MORTE  DI MARIA UNGUREANU: INCIDENTE PROBATORIO, ENNESIMO RINVIO, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: CASO CHIARO DA SUBITO 

La piscina dove è stata ritrovata senza vita Maria Ungureanu, la bimba di dieci anni trovata morta il 20 giugno nella piscina di un casale a San Salvatore Telesino, piccolo paese agricolo a una trentina di chilometri da Benevento, 21 giugno 2016. ANSA / CIRO FUSCO

Nel giugno 2016, Maria Ungureanu, 9 anni, è stata trovata senza vita nella piscina di un casale sito nel centro di San Salvatore Telesino, sul suo corpo i medici legali hanno riscontrati gli esiti di violenze sessuali croniche. La procura ha inizialmente iscritto nel registro degli indagati Cristina e Daniel Ciocan. Nel giugno 2018, il professor Francesco Introna, medico legale chiamato ad esprimersi sul caso, ha escluso l’omicidio e proprio in seguito alla sua consulenza la Procura di Benevento ha chiesto l’archiviazione per i fratelli Ciocan. Nel gennaio 2019 il GIP Flavio Cusani ha archiviato la posizione della sorella di Daniel, Cristina Ciocan, imposto alla procura di Benevento l’iscrizione nel registro degli indagati dei genitori di Maria, Marius e Andrea Elena Ungureanu e il prosieguo dell’attività investigativa per altri sei mesi. Marius e Andrea Elena Ungureanu sono difesi dall’avvocato Fabrizio Gallo, i cui consulenti sono la famosa biologa Marina Baldi e la ancor più famosa psicologa Roberta Bruzzone. Daniel Ciocan è difeso dall’avvocato Salvatore Verrillo, del team difensivo fanno parte il medico legale Fernando Panarese e la criminologa Ursula Franco. Nel giugno 2019, l’avvocato Salvatore Verrillo ha presentato un’istanza di avocazione dell’inchiesta alla Procura generale di Napoli. L’udienza che si sarebbe dovuta tenere ieri e nella quale avrebbero dovuto deporre i periti del GIP in merito alla riesumazione è stata rinviata al 24 marzo 2020.

Le Cronache Lucane, 11 dicembre 2019

Nel luglio 2016, a un mese dalla morte di Maria Ungureanu, i RIS di Roma hanno isolato lo sperma di Marius Ungureanu su una maglietta in uso esclusivo a Maria e sulla coperta del suo lettino e proprio in merito alla posizione dei genitori di Maria Ungureanu, sulla base di questa risultanza e di intercettazioni incriminanti i giudici del Tribunale del Riesame di Napoli e quelli della Cassazione si erano così espressi: “Sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per ciò che concerne gli abusi sessuali’ “. Mentre, nel dicembre 2017, i giudici della Corte Suprema di Cassazione avevano così concluso: “(…) omissione da parte del PM della valutazione probatoria in relazione all’accertata presenza di liquido seminale del padre della vittima sulla maglietta/reperto 27 (…) il pregiudizio aveva ispirato l’indagine e che un “colpevole” era stato suggerito fin dall’inizio dalla madre della bambina che aveva espresso labili sospetti sul Ciocan; che anzi sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per quanto concerne gli abusi sessuali (…) come fossero state trascurate importanti ipotesi investigative e come ci si fosse fidati senza alcun controllo delle dichiarazioni rese da Marius Ungureanu, pur a fronte di elementi preoccupanti quali le tracce di sperma appartenenti al predetto rinvenute su una maglietta e su una copertina sequestrate e il tenore di alcune conversazioni registrate (…)”. Nel gennaio 2019, l’ex giudice del Tribunale del Riesame di Napoli, Nicola Quatrano, che si è occupato del caso, in merito alla causa di morte di Maria, ha dichiarato: “Non è successo quello che la Procura di Benevento riteneva fosse successo” e riguardo alle violenze sessuali che la bambina subiva: “Era un aspetto della questione che non è stato approfondito in quest’ansia di trovare degli elementi di prova contro le persone che si era deciso fossero colpevoli”.

