PER LA PROCURA DI PALERMO MARIO BIONDO SI E’ SUICIDATO, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: CONCLUSIONI SCONTATE

Raquel Sánchez Silva e Mario Biondo

Mario Biondo si è suicidato nella sua abitazione di Madrid nel maggio 2013, a questa conclusione sono giunti gli inquirenti spagnoli, alla stessa conclusione è giunto il Prof. Paolo Procaccianti che ha eseguito la seconda autopsia disposta dalla Procura di Palermo. A seguito della riesumazione del corpo Il Prof. Procaccianti non aveva riscontrato sul cadavere di Biondo segni compatibili con uno strangolamento o con una aggressione che possano aver preceduto un eventuale impiccamento ad opera di terzi. Alle stesse conclusioni sono giunti gli esperti del Policlinico di Palermo chiamati a svolgere una terza autopsia.

Le Cronache Lucane, 23 ottobre 2019

La criminologa Ursula Franco ha da sempre sostenuto, anche sulla nostra testata, che Mario Biondo si era suicidato. La Franco, più di due anni fa, aveva dichiarato: 

“Mario Biondo si è impiccato con una pashmina alla libreria della sua abitazione, come mostrano le foto scattate dagli investigatori spagnoli, nelle foto visibili online, non solo non si notano manomissioni del contenuto degli scaffali ipotizzabili nel caso Mario Biondo fosse stato impiccato post mortem o dopo essere stato stordito, ma si vede il cadavere appeso alla libreria, prova che la stessa ha retto il suo peso, e si notano le gambe distese del povero Biondo, come lo erano nelle foto scattate durante il trasporto del cadavere con una sedia lettiga.

In altre foto, sul collo di Biondo è ben visibile il solco obliquo classico dell’impiccamento, un reperto incompatibile con la fantasiosa ricostruzione che ipotizza che Mario Biondo sia stato prima strangolato e poi impiccato, com’è noto infatti, il reperto tipico dello strangolamento è un solco solitamente orizzontale di profondità uniforme senza discontinuità, discontinuità che invece caratterizza il solco dell’impiccamento e che è presente in questo caso. Se Mario Biondo fosse stato prima strangolato e poi impiccato, solo su un eventuale solco riferibile allo strangolamento sarebbero stati repertati segni di vitalità, quali emorragie ed ecchimosi e non sul solco prodotto dall’impiccamento e nei tessuti profondi del collo in corrispondenza dello stesso, perché l’impiccamento sarebbe intervenuto post mortem.

In merito al solco da impiccamento prodotto da una pashmina (o da una sciarpa di seta), lo stesso non sarà mai largo come la sciarpa stessa perché il peso del corpo non si distribuirà mai uniformemente su tutto lo spessore della pashmina, questo perché, alla trazione, la pashmina si tende in modo irregolare, ovvero con strisce di tessuto più o meno estroflesse ed è sulla striscia più estroflessa di tutte che il corpo grava lasciando sul collo un segno di dimensioni inferiori rispetto alla larghezza della sciarpa.

Raquel Sanchez Silva, moglie di Mario Biondo all’epoca dei fatti e noto personaggio televisivo, ha da subito collaborato con gli inquirenti e ha semplicemente cercato di evitare che, attraverso la diffusione dei files presenti sul computer del marito, fosse data in pasto ai media la sua vita privata”.

MORTE DI MARIO BIONDO, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: UN SUICIDIO (intervista)

Raquel Sánchez Silva e Mario Biondo

Mario Biondo, è stato ritrovato impiccato nella sua abitazione di Madrid nel maggio 2013. Gli inquirenti spagnoli hanno archiviato il caso come suicidio. Alla stessa conclusione è giunto il professor Paolo Procaccianti, un medico legale di fama nazionale, che ha eseguito una seconda autopsia su incarico della Procura di Palermo a seguito della riesumazione del corpo.

Le Cronache Lucane, 17 maggio 2019 

Da anni, in Italia, programmi televisivi e testate giornalistiche cercano di accreditare l’ipotesi omicidiaria, ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco, che da sempre sostiene che Mario si è suicidato.

Dottoressa Franco, c’è spazio per le dietrologie?

No. L’esame medico legale è dirimente. Il professor Procaccianti non ha riscontrato sul cadavere di Biondo segni compatibili con uno strangolamento o con una aggressione che possano aver preceduto un eventuale impiccamento ad opera di terzi.

Dottoressa, com’è andata?

Il Biondo si è impiccato con una pashmina alla libreria della sua abitazione, nelle foto pubblicate online, non solo non si notano manomissioni del contenuto degli scaffali, ipotizzabili nel caso Mario Biondo fosse stato impiccato post mortem o dopo essere stato stordito, ma si vede il cadavere appeso alla libreria, prova che la stessa ha retto il suo peso, e si notano le gambe distese del povero Biondo, come lo erano nelle foto scattate durante il trasporto del cadavere con una sedia lettiga. In alcune foto, sul collo di Biondo è ben visibile il solco obliquo classico dell’impiccamento, un reperto incompatibile con la fantasiosa ricostruzione che ipotizza che Mario Biondo sia stato prima strangolato e poi impiccato, com’è noto, il reperto tipico dello strangolamento è un solco solitamente orizzontale di profondità uniforme senza discontinuità, discontinuità che invece caratterizza il solco dell’impiccamento e che è presente in questo caso. Se Mario Biondo fosse stato prima strangolato e poi impiccato, solo su un eventuale solco riferibile allo strangolamento sarebbero stati repertati segni di vitalità, quali emorragie ed ecchimosi e non sul solco prodotto dall’impiccamento e nei tessuti profondi del collo in corrispondenza dello stesso, perché l’impiccamento sarebbe intervenuto post mortem.

Dottoressa Franco, che solco lascia sul collo una pashmina quando viene usata per impiccarsi?

Il solco da impiccamento prodotto da una pashmina (o da una sciarpa di seta) non è mai largo come la sciarpa stessa perché il peso del corpo non si distribuisce mai uniformemente su tutta la larghezza della pashmina, questo perché, alla trazione, la pashmina si tende in modo irregolare, ovvero con strisce di tessuto più o meno estroflesse ed è sulla striscia più estroflessa di tutte che il corpo grava lasciando sul collo un segno di dimensioni inferiori rispetto alla larghezza della sciarpa.

