, Antonio Logli ha inviato la seguente missiva alla trasmissione Quarto Grado:

“Cari Gianluigi Nuzzi e Francesca Carollo, come state? spero di trovarvi bene. Vi ringrazio di dare voce alle mie parole. Come sapete la mia condanna è divenuta definitiva. E questa condanna, tremendamente ingiusta, ha scatenato in me, in quanto innocente, una rabbia profonda. Ma soprattutto ha condannato i miei figli a dover vivere senza il loro padre. Una giustizia che sorda è andata a senso unico e non ha voluto ascoltare ben due testimoni: Filippo Campisi e Cinzia Palagi che hanno urlato a gran voce le loro testimonianze. Il primo ha visto Roberta uscire dal cancellino di casa la sera della sua scomparsa, salire su un SUV di colore scuro con a bordo un uomo e dirigersi verso Pisa mentre l’altra l’ha vista il giorno dopo al supermercato E.Leclerc Conad di Madonna dell’Acqua. Sono stato condannato per quello che ho detto, per quello che non ho detto, per le espressioni del mio viso. Qualunque cosa abbia o non abbia fatto è servita per condannarmi. Ero stato condannato da tutti già prima dei processi anche grazie alle false notizie dei giornali e delle tv. Nessuno mi ha mai valutato per ciò che sono: un padre affettuoso che ama i propri figli, un marito che seppure innamorato già da tempo di un’altra donna vuole bene alla madre dei propri figli e la difenderebbe a costo della propria vita, da tutto e da tutti. Non auguro a nessuno ciò che ho subito insieme alla mia famiglia da quando è scomparsa Roberta: adesso sono detenuto in carcere ingiustamente e prego Dio ogni giorno intensamente perché Lui vede e provvede. Vivo questa terribile esperienza a testa alta, con la serenità di chi è innocente. E vi garantisco che lotterò con tutto me stesso fino a quando avrò vita per dimostrare la mia innocenza. Vi saluto con stima. Antonio“.

Abbiamo chiesto alla dottoressa Ursula Franco, esperta in Statement Analysis, di analizzare la lettera di Antonio Logli. Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, si occupa soprattutto di morti accidentali e incidenti scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto.

Analisi:

In Statement Analysis partiamo dal presupposto che chi parla sia innocente de facto e che parli per essere compreso. Negare in modo credibile non ha un costo eppure il Logli non è mai stato capace di dire “Io non ho ucciso Roberta, sto dicendo la verità”. In questa missiva, il Logli, per due volte, ha fatto riferimento alla sua innocenza, ma dirsi “innocente” non equivale a negare l’atto omicidiario.

Si faccia caso alla parola “anche” presente nella seguente frase “Ero stato condannato da tutti già prima dei processi anche grazie alle false notizie dei giornali e delle tv”. “anche” ci rivela che Antonio Logli è cosciente del fatto che c’è altro che ha condotto alla sua condanna, oltre alle false notizie.

Quando il Logli scrive “Nessuno mi ha mai valutato per ciò che sono: un padre affettuoso che ama i propri figli, un marito che seppure innamorato già da tempo di un’altra donna vuole bene alla madre dei propri figli e la difenderebbe a costo della propria vita, da tutto e da tutti”, egli desidera convincere i suoi interlocutori che è una brava persona, questo atteggiamento è spesso un indicatore del fatto che il soggetto che parla è incapace di prendersi le proprie responsabilità. Si tratta di un fenomeno detto “Gnostic Split”: il soggetto si dissocia creando un altro da sé che sarebbe incapace di uccidere, e proprio il fatto che senta il bisogno di fare ricorso a questo escamotage ci rivela la sua colpa.

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OMICIDIO DI ROBERTA RAGUSA, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: L’INTERVISTA DEL LOGLI A QUARTO GRADO? ENNESIMO AUTOGOL

Le Cronache Lucane, 23 settembre 2019

Intorno alle 23.00 del 10 luglio 2019, la Corte suprema di Cassazione ha confermato la condanna a 20 anni per omicidio volontario e distruzione di cadavere per Antonio Logli. Il Logli ha ucciso sua moglie Roberta Ragusa nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012 a Gello di San Giuliano Terme, Pisa. Prima della sentenza definitiva, Antonio Logli ha rilasciato un’intervista alla trasmissione Quarto Grado. Abbiamo chiesto alla criminologa Ursula Franco, esperta in Statement Analysis, di analizzare quell’intervista per noi. Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto.

– Dottoressa Franco, quali sono gli stralci che lei ritiene significativi e cosa emerge dall’intervista?

Non emerge nulla di nuovo, il Logli, ancora una volta e a distanza di tanti anni, non è riuscito a negare in modo credibile di aver ucciso sua moglie Roberta, ha mostrato di essere un bugiardo abituale ed un manipolatore. 

