OMICIDIO DI ROBERTA RAGUSA, MOTIVAZIONI CASSAZIONE, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: ANTONIO LOGLI COLPEVOLE, MA ERRORI NELLA RICOSTRUZIONE DEI FATTI

Dr. Ursula Franco

Le Cronache Lucane, 4 dicembre 2019

– Dottoressa Franco, ha letto le motivazioni della sentenza emessa dalla Suprema Corte di Cassazione, che ne pensa?

Certamente e sono d’accordo con le conclusioni, Antonio Logli ha ucciso sua moglie, ma non posso non notare che i fatti che condussero all’omicidio della Ragusa non sono mai stati ricostruiti a dovere, eppure la ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario e dovrebbe essere una priorità, perché solo ricostruendoli in modo impeccabile è possibile attribuire eventuali responsabilità o escludere il coinvolgimento di un indagato.

– Dottoressa Franco, che errori sono stati fatti nella ricostruzione degli eventi che condussero alla morte della Ragusa? 

Prendo spunto dalla ricostruzione fatta dai giudici dell’Appello per segnalarle alcuni errori.

Secondo i giudici: “La notte della scomparsa la donna (Roberta Ragusa) è in tenuta da notte, intenta a sbrigare incombenze ordinarie, pronta ad andare a letto, il Logli è invece in soffitta a parlare con l’amante impegnato in tre successive conversazioni telefoniche l’ultima delle quali iniziata alle ore 00:17, si interrompe in pochi secondi”.

E’ vero che il Logli la notte della scomparsa di sua moglie Roberta fece tre telefonate all’amante, Sara Calzolaio:

a) una prima telefonata di 42 minuti che iniziò alle 23.08 e terminò alle 23.50;

b) una seconda telefonata di 20 minuti che iniziò alle 23.56 e terminò alle 24.16;

c) una terza telefonata di soli 17 secondi che iniziò alle 00.17,

ma non corrisponde al vero che Antonio Logli abbia fatto tutte e tre le telefonate a Sara dalla soffitta.

Di sicuro il Logli fece la prima telefonata all’amante mentre lo stesso si trovava in soffitta, è stata la stessa Sara Calzolaio a riferire agli inquirenti di aver sentito le voci dei bambini durante quella prima telefonata e che il Logli le aveva confidato di essere in soffitta. Dopo la fine di quella telefonata però, ovvero dopo le 23.50, Antonio Logli prelevò sua figlia dal letto matrimoniale e la mise nel lettino e poi lo stesso si recò in autoscuola e da lì fece le altre due telefonate. Chiamò nuovamente Sara alle 23.56 e infine alle 00.17 per un’ultimo saluto affettuoso.

Una ricostruzione confermata dal Logli in un’intervista: “Abbiamo cenato eeee i bambini sono andati a lettooo un po’ più tardi del solito, verso le 11.00, ioooo ho fatto… mmm… delle cose che avevo da fare qui, ho messo a posto della roba in soffitta, sono andato all’autoscuola”.

Inoltre, non è vero ciò che sostengono i giudici, ovvero che Roberta, intorno alle 23.50, al termine della prima telefonata, fosse “intenta a sbrigare incombenze ordinarie, pronta ad andare a letto”; la Ragusa, quando il Logli scese dalla soffitta e prelevò sua figlia dal letto matrimoniale, si trovava nel letto al fianco della bambina, lo prova il fatto che il suo telefonino, al mattino dopo, venne ritrovato sul comodino.

Il Logli, su questo punto, in una delle prime interviste, si è tradito: “(…) e poi la sera siamo andati in casa, abbiamo mangiato e come le altre sere, no, veramente, no, come le altre sere, sono andato a letto un pochino prima io di lei”, in pratica ha riferito alla giornalista che, come le altre sere, Roberta era andata a letto prima di lui e poi si è corretto dicendo che, a differenza dal solito, era andato a letto “un pochino prima” della moglie, peraltro lasciando intendere di essere a conoscenza dell’orario e del fatto che Roberta andò a letto quella sera.

Sempre secondo i giudici: “Il Logli quindi non è a letto, come da lui falsamente dichiarato, è sveglio, ha contezza di dove sia la moglie e assiste anche alla sua fuga, avvenuta in prossimità di questo orario: da tali fatti si evince con chiarezza che la donna si è allontanata in tenuta da notte sotto l’influsso di un’enorme emozione e paura che non può che essere dipesa dalla scoperta definiva dell’identità dell’amante con la qual il marito si intratteneva. Ad avviso di questa Corte la Ragusa, resa più sospettosa e guardinga dagli eventi dei giorni precedenti aveva cercato di comprendere, forse spiando, come aveva fatto già nella precedente occasione, con chi il marito si intrattenesse, finendo viceversa con l’essere essa stessa scoperta. In altri termini la Ragusa, allarmata, in stato di allerta ma ansiosa di raggiungere la verità fino ad allora sfuggita, deve essersi posta in stato di vigilanza, spiando le mosse del marito e cercando di carpirne i dialoghi, fino ad essere essa stessa scoperta: una reciproca sorpresa in flagranza con un istantaneo e terribile faccia a faccia tra i coniugi, rivelatore della scoperta della reciproca raggiunta, consapevolezza”.

Nella ricostruzione dei giudici manca poi un passaggio cruciale, il Logli, dopo le 23.50, dopo aver messo sua figlia a letto, andò in autoscuola; Roberta, che era a letto, si alzò, si mise le scarpe da tennis che usava in palestra e che non furono mai ritrovate e una giacca e seguì di nascosto il marito. Fu proprio nei locali dell’autoscuola che Roberta sentì parlare suo marito Antonio con l’amante, ma soprattutto lo sentì chiudere l’ultima telefonata a Sara con un “Ti amo, buonanotte”, una frase che il Logli pronunciò perché credeva di essere solo, ne nacque logicamente una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio che abitava poco distante.

Sempre secondo i giudici dell’Appello: “La sorpresa e il terrore alimentati dalla recente esperienza, vissuta dalla donna come un tentativo di omicidio, non hanno consentito ad avviso di questa Corte che si sviluppasse tra i due alcuna discussione: non vi è stato alcun alterco, alcun litigio, alcun clamore, tanto è vero che neppure i figli sono stati svegliati o hanno percepito alcunché”. 

Ed invece, il Logli e sua moglie Roberta discussero per ben due volte quella notte:

a) la discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo dopo le 00.17 in autoscuola, per questo motivo i bambini non sentirono niente e come loro neanche il titolare della scuola di ballo che si trova sopra l’autoscuola perché se n’era andato poco prima. 

b) una seconda discussione impegnò i due coniugi in via Gigli, in quell’occasione un testimone, Loris Gozi, li udì. 