Criminologa Ursula Franco: “Non c’è più nulla da scoprire, il caso Ungureanu è ormai un caso chiuso. La verità è negli atti d’indagine e nelle motivazioni delle sentenze del Riesame e della Cassazione. Concordo in pieno con le conclusioni del professor Francesco Introna, chiamato a pronunciarsi dalla procura di Benevento, il quale ha sostenuto che “la causa del decesso (di Maria) debba attestarsi in morte asfittica rapida per annegamento e, segnatamente avendo escluso la ricorrenza a favore di una ricostruzione diversa e compatibile con l’azione causale contestata agli indagati, tanto in considerazione dell’assenza di lesioni contusive a livello del capo e degli arti e pertanto dell’assenza di segni di combattimento con l’acqua o in acqua” in poche parole, Maria non è stata uccisa. Per quanto riguarda Daniel Ciocian, i RIS di Roma hanno isolato DNA da contatto su un pantaloncino di Maria, un reperto che è compatibile con la frequentazione da parte di Daniel di casa Ungureanu e che non è databile, il DNA da contatto potrebbe infatti essersi depositato sui pantaloncini di Maria attraverso un vettore, come può esserlo una sedia, un tavolo o un qualsiasi altro oggetto venuto in contatto con il Ciocan, e questo anche dopo la sua morte. La nuova autopsia non serve a nulla perché non è umanamente possibile stabilire con esattezza l’ora della morte. Maria è morta mentre si trovava in compagnia di un’amica, è a lei che gli inquirenti dovrebbero chiedere che ore fossero quando Maria annegò davanti ai suoi occhi, mentre, per quanto riguarda le violenze che Maria subiva, non solo nulla hanno a che fare con la sua morte, che è stata accidentale, ma il nome dell’autore di quegli abusi sessuali è agli atti dal luglio 2016. E’ venuto il momento che Daniel Ciocan torni a condurre una vita normale, perché non solo non è suo lo sperma trovato sulla maglietta in uso esclusivo a Maria e sulla coperta del suo lettino, ma il Ciocan non incontrò più la Ungureanu dopo averla accompagnata a casa intorno alle 20.00 del 19 giugno 2016, né si trovava a San Salvatore Telesino quando la bambina affogò, le analisi effettuate sulle celle telefoniche e sul GPS parlano chiaro, Daniel era a Castelvenere. I fatti sono immarcescibili, non cambiano con il passare degli anni.”

Omicidio di Lidia Macchi: assolto in appello Stefano Binda

“Intervista alla Dott.ssa Ursula Franco, consulente di parte per la difesa di Stefano Binda”

Lidia Macchi, una studentessa di 21 anni, è stata uccisa con 29 coltellate nel gennaio del 1987 in un bosco del Varesotto. Stefano Binda, un conoscente della Macchi, 19enne all’epoca dei fatti, è stato condannato all’ergastolo in primo grado dalla Corte d’Assise di Varese ed è poi stato assolto dalla Corte d’Appello di Milano, il 24 luglio 2019. A Binda era stata attribuita una missiva intitolata IN MORTE DI UN’AMICA, che era stata recapitata a casa Macchi all’indomani dell’omicidio, una missiva che, secondo l’accusa, era stata scritta dall’assassino. All’indomani della condanna gli avvocati Patrizia Esposito e Sergio Martelli hanno chiesto una consulenza alla criminologa Ursula Franco. Ad oggi le motivazioni della sentenza di secondo grado hanno dato ragione alla criminologa Ursula Franco. In merito, la Franco ci ha rilasciato un’intervista.

Obiettivo Investigazione, 9 dicembre 2019

– Dottoressa Franco, secondo lei e secondo i giudici dell’appello Binda non è l’assassino, si arriverà mai alla soluzione del caso?

