Maria Ungureanu non è stata uccisa, ma si indaghi sulle violenze. Parla la criminologa Ursula Franco

LABTV.NET 10 Luglio 2020 | by Maresa Calzone

Maria Ungureanu non è stata uccisa, ma si indaghi sulle violenze.Parla la criminologa Ursula Franco

Quattro anni fa la morte  della piccola Maria Ungureanu, ritrovata senza vita in una piscina di San Salvatore Telesino. Oggi restano indagati Daniel Ciocan (amico di famiglia) e i genitori della bambina accusati di violenze. Ma la storia sembra non avere fine. Abbiamo sentito via Skype la Criminologa Ursula Franco, consulente di parte di Daniel Ciocan: “Maria non è stata uccisa, l’autopsia parla chiaro. Si indaghi sulle violenze”.

MORTE DI MARIA UNGUREANU: RIPORTIAMO LA PRIMA INTERVISTA CHE LA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO HA RILASCIATO 4 ANNI FA DOPO AVER RICEVUTO L’INCARICO DI CONSULENTE DEI FRATELLI CIOCAN

La criminologa Franco ha rilasciato questa intervista a Fanpage a circa un mese dalla morte di Maria Ungureanu

Le Cronache Lucane, 9 luglio 2020

“Maria Ungureanu non è stata uccisa, si è trattato di un incidente”

Intervista a Ursula Franco, la criminologa toscana che coadiuverà la difesa nel caso di Maria Ungureanu, la bimba morta a San Salvatore Telesino (Benevento). “Non è stata uccisa, si è trattato di un incidente di gioco. Il caso ricorda quello dei due fratellini di Gravina in Puglia”.

FANPAGE, 28 LUGLIO 2016 10:24

di Ciro Pellegrino

in foto: La criminologa Ursula Franco

Ursula Franco è la criminologa toscana che coadiuverà la difesa nel caso di Maria Ungureanu, la bimba morta in circostanze da chiarire a metà giugno a San Salvatore Telesino (Benevento). La professionista, già impegnata nei casi di Elena Ceste e del delitto di Avetrana, è stata chiamata dal legale di Petru Daniel Ciocan, il rumeno nel mirino degli inquirenti per la morte della bambina.

Che ruolo avrà in questa fase delle indagini?

Sto fornendo all’avvocato Giuseppe Maturo un supporto criminologico e la mia esperienza in fatto di incidenti scambiati per omicidi. La posizione di Daniel è molto delicata, quando un incidente viene scambiato per omicidio è facile che gli inquirenti focalizzino su un soggetto e attraverso contorte ricostruzioni senza precedenti nella casistica criminologica, finiscano per incastrarlo, come è accaduto nel caso di Michele Buoninconti. La posizione del presunto colpevole di un omicidio che non c’è stato è molto delicata in quanto egli è purtroppo un colpevole insostituibile, non esistendone uno vero.

Che idea si è fatta, al di là delle accuse mosse a Ciocan, delle circostanze che hanno portato alla morte di Maria?

Dal poco che emerge dalle indagini ritengo che la morte della Ungureanu sia intervenuta in seguito ad un incidente di gioco. Maria, con tutta probabilità, in compagnia di altri bambini, si è recata nel giardino dove ha trovato la morte semplicemente per fare un bagno e prendendo esempio dai suoi compagni di gioco si è spogliata e gettata nelle acque della piscina. I graffi sulla schiena di Maria provano che la bambina entrò nel giardino attraverso un’apertura nella rete che solo chi frequentava quel parco poteva conoscere. È semplicemente una coincidenza che sia morta una bambina e che su di lei siano stati riscontrati i segni di pregressi abusi sessuali; non essendo contestuale alla morte, l’abuso non può essere ritenuto il movente di un omicidio e mancando il movente evidentemente non è difficile inferire che un omicidio non c’è stato. Inoltre, l’ipotesi del tentativo di violenza sessuale scaturito in un omicidio è insostenibile se non supportata da dati medico legali incontrovertibili.

Quindi che sarebbe accaduto quel giorno?

Credo che la bambina abbia incontrato alle giostre alcuni suoi compagni di giochi, forse coetanei o ragazzini poco più grandi di lei e che questi l’abbiano condotta, attraverso l’apertura nella rete, nel parco per fare un bagno in piscina, si spiegherebbe così il denudamento. I genitori della Ungureanu sostengono che la figlia non sapesse nuotare ma i bambini tendono ad emulare i propri compagni di gioco e per questo motivo Maria si sarebbe gettata in piscina. Infine, ritengo che il caso della Ungureanu non sia dissimile da quello dei due fratellini di Gravina in Puglia, Francesco e Salvatore Pappalardo, i cui amici di gioco tacquero nonostante fossero a conoscenza delle loro sorti e nonostante fosse stato incarcerato il padre dei due scomparsi, Filippo Pappalardo.

Secondo lei i riscontri che si attendono dai Ris metteranno la parola fine al caso individuando in maniera netta le responsabilità?

Non credo, le analisi scientifiche non sono quasi mai risolutive. Le analisi possono essere di supporto alle indagini tradizionali ma è necessario ricostruire i fatti nella loro globalità in modo preciso e secondo la logica, per attribuire eventuali responsabilità.

Senta, sul suo profilo Facebook lei non ha avuto parole tenere per i talk che si occupano dei casi di cronaca nera. Anche nel caso di Maria hanno avuto o hanno un ruolo?

Certamente, la morte di una bambina, per di più abusata, ha scatenato un’orda di miopi giustizialisti che non hanno le competenze per affrontare un caso giudiziario. Purtroppo le notizie che vengono diffuse dai media sono manipolate o frammentarie e vengono spesso interpretate in modo erroneo dagli pseudo esperti stipendiati dai vari programmi televisivi, programmi in cui nessuno è realmente interessato alla verità ed i conduttori appoggiano una tesi piuttosto che un’altra a seconda del loro ritorno in termini di share. L’abitudine, ormai consacrata, di disquisire in tv delle responsabilità di qualcuno in merito ad un reato così grave come l’omicidio non è innocua, i danni che può fare alle vite di coloro che finiscono per trovarsi sotto questa deformante lente d’ingrandimento possono essere incalcolabili, come nel caso di Michele Buoninconti. I media, non soltanto intrattengono la massa ma influenzano i testimoni dei vari procedimenti e spesso forgiano purtroppo anche il pensiero di inquirenti e giudici. Inoltre la pressione mediatica, come noto a tutti, è una delle cause di errore giudiziario.

MORTE DI MARIA UNGUREANU, INCIDENTE PROBATORIO, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: MARIA NON E’ STATA UCCISA, IL PERCHE’ SI PARLI DI MOVENTE IN UN CASO DI MORTE ACCIDENTALE E’ UN MISTERO

Durante l’udienza di ieri i periti del GIP hanno esposto le loro conclusioni in tema di indagini medico legali e genetiche. Il medico legale Cristoforo Pomara ha escluso che si sia trattato di omicidio e ha detto che a suo avviso non vi sono prove degli abusi sessuali sul cadavere. Nulla di nuovo sul fronte degli esami genetici, nel luglio 2016, a un mese dalla morte di Maria Ungureanu, i RIS di Roma hanno isolato lo sperma di suo padre Marius Ungureanu su una maglietta in uso esclusivo a Maria e sulla coperta del suo lettino. Marius Ungureanu è assistito dal’avvocato Fabrizio Gallo (noto per aver difeso il figlicida Tullio Brigida), dalla famosa biologa Marina Baldi e dalla ancor più famosa psicologa Roberta Bruzzone. 

Le Cronache Lucane, 8 luglio 2020

Daniel Ciocan è difeso dall’avvocato Salvatore Verrillo, coadiuvato dal medico legale Fernando Panarese e dalla criminologa Ursula Franco.

Criminologa Ursula Franco: “Maria Ungureanu non è stata uccisa, è stato il corpo della bambina a dircelo, è da qui che bisogna partire. Il perché si parli di movente in un caso di morte accidentale è un mistero. La risposta sugli abusi è agli atti. Le intercettazioni e le risultanze degli esami genetici forniscono le risposte di cui la procura ha bisogno. Le indagini permettono di addivenire alla verità. Lo dico senza timore di smentita e per il bene di Daniel Ciocan, un giovane uomo che negli ultimi 4 anni ha dovuto sopportare l’inimmaginabile: la soluzione del caso è nella mia consulenza”  

La procura di Benevento indaga da 4 anni sulla morte di Maria Ungureanu, 9 anni, è annegata il 19 giugno 2016 nella piscina di un casale a San Salvatore Telesino. Dapprima sono stati indagati due fratelli Cristina e Daniel Ciocan, la posizione di Cristina è poi stata archiviata e le indagini sono state allargate ai genitori della bambina su consiglio dei giudici del Riesame di Napoli e della Cassazione che così si sono espressi: “Sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per ciò che concerne gli abusi sessuali’ “ e: “(…) omissione da parte del PM della valutazione probatoria in relazione all’accertata presenza di liquido seminale del padre della vittima sulla maglietta/reperto 27 (…) il pregiudizio aveva ispirato l’indagine e che un “colpevole” era stato suggerito fin dall’inizio dalla madre della bambina che aveva espresso labili sospetti sul Ciocan; che anzi sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per quanto concerne gli abusi sessuali (…) come fossero state trascurate importanti ipotesi investigative e come ci si fosse fidati senza alcun controllo delle dichiarazioni rese da Marius Ungureanu, pur a fronte di elementi preoccupanti quali le tracce di sperma appartenenti al predetto rinvenute su una maglietta e su una copertina sequestrate e il tenore di alcune conversazioni registrate (…)”. 