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare in auto (la C3 di Roberta). Probabilmente il Logli le promise che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire.

Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia. E’ Loris Gozi a confermarcelo in un’intervista: “Perché c’erano delle urla, la signora urlava, delle urla strazianti, forti. (…) Ho sentito solo urlare, ma forte, come una donna che urla fo… che urla forte”. Il Gozi sentì la voce di Roberta e non quella del Logli perché Antonio cercò di abbassare i toni, cercò di calmare sua moglie per convincerla a salire in auto in moda da condurla in una zona isolata e ucciderla, il Logli, infatti, non aveva alcun interesse a richiamare l’attenzione dei vicini proprio perché aveva deciso di uccidere la povera Roberta.

Sempre secondo i giudici: “La Ragusa, in preda al panico percependo il grave pericolo per la propria incolumità è semplicemente e istintivamente scappata, così come si trovava, senza mettere niente altro addosso, senza portare niente con sé, e proprio attraverso i campi, come indicato dalle tracce fiutale dai cani, per sottrarsi alla vista e al prevedibile inseguimento del marito di cui aveva paura. Una fuga per la strada pubblica non sarebbe stata funzionale a detto scopo, poiché sarebbe stata visibile e raggiungibile e quanto al chiamare i suoceri, si trattava di persone che la donna sentiva distanti, fredde e non tutelanti”.

E’ un errore pensare che Roberta abbia sentito il Logli parlare con l’amante mentre si trovava in casa e che, per paura del marito, fosse fuggita tra i campi. Roberta intraprese la via dei campi non perché in preda al panico o per fuggire al Logli ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito, Sara Calzolaio, e proprio perché si trovava in autoscuola, peraltro a pochi passi dalla staccionata che divide il parcheggio dell’autoscuola dai campi, non ebbe accesso alle chiavi della propria auto, che erano rimaste in casa. Ella, infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente rigide di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio. 

Il fatto che Roberta si sia allontanata a piedi è la riprova che la discussione tra lei e il marito si consumò in autoscuola e non in casa dove si trovavano le chiavi della sua C3.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati, ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa (…) e poi cambiando macchina Roberta, che è stata minacciata di morte, sta lì e m’aspetta cioè mmm è inverosimile, io credo che cosa più incredibile di questa non… non ci sia”. 

Secondo i giudici: “In concomitanza con tale sequenza temporale si colloca la formidabile deposizione del Gozi che inizialmente e consequenzialmente vede il Logli in posizione statica di attesa, circa nel luogo dal quale secondo la direzione intrapresa dalla fuggitiva, la donna avrebbe dovuto prima o poi sbucare dal campo. Questa prima scena così come descritta dai testi Loris Gozi e Anita Gombi, assume il valore di conferma e di decisivo significato indiziario: i testi descrivono una situazione insignificante e di per sé non allarmante, anzi neutra, ma probatoriamente preziosa, perché strettamente complementare e reattiva per tempistica e luogo ad eventi che si erano poco prima consumati tra altre persone, in altra sede e per ragioni a loro estranee. Il Logli ha consapevolezza di essere stato notato dal teste, che aveva un’auto vistosa a lui nota, per tale motivo rientra e cambia auto, che verrà notata dalla Latona posteggiala davanti a casa, in orario che, per quanto sopra detto trattando specificamente di tale indizio, non è affatto incompatibile con la deposizione Gozi, considerando la stretta prossimità dell’abitazione e il fatto che l’avvistamento successivo del Gozi è da collocarsi a circa venti minuti o mezz’ora dopo”.

Il Logli non cambiò auto perché fu visto all’interno della sua Ford Escort da Loris Gozi, come affermato dai giudici, non ne avrebbe infatti tratto alcun beneficio. Anzi, il fatto che il Gozi abbia potuto identificare non una ma due delle auto appartenenti alla famiglia Logli/Ragusa, in strada, quella sera, ha danneggiato Antonio Logli.

Purtroppo però inquirenti e magistrati hanno ignorato due fatti di rilievo:

a) una testimone vide il Logli pulire la strada nel punto dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort la notte della scomparsa della Ragusa e dove era stato notato dal Gozi;

b) la collaboratrice domestica di Roberta, Margherita Latona, ha sostenuto di aver visto il Logli pulire il vialetto di casa sua e proprio nel punto in cui la notte stessa della scomparsa di Roberta era parcheggiata la sua Escort.

In un’intervista, nel tentativo di sminuire il valore della dichiarazione della Latona agli inquirenti, il Logli ha detto: “Margherita Latona fece una telefonata, l’ho letto nelle carte, era affacciata allo stanzino del… dove io ho la lavatrice di casa e sotto di lei c’è uno stanzino dove tengo, diciamo, un ripostiglio, all’interno avevo una busta con della sabbia che uso per mettere nei commenti del piazzale dell’autoscuola, mentre prendo questa busta e giro per andare verso il piazzale in terra dei ragazzini avevano fatto quei disegni per fare il gioco che ci si salta dentro e mi sembravano brutti e io ho preso qualcosa e ho cominciato a grattare per vedere se lo potevo togliere, in realtà dopo poco mi so accorto che non ci facevo nulla le strisce, le righe che erano in terra son rimaste tali e quali”.

Con questa dichiarazione, il Logli ha aggiunto un tassello cruciale alla ricostruzione dei fatti della notte della scomparsa di Roberta Ragusa, ha affermato di aver usato la sabbia il giorno seguente.

Loris Gozi vide Antonio Logli, in via Gigli, fermo dentro la sua Ford Escort station wagon a fari spenti tra le 00.30 e le 00.40.

La notte del 13 gennaio 2012 la domestica vide la Ford Escort del Logli parcheggiata nel vialetto poco dopo le 00.40.

La sabbia è la chiave del caso. 

La notte dell’omicidio, Antonio Logli danneggiò il contenitore del filtro del gasolio della sua Ford Escort station wagon ed il giorno dopo pulì sia la strada che il vialetto per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte precedente aveva stazionato in quei due luoghi.

Il Logli, la notte dell’omicidio, maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina non perché lo vide il Gozi, come erroneamente affermato dai giudici nelle motivazioni della sentenza, ma per non rischiare che l’auto danneggiata, ovvero la sua Escort, lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta.

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta. 

E’ logico inferire che il Logli non avrebbe perso tempo a riempire con la sabbia i commenti del piazzale dell’autoscuola sia nel caso fosse stato preoccupato per la scomparsa di Roberta sia nel caso l’avesse uccisa, pertanto si può concludere che abbia usato la sabbia per asciugare il gasolio colato dalla sua auto sulla pavimentazione del vialetto. 