No. Il caso Macchi resterà un caso irrisolto. In questo caso le mancanze investigative non lasciano scampo ma, soprattutto, una volta riaperto il caso, l’errore più grossolano fatto dagli inquirenti è stato quello di aver preso per buona la prima ricostruzione della dinamica omicidiaria. L’errore nella ricostruzione dei fatti non ha permesso né di ricostruire il giusto profilo dell’assassino, né di inferire il movente. L’errata ricostruzione ha viziato il caso, perché ha lasciato spazio all’ipotesi che l’aggressore si trovasse alla guida dell’auto di Lidia e che, quindi, fosse un suo conoscente. La Macchi, invece, fece sedere quello che si sarebbe poi rivelato il suo assassino sul sedile del passeggero, lo provano la posizione avanzata del sedile del guidatore e la dinamica dell’aggressione.

– Dottoressa, cosa è successo quel 5 gennaio 1987 nel bosco di Sass Pinin?

L’ipotesi più plausibile, che non solo si confà a tutte le risultanze investigative ma che ricalca anche la casistica in tema di omicidi di questo tipo, è che Lidia e il suo assassino non si conoscessero e che fossero rimasti insieme pochissimi minuti, il tempo impiegato per raggiungere il bosco di Sass Pinin e quello della commissione del delitto. Chi uccise Lidia Macchi non si intrattenne con lei né per consumare un rapporto sessuale consenziente, né per violentarla sotto minaccia, né post mortem. Lidia incontrò il suo assassino per caso e nulla lascia pensare che lo conoscesse, lo raccolse in un posto particolare, un ospedale; questo soggetto può essersi spacciato per un medico, per un infermiere, per un parente addolorato, per disabile ed aver convinto la povera Lidia ad accompagnarlo da qualche parte, forse alla stazione di Cittiglio, che si trova poco distante dal bosco di Sass Pinin, luogo del ritrovamento del cadavere. Chi uccise Lidia si era organizzato per uccidere, aveva condotto il coltello con sé lasciando al caso la scelta della vittima e, con tutta probabilità, raggiunse l’Ospedale di Cittiglio in treno o a piedi. E’ alquanto improbabile, infatti, che l’assassino di Lidia, che era deciso ad uccidere qualcuno, avesse lasciato nel parcheggio dell’Ospedale la propria auto e, dopo aver commesso l’omicidio, fosse tornato a riprenderla, questo perché, poiché conosceva bene i luoghi, sapeva che, data la poca affluenza nel parcheggio dopo le 20.30, avrebbe rischiato di essere notato. Lidia fu uccisa intorno alle 20.15 del 5 gennaio 1987 e fu ritrovata da tre amici intorno alle 9.00 del 7 gennaio, dopo circa 36 ore; al momento del ritrovamento il cadavere era coperto da un cartone, cartoni simili vennero individuati dagli inquirenti in una discarica a poca distanza dall’auto, il lungo tempo intercorso tra l’omicidio e il ritrovamento del cadavere ed il tipo di omicidio, un omicidio premeditato e a sangue freddo, dove non c’è spazio per il rimorso, ci permettono di inferire che, con tutta probabilità, a coprire il corpo esanime di Lidia fu un soggetto estraneo all’omicidio che, forse perché pregiudicato, non si rivolse alle forze dell’ordine, posto che la zona era frequentata da coppiette, prostitute, transessuali, tossicodipendenti e spacciatori.

– Sappiamo che gli abiti che Lidia indossava quel giorno sono stati distrutti, che cosa si sarebbe potuto trovare su quei vestiti?

Il sangue del suo assassino e quindi il suo DNA. Un omicida che colpisce la sua vittima con numerose coltellate, come in questo caso, di frequente, si ferisce, in quanto dopo i primi colpi il coltello si sporca di sangue e gli scivola dalle mani, in specie quando lo stesso, dopo aver colpito il tessuto osseo, si arresta. Voglio sottolineare come in casi di omicidi vecchi di decenni, come questo, solo una eventuale prova scientifica capace di collocare senza ombra di dubbio un indagato sulla scena del crimine permette di attribuirgli la responsabilità del reato. E’ però necessario che, a monte, si possa contare su una ricostruzione dell’omicidio impeccabile, è da lì che bisogna partire.