Leggi anche: Suicidi per impiccamento 

Morte del maresciallo Licia Gioia: analisi criminologica

Licia Gioia

Il maresciallo dei carabinieri Licia Gioia è morta nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 2017 dopo essere stata attinta da un colpo d’arma da fuoco alla testa. Licia Gioia si trovava nella camera della villetta di Contrada Isola che divideva con il marito, il poliziotto Francesco Ferrari. La procura di Siracusa ha recentemente chiesto il rinvio a giudizio di Francesco Ferrari per omicidio volontario. Francesco Ferrari ha 45 anni ed è un poliziotto tuttora in servizio alla Questura di Siracusa. Il Ferrari in precedenza era stato accusato di istigazione al suicidio e di omicidio colposo. Il caso è stato trattato dalla trasmissione Chi l’ha visto? ed alcuni giornali hanno pubblicato parte degli atti di indagine.

I RAPPORTI TRA I DUE CONIUGI

Il maresciallo Licia Gioia non era contenta della propria vita coniugale. Almeno tre soggetti lo hanno riferito ai giornalisti: un’amica di Licia, il vicino di casa dei coniugi Licia Gioia e Francesco Ferrari e la madre di Licia.

A) Un’amica della donna alla quale una giornalista di Chi l’ha visto? ha chiesto se Licia fosse cambiata da quando si era sposata ha detto: “Allora era cambiata, litigavano, li abbiamo visti litigare per strada eee… però era sempre lei molto agitata».

B) La stessa giornalista di Chi l’ha visto? ha intervistato un vicino. Di seguito lo scambio tra i due:

Vicino: “Loro litigavano e poi andavano a correre insieme”.

Giornalista: “Quindi era…”

Vicino: “Quindi non c’era …”

Giornalista: “… un rapporto burrascoso… intenso”.

Vicino: “Esatto… non c’era nulla che potesse far pensare a tutto quello che poi in realtà si è verificato”.

Giornalista: “Però litigavano… questo…”

Vicino: “E questo lo dicono tutti, potete girare ovunque, ogni giorno c’era una discussione”.

Giornalista: “Lui ci ha detto di no però… che non litigavano”.

Vicino: “Guardi, si sentiva solo lei, lui non si sentiva”.

C) Donata Gioia, madre di Licia, durante la puntata di Chi l’ha visto? del 12 dicembre 2018 ha detto:

Madre: “Ma mia figlia… lui continua a dire che mia figlia era gelosa ma mia figlia non lo era gelosa, mia figlia lamentava il comportamento del marito che non era idoneo e consono per essere un marito…”

Padre: “C’era mancanza di rispetto”.

Madre: “… mancanza di rispetto che aveva nei confronti di mia figlia, questo lei lamentava. Lei proprio lamentava proprio il fatto che lui non avesse rispetto nei suoi confronti, non aveva un comportamento da marito, questo lamentava mia figlia”.

STRALCI DAI VERBALI DELL’ISPETTORE FRANCESCO FERRARI RESI PUBBLICI DAI MEDIA

Riguardo alla giornata del 27 febbraio 2017 Francesco Ferrari ha dichiarato: “Dalla mattina alle 8:00, quando di consueto ci siamo preparati per accompagnare il bambino a scuola e poi accompagnare mia moglie in ufficio, mia moglie si era turbata ed era iniziata una discussione a causa del fatto che io dovevo partecipare alle esequie del mio ex cognato che si sarebbero svolte nel pomeriggio. Preciso che questo fatto di avere rapporti, sia pure per motivi giustificati, con la famiglia della mia ex moglie turbava moltissimo mia moglie al punto che ripetutamente vi erano discussioni in famiglia perché lei era ossessionata dal fatto che non si era potuto recidere, a suo dire, il legame con la famiglia di sangue della mia ex moglie. Comunque siamo usciti di casa, abbiamo prima accompagnato mio figlio e poi siamo passati dalla caserma dove prestava servizio mia moglie. Preciso che per tutta la mattinata ci siamo scambiati messaggi su whatsapp il cui contenuto era sempre lo stesso, cioè che mia moglie pretendeva che io non avessi nessun rapporto diretto né con la mia ex moglie né con i suoi familiari”.

Francesco Ferrari: “Preciso che mia moglie aveva manifestato oltre a qualche gesto autolesionisti, del tipo sbattere la testa al muro, aveva più di una volta minacciato di suicidarsi sempre con il gesto della pistola, in un caso addirittura nella pubblica via ebbi modo di filmare un breve video con il cellulare nel quale si vedeva lei prostrata a terra con gli occhi sgranati, con la pistola che io le avevo sottratto e nascosto con la mano dietro la mia spalla, con una mossa che era stata notata da alcuni bambini che erano scappati. Preciso che io feci questo filmato con l’intento di farlo visionare a Licia quando fosse ritornata in sé per rendersi conto di come si riduceva in qualche episodio”.

Poche ore prima della sua morte il maresciallo Licia Gioia inviò queste due foto al marito Francesco Ferrari: nella prima foto – come si legge nella relazione del Nucleo Investigativo Telematico – si vede la pistola di ordinanza, una Beretta calibro 9 parabellum, con il cane armato e priva di sicura e si legge: “Stronzo addio”; nella seconda foto si vedono un precipizio a strapiombo sul mare e un piede sospeso nel vuoto e si legge “Ho due opzioni” (SIRACUSAPOST).

Francesco Ferrari: “Mia moglie mi ha mandato una foto inquietante che ritrova lei stessa in una posizione tale da fare ingenerare la possibilità che si potesse gettare da una scogliera… in quanto nella foto si vedevano i piedi di mia moglie e il dirlo a mare con i flutti… io mi sono preoccupato e mi sono premurato di andare verso il luogo dove poteva trovarsi…”.

Se i racconti del Ferrari venissero confermati da eventuali testimoni o dai dati informatici, i comportamenti del maresciallo Licia Gioia farebbero emergere un quadro denominato Attention Seeking Behavior.

Generalmente un Attention Seeker è un soggetto immaturo con una bassa autostima. A volte è la gelosia a scatenare questi comportamenti, comportamenti manipolatori che possono divenire estremi.

I FATTI RELATIVI ALLA NOTTE TRA IL 27 E IL 28 FEBBRAIO 2017

La giornalista di Chi l’ha visto? ha riferito che la sera del 27 febbraio 2017, Licia Gioia e Francesco Ferrari comprarono dei panini per cena ma che Licia, dopo che i due coniugi giunsero a casa, rimase in auto e non cenò con il marito, un comportamento che, se confermato, rientrerebbe nell’ambito dell’Attention Seeking Behavior e sarebbe pertanto compatibile con la successiva minaccia di suicidio.

LA MORTE DI LICIA GIOIA

Il racconto che Francesco Ferrari ha fatto riguardo alla dinamica della morte di Licia Gioia è sostenuto in toto dalle risultanze medico legali.