Il Logli pulì la strada ed il vialetto di casa sua per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse, posto che era la riprova che la sera della scomparsa della moglie lui si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo, pur sapendola danneggiata, usò la propria auto per raggiungere il cimitero al mattino dopo, lo fece per lasciare la Ford Escort a debita distanza da casa, per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quindi quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni per la presenza di chiazze di gasolio nei luoghi dove la sua auto era stata ferma quella notte.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati, ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa, poi dopo, siccome io sarei stato visto, ho cambiato macchina, cioè cosa sarebbe cambiato cambiando macchina? Se m’hai visto, m’hai visto”. 

Secondo i giudici: “A tale proposito vengono citate le dichiarazioni rese da un amico dell’imputato (…) propose di fare un giro in macchina transitando dai due cimiteri ove erano seppelliti i genitori della Ragusa. Saliti sulla Ford di proprietà dell’imputato e giunti al cimitero  di Pisa, si constatò tuttavia che il motore dell’auto non si avviava, nonostante l’imputato provasse a caricare il circuito di alimentazione del gasolio con l’apposita pompa del vano motore.  A quel punto veniva chiamato il padre dell’imputato che giungeva dopo circa 15/20 minuti e li riaccompagnava a casa (…) A tale proposito affermava che la problematica al  motore dell’auto, a dire dell’imputato si verificava frequentemente e che egli stesso, guardando il  vano motore, notava che il contenitore del filtro del gasolio era avvolto in una pellicola trasparente del tipo da cucina”.

E’ in questo stralcio di motivazioni la conferma del fatto che il Logli si era accorto, ben prima di giungere al cimitero, che il contenitore del filtro era rotto, lo aveva infatti già rivestito con la pellicola da cucina.

Secondo i giudici: “Il delitto non era certo stato programmato per quella data e in quella occasione, come attestano le circostanze accertate e finanche la mancanza da parte del Logli della possibilità di approntare e addurre più adeguate e logiche circostanze della scomparsa della moglie e di costruire un albi più solido a suo favore, ma tuttavia proprio dal mancato ritrovamento del corpo si deve escludere che si sia trattalo di dolo d’impeto.

In qualunque modo ne abbia cagionato la morte, il mancato rinvenimento del corpo nonostante le già illustrate massicce ricerche, e a prescindere dalla circostanza tecnica che non sia stata contestata la premeditazione, indica chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie, significativamente e a ragion veduta temuta dalla povera Ragusa, ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi. La notte dei fatti invece la situazione è precipitata, con la scoperta da parte della Ragusa, sorpresa a sua volta dal marito e la immediata resa dei conti culminata nel terrore e nella fuga della donna raggiunta e coattivamente trattenuta, e nella sua soppressione. Insomma la mancata scoperta del corpo e delle modalità esecutive dell’omicidio qualificano in modo vieppiù negativo la personalità dell’autore e la sua capacità criminosa, la freddezza nell’ideazione, la precisione nell’esecuzione, e infine l’efficacia nella soppressione del corpo”.

I cadaveri si trovano più spesso per caso che durante le ricerche, pertanto è proprio la casistica ad indurci a dubitare che il fatto che il corpo di Roberta Ragusa non sia stato ritrovato indichi “chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie (…) ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi”. 

Ed è proprio il modo in cui il Logli tentò di uccidere Roberta, ovvero facendola cadere dalle scale, che ci permette di escludere che, prima della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, lo stesso avesse pensato ad un luogo dove occultarne il corpo.

Il Logli pensò al luogo dove avrebbe potuto occultarne il corpo (lo stesso luogo dove la uccise) mentre si trovava all’interno della sua Ford Escort quella stessa notte, in precedenza aveva pensato di sopprimerla simulando un incidente. In altre parole, il Logli non era preparato al susseguirsi degli eventi della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012. 

– Secondo i giudici della Cassazione “La Corte di Assise di appello ha superato l’obiezione difensiva, richiamando un consolidato insegnamento giurisprudenziale, riferibile anche al caso di specie, secondo il quale, l’indisponibilità del corpo senza vita della Ragusa non consente di accertare con quale mezzo la stessa sia stata soppressa, ma rafforza ancor più il quadro indiziario, perché, diversamente, il cadavere sarebbe stato ritrovato nel corso delle ricerche condotte a lungo”, dottoressa Franco, che ne pensa?

Peccato che questo consolidato insegnamento giurisprudenziale non sia stato applicato nel caso Buoninconti Ceste, le ricordo infatti che non solo il corpo di Elena Ceste è stato ritrovato a poche centinaia di metri da casa ma era anche privo di lesioni riferibili ad una causa di morte violenta.

La criminologa Ursula Franco analizza la lettera inviata a Quarto Grado da Antonio Logli dopo la sentenza della Cassazione

 

Antonio Logli

Le Cronache Lucane, 9 ottobre 2019

Intorno alle 23.00 del 10 luglio 2019, la Corte suprema di Cassazione ha confermato la condanna a 20 anni per omicidio volontario e distruzione di cadavere per Antonio Logli. Il Logli ha ucciso sua moglie Roberta Ragusa nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012 a Gello di San Giuliano Terme, Pisa. Dopo la sentenza definitiva, Antonio Logli ha inviato la seguente missiva alla trasmissione Quarto Grado:

“Cari Gianluigi Nuzzi e Francesca Carollo, come state? spero di trovarvi bene. Vi ringrazio di dare voce alle mie parole. Come sapete la mia condanna è divenuta definitiva. E questa condanna, tremendamente ingiusta, ha scatenato in me, in quanto innocente, una rabbia profonda. Ma soprattutto ha condannato i miei figli a dover vivere senza il loro padre. Una giustizia che sorda è andata a senso unico e non ha voluto ascoltare ben due testimoni: Filippo Campisi e Cinzia Palagi che hanno urlato a gran voce le loro testimonianze. Il primo ha visto Roberta uscire dal cancellino di casa la sera della sua scomparsa, salire su un SUV di colore scuro con a bordo un uomo e dirigersi verso Pisa mentre l’altra l’ha vista il giorno dopo al supermercato E.Leclerc Conad di Madonna dell’Acqua. Sono stato condannato per quello che ho detto, per quello che non ho detto, per le espressioni del mio viso. Qualunque cosa abbia o non abbia fatto è servita per condannarmi. Ero stato condannato da tutti già prima dei processi anche grazie alle false notizie dei giornali e delle tv. Nessuno mi ha mai valutato per ciò che sono: un padre affettuoso che ama i propri figli, un marito che seppure innamorato già da tempo di un’altra donna vuole bene alla madre dei propri figli e la difenderebbe a costo della propria vita, da tutto e da tutti. Non auguro a nessuno ciò che ho subito insieme alla mia famiglia da quando è scomparsa Roberta: adesso sono detenuto in carcere ingiustamente e prego Dio ogni giorno intensamente perché Lui vede e provvede. Vivo questa terribile esperienza a testa alta, con la serenità di chi è innocente. E vi garantisco che lotterò con tutto me stesso fino a quando avrò vita per dimostrare la mia innocenza. Vi saluto con stima. Antonio“.