Si faccia caso a questi stralci: “la forza di chi non ha mai fatto niente” e “Per me non è morta, no, io finché non ho la certezza che sia morta, per me è viva, nessuno… potranno superare qualunque ostacolo dicendo, i giudici, che per loro è morta, per me no, perché, ti ripeto, loro hanno detto che sono stato io, io non ho fatto niente… quindi per me è viva”. Non solo “la forza di chi non ha mai fatto niente” e “io non ho fatto niente” non sono negazioni credibili perché aspecifiche e atemporali, ma “sono stato io” è un’ammissione tra le righe. “Io non ho ucciso Roberta, sto dicendo la verità” sarebbe stata una negazione credibile e l’unica che dobbiamo aspettarci da un innocente de facto.

Nel seguente stralcio: “L’unica bugia che ho detto è stata quella di non andare a dire che avevo Sara, perché poi per il resto ho detto, te lo giuro sui miei figli, ho sempre detto tutto minuziosamente, minuto per minuto, tutto quello che ho fatto e che mi hanno chiesto”. Si focalizzi su “L’unica bugia che ho detto” e su “te lo giuro sui miei figli”, il Logli non ci sta dicendo di aver detto la verità, ci dice invece di non aver detto bugie, ovvero di aver dissimulato e poi, giurando sui propri figli, mostra un bisogno di convincere che gli innocenti de facto non hanno, peraltro il giurare è caratteristico dei bugiardi abituali.

Un altro stralcio particolarmente interessante è questo: “Poi c’è stata una volta che, mi ricordo, trovai la bimba con un gunboy, no? Io ero contrario ai bambini che giocassero con questi giochi, trovai questo gunboy e dissi: “Alessia dove l’hai preso?”, “Guarda babbo, non è colpa mia, mamma me l’ha comprato, ma m’ha detto: Babbo non deve sapere niente. Eh, mamma fa sempre le cose di nascosto a te”. Secondo me non è corretto, anche nei confronti dei figli, far vedere che te fai le cose di nascosto, lei ha sempre fatto così, ha sempre fatto tutto di nascosto”.

Il fatto che il Logli dica: “mi ricordo” è indice del fatto che nelle dichiarazioni precedenti non ha pescato nell’esperienza, che ha mentito. Quando il Logli dice: “Secondo me non è corretto, anche nei confronti dei figli, far vedere che te fai le cose di nascosto”, lo fa per convincere di essere virtuoso, se lo fosse non avrebbe bisogno di persuadere nessuno. Quando invece mette in bocca alla figlia queste parole: “Eh, mamma fa sempre le cose di nascosto a te” e dichiara: “lei ha sempre fatto così, ha sempre fatto tutto di nascosto”, lo fa per lasciar intendere che Roberta possa essersi allontanata volontariamente pianificando di nascosto, peraltro queste dichiarazioni rivelano il suo intento di biasimare la vittima, un classico di chi ha commesso un certo reato. E’ un modo per ripulirsi la coscienza, per darsi giustificazioni morali.

Infine, quando, riferendosi alla ricostruzione presente nelle motivazioni delle sentenze, dice: “Quello che dicono non è la verità, è incredibile, è inverosimile”, il Logli dice il vero. Antonio Logli ha ucciso sua moglie Roberta, ma i fatti non sono mai stati ricostruiti come si deve.

– Dottoressa, ricostruisca per noi le circostanze che condussero all’omicidio di Roberta Ragusa.

La notte della scomparsa di Roberta Ragusa, Antonio Logli fece una prima telefonata alla propria amante Sara Calzolaio dalla soffitta, telefonata che durò 42 minuti e che terminò alle 23.50, poi trasferì la figlia, che si era addormentata nel letto matrimoniale con la madre Roberta, nel suo lettino, andò in autoscuola e da lì chiamò Sara altre due volte. Il Logli chiamò l’amante dall’autoscuola alle 23.56 e infine, alle 00.17 per un’ultima brevissima telefonata di pochi secondi il cui contenuto è stato riferito dalla ragazza agli inquirenti: “Ti amo, buonanotte”. Quando il Logli salutò l’amante non era solo, Roberta lo aveva seguito in autoscuola a sua insaputa e lo sentì parlare con l’amante, ne nacque una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio, che abitava poco distante. Roberta intraprese la via dei campi, non perché in preda al panico o per fuggire al Logli, ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito e proprio perché si trovava in autoscuola non ebbe accesso alle chiavi della propria auto, che erano rimaste in casa. Ella infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente basse di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio.

La discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo in autoscuola dopo le 00.17, per questo motivo i bambini non sentirono niente, per questo motivo anche il titolare della scuola di ballo che se n’era andato verso la mezzanotte non fu in grado di riferire nulla. Tra l’altro questa ricostruzione spiega anche il perché il Logli, credendo di essere da solo in autoscuola, disse liberamente a Sara: “Ti amo, buonanotte”.

