INTERVISTA DI FINE 2020 ALLA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita nel caso Ceste Buoninconti. Insieme all’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel e Cristina Ciocan, si è battuta per dimostrare che la piccola Maria Ungureanu era morta in seguito ad un incidente. Dopo 4 anni e mezzo la procura di Benevento gli ha dato ragione. Nel 2018 ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. 

Le Cronache Lucane, 13 dicembre 2020

– Dottoressa Franco, dopo circa 4 anni e mezzo, la procura di Benevento ha riconosciuto che Maria Ungureanu non è stata uccisa, archiviando definitivamente le posizioni di Daniel e Cristina Ciocan. Insieme all’ottimo avvocato Salvatore Verrillo vi siete battuti portandovi a casa numerose soddisfazioni: il GIP ha sempre rigettato le richieste d’arresto emesse dalla PM Maria Scamarcio, il Riesame e la Cassazione non solo hanno ritenuto inammissibili i ricorsi della procura ma vi hanno dato ragione anche in merito agli abusi cui era sottoposta la bambina e infine è venuta l’archiviazione per omicidio volontario. Al momento l’ipotesi di reato per il proprietario e per la responsabile del resort  dove si trova la piscina nella quale è affogata Maria è l’omicidio colposo. Nonostante tutto la notizia è stata ignorata dai programmi televisivi RAI e Mediaset che si erano occupati del caso, eppure la difesa dei Ciocan ha scongiurato un duplice errore giudiziario, come se lo spiega?

Si aspettava forse che si cospargessero il capo di cenere e ci celebrassero? E’ chiaro che in tanti tacciono per non affossare il sistema al quale appartengono. A noi interessa che la procura abbia riconosciuto il proprio errore e abbia cambiato rotta nonostante le pressioni di un lurido processo mediatico volto a mistificare i fatti. Risuonano nella mia mente le parole di tanti.

– E per quanto riguarda le violenze?

Gli atti parlano forte e chiaro. 

– Lo scorso anno, alla mia domanda: “Che cosa vorrebbe dire al ministro di Grazia e Giustizia?”, lei aveva risposto: “Che è necessario lavorare sulle competenze dei pubblici ministeri, che sono la causa prima degli errori giudiziari e delle emorragie di denaro pubblico che va spesso perso in interminabili indagini inutili”. E’ con malcelato orgoglio ma anche con profondo turbamento che riporto di seguito alcuni stralci di una dichiarazione del 27 novembre scorso dell’avvocato Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane: 

“IL MAGISTRATO SENZA QUALITÀ

Siamo ormai assuefatti alla lettura, in genere in trafiletti di poche righe, di inchieste penali roboanti e devastanti per gli indagati, svanite anni dopo nel nulla, tra archiviazioni ed assoluzioni variamente motivate. Lo stesso vale per arresti eclatanti (ma anche non eclatanti), poi annullati quando il danno è fatto (…) su questa drammatica questione non si farà mai un passo avanti se non si comprenderà che occorre mettere mano, con urgenza e determinazione, al problema del controllo sulla qualità del magistrato, oggi reso semplicemente impossibile dalla automaticità della progressione in carriera (…) È così oltraggioso ritenere che un magistrato che dimostri per fatti concludenti di non essere all’altezza di svolgere compiti di peculiare delicatezza e difficoltà, debba essere assegnato a compiti meno rischiosi per la comunità sociale?”

Il problema non sono solo i magistrati incompetenti e svogliati ma anche i consulenti partigiani delle procure, le loro menzogne hanno un costo enorme per il paese non solo in termini umani ma anche economici. Uno di questi “consulenti”, un millantatore che si è occupato di migliaia di procedimenti, nonostante sia stato deriso da un pubblico ministero durante un’udienza di un processo per omicidio in cui era consulente della difesa, è stato ritenuto affidabile in un altro procedimento per omicidio nonostante avesse dichiarato il falso al giudice in merito ai propri titoli di studio. Non le sembra paradossale?

– Torniamo ai casi giudiziari: Carlotta Benusiglio, 37 anni, è stata trovata impiccata ad un albero di Piazza Napoli a Milano intorno alle 6.00 del 31 maggio 2016. I familiari non credono che Carlotta si sia suicidata. Dopo una iniziale archiviazione come suicidio, il caso è stato riaperto e il fidanzato di Carlotta, Marco Venturi, 41 anni, è stato indagato per omicidio volontario aggravato. Nell’ottobre scorso, proprio in coincidenza con la chiusura delle indagini, mi pare che i giudici del Tribunale del Riesame di Milano, chiamati dalla procura di a pronunciarsi sulla richiesta della misura cautelare rigettata dal GIP nel luglio scorso, abbiano messo una grossa ipoteca su un eventuale rinvio a giudizio di Marco Venturi. Mi spiego meglio, nell’ordinanza del 15 ottobre scorso c’è scritto:“Il Tribunale del Riesame di Milano ritiene che non vi siano gravi indizi di colpevolezza a carico di Marco Venturi, avendo gli elementi fin qui acquisiti accertato- con rilevante probabilità- che la morte di Carlotta Benusiglio sia avvenuta per suicidio compiuto dalla stessa”. Già nel febbraio 2018, dopo che la Trasmissione “Chi l’ha visto?” aveva diffuso una consulenza delle parti civili, lei aveva dichiarato: “Le conclusioni del consulente della famiglia Benusiglio, Antonio Barili, che ha analizzato le telecamere di piazza Napoli, la piazza di Milano dove si è impiccata Carlotta il 31 maggio 2016, permettono di escludere che Marco Venturi abbia ucciso Carlotta Benusiglio” e ha avuto ragione. Aggiungo che recentemente non le ha mandate a dire a chi si è espresso proprio sul caso Benusiglio. 

Un caso giudiziario è sempre un argomento di studio grossolano, le risultanze autoptiche sono importanti quanto la tempistica, nel caso della Benusiglio sia le risultanze autoptiche che la tempistica ci permettono di concludere che Carlotta si è suicidata. Negli errori giudiziari viene spesso attribuito ad un innocente un omicidio premeditato o commesso in pochi secondi per superare il fatto che abbia un alibi. E’ questo il caso. Mi è bastato studiare la tempistica per capire che Marco Venturi, che pesa solo 68 chili, non può aver strangolato ed impiccato la Benusiglio, che pesava poco meno di lui, in 22 secondi. Aggiungo che lo stato dei luoghi in cui si sono svolti i fatti e quello degli abiti di Carlotta ci confermano che non è stata uccisa. La Benusiglio aveva gli abiti puliti, se fosse stata stordita prima di essere impiccata, si sarebbero sporcati di terra. La sua sciarpa era priva di lacerazioni e/o abrasioni e/o imbrattamenti. Nelle vicinanze del cadavere non vi erano segni a terra compatibili con una colluttazione e/o un trascinamento del corpo. 

– Qual è la sua posizione sul caso Genovese?

Si è trattato di violenza sessuale. Nell’Ordinanza di convalida di fermo e di contestuale applicazione di misura coercitiva nei confronti di Alberto Genovese si legge che quando la ragazza “ha ripreso un barlume di lucidità, iniziando ad opporsi e a manifestare esplicitamente il suo dissenso, fino ad implorare il suo aguzzino di fermarsi, non è stata ascoltata dal carnefice che, imperterrito, ha proseguito nella sua azione violenta, continuando a drogarla e a violentarla”. E’ evidente che non è stato un rapporto consenziente.

– Che cosa caratterizza questo stupro?

Una progettualità che rivela fantasie sessuali complesse. Genovese ha tratto piacere dalle sofferenze inflitte alla vittima e dal compiere atti sessuali con il suo corpo “inanimato”, ha messo in posa la vittima per fotografarla per poi rivivere l’esperienza. Un act out da “sadistic serial rapist”.

– Dottoressa, sono uscite le motivazioni della sentenza dell’Appello bis nel caso dell’omicidio di Marco Vannini, che ne pensa?

“la sua morte, in termini di mera convenienza personale, era preferibile alla sua sopravvivenza” è un’affermazione incompatibile con il fatto che Antonio Ciontoli abbia chiamato i soccorsi con Marco ancora cosciente. In poche parole, Antonio Ciontoli non ha mostrato di temere che Marco raccontasse la dinamica dei fatti ai soccorritori quando, sebbene con ritardo, scelse di farlo soccorrere. Infine, una volta fatta questa scelta, se avesse immaginato che Marco stava rischiando la vita non avrebbe aspettato di riferire al solo medico del PIT la causa del malore del ragazzo. E poi non corrisponde al vero che la morte di Marco “comporta di non essere certi di cosa sia realmente avvenuto tra quelle quattro mura”. L’analisi delle dichiarazioni dei protagonisti e delle intercettazioni permette di ricostruire i fatti alla lettera.