Abbiamo chiesto alla dottoressa Ursula Franco, esperta in Statement Analysis, di analizzare la lettera di Antonio Logli. Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, si occupa soprattutto di morti accidentali e incidenti scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto.

Analisi:

In Statement Analysis partiamo dal presupposto che chi parla sia innocente de facto e che parli per essere compreso. Negare in modo credibile non ha un costo eppure il Logli non è mai stato capace di dire “Io non ho ucciso Roberta, sto dicendo la verità”. In questa missiva, il Logli, per due volte, ha fatto riferimento alla sua innocenza, ma dirsi “innocente” non equivale a negare l’atto omicidiario.

Si faccia caso alla parola “anche” presente nella seguente frase “Ero stato condannato da tutti già prima dei processi anche grazie alle false notizie dei giornali e delle tv”. “anche” ci rivela che Antonio Logli è cosciente del fatto che c’è altro che ha condotto alla sua condanna, oltre alle false notizie.

Quando il Logli scrive “Nessuno mi ha mai valutato per ciò che sono: un padre affettuoso che ama i propri figli, un marito che seppure innamorato già da tempo di un’altra donna vuole bene alla madre dei propri figli e la difenderebbe a costo della propria vita, da tutto e da tutti”, egli desidera convincere i suoi interlocutori che è una brava persona, questo atteggiamento è spesso un indicatore del fatto che il soggetto che parla è incapace di prendersi le proprie responsabilità. Si tratta di un fenomeno detto “Gnostic Split”: il soggetto si dissocia creando un altro da sé che sarebbe incapace di uccidere, e proprio il fatto che senta il bisogno di fare ricorso a questo escamotage ci rivela la sua colpa.

OMICIDIO DI ROBERTA RAGUSA, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: L’INTERVISTA DEL LOGLI A QUARTO GRADO? ENNESIMO AUTOGOL

Le Cronache Lucane, 23 settembre 2019

Intorno alle 23.00 del 10 luglio 2019, la Corte suprema di Cassazione ha confermato la condanna a 20 anni per omicidio volontario e distruzione di cadavere per Antonio Logli. Il Logli ha ucciso sua moglie Roberta Ragusa nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012 a Gello di San Giuliano Terme, Pisa. Prima della sentenza definitiva, Antonio Logli ha rilasciato un’intervista alla trasmissione Quarto Grado. Abbiamo chiesto alla criminologa Ursula Franco, esperta in Statement Analysis, di analizzare quell’intervista per noi. Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto.

– Dottoressa Franco, quali sono gli stralci che lei ritiene significativi e cosa emerge dall’intervista?

Non emerge nulla di nuovo, il Logli, ancora una volta e a distanza di tanti anni, non è riuscito a negare in modo credibile di aver ucciso sua moglie Roberta, ha mostrato di essere un bugiardo abituale ed un manipolatore. 

Si faccia caso a questi stralci: “la forza di chi non ha mai fatto niente” e “Per me non è morta, no, io finché non ho la certezza che sia morta, per me è viva, nessuno… potranno superare qualunque ostacolo dicendo, i giudici, che per loro è morta, per me no, perché, ti ripeto, loro hanno detto che sono stato io, io non ho fatto niente… quindi per me è viva”. Non solo “la forza di chi non ha mai fatto niente” e “io non ho fatto niente” non sono negazioni credibili perché aspecifiche e atemporali, ma “sono stato io” è un’ammissione tra le righe. “Io non ho ucciso Roberta, sto dicendo la verità” sarebbe stata una negazione credibile e l’unica che dobbiamo aspettarci da un innocente de facto.

Nel seguente stralcio: “L’unica bugia che ho detto è stata quella di non andare a dire che avevo Sara, perché poi per il resto ho detto, te lo giuro sui miei figli, ho sempre detto tutto minuziosamente, minuto per minuto, tutto quello che ho fatto e che mi hanno chiesto”. Si focalizzi su “L’unica bugia che ho detto” e su “te lo giuro sui miei figli”, il Logli non ci sta dicendo di aver detto la verità, ci dice invece di non aver detto bugie, ovvero di aver dissimulato e poi, giurando sui propri figli, mostra un bisogno di convincere che gli innocenti de facto non hanno, peraltro il giurare è caratteristico dei bugiardi abituali.

Un altro stralcio particolarmente interessante è questo: “Poi c’è stata una volta che, mi ricordo, trovai la bimba con un gunboy, no? Io ero contrario ai bambini che giocassero con questi giochi, trovai questo gunboy e dissi: “Alessia dove l’hai preso?”, “Guarda babbo, non è colpa mia, mamma me l’ha comprato, ma m’ha detto: Babbo non deve sapere niente. Eh, mamma fa sempre le cose di nascosto a te”. Secondo me non è corretto, anche nei confronti dei figli, far vedere che te fai le cose di nascosto, lei ha sempre fatto così, ha sempre fatto tutto di nascosto”.

Il fatto che il Logli dica: “mi ricordo” è indice del fatto che nelle dichiarazioni precedenti non ha pescato nell’esperienza, che ha mentito. Quando il Logli dice: “Secondo me non è corretto, anche nei confronti dei figli, far vedere che te fai le cose di nascosto”, lo fa per convincere di essere virtuoso, se lo fosse non avrebbe bisogno di persuadere nessuno. Quando invece mette in bocca alla figlia queste parole: “Eh, mamma fa sempre le cose di nascosto a te” e dichiara: “lei ha sempre fatto così, ha sempre fatto tutto di nascosto”, lo fa per lasciar intendere che Roberta possa essersi allontanata volontariamente pianificando di nascosto, peraltro queste dichiarazioni rivelano il suo intento di biasimare la vittima, un classico di chi ha commesso un certo reato. E’ un modo per ripulirsi la coscienza, per darsi giustificazioni morali.

Infine, quando, riferendosi alla ricostruzione presente nelle motivazioni delle sentenze, dice: “Quello che dicono non è la verità, è incredibile, è inverosimile”, il Logli dice il vero. Antonio Logli ha ucciso sua moglie Roberta, ma i fatti non sono mai stati ricostruiti come si deve.