In seguito alla fuga di Roberta tra i campi, Antonio Logli salì sulla propria auto, una Ford Escort station wagon, e si diresse in via Gigli, dove parcheggiò il veicolo al margine della strada e mentre era fermo sul ciglio della strada a fari spenti, tra le 00.30 e le 00.40, lo vide il super testimone Loris Gozi.

Poco dopo, Antonio Logli, tornò a casa, parcheggiò la sua auto nel vialetto, dove non era solito lasciarla e cambiò macchina, prese la Citroen C3 di Roberta e tornò in via Gigli, dove una seconda discussione impegnò i due coniugi, in quell’occasione il solito testimone, Loris Gozi, li udì.

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare nella C3. Con tutta probabilità il Logli le promise che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire. Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia. Infine, Antonio Logli condusse Roberta in una zona isolata, dove, dopo averla uccisa, ne occultò il corpo.

Antonio Logli maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina, non perché si fosse reso conto di essere stato visto da Loris Gozi, ma perché temette che la sua auto danneggiata lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta.

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta.

Il giorno dopo, il Logli, usando della sabbia, pulì sia la strada dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort e dove era stato notato dal Loris Gozi che il vialetto all’interno della sua proprietà nel punto in cui quella notte aveva parcheggiato la Escort. Il Logli pulì sia la strada che il vialetto per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse, una riprova del fatto che la sera della scomparsa della moglie lui si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo il giorno seguente il Logli uscì con la Ford Escort alla ricerca di Roberta e lasciò l’auto al cimitero, lo fece per lasciare l’auto danneggiata a debita distanza da casa per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni per la presenza di chiazze di gasolio nei luoghi dove la sua auto era stata ferma quella notte.

OMICIDIO DI ROBERTA RAGUSA, CASSAZIONE: ANTONIO LOGLI DEVE SCONTARE 20 ANNI DI CARCERE (intervista)

Antonio logli ha ucciso sua moglie Roberta Ragusa nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, a questa conclusione sono giunti anche i giudici della Suprema Corte di Cassazione. Antonio Logli si consegnerà ai carabinieri in un luogo concordato e, con tutta probabilità, verrà condotto nel carcere di Massa. Abbiamo chiesto alla criminologa Ursula Franco di ricostruire per noi l’omicidio di Roberta Ragusa.

Le Cronache Lucane, 10 luglio 2019

Dottoressa Franco, cosa successe la notte della scomparsa della Ragusa?

La notte della scomparsa di Roberta Ragusa, Antonio Logli fece una prima telefonata alla propria amante Sara Calzolaio dalla soffitta, telefonata che durò 42 minuti e che terminò alle 23.50, poi trasferì la figlia, che si era addormentata nel letto matrimoniale con la madre Roberta, nel suo lettino, andò in autoscuola e da lì chiamò Sara altre due volte. Il Logli chiamò l’amante dall’autoscuola alle 23.56 e infine, alle 00.17 per un’ultima brevissima telefonata di pochi secondi il cui contenuto è stato riferito dalla ragazza agli inquirenti: “Ti amo, buonanotte”. Quando il Logli salutò l’amante non era solo, Roberta lo aveva seguito in autoscuola a sua insaputa e lo sentì parlare con l’amante, ne nacque una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio, che abitava poco distante. Roberta intraprese la via dei campi, non perché in preda al panico o per fuggire al Logli, ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito e proprio perché si trovava in autoscuola non ebbe accesso alle chiavi della propria auto, che erano rimaste in casa. Ella infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente basse di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio.

Pertanto, la discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo in autoscuola dopo le 00.17, per questo motivo i bambini non sentirono niente, per questo motivo anche il titolare della scuola di ballo che se n’era andato verso la mezzanotte non fu in grado di riferire nulla. Tra l’altro questa ricostruzione spiega anche il perché il Logli, credendo di essere da solo in autoscuola, disse liberamente a Sara: “Ti amo, buonanotte”.

In seguito alla fuga di Roberta tra i campi, Antonio Logli salì sulla propria auto, una Ford Escort station wagon, e si diresse in via Gigli, dove parcheggiò il veicolo al margine della strada e mentre era fermo sul ciglio della strada a fari spenti, tra le 00.30 e le 00.40, lo vide il super testimone Loris Gozi.

Poco dopo Antonio Logli, tornò a casa, parcheggiò la sua auto nel vialetto, dove non era solito lasciarla e cambiò macchina, prese la Citroen C3 di Roberta e tornò in via Gigli, dove una seconda discussione impegnò i due coniugi, in quell’occasione il solito testimone, Loris Gozi, li udì.