Nel gennaio 2019, l’ex giudice del Tribunale del Riesame di Napoli, Nicola Quatrano, che si è occupato del caso, in merito alla causa di morte di Maria, ha dichiarato: “Non è successo quello che la Procura di Benevento riteneva fosse successo” e riguardo alle violenze sessuali che la bambina subiva: “Era un aspetto della questione che non è stato approfondito in quest’ansia di trovare degli elementi di prova contro le persone che si era deciso fossero colpevoli”.

Vi avevamo informati che il 7 gennaio 2020, nel laboratorio di Genetica forense del Dipartimento di Biomedica e Prevenzione dell’Università Tor Vergata di Roma il perito Ciro Di Nunzio aveva iniziato le operazioni peritali su frammenti di tessuti isolati da indumenti sequestrati nel procedimento relativo alla morte della piccola Maria Ungureanu. Alle operazioni per la difesa di Daniel Ciocan aveva assistito anche la criminologa Ursula Franco che collabora con l’avvocato Salvatore Verrillo, e proprio lei ci aveva dichiarato: “Non mi aspetto colpi di scena. Mi aspetto che questi nuovi esami forniscano ulteriori elementi di supporto al quadro accusatorio già emerso con forza dalle indagini svolte fino ad oggi, anche se le risultanze degli esami fatti dai RIS di Roma e le intercettazioni disposte dalla procura di Benevento bastano e avanzano per individuare le responsabilità dei soggetti implicati in questo caso giudiziario, un caso di morte accidentale in una bambina abusata”

Nel dicembre scorso la criminologa Ursula Franco aveva dichiarato: “Non c’è più nulla da scoprire, il caso Ungureanu è ormai un caso chiuso. La verità è negli atti d’indagine e nelle motivazioni delle sentenze del Riesame e della Cassazione. Concordo in pieno con le conclusioni del professor Francesco Introna, chiamato a pronunciarsi dalla procura di Benevento, il quale ha sostenuto che “la causa del decesso (di Maria) debba attestarsi in morte asfittica rapida per annegamento e, segnatamente avendo escluso la ricorrenza a favore di una ricostruzione diversa e compatibile con l’azione causale contestata agli indagati, tanto in considerazione dell’assenza di lesioni contusive a livello del capo e degli arti e pertanto dell’assenza di segni di combattimento con l’acqua o in acqua” in poche parole, Maria non è stata uccisa. E’ venuto il momento che Daniel Ciocan torni a condurre una vita normale, perché non solo non è suo lo sperma trovato sulla maglietta in uso esclusivo a Maria e sulla coperta del suo lettino, ma il Ciocan non incontrò più la Ungureanu dopo averla accompagnata a casa intorno alle 20.00 del 19 giugno 2016, né si trovava a San Salvatore Telesino quando la bambina affogò, le analisi effettuate sulle celle telefoniche e sul GPS parlano chiaro, Daniel era a Castelvenere. I fatti sono immarcescibili, non cambiano con il passare degli anni”

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: TUTTO QUESTO “AL LUPO, AL LUPO, SONO INNOCENTI” NEI CASI DEGLI ASSASSINI DANNEGGIA GLI INNOCENTI DE FACTO

Criminologa Ursula Franco: “Antonio Logli, Alberto Stasi, Massimo Giuseppe Bossetti, Rosa Bazzi, Olindo Romano, Chico Forti e Sabrina Misseri sono colpevoli de facto e de iure, tutto questo “al lupo, al lupo, sono innocenti” tortura le famiglie delle vittime e danneggia le vere vittime degli errori giudiziari. Quando i Media prendono le parti di un sociopatico, c’è il rischio che venga reintegrato nella società e che reiteri. In parole povere, chi commette un omicidio e la fa franca, non è raro che ne commetta un secondo, si vedano i casi di Alessandro Cozzi e Bruno Lorandi. Il rischio è ancora maggiore quando l’omicida è un potenziale serial killer”

Le Cronache Lucane, 6 luglio 2020

Alberto Stasi

Ursula Franco è medico e criminologo, è stata allieva del professor  Francesco Bruno, è allieva del dottor Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

– Dottoressa Franco, chi danneggia il teatrino mediatico?

I processi mediatici sono la prima cauda di errore giudiziario, non solo favoriscono la condanna di soggetti innocenti, come nel caso di Michele Buoninconti, ma, quando cavalcano l’onda innocentista, c’è il rischio che un omicida venga reintegrato nella società. Peraltro, tutto questo recente ”al lupo, al lupo, sono innocenti” tortura le famiglie delle vittime e danneggia le vittime degli errori giudiziari. 

Massimo Giuseppe Bossetti

– Dottoressa Franco, dov’è il problema? Che cosa lascia spazio alla difesa dei colpevoli?

Gli errori investigativi, i ritardi, la superficialità, ma soprattutto l’incapacità da parte dei magistrati di ricostruire i fatti. Sono ormai anni che lo ripeto, la ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario. Ricostruire i fatti in modo capillare permette di attribuire le giuste responsabilità, riduce in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario e tutela i familiari della vittima perché non lascia spazio alla difesa. Le faccio alcuni esempi: sono stati commessi errori nella ricostruzione degli omicidi di Matilda Borin, Lidia Macchi, Yara Gambirasio, Orsola Serra, Roberta Ragusa e Maria Sestina Arcuri. Matilda Borin, Orsola Serra e Lidia Macchi non hanno avuto giustizia. Nel caso Serra è stato condannato in via definitiva un innocente de facto, Alessandro Calvia. Dei casi Calvia e Macchi mi sono occupata personalmente. Nel caso Macchi è stato arrestato e condannato in primo grado un innocente de facto Stefano Binda, fortunatamente circa un anno fa è stato assolto in appello.

Matilda Borin

 – Nel caso dell’omicidio della piccola Matilda Borin che errore è stato commesso? Perché Matilda non ha avuto giustizia?

Matilda è morta in seguito ad uno shock emorragico da emoperitoneo secondario ad un trauma dorsale che le produsse multiple lacerazioni del fegato, la sezione del rene destro e una lesione del sinistro. L’errore è stato credere che quel trauma dorsale fosse stato prodotto da un calcio sferratole.

La piccola Matilda è morta invece in seguito ad un trauma da schiacciamento causato dalla pressione di un ginocchio sul suo dorso. 

All’esame autoptico furono riscontrate una lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale, due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori, multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro, la frattura della VII costa destra sulla linea ascellare posteriore con consensuale minima lacerazione pleurica ed intensa infiltrazione emorragica e un traumatismo delle coste dalla IX alla XII sinistre. 

La “lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale” è compatibile con l’impronta di un ginocchio e non con quella di una scarpa o di un piede. E le “due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori” provano che la forza lesiva scaricata su Matilda non la spinse nel vuoto ma la schiacciò contro una superficie semirigida.

In poche parole, chi uccise Matilda le appoggiò il proprio ginocchio sul dorso e la schiacciò contro una superficie semirigida, poi la bambina cadde sul pavimento e si produsse “multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro”. Subito dopo, l’omicida raccolse da terra la piccola prendendola sotto il braccio destro con la sola mano destra e, con la pressione del proprio pollice, le produsse “la frattura della VII costa posteriore destra sulla linea ascellare posteriore e la consensuale minima lacerazione pleurica”. La frattura costale non fu contestuale alla lesione dorsale che danneggiò gli organi addominali, né secondaria alle manovre rianimatorie, ma fu la conseguenza di un secondo fatto traumatico che seguì allo schiacciamento dorsale. All’esame autoptico si rilevò intorno alla frattura costale la presenza di una intensa infiltrazione emorragica, prova che il trauma precedette lo shock ipovolemico e l’arresto cardiaco e che quindi non fu causata dalle manovre rianimatorie che seguirono invece lo shock.

Antonio Logli

– Dottoressa Franco, lei ha da sempre sostenuto la colpevolezza di Antonio Logli, nel caso Ragusa che errori sono stati commessi? 

Nella ricostruzione dei giudici manca un passaggio cruciale, il Logli, dopo le 23.50, dopo aver messo sua figlia a letto, andò in autoscuola, Roberta, che era a letto, si alzò, si mise le scarpe da tennis che usava in palestra e che non furono mai ritrovate e una giacca e seguì di nascosto il marito. Fu proprio nei locali dell’autoscuola che Roberta sentì parlare suo marito Antonio con l’amante, ma soprattutto lo sentì chiudere l’ultima telefonata a Sara con un “Ti amo, buonanotte”, una frase che il Logli pronunciò perché credette di essere solo, ne nacque logicamente una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio, che abitava poco distante.

Secondo i giudici: “La sorpresa e il terrore alimentati dalla recente esperienza, vissuta dalla donna come un tentativo di omicidio, non hanno consentito ad avviso di questa Corte che si sviluppasse tra i due alcuna discussione: non vi è stato alcun alterco, alcun litigio, alcun clamore, tanto è vero che neppure i figli sono stati svegliati o hanno percepito alcunché”. 