– Dottoressa, ricostruisca per noi le circostanze che condussero all’omicidio di Roberta Ragusa.

La notte della scomparsa di Roberta Ragusa, Antonio Logli fece una prima telefonata alla propria amante Sara Calzolaio dalla soffitta, telefonata che durò 42 minuti e che terminò alle 23.50, poi trasferì la figlia, che si era addormentata nel letto matrimoniale con la madre Roberta, nel suo lettino, andò in autoscuola e da lì chiamò Sara altre due volte. Il Logli chiamò l’amante dall’autoscuola alle 23.56 e infine, alle 00.17 per un’ultima brevissima telefonata di pochi secondi il cui contenuto è stato riferito dalla ragazza agli inquirenti: “Ti amo, buonanotte”. Quando il Logli salutò l’amante non era solo, Roberta lo aveva seguito in autoscuola a sua insaputa e lo sentì parlare con l’amante, ne nacque una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio, che abitava poco distante. Roberta intraprese la via dei campi, non perché in preda al panico o per fuggire al Logli, ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito e proprio perché si trovava in autoscuola non ebbe accesso alle chiavi della propria auto, che erano rimaste in casa. Ella infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente basse di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio.

La discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo in autoscuola dopo le 00.17, per questo motivo i bambini non sentirono niente, per questo motivo anche il titolare della scuola di ballo che se n’era andato verso la mezzanotte non fu in grado di riferire nulla. Tra l’altro questa ricostruzione spiega anche il perché il Logli, credendo di essere da solo in autoscuola, disse liberamente a Sara: “Ti amo, buonanotte”.

In seguito alla fuga di Roberta tra i campi, Antonio Logli salì sulla propria auto, una Ford Escort station wagon, e si diresse in via Gigli, dove parcheggiò il veicolo al margine della strada e mentre era fermo sul ciglio della strada a fari spenti, tra le 00.30 e le 00.40, lo vide il super testimone Loris Gozi.

Poco dopo, Antonio Logli, tornò a casa, parcheggiò la sua auto nel vialetto, dove non era solito lasciarla e cambiò macchina, prese la Citroen C3 di Roberta e tornò in via Gigli, dove una seconda discussione impegnò i due coniugi, in quell’occasione il solito testimone, Loris Gozi, li udì.

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare nella C3. Con tutta probabilità il Logli le promise che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire. Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia. Infine, Antonio Logli condusse Roberta in una zona isolata, dove, dopo averla uccisa, ne occultò il corpo.

Antonio Logli maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina, non perché si fosse reso conto di essere stato visto da Loris Gozi, ma perché temette che la sua auto danneggiata lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta.

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta.

Il giorno dopo, il Logli, usando della sabbia, pulì sia la strada dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort e dove era stato notato dal Loris Gozi che il vialetto all’interno della sua proprietà nel punto in cui quella notte aveva parcheggiato la Escort. Il Logli pulì sia la strada che il vialetto per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse, una riprova del fatto che la sera della scomparsa della moglie lui si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo il giorno seguente il Logli uscì con la Ford Escort alla ricerca di Roberta e lasciò l’auto al cimitero, lo fece per lasciare l’auto danneggiata a debita distanza da casa per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni per la presenza di chiazze di gasolio nei luoghi dove la sua auto era stata ferma quella notte.

OMICIDIO DI ROBERTA RAGUSA, CASSAZIONE: ANTONIO LOGLI DEVE SCONTARE 20 ANNI DI CARCERE (intervista)

Antonio logli ha ucciso sua moglie Roberta Ragusa nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, a questa conclusione sono giunti anche i giudici della Suprema Corte di Cassazione. Antonio Logli si consegnerà ai carabinieri in un luogo concordato e, con tutta probabilità, verrà condotto nel carcere di Massa. Abbiamo chiesto alla criminologa Ursula Franco di ricostruire per noi l’omicidio di Roberta Ragusa.

Le Cronache Lucane, 10 luglio 2019

Dottoressa Franco, cosa successe la notte della scomparsa della Ragusa?

La notte della scomparsa di Roberta Ragusa, Antonio Logli fece una prima telefonata alla propria amante Sara Calzolaio dalla soffitta, telefonata che durò 42 minuti e che terminò alle 23.50, poi trasferì la figlia, che si era addormentata nel letto matrimoniale con la madre Roberta, nel suo lettino, andò in autoscuola e da lì chiamò Sara altre due volte. Il Logli chiamò l’amante dall’autoscuola alle 23.56 e infine, alle 00.17 per un’ultima brevissima telefonata di pochi secondi il cui contenuto è stato riferito dalla ragazza agli inquirenti: “Ti amo, buonanotte”. Quando il Logli salutò l’amante non era solo, Roberta lo aveva seguito in autoscuola a sua insaputa e lo sentì parlare con l’amante, ne nacque una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio, che abitava poco distante. Roberta intraprese la via dei campi, non perché in preda al panico o per fuggire al Logli, ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito e proprio perché si trovava in autoscuola non ebbe accesso alle chiavi della propria auto, che erano rimaste in casa. Ella infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente basse di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio.

Pertanto, la discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo in autoscuola dopo le 00.17, per questo motivo i bambini non sentirono niente, per questo motivo anche il titolare della scuola di ballo che se n’era andato verso la mezzanotte non fu in grado di riferire nulla. Tra l’altro questa ricostruzione spiega anche il perché il Logli, credendo di essere da solo in autoscuola, disse liberamente a Sara: “Ti amo, buonanotte”.

In seguito alla fuga di Roberta tra i campi, Antonio Logli salì sulla propria auto, una Ford Escort station wagon, e si diresse in via Gigli, dove parcheggiò il veicolo al margine della strada e mentre era fermo sul ciglio della strada a fari spenti, tra le 00.30 e le 00.40, lo vide il super testimone Loris Gozi.

Poco dopo Antonio Logli, tornò a casa, parcheggiò la sua auto nel vialetto, dove non era solito lasciarla e cambiò macchina, prese la Citroen C3 di Roberta e tornò in via Gigli, dove una seconda discussione impegnò i due coniugi, in quell’occasione il solito testimone, Loris Gozi, li udì.

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare nella C3. Con tutta probabilità il Logli le promise che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire. Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia. Infine, Antonio Logli condusse Roberta in una zona isolata, dove, dopo averla uccisa, ne occultò il corpo.

Dottoressa Franco, perché il Logli cambiò auto quella notte?