– E invece, dello sperma raccolto durante le prime indagini, e poi scomparso, che può dirci?

Agli atti non c’è nulla che lasci pensare che Lidia abbia avuto un rapporto sessuale con l’omicida, a mio avviso, quello sperma non avrebbe permesso di identificare il suo assassino ma, se fosse stato attribuito al suo donatore, avrebbe evitato che si seguisse l’errata pista dell’omicidio sessuale.

– Dottoressa Franco, si può incardinare una condanna all’ergastolo sugli indizi legati alla supposta paternità di uno scritto e all’interpretazione psicologica dello stesso?

Evidentemente no. Io l’ho detto subito che attribuire a qualcuno la lettera-poesia “IN MORTE DI UN’AMICA” equivaleva ad escludere che lo stesso fosse l’assassino di Lidia. L’autore anonimo, infatti, non solo non ha fornito informazioni riguardanti l’omicidio che non fossero note a tutti ma ha mostrato di non conoscere né la dinamica omicidiaria, né il movente. Chi scrisse la lettera, riguardo al movente, riportò l’ipotesi della prima ora diffusa dai familiari di Lidia e dai giornali, un’ipotesi errata.

– I giudici dell’Appello le hanno dato ragione riguardo alla teste dell’accusa, tale Patrizia Bianchi.

Le informazioni fornite dalla Bianchi non sono di nessun interesse, peraltro, durante la sua deposizione, la teste ha dissimulato e ha usato alcuni escamotage linguistici per apparire convincente, in specie non ha riferito il vero in merito alla telefonata intercorsa tra lei e Stefano Binda il 7 gennaio 1987 in cui fu la stessa Bianchi a parlare di una eventuale arma del delitto. I giudici dell’Appello si sono così espressi su di lei: “Non vi è un solo fatto riferito (da Patrizia Bianchi) che possa dirsi rilevante per il processo penale, solo e soltanto la descrizione di un profondo trasporto emotivo (…) Non è una sua responsabilità se fin dai primi colloqui ‘informativi’ con la vice ispettrice NANNI e, poi, da presunta informata sui fatti, ogni sua dubbiosa congettura ed ogni suo labile sospetto siano stati valutati alla stregua di un “Ipse dixit” (…) Né, infine, è sua responsabilità se una mera confabulazione, un suo falso ricordo (giacché, viceversa, occorrerebbe configurare smaccata mala fede), immeritevole non solo di approfondimento ma persino di interesse investigativo, abbia comportato nientemeno che lo ’sbancamento’ con l’intervento dell’Esercito – del Parco Mantegazza”. Vede, nei casi giudiziari, il problema non sono i testimoni che falsificano o dissimulano perché sono intimamente convinti di essere paladini di una nobile causa, il problema sono coloro che gli danno ascolto.

– Riguardo ad un eventuale coinvolgimento di Giuseppe Piccolomo, che ha commesso due omicidi in tempi diversi e che ha confessato alle figlie l’omicidio di Lidia Macchi, cosa può dirci?

Posso dirle che, poiché non è mai stato isolato il DNA dell’assassino di Lidia, non si può escludere un eventuale coinvolgimento di Piccolomo.

Intervista di Paolo Mugnai


Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, si occupa soprattutto di morti accidentali e incidenti scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi.

 

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: E’ INACCETTABILE CHE I PROGRAMMI TV DIANO VOCE AD INCOMPETENTI E MILLANTATORI

Dr. Ursula Franco

“Sono anni che giornalisti privi di competenze ed impostori pontificano in TV sui casi giudiziari”, su questo tema la criminologa Franco ci ha rilasciato una dichiarazione.