Non corrisponde al vero ciò che hanno scritto i giudici su questo punto, il Logli e sua moglie Roberta discussero per ben due volte quella notte:

a) la discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo dopo le 00.17 in autoscuola, per questo motivo i bambini non sentirono niente e come loro neanche il titolare della scuola di ballo che si trova sopra l’autoscuola perché se n’era andato poco prima. 

b) una seconda discussione impegnò i due coniugi in via Gigli, in quell’occasione un testimone, Loris Gozi, li udì. 

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare in auto (la C3 di Roberta) probabilmente promettendole che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire.

Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia. E’ Loris Gozi a confermarcelo in un’intervista: “Perché c’erano delle urla, la signora urlava, delle urla strazianti, forti. (…) Ho sentito solo urlare, ma forte, come una donna che urla fo… che urla forte”. Il Gozi sentì la voce di Roberta e non quella del Logli perché Antonio cercò di abbassare i toni, cercò di calmare sua moglie per convincerla a salire in auto in moda da condurla in una zona isolata e ucciderla, il Logli, infatti, non aveva alcun interesse a richiamare l’attenzione dei vicini proprio perché aveva deciso di uccidere la povera Roberta.

Sempre secondo i giudici: “La Ragusa, in preda al panico percependo il grave pericolo per la propria incolumità è semplicemente e istintivamente scappata, così come si trovava, senza mettere niente altro addosso, senza portare niente con sé, e proprio attraverso i campi, come indicato dalle tracce fiutale dai cani, per sottrarsi alla vista e al prevedibile inseguimento del marito di cui aveva paura. Una fuga per la strada pubblica non sarebbe stata funzionale a detto scopo, poiché sarebbe stata visibile e raggiungibile e quanto al chiamare i suoceri, si trattava di persone che la donna sentiva distanti, fredde e non tutelanti”.

E’ un errore pensare che Roberta abbia sentito il Logli parlare con l’amante mentre si trovava in casa e che, per paura del marito, fosse fuggita tra i campi. Roberta intraprese la via dei campi non perché era in preda al panico o per fuggire al Logli ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito, Sara Calzolaio, e proprio perché si trovava in autoscuola, peraltro a pochi passi dalla staccionata che divide il parcheggio dell’autoscuola dai campi, non ebbe accesso alle chiavi della propria auto, che erano rimaste in casa. Ella infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente basse di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio. 

Il fatto che Roberta si sia allontanata a piedi è la riprova che la discussione tra lei e il marito si consumò in autoscuola e non in casa dove si trovavano le chiavi della sua C3.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa (…) e poi cambiando macchina Roberta, che è stata minacciata di morte, sta lì e m’aspetta cioè mmm è inverosimile, io credo che cosa più incredibile di questa non… non ci sia”. 

Secondo i giudici: “In concomitanza con tale sequenza temporale si colloca la formidabile deposizione del Gozi che inizialmente e consequenzialmente vede il Logli in posizione statica di attesa, circa nel luogo dal quale secondo la direzione intrapresa dalla fuggitiva, la donna avrebbe dovuto prima o poi sbucare dal campo. Questa prima scena così come descritta dai testi Loris Gozi e Anita Gombi, assume il valore di conferma e di decisivo significato indiziario: i testi descrivono una situazione insignificante e di per sé non allarmante, anzi neutra, ma probatoriamente preziosa, perché strettamente complementare e reattiva per tempistica e luogo ad eventi che si erano poco prima consumati tra altre persone, in altra sede e per ragioni a loro estranee. Il Logli ha consapevolezza di essere stato notato dal teste, che aveva un’auto vistosa a lui nota, per tale motivo rientra e cambia auto, che verrà notata dalla Latona posteggiala davanti a casa, in orario che, per quanto sopra detto trattando specificamente di tale indizio, non è affatto incompatibile con la deposizione Gozi, considerando la stretta prossimità dell’abitazione e il fatto che l’avvistamento successivo del Gozi è da collocarsi a circa venti minuti o mezz’ora dopo”.

Il Logli non cambiò auto perché fu visto all’interno della sua Ford Escort da Loris Gozi, come affermato dai giudici, non ne avrebbe infatti tratto alcun beneficio. Anzi, il fatto che il Gozi abbia potuto identificare non una ma due delle auto appartenenti alla famiglia Logli/Ragusa, in strada, quella sera, ha danneggiato Antonio Logli.

Purtroppo però inquirenti e magistrati hanno ignorato due fatti di rilievo:

a) una testimone vide il Logli pulire la strada nel punto dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort la notte della scomparsa della Ragusa e dove era stato notato dal Gozi;

b) la collaboratrice domestica di Roberta, Margherita Latona, ha sostenuto di aver visto il Logli pulire il vialetto di casa sua e proprio nel punto in cui la notte stessa della scomparsa di Roberta era parcheggiata la sua Escort.

In un’intervista, nel tentativo di sminuire il valore della dichiarazione della Latona agli inquirenti, il Logli ha detto: “Margherita Latona fece una telefonata, l’ho letto nelle carte, era affacciata allo stanzino del… dove io ho la lavatrice di casa e sotto di lei c’è uno stanzino dove tengo, diciamo, un ripostiglio, all’interno avevo una busta con della sabbia che uso per mettere nei commenti del piazzale dell’autoscuola, mentre prendo questa busta e giro per andare verso il piazzale in terra dei ragazzini avevano fatto quei disegni per fare il gioco che ci si salta dentro e mi sembravano brutti e io ho preso qualcosa e ho cominciato a grattare per vedere se lo potevo togliere, in realtà dopo poco mi so accorto che non ci facevo nulla le strisce, le righe che erano in terra son rimaste tali e quali”.

Con questa dichiarazione, il Logli ha aggiunto un tassello cruciale alla ricostruzione dei fatti della notte della scomparsa di Roberta Ragusa, ha affermato di aver usato la sabbia il giorno seguente. La sabbia è infatti la chiave di questo caso.

Loris Gozi vide Antonio Logli, in via Gigli, fermo dentro la sua Ford Escort station wagon a fari spenti tra le 00.30 e le 00.40.

La notte del 13 gennaio 2012 la domestica vide la Ford Escort del Logli parcheggiata nel vialetto poco dopo le 00.40.

La notte dell’omicidio, Antonio Logli danneggiò il contenitore del filtro del gasolio della sua Ford Escort station wagon ed il giorno dopo pulì sia la strada che il vialetto per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte precedente aveva stazionato in quei due luoghi.

Il Logli, la notte dell’omicidio, maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina non perché lo vide il Gozi, come erroneamente affermato dai giudici nelle motivazioni della sentenza, ma per non rischiare che l’auto danneggiata, ovvero la sua Escort, lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta.

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta. 

E’ logico inferire che il Logli non avrebbe perso tempo a riempire con la sabbia i “commenti” del piazzale dell’autoscuola nel caso fosse stato preoccupato per la scomparsa di Roberta tantomeno nel caso l’avesse uccisa, pertanto si può concludere che abbia usato la sabbia per asciugare il gasolio colato dalla sua auto sulla pavimentazione del vialetto. 

Il Logli pulì la strada ed il vialetto di casa sua per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse, posto che era la riprova che la sera della scomparsa della moglie lui si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo, pur sapendola danneggiata, usò la propria auto per raggiungere il cimitero al mattino dopo, lo fece per lasciare la Ford Escort a debita distanza da casa, per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quindi quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni per la presenza di chiazze di gasolio nei luoghi dove la sua auto era stata ferma quella notte.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati, ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa, poi dopo, siccome io sarei stato visto, ho cambiato macchina, cioè cosa sarebbe cambiato cambiando macchina? Se m’hai visto, m’hai visto”. 

Secondo i giudici: “A tale proposito vengono citate le dichiarazioni rese da un amico dell’imputato (…) propose di fare un giro in macchina transitando dai due cimiteri ove erano seppelliti i genitori della Ragusa. Saliti sulla Ford di proprietà dell’imputato e giunti al cimitero  di Pisa, si constatò tuttavia che il motore dell’auto non si avviava, nonostante l’imputato provasse a caricare il circuito di alimentazione del gasolio con l’apposita pompa del vano motore.  A quel punto veniva chiamato il padre dell’imputato che giungeva dopo circa 15/20 minuti e li riaccompagnava a casa (…) A tale proposito affermava che la problematica al  motore dell’auto, a dire dell’imputato si verificava frequentemente e che egli stesso, guardando il  vano motore, notava che il contenitore del filtro del gasolio era avvolto in una pellicola trasparente del tipo da cucina”.

E’ in questo stralcio di motivazioni la conferma del fatto che il Logli si era accorto, ben prima di giungere al cimitero, che il contenitore del filtro era rotto, lo aveva infatti già rivestito con la pellicola da cucina. 

Secondo i giudici: “Il delitto non era certo stato programmato per quella data e in quella occasione, come attestano le circostanze accertate e finanche la mancanza da parte del Logli della possibilità di approntare e addurre più adeguate e logiche circostanze della scomparsa della moglie e di costruire un albi più solido a suo favore, ma tuttavia proprio dal mancato ritrovamento del corpo si deve escludere che si sia trattalo di dolo d’impeto.