La notte dell’omicidio, Antonio Logli danneggiò il contenitore del filtro del gasolio della sua Ford Escort station wagon.

Antonio Logli maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina, non perché si fosse reso conto di essere stato visto da Loris Gozi, ma perché temette che la sua auto danneggiata lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta.

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta.

Il giorno dopo, il Logli, usando della sabbia, pulì sia la strada dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort e dove era stato notato dal Loris Gozi che il vialetto all’interno della sua proprietà nel punto in cui quella notte aveva parcheggiato la Escort. Il Logli pulì sia la strada che il vialetto per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse, una riprova del fatto che la sera della scomparsa della moglie lui si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo il giorno seguente il Logli uscì con la Ford Escort alla ricerca di Roberta e lasciò l’auto al cimitero, lo fece per lasciare l’auto danneggiata a debita distanza da casa per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni per la presenza di chiazze di gasolio nei luoghi dove la sua auto era stata ferma quella notte.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: LE TESTIMONIANZE TARDIVE SONO CAUSA DI ERRORI GIUDIZIARI

Le Cronache Lucane, 27 maggio 2019

– Dottoressa Franco, quanto è complesso l’esame di un testimonianza?

E’ un campo minato quello della psicologia della testimonianza, sono molti infatti i fattori capaci di viziare una testimonianza, tra questi: la personalità psichica del testimonio, i condizionamenti da parte dei media, l’ansia di protagonismo, un desiderio di vendetta o di dipingersi come eroi, il tempo trascorso e, infine, il modo in cui un esaminatore si rivolge ad un teste (contaminazione).

– Dottoressa, un teste è capace di rievocare i fatti con precisione?

No, questo perché ogni processo testimoniale è costituito da una prima fase di acquisizione delle informazioni, dalla ritenzione delle stesse e dalla rievocazione e, in specie, se tra la prima fase (acquisizione delle informazioni) e quella del recupero passa un lungo periodo di tempo il ricordo subisce una distorsione che allontana inevitabilmente il contenuto testimoniale dalla realtà dei fatti. Se poi, durante la fase di ritenzione, un teste assiste ad un processo mediatico, la distorsione del ricordo viene amplificata. 

– Dottoressa, perché alcuni testimoni dissimulano o falsificano?

Alcuni lo fanno per coprire proprie o altrui responsabilità, altri, invece, dissimulano o falsificano senza provare senso di colpa perché si illudono di essere paladini di una “nobile causa”, e così, nella convinzione  di essere d’aiuto alle indagini, tendono a colmare le proprie lacune, a riordinare i ricordi, a compiacere l’intervistatore. Questo fenomeno si chiama “Noble Cause Corruption”, colpisce anche i consulenti delle procure, ed è ben noto a chi si occupa di errori giudiziari. Sia chiaro che non esistono giustificazioni né alla falsificazione né alla dissimulazione e che solo dicendo il vero si favorisce l’accertamento della verità e di eventuali responsabilità.

– Dottoressa Franco, ci faccia l’esempio di un testimone credibile?

Loris Gozi, nonostante il tempo trascorso, è stato testimone esemplare. E’ l’analisi linguistica della sua testimonianza a confermarcelo. Il Gozi, sentito dagli inquirenti sui fatti relativi alla scomparsa di Roberta Ragusa, ha sempre riferito lucidamente i fatti osservati senza ricamarci sopra; non ha mai cercato di stupire i suoi interlocutori infiocchettando la propria testimonianza con dettagli aggiuntivi. Loris Gozi ha sempre risposto alle domande prendendo possesso delle risposte e lo ha fatto secondo la formula che caratterizza una risposta credibile: prima persona singolare, verbo al passato, nessuno avverbio o aggettivo qualificativo; si è dilungato solo in risposta a domande che prevedevano un racconto più dettagliato; non si mai perso in tirate oratorie; né ha fornito informazioni estranee ai fatti.

– Dottoressa, per chiudere, dov’è il problema?

Il problema non sono i testimoni che dissimulano o falsificano, non è difficile smascherarli con la Statement Analysis, il problema sono quelle procure che si servono di testimonianze prive di valore per supportare le proprie errate ricostruzioni dei fatti. 

Omicidio Roberta Ragusa, criminologa Franco: Loris Gozi è un testimone esemplare (intervista)

Loris Gozi

Secondo la criminologa Ursula Franco, che ha studiato il caso Ragusa, Loris Gozi è un uomo intelligente, obiettivo, aderente alla realtà, credibile, è un testimone esemplare.

Le Cronache Lucane, 3 novembre 2018

Dottoressa Franco, Loris Gozi è un testimone credibile?

Loris Gozi, sentito dagli inquirenti sugli episodi di cui è stato suo malgrado testimone, si è attenuto a ciò che ha visto e sentito; ha riferito lucidamente i fatti osservati senza ricamarci sopra; non ha mai inteso compiacere nessuno, né gli inquirenti, né i giornalisti. Gozi, nonostante l’improvvisa ed involontaria fama, non ha mai cercato di stupire infiocchettando la sua testimonianza con dettagli aggiuntivi; non si è lasciato prendere dalla notorietà; se imboccato o provocato, non ha confermato eventuali dettagli suggeriti dai giornalisti ma ha ripetuto sempre e solo la descrizione dei fatti di cui è stato testimone. Loris Gozi è un uomo intelligente, obiettivo, aderente alla realtà, credibile, è un testimone esemplare.

Dottoressa, da un punto di vista linguistico, cosa può dirci della testimonianza del Gozi?

Loris Gozi ha sempre risposto alle domande prendendo possesso delle risposte e lo ha fatto secondo la formula che caratterizza una risposta credibile: prima persona singolare, verbo al passato, nessuno avverbio o aggettivo qualificativo. ll Gozi ha risposto alla maggior parte delle domande con un numero di parole che rientra nella media delle 10-15 parole, caratteristica delle risposte veritiere; si è dilungato solo in risposta a domande che prevedevano un racconto più dettagliato; non si mai perso in tirate oratorie; né ha fornito informazioni estranee ai fatti che, in caso di dichiarazioni menzognere, sono il tentativo di condurre il proprio interlocutore altrove rispetto alla verità.

Dottoressa, com’è possibile che il Gozi sia così sicuro di aver visto Antonio Logli proprio quella notte?

La presenza di Antonio Logli in auto, in strada, in un orario inusuale e l’aver appreso il giorno seguente che la Ragusa era scomparsa, hanno permesso al Gozi di fissare quell’evento nella sua mente.

La difesa di Antonio Logli ha contestato al Gozi di non essere stato preciso per quanto riguarda gli orari di quella notte, che può dirci in merito?