– Dottoressa, sappiamo che lei ha lavorato e vissuto nella piccola Isola Carcere di Gorgona a stretto contatto con agenti di polizia penitenziaria e detenuti, cosa è successo a Sissy Trovato Mazza?

Si è suicidata, una telecamera ha registrato tutto ciò che è successo prima e dopo il colpo di pistola partito dalla pistola d’ordinanza dell’agente stessa, Sissy era sola ed invece di uscire dal nosocomio per raggiungere i colleghi si è diretta altrove, nell’ascensore dove si è sparata, non vedo come si possano formulare altre ipotesi. Lo stesso vale per il caso di Mauro Pamiro, le telecamere hanno ripreso il professore mentre da solo si dirigeva scalzo nel cantiere nel quale è stato ritrovato il suo corpo. Le risultanze autoptiche hanno poi confermato il suicidio per precipitazione. 

– Dottoressa, nel caso della morte di Mattia Mingarelli, sappiamo che è d’accordo con la procura di Sondrio che nel giugno scorso ha chiesto l’archiviazione. Il procuratore di Sondrio Claudio Gittardi ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Riteniamo altamente probabile che la scomparsa di Mattia MIngarelli non sia collegata ad alcuna attività delittuosa. Per una serie di situazioni, forse legate ad uno stato di alterazione, si è allontanato da solo verso dal rifugio “I Barchi”, è stato male, ha perso il telefono, è tornato nella sua abitazione, dove ha lasciato cappello e cappotto, per poi uscire e cadere accidentalmente nel bosco. Non è stato colpito da nessuno, questo è stato accertato, la caduta e il freddo ne hanno causato il decesso. Resta il giallo sul perché si sia inoltrato nel bosco”

E’ logico che sono d’accordo, ho detto da subito che non c’era niente di misterioso nella scomparsa di Mattia Mingarelli, né di strano nella testimonianza del gestore del rifugio “Ai Barchi” dove il ragazzo si recò prima di morire: la presenza del vomito vicino al tavolo del rifugio e il fatto che Mattia abbia perduto il telefono proprio lì, sono la riprova che si sentì male dopo essere uscito dal rifugio. Il racconto del Del Zoppo è credibile e privo di smagliature. Mattia Mingarelli si è sentito male dopo l’ultima bevuta al rifugio “Ai Barchi”, ha urtato il volto contro un ramo, è scivolato, ha battuto la testa producendosi una frattura occipitale ed è morto per assideramento. Non ci sono né lesioni da difesa né segni di una colluttazione sul cadavere. Il cadavere di Mattia si trovava a pochi metri dal rifugio e non era occultato, tutti dati a sostegno di una morte accidentale. Non accredita di certo l’ipotesi omicidiaria il fatto che i soccorritori ed i cani non abbiano trovato il corpo del Mingarelli. I soccorritori non videro il suo corpo in quanto era coperto dalla neve caduta quella notte, mentre le ricerche con i cani da traccia, come sappiamo, non sono infallibili. L’ipotesi che il cadavere sia stato spostato è improponibile, nessuno sposterebbe infatti un corpo dopo aver dato l’allarme e con le ricerche in corso, tantomeno per non occultarlo.

– Dottoressa, nel caso Mario Biondo, la testimonianza dell’ex avvocato spagnolo della famiglia, Daniel Gomez De Arriba, che sostiene di aver visto un “solco profondo” nella parte posteriore del collo del ragazzo, che valore può avere?

Nel 2013 Daniel Gomez De Arriba ha detto ad un giornalista di aver visto “una lesione ben determinata presente nella parte posteriore del collo di Mario Biondo”, nel 2018 ha invece detto di aver visto “una macchia nera con una linea molto marcata nella parte posteriore”. Il cadavere fa testo. Se quella “lesione” o “macchia nera” fosse stata un solco profondo, il professor Procaccianti l’avrebbe rilevato e invece ha attribuito la macchia scura di cui parla Gomez De Arriba a fenomeni putrefattivi, quindi, poiché all’epoca della seconda autopsia il solco non c’era, evidentemente non c’è mai stato. I solchi non vanno e vengono. Mario Biondo si è suicidato e Raqhel Sanchez Silva non ha voluto che venissero resi pubblici i fatti suoi, fatti che nulla hanno a che fare con la morte del marito.  

– Riguardo alla morte di Mattia MIngarelli, in tanti, anche sulla tv pubblica, hanno gettato ombre sul gestore del rifugio e si sono spinti a ipotizzare l’omicidio mentre lei aveva mosso delle critiche a chi si era espresso in tal senso. Inventarsi omicidi chi danneggia?

1) I familiari di chi si è suicidato o è morto in seguito ad un incidente perché li devasta da un punto di vista economico. 

2) I soggetti estranei ai fatti cui vengono “attribuiti” omicidi mai avvenuti. Dall’ingiusta persecuzione mediatica all’errore giudiziario vero e proprio.

3) I contribuenti italiani, i cui soldi vanno persi in indagini inutili che possono durare anche parecchi anni.

– E invece chi favorisce?

1) I familiari di chi si è suicidato o è morto in seguito ad un incidente perché ne annulla il senso di colpa. 

2) Il carrozzone che circonda un caso giudiziario.

– Dottoressa, un suo breve commento sul caso Chico Forti.

Non esiste un caso Chico Forti. Forti non è stato incastrato, è lui l’autore dell’omicidio di Dale Pike. Forti ha ucciso un uomo in un paese straniero ed è stato giudicato secondo le leggi di quel paese, ha poi usufruito degli appelli che aveva a disposizione e ha il diritto di chiedere la grazia al presidente americano, ma le critiche a inquirenti, giudici ed avvocati e le accuse rivolte ad un innocente sono inaccettabili.

– Dottoressa, cosa vorrebbe dire ai suoi detrattori? 

E’ chiaro che è più facile avere ragione quando ci si schiera dalla parte delle procure e dell’opinione pubblica. Io ho scelto di mettere le mie competenze al servizio delle vittime di errore giudiziario e purtroppo non sempre si riesce a far trionfare la verità. 

– Che cosa rende difficile il lavoro della difesa di un innocente?

Il diffuso pregiudizio nei confronti della difesa, un problema che affligge sia i magistrati che i giornalisti e poi i conflitti interni alla difesa, conflitti che possono risultare fatali per un indagato/imputato. 

– Dottoressa, quante cose avrebbe voluto ancora dirmi?

Tante.

– Dottoressa, Buon 2021.

Buon 2021 a lei ed alla redazione.

URBANPOST: Maria Ungureanu non è stata uccisa da Daniel Ciocan, intervista alla criminologa Franco

scritto da Michela Becciu

UrbanPost, 11 Novembre 2020

Morte Maria Ungureanu, cade l’accusa di omicidio per colui il quale in questi anni è stato il principale sospettato, Daniel CiocanUrbanPost ha intervistato la criminologa Ursula Franco, consulente della difesa del giovane rumeno connazionale della bimba nonché suo amico di famiglia e vicino di casa.

Con la chiusura delle indagini, infatti, non si ipotizza più l’omicidio volontario e neppure la violenza sessuale a carico di Daniel Ciocan. Si parla in sostanza di ‘sola responsabilità per abbandono di minore’ ora contestata anche alla sorella Cristina Ciocan, inizialmente indagata e poi prosciolta. Ad essere accusati di omicidio colposo sono invece il proprietario del resort di San Salvatore Telesino e la responsabile del servizio di prevenzione della struttura nella cui piscina è morta la piccola Maria.

Cambia lo scenario: Maria Ungureanu sarebbe morta accidentalmente

Dottoressa Franco, come hanno reagito i fratelli Ciocan a questa decisione della Procura?

“Daniel e Cristina sono contenti, di certo non comprendono come sia possibile accusarli di abbandono di minore, posto che non erano i genitori di Maria e che, dopo essere stata con Daniel, Maria tornò a casa e da lì si allontanò per trovare la morte, quindi gli ultimi a vederla furono i suoi genitori”.

MARIA UNGUREANU DANIEL CIOCAN NO OMICIDIO

Voi avete sempre sostenuto la morte accidentale della piccola Maria, ora la Procura giunge alle vostre medesime conclusioni

“L’avvocato Salvatore Verrillo ed io siamo sollevati, abbiamo infatti vissuto questi 4 anni e mezzo nella consapevolezza che c’era il rischio che venisse commesso un errore giudiziario, soprattutto per la pressione mediatica cui era sottoposta la Procura di Benevento. Per fortuna invece i salvagenti a tutela degli indagati hanno funzionato, il GIP Flavio Cusani non ha accolto le richieste della PM Maria Scamarcio e i giudici del Riesame e della Cassazione ci hanno dato ragione. Nel gennaio 2019, un ex giudice del Tribunale del Riesame di Napoli, l’avvocato Nicola Quatrano, in merito alla causa di morte di Maria Ungureanu, ha dichiarato: ‘Non è successo quello che la Procura di Benevento riteneva fosse successo’ ...”.