In qualunque modo ne abbia cagionato la morte, il mancato rinvenimento del corpo nonostante le già illustrate massicce ricerche, e a prescindere dalla circostanza tecnica che non sia stata contestata la premeditazione, indica chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie, significativamente e a ragion veduta temuta dalla povera Ragusa, ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi. La notte dei fatti invece la situazione è precipitata, con la scoperta da parte della Ragusa, sorpresa a sua volta dal marito e la immediata resa dei conti culminata nel terrore e nella fuga della donna raggiunta e coattivamente trattenuta, e nella sua soppressione. Insomma la mancata scoperta del corpo e delle modalità esecutive dell’omicidio qualificano in modo vieppiù negativo la personalità dell’autore e la sua capacità criminosa, la freddezza nell’ideazione, la precisione nell’esecuzione, e infine l’efficacia nella soppressione del corpo”.

I cadaveri si trovano più spesso per caso che durante le ricerche, pertanto è proprio la casistica ad indurci a dubitare che il fatto che il corpo di Roberta Ragusa non sia stato ritrovato indichi “chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie (…) ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi”. 

Ed è proprio il modo in cui il Logli tentò di uccidere Roberta, ovvero facendola cadere dalle scale, che ci permette di escludere che, prima della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, lo stesso avesse pensato ad un luogo dove occultarne il corpo.

Il Logli pensò al luogo dove avrebbe potuto occultarne il corpo (lo stesso luogo dove la uccise) mentre si trovava all’interno della sua Ford Escort quella stessa notte, in precedenza aveva pensato di sopprimerla simulando un incidente. In altre parole, il Logli non era preparato al susseguirsi degli eventi della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012.

Alessandro Cozzi

– Dottoressa Franco, vuole aggiungere qualcosa?

Quando i Media prendono le parti di un sociopatico, c’è il rischio che venga reintegrato nella società e che reiteri. In parole povere, chi commette un omicidio e la fa franca, non è raro che ne commetta un secondo, si vedano i casi di Alessandro Cozzi e Bruno Lorandi. Il rischio è ancora maggiore quando l’omicida è un potenziale serial killer.

OMICIDIO DI MARIASESTINA ARCURI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: GIORNALISTI IN COMPETIZIONE CON GLI ESPERTI E ZERBINI DELLE PROCURE

Ronciglione. Le scale esterne d’accesso alla casa della nonna materna di Andrea Landolfi Cudia

Le Cronache Lucane, 24 maggio 2020

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di telefonate di soccorso, interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

– Dottoressa Franco, è dal 23 maggio 2019 che lei sostiene che Mariasestina Arcuri è caduta dalle scale esterne dell’appartamento della Iezzi, la nonna di Andrea Landolfi, perché nessun giornalista si domanda se sia possibile che i fatti siano andati diversamente da come li ha ricostruiti la procura?

Perché i giornalisti meritevoli di essere definiti tali sono pochissimi. Per la maggior parte di quelli che si occupano di cronaca la verità è un optional perché sono in competizione con gli esperti e sono zerbini delle procure. 

– Abbiamo dato spazio alla sua ricostruzione dei fatti che è supportata dall’analisi degli atti, dov’è il problema?

La procura non ha congelato e non ha fatto analizzare la scena del crimine, ovvero le scale esterne dell’appartamento della Iezzi e la ricostruzione che prevede che Mariasestina sia caduta in casa dopo essere stata spinta o sollevata oltre la balaustra delle scale interne non regge. Mariasestina aveva una lesione da scoppio al cuoio capelluto, ovvero una classica lesione da precipitazione, perché volò giù dalle scale esterne dell’appartamento ed atterrò sul pianerottolo di mezzo, non perché fu sollevata o spinta oltre la balaustra delle scale interne. E Andrea aveva contusioni perché, prima che Mariasestina cadesse dalle scale esterne, i due fidanzati rotolarono giù dalle scale interne dell’appartamento ed in quell’occasione fu il Landolfi a farsi male. La seconda caduta fu una conseguenza della prima. E’ più chiaro così?

– Dottoressa Franco, che consiglio si sente di dare a certi giornalisti?

Fate domanda ad Amazon.

QUARTO GRADO, OMICIDIO DI MARIA SESTINA, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: LA TELEFONATA DI SOCCORSO DI ANDREA LANDOLFI PERMETTE DI RICOSTRUIRE I FATTI ED EQUIVALE AL SUO PRIMO INTERROGATORIO

Le scale esterne che conducono all’appartamento di Mirella Iezzi

Nella puntata di ieri di Quarto Grado si è parlato della telefonata di soccorso di Andrea Landolfi, ne abbiamo parlato con un’esperta, la criminologa Ursula Franco.

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di telefonate di soccorso, interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Le Cronache Lucane, 23 maggio 2020

Vi ricordiamo che Andrea Landolfi è a processo per l’omicidio della sua fidanzata Mariasestina Arcuri che, secondo la procura, avrebbe “buttato dalle scale”.

– Durante la puntata di ieri il conduttore Gianluigi Nuzzi ha chiesto ad Alessandra Viero: “Eh Alessandra, possiamo studiare il tono di Andrea?” E lei ha replicato “È importante il tono ma sono importanti anche le parole”, dottoressa Franco che può dirci?

In Statement Analysis studiamo solo le parole, non il tono della voce di chi chiama o di chi è interrogato perché, come il linguaggio non verbale, è soggetto a troppe variabili, cosa che non accade invece con il linguaggio verbale.

– Quanto sono importanti le parole emesse da chi fa una telefonata di soccorso?

Sono di fondamentale importanza investigativa in quanto rappresentano il primo interrogatorio.

– Il dottor Massimo Picozzi, ospite della trasmissione Quarto Grado, ha detto: “Andrea sembra un po’ mettere le mani avanti, appunto dichiarare che anche lui ha riportato dei traumi”, che ne pensa dottoressa Franco?

Andrea Landolfi ha riportato dei traumi. Andrea ha detto il vero, non ha detto però che ci furono due cadute quella sera. La seconda delle quali coinvolse la sola Mariasestina e le fu fatale, mentre quando Andrea e Mariasestina caddero la prima volta all’interno dell’appartamento fu lui a farsi male.

– Alla domanda di Alessandra Vieri “Quanto sono importanti per gli inquirenti telefonate del genere?”, Picozzi ha risposto: “Ehm, francamente sono suggestioni eh possono contare ma non hanno mai un valore… assoluto, certamente”, dottoressa Franco vuole replicare?

L’ho già detto, le telefonate di soccorso equivalgono ad un primo interrogatorio e, quand’anche il soggetto che chiama dissimuli, spesso permettono di ricostruire i fatti con precisione indicando la strategia d’indagine.

– Come si diventa analista?

Studiando una decina di ore al giorno per qualche anno e poi non smettendo più.

– Torniamo al caso Landolfi/Arcuri, cosa emerge di importante dalla telefonata di Andrea?

Emerge che Mariasestina cadde da sola dalle scale esterne dell’appartamento della nonna di Andrea e questo dopo che i due ragazzi erano caduti insieme all’interno dell’appartamento.

Conferme a questa ricostruzione vengono dall’analisi di un’intervista rilasciata dal Landolfi, dalle interviste rilasciate dalla nonna e dal suo interrogatorio.

Mariasestina cadde dalla scala esterna con il parapetto in ferro, quella dalla quale si accede all’appartamento della Iezzi. Le lesioni che ha riportato (ferita dall’occipite fino alla sommità del capo causata dall’impatto con una superficie piatta e lesione estesa sulla schiena) sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro. Peraltro, subito dopo la caduta di Mariasestina, proprio perché i fatti si consumarono all’esterno dell’appartamento della Iezzi, i vicini sentirono Andrea Landolfi dire: “Zitta, stai zitta, ti ho detto. Stronza, piantala”.

Quando Mirella Iezzi ha detto al PM di aver sentito suo nipote dire “Attenta Mariasestina che cadi dalle scale e mi fai cadere” ha riferito il vero, perché ha raccontato ciò che udì poco prima che i due ragazzi cadessero insieme dalle scale interne. E quando Mirella Iezzi ha detto al PM: “Io l’ho presa per le mani così, ho detto: “Amore che ti sei fatta?, lei mi ha detto queste precise parole: “Mirella, non mi sono fatta niente, mi fa male la schiena”, ha fatto riferimento allo scambio verbale avvenuto tra lei e Mariasestina dopo la prima caduta.

– Ci riporta lo stralcio di telefonata dal quale si inferisce che Mariasestina cadde dalle scale esterne dell’appartamento.

Andrea Landolfi ha detto “da là m’ha… l’ho portata a ca… su”. Quando il Landolfi dice “da là m’ha… l’ho portata a ca… su”, si autocensura e poi aggiusta il tiro aggiungendo un generico “su”. Che cosa stava per dire Andrea Landolfi? Stava forse per dire “da l’ha, l’ho portata a casa”? E’ vero che il termine “su” è generico, e può riferirsi alla salita di entrambe le scale, ma la nonna del Landolfi ha riferito a Silvana Cortignani di Tusciaweb che, dopo aver aiutato la ragazza a rialzarsi, lei e Andrea la misero “seduta su una poltroncina che sta lì” (in sala, non nella camera al piano di sopra) e, sempre la Iezzi, durante l’interrogatorio, ha detto che, dopo la caduta dei ragazzi era “andata in cucina a prendere del ghiaccio, dei panni bagnati”. E’ pertanto logico inferire che con “su” il Landolfi intenda “su” in casa, non “su” in camera e che quindi Mariasestina fosse caduta sulle scale esterne dell’appartamento.