In quel momento il Gozi non aveva motivo di accertarsi di quegli orari, orari che gli inquirenti hanno però potuto ricavare dai tabulati telefonici. Loris e sua moglie transitarono in via Gigli tra le 00.30 e le 00.40. La moglie di Loris, Anita, chiamò il  coniuge dal suo posto di lavoro alle 00.18 e lui la prelevò alle 00.30, la distanza tra il posto di lavoro di Anita Gozi e la casa della coppia è pari a circa tre chilometri.

Dottoressa può farci un esempio di un testimone non credibile?

Franca Bermani, una testimone del caso Poggi-Stasi, donna pia, retta, rigida, sempre sicura di sé, convinta, a causa della propria incultura e dell’assenza del dubbio, di non sbagliarsi mai, pur in buonafede, è stata il peggior testimone possibile. La Bermani, una volta entrata nella parte del testimone credibile, ha elargito dettagli ed indubitabili certezze, intralciando la ricerca della verità. La sua testimonianza è credibile per quel che attiene la  presenza di una bicicletta alle 9.10 del 13 agosto 2007 vicino al cancello di casa Poggi perché l’associazione di idee: bicicletta/risveglio precoce di Chiara le permise di fissare nella memoria il ricordo della bicicletta, non è credibile invece per quanto riguarda la descrizione della stessa. La Bermani, infatti, fornì dettagli che non aveva motivo di ricordare. 

Ma se la Bermani era in buonafede, non è lei la responsabile dei danni che può aver fatto alle indagini la sua testimonianza, non è vero?

Certamente, l’errore, relativamente alla testimonianza della Bermani, è stato fatto dal giudice Vitelli, il quale non ha scremato come avrebbe dovuto le informazioni fornite dalla testimone. Se la testimonianza della Bermani fosse stata valutata sulla base della psicologia della testimonianza, sarebbero emerse le involontarie falsità e le inesattezze di cui era intrisa. Il giudice, per non sbagliare, avrebbe dovuto attenersi ad un’unica macrodescrizione: bicicletta, e accertata dunque la presenza di una generica bicicletta, la logica avrebbe dovuto condurlo a concludere che tale bicicletta non poteva essere che la Umberto Dei Milano di Alberto Stasi per la presenza del DNA di Chiara sui pedali e che quindi Stasi si trovava sulla scena criminis molte ore prima della messinscena della scoperta.

Omicidio di Roberta Ragusa: il sermone di Antonio Logli

Antonio Logli

Il 26 ottobre 2018 Antonio Logli è stato intervistato da Gianluigi Nuzzi, di seguito l’analisi di uno stralcio dell’intervista:

Nuzzi: Lei ha paura di andare in carcere, Logli?

La domanda di Nuzzi permetterebbe ad Antonio Logli di dire: “Ho paura che si perpetui l’errore giudiziario”.

Logli: “Ma senta io sono tranquillo del fatto che sono innocente e… quindi la paura… chi è che non ha paura di andare in carcere?… e a maggior ragione io oltretutto innocente perché se avessi fatto qualcosa non m… non mi preoccuperei assolutamente di andare in carcere, perché io la penso così: chi ha fatto del male o chi ha sbagliato è giusto che paghi e le dirò di più, io… credevo che fosse giusto che ci fosse la pena di morte per chi ha fatto del male e c’è la certezza, oggi no, ho paura, non ci deve essere la pena di morte, perché quello che sta succedendo a me può capitare a chiunque, di tutte le persone che mi stanno guardando in questo momento… perché le ripeto: io sono innocente, io non ho ucciso Roberta, hanno distrutto la mia vita e quella dei miei figli, più di questo non so cosa dirle, mi scusi se mi sono un attimo…”.

La risposta del Logli è invece un lungo sermone durante il quale:

  1. si è dichiarato per tre volte “innocente” ma, come sappiamo, dirsi innocente non equivale a negare l’azione omicidiaria;
  2. dicendo “se io avessi fatto qualcosa” ha aperto alla possibilità di aver commesso l’omicidio; 
  3. ha detto “se avessi fatto qualcosa non m… non mi preoccuperei assolutamente di andare in carcere, perché io la penso così: chi ha fatto del male o chi ha sbagliato è giusto che paghi” per apparire moralmente retto; solo chi non è moralmente retto sente la necessità di descriversi come tale; si tratta del “good guy/bad guy factor” in Statement Analysis;
  4. si è messo sullo stesso piano di “chi ha fatto del male e c’è la certezza”;
  5. ha negato di aver ucciso Roberta; sono ormai passati quasi 7 anni dall’omicidio, non è inaspettato che il Logli, dopo tanto tempo, riesca a dire “io non ho ucciso Roberta”; a questo punto il giornalista avrebbe dovuto chiedergli “Perché dovrei crederti?”.
  6. quando ha detto “hanno distrutto la mia vita e quella dei miei figli” non ha precisato chi avrebbe distrutto la sua vita e quella dei suoi figli perché non ha nessuno da accusare e non solo si è dipinto come una vittima ma si è anche “nascosto tra la folla”;
  7. si è scusato per il lungo sermone nel tentativo di ingraziarsi il giornalista;
  8. si è infine auto censurato.

Nuzzi: Se le dovesse andare in carcere, Antonio, Sara l’aspetterà?

Logli: “Ma senta io… io non voglio andare in carcere perché non sono un assassino, non ho fatto niente, e sarebbe un’ingiustizia spaventosa”.

“non sono un assassino” e “non ho fatto niente” non sono negazioni credibili. Come appena detto, Antonio Logli è incapace di negare in modo credibile. Negare di essere “un assassino” non equivale a negare di aver ucciso Roberta Ragusa nella notte tra il 12 e il 13 gennaio 2012 e “io non ho ucciso Roberta” non è sostituibile con “non ho fatto niente”, che è una negazione vaga e atemporale.

Nuzzi: Logli perché non era disponibile quell’auto (la Ford Escort station wagon), perché gli investigatori non hanno potuto fare gli accertamenti?

Logli: “Ma non… intanto non è vero che la macchina non era disponibile, perché la macchina s’è guastata, perché aveva un difetto, non s’avviava e capitava spesso, è capitato anche quando ero con i miei figli, è capitato anche successivamente, in ogni caso siamo andati… “.

Inspiegabilmente Gianluigi Nuzzi interrompe Antonio Logli.

Nuzzi: Lei è un esperto di meccanica.

Logli: “Sì, ma siccome c’era un problema sulla pompa d’iniezione, prendeva aria e regolarmente, molto spesso, regolarmente la macchina non si avviava (…)”.