MARIA UNGUREANU DANIEL CIOCAN NO OMICIDIO

La terribile ipotesi che la piccola Maria subisse abusi resta in piedi

Per quanto concerne i presunti abusi sessuali subiti da Maria, cosa pensa la difesa?

“Riguardo alle violenze sessuali che la bambina subiva ‘Era un aspetto della questione che non è stato approfondito in quest’ansia di trovare degli elementi di prova contro le persone che si era deciso fossero colpevoli’ …”. Evidenzia la criminologa Franco citando le dichiarazioni dell’avvocato Nicola Quatrano. Sono “parole sante”, dice la dottoressa. Infine, dallo studio degli atti si evince che la bambina veniva abusata, il nome di chi la abusava è anch’esso agli atti e ci aspettiamo per lui un rinvio a giudizio per il reato di violenza sessuale, soprattutto perché il rischio che reiteri è altissimo“.

MARIA UNGUREANU DANIEL CIOCAN NO OMICIDIO

LA SVOLTA, MORTE DI MARIA UNGUREANU: PER LA PROCURA DI BENEVENTO E’ STATO UN INCIDENTE, COSI’ COME SOSTENUTO DA SEMPRE DALLA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO, CONSULENTE DELLA DIFESA DEI FRATELLI CIOCAN

Maria Ungureanu

Le Cronache Lucane, 10 novembre 2020

Il 19 giugno 2016, la piccola Maria Ungureanu, 9 anni, è stata ritrovata senza vita in una piscina di San Salvatore Telesino. La procura ha inizialmente iscritto nel registro degli indagati per omicidio e omicidio e violenza sessuale Cristina e Daniel Ciocan, che sono difesi dall’avvocato Salvatore Verrillo.

Avvocato Salvatore Nicola Verrillo

Un riepilogo di ciò che è successo in questi 4 anni e mezzo:

Il 25 giugno 2016, il Procuratore della Repubblica Giovanni Conzo ha dichiarato: “L’unica ipotesi che si può scartare con una certa sicurezza è quella della morte accidentale”

Il 18 luglio 2016, il GIP Flavio Cusani ha rigettato la richiesta di arresto emessa dalla Procura di Benevento nei confronti di Cristina e Daniel Ciocan.

Nel luglio 2016, a un mese dalla morte di Maria Ungureanu, i RIS di Roma hanno isolato lo sperma del padre della bambina, Marius Ungureanu, su una maglietta in uso esclusivo a Maria e sulla coperta del suo lettino.

criminologa Ursula Franco

Il 28 luglio 2016, dopo essere stata nominata consulente della difesa dei fratelli Ciocan, la criminologa Ursula Franco, che a tutt’oggi assiste l’avvocato Verrillo, aveva dichiarato a Fanpage: “Maria Ungureanu non è stata uccisa, si è trattato di un incidente”.

Il 23 settembre 2016, la psicologa Roberta Bruzzone, che assiste la famiglia della bambina, ha dichiarato a Fanpage: “Maria è stata violentata e uccisa”.

Il 14 dicembre 2016, il GIP Flavio Cusani ha rigettato la seconda richiesta di arresto emessa dalla Procura nei confronti di Cristina e Daniel Ciocan.

Nel gennaio 2017, l’avvocato Fabrizio Gallo ha dichiarato al settimanale Giallo: “Siamo convinti che ad uccidere la bambina sia stato Ciocan. Finora non ha fatto altro che mentire. L’assassino non può essere che lui”

Il 5 giugno 2017, i giudici del Tribunale del Riesame di Napoli hanno detto no all’arresto dei fratelli Ciocan e si sono così espressi: “Sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per ciò che concerne gli abusi sessuali” 

Nel dicembre 2017, i giudici della Corte Suprema di Cassazione hanno dichiarato inammissibile il ricorso della procura di Benevento e hanno così concluso: “(…) omissione da parte del PM della valutazione probatoria in relazione all’accertata presenza di liquido seminale del padre della vittima sulla maglietta/reperto 27 (…) il pregiudizio aveva ispirato l’indagine e che un “colpevole” era stato suggerito fin dall’inizio dalla madre della bambina che aveva espresso labili sospetti sul Ciocan; che anzi sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per quanto concerne gli abusi sessuali (…) come fossero state trascurate importanti ipotesi investigative e come ci si fosse fidati senza alcun controllo delle dichiarazioni rese da Marius Ungureanu, pur a fronte di elementi preoccupanti quali le tracce di sperma appartenenti al predetto rinvenute su una maglietta e su una copertina sequestrate e il tenore di alcune conversazioni registrate (…)” 

Nel giugno 2018, il medico legale professor Francesco Introna ha escluso l’omicidio e, proprio in seguito alla sua consulenza, la Procura di Benevento ha chiesto l’archiviazione per Cristina e Daniel Ciocan. 

Nel gennaio 2019, il GIP Flavio Cusani ha archiviato la posizione di Cristina Ciocan e ha imposto alla procura di Benevento l’iscrizione nel registro degli indagati dei genitori della piccola Maria, Marius e Andrea Elena Ungureanu, in merito agli abusi e il prosieguo dell’attività investigativa per altri sei mesi. Marius e Andrea Elena sono difesi da Fabrizio Gallo, del team difensivo fanno parte la psicologa Roberta Bruzzone e la biologa Marina Baldi. 

Nel gennaio 2019, l’ex giudice del Tribunale del Riesame di Napoli, Nicola Quatrano, che si è occupato del caso, in merito alla causa di morte di Maria, ha dichiarato: “Non è successo quello che la Procura di Benevento riteneva fosse successo” e riguardo alle violenze sessuali che la bambina subiva: “Era un aspetto della questione che non è stato approfondito in quest’ansia di trovare degli elementi di prova contro le persone che si era deciso fossero colpevoli”

Ieri ai Ciocan è arrivata la notifica di chiusura delle indagini. Le ipotesi di reato ora contestate a Daniel e Cristina Ciocan sono quelle di ABBANDONO DI MINORE. 

Antonio Romano, 74 anni, proprietario del complesso ricettivo dove è affogata Maria Ungureanu, e Daniela Romano, 40 anni, rappresentante legale e responsabile del servizio di prevenzione della struttura, sono invece accusati di OMICIDIO COLPOSO per non aver adottato le misure di sicurezza idonee ad evitare l’accesso alla piscina.

In poche parole, la procura di Benevento ritiene che Maria Ungureanu sia morta in seguito ad un INCIDENTE, così come sostenuto da subito dalla criminologa Ursula Franco, consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore dei fratelli Ciocan.

Maria Ungureanu non è stata uccisa, ma si indaghi sulle violenze. Parla la criminologa Ursula Franco

LABTV.NET 10 Luglio 2020 | by Maresa Calzone

Maria Ungureanu non è stata uccisa, ma si indaghi sulle violenze.Parla la criminologa Ursula Franco

Quattro anni fa la morte  della piccola Maria Ungureanu, ritrovata senza vita in una piscina di San Salvatore Telesino. Oggi restano indagati Daniel Ciocan (amico di famiglia) e i genitori della bambina accusati di violenze. Ma la storia sembra non avere fine. Abbiamo sentito via Skype la Criminologa Ursula Franco, consulente di parte di Daniel Ciocan: “Maria non è stata uccisa, l’autopsia parla chiaro. Si indaghi sulle violenze”.

MORTE DI MARIA UNGUREANU: RIPORTIAMO LA PRIMA INTERVISTA CHE LA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO HA RILASCIATO 4 ANNI FA DOPO AVER RICEVUTO L’INCARICO DI CONSULENTE DEI FRATELLI CIOCAN

La criminologa Franco ha rilasciato questa intervista a Fanpage a circa un mese dalla morte di Maria Ungureanu

Le Cronache Lucane, 9 luglio 2020

“Maria Ungureanu non è stata uccisa, si è trattato di un incidente”

Intervista a Ursula Franco, la criminologa toscana che coadiuverà la difesa nel caso di Maria Ungureanu, la bimba morta a San Salvatore Telesino (Benevento). “Non è stata uccisa, si è trattato di un incidente di gioco. Il caso ricorda quello dei due fratellini di Gravina in Puglia”.