Poco dopo la mezzanotte, Licia Gioia si è puntata l’arma alla testa e ha minacciato di suicidarsi e, mentre il marito cercava di disarmarla, sono partiti due colpi, uno dei quali, quello mortale, l’ha attinta alla testa e l’altro al gluteo. Il fatto che il primo colpo non sia stato esploso a bruciapelo, ma da circa 25 cm di distanza, prova che il Ferrari tentò di allontanare l’arma dalla testa della moglie e che proprio in quel frangente partì quel colpo, cui seguì un secondo colpo circa dieci secondi dopo. Il secondo colpo ci conferma che quei due colpi partirono in una situazione concitata, il Ferrari è infatti un poliziotto abituato a maneggiare armi e se l’arma fosse stata nelle sue mani non sarebbe partito nessun secondo colpo.

E’ proprio la dinamica dell’incidente ad illuminarci sul perché quando Licia Gioia è stata attinta dal colpo mortale “non era in una posizione usuale per un soggetto che intenda suicidarsi ma era in una posizione scomoda e innaturale”, così come affermato dal medico legale, non perché il marito l’abbia uccisa ma perché il colpo è partito mentre il Ferrari stava cercando di disarmarla. Lo provano la ridotta distanza dalla quale è stato esploso il colpo e le analisi dei tamponi usati per rilevare tracce di polvere da sparo che sono stati eseguiti sulle mani dei due coniugi e che hanno dato esito positivo in entrambi i casi. Questa dinamica spiega anche la presenza di polvere da sparo sulla mano sinistra della Gioia, la donna infatti cercò di allontanare il Ferrari, che intendeva disarmarla, con l’unica mano libera, la sinistra, in quanto nella destra impugnava l’arma.

Dai verbali di Francesco Ferrari: “Subito dopo, sarà passato mezzo secondo, un tempo molto ristretto, io ho cercato di togliere la pistola dalle mani di mia moglie portandola via dalla testa e in quel momento è partito il secondo colpo che ha colpito me e alla gamba mia moglie. Preciso in sede di verbalizzazione che il colpo è partito quando ho posizionato la pistola ancora nelle mani di mia moglie, sul letto. Ritengo che materialmente a spingere il grilletto sia stato il dito di mia moglie, anche perché la mia mano sinistra era posizionata sopra il carrello mentre la mia mano destra era libera”.

Quel secondo colpo, in accordo con le risultanze medico legali, è stato esploso quando Licia era ormai morta, quindi dopo “non meno di dieci secondi” dal primo. La prova che Licia fosse ormai morta quando è stata attinta per la seconda volta ce la forniscono la mancanza di vitalità delle ferite provocate dal secondo colpo, infatti, sempre in accordo con le osservazioni del medico legale “il gluteo e la parte di pigiama corrispondente della Gioia presentavano scarse tracce ematiche”.

Se l’arma fosse stata nelle mani dell’ispettore Francesco Ferrari non sarebbe partito nessun secondo colpo, essendo il Ferrari un soggetto abituato a maneggiare una pistola ma soprattutto il proiettile non avrebbe avuto quella traiettoria.

Pertanto le risultanze medico legali permettono di escludere il suicidio vero e proprio e confermano il racconto del marito: Licia Gioia è morta in seguito ad un incidente. L’omicidio volontario non è l’unica alternativa al suicidio.

Peraltro il Ferrari non aveva alcun motivo di desiderare la morte della moglie mentre la Gioia non era contenta del proprio matrimonio e quella stessa sera si era trattenuta in auto e non aveva cenato con il marito, un comportamento compatibile con la successiva minaccia di suicidio.

Il fatto che Francesco Ferrari sia risultato positivo al tampone (stub) per la ricerca di residui di polvere da sparo significa che dopo l’incidente non si è lavato le mani, un dato che ci conferma che l’ispettore ha detto la verità. Se infatti l’omicidio fosse stato volontario il Ferrari si sarebbe lavato ripetutamente le mani prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. La casistica insegna: chi simula un suicidio, la prima cosa che fa dopo aver sparato è cancellare le tracce di polvere da sparo da sé, in specie se è un soggetto avvezzo all’uso delle armi.

L’ARMA USATA

L’arma da cui sono partiti i colpi era la pistola in dotazione al maresciallo Licia Gioia, non quella in dotazione all’ispettore Francesco Ferrari, pertanto si può logicamente inferire che sia stata proprio la Gioia a tirar fuori la pistola e a puntarsela alla testa.

Se il Ferrari avesse ucciso la Gioia in un momento di rabbia avrebbe usato la propria arma e non si sarebbe certo servito di quella della moglie che peraltro, da quanto è trapelato, la donna era abituata a tenere scarica. In ogni caso, a prescindere dalle abitudini del maresciallo Licia Gioia, l’ispettore Francesco Ferrari non poteva sapere se quella sera la pistola fosse carica o meno.

Dopo l’incidente il Ferrari chiamò la sua ex moglie invitandola a raggiungerlo per prelevare il loro figlio minore, questo atteggiamento protettivo del Ferrari nei confronti del bambino ci permette di escludere che sia stato lui a tirar fuori l’arma in dotazione a sua moglie Licia Gioia.

I COMPORTAMENTI TENUTI DA FRANCESCO FERRARI DOPO L’INCIDENTE NON HANNO UNA SPIEGAZIONE UNIVOCA

– Il fatto che il Ferrari abbia un’altra compagna non prova certo che non amasse sua moglie né tantomeno lo rende un soggetto sospetto.

– Il Ferrari non parla con i suoceri semplicemente perché gli stessi hanno messo in dubbio la sua ricostruzione dell’incidente.

Di seguito uno scambio tra la giornalista di Chi l’ha visto? e il Ferrari:

Giornalista: “Loro (i genitori di Licia) sono molto delusi, sai”.

Francesco Ferrari: “Sì, anche io sono molto deluso perché io pensavo chee… facessero squadra intorno a me in questo momento, come io voglio fare intorno a loro, insomma, quindi non… siamo più o meno nella stessa… situazione”.

Infine, non sono certamente di supporto all’ipotesi omicidiaria né il fatto che la Gioia avesse cucinato una torta alla cioccolata per il Ferrari e suo figlio né che il maresciallo si fosse lavata i denti e si fosse messa la crema né che avesse predisposto un programma settimanale delle proprie attività, estetista, massaggi e una cena. La casistica relativa ai suicidi docet.

CASE CLOSED.

Questa analisi è stata pubblicata su Le Cronache Lucane il 19 dicembre 2018.

Criminologa Ursula Franco: non mi spiego il rinvio a giudizio di Francesco Ferrari per omicidio volontario (intervista)

La dottoressa Ursula Franco è da sempre sensibile al tema delle morti accidentali e dei suicidi scambiati per omicidi.

Le Cronache Lucane, 13 dicembre 2018

– Dottoressa Franco, capita sempre più di frequente che a causa della pressione mediatica le procure italiane riaprano casi che avevano in precedenza archiviato come suicidi, cosa ne pensa?