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare nella C3. Con tutta probabilità il Logli le promise che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire. Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia. Infine, Antonio Logli condusse Roberta in una zona isolata, dove, dopo averla uccisa, ne occultò il corpo.

Dottoressa Franco, perché il Logli cambiò auto quella notte?

La notte dell’omicidio, Antonio Logli danneggiò il contenitore del filtro del gasolio della sua Ford Escort station wagon.

Antonio Logli maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina, non perché si fosse reso conto di essere stato visto da Loris Gozi, ma perché temette che la sua auto danneggiata lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta.

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta.

Il giorno dopo, il Logli, usando della sabbia, pulì sia la strada dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort e dove era stato notato dal Loris Gozi che il vialetto all’interno della sua proprietà nel punto in cui quella notte aveva parcheggiato la Escort. Il Logli pulì sia la strada che il vialetto per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse, una riprova del fatto che la sera della scomparsa della moglie lui si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo il giorno seguente il Logli uscì con la Ford Escort alla ricerca di Roberta e lasciò l’auto al cimitero, lo fece per lasciare l’auto danneggiata a debita distanza da casa per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni per la presenza di chiazze di gasolio nei luoghi dove la sua auto era stata ferma quella notte.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: LE TESTIMONIANZE TARDIVE SONO CAUSA DI ERRORI GIUDIZIARI

Le Cronache Lucane, 27 maggio 2019

– Dottoressa Franco, quanto è complesso l’esame di un testimonianza?

E’ un campo minato quello della psicologia della testimonianza, sono molti infatti i fattori capaci di viziare una testimonianza, tra questi: la personalità psichica del testimonio, i condizionamenti da parte dei media, l’ansia di protagonismo, un desiderio di vendetta o di dipingersi come eroi, il tempo trascorso e, infine, il modo in cui un esaminatore si rivolge ad un teste (contaminazione).

– Dottoressa, un teste è capace di rievocare i fatti con precisione?

No, questo perché ogni processo testimoniale è costituito da una prima fase di acquisizione delle informazioni, dalla ritenzione delle stesse e dalla rievocazione e, in specie, se tra la prima fase (acquisizione delle informazioni) e quella del recupero passa un lungo periodo di tempo il ricordo subisce una distorsione che allontana inevitabilmente il contenuto testimoniale dalla realtà dei fatti. Se poi, durante la fase di ritenzione, un teste assiste ad un processo mediatico, la distorsione del ricordo viene amplificata. 

– Dottoressa, perché alcuni testimoni dissimulano o falsificano?

Alcuni lo fanno per coprire proprie o altrui responsabilità, altri, invece, dissimulano o falsificano senza provare senso di colpa perché si illudono di essere paladini di una “nobile causa”, e così, nella convinzione  di essere d’aiuto alle indagini, tendono a colmare le proprie lacune, a riordinare i ricordi, a compiacere l’intervistatore. Questo fenomeno si chiama “Noble Cause Corruption”, colpisce anche i consulenti delle procure, ed è ben noto a chi si occupa di errori giudiziari. Sia chiaro che non esistono giustificazioni né alla falsificazione né alla dissimulazione e che solo dicendo il vero si favorisce l’accertamento della verità e di eventuali responsabilità.

– Dottoressa Franco, ci faccia l’esempio di un testimone credibile?

Loris Gozi, nonostante il tempo trascorso, è stato testimone esemplare. E’ l’analisi linguistica della sua testimonianza a confermarcelo. Il Gozi, sentito dagli inquirenti sui fatti relativi alla scomparsa di Roberta Ragusa, ha sempre riferito lucidamente i fatti osservati senza ricamarci sopra; non ha mai cercato di stupire i suoi interlocutori infiocchettando la propria testimonianza con dettagli aggiuntivi. Loris Gozi ha sempre risposto alle domande prendendo possesso delle risposte e lo ha fatto secondo la formula che caratterizza una risposta credibile: prima persona singolare, verbo al passato, nessuno avverbio o aggettivo qualificativo; si è dilungato solo in risposta a domande che prevedevano un racconto più dettagliato; non si mai perso in tirate oratorie; né ha fornito informazioni estranee ai fatti.

– Dottoressa, per chiudere, dov’è il problema?

Il problema non sono i testimoni che dissimulano o falsificano, non è difficile smascherarli con la Statement Analysis, il problema sono quelle procure che si servono di testimonianze prive di valore per supportare le proprie errate ricostruzioni dei fatti. 

Omicidio Roberta Ragusa, criminologa Franco: Loris Gozi è un testimone esemplare (intervista)

Loris Gozi

Secondo la criminologa Ursula Franco, che ha studiato il caso Ragusa, Loris Gozi è un uomo intelligente, obiettivo, aderente alla realtà, credibile, è un testimone esemplare.