Le Cronache Lucane, 28 novembre 2019

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. La Franco, da circa un mese, è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia. 

Dottoressa Ursula Franco: “E’ inaccettabile che i programmi TV diano voce ad incompetenti e millantatori. Sono anni che giornalisti privi di competenze ed impostori pontificano in TV sui casi giudiziari. Certi soggetti ritengono di essere in diritto di esprimersi su un caso giudiziario perché sovrastimano le proprie abilità, sottostimano quelle di un vero professionista ma, soprattutto, non avendo studiato, ignorano la complessità dell’argomento sul quale si esprimono, in poche parole “non sanno di non sapere”.

E’ venuto il momento di impedire a giornalisti con il solo diploma di deridere i professionisti ed è necessario indagare sui titoli di studio dei consulenti nominati dalle parti prima di dargli la parola in TV e in tribunale. Non è difficile smascherarli. Hanno curricula poco chiari ed improbabili. Molti di questi impostori pubblicano on line più di un curriculum, sono dei trasformisti. Alcuni sono stati iscritti all’Università per un tempo limitato, che so, al Politecnico, non hanno superato neanche un esame e raccontano di essere ingegneri. Altri hanno una laurea breve conseguita, che so, alla facoltà di medicina, e millantano una bella laurea in medicina. E così, magicamente, da strumentisti “diventano” medici”. 

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: UN CASO GIUDIZIARIO NON E’ UNA TORTA DA SPARTIRSI

Criminologa Ursula Franco

La criminologa Ursula Franco è nota soprattutto per le sue competenze in tema di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi. La Franco è consulente della difesa di Paolo Foresta, marito di Annamaria Sorrentino, avvocato Giovanni Pellacchia; è stata la consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita nel caso Ceste; è stata poi consulente degli avvocati Esposito e Martelli, difensori di Stefano Binda. Binda, dopo essere stato condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi, il 24 luglio scorso è stato assolto per non aver commesso il fatto. La Franco è consulente dell’avvocato Salvatore Nicola Verrillo, difensore di Daniel Petru Ciocan che da più di 3 anni è indagato per violenza e omicidio dalla Procura di Benevento nel caso Ungureanu, nonostante il Tribunale del Riesame di Napoli e i giudici della Suprema Corte di Cassazione abbiano dato ragione alla difesa su tutta la linea ed abbiano soprattutto invitato gli inquirenti ad indagare sui genitori di Maria in merito agli abusi. Domani, a Benevento, avrà luogo l’incidente probatorio, ne riparleremo con la consulente Franco.

Le Cronache Lucane, 4 novembre 2019

– Dottoressa Franco, negli ultimi anni, abbiamo imparato a conoscerla ed abbiamo capito che lei ogni volta che si esprime su un caso giudiziario non cerca il consenso ma la verità.

Personalmente ho scoperto a pochi mesi di vita che il mondo non girava intorno a me, non è la fama che cerco, vorrei semplicemente fare il mestiere che amo ed essere utile al nostro sistema giustizia. La ricerca del consenso vizia le conclusioni di coloro che fatico a chiamare “professionisti”, in ogni caso, la strada del consenso è la più facile da percorrere, basta rivendere come proprie le conclusioni cui giunge la massa una volta che è stata forgiata dai Media. Il mio modo di vedere le cose ha un filtro diverso da quello di molti opinionisti e conduttori tv, questi soggetti tendono a spiegarsi i fatti relativi ad un caso giudiziario attraverso il loro limitato patrimonio culturale perché ignorano di “non sapere”.

– Dobbiamo darle atto che lei ha sostenuto che Mario Biondo, Sissy Trovato Mazza e Davide Rossi si sono suicidati e che Mattia Mingarelli era morto in seguito ad un incidente, e le procure le hanno dato ragione. Dottoressa Franco, può un criminologo giungere a conclusioni certe su un caso giudiziario del quale non conosce tutti gli atti?

Certamente, in specie se il caso è stato trattato mediaticamente e sono filtrate informazioni utili.