Non posso risponderle in modo generico, ogni caso è un caso a sé e va analizzato nello specifico. Diciamo che recentemente mi sono stupita in almeno tre casi ma soprattutto non mi spiego il rinvio a giudizio di Francesco Ferrari per omicidio volontario. E’ chiaro che quando Licia Gioia è stata attinta dal colpo mortale “non era in una posizione usuale per un soggetto che intenda suicidarsi ma era in una posizione scomoda e innaturale” perché il colpo è partito mentre il Ferrari stava cercando di disarmarla. Lo provano la distanza dalla quale è stato esploso il colpo e le analisi dei tamponi usati per rilevare tracce di polvere da sparo che sono stati eseguiti sulle mani dei due coniugi e che hanno dato esito positivo in entrambi i casi. 

– Quali sono i casi di suicidio più controversi?

Le dietrologie trovano terreno fertile soprattutto nei casi di suicidio per impiccamento incompleto eppure da secoli la casistica insegna che non solo l’omicidio per impiccamento è raro ma non è necessaria la sospensione nel vuoto del corpo perché si arrivi alla morte, insomma si può morire pure impiccandosi alla maniglia di una porta.

– Dottoressa Franco, che significa impiccamento atipico?  

Da un punto di vista medico legale si riconoscono due tipi di impiccamento a seconda della posizione del laccio: un impiccamento tipico, se il nodo corrisponde alla nuca e un impiccamento atipico, se il nodo si trova in posizione laterale o anteriore del collo; il fatto che il nodo sia laterale o anteriore non impedisce l’impiccamento. L’impiccamento atipico rientra tra gli impiccamenti messi in atto allo scopo di suicidarsi e il fatto che sia denominato atipico non lo rende sospetto.

– Che cosa comporta scambiare un suicidio per un omicidio?

Quando è una procura a scambiare un suicidio per un omicidio c’è il rischio che venga commesso un errore giudiziario. Quando invece qualche consulente convince i familiari di un suicida che il loro caro è stato ucciso non fa che impedirgli di elaborare il lutto e li incapsula in una vita di odio e di rabbia nei confronti del soggetto a cui li stessi attribuiscono l’omicidio, un omicidio che in realtà non è mai stato commesso. Pertanto chi li sostiene non gli fa un regalo, non lo fa alla verità e tantomeno alla giustizia.

– Da un punto di vista psicologico dove sta il problema?

I familiari di un suicida non accettano di non aver compreso che il loro caro stesse vivendo un momento difficile e, per liberarsi dal senso di colpa, cercano la via dell’omicidio attribuendolo spesso al coniuge del suicida, al quale soprattutto non perdonano di essere sopravvissuto, ciò innesca un processo dove non c’è spazio per la verità e che, sebbene li liberi dal senso di colpa per non aver capito l’entità del disagio del proprio familiare, può condurre ad un errore giudiziario.

– E’ possibile che in questo processo i genitori di un suicida arrivino a dissimulare? 

E’ possibile. Spesso i genitori di chi si suicida dissimulano senza provare vergogna o senso di colpa perché si sentono paladini di una nobile causa e sono forti del sostegno che ottengono dall’opinione pubblica che non vede l’ora di individuare un “mostro” contro cui scagliarsi.

Leggi anche:

Suicidi per impiccamento

Morte di Licia Gioia, rinvio a giudizio di Francesco Ferrari, criminologa Ursula Franco: non è omicidio volontario (intervista)

Suicidi per impiccamento

Soprattutto nei casi di suicidio per impiccamento incompleto le dietrologie trovano terreno fertile e non solo impediscono ai familiari di elaborare un lutto incapsulandoli in una vita di odio e di rabbia ma producono anche parecchi danni a soggetti estranei ai fatti cui vengono ‘attribuiti’ omicidi mai avvenuti.

Nella pratica medico legale si distinguono due tipi di impiccamento:

l’impiccamento completo, quando l’individuo è sospeso nel vuoto;

l’impiccamento incompleto, quando invece il soggetto viene ritrovato in piedi, in ginocchio, seduto o semisdraiato.

Dai tempi dell’impero persiano ad oggi l’impiccamento completo (impiccagione) rappresenta uno dei metodi di esecuzione capitale.

Nell’impiccamento completo la morte interviene per la lussazione dell’articolazione atlanto-epistrofea e susseguente compressione del midollo allungato da parte del dente dell’epistrofeo.

L’impiccamento incompleto è detto alla Condé e può essere sia volontario che accidentale, a volte è secondario ad una pratica autoerotica.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

L’impiccamento produce una perdita immediata della coscienza e una morte rapida anche quando solo una parte del corpo graviti sul laccio, pertanto, trovare individui con una corda stretta al collo in piedi, seduti o semidistesi, non esclude questa modalità di morte.

L’impiccamento incompleto, ormai da secoli riconosciuto dalla scienza come pratica suicidiaria, scatena da sempre fantasiose ricostruzioni da parte dei parenti dei suicidi e della stampa che ignorano che, non solo l’omicidio per impiccamento è raro ma non è necessaria la sospensione nel vuoto del corpo perché si arrivi alla morte. Per occludere le vie aeree basta esercitare sul laccio una trazione pari ad 1/3 del peso del corpo mentre una trazione di 3-4 kg è sufficiente ad interrompere la circolazione delle arterie carotidi e una semplice compressione del nervo vago e dei ricettori seno-carotidei può produrre l’arresto immediato del cuore con morte sincopale per inibizione riflessa. 

L’omicidio per impiccamento è raro e generalmente attuato in persone colte di sorpresa o in precedenza stordite. Un’analisi accurata dei luoghi e del cadavere permettono di distinguere un omicidio da un suicidio. In caso di omicidio si riscontreranno, sia sulla scena del crimine che sul cadavere, i segni di una colluttazione, mentre in caso di suicidio potrebbero essere visibili sul defunto precedenti tentativi di togliersi la vita, come tagli all’altezza dei polsi.

Nel caso un cadavere venga sospeso per simulare un suicidio saranno assenti le lesioni vitali (ecchimosi ed emorragie) in corrispondenza dei tessuti profondi del collo e del solco prodotto dal laccio e, nel caso la sospensione del cadavere avvenga tardivamente, saranno visibili ipostasi in posizioni incompatibili con la dinamica suicidiaria. Naturalmente, in caso di simulazione saranno invece presenti segni indicativi di un’altra modalità di morte.

E’ chiaro che, in caso di messinscena (staging), difficilmente l’autore dell’omicidio simulerà un impiccamento incompleto alla Condé ma opterà invece per lo staging di un impiccamento completo.