Le Cronache Lucane, 3 novembre 2018

Dottoressa Franco, Loris Gozi è un testimone credibile?

Loris Gozi, sentito dagli inquirenti sugli episodi di cui è stato suo malgrado testimone, si è attenuto a ciò che ha visto e sentito; ha riferito lucidamente i fatti osservati senza ricamarci sopra; non ha mai inteso compiacere nessuno, né gli inquirenti, né i giornalisti. Gozi, nonostante l’improvvisa ed involontaria fama, non ha mai cercato di stupire infiocchettando la sua testimonianza con dettagli aggiuntivi; non si è lasciato prendere dalla notorietà; se imboccato o provocato, non ha confermato eventuali dettagli suggeriti dai giornalisti ma ha ripetuto sempre e solo la descrizione dei fatti di cui è stato testimone. Loris Gozi è un uomo intelligente, obiettivo, aderente alla realtà, credibile, è un testimone esemplare.

Dottoressa, da un punto di vista linguistico, cosa può dirci della testimonianza del Gozi?

Loris Gozi ha sempre risposto alle domande prendendo possesso delle risposte e lo ha fatto secondo la formula che caratterizza una risposta credibile: prima persona singolare, verbo al passato, nessuno avverbio o aggettivo qualificativo. ll Gozi ha risposto alla maggior parte delle domande con un numero di parole che rientra nella media delle 10-15 parole, caratteristica delle risposte veritiere; si è dilungato solo in risposta a domande che prevedevano un racconto più dettagliato; non si mai perso in tirate oratorie; né ha fornito informazioni estranee ai fatti che, in caso di dichiarazioni menzognere, sono il tentativo di condurre il proprio interlocutore altrove rispetto alla verità.

Dottoressa, com’è possibile che il Gozi sia così sicuro di aver visto Antonio Logli proprio quella notte?

La presenza di Antonio Logli in auto, in strada, in un orario inusuale e l’aver appreso il giorno seguente che la Ragusa era scomparsa, hanno permesso al Gozi di fissare quell’evento nella sua mente.

La difesa di Antonio Logli ha contestato al Gozi di non essere stato preciso per quanto riguarda gli orari di quella notte, che può dirci in merito?

In quel momento il Gozi non aveva motivo di accertarsi di quegli orari, orari che gli inquirenti hanno però potuto ricavare dai tabulati telefonici. Loris e sua moglie transitarono in via Gigli tra le 00.30 e le 00.40. La moglie di Loris, Anita, chiamò il  coniuge dal suo posto di lavoro alle 00.18 e lui la prelevò alle 00.30, la distanza tra il posto di lavoro di Anita Gozi e la casa della coppia è pari a circa tre chilometri.

Dottoressa può farci un esempio di un testimone non credibile?

Franca Bermani, una testimone del caso Poggi-Stasi, donna pia, retta, rigida, sempre sicura di sé, convinta, a causa della propria incultura e dell’assenza del dubbio, di non sbagliarsi mai, pur in buonafede, è stata il peggior testimone possibile. La Bermani, una volta entrata nella parte del testimone credibile, ha elargito dettagli ed indubitabili certezze, intralciando la ricerca della verità. La sua testimonianza è credibile per quel che attiene la  presenza di una bicicletta alle 9.10 del 13 agosto 2007 vicino al cancello di casa Poggi perché l’associazione di idee: bicicletta/risveglio precoce di Chiara le permise di fissare nella memoria il ricordo della bicicletta, non è credibile invece per quanto riguarda la descrizione della stessa. La Bermani, infatti, fornì dettagli che non aveva motivo di ricordare. 

Ma se la Bermani era in buonafede, non è lei la responsabile dei danni che può aver fatto alle indagini la sua testimonianza, non è vero?

Certamente, l’errore, relativamente alla testimonianza della Bermani, è stato fatto dal giudice Vitelli, il quale non ha scremato come avrebbe dovuto le informazioni fornite dalla testimone. Se la testimonianza della Bermani fosse stata valutata sulla base della psicologia della testimonianza, sarebbero emerse le involontarie falsità e le inesattezze di cui era intrisa. Il giudice, per non sbagliare, avrebbe dovuto attenersi ad un’unica macrodescrizione: bicicletta, e accertata dunque la presenza di una generica bicicletta, la logica avrebbe dovuto condurlo a concludere che tale bicicletta non poteva essere che la Umberto Dei Milano di Alberto Stasi per la presenza del DNA di Chiara sui pedali e che quindi Stasi si trovava sulla scena criminis molte ore prima della messinscena della scoperta.