– Dottoressa Franco, tempo fa, ha dichiarato che “l’ostentata superiorità morale delle parti civili spesso coincide con lo sprezzo della verità che è amorale e causa di errori giudiziari”, con chi ce l’ha?

E’ un insulto alla verità appoggiare una procura in modo acritico o trincerarsi dietro al convincimento della stessa quando l’errore è agli atti. O questi soggetti sono incompetenti o sono in malafede, in entrambi i casi andrebbero presi provvedimenti nei loro confronti.

– Che pensa del tifo da stadio che circonda i casi giudiziari, tifo che coinvolge giornalisti, avvocati e consulenti?

I disturbi di personalità non risparmiano nessuno. Certi soggetti non solo danneggiano i casi sui quali si esprimono perché alimentano l’incivile teatrino mediatico ma anche le relative categorie.

– Che cosa la disgusta di più di ciò che circonda un caso giudiziario?

Chi lo approccia come una torta da spartirsi.

Maria morta in piscina: parla la criminologa Ursula Franco

daniel ciocan maria ungureanu

the Social Post.it,11 luglio 2019
di Silvia Nazzareni

 

È appena stata effettuata la riesumazione del corpo di Maria Ungureanu, la bambina morta in piscina nel giugno 2016. È già emerso un dettaglio sconcertante, dalle prime analisi del corpo: gli organi interni sono stati rimossi dal corpo.

Mentre la famiglia della bambina dichiara di voler andare in fondo alla vicenda, la criminologa Ursula Franco, consulente della difesa di Daniel Ciocian, ha contattato The Social Post per fornire ulteriori dettagli sulla questione e per chiarire la posizione giudiziaria di Daniel Ciocian.

Il Dna di Daniel Ciocian è “da contatto”

Daniel Ciocian è, al momento, indagato per violenza sessuale e omicidio nei confronti della piccola Maria Ungureanu. La dottoressa Franco ci ribadisce però che: “Per quanto riguarda invece Daniel Ciocian, i RIS di Roma hanno isolato DNA da contatto su un pantaloncino di Maria, un reperto che è compatibile con la frequentazione da parte di Daniel di casa Ungureanu e che non è databile, il DNA da contatto (generalmente presente nel sudore) potrebbe infatti essersi depositato sui pantaloncini di Maria attraverso un vettore, come può esserlo una sedia, un tavolo o un qualsiasi altro oggetto venuto in contatto con il Ciocian, e questo anche dopo la sua morte”. Secondo l’analisi riportata dalla dottoressa Franco il Dna di Ciocian potrebbe essere passato dal giovane a Maria semplicemente perché entrambi potrebbero aver avuto contatto con lo stesso oggetto o materiale.

La posizione di Marius Ungureanu

La criminologa pone piuttosto l’accento sulla posizione di Marius Ungureanu, in merito al quale dice:“Nel luglio 2016, a un mese dalla morte di Maria Ungureanu, i RIS di Roma hanno isolato lo sperma di Marius Ungureanu su una maglietta in uso esclusivo a Maria e sulla coperta del suo lettino e proprio in merito alla posizione dei genitori di Maria Ungureanu, sulla base di questa risultanza e di intercettazioni incriminanti i giudici del Tribunale del Riesame di Napoli e quelli della Cassazione si sono così espressi: ‘Sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per ciò che concerne gli abusi sessuali’ “.

Come è morta Maria Ungureanu?

Secondo la criminologa, Maria sarebbe morta in circostanze del tutto accidentali: “Concordo in pieno con le conclusioni del professor Francesco Introna, chiamato a pronunciarsi dalla procura di Benevento, il quale ha sostenuto ‘la causa del decesso (di Maria) debba attestarsi in morte asfittica rapida per annegamento e, segnatamente avendo escluso la ricorrenza a favore di una ricostruzione diversa e compatibile con l’azione causale contestata agli indagati, tanto in considerazione dell’assenza di lesioni contusive a livello del capo e degli arti e pertanto dell’assenza di segni di combattimento con l’acqua o in acqua’ in poche parole, Maria non è stata uccisa”.