La morte da impiccamento è ascrivibile ad un fattore asfittico, ad un fattore circolatorio e ad un fattore neuro vegetativo.

  • Fattore asfittico: il laccio, in genere posto nello spazio tiro-joideo, sposta indietro ed in alto l’osso joide e la base della lingua che, premendo contro il palato ed il faringe, provoca l’occlusione delle vie aeree. Solo nel caso in cui intervenga il fattore asfittico possono manifestarsi convulsioni asfittiche terminali.
  • Fattore circolatorio: l’interruzione del circolo sanguigno a livello delle arterie carotidi che si trovano ai lati del collo (3,5 kg) ed eventualmente delle arterie vertebrali (16,6 kg) produce un’ischemia cerebrale con perdita immediata della coscienza. La chiusura delle giugulari causa invece una stasi venosa acuta del territorio cefalico che produce un’edema.
  • Fattore neuro vegetativo: un’intensa stimolazione del nervo vago, che decorre verticalmente nel fascio vascolonervoso del collo insieme all’arteria carotide anteriormente e alla vena giugulare posteriormente, e dei recettori seno-carotidei può produrre l’arresto immediato del cuore con morte da inibizione riflessa.

Sempre da un punto di vista medico legale, si riconoscono due tipi di impiccamento a seconda della posizione del laccio: un impiccamento tipico, se il nodo corrisponde alla nuca e un impiccamento atipico, se il nodo si trova in posizione laterale o anteriore del collo. L’impiccamento atipico rientra tra gli impiccamenti messi in atto allo scopo di suicidarsi, il fatto che sia denominato atipico non lo rende sospetto.

Il segno più caratteristico dell’impiccamento è il solco dovuto alla compressione del laccio sul collo. Il solco può essere molle o duro, a seconda della consistenza del laccio. Il solco è obliquo dal basso in alto, ineguale perché più profondo a livello dell’ansa e degradante verso il nodo, discontinuo perché si interrompe a livello del nodo dove la forza di trazione discosta il laccio dalla cute. Nell’impiccamento incompleto in atteggiamento prono il solco può risultare orizzontale.

All’esame medico legale in una vittima di impiccamento, oltre al solco, sono presenti: emorragie nel derma, nel sottocutaneo, nel connettivo interstiziale e nei muscoli cervicali; lacerazione delle fibre dei muscoli del collo; frattura e lussazione dell’osso joide; rottura trasversale dell’intima della carotide comune in prossimità della sua biforcazione (s. di Amussat); ecchimosi nell’avventizia delle carotidi (s. di Friedberg); lacerazione delle fibre nervose del vago (s. di Dotto); ecchimosi retrofaringea o prevertebrale (s. di Brouardel); emorragie sotto il legamento longitudinale anteriore della colonna vertebrale al passaggio dorso-lombare (s. di Simon); cianosi intensa del volto o pallore; presenza di ipostasi nei segmenti distali degli arti e nelle regioni del bacino (ipostasi a mutanda), che possono determinare erezione del pene con emissione di sperma; emorragie puntiformi congiuntivali e enfisema acuto dei polmoni.

Casistica:

Luigi Enrico di Borbone-Condé

Il Duca Luigi Enrico di Borbone-Condé , il 27 agosto 1830 fu trovato impiccato alla «spagnoletta» di una finestra della sua camera da letto nel castello di Saint-Leu, i suoi piedi erano appoggiati a terra. Le speculazioni sulla sua morte non mancarono all’epoca come non mancano oggi quando un suicida mette in atto un impiccamento incompleto.

Anna Esposito

Un caso di suicidio per impiccamento incompleto, che per anni ha riempito le pagine di cronaca nera, è stato quello di una dirigente della Digos di Potenza, Anna Esposito, il cui cadavere venne ritrovato impiccato con una cintura di cuoio alla maniglia di una porta del suo appartamento nella caserma Zaccagnino. Era il 12 marzo 2001. Il primo esame autoptico concluse per un suicidio, un secondo esame autoptico, eseguito nel 2015, dopo la riesumazione del corpo, concluse ancora per un suicidio.

Il 24 marzo del 2017 la Corte di Cassazione ha finalmente rigettato il ricorso proposto dei familiari di Anna Esposito contro il decreto di archiviazione che il giudice delle indagini preliminari di Potenza aveva firmato.

Sia la posizione in cui fu ritrovato il cadavere (semi sospeso), che la frattura dell’osso joide, che la presenza del nodo sul lato destro del collo anteriormente sono compatibili con un suicidio per impiccamento incompleto e atipico, non solo, non sono mai stati raccolti elementi che potessero attribuire una qualche responsabilità all’unico sospettato, il giornalista della Rai, Luigi Di Lauro, legato alla Esposito da una relazione sentimentale.

Robin Williams

L’attore Robin Williams si è suicidato impiccandosi ad una porta con una cintura.

Aaron Hernandez

Il campione di football americano, Aaron Hernandez, si è suicidato a 27 anni impiccandosi con un laccio ricavato dalle lenzuola alle sbarre della finestra della sua cella del Souza-Baranowski Correctional Center, Massachusetts, dove stava scontando una condanna a vita per l’omicidio di Odin Lloyd.

Hernandez, prima di suicidarsi, ha provato a bloccare la porta della sua cella dall’interno e ha versato sapone liquido sul pavimento per ritardare i soccorsi.

David Carradine

L’attore David Carradine è stato trovato impiccato in un hotel di Bangkok il 4 giugno 2009. La sua morte è stata archiviata come impiccamento incompleto accidentale seguito ad una pratica autoerotica.

Mario Biondo

Mario Biondo si è suicidato nella sua abitazione di Madrid nel maggio 2013, a questa conclusione sono giunti gli inquirenti spagnoli e alla stessa conclusione è giunto il Prof. Paolo Procaccianti che ha eseguito una seconda autopsia disposta dalla Procura di Palermo a seguito della riesumazione del corpo. Il Prof. Procaccianti non ha riscontrato sul cadavere di Biondo segni compatibili con uno strangolamento o con una aggressione che possano aver preceduto un eventuale impiccamento ad opera di terzi.

Mario Biondo si è impiccato con una pashmina alla libreria della sua abitazione, come mostrano le foto scattate dagli investigatori spagnoli, nelle foto visibili online, non solo non si notano manomissioni del contenuto degli scaffali ipotizzabili nel caso Mario Biondo fosse stato impiccato post mortem o dopo essere stato stordito, ma si vede il cadavere appeso alla libreria, prova che la stessa ha retto il suo peso, e si notano le gambe distese del povero Biondo, come lo erano nelle foto scattate durante il trasporto del cadavere con una sedia lettiga.