Omicidio di Roberta Ragusa: il sermone di Antonio Logli

Antonio Logli

Il 26 ottobre 2018 Antonio Logli è stato intervistato da Gianluigi Nuzzi, di seguito l’analisi di uno stralcio dell’intervista:

Nuzzi: Lei ha paura di andare in carcere, Logli?

La domanda di Nuzzi permetterebbe ad Antonio Logli di dire: “Ho paura che si perpetui l’errore giudiziario”.

Logli: “Ma senta io sono tranquillo del fatto che sono innocente e… quindi la paura… chi è che non ha paura di andare in carcere?… e a maggior ragione io oltretutto innocente perché se avessi fatto qualcosa non m… non mi preoccuperei assolutamente di andare in carcere, perché io la penso così: chi ha fatto del male o chi ha sbagliato è giusto che paghi e le dirò di più, io… credevo che fosse giusto che ci fosse la pena di morte per chi ha fatto del male e c’è la certezza, oggi no, ho paura, non ci deve essere la pena di morte, perché quello che sta succedendo a me può capitare a chiunque, di tutte le persone che mi stanno guardando in questo momento… perché le ripeto: io sono innocente, io non ho ucciso Roberta, hanno distrutto la mia vita e quella dei miei figli, più di questo non so cosa dirle, mi scusi se mi sono un attimo…”.

La risposta del Logli è invece un lungo sermone durante il quale:

  1. si è dichiarato per tre volte “innocente” ma, come sappiamo, dirsi innocente non equivale a negare l’azione omicidiaria;
  2. dicendo “se io avessi fatto qualcosa” ha aperto alla possibilità di aver commesso l’omicidio; 
  3. ha detto “se avessi fatto qualcosa non m… non mi preoccuperei assolutamente di andare in carcere, perché io la penso così: chi ha fatto del male o chi ha sbagliato è giusto che paghi” per apparire moralmente retto; solo chi non è moralmente retto sente la necessità di descriversi come tale; si tratta del “good guy/bad guy factor” in Statement Analysis;
  4. si è messo sullo stesso piano di “chi ha fatto del male e c’è la certezza”;
  5. ha negato di aver ucciso Roberta; sono ormai passati quasi 7 anni dall’omicidio, non è inaspettato che il Logli, dopo tanto tempo, riesca a dire “io non ho ucciso Roberta”; a questo punto il giornalista avrebbe dovuto chiedergli “Perché dovrei crederti?”.
  6. quando ha detto “hanno distrutto la mia vita e quella dei miei figli” non ha precisato chi avrebbe distrutto la sua vita e quella dei suoi figli perché non ha nessuno da accusare e non solo si è dipinto come una vittima ma si è anche “nascosto tra la folla”;
  7. si è scusato per il lungo sermone nel tentativo di ingraziarsi il giornalista;
  8. si è infine auto censurato.

Nuzzi: Se le dovesse andare in carcere, Antonio, Sara l’aspetterà?

Logli: “Ma senta io… io non voglio andare in carcere perché non sono un assassino, non ho fatto niente, e sarebbe un’ingiustizia spaventosa”.

“non sono un assassino” e “non ho fatto niente” non sono negazioni credibili. Come appena detto, Antonio Logli è incapace di negare in modo credibile. Negare di essere “un assassino” non equivale a negare di aver ucciso Roberta Ragusa nella notte tra il 12 e il 13 gennaio 2012 e “io non ho ucciso Roberta” non è sostituibile con “non ho fatto niente”, che è una negazione vaga e atemporale.

Nuzzi: Logli perché non era disponibile quell’auto (la Ford Escort station wagon), perché gli investigatori non hanno potuto fare gli accertamenti?

Logli: “Ma non… intanto non è vero che la macchina non era disponibile, perché la macchina s’è guastata, perché aveva un difetto, non s’avviava e capitava spesso, è capitato anche quando ero con i miei figli, è capitato anche successivamente, in ogni caso siamo andati… “.

Inspiegabilmente Gianluigi Nuzzi interrompe Antonio Logli.

Nuzzi: Lei è un esperto di meccanica.

Logli: “Sì, ma siccome c’era un problema sulla pompa d’iniezione, prendeva aria e regolarmente, molto spesso, regolarmente la macchina non si avviava (…)”.

Il Logli dissimula ovvero non racconta il perché ci fosse “un problema sulla pompa d’iniezione” quel giorno. In realtà “la pompa d’iniezione prendeva aria” perché  il contenitore del filtro del gasolio era rotto e si era rotto proprio la notte dell’omicidio di Roberta. L’amico del Logli, che si recò con lui al cimitero di Pisa dove il Logli lasciò la Ford Escort perché non partiva, si accorse che il contenitore del filtro del gasolio era già avvolto in una pellicola trasparente del tipo da cucina. Una conferma del fatto che Antonio Logli sapeva già da prima di giungere al cimitero che il contenitore del filtro era rotto, lo aveva infatti già rivestito con la pellicola.