Si attende di conoscere la totalità delle conclusioni emerse dalle nuove analisi autoptiche sul corpo di Maria. Al contempo, si sottolinea che Daniel Ciocian si è sempre professato innocente e che ha sempre detto di ritenere Maria “come una sorella”.

San Salvatore Telesino| Caso Maria Ungureanu, oggi seconda autopsia

La piscina dove è stata ritrovata senza vita Maria Ungureanu, la bimba di dieci anni trovata morta il 20 giugno nella piscina di un casale a San Salvatore Telesino, piccolo paese agricolo a una trentina di chilometri da Benevento, 21 giugno 2016. ANSA / CIRO FUSCO

3 July 2019, labtv.net by Maresa Calzone

La storia di Maria Ungureanu resta ancora sospesa nel mistero, un mistero che probabilmente si è offuscato in questi tre anni dalla morte della bambina. La storia la ricordiamo tutti, perchè ha sconvolto tutti. Anno 2016, è la sera del 19 giugno, siamo a San Salvatore Telesino (Bn) in paese c’è una festa. Maria Ungureanu è una bimba di 9 anni, quella sera scompare, viene ritrovata dopo poche ore senza vita in una piscina. Da quella maledetta sera l’unico ad essere indagato è Daniel Ciocan, un ragazzo amico di famiglia. La prima autopsia consegnerà verità raccapriccianti sulla piccola, abusata sessualmente nel tempo e la stessa sera prima della morte. Le novità sul caso riguardano la riesumazione del corpo e una seconda autopsia effettuata presso l’Azienda Ospedaliera universitaria di Foggia. Ad assistere all’esame autoptico anche il medico legale Fernando Panarese, insieme al difensore di Daniel Ciocan, l’avvocato Salvatore Nicola Verrillo, che, raggiunto telefonicamente, ha affermato: “Questa seconda autopsia non serve a nulla, né per stabilire l’ora della morte, né per chiarire gli aspetti legati alle violenze”. L’avvocato di Daniel ha affermato anche di aver  presentato un’istanza di avocazione dell’inchiesta sulla morte di Maria Ungureanu alla Procura generale di Napoli. Probabilmente la fretta di consegnare all’opinione pubblica un responsabile, ha prodotto confusione nelle indagini che hanno finito per colpevolizzare un giovane che secondo la difesa è estraneo ai fatti. Dello stesso avviso è anche la criminologa Ursula Franco che intanto afferma che la seconda autopsia non ha alcun valore, e insiste sulla linea della fatalità e non sull’omicidio: insomma Maria sarebbe morta a causa di un incidente in piscina mentre era in compagnia di una amichetta. La verità secondo la criminologa è negli atti d’indagine e nelle sentenze del Riesame e della Cassazione. Una storia da brividi, questa della piccola Maria,costretta a subire abusi sessuali coperti dall’omertà che dopo tre anni non viene ancora scalfita.

ESCLUSIVO/  MORTE  DI MARIA UNGUREANU: OGGI E DOMANI LA SECONDA AUTOPSIA. LA CRIMINOLOGA: ”IL CASO E’ CHIARO. LA VERITA’ E’ NEGLI ATTI”

S. Salvatore Telesino. Come il collega Emidio Bianchi aveva scritto qualche giorno fa su casertasera, oggi e domani, il medico legale e il difensore dell’accusato Avv. Salvatore Verrillo saranno presenti alla riesumazione della piccola Maria Ungureanu . Secondo l’Avv. Verrillo, tutto questo non serve a nulla dopo tre anni né per stabilire l’ora della morte di Maria Ungureanu, 9 anni all’epoca dei fatti, trovata senza vita, come è noto, nella piscina di un casale a San Salvatore Telesino nel beneventano e di cui tanto si è parlato. Lo ricordiamo, sul suo corpo, i medici legali hanno riscontrato esiti di violenze sessuali croniche, tanto, che la procura di Benevento ha poi indagato i fratelli Daniel e Cristina Ciocan. Noi, abbiamo sentito  sul caso, la criminologa dott.ssa Ursula Franco (nella foto sotto) consulente della difesa dei Ciocan che con l’avvocato Verrilo segue il caso da sempre.