– E quello dal quale emerge che cadde da sola.

In ben due occasioni Andrea Landolfi ha detto che Mariasestina era caduta da sola: “La mia compagna è cascata qua dalle scale” e “è cascata”.

– Ci illustri la sua ricostruzione dei fatti che condussero alla morte di Maria Sestina Arcuri.

I fatti si svolsero in due tempi. Quella sera ci fu una prima caduta dalle scale interne dell’appartamento, Andrea Landolfi ebbe la peggio e fu soccorso dalla nonna, Sestina si rialzò da sola. Poco dopo, Andrea e Mariasestina si spostarono all’esterno dell’appartamento e la Arcuri cadde dalle scale esterne. E, quando Mirella Iezzi tentò di soccorrerla, il Landolfi la colpì per allontanarla dalla fidanzata. In quell’occasione, la Iezzi perse l’equilibrio e cadendo urtò contro la ringhiera di ferro delle scale esterne producendosi la frattura delle tre coste, poi finì a terra.

TRAGEDIA DI FOLIGNO, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: SONO STATI I CANI A CONDURRE GRETA ALLA PISCINA ABBANDONATA

La piscina dove è affogata Greta

Greta ha seguito i suoi cani, che erano soliti entrare in quel giardino passando dal varco nella recinzione, si è buttata in piscina dopo i suoi cani ed è affogata

Le Cronache Lucane, 14 maggio 2020

E’ successo a Ponte Centesimo, a 12 km da Foligno, Greta, una bambina di soli 3 anni, il 13 maggio, dopo pranzo, si è allontanata da casa con i suoi labrador ed intorno alle 16,30 il suo cadavere è stato ritrovato all’interno di una piscina di una villa disabitata. Ne abbiamo parlato con la criminologa Franco che ormai da 4 anni si occupa della morte di Maria Ungureanu per la difesa dei fratelli Ciocan. Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Il varco nella recinzione

– Dottoressa Franco, Maria Ungureanu è morta in circostanze molto simili.

Sì, e a differenza di Greta era in compagnia di un’amica.

– Dottoressa, cosa è successo a Greta?

La bambina ha seguito i suoi cani, che erano soliti entrare in quel giardino passando dal varco nella recinzione, si è buttata in piscina ed è affogata. Dalle indagini è emerso che c’è un sentiero di soli 900 metri che conduce dalla casa del nonno di Greta alla villa con la piscina.

– L’inviata di “Chi l’ha visto?” Filomena Rorro ha detto: “I cani devono aver cercato di salvare la bambina perché i cani erano bagnati”, che ne pensa?

Non sono i cani ad aver seguito la bambina, è stata Greta a seguire i cani. I labrador sono cani che amano l’acqua, sono stati loro i primi a buttarsi in quella piscina, la bambina li ha imitati. 

– In un articolo pubblicato su Fanpage si legge: “I due labrador di famiglia hanno provato a rianimare la piccola Greta”.

Fantascienza. Siamo un paese di sognatori.

– Il custode della villa, intervistato dall’inviata di “Chi l’ha visto?” ha escluso che Greta possa aver raggiunto la villa da sola e la Rorro ha aggiunto: “Ecco, Federica, questo è quello che ci ha detto il custode e che pensano un pochino tutti”, lei che ne pensa?

Penso che i fatti parlino chiaro e che ognuno debba confrontarsi con le proprie responsabilità invece di tentare di trovare un capro espiatorio come è successo nel caso di Maria Ungureanu. 

MORTE DI MARIA UNGUREANU, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: ANCORA FANGO SULLA VERITA’

Maria Ungureanu

Nel gennaio 2019, l’ex giudice del Tribunale del Riesame di Napoli, Nicola Quatrano, che si è occupato del caso, in merito alla causa di morte di Maria, ha dichiarato: “Non è successo quello che la Procura di Benevento riteneva fosse successo” e riguardo alle violenze sessuali che la bambina subiva: “Era un aspetto della questione che non è stato approfondito in quest’ansia di trovare degli elementi di prova contro le persone che si era deciso fossero colpevoli”.

Le Cronache Lucane, 7 maggio 2020

Il 3 maggio 2020, il giornalista di “Giallo”, Gian Pietro Fiore ha pubblicato il seguente post: “Maria è una bambina di nove anni e apparentemente ha una vita normale. Va scuola, ha un buon profitto, gioca con i suoi coetanei e frequenta la chiesa del paese. Ma dietro a quella normalità si nasconde un atroce segreto: Maria vede di nascosto Daniel, amico dei suoi genitori, che di anni ne ha 21. Troppi per stare insieme a una bambina. Maria quattro anni fa è morta e la giustizia tarda ad arrivare. Per comprendere cosa le è successo non sono bastate due autopsie, centinaia di intercettazioni e analisi tecniche svolte dai Ros, il reparto speciale dei carabinieri. Maria Ungureanu, di origini romene, viene ritrovata cadavere nella piscina nel giardino del complesso turistico “Borgo San Manno” di San Salvatore Telesino, in provincia di Benevento. È il 20 giugno del 2016. Sono le 00.08. La bambina è nuda, in uno specchio d’acqua che al massimo le supera il bacino. I suoi vestiti vengono ritrovati piegati in un bordo della piscina. Maria, però, non sa nuotare. Non solo. Ha una tremenda paura dell’acqua e quella sera fa molto freddo. Quindi in quella piscina non si sarebbe mai immersa per sua volontà. Qualcuno l’ha costretta, non prima di averle fatto molto male. La bambina è morta soffocata e il sospetto è che un presunto assassino l’abbia tenuta con la testa sotto l’acqua. Daniel, l’amico di famiglia, è stato da subito indagato per omicidio e violenza sessuale. È con lui che Maria trascorre gran parte dell’ultima giornata della sua vita. Le relazioni medico legali evidenziano che la bambina ha subito delle gravi e ripetute violenze sessuali. Abusi che patisce da tempo. Daniel nega qualsiasi responsabilità. Eppure i Ros accertano che quando la bambina è in quella piscina, l’auto dell’indagato è proprio lì sulla scena del delitto. La procura più di una volta è sul punto di arrendersi e per due volte ha chiesto l’archiviazione del caso. Un giudice ha disposto nuove indagini, quelle che avrebbero dovuto finalmente far luce sulla morte di Maria. Qualche mese fa, una nuova perizia autoptica, stravolgendo i risultati delle precedenti, ha stabilito che la bambina non ha subito alcuna violenza, ma che qualche orco si è ‘divertito’ attraverso l’utilizzo di oggetti. Non si comprende come si è potuto giungere a una simile conclusione, dal momento che i legali e i consulenti dei genitori della vittima hanno denunciato la sparizione degli organi sessuali della bambina. Intanto sui pantaloncini che Maria indossava il giorno prima di morire sono state isolate tracce biologiche di Daniel. Nell’ultima perizia è stabilito l’orario della morte della bambina, che potrebbe coincidere con l’orario in cui si ha la prova che la vittima è con il suo presunto carnefice. Un rompicapo. In questi giorni la procura di Benevento chiuderà le indagini. Due le possibilità: la richiesta di archiviazione o il rinvio a processo per Daniel. Nel frattempo sono trascorsi quattro anni.”

Ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco, consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan.

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

– Dottoressa Franco, è vero che “La bambina è nuda, in uno specchio d’acqua che al massimo le supera il bacino. Quindi in quella piscina non si sarebbe mai immersa per sua volontà. Qualcuno l’ha costretta, non prima di averle fatto molto male. La bambina è morta soffocata”?

E’ falso. Maria era in compagnia di un’amica e si immerse volontariamente in piscina e annegò. Gli indumenti di Maria erano integri e vennero ritrovati riposti su una sedia a bordo piscina, le scarpe appaiate accanto agli abiti, gli slip sul prato vicino alla sedia. Tutti questi dati ci permettono di ipotizzare un denudamento volontario. La bambina si spogliò per fare un bagno e lo fece per rivestirsi con gli abiti asciutti; Maria non solo si spogliò volontariamente ma lo fece in presenza di un’amica di cui non si vergognava e di cui si fidava e proprio per questo motivo entrò in acqua, lo fece anche perché fu rassicurata sull’altezza dell’acqua della piscina che le permetteva di toccare tranne, purtroppo, in un punto; Maria, infatti era alta 145 cm e la piscina in unico punto misurava una profondità di 135 cm e proprio in quel punto l’acqua sommerse gli orifizi della giovane Ungureanu causandole il panico e facendola annegare.L’esame autoptico ha escluso l’ipotesi omicidiaria e le analisi non hanno rilevato la presenza di DNA di Daniel Ciocan né nel materiale subungueale di Maria, né sui suoi abiti, né sulla scena dell’incidente e non sono stati rilevati né sul cadavere di Maria che sul corpo del Ciocan i segni di una colluttazione. Il professor Francesco Introna, chiamato a pronunciarsi dalla procura di Benevento, ha così concluso: “la causa del decesso (di Maria) debba attestarsi in morte asfittica rapida per annegamento e, segnatamente avendo escluso la ricorrenza a favore di una ricostruzione diversa e compatibile con l’azione causale contestata agli indagati, tanto in considerazione dell’assenza di lesioni contusive a livello del capo e degli arti e pertanto dell’assenza di segni di combattimento con l’acqua o in acqua” in poche parole, anche secondo Introna Maria non è stata uccisa e proprio sulla base della sua consulenza, la Procura chiese l’archiviazione per i fratelli Ciocan. Il GIP Flavio Cusani archiviò poi la posizione di Cristina Ciocan e impose alla Procura di Benevento l’iscrizione nel registro degli indagati dei genitori di Maria e il prosieguo dell’attività investigativa per altri sei mesi.