In seguito alla rottura del contenitore del filtro del gasolio della Ford Escort, il Logli:

  1. poco dopo le 00.40 del 14 gennaio 2012, parcheggiò la propria auto nel vialetto di casa;
  2. prese la Citroen3 di Roberta, cambiò auto per paura che la Ford Escort lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta che aveva premeditato mentre si trovava all’interno della sua Ford Escort in via Gigli;
  3. pulì la strada dalle macchie prodotte dalla perdita di gasolio per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte tra il 13 e il 14 gennaio aveva stazionato in quel luogo;
  4. pulì anche il vialetto di casa dalle macchie prodotte dalla perdita di gasolio per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte tra il 13 e il 14 gennaio era stata lì parcheggiata;
  5. la mattina del 14 gennaio lasciò l’auto al cimitero per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che proprio quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni in quanto vi erano ancora chiazze di gasolio sia sulla strada che sul vialetto e proprio in corrispondenza delle zone dove la sua auto era stata ferma quella notte.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa, poi dopo, siccome io sarei stato visto, ho cambiato macchina, cioè cosa sarebbe cambiato cambiando macchina? Se m’hai visto, m’hai visto”.

Nuzzi ha chiesto al Logli se non fosse anomalo che Roberta si allontanasse tra i campi di notte:

Logli: “(…) e’ vero che dei cani, per quello che mi hanno raccontato, sono andati in quella direzione ma è s… il giorno, se non erro, dopo arrivati altri 5 cani e hanno fatto tutta un’altra cosa, quindi non lo che cosa possa aver fatto”.

Si noti che il Logli ha riferito a Nuzzi di non essere stato presente quando i cani andarono verso i campi ma che gli fu “raccontato”.

Confrontiamo questa dichiarazione con quella rilasciata dal Logli su questo punto in una delle prime interviste a Chi l’ha visto?:

Logli: “Infatti, io credevo quando son partiti, dico: Ora entrano dentro, magari hanno sbagliato strada, perché la sera era uscita eee da lì, era entrata e uscita più d’una volta ed invece no, la porta era aperta… non sono entrati ma sono andati a dritto“.

Antonio Logli ha riferito alla giornalista di Chi l’ha visto? di essere stato presente e di aver pensato che i cani avrebbero potuto sbagliare strada, che sarebbero potuti entrare in autoscuola, ha poi aggiunto che “invece no”,  non si sbagliarono, “sono andati a dritto”, confermandoci che il percorso fatto dai cani corrisponde a quello che fece Roberta quella notte, un percorso di cui lui è a conoscenza per sua stessa ammissione. 

In un’altra occasione, sempre alla presenza della giornalista di Chi l’ha visto? il Logli, in uno scambio con il proprio padre, confermò di essere stato presente nel momento in cui Roberta scavalcò la staccionata per allontanarsi nei campi.

Valdemaro Logli: Secondo me è improbabile, a scavalca’ di notte a buio, qui dove va uno? Qui è veramenteee impossibile, no?

Antonio Logli: Ora però c’è da dire che a quell’ora… poteva co… ah già, mezzanotte, no, no, è buio, però… insomma, i lampioni sono accesi.

Come poteva sapere Antonio Logli che Roberta aveva scavalcato e si era diretta nei campi a mezzanotte se non per essere stato presente? Il Logli vide la moglie che si dirigeva verso via Gigli grazie alla luce dei lampioni e per questo motivo si recò lì in auto ad attenderla.

Durante la puntata del 26 ottobre 2018 è stato mandato in onda un drammatico scambio tra Antonio Logli e suo figlio Daniele:

Daniele Logli: Babbo, giurami che non hai mai fatto niente a mamma. 

Il povero Daniele suggerisce al padre di negare e lo invita a giurare.

Antonio Logli: “Io lo giuro sul bene più prezioso che siete voi, non ho fatto niente di male a Roberta, non l’ho mai uccisa”.

Una negazione credibile è composta da tre componenti:

  1. il pronome personale “io”;
  2. l’avverbio di negazione “non” e il verbo al passato “ho”, “non ho”;
  3. l’accusa “ucciso x”.

Se una negazione ha più o meno di tre componenti, non è una negazione credibile.

La frase “io non ho ucciso Roberta”, seguita dalla frase “io ho detto la verità”, riferita a “io non ho ucciso Roberta”, sarebbe stata una negazione credibile.

“non ho fatto niente di male a Roberta” non è una negazione credibile in quanto il Logli sostituisce la parola “ucciso” con “fatto niente di male”.

“non l’ho mai uccisa” non è una negazione credibile per la presenza dell’avverbio “mai” e del soggetto.