FANPAGE, 28 LUGLIO 2016 10:24

di Ciro Pellegrino

in foto: La criminologa Ursula Franco

Ursula Franco è la criminologa toscana che coadiuverà la difesa nel caso di Maria Ungureanu, la bimba morta in circostanze da chiarire a metà giugno a San Salvatore Telesino (Benevento). La professionista, già impegnata nei casi di Elena Ceste e del delitto di Avetrana, è stata chiamata dal legale di Petru Daniel Ciocan, il rumeno nel mirino degli inquirenti per la morte della bambina.

Che ruolo avrà in questa fase delle indagini?

Sto fornendo all’avvocato Giuseppe Maturo un supporto criminologico e la mia esperienza in fatto di incidenti scambiati per omicidi. La posizione di Daniel è molto delicata, quando un incidente viene scambiato per omicidio è facile che gli inquirenti focalizzino su un soggetto e attraverso contorte ricostruzioni senza precedenti nella casistica criminologica, finiscano per incastrarlo, come è accaduto nel caso di Michele Buoninconti. La posizione del presunto colpevole di un omicidio che non c’è stato è molto delicata in quanto egli è purtroppo un colpevole insostituibile, non esistendone uno vero.

Che idea si è fatta, al di là delle accuse mosse a Ciocan, delle circostanze che hanno portato alla morte di Maria?

Dal poco che emerge dalle indagini ritengo che la morte della Ungureanu sia intervenuta in seguito ad un incidente di gioco. Maria, con tutta probabilità, in compagnia di altri bambini, si è recata nel giardino dove ha trovato la morte semplicemente per fare un bagno e prendendo esempio dai suoi compagni di gioco si è spogliata e gettata nelle acque della piscina. I graffi sulla schiena di Maria provano che la bambina entrò nel giardino attraverso un’apertura nella rete che solo chi frequentava quel parco poteva conoscere. È semplicemente una coincidenza che sia morta una bambina e che su di lei siano stati riscontrati i segni di pregressi abusi sessuali; non essendo contestuale alla morte, l’abuso non può essere ritenuto il movente di un omicidio e mancando il movente evidentemente non è difficile inferire che un omicidio non c’è stato. Inoltre, l’ipotesi del tentativo di violenza sessuale scaturito in un omicidio è insostenibile se non supportata da dati medico legali incontrovertibili.

Quindi che sarebbe accaduto quel giorno?

Credo che la bambina abbia incontrato alle giostre alcuni suoi compagni di giochi, forse coetanei o ragazzini poco più grandi di lei e che questi l’abbiano condotta, attraverso l’apertura nella rete, nel parco per fare un bagno in piscina, si spiegherebbe così il denudamento. I genitori della Ungureanu sostengono che la figlia non sapesse nuotare ma i bambini tendono ad emulare i propri compagni di gioco e per questo motivo Maria si sarebbe gettata in piscina. Infine, ritengo che il caso della Ungureanu non sia dissimile da quello dei due fratellini di Gravina in Puglia, Francesco e Salvatore Pappalardo, i cui amici di gioco tacquero nonostante fossero a conoscenza delle loro sorti e nonostante fosse stato incarcerato il padre dei due scomparsi, Filippo Pappalardo.

Secondo lei i riscontri che si attendono dai Ris metteranno la parola fine al caso individuando in maniera netta le responsabilità?

Non credo, le analisi scientifiche non sono quasi mai risolutive. Le analisi possono essere di supporto alle indagini tradizionali ma è necessario ricostruire i fatti nella loro globalità in modo preciso e secondo la logica, per attribuire eventuali responsabilità.

Senta, sul suo profilo Facebook lei non ha avuto parole tenere per i talk che si occupano dei casi di cronaca nera. Anche nel caso di Maria hanno avuto o hanno un ruolo?

Certamente, la morte di una bambina, per di più abusata, ha scatenato un’orda di miopi giustizialisti che non hanno le competenze per affrontare un caso giudiziario. Purtroppo le notizie che vengono diffuse dai media sono manipolate o frammentarie e vengono spesso interpretate in modo erroneo dagli pseudo esperti stipendiati dai vari programmi televisivi, programmi in cui nessuno è realmente interessato alla verità ed i conduttori appoggiano una tesi piuttosto che un’altra a seconda del loro ritorno in termini di share. L’abitudine, ormai consacrata, di disquisire in tv delle responsabilità di qualcuno in merito ad un reato così grave come l’omicidio non è innocua, i danni che può fare alle vite di coloro che finiscono per trovarsi sotto questa deformante lente d’ingrandimento possono essere incalcolabili, come nel caso di Michele Buoninconti. I media, non soltanto intrattengono la massa ma influenzano i testimoni dei vari procedimenti e spesso forgiano purtroppo anche il pensiero di inquirenti e giudici. Inoltre la pressione mediatica, come noto a tutti, è una delle cause di errore giudiziario.

MORTE DI MARIA UNGUREANU, INCIDENTE PROBATORIO, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: MARIA NON E’ STATA UCCISA, IL PERCHE’ SI PARLI DI MOVENTE IN UN CASO DI MORTE ACCIDENTALE E’ UN MISTERO

Durante l’udienza di ieri i periti del GIP hanno esposto le loro conclusioni in tema di indagini medico legali e genetiche. Il medico legale Cristoforo Pomara ha escluso che si sia trattato di omicidio e ha detto che a suo avviso non vi sono prove degli abusi sessuali sul cadavere. Nulla di nuovo sul fronte degli esami genetici, nel luglio 2016, a un mese dalla morte di Maria Ungureanu, i RIS di Roma hanno isolato lo sperma di suo padre Marius Ungureanu su una maglietta in uso esclusivo a Maria e sulla coperta del suo lettino. Marius Ungureanu è assistito dal’avvocato Fabrizio Gallo (noto per aver difeso il figlicida Tullio Brigida), dalla famosa biologa Marina Baldi e dalla ancor più famosa psicologa Roberta Bruzzone. 

Le Cronache Lucane, 8 luglio 2020

Daniel Ciocan è difeso dall’avvocato Salvatore Verrillo, coadiuvato dal medico legale Fernando Panarese e dalla criminologa Ursula Franco.

Criminologa Ursula Franco: “Maria Ungureanu non è stata uccisa, è stato il corpo della bambina a dircelo, è da qui che bisogna partire. Il perché si parli di movente in un caso di morte accidentale è un mistero. La risposta sugli abusi è agli atti. Le intercettazioni e le risultanze degli esami genetici forniscono le risposte di cui la procura ha bisogno. Le indagini permettono di addivenire alla verità. Lo dico senza timore di smentita e per il bene di Daniel Ciocan, un giovane uomo che negli ultimi 4 anni ha dovuto sopportare l’inimmaginabile: la soluzione del caso è nella mia consulenza”  

La procura di Benevento indaga da 4 anni sulla morte di Maria Ungureanu, 9 anni, è annegata il 19 giugno 2016 nella piscina di un casale a San Salvatore Telesino. Dapprima sono stati indagati due fratelli Cristina e Daniel Ciocan, la posizione di Cristina è poi stata archiviata e le indagini sono state allargate ai genitori della bambina su consiglio dei giudici del Riesame di Napoli e della Cassazione che così si sono espressi: “Sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per ciò che concerne gli abusi sessuali’ “ e: “(…) omissione da parte del PM della valutazione probatoria in relazione all’accertata presenza di liquido seminale del padre della vittima sulla maglietta/reperto 27 (…) il pregiudizio aveva ispirato l’indagine e che un “colpevole” era stato suggerito fin dall’inizio dalla madre della bambina che aveva espresso labili sospetti sul Ciocan; che anzi sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per quanto concerne gli abusi sessuali (…) come fossero state trascurate importanti ipotesi investigative e come ci si fosse fidati senza alcun controllo delle dichiarazioni rese da Marius Ungureanu, pur a fronte di elementi preoccupanti quali le tracce di sperma appartenenti al predetto rinvenute su una maglietta e su una copertina sequestrate e il tenore di alcune conversazioni registrate (…)”. 

Nel gennaio 2019, l’ex giudice del Tribunale del Riesame di Napoli, Nicola Quatrano, che si è occupato del caso, in merito alla causa di morte di Maria, ha dichiarato: “Non è successo quello che la Procura di Benevento riteneva fosse successo” e riguardo alle violenze sessuali che la bambina subiva: “Era un aspetto della questione che non è stato approfondito in quest’ansia di trovare degli elementi di prova contro le persone che si era deciso fossero colpevoli”.