– Dottoressa, è vero che “È con lui (Daniel) che Maria trascorre gran parte dell’ultima giornata della sua vita”?

E’ falso. Il 19 giugno 2016 la piccola Maria suonò a casa di Daniel intorno alle 19.00, cercarono di raggiungere in auto un paese vicino per prendere Cristina e, poichè le strade erano chiuse, furono costretti a tornare indietro. Alle 20.00 Daniel lasciò Maria a pochi passi da casa sua, di fronte alla chiesa del paese di San Salvatore Telesino.

– Dottoressa è vero che “Eppure i Ros accertano che quando la bambina è in quella piscina, l’auto dell’indagato è proprio lì sulla scena del delitto”?

E’ falso. Daniel e Cristina Ciocan si allontanarono da San Salvatore Telesino alle 21.02.30, prima che la bambina affogasse. Secondo i medici legali della procura infatti l’orario della morte è da inserirsi nella forcella temporale che inizia dopo le 21.15 e termina alle 23.15, in un lasso di tempo, tra l’altro, in cui gli accessi principali al resort erano chiusi e la piscina era raggiungibile soltanto attraverso il varco nella rete di recinzione. Non solo Daniel non si trovava a San Salvatore Telesino quando Maria affogò ma le analisi fatte sul suo cellulare provano che dal momento del suo arrivo in paese al momento in cui si allontanò rimase quasi tutto il tempo al telefono.

– Dottoressa, è vero che “sui pantaloncini che Maria indossava il giorno prima di morire sono state isolate tracce biologiche di Daniel”?

E’ tendenzioso. Il fatto che i RIS di Roma abbiano isolato DNA da contatto appartenente al Ciocan su un pantaloncino di Maria è un reperto compatibile con la frequentazione da parte di Daniel di casa Ungureanu. Peraltro, quel DNA potrebbe essersi depositato sui pantaloncini di Maria non per contatto diretto ma attraverso un vettore, come può esserlo una sedia, un tavolo o un qualsiasi altro oggetto venuto in contatto con il Ciocan, e questo anche dopo la sua morte.

– Dottoressa è vero che “Due le possibilità: la richiesta di archiviazione o il rinvio a processo per Daniel”?

Mi sembra di capire che il giornalista finga di non sapere che i genitori di Maria Ungureanu sono entrambi indagati e che, già nel luglio 2016, i RIS di Roma avevano isolato schizzi di sperma di Marius Ungureanu su una maglietta in uso esclusivo a Maria e sulla coperta del suo lettino e che, proprio in merito alla posizione di Elena ed Andrea Ungureanu, i giudici del Tribunale del Riesame di Napoli si sono così espressi: “sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per ciò che concerne gli abusi sessuali”, mentre, nel dicembre 2017, i giudici della Corte Suprema di Cassazione hanno così concluso: “[…] omissione da parte del PM della valutazione probatoria in relazione all’accertata presenza di liquido seminale del padre della vittima sulla maglietta/reperto 27 […] il pregiudizio aveva ispirato l’indagine e che un “colpevole” era stato suggerito fin dall’inizio dalla madre della bambina che aveva espresso labili sospetti sul Ciocan; che anzi sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per quanto concerne gli abusi sessuali […] come fossero state trascurate importanti ipotesi investigative e come ci si fosse fidati senza alcun controllo delle dichiarazioni rese da Marius Ungureanu, pur a fronte di elementi preoccupanti quali le tracce di sperma appartenenti al predetto rinvenute su una maglietta e su una copertina sequestrate e il tenore di alcune conversazioni registrate […] ”.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: CON LA STATEMENT ANALYSIS SI COSTRUISCONO CASTELLI ACCUSATORI INDISTRUTTIBILI FONDATI SULLE DICHIARAZIONI DEI REI

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Le Cronache Lucane, 29 aprile 2020

Criminologa Ursula Franco: “La ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario, una ricostruzione senza smagliature dovrebbe essere la priorità di una procura che intenda identificare il responsabile di un delitto, degli avvocati di parte civile e dei giudici che emettono una sentenza. Solo ricostruendo i fatti in modo capillare si possono attribuire le giuste responsabilità e si riduce in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario”

– Dottoressa Franco, perché la maggior parte dei PM italiani non è in grado di ricostruire le dinamiche omicidiarie?

In primis, perché non sanno interrogare e contaminano gli interrogatori rendendoli inutilizzabili e poi perché non ascoltano e dismettono come false le dichiarazioni di indagati e testimoni che non si adattano all’idea pregiudiziale che si sono fatti, ed invece indagati e testimoni raramente falsificano, in più del 90% dei casi non raccontano tutto, ovvero dissimulano, ma dicono il vero. 

– Dottoressa, da cosa si capisce se un soggetto dice il vero, dissimula o falsifica?

Dalla struttura delle frasi che compongono le sue dichiarazioni. 

– Come si chiama la più diffusa tecnica di analisi delle dichiarazioni di indagati, sospettati e testimoni?

Statement Analysis. La Statement Analysis è una scienza complessa con un’infinità di regole ben precise che si basa sul principio che le dichiarazioni veritiere differiscono da quelle false in alcune parti del linguaggio. Il contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi realmente vissuti è diverso dalla struttura di dichiarazioni riferibili ad eventi solo immaginati, ad esempio, è logico aspettarsi che un soggetto racconti fatti accaduti nel passato usando il verbo al passato, pertanto quando, dopo aver parlato al passato, parla al presente, è alquanto probabile che stia falsificando, ovvero non stia pescando nella memoria. 

– Dottoressa, sappiamo che servono anni di studio per diventare analisti, le faccio comunque una domanda che le potrà sembrarle banale, come si fa a capire se un soggetto dice il vero ma non racconta tutto?

Da alcuni indicatori che rileviamo nelle sue dichiarazioni quali auto censure, lacune temporali, frasi che iniziano con “E”. Questi indicatori ci rivelano che in una certa sede mancano delle informazioni.

– Dottoressa Franco, in un caso giudiziario, quanto è importante ricostruire i fatti in modo capillare e perché?

Quando un caso è controverso, ovvero quando il referto medico legale non è dirimente o manca il cadavere, serve ad assicurarsi che sia stato commesso un omicidio o ad escluderlo. Nel caso sia stato commesso un omicidio, una capillare ricostruzione dei fatti tutela i familiari della vittima perché non lascia spazio alla difesa. 

– Dottoressa Franco, quanto siamo indietro nel nostro paese?

Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Le dico solo che la maggior parte di chi si occupa di casi giudiziari (PM, parti civili, consulenti forensi) non solo non è in grado di ricostruire le dinamiche omicidiarie ma non riconosce la verità neanche quando gli viene servita su un piatto d’argento. Le ripeto, individuare un colpevole non basta, è necessario costruire castelli accusatori indistruttibili e con la Statement Analysis si può, perché tali castelli accusatori si fondano sulle dichiarazioni degli indagati stessi che, se interrogati come si deve, rivelano tutto.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: IN UN CASO GIUDIZIARIO LA RICOSTRUZIONE DEI FATTI E’ TUTTO, NON UN MERO ESERCIZIO DI STILE

“La ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario, una ricostruzione senza smagliature dovrebbe essere la priorità di una procura che intenda identificare il responsabile di un delitto, degli avvocati di parte civile e dei giudici che emettono una sentenza. Solo ricostruendo i fatti in modo capillare si possono attribuire le giuste responsabilità e si riduce in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario”

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Le Cronache Lucane, 29 marzo 2020

Michele Buoninconti

– Dottoressa Franco, in un caso giudiziario, quanto è importante ricostruire i fatti in modo capillare e perché?

La ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario, una ricostruzione senza smagliature dovrebbe essere la priorità di una procura che intenda identificare il responsabile di un delitto, degli avvocati di parte civile e dei giudici che emettono una sentenza ed invece, purtroppo, nel nostro paese manca la cultura della verità. Solo ricostruendo i fatti in modo capillare si possono attribuire le giuste responsabilità e si riduce inoltre in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario. Faccio un esempio: se la procura di Asti e tutti i giudici che hanno giudicato il povero Michele Buoninconti avessero provato a ricostruire i fatti che condussero alla morte di Elena Ceste si sarebbero resi conto che non era stato commesso un omicidio. 

– E in caso invece sia stato commesso un omicidio?

In caso di omicidio, una capillare ricostruzione dei fatti tutela i familiari della vittima perché non lascia spazio alla difesa. 

– In quali casi noti gli inquirenti ed i giudici hanno commesso degli errori nella ricostruzione dei fatti?

In moltissimi. 

– Ci faccia alcuni esempi.

Sono stati commessi errori nella ricostruzione degli omicidi di Matilda Borin, Lidia Macchi, Yara Gambirasio, Roberta Ragusa e Maria Sestina Arcuri e in tanti altri casi.

