STATEMENT ANALYSIS, ROBERTA SACCHI INTERVISTA URSULA FRANCO

PAROLA AL COLPEVOLE, LinkedIn, 28 maggio 2020

STATEMENT ANALYSIS, ROBERTA SACCHI* INTERVISTA URSULA FRANCO, Le Cronache Lucane, 28 maggio 2020

*Roberta Sacchi è Psicologa giuridica – Criminologa – Consulente Tecnico di Parte in procedimenti civili e penali

la dottoressa Roberta Sacchi

Sapevate che le parole di un sospettato, di un indagato e di un testimone sono una fonte inesauribile di informazioni per ricostruire un caso giudiziario? Forse sì. E non si tratta di intuito. Esiste una tecnica che può aiutare inquirenti, magistrati e avvocati a non incappare nell’errore giudiziario. Questa tecnica si chiama Statement Analysis.

Ne ho parlato con l’amica e collega dr.ssa Ursula Franco, medico e criminologo. Ursula è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis. La dottoressa Franco si occupa soprattutto di morti accidentali, incidenti scambiati per omicidi e di errori giudiziari.

Che cos’è la Statement Analysis?

La Statement Analysis è una tecnica di analisi del linguaggio che permette di ricostruire i fatti relativi ad un caso giudiziario attraverso lo studio di ogni parola presente nelle dichiarazioni di sospettati, indagati e testimoni. E’ una scienza complessa che si basa sul principio che le dichiarazioni veritiere differiscono da quelle false in alcune parti del linguaggio. Ad esempio: è logico aspettarsi che un soggetto racconti fatti accaduti nel passato usando il verbo al passato, pertanto quando, dopo aver parlato al passato, parla al presente, è alquanto probabile che non stia pescando nella memoria.

Quanto è sottovalutata l’analisi delle dichiarazioni?

Purtroppo molti tra gli addetti ai lavori ritengono che sia una perdita di tempo interrogare coloro che non intendono dire la verità invece l’analisi delle dichiarazioni di un soggetto che non dice il vero è comunque utile per ricostruire i fatti. 

Un luogo comune da sfatare?

In molti ritengono che la gente che non dice il vero falsifichi; in realtà, il 90% dei soggetti che non raccontano la verità dissimulano, ovvero non raccontano menzogne ma semplicemente nascondono volontariamente alcune informazioni senza dire nulla di falso. Non solo tacciono l’informazione vera ma presentano un’informazione falsa come fosse vera. Solo il 10% di coloro che non dicono il vero falsificano. Falsificare è infatti molto impegnativo in quanto costringe a ripetere all’infinito la prima bugia e a far ricorso a superfetazioni sempre più articolate per tenerla in piedi. Inoltre, la dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione perché, essendo un comportamento passivo, fa sentire meno in colpa. Peraltro, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, ad esempio sostenendo di non aver detto tutto a causa di una dimenticanza.

Come possiamo capire che le informazioni mancano?

Da alcuni indicatori che rileviamo nelle dichiarazioni quali auto censure, lacune temporali, frasi che iniziano con “E”.

Simone Santoleri

Che cos’è il “Leakage”?

E’ un fenomeno che si manifesta in tutti noi, ma che è particolarmente interessante quando si interroga l’autore di un omicidio. Il “Leakage” consiste nel rilascio involontario di informazioni che stazionano nella mente del soggetto interrogato e che sono rilevanti per la ricostruzione dei fatti sui quali si esprime, dalla dinamica omicidiaria all’occultamento. Faccio un esempio. Due settimane prima del ritrovamento del corpo di Renata Rapposelli, il figlio Simone Santoleri, durante un’intervista rilasciata alla trasmissione “Chi l’ha visto?”, disse:

“Ero qui… stavo qui chiamano… chiama il numero di telefono, è un numero strano 0773 che è il prefisso di… 071 è Ancona quindi 07 è le Marche, qua intorno è sempre le Marche: e che cazzo di numero è? Pronto? Pronto! Buongiorno, sono il maresciallo della caserma di Cingoli, mi viene Chienti, non so perchè, ma invece è Cingoli […]”.

Incredibilmente Simone Santoleri citò il Chienti, il fiume dove dopo due settimane venne ritrovato il corpo della madre Renata. Questo naturalmente è un caso eclatante, in altri casi in Leakage è più sfumato ma con un’attenta analisi possiamo cogliere molte informazioni.

Che importanza ha l’analisi di una telefonata di soccorso?

Una telefonata di soccorso è equiparabile ad un interrogatorio, anzi è da considerarsi il primo interrogatorio. C’è di più, l’analisi della telefonata di soccorso spesso permette di individuare la strategia d’indagine perché le parole di chi chiama ci rivelano se il soggetto è coinvolto o meno.

Alberto Stasi

Può farci un esempio di telefonata di soccorso incriminante?

La telefonata di Alberto Stasi che ha ucciso la fidanzata Chiara Poggi.

Durante tutta la telefonata l’operatore è a pesca di informazioni che inaspettatamente Stasi non gli rivela spontaneamente.

Il tono della voce non è in accordo con i fatti descritti. Mancano l’enfasi e la modulazione del tono della voce, mancano i picchi sulle parole chiave e non traspare alcun coinvolgimento emotivo.

Stasi richiede un’ambulanza fornendo un indirizzo mancante del numero civico, numero del quale Alberto avrebbe potuto rapidamente accertarsi; non solo, Alberto Stasi non informa il telefonista del 118 che il corpo di Chiara si trova sulle scale che conducono nella cantina della villetta. Tra l’altro Stasi è a conoscenza che il cancello di casa Poggi è chiuso e che, inevitabilmente, tale circostanza rallenterà i soccorsi, ma non si preoccupa di tornare indietro per aprirlo e per riferire il numero civico; un comportamento che ci indica che Stasi non ha urgenza che Chiara venga soccorsa.

Stasi, secondo quanto riferito all’operatore, comunica la probabile morte di Chiara senza avere le competenze mediche per farlo. Comunicare la morte di un soggetto per il quale si stanno chiamando i soccorsi, non è certamente un invito rivolto ai soccorritori a recarsi rapidamente sulla scena. La reazione di un innocente che scopre la vittima di un omicidio o di un incidente è generalmente opposta, soprattutto i familiari negano nell’immediatezza la morte di un loro caro per l’incapacità di metabolizzare un’informazione così sconvolgente, anzi chiedono ai soccorritori di praticare sul corpo del defunto ogni misura medica possibile per resuscitarlo, anche quando questi appare “irrimediabilmente” morto