Vi avevamo informati che il 7 gennaio 2020, nel laboratorio di Genetica forense del Dipartimento di Biomedica e Prevenzione dell’Università Tor Vergata di Roma il perito Ciro Di Nunzio aveva iniziato le operazioni peritali su frammenti di tessuti isolati da indumenti sequestrati nel procedimento relativo alla morte della piccola Maria Ungureanu. Alle operazioni per la difesa di Daniel Ciocan aveva assistito anche la criminologa Ursula Franco che collabora con l’avvocato Salvatore Verrillo, e proprio lei ci aveva dichiarato: “Non mi aspetto colpi di scena. Mi aspetto che questi nuovi esami forniscano ulteriori elementi di supporto al quadro accusatorio già emerso con forza dalle indagini svolte fino ad oggi, anche se le risultanze degli esami fatti dai RIS di Roma e le intercettazioni disposte dalla procura di Benevento bastano e avanzano per individuare le responsabilità dei soggetti implicati in questo caso giudiziario, un caso di morte accidentale in una bambina abusata”

Nel dicembre scorso la criminologa Ursula Franco aveva dichiarato: “Non c’è più nulla da scoprire, il caso Ungureanu è ormai un caso chiuso. La verità è negli atti d’indagine e nelle motivazioni delle sentenze del Riesame e della Cassazione. Concordo in pieno con le conclusioni del professor Francesco Introna, chiamato a pronunciarsi dalla procura di Benevento, il quale ha sostenuto che “la causa del decesso (di Maria) debba attestarsi in morte asfittica rapida per annegamento e, segnatamente avendo escluso la ricorrenza a favore di una ricostruzione diversa e compatibile con l’azione causale contestata agli indagati, tanto in considerazione dell’assenza di lesioni contusive a livello del capo e degli arti e pertanto dell’assenza di segni di combattimento con l’acqua o in acqua” in poche parole, Maria non è stata uccisa. E’ venuto il momento che Daniel Ciocan torni a condurre una vita normale, perché non solo non è suo lo sperma trovato sulla maglietta in uso esclusivo a Maria e sulla coperta del suo lettino, ma il Ciocan non incontrò più la Ungureanu dopo averla accompagnata a casa intorno alle 20.00 del 19 giugno 2016, né si trovava a San Salvatore Telesino quando la bambina affogò, le analisi effettuate sulle celle telefoniche e sul GPS parlano chiaro, Daniel era a Castelvenere. I fatti sono immarcescibili, non cambiano con il passare degli anni”

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: TUTTO QUESTO “AL LUPO, AL LUPO, SONO INNOCENTI” NEI CASI DEGLI ASSASSINI DANNEGGIA GLI INNOCENTI DE FACTO

Criminologa Ursula Franco: “Antonio Logli, Alberto Stasi, Massimo Giuseppe Bossetti, Rosa Bazzi, Olindo Romano, Chico Forti e Sabrina Misseri sono colpevoli de facto e de iure, tutto questo “al lupo, al lupo, sono innocenti” tortura le famiglie delle vittime e danneggia le vere vittime degli errori giudiziari. Quando i Media prendono le parti di un sociopatico, c’è il rischio che venga reintegrato nella società e che reiteri. In parole povere, chi commette un omicidio e la fa franca, non è raro che ne commetta un secondo, si vedano i casi di Alessandro Cozzi e Bruno Lorandi. Il rischio è ancora maggiore quando l’omicida è un potenziale serial killer”

Le Cronache Lucane, 6 luglio 2020

Ursula Franco è medico e criminologo, è stata allieva del professor  Francesco Bruno, è allieva del dottor Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

– Dottoressa Franco, chi danneggia il teatrino mediatico?

I processi mediatici sono la prima causa di errore giudiziario, non solo favoriscono la condanna di soggetti innocenti, come nel caso di Michele Buoninconti, ma, quando cavalcano l’onda innocentista, c’è il rischio che un omicida venga reintegrato nella società. Peraltro, tutto questo recente ”al lupo, al lupo, sono innocenti” tortura le famiglie delle vittime e danneggia le vittime degli errori giudiziari. 

– Dottoressa Franco, dov’è il problema? Che cosa lascia spazio alla difesa dei colpevoli?

Gli errori investigativi, i ritardi, la superficialità, ma soprattutto l’incapacità da parte dei magistrati di ricostruire i fatti. Sono ormai anni che lo ripeto, la ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario. Ricostruire i fatti in modo capillare permette di attribuire le giuste responsabilità, riduce in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario e tutela i familiari della vittima perché non lascia spazio alla difesa. Le faccio alcuni esempi: sono stati commessi errori nella ricostruzione degli omicidi di Matilda Borin, Lidia Macchi, Yara Gambirasio, Orsola Serra, Roberta Ragusa e Maria Sestina Arcuri. Matilda Borin, Orsola Serra e Lidia Macchi non hanno avuto giustizia. Nel caso Serra è stato condannato in via definitiva un innocente de facto, Alessandro Calvia. Dei casi Calvia e Macchi mi sono occupata personalmente. Nel caso Macchi è stato arrestato e condannato in primo grado un innocente de facto, Stefano Binda, fortunatamente circa un anno fa è stato assolto in appello.

 – Nel caso dell’omicidio della piccola Matilda Borin che errore è stato commesso? Perché Matilda non ha avuto giustizia?

Matilda è morta in seguito ad uno shock emorragico da emoperitoneo secondario ad un trauma dorsale che le produsse multiple lacerazioni del fegato, la sezione del rene destro e una lesione del sinistro. L’errore è stato credere che quel trauma dorsale fosse stato prodotto da un calcio sferratole.

La piccola Matilda è morta invece in seguito ad un trauma da schiacciamento causato dalla pressione di un ginocchio sul suo dorso. 

All’esame autoptico furono riscontrate una lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale, due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori, multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro, la frattura della VII costa destra sulla linea ascellare posteriore con consensuale minima lacerazione pleurica ed intensa infiltrazione emorragica e un traumatismo delle coste dalla IX alla XII sinistre. 

La “lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale” è compatibile con l’impronta di un ginocchio e non con quella di una scarpa o di un piede. E le “due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori” provano che la forza lesiva scaricata su Matilda non la spinse nel vuoto ma la schiacciò contro una superficie semirigida.

In poche parole, chi uccise Matilda le appoggiò il proprio ginocchio sul dorso e la schiacciò contro una superficie semirigida, poi la bambina cadde sul pavimento e si produsse “multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro”. Subito dopo, l’omicida raccolse da terra la piccola prendendola sotto il braccio destro con la sola mano destra e, con la pressione del proprio pollice, le produsse “la frattura della VII costa posteriore destra sulla linea ascellare posteriore e la consensuale minima lacerazione pleurica”. La frattura costale non fu contestuale alla lesione dorsale che danneggiò gli organi addominali, né secondaria alle manovre rianimatorie, ma fu la conseguenza di un secondo fatto traumatico che seguì allo schiacciamento dorsale. All’esame autoptico si rilevò intorno alla frattura costale la presenza di una intensa infiltrazione emorragica, prova che il trauma precedette lo shock ipovolemico e l’arresto cardiaco e che quindi non fu causata dalle manovre rianimatorie che seguirono invece lo shock.

– Dottoressa Franco, lei ha da sempre sostenuto la colpevolezza di Antonio Logli, nel caso Ragusa che errori sono stati commessi? 

Nella ricostruzione dei giudici manca un passaggio cruciale, il Logli, dopo le 23.50, dopo aver messo sua figlia a letto, andò in autoscuola, Roberta, che era a letto, si alzò, si mise le scarpe da tennis che usava in palestra e che non furono mai ritrovate e una giacca e seguì di nascosto il marito. Fu proprio nei locali dell’autoscuola che Roberta sentì parlare suo marito Antonio con l’amante, ma soprattutto lo sentì chiudere l’ultima telefonata a Sara con un “Ti amo, buonanotte”, una frase che il Logli pronunciò perché credette di essere solo, ne nacque logicamente una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio, che abitava poco distante.

Secondo i giudici: “La sorpresa e il terrore alimentati dalla recente esperienza, vissuta dalla donna come un tentativo di omicidio, non hanno consentito ad avviso di questa Corte che si sviluppasse tra i due alcuna discussione: non vi è stato alcun alterco, alcun litigio, alcun clamore, tanto è vero che neppure i figli sono stati svegliati o hanno percepito alcunché”. 

Non corrisponde al vero ciò che hanno scritto i giudici su questo punto, il Logli e sua moglie Roberta discussero per ben due volte quella notte:

a) la discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo dopo le 00.17 in autoscuola, per questo motivo i bambini non sentirono niente e come loro neanche il titolare della scuola di ballo che si trova sopra l’autoscuola perché se n’era andato poco prima. 

b) una seconda discussione impegnò i due coniugi in via Gigli, in quell’occasione un testimone, Loris Gozi, li udì. 

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare in auto (la C3 di Roberta) probabilmente promettendole che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire.

Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia. E’ Loris Gozi a confermarcelo in un’intervista: “Perché c’erano delle urla, la signora urlava, delle urla strazianti, forti. (…) Ho sentito solo urlare, ma forte, come una donna che urla fo… che urla forte”. Il Gozi sentì la voce di Roberta e non quella del Logli perché Antonio cercò di abbassare i toni, cercò di calmare sua moglie per convincerla a salire in auto in moda da condurla in una zona isolata e ucciderla, il Logli, infatti, non aveva alcun interesse a richiamare l’attenzione dei vicini proprio perché aveva deciso di uccidere la povera Roberta.

Sempre secondo i giudici: “La Ragusa, in preda al panico percependo il grave pericolo per la propria incolumità è semplicemente e istintivamente scappata, così come si trovava, senza mettere niente altro addosso, senza portare niente con sé, e proprio attraverso i campi, come indicato dalle tracce fiutale dai cani, per sottrarsi alla vista e al prevedibile inseguimento del marito di cui aveva paura. Una fuga per la strada pubblica non sarebbe stata funzionale a detto scopo, poiché sarebbe stata visibile e raggiungibile e quanto al chiamare i suoceri, si trattava di persone che la donna sentiva distanti, fredde e non tutelanti”.

E’ un errore pensare che Roberta abbia sentito il Logli parlare con l’amante mentre si trovava in casa e che, per paura del marito, fosse fuggita tra i campi. Roberta intraprese la via dei campi non perché era in preda al panico o per fuggire al Logli ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito, Sara Calzolaio, e proprio perché si trovava in autoscuola, peraltro a pochi passi dalla staccionata che divide il parcheggio dell’autoscuola dai campi, non ebbe accesso alle chiavi della propria auto, che erano rimaste in casa. Ella infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente basse di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio. 

Il fatto che Roberta si sia allontanata a piedi è la riprova che la discussione tra lei e il marito si consumò in autoscuola e non in casa dove si trovavano le chiavi della sua C3.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa (…) e poi cambiando macchina Roberta, che è stata minacciata di morte, sta lì e m’aspetta cioè mmm è inverosimile, io credo che cosa più incredibile di questa non… non ci sia”. 

Secondo i giudici: “In concomitanza con tale sequenza temporale si colloca la formidabile deposizione del Gozi che inizialmente e consequenzialmente vede il Logli in posizione statica di attesa, circa nel luogo dal quale secondo la direzione intrapresa dalla fuggitiva, la donna avrebbe dovuto prima o poi sbucare dal campo. Questa prima scena così come descritta dai testi Loris Gozi e Anita Gombi, assume il valore di conferma e di decisivo significato indiziario: i testi descrivono una situazione insignificante e di per sé non allarmante, anzi neutra, ma probatoriamente preziosa, perché strettamente complementare e reattiva per tempistica e luogo ad eventi che si erano poco prima consumati tra altre persone, in altra sede e per ragioni a loro estranee. Il Logli ha consapevolezza di essere stato notato dal teste, che aveva un’auto vistosa a lui nota, per tale motivo rientra e cambia auto, che verrà notata dalla Latona posteggiala davanti a casa, in orario che, per quanto sopra detto trattando specificamente di tale indizio, non è affatto incompatibile con la deposizione Gozi, considerando la stretta prossimità dell’abitazione e il fatto che l’avvistamento successivo del Gozi è da collocarsi a circa venti minuti o mezz’ora dopo”.

Il Logli non cambiò auto perché fu visto all’interno della sua Ford Escort da Loris Gozi, come affermato dai giudici, non ne avrebbe infatti tratto alcun beneficio. Anzi, il fatto che il Gozi abbia potuto identificare non una ma due delle auto appartenenti alla famiglia Logli/Ragusa, in strada, quella sera, ha danneggiato Antonio Logli.

Purtroppo però inquirenti e magistrati hanno ignorato due fatti di rilievo:

a) una testimone vide il Logli pulire la strada nel punto dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort la notte della scomparsa della Ragusa e dove era stato notato dal Gozi;

b) la collaboratrice domestica di Roberta, Margherita Latona, ha sostenuto di aver visto il Logli pulire il vialetto di casa sua e proprio nel punto in cui la notte stessa della scomparsa di Roberta era parcheggiata la sua Escort.

In un’intervista, nel tentativo di sminuire il valore della dichiarazione della Latona agli inquirenti, il Logli ha detto: “Margherita Latona fece una telefonata, l’ho letto nelle carte, era affacciata allo stanzino del… dove io ho la lavatrice di casa e sotto di lei c’è uno stanzino dove tengo, diciamo, un ripostiglio, all’interno avevo una busta con della sabbia che uso per mettere nei commenti del piazzale dell’autoscuola, mentre prendo questa busta e giro per andare verso il piazzale in terra dei ragazzini avevano fatto quei disegni per fare il gioco che ci si salta dentro e mi sembravano brutti e io ho preso qualcosa e ho cominciato a grattare per vedere se lo potevo togliere, in realtà dopo poco mi so accorto che non ci facevo nulla le strisce, le righe che erano in terra son rimaste tali e quali”.

Con questa dichiarazione, il Logli ha aggiunto un tassello cruciale alla ricostruzione dei fatti della notte della scomparsa di Roberta Ragusa, ha affermato di aver usato la sabbia il giorno seguente. La sabbia è infatti la chiave di questo caso.

Loris Gozi vide Antonio Logli, in via Gigli, fermo dentro la sua Ford Escort station wagon a fari spenti tra le 00.30 e le 00.40.

La notte del 13 gennaio 2012 la domestica vide la Ford Escort del Logli parcheggiata nel vialetto poco dopo le 00.40.

La notte dell’omicidio, Antonio Logli danneggiò il contenitore del filtro del gasolio della sua Ford Escort station wagon ed il giorno dopo pulì sia la strada che il vialetto per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte precedente aveva stazionato in quei due luoghi.

Il Logli, la notte dell’omicidio, maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina non perché lo vide il Gozi, come erroneamente affermato dai giudici nelle motivazioni della sentenza, ma per non rischiare che l’auto danneggiata, ovvero la sua Escort, lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta.

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta. 

E’ logico inferire che il Logli non avrebbe perso tempo a riempire con la sabbia i “commenti” del piazzale dell’autoscuola nel caso fosse stato preoccupato per la scomparsa di Roberta tantomeno nel caso l’avesse uccisa, pertanto si può concludere che abbia usato la sabbia per asciugare il gasolio colato dalla sua auto sulla pavimentazione del vialetto. 

Il Logli pulì la strada ed il vialetto di casa sua per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse, posto che era la riprova che la sera della scomparsa della moglie lui si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo, pur sapendola danneggiata, usò la propria auto per raggiungere il cimitero al mattino dopo, lo fece per lasciare la Ford Escort a debita distanza da casa, per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quindi quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni per la presenza di chiazze di gasolio nei luoghi dove la sua auto era stata ferma quella notte.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati, ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa, poi dopo, siccome io sarei stato visto, ho cambiato macchina, cioè cosa sarebbe cambiato cambiando macchina? Se m’hai visto, m’hai visto”. 

Secondo i giudici: “A tale proposito vengono citate le dichiarazioni rese da un amico dell’imputato (…) propose di fare un giro in macchina transitando dai due cimiteri ove erano seppelliti i genitori della Ragusa. Saliti sulla Ford di proprietà dell’imputato e giunti al cimitero  di Pisa, si constatò tuttavia che il motore dell’auto non si avviava, nonostante l’imputato provasse a caricare il circuito di alimentazione del gasolio con l’apposita pompa del vano motore.  A quel punto veniva chiamato il padre dell’imputato che giungeva dopo circa 15/20 minuti e li riaccompagnava a casa (…) A tale proposito affermava che la problematica al  motore dell’auto, a dire dell’imputato si verificava frequentemente e che egli stesso, guardando il  vano motore, notava che il contenitore del filtro del gasolio era avvolto in una pellicola trasparente del tipo da cucina”.

E’ in questo stralcio di motivazioni la conferma del fatto che il Logli si era accorto, ben prima di giungere al cimitero, che il contenitore del filtro era rotto, lo aveva infatti già rivestito con la pellicola da cucina. 

Secondo i giudici: “Il delitto non era certo stato programmato per quella data e in quella occasione, come attestano le circostanze accertate e finanche la mancanza da parte del Logli della possibilità di approntare e addurre più adeguate e logiche circostanze della scomparsa della moglie e di costruire un albi più solido a suo favore, ma tuttavia proprio dal mancato ritrovamento del corpo si deve escludere che si sia trattalo di dolo d’impeto.