Matilda Borin

– Com’è morta la piccola Matilda Borin?

Matilda è morta in seguito ad uno shock emorragico da emoperitoneo secondario ad un trauma dorsale che le produsse multiple lacerazioni del fegato, la sezione del rene destro e una lesione del sinistro. L’errore è stato credere che quel trauma dorsale fosse stato prodotto da un calcio sferratole.

La piccola Matilda è morta invece in seguito ad un trauma da schiacciamento causato dalla pressione di un ginocchio sul suo dorso. 

All’esame autoptico furono riscontrate una lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale, due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori, multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro, la frattura della VII costa destra sulla linea ascellare posteriore con consensuale minima lacerazione pleurica ed intensa infiltrazione emorragica e un traumatismo delle coste dalla IX alla XII sinistre. 

La “lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale” è compatibile con l’impronta di un ginocchio e non con quella di una scarpa o di un piede. E le “due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori” provano che la forza lesiva scaricata su Matilda non la spinse nel vuoto ma la schiacciò contro una superficie semirigida.

In poche parole, chi uccise Matilda le appoggiò il proprio ginocchio sul dorso e la schiacciò contro una superficie semirigida, poi la bambina cadde sul pavimento e si produsse “multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro”. Subito dopo, l’omicida raccolse da terra la piccola prendendola sotto il braccio destro con la sola mano destra e, con la pressione del proprio pollice, le produsse “la frattura della VII costa posteriore destra sulla linea ascellare posteriore e la consensuale minima lacerazione pleurica”. La frattura costale non fu contestuale alla lesione dorsale che danneggiò gli organi addominali, né secondaria alle manovre rianimatorie, ma fu la conseguenza di un secondo fatto traumatico che seguì allo schiacciamento dorsale. All’esame autoptico si rilevò intorno alla frattura costale la presenza di una intensa infiltrazione emorragica, prova che il trauma precedette lo shock ipovolemico e l’arresto cardiaco e che quindi non fu causata dalle manovre rianimatorie che seguirono invece lo shock.

Lidia Macchi

 – Che errori hanno commesso gli inquirenti nel caso dell’omicidio di Lidia Macchi?

Una volta riaperto il caso Macchi, l’errore più grossolano fatto dagli inquirenti è stato quello di aver preso per buona la ricostruzione della dinamica omicidiaria elaborata da chi per primo si occupò del delitto. L’errata ricostruzione dei fatti ha viziato il caso perché ha condotto gli inquirenti ad attribuire all’assassino la lettera-poesia “IN MORTE DI UN’AMICA” recapitata ai familiari di Lidia il giorno del suo funerale e perché ha lasciato spazio all’ipotesi che l’aggressore si trovasse alla guida dell’auto di Lidia e che, quindi, fosse un suo conoscente. L’ipotesi più plausibile, che non solo si confà a tutte le risultanze investigative, ma che ricalca anche la casistica in tema di omicidi di questo tipo, è che Lidia e il suo assassino non si conoscessero e che fossero rimasti insieme pochissimi minuti, il tempo impiegato per raggiungere il bosco di Sass Pinin e quello della commissione del delitto. Chi uccise Lidia Macchi non si intrattenne con lei né per consumare un rapporto sessuale consenziente, né per violentarla sotto minaccia, né per agire atti sessuali post mortem. Lidia incontrò il suo assassino per caso e nulla lascia pensare che lo conoscesse. La Macchi fece sedere quello che si sarebbe poi rivelato il suo assassino sul sedile del passeggero, lo provano la posizione avanzata del sedile del guidatore e la dinamica dell’aggressione. Riguardo alla lettera poesia “IN MORTE DI UN’AMICA”, l’autore anonimo non solo non ha fornito informazioni riguardanti l’omicidio che non fossero note a tutti, ma ha mostrato di non conoscere né la dinamica omicidiaria, né il movente. Chi scrisse la lettera infatti, riguardo al movente, riportò l’ipotesi della prima ora diffusa dai familiari di Lidia e dai giornali, un’ipotesi errata.

Yara Gambirasio

 – E in quello di Yara Gambirasio?

E’ vero, come affermato dall’accusa, che il movente dell’omicidio di Yara Gambirasio è sessuale, ma Massimo Giuseppe Bossetti non si è mai sognato di avere un rapporto sessuale vero e proprio con la sua vittima. Bossetti non si esibì in avances sessuali e l’omicidio non seguì ad un rifiuto di Yara. Massimo Giuseppe Bossetti non si trovò a dover affrontare una situazione inaspettata, aveva infatti programmato, chissà da quanto tempo, ciò che mise in pratica il giorno in cui uccise la Gambirasio. Nessuna avance respinta scatenò l’omicidio, il vero movente fu il desiderio di seviziare la giovane Yara, un desiderio maturato nelle fantasie di Massimo Giuseppe Bossetti ed agito in un momento di stress dovuto ai suoi problemi lavorativi e al conflitto con sua moglie Marita. Una riprova della premeditazione è il fatto che Bossetti condusse con sé un coltello che usò solo nella seconda fase dell’omicidio e che non lasciò sulla scena criminis. 

Roberta Ragusa

– Nel caso Ragusa? 

Nella ricostruzione dei giudici manca un passaggio cruciale, il Logli, dopo le 23.50, dopo aver messo sua figlia a letto, andò in autoscuola, Roberta, che era a letto, si alzò, si mise le scarpe da tennis che usava in palestra e che non furono mai ritrovate e una giacca e seguì di nascosto il marito. Fu proprio nei locali dell’autoscuola che Roberta sentì parlare suo marito Antonio con l’amante, ma soprattutto lo sentì chiudere l’ultima telefonata a Sara con un “Ti amo, buonanotte”, una frase che il Logli pronunciò perché credette di essere solo, ne nacque logicamente una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio, che abitava poco distante.

Secondo i giudici: “La sorpresa e il terrore alimentati dalla recente esperienza, vissuta dalla donna come un tentativo di omicidio, non hanno consentito ad avviso di questa Corte che si sviluppasse tra i due alcuna discussione: non vi è stato alcun alterco, alcun litigio, alcun clamore, tanto è vero che neppure i figli sono stati svegliati o hanno percepito alcunché”. 

Non corrisponde al vero ciò che hanno scritto i giudici su questo punto, il Logli e sua moglie Roberta discussero per ben due volte quella notte:

a) la discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo dopo le 00.17 in autoscuola, per questo motivo i bambini non sentirono niente e come loro neanche il titolare della scuola di ballo che si trova sopra l’autoscuola perché se n’era andato poco prima. 

b) una seconda discussione impegnò i due coniugi in via Gigli, in quell’occasione un testimone, Loris Gozi, li udì. 

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare in auto (la C3 di Roberta) probabilmente promettendole che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire.

Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia. E’ Loris Gozi a confermarcelo in un’intervista: “Perché c’erano delle urla, la signora urlava, delle urla strazianti, forti. (…) Ho sentito solo urlare, ma forte, come una donna che urla fo… che urla forte”. Il Gozi sentì la voce di Roberta e non quella del Logli perché Antonio cercò di abbassare i toni, cercò di calmare sua moglie per convincerla a salire in auto in moda da condurla in una zona isolata e ucciderla, il Logli, infatti, non aveva alcun interesse a richiamare l’attenzione dei vicini proprio perché aveva deciso di uccidere la povera Roberta.

Sempre secondo i giudici: “La Ragusa, in preda al panico percependo il grave pericolo per la propria incolumità è semplicemente e istintivamente scappata, così come si trovava, senza mettere niente altro addosso, senza portare niente con sé, e proprio attraverso i campi, come indicato dalle tracce fiutale dai cani, per sottrarsi alla vista e al prevedibile inseguimento del marito di cui aveva paura. Una fuga per la strada pubblica non sarebbe stata funzionale a detto scopo, poiché sarebbe stata visibile e raggiungibile e quanto al chiamare i suoceri, si trattava di persone che la donna sentiva distanti, fredde e non tutelanti”.

E’ un errore pensare che Roberta abbia sentito il Logli parlare con l’amante mentre si trovava in casa e che, per paura del marito, fosse fuggita tra i campi. Roberta intraprese la via dei campi non perché era in preda al panico o per fuggire al Logli ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito, Sara Calzolaio, e proprio perché si trovava in autoscuola, peraltro a pochi passi dalla staccionata che divide il parcheggio dell’autoscuola dai campi, non ebbe accesso alle chiavi della propria auto, che erano rimaste in casa. Ella infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente basse di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio. 

Il fatto che Roberta si sia allontanata a piedi è la riprova che la discussione tra lei e il marito si consumò in autoscuola e non in casa dove si trovavano le chiavi della sua C3.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa (…) e poi cambiando macchina Roberta, che è stata minacciata di morte, sta lì e m’aspetta cioè mmm è inverosimile, io credo che cosa più incredibile di questa non… non ci sia”. 