Il Logli dissimula ovvero non racconta il perché ci fosse “un problema sulla pompa d’iniezione” quel giorno. In realtà “la pompa d’iniezione prendeva aria” perché  il contenitore del filtro del gasolio era rotto e si era rotto proprio la notte dell’omicidio di Roberta. L’amico del Logli, che si recò con lui al cimitero di Pisa dove il Logli lasciò la Ford Escort perché non partiva, si accorse che il contenitore del filtro del gasolio era già avvolto in una pellicola trasparente del tipo da cucina. Una conferma del fatto che Antonio Logli sapeva già da prima di giungere al cimitero che il contenitore del filtro era rotto, lo aveva infatti già rivestito con la pellicola.

In seguito alla rottura del contenitore del filtro del gasolio della Ford Escort, il Logli:

  1. poco dopo le 00.40 del 14 gennaio 2012, parcheggiò la propria auto nel vialetto di casa;
  2. prese la Citroen3 di Roberta, cambiò auto per paura che la Ford Escort lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta che aveva premeditato mentre si trovava all’interno della sua Ford Escort in via Gigli;
  3. pulì la strada dalle macchie prodotte dalla perdita di gasolio per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte tra il 13 e il 14 gennaio aveva stazionato in quel luogo;
  4. pulì anche il vialetto di casa dalle macchie prodotte dalla perdita di gasolio per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte tra il 13 e il 14 gennaio era stata lì parcheggiata;
  5. la mattina del 14 gennaio lasciò l’auto al cimitero per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che proprio quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni in quanto vi erano ancora chiazze di gasolio sia sulla strada che sul vialetto e proprio in corrispondenza delle zone dove la sua auto era stata ferma quella notte.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa, poi dopo, siccome io sarei stato visto, ho cambiato macchina, cioè cosa sarebbe cambiato cambiando macchina? Se m’hai visto, m’hai visto”.

Nuzzi ha chiesto al Logli se non fosse anomalo che Roberta si allontanasse tra i campi di notte:

Logli: “(…) e’ vero che dei cani, per quello che mi hanno raccontato, sono andati in quella direzione ma è s… il giorno, se non erro, dopo arrivati altri 5 cani e hanno fatto tutta un’altra cosa, quindi non lo che cosa possa aver fatto”.

Si noti che il Logli ha riferito a Nuzzi di non essere stato presente quando i cani andarono verso i campi ma che gli fu “raccontato”.

Confrontiamo questa dichiarazione con quella rilasciata dal Logli su questo punto in una delle prime interviste a Chi l’ha visto?:

Logli: “Infatti, io credevo quando son partiti, dico: Ora entrano dentro, magari hanno sbagliato strada, perché la sera era uscita eee da lì, era entrata e uscita più d’una volta ed invece no, la porta era aperta… non sono entrati ma sono andati a dritto“.

Antonio Logli ha riferito alla giornalista di Chi l’ha visto? di essere stato presente e di aver pensato che i cani avrebbero potuto sbagliare strada, che sarebbero potuti entrare in autoscuola, ha poi aggiunto che “invece no”,  non si sbagliarono, “sono andati a dritto”, confermandoci che il percorso fatto dai cani corrisponde a quello che fece Roberta quella notte, un percorso di cui lui è a conoscenza per sua stessa ammissione. 

In un’altra occasione, sempre alla presenza della giornalista di Chi l’ha visto? il Logli, in uno scambio con il proprio padre, confermò di essere stato presente nel momento in cui Roberta scavalcò la staccionata per allontanarsi nei campi.

Valdemaro Logli: Secondo me è improbabile, a scavalca’ di notte a buio, qui dove va uno? Qui è veramenteee impossibile, no?

Antonio Logli: Ora però c’è da dire che a quell’ora… poteva co… ah già, mezzanotte, no, no, è buio, però… insomma, i lampioni sono accesi.

Come poteva sapere Antonio Logli che Roberta aveva scavalcato e si era diretta nei campi a mezzanotte se non per essere stato presente? Il Logli vide la moglie che si dirigeva verso via Gigli grazie alla luce dei lampioni e per questo motivo si recò lì in auto ad attenderla.

Durante la puntata del 26 ottobre 2018 è stato mandato in onda un drammatico scambio tra Antonio Logli e suo figlio Daniele:

Daniele Logli: Babbo, giurami che non hai mai fatto niente a mamma. 

Il povero Daniele suggerisce al padre di negare e lo invita a giurare.

Antonio Logli: “Io lo giuro sul bene più prezioso che siete voi, non ho fatto niente di male a Roberta, non l’ho mai uccisa”.

Una negazione credibile è composta da tre componenti:

  1. il pronome personale “io”;
  2. l’avverbio di negazione “non” e il verbo al passato “ho”, “non ho”;
  3. l’accusa “ucciso x”.

Se una negazione ha più o meno di tre componenti, non è una negazione credibile.

La frase “io non ho ucciso Roberta”, seguita dalla frase “io ho detto la verità”, riferita a “io non ho ucciso Roberta”, sarebbe stata una negazione credibile.

“non ho fatto niente di male a Roberta” non è una negazione credibile in quanto il Logli sostituisce la parola “ucciso” con “fatto niente di male”.

“non l’ho mai uccisa” non è una negazione credibile per la presenza dell’avverbio “mai” e del soggetto.

Giurare è un classico di chi non dice il vero, giura chi sente il bisogno di convincere i propri interlocutori, giura chi non può avvalersi del cosiddetto “muro della verità” che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente. Già dopo la condanna in appello  Antonio Logli aveva spontaneamente giurato di non aver fatto del male a Roberta e non aveva negato in modo credibile di averla uccisa: “Per la condanna ho provato e provo un dolore lancinante, quello di una persona che non ha fatto nulla e che ora vede crollarsi il mondo addosso. (…) Non le ho mai fatto male, lo posso giurare sui miei figli che sono la cosa più importante che ho al mondo”.

Nuzzi chiede ad Antonio Logli se il Gozi avesse visto proprio lui in auto la notte della scomparsa di Roberta.

Nuzzi: Logli, era lei l’uomo che si copriva il viso?

Logli: Ma… eh… senta signor Nuzzi, io quella notte non sono mai uscito di casa per cui non so come mai il signor Gozi Loris dica questo, secondo me sbaglia persona perché non… mm… c’è motivo per dire questo.

Antonio Logli è incapace di negare in modo credibile, non riesce a mentire, non riesce a dire “No”; sceglie invece una via alternativa, quella della tirata oratoria attraverso la quale spera di convincere il suo interlocutore che “l’uomo che si copriva il viso” non fosse lui.