In qualunque modo ne abbia cagionato la morte, il mancato rinvenimento del corpo nonostante le già illustrate massicce ricerche, e a prescindere dalla circostanza tecnica che non sia stata contestata la premeditazione, indica chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie, significativamente e a ragion veduta temuta dalla povera Ragusa, ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi. La notte dei fatti invece la situazione è precipitata, con la scoperta da parte della Ragusa, sorpresa a sua volta dal marito e la immediata resa dei conti culminata nel terrore e nella fuga della donna raggiunta e coattivamente trattenuta, e nella sua soppressione. Insomma la mancata scoperta del corpo e delle modalità esecutive dell’omicidio qualificano in modo vieppiù negativo la personalità dell’autore e la sua capacità criminosa, la freddezza nell’ideazione, la precisione nell’esecuzione, e infine l’efficacia nella soppressione del corpo”.

I cadaveri si trovano più spesso per caso che durante le ricerche, pertanto è proprio la casistica ad indurci a dubitare che il fatto che il corpo di Roberta Ragusa non sia stato ritrovato indichi “chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie (…) ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi”. 

Ed è proprio il modo in cui il Logli tentò di uccidere Roberta, ovvero facendola cadere dalle scale, che ci permette di escludere che, prima della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, lo stesso avesse pensato ad un luogo dove occultarne il corpo.

Il Logli pensò al luogo dove avrebbe potuto occultarne il corpo (lo stesso luogo dove la uccise) mentre si trovava all’interno della sua Ford Escort quella stessa notte, in precedenza aveva pensato di sopprimerla simulando un incidente. In altre parole, il Logli non era preparato al susseguirsi degli eventi della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012.

– Dottoressa Franco, vuole aggiungere qualcosa?

Quando i Media prendono le parti di un sociopatico, c’è il rischio che venga reintegrato nella società e che reiteri. In parole povere, chi commette un omicidio e la fa franca, non è raro che ne commetta un secondo, si vedano i casi di Alessandro Cozzi e Bruno Lorandi. Il rischio è ancora maggiore quando l’omicida è un potenziale serial killer.

TRAGEDIA DI FOLIGNO, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: SONO STATI I CANI A CONDURRE GRETA ALLA PISCINA ABBANDONATA

La piscina dove è affogata Greta

Greta ha seguito i suoi cani, che erano soliti entrare in quel giardino passando dal varco nella recinzione, si è buttata in piscina dopo i suoi cani ed è affogata

Le Cronache Lucane, 14 maggio 2020

E’ successo a Ponte Centesimo, a 12 km da Foligno, Greta, una bambina di soli 3 anni, il 13 maggio, dopo pranzo, si è allontanata da casa con i suoi labrador ed intorno alle 16,30 il suo cadavere è stato ritrovato all’interno di una piscina di una villa disabitata. Ne abbiamo parlato con la criminologa Franco che ormai da 4 anni si occupa della morte di Maria Ungureanu per la difesa dei fratelli Ciocan. Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Il varco nella recinzione

– Dottoressa Franco, Maria Ungureanu è morta in circostanze molto simili.

Sì, e a differenza di Greta era in compagnia di un’amica.

– Dottoressa, cosa è successo a Greta?

La bambina ha seguito i suoi cani, che erano soliti entrare in quel giardino passando dal varco nella recinzione, si è buttata in piscina ed è affogata. Dalle indagini è emerso che c’è un sentiero di soli 900 metri che conduce dalla casa del nonno di Greta alla villa con la piscina.

– L’inviata di “Chi l’ha visto?” Filomena Rorro ha detto: “I cani devono aver cercato di salvare la bambina perché i cani erano bagnati”, che ne pensa?

Non sono i cani ad aver seguito la bambina, è stata Greta a seguire i cani. I labrador sono cani che amano l’acqua, sono stati loro i primi a buttarsi in quella piscina, la bambina li ha imitati. 

– In un articolo pubblicato su Fanpage si legge: “I due labrador di famiglia hanno provato a rianimare la piccola Greta”.

Fantascienza. Siamo un paese di sognatori.

– Il custode della villa, intervistato dall’inviata di “Chi l’ha visto?” ha escluso che Greta possa aver raggiunto la villa da sola e la Rorro ha aggiunto: “Ecco, Federica, questo è quello che ci ha detto il custode e che pensano un pochino tutti”, lei che ne pensa?

Penso che i fatti parlino chiaro e che ognuno debba confrontarsi con le proprie responsabilità invece di tentare di trovare un capro espiatorio come è successo nel caso di Maria Ungureanu. 

MORTE DI MARIA UNGUREANU, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: ANCORA FANGO SULLA VERITA’

Maria Ungureanu

Nel gennaio 2019, l’ex giudice del Tribunale del Riesame di Napoli, Nicola Quatrano, che si è occupato del caso, in merito alla causa di morte di Maria, ha dichiarato: “Non è successo quello che la Procura di Benevento riteneva fosse successo” e riguardo alle violenze sessuali che la bambina subiva: “Era un aspetto della questione che non è stato approfondito in quest’ansia di trovare degli elementi di prova contro le persone che si era deciso fossero colpevoli”.

Le Cronache Lucane, 7 maggio 2020

Il 3 maggio 2020, il giornalista di “Giallo”, Gian Pietro Fiore ha pubblicato il seguente post: “Maria è una bambina di nove anni e apparentemente ha una vita normale. Va scuola, ha un buon profitto, gioca con i suoi coetanei e frequenta la chiesa del paese. Ma dietro a quella normalità si nasconde un atroce segreto: Maria vede di nascosto Daniel, amico dei suoi genitori, che di anni ne ha 21. Troppi per stare insieme a una bambina. Maria quattro anni fa è morta e la giustizia tarda ad arrivare. Per comprendere cosa le è successo non sono bastate due autopsie, centinaia di intercettazioni e analisi tecniche svolte dai Ros, il reparto speciale dei carabinieri. Maria Ungureanu, di origini romene, viene ritrovata cadavere nella piscina nel giardino del complesso turistico “Borgo San Manno” di San Salvatore Telesino, in provincia di Benevento. È il 20 giugno del 2016. Sono le 00.08. La bambina è nuda, in uno specchio d’acqua che al massimo le supera il bacino. I suoi vestiti vengono ritrovati piegati in un bordo della piscina. Maria, però, non sa nuotare. Non solo. Ha una tremenda paura dell’acqua e quella sera fa molto freddo. Quindi in quella piscina non si sarebbe mai immersa per sua volontà. Qualcuno l’ha costretta, non prima di averle fatto molto male. La bambina è morta soffocata e il sospetto è che un presunto assassino l’abbia tenuta con la testa sotto l’acqua. Daniel, l’amico di famiglia, è stato da subito indagato per omicidio e violenza sessuale. È con lui che Maria trascorre gran parte dell’ultima giornata della sua vita. Le relazioni medico legali evidenziano che la bambina ha subito delle gravi e ripetute violenze sessuali. Abusi che patisce da tempo. Daniel nega qualsiasi responsabilità. Eppure i Ros accertano che quando la bambina è in quella piscina, l’auto dell’indagato è proprio lì sulla scena del delitto. La procura più di una volta è sul punto di arrendersi e per due volte ha chiesto l’archiviazione del caso. Un giudice ha disposto nuove indagini, quelle che avrebbero dovuto finalmente far luce sulla morte di Maria. Qualche mese fa, una nuova perizia autoptica, stravolgendo i risultati delle precedenti, ha stabilito che la bambina non ha subito alcuna violenza, ma che qualche orco si è ‘divertito’ attraverso l’utilizzo di oggetti. Non si comprende come si è potuto giungere a una simile conclusione, dal momento che i legali e i consulenti dei genitori della vittima hanno denunciato la sparizione degli organi sessuali della bambina. Intanto sui pantaloncini che Maria indossava il giorno prima di morire sono state isolate tracce biologiche di Daniel. Nell’ultima perizia è stabilito l’orario della morte della bambina, che potrebbe coincidere con l’orario in cui si ha la prova che la vittima è con il suo presunto carnefice. Un rompicapo. In questi giorni la procura di Benevento chiuderà le indagini. Due le possibilità: la richiesta di archiviazione o il rinvio a processo per Daniel. Nel frattempo sono trascorsi quattro anni.”

Ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco, consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan.

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

– Dottoressa Franco, è vero che “La bambina è nuda, in uno specchio d’acqua che al massimo le supera il bacino. Quindi in quella piscina non si sarebbe mai immersa per sua volontà. Qualcuno l’ha costretta, non prima di averle fatto molto male. La bambina è morta soffocata”?