Secondo i giudici: “In concomitanza con tale sequenza temporale si colloca la formidabile deposizione del Gozi che inizialmente e consequenzialmente vede il Logli in posizione statica di attesa, circa nel luogo dal quale secondo la direzione intrapresa dalla fuggitiva, la donna avrebbe dovuto prima o poi sbucare dal campo. Questa prima scena così come descritta dai testi Loris Gozi e Anita Gombi, assume il valore di conferma e di decisivo significato indiziario: i testi descrivono una situazione insignificante e di per sé non allarmante, anzi neutra, ma probatoriamente preziosa, perché strettamente complementare e reattiva per tempistica e luogo ad eventi che si erano poco prima consumati tra altre persone, in altra sede e per ragioni a loro estranee. Il Logli ha consapevolezza di essere stato notato dal teste, che aveva un’auto vistosa a lui nota, per tale motivo rientra e cambia auto, che verrà notata dalla Latona posteggiala davanti a casa, in orario che, per quanto sopra detto trattando specificamente di tale indizio, non è affatto incompatibile con la deposizione Gozi, considerando la stretta prossimità dell’abitazione e il fatto che l’avvistamento successivo del Gozi è da collocarsi a circa venti minuti o mezz’ora dopo”.

Il Logli non cambiò auto perché fu visto all’interno della sua Ford Escort da Loris Gozi, come affermato dai giudici, non ne avrebbe infatti tratto alcun beneficio. Anzi, il fatto che il Gozi abbia potuto identificare non una ma due delle auto appartenenti alla famiglia Logli/Ragusa, in strada, quella sera, ha danneggiato Antonio Logli.

Purtroppo però inquirenti e magistrati hanno ignorato due fatti di rilievo:

a) una testimone vide il Logli pulire la strada nel punto dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort la notte della scomparsa della Ragusa e dove era stato notato dal Gozi;

b) la collaboratrice domestica di Roberta, Margherita Latona, ha sostenuto di aver visto il Logli pulire il vialetto di casa sua e proprio nel punto in cui la notte stessa della scomparsa di Roberta era parcheggiata la sua Escort.

In un’intervista, nel tentativo di sminuire il valore della dichiarazione della Latona agli inquirenti, il Logli ha detto: “Margherita Latona fece una telefonata, l’ho letto nelle carte, era affacciata allo stanzino del… dove io ho la lavatrice di casa e sotto di lei c’è uno stanzino dove tengo, diciamo, un ripostiglio, all’interno avevo una busta con della sabbia che uso per mettere nei commenti del piazzale dell’autoscuola, mentre prendo questa busta e giro per andare verso il piazzale in terra dei ragazzini avevano fatto quei disegni per fare il gioco che ci si salta dentro e mi sembravano brutti e io ho preso qualcosa e ho cominciato a grattare per vedere se lo potevo togliere, in realtà dopo poco mi so accorto che non ci facevo nulla le strisce, le righe che erano in terra son rimaste tali e quali”.

Con questa dichiarazione, il Logli ha aggiunto un tassello cruciale alla ricostruzione dei fatti della notte della scomparsa di Roberta Ragusa, ha affermato di aver usato la sabbia il giorno seguente. La sabbia è infatti la chiave di questo caso.

Loris Gozi vide Antonio Logli, in via Gigli, fermo dentro la sua Ford Escort station wagon a fari spenti tra le 00.30 e le 00.40.

La notte del 13 gennaio 2012 la domestica vide la Ford Escort del Logli parcheggiata nel vialetto poco dopo le 00.40.

La notte dell’omicidio, Antonio Logli danneggiò il contenitore del filtro del gasolio della sua Ford Escort station wagon ed il giorno dopo pulì sia la strada che il vialetto per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte precedente aveva stazionato in quei due luoghi.

Il Logli, la notte dell’omicidio, maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina non perché lo vide il Gozi, come erroneamente affermato dai giudici nelle motivazioni della sentenza, ma per non rischiare che l’auto danneggiata, ovvero la sua Escort, lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta.

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta. 

E’ logico inferire che il Logli non avrebbe perso tempo a riempire con la sabbia i commenti del piazzale dell’autoscuola nel caso fosse stato preoccupato per la scomparsa di Roberta tantomeno nel caso l’avesse uccisa, pertanto si può concludere che abbia usato la sabbia per asciugare il gasolio colato dalla sua auto sulla pavimentazione del vialetto. 

Il Logli pulì la strada ed il vialetto di casa sua per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse, posto che era la riprova che la sera della scomparsa della moglie lui si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo, pur sapendola danneggiata, usò la propria auto per raggiungere il cimitero al mattino dopo, lo fece per lasciare la Ford Escort a debita distanza da casa, per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quindi quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni per la presenza di chiazze di gasolio nei luoghi dove la sua auto era stata ferma quella notte.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati, ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa, poi dopo, siccome io sarei stato visto, ho cambiato macchina, cioè cosa sarebbe cambiato cambiando macchina? Se m’hai visto, m’hai visto”. 

Secondo i giudici: “A tale proposito vengono citate le dichiarazioni rese da un amico dell’imputato (…) propose di fare un giro in macchina transitando dai due cimiteri ove erano seppelliti i genitori della Ragusa. Saliti sulla Ford di proprietà dell’imputato e giunti al cimitero  di Pisa, si constatò tuttavia che il motore dell’auto non si avviava, nonostante l’imputato provasse a caricare il circuito di alimentazione del gasolio con l’apposita pompa del vano motore.  A quel punto veniva chiamato il padre dell’imputato che giungeva dopo circa 15/20 minuti e li riaccompagnava a casa (…) A tale proposito affermava che la problematica al  motore dell’auto, a dire dell’imputato si verificava frequentemente e che egli stesso, guardando il  vano motore, notava che il contenitore del filtro del gasolio era avvolto in una pellicola trasparente del tipo da cucina”.

E’ in questo stralcio di motivazioni la conferma del fatto che il Logli si era accorto, ben prima di giungere al cimitero, che il contenitore del filtro era rotto, lo aveva infatti già rivestito con la pellicola da cucina. 

Secondo i giudici: “Il delitto non era certo stato programmato per quella data e in quella occasione, come attestano le circostanze accertate e finanche la mancanza da parte del Logli della possibilità di approntare e addurre più adeguate e logiche circostanze della scomparsa della moglie e di costruire un albi più solido a suo favore, ma tuttavia proprio dal mancato ritrovamento del corpo si deve escludere che si sia trattalo di dolo d’impeto.

In qualunque modo ne abbia cagionato la morte, il mancato rinvenimento del corpo nonostante le già illustrate massicce ricerche, e a prescindere dalla circostanza tecnica che non sia stata contestata la premeditazione, indica chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie, significativamente e a ragion veduta temuta dalla povera Ragusa, ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi. La notte dei fatti invece la situazione è precipitata, con la scoperta da parte della Ragusa, sorpresa a sua volta dal marito e la immediata resa dei conti culminata nel terrore e nella fuga della donna raggiunta e coattivamente trattenuta, e nella sua soppressione. Insomma la mancata scoperta del corpo e delle modalità esecutive dell’omicidio qualificano in modo vieppiù negativo la personalità dell’autore e la sua capacità criminosa, la freddezza nell’ideazione, la precisione nell’esecuzione, e infine l’efficacia nella soppressione del corpo”.

I cadaveri si trovano più spesso per caso che durante le ricerche, pertanto è proprio la casistica ad indurci a dubitare che il fatto che il corpo di Roberta Ragusa non sia stato ritrovato indichi “chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie (…) ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi”. 

Ed è proprio il modo in cui il Logli tentò di uccidere Roberta, ovvero facendola cadere dalle scale, che ci permette di escludere che, prima della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, lo stesso avesse pensato ad un luogo dove occultarne il corpo.

Il Logli pensò al luogo dove avrebbe potuto occultarne il corpo (lo stesso luogo dove la uccise) mentre si trovava all’interno della sua Ford Escort quella stessa notte, in precedenza aveva pensato di sopprimerla simulando un incidente. In altre parole, il Logli non era preparato al susseguirsi degli eventi della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012.

Ronciglione. Le scale esterne d’accesso alla casa della nonna materna di Andrea Landolfi Cudia

 – Nel caso dell’omicidio di Maria Sestina Arcuri?

Lo abbiamo trattato di recente. Maria Sestina non è caduta dalle scale interne dell’appartamento di Mirella Iezzi ma da quelle esterne. Le lesioni che ha riportato (ferita dall’occipite fino alla sommità del capo causata dall’impatto con una superficie piatta e lesione estesa sulla schiena) sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il suolo o con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro, corrimano contro il quale, dopo la caduta di Maria Sestina, Andrea Landolfi scaraventò sua nonna procurandole la frattura di 3 coste. Peraltro, subito dopo la caduta di Maria Sestina, proprio perché i fatti si consumarono all’esterno dell’appartamento della Iezzi, i vicini sentirono Andrea Landolfi dire: “Zitta, stai zitta, ti ho detto. Stronza, piantala”.

– Dottoressa Franco, perché la maggior parte della gente si affeziona alle sciocchezze divulgate da stampa e tv spazzatura e snobba la verità anche quando i fatti parlano chiaro?

Perché la gente è incapace di ammettere di essersi lasciata intortare e desidera salvare l’onore del proprio “infallibile intuito” e così, invece di riconoscere i propri limiti, si ingegna su come ridicolizzare la verità e chi se ne fa portavoce. E vissero tutti felici e contenti… Ah, a proposito, per ricostruire i fatti e risolvere un caso servono competenze, non un “infallibile intuito”. L’intuito è il paravento di chi non ha investito nella propria formazione ed è equiparabile alle capacità che millantano di avere i cosiddetti “sensitivi”. Buon lockdown a tutti.