In altre foto, sul collo di Biondo è ben visibile il solco obliquo classico dell’impiccamento, un reperto incompatibile con la fantasiosa ricostruzione che ipotizza che Mario Biondo sia stato prima strangolato e poi impiccato, com’è noto infatti, il reperto tipico dello strangolamento è un solco solitamente orizzontale di profondità uniforme senza discontinuità, discontinuità che invece caratterizza il solco dell’impiccamento e che è presente in questo caso. Se Mario Biondo fosse stato prima strangolato e poi impiccato, solo su un eventuale solco riferibile allo strangolamento sarebbero stati repertati segni di vitalità, quali emorragie ed ecchimosi e non sul solco prodotto dall’impiccamento e nei tessuti profondi del collo in corrispondenza dello stesso, perché l’impiccamento sarebbe intervenuto post mortem.

In merito al solco da impiccamento prodotto da una pashmina (o da una sciarpa di seta), lo stesso non sarà mai largo come la sciarpa stessa perché il peso del corpo non si distribuirà mai uniformemente su tutto lo spessore della pashmina, questo perché, alla trazione, la pashmina si tende in modo irregolare, ovvero con strisce di tessuto più o meno estroflesse ed è sulla striscia più estroflessa di tutte che il corpo grava lasciando sul collo un segno di dimensioni inferiori rispetto alla larghezza della sciarpa.

Raquel Sanchez Silva, moglie di Mario Biondo all’epoca dei fatti e noto personaggio televisivo, ha da subito collaborato con gli inquirenti e ha semplicemente cercato di evitare che, attraverso la diffusione dei files presenti sul computer del marito, fosse data in pasto ai media la sua vita privata.

Carlotta Benusiglio

Nelle prime ore del mattino del 31 maggio 2016, la 37enne Carlotta Benusiglio si è suicidata impiccandosi ad un albero del parco di Piazza Napoli, a Milano; la ragazza viveva in via dei Vespri Siciliani, a poche decine di metri dal parco. A l momento del ritrovamento, a detta dei soccorritori, i suoi piedi toccavano a terra, si è trattato pertanto di un impiccamento incompleto. Alle ore 3:39:21, circa 2 ore prima del ritrovamento del cadavere di Carlotta, la telecamera Napoli 14, ha ripreso Marco Venturi e Carlotta Benusiglio, che, imboccata via dei Vespri Siciliani, si dirigevano verso la casa di Carlotta, 3 minuti e 4 secondi dopo, alle 3.42.26, la stessa telecamera ha ripreso Marco Venturi mentre percorreva via dei Vespri Siciliani in senso inverso. Non esistono altre riprese delle telecamere di piazza Napoli che abbiano inquadrato Marco Venturi. Ipotizziamo che una volta raggiunta la casa di Carlotta (alle 3:40:04, la telecamera Napoli 12 riprese Carlotta di fronte a casa sua), il Venturi e la Benusiglio si siano diretti nel parco, per raggiungere l’albero dove è stata trovata impiccata Carlotta, la coppia avrebbe impiegato almeno un minuto, è pertanto umanamente impossibile che Marco Venturi, in meno di un minuto e 22 secondi abbia potuto stordire Carlotta Benusiglio, sospenderla all’albero e tornare in via dei Vespri Siciliani. Sono sufficienti gli orari delle inquadrature della telecamera Napoli 14 ad escludere che Marco Venturi abbia avuto il tempo materiale di commettere un omicidio e simulare un suicidio.

Kate Spade

Kate Spade, 55 anni, ricca e famosa designer americana, il 5 giugno 2018 si è tolta la vita impiccandosi con una sciarpa alla porta della camera da letto del suo appartamento di Manhattan.

Anthony Bourdain

L’8 giugno 2018, Anthony Bourdain, famoso chef, si è tolto la vita impiccandosi in una camera d’albergo di un hotel di Kayserberg, France.

Il Duca di York e Jeffrey Epstein

Il 10 agosto 2019, il finanziere Jeffrey Edward Epstein si è suicidato impiccandosi ad una branda nella sua cella del Metropolitan Correctional Center di Manhattan dove era detenuto dal 6 luglio 2019. Epstein aveva 66 anni, era stato arrestato all’aereoporto di Teterboro (NJ) e accusato di traffico di minori per scopi sessuali. Già nel 2008, Epstein aveva patteggiato una pena a 18 mesi di carcere dopo essere stato accusato di aver indotto una minore di 18 anni a prostituirsi. A Epstein era stata negata la libertà su cauzione e aveva già tentato di impiccarsi il 23 luglio scorso; il medico legale che ha esaminato il cadavere ha concluso per una morte per impiccamento; nei giorni precedenti al suicidio Epstein aveva smesso di lavarsi, di radersi, di pettinarsi, e dormiva per terra invece che sulla sua branda, tutti segnali di uno stato depressivo.

Altri casi:

– L’11 settembre 2014 un giovane dirigente del ministero dell’Economia, si è tolto la vita impiccandosi ad un termosifone del suo ufficio di via XX Settembre a Roma.

– Nel giugno 2003, a Massa, D.P., un operaio di 36 anni, padre di due figli si è tolto la vita impiccandosi alla maniglia di una porta con la cinghia di un avvolgibile, ha lasciato un biglietto con scritto: “Non ce la faccio più a vivere così. Sono disperato”.

– Nel giugno del 1991 Giorgio Licata, 34 anni, nato a Ragusa e residente da tempo a Milano, si è tolto la vita impiccandosi con un lembo della coperta alla maniglia della porta del bagno di una cella di sicurezza della questura di Milano.

Bibliografia

Clemente Puccini, Istituzioni di Medicina Legale

PROBLEMI DIAGNOSTICI MEDICO LEGALI IN TEMA DI STRANGOLAMENTO E DI IMPICCAMENTO

Il Tirreno, 6 giugno 2003, Si uccide un giovane padre di due figli

la Repubblica.it, 8 giugno 1991, SUICIDIO IN CELLA DI SICUREZZA NELLA QUESTURA DI MILANO

Leggi anche:

Criminologa Ursula Franco: non mi spiego il rinvio a giudizio di Francesco Ferrari per omicidio volontario (intervista)

Morte del maresciallo Licia Gioia: analisi criminologica

Morte di Licia Gioia, rinvio a giudizio di Francesco Ferrari, criminologa Ursula Franco: non è omicidio volontario (intervista)

Analisi di un articolo di cronaca sulla morte di Anna Esposito

L’articolo è del 10 maggio scorso ed è firmato Angela Marino, mi hanno colpito le tante certezze diffuse dalla giornalista a mezzo stampa, nonostante la sua incompetenza in campo medico e criminologico. La giornalista, invece di addentrarsi in terreni a lei sconosciuti, avrebbe potuto intervistare gli avvocati ed i consulenti che si sono occupati del caso per riferire ai lettori notizie corrette in merito all’esame medico legale ed alle indagini.