E’ falso. Maria era in compagnia di un’amica e si immerse volontariamente in piscina e annegò. Gli indumenti di Maria erano integri e vennero ritrovati riposti su una sedia a bordo piscina, le scarpe appaiate accanto agli abiti, gli slip sul prato vicino alla sedia. Tutti questi dati ci permettono di ipotizzare un denudamento volontario. La bambina si spogliò per fare un bagno e lo fece per rivestirsi con gli abiti asciutti; Maria non solo si spogliò volontariamente ma lo fece in presenza di un’amica di cui non si vergognava e di cui si fidava e proprio per questo motivo entrò in acqua, lo fece anche perché fu rassicurata sull’altezza dell’acqua della piscina che le permetteva di toccare tranne, purtroppo, in un punto; Maria, infatti era alta 145 cm e la piscina in unico punto misurava una profondità di 135 cm e proprio in quel punto l’acqua sommerse gli orifizi della giovane Ungureanu causandole il panico e facendola annegare.L’esame autoptico ha escluso l’ipotesi omicidiaria e le analisi non hanno rilevato la presenza di DNA di Daniel Ciocan né nel materiale subungueale di Maria, né sui suoi abiti, né sulla scena dell’incidente e non sono stati rilevati né sul cadavere di Maria che sul corpo del Ciocan i segni di una colluttazione. Il professor Francesco Introna, chiamato a pronunciarsi dalla procura di Benevento, ha così concluso: “la causa del decesso (di Maria) debba attestarsi in morte asfittica rapida per annegamento e, segnatamente avendo escluso la ricorrenza a favore di una ricostruzione diversa e compatibile con l’azione causale contestata agli indagati, tanto in considerazione dell’assenza di lesioni contusive a livello del capo e degli arti e pertanto dell’assenza di segni di combattimento con l’acqua o in acqua” in poche parole, anche secondo Introna Maria non è stata uccisa e proprio sulla base della sua consulenza, la Procura chiese l’archiviazione per i fratelli Ciocan. Il GIP Flavio Cusani archiviò poi la posizione di Cristina Ciocan e impose alla Procura di Benevento l’iscrizione nel registro degli indagati dei genitori di Maria e il prosieguo dell’attività investigativa per altri sei mesi.

– Dottoressa, è vero che “È con lui (Daniel) che Maria trascorre gran parte dell’ultima giornata della sua vita”?

E’ falso. Il 19 giugno 2016 la piccola Maria suonò a casa di Daniel intorno alle 19.00, cercarono di raggiungere in auto un paese vicino per prendere Cristina e, poichè le strade erano chiuse, furono costretti a tornare indietro. Alle 20.00 Daniel lasciò Maria a pochi passi da casa sua, di fronte alla chiesa del paese di San Salvatore Telesino.

– Dottoressa è vero che “Eppure i Ros accertano che quando la bambina è in quella piscina, l’auto dell’indagato è proprio lì sulla scena del delitto”?

E’ falso. Daniel e Cristina Ciocan si allontanarono da San Salvatore Telesino alle 21.02.30, prima che la bambina affogasse. Secondo i medici legali della procura infatti l’orario della morte è da inserirsi nella forcella temporale che inizia dopo le 21.15 e termina alle 23.15, in un lasso di tempo, tra l’altro, in cui gli accessi principali al resort erano chiusi e la piscina era raggiungibile soltanto attraverso il varco nella rete di recinzione. Non solo Daniel non si trovava a San Salvatore Telesino quando Maria affogò ma le analisi fatte sul suo cellulare provano che dal momento del suo arrivo in paese al momento in cui si allontanò rimase quasi tutto il tempo al telefono.

– Dottoressa, è vero che “sui pantaloncini che Maria indossava il giorno prima di morire sono state isolate tracce biologiche di Daniel”?

E’ tendenzioso. Il fatto che i RIS di Roma abbiano isolato DNA da contatto appartenente al Ciocan su un pantaloncino di Maria è un reperto compatibile con la frequentazione da parte di Daniel di casa Ungureanu. Peraltro, quel DNA potrebbe essersi depositato sui pantaloncini di Maria non per contatto diretto ma attraverso un vettore, come può esserlo una sedia, un tavolo o un qualsiasi altro oggetto venuto in contatto con il Ciocan, e questo anche dopo la sua morte.

– Dottoressa è vero che “Due le possibilità: la richiesta di archiviazione o il rinvio a processo per Daniel”?

Mi sembra di capire che il giornalista finga di non sapere che i genitori di Maria Ungureanu sono entrambi indagati e che, già nel luglio 2016, i RIS di Roma avevano isolato schizzi di sperma di Marius Ungureanu su una maglietta in uso esclusivo a Maria e sulla coperta del suo lettino e che, proprio in merito alla posizione di Elena ed Andrea Ungureanu, i giudici del Tribunale del Riesame di Napoli si sono così espressi: “sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per ciò che concerne gli abusi sessuali”, mentre, nel dicembre 2017, i giudici della Corte Suprema di Cassazione hanno così concluso: “[…] omissione da parte del PM della valutazione probatoria in relazione all’accertata presenza di liquido seminale del padre della vittima sulla maglietta/reperto 27 […] il pregiudizio aveva ispirato l’indagine e che un “colpevole” era stato suggerito fin dall’inizio dalla madre della bambina che aveva espresso labili sospetti sul Ciocan; che anzi sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per quanto concerne gli abusi sessuali […] come fossero state trascurate importanti ipotesi investigative e come ci si fosse fidati senza alcun controllo delle dichiarazioni rese da Marius Ungureanu, pur a fronte di elementi preoccupanti quali le tracce di sperma appartenenti al predetto rinvenute su una maglietta e su una copertina sequestrate e il tenore di alcune conversazioni registrate […] ”.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: CON LA STATEMENT ANALYSIS SI COSTRUISCONO CASTELLI ACCUSATORI INDISTRUTTIBILI FONDATI SULLE DICHIARAZIONI DEI REI

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Le Cronache Lucane, 29 aprile 2020

Criminologa Ursula Franco: “La ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario, una ricostruzione senza smagliature dovrebbe essere la priorità di una procura che intenda identificare il responsabile di un delitto, degli avvocati di parte civile e dei giudici che emettono una sentenza. Solo ricostruendo i fatti in modo capillare si possono attribuire le giuste responsabilità e si riduce in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario”

– Dottoressa Franco, perché la maggior parte dei PM italiani non è in grado di ricostruire le dinamiche omicidiarie?

In primis, perché non sanno interrogare e contaminano gli interrogatori rendendoli inutilizzabili e poi perché non ascoltano e dismettono come false le dichiarazioni di indagati e testimoni che non si adattano all’idea pregiudiziale che si sono fatti, ed invece indagati e testimoni raramente falsificano, in più del 90% dei casi non raccontano tutto, ovvero dissimulano, ma dicono il vero. 

– Dottoressa, da cosa si capisce se un soggetto dice il vero, dissimula o falsifica?

Dalla struttura delle frasi che compongono le sue dichiarazioni. 

– Come si chiama la più diffusa tecnica di analisi delle dichiarazioni di indagati, sospettati e testimoni?

Statement Analysis. La Statement Analysis è una scienza complessa con un’infinità di regole ben precise che si basa sul principio che le dichiarazioni veritiere differiscono da quelle false in alcune parti del linguaggio. Il contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi realmente vissuti è diverso dalla struttura di dichiarazioni riferibili ad eventi solo immaginati, ad esempio, è logico aspettarsi che un soggetto racconti fatti accaduti nel passato usando il verbo al passato, pertanto quando, dopo aver parlato al passato, parla al presente, è alquanto probabile che stia falsificando, ovvero non stia pescando nella memoria. 

– Dottoressa, sappiamo che servono anni di studio per diventare analisti, le faccio comunque una domanda che le potrà sembrarle banale, come si fa a capire se un soggetto dice il vero ma non racconta tutto?

Da alcuni indicatori che rileviamo nelle sue dichiarazioni quali auto censure, lacune temporali, frasi che iniziano con “E”. Questi indicatori ci rivelano che in una certa sede mancano delle informazioni.

– Dottoressa Franco, in un caso giudiziario, quanto è importante ricostruire i fatti in modo capillare e perché?

Quando un caso è controverso, ovvero quando il referto medico legale non è dirimente o manca il cadavere, serve ad assicurarsi che sia stato commesso un omicidio o ad escluderlo. Nel caso sia stato commesso un omicidio, una capillare ricostruzione dei fatti tutela i familiari della vittima perché non lascia spazio alla difesa. 

– Dottoressa Franco, quanto siamo indietro nel nostro paese?

Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Le dico solo che la maggior parte di chi si occupa di casi giudiziari (PM, parti civili, consulenti forensi) non solo non è in grado di ricostruire le dinamiche omicidiarie ma non riconosce la verità neanche quando gli viene servita su un piatto d’argento. Le ripeto, individuare un colpevole non basta, è necessario costruire castelli accusatori indistruttibili e con la Statement Analysis si può, perché tali castelli accusatori si fondano sulle dichiarazioni degli indagati stessi che, se interrogati come si deve, rivelano tutto.