 

– Dottoressa Franco il medico legale, Professor Francesco Introna, chiamato ad esprimersi nel giugno scorso, ha escluso l’omicidio?

“Si, certo tanto che la Procura, sulla base della sua consulenza, ha poi chiesto l’archiviazione per i fratelli Ciocan e nel gennaio scorso il GIP Flavio Cusani ha archiviato la posizione di Cristina Ciocan e imposto alla Procura di Benevento l’iscrizione nel registro degli indagati dei genitori di Maria e il prosieguo dell’attività investigativa per altri sei mesi”.

Nel gennaio 2019, l’ex giudice del Tribunale del Riesame di Napoli, Nicola Quatrano, che si è occupato del caso, in merito alla causa di morte di Maria, ha dichiarato: “Non è successo quello che la Procura di Benevento riteneva fosse successo” e riguardo alle violenze sessuali che la bambina subiva: “Era un aspetto della questione che non è stato approfondito in quest’ansia di trovare degli elementi di prova contro le persone che si era deciso fossero colpevoli”. Pochi giorni fa, l’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan, ha presentato un’istanza di avocazione dell’inchiesta sulla morte di Maria Ungureanu alla Procura generale di Napoli. Del team difensivo di Daniel Ciocan fanno parte il medico legale Fernando Panarese e la criminologa Ursula Franco, alla quale abbiamo chiesto se con questa nuova  autopsia si può arrivare ad una conclusione.

”La nuova autopsia– spiega Ursula Franco– non serve a nulla, non è umanamente possibile stabilire con esattezza l’ora della morte. Maria è morta mentre si trovava in compagnia di un’amica con la quale aveva fissato un appuntamento per quella sera, è a lei che gli inquirenti dovrebbero chiedere che ore fossero quando Maria annegò davanti ai suoi occhi, mentre, per quanto riguarda le violenze che Maria subiva, non solo nulla hanno a che fare con la sua morte, che è stata accidentale, ma il nome dell’autore di quegli abusi sessuali è agli atti dal luglio 2016 e si inferisce senza ombra di dubbio dalle risultanze delle analisi dei RIS e dalle intercettazioni”.

-Quindi per lei è fin troppo chiaro il caso della piccola Maria?

“Lo ripeto, non c’è più nulla da scoprire, il caso Ungureanu è ormai un caso chiuso. La verità è negli atti d’indagine e nelle motivazioni delle sentenze del Riesame e della Cassazione. Nella mia consulenza, datata 27 marzo 2017, ci sono il nome di chi abusava della bambina e quello della ragazzina che si trovava con Maria la sera in cui morì”.

-E Daniel Ciocan?

“Per quanto riguarda il povero Daniel- spiega ancora la Criminologa-  non solo non è suo lo sperma trovato sulla maglietta in uso esclusivo a Maria e sulla coperta del suo lettino, ma il Ciocan non incontrò più la Ungureanu dopo averla accompagnata a casa intorno alle 20.00 del 19 giugno 2016”.

-Riguardo agli abusi sessuali sulla bambina?

“Riguardo agli abusi sessuali, nel luglio 2016, i RIS di Roma hanno isolato lo sperma di Marius Ungureanu su una maglietta in uso esclusivo a Maria e sulla coperta del suo lettino e proprio in merito alla posizione dei genitori di Maria Ungureanu, i giudici del Tribunale del Riesame di Napoli si erano così espressi: “sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per ciò che concerne gli abusi sessuali, sullo stesso tono si esprime la Corte Suprema di Cassazione nel dicembre del 2017 ”.