Lo strano suicidio di Anna

di Angela Marino, Fanpage.it

Anna Esposito, dirigente della Digos di Potenza, viene trovata morta la mattina del 12 marzo 2001 nel suo appartamento nella caserma Zaccagnino. La ricostruzione ufficiale stabilisce che si tratta di ‘suicidio’, ma la famiglia è convinta che qualcuno l’abbia uccisa. Lo stesso giorno in cui è stata trovata cadavere Anna aveva appuntamento con il fratello di Elisa Claps. È in quell’incontro mancato la chiave dell’omicidio?

Angela Marino, pur non avendo competenze criminologiche né medico legali, mostra, da subito, di non avere dubbi e lascia intendere che quello di Anna Esposito, a suo avviso, fu un omicidio.

Anna Esposito è una bella donna di 35 anni, mediterranea, solare, volitiva. Originaria di Cava de Tirreni (Salerno), è mamma di due bambine, avute dall’ex marito, con il quale mantiene un rapporto cordiale. È una dirigente della Digos di Potenza, ha ottenuto l’incarico alla soglia dei 30 anni, bruciando le tappe. Fa la spola tra Cava e Potenza, dove alloggia all’ultimo piano della caserma Zaccagnino. La sera dell’11 marzo 2001 torna nel suo appartamento dopo aver passato la domenica con le figlie, i genitori e l’ex marito. Alle 19 e 40 telefona a mamma Olimpia per assicurarla di essere arrivata a Potenza. In serata, racconta alla madre, è attesa a una festa a Matera. Sul tavolo del soggiorno stende dei vestiti neri: un tailleur, un abito scollato, un paio di collant, evidentemente vuole scegliere il più adatto alla serata. Quello che succede tra le 20 e le 9 del giorno dopo entra nelle pagine di quei gialli lucani mai risolti, un groviglio di incongruenze, segreti e omissioni che cominciano l’indomani.

Il suicidio

La mattina del 12 marzo quattro colleghi della Esposito, preoccupati per il suo ritardo al lavoro – sono solo le 9 – e per non essere riusciti a mettersi in contatto telefonico con lei, fanno quello che chiunque farebbe: fanno irruzione in casa sua forzando la porta con un cacciavite. Entrano, cioè, senza un mandato, senza aver allertato il questore, senza aver cercato notizie di Anna presso parenti o amici, nella sua abitazione. Erano allarmati, diranno, e avevano ragione ad esserlo, perché Anna giace sul pavimento del corridoio senza vita. Quaranta minuti dopo viene avvertito il questore e l’appartamento si riempie di poliziotti, alcuni sono lì per i rilievi, altri perché conoscevano Anna. In quel trambusto nessuno si preoccupa di preservare la scena della tragedia.

Com’è morta Anna? È l’Ansa a rispondere a questa domanda ancora prima che venga eseguito l’esame autoptico, con un’agenzia lanciata nelle tarde ore del pomeriggio: SUICIDA DIRIGENTE DIGOS QUESTURA DI POTENZA

Segreti e sospetti

I colleghi di Anna l’hanno trovata semiseduta sul pavimento, i pugni serrati, vestita con un jeans, una T-shirt e gli stivaletti. Attorno al collo, come dichiarato dai testimoni agli inquirenti, avrebbe avuto il cinturone della divisa, una cinghia larga quattro centimetri – dalla quale non viene prelevato nessun DNA – che avrebbe usato per come cappio per impiccarsi alla maniglia della porta. Una modalità usata spesso dai detenuti per togliersi la vita e che dunque è compatibile con la ricostruzione dei testimoni, salvo che per un particolare rilevato dai consulenti della famiglia Esposito: l’osso cricoide è spezzato. Si tratta di un osso di piccolissime proporzioni che si trova dietro la cartilagine tiroidea e che difficilmente si sarebbe potuto fratturare in quella dinamica, ma che si sarebbe sicuramente rotto se Anna fosse stata afferrata alle spalle e strangolata da un altra persona. C’è ancora un altro particolare che non torna. Al magistrato intervenuto sul posto, uno dei colleghi di Anna dichiara di averla liberata dal cappio nel tentativo di salvarla. Essendo morta dalle 22 della sera precedente, come la successiva autopsia eseguita dall’anatomopatologo, Luigi Strada e dal medico legale, Rocco Maglietta, dimostrerà, Anna era già fredda e rigida: perché alterare lo stato della scena liberandola, senza sapere cosa fosse successo?

La giornalista, nel tentativo di giustificare ai lettori il suo convincimento, afferma che “un particolare rilevato dai consulenti della famiglia Esposito: l’osso cricoide spezzato” che lei definisce un osso di piccolissime proporzioni che si trova dietro la cartilagine tiroidea” potrebbe essere la prova che Anna fu uccisa perché quel fantomatico osso “difficilmente si sarebbe potuto fratturare in quella dinamica, ma che si sarebbe sicuramente rotto se Anna fosse stata afferrata alle spalle e strangolata da un altra (leggi un’altra) persona”. Innanzitutto non esiste un osso cricoide, l’unico osso presente nel collo è l’osso joide e non è localizzato dietro la cartilagine tiroidea ma in una zona più alta, in corrispondenza della radice della lingua, a livello della quarta vertebra cervicale.

l’osso ioide è quello bianco in alto, la cartilagine tiroidea è quella gialla più in basso

E poi, è falso che l’osso joide si fratturi difficilmente in caso di suicidio per impiccamento con quella dinamica; l’osso joide si frattura anche quando un soggetto si suicida impiccandosi da una posizione bassa.

Nella pratica medico legale si distinguono due tipi di impiccamento, quello completo quando l’individuo è sospeso nel vuoto e quello incompleto quando tocca a terra con i piedi ed è inginocchiato, seduto o semiprono; l’impiccamento incompleto è detto alla Condé e può essere sia volontario che accidentale, a volte è secondario ad una pratica erotica. L’omicidio per impiccamento è raro, generalmente attuato in persone colte di sorpresa o in precedenza stordite. L’impiccamento produce una perdita immediata della coscienza e una morte rapida anche quando solo una parte del corpo graviti sul laccio, perciò trovare individui con una corda stretta al collo in piedi, seduti o coricati non esclude questa modalità di morte. Ciò si spiega col fatto che per occludere le vie aeree basta esercitare sul laccio una trazione pari ad 1/3 del peso del corpo mentre la trazione di 3-4 kg è sufficiente ad interrompere la circolazione delle arterie carotidi che si trovano ai lati del collo. Oltre ai fattori asfittico e circolatorio, una compressione del nervo vago e dei ricettori seno-carotidei può produrre l’arresto immediato del cuore con morte sincopale per inibizione riflessa (Clemente Puccini, Istituzioni di Medicina Legale).