Giurare è un classico di chi non dice il vero, giura chi sente il bisogno di convincere i propri interlocutori, giura chi non può avvalersi del cosiddetto “muro della verità” che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente. Già dopo la condanna in appello  Antonio Logli aveva spontaneamente giurato di non aver fatto del male a Roberta e non aveva negato in modo credibile di averla uccisa: “Per la condanna ho provato e provo un dolore lancinante, quello di una persona che non ha fatto nulla e che ora vede crollarsi il mondo addosso. (…) Non le ho mai fatto male, lo posso giurare sui miei figli che sono la cosa più importante che ho al mondo”.

Nuzzi chiede ad Antonio Logli se il Gozi avesse visto proprio lui in auto la notte della scomparsa di Roberta.

Nuzzi: Logli, era lei l’uomo che si copriva il viso?

Logli: Ma… eh… senta signor Nuzzi, io quella notte non sono mai uscito di casa per cui non so come mai il signor Gozi Loris dica questo, secondo me sbaglia persona perché non… mm… c’è motivo per dire questo.

Antonio Logli è incapace di negare in modo credibile, non riesce a mentire, non riesce a dire “No”; sceglie invece una via alternativa, quella della tirata oratoria attraverso la quale spera di convincere il suo interlocutore che “l’uomo che si copriva il viso” non fosse lui.

Antonio Logli ha ammesso di essere un assassino (intervista)

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Venerdì 19 ottobre 2018 è andata in onda un’intervista rilasciata da Antonio Logli alla giornalista Francesca Carollo. Secondo la criminologa Ursula Franco, l’intervista si è rivelata un autogol. 

Le Cronache Lucane, 22 ottobre 2018

Secondo la criminologa il Logli infatti non solo non è stato capace di negare di aver ucciso sua moglie Roberta Ragusa ma si è lasciato andare ad ammissioni incriminanti:

Giornalista: Questo è il salotto di casa vostra. Qui ci sono decine di foto della vostra famiglia, sopra al camino c’è la foto del tuo matrimonio. Ma eee è una casa come se qualcuno dovesse tornare dall’oggi al domani.

 “Ma eee è una casa come se qualcuno dovesse tornare dall’oggi al domani” è un suggerimento della giornalista, un’aggiunta non solo superflua, ma capace di contaminare la risposta del Logli. Durante le numerose interviste da lui rilasciate, Antonio Logli ha dissimulato e tentato di manipolare i suoi interlocutori, suggerirgli delle conclusioni è pari a fargli un regalo. 

Antonio Logli: Ma noi speriamo che torni perché oggettivamente io non l’ho uccisa comeee… hanno detto i giudici, quindi per me… per noi tutti, è viva Roberta. Quindi speriamo che torni.

Quando una negazione ha più o meno di tre componenti non è una negazione credibile, pertanto “oggettivamente io non l’ho uccisa” non è una negazione credibile per la presenza dell’avverbio “oggettivamente”. 

Il Logli non riesce a dire “quindi per me è viva Roberta”.

Giornalista: Per te potrebbe tornare?

Si faccia caso alle parole usate dalla giornalista. 

Antonio Logli: Per me sì perché se l’assassino sono io… che non gli ho fatto niente, per me deve tornare. A meno che non sia successo qualcos’altro.

Si noti che Antonio Logli non ripete a pappagallo le parole della giornalista ma parlando liberamente afferma “se l’assassino sono io”.

“se l’assassino sono io” è un’ammissione tra le righe, si noti infatti che il Logli non dice “se l’assassino fossi io” ma “se l’assassino sono io”. 

“non gli ho fatto niente” non è una negazione credibile, il Logli sostituisce la parola “uccisa” con “fatto niente”.

Giornalista: Tu hai detto per me è viva e noi aspettiamo che torni. Sai che questa frase può attirarti un sacco di critiche?

Antonio Logli: Mah eee allora devo dire una cosa: E quelli che hanno detto di me che sono un assassino? Eh… io non sono un assassino, io non l’ho uccisa Roberta.

Ancora una volta spontaneamente, senza ripetere a pappagallo le parole della giornalista, Antonio Logli dice “sono un assassino”, ammettendo di essere un assassino.

“io non sono un assassino” non è una negazione credibile, il Logli non nega infatti di aver ucciso Roberta.

Dopo circa sette anni dall’omicidio Antonio Logli è capace di dire “io non l’ho uccisa Roberta”, il giornalista avrebbe dovuto chiedergli “Perché dovrei crederti?”.

La frase “io non ho ucciso Roberta”, seguita dalla frase “io ho detto la verità”, riferita a “io non ho ucciso Roberta”, sarebbe stata una negazione credibile. Una negazione che Antonio Logli non è mai stato capace di pronunciare perché, come lui stesso ha confermato, è l’assassino della madre dei suoi due figli.