Il prete

La Procura apre un fascicolo per istigazione al suicidio, ma dopo appena 10 mesi il pm Claudia De Luca, chiede l’archiviazione. I genitori di Anna, però, sono fermamente convinti che la figlia sia stata uccisa. Suo padre Vincenzo riceve la visita del cappellano del carcere, Pierluigi Vignola, che dopo aver testimoniato spontaneamente di aver ricevuto in confessione da Anna la confidenza di aver già tentato il suicidio, esorta però il padre a presentare un esposto anonimo che faccia riaprire il caso, si offre addirittura di scriverne una bozza. Insospettito dal cambiamento di posizione del sacerdote, Esposito registra l’incontro nel quale emerge l’ipotesi di un complotto in questura, avvalorata anche da una circostanza: sulla scena del crimine, dai diari che Anna curava fedelmente per il lavoro e la vita privata, sono sparite delle pagine, mai più ritrovate. Chi le ha prese e per nascondere cosa? Don Vignola viene convocato dagli inquirenti ai quali si rifiuta, però, di riferire dell’incontro con Vincenzo Esposito, trincerandosi – questa volta – dietro il segreto della confessione, che secondo lui sarebbe avvenuta in quel contesto. Esposito non si arrende: nel 2011 presenta una memoria in cui elenca punto per punto tutte le incongruenze del caso, avanzando il sospetto che possa trattarsi di un delitto passionale. L’inchiesta viene riaperta e una persona finisce nel registro dell’indagati: si tratta di Luigi Di Lauro, giornalista Rai ed ex fidanzato della Esposito. Con il giornalista potentino sembra che la frequentazione non fosse finita e che l’uomo continuasse a visitare l’appartamento della caserma Zaccagnini, anche di notte.

Elisa e Anna

Se di delitto si tratta, quello di Anna Esposito può avere più moventi. Si può escludere che la dirigente sia stata uccisa per una delle inchieste che stava conducendo? In una intervista alla trasmissione ‘Chi l’ha visto?’ Don Marcello Cozzi di Libera racconta una circostanza singolare. All’indomani del duplice omicidio di Pinuccio Gianfredi e Patrizia Santarsiero, avvenuto a Potenza il 29 aprile ‘97, Anna convoca nel suo ufficio un vicino di casa della vittima mostrandogli alcune foto di personaggi legati alla malavita, ma anche di politici e notabili di Potenza. Per capire quanto anomala fosse questa indagine per il capo della Digos è necessario fare un passo indietro. Gianfredi era un personaggio di spicco della malavita locale, aveva accumulato un piccolo capitale prestando i soldi con interessi criminali. Non solo, Gianfredi sarebbe stato al soldo di quel comitato politico-affaristico legato alla massoneria di cui l’inchiesta Toghe lucane – conclusa con l’archiviazione – ipotizzava l’esistenza e che avrebbe deciso a Potenza nomine e appalti. Secondo una pista investigativa dell’epoca, Gianfredi sarebbe stato coinvolto anche nell’occultamento del corpo di Elisa Claps, sparita a 15 anni il 12 settembre 1993 dalla chiesa potentina della Santissima Trinità, dove vice parroco era all’epoca lo stesso Don Vignola che testimonierà sul suicidio di Anna. Perché, dunque, la dirigente della Digos aveva indagato sull’omicidio Gianfredi-Santarsiero? Aveva scoperto qualcosa? Si potrebbe supporre di sì, visto che lo stesso 12 marzo in cui è stata trovata morta Anna aveva un appuntamento con Gildo Claps, fratello di Elisa. È Olimpia Magliano, la mamma di Anna, a ricordare un particolare significativo. La figlia le avrebbe confidato che in questura qualcuno sapeva dove era nascosto il corpo di Elisa. Era questo, come scrive il giornalista, Fabio Amendolara nel suo libro dedicato al caso Esposito, il ‘segreto di Anna’?

L’epilogo

Nel 2010 nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità a Potenza viene trovato il corpo di Elisa Claps: era lì da 17 anni. L’8 novembre 2011, Danilo Restivo viene condannato a 30 anni per l’omicidio della quindicenne. Quattro anni dopo la superperizia disposta dalla Procura sul corpo di Anna Esposito ed eseguita da Francesco  Introna – lo stesso che negò la presenza del DNA di Restivo sui resti di Elisa – ribadisce ancora una volta: suicidio. Di Lauro viene scagionato e le indagini archiviate. Dopo 16 anni la famiglia di Anna continua a credere che sia stata uccisa”.

Il primo esame autoptico concluse per un suicidio, non solo quello del professor Introna. Esistono due tipi di impiccamento, a seconda della posizione del laccio,  un impiccamento tipico se il nodo corrisponde alla nuca e un impiccamento atipico se il nodo si trova in posizione laterale o anteriore del collo, il fatto che il nodo sia laterale o anteriore non impedisce l’impiccamento. L’impiccamento atipico rientra tra gli impiccamenti messi in atto allo scopo di suicidarsi.

Angela Marino ha pubblicato il suo articolo su Facebook con il seguente commento:

“Secondo voi si può morire suicidi impiccandosi alla maniglia di una porta? Secondo voi è normale che quattro poliziotti facciano irruzione in casa di un dirigente della Digos e cambino la scena del ritrovamento senza che vengano, per questo, indagati? E normale vi sembra, ancora, che un cappellano carcerario ex massone (lo stesso che amministrava la chiesa dove è stata trovata morta Elisa Claps) vada dalla polizia a rivelare quello che la vittima avrebbe detto in confessione? O che un medico legale – lo stesso che per Cucchi parlò di crisi epilettica – liquidi la seconda autopsia come suicidio in presenza di elementi lo confutano? Secondo me no. Per questo il caso del suicidio di Anna Esposito, morta mentre indagava su Elisa Claps, si merita risposte più chiare di quelle che la Procura ha dato finora”.

La giornalista ha scritto che secondo lei non si può morire impiccandosi ad una maniglia di una porta, per evitare di scrivere questa sciocchezza le sarebbe bastato fare qualche ricerca, avrebbe scoperto una casistica infinita di soggetti che si sono suicidati impiccandosi alle maniglie di porte e finestre, alle sponde del letto, agli stipiti delle porte e perfino ai termosifoni, tra questi alcuni personaggi famosi come Robin Williams, David Carradine, Aaron Hernandez e Luigi Enrico di Borbone-Condé. 

P. S.: Questo articolo è stato pubblicato su Roma il 16 maggio 2017.

18485471_433356977048326_7436120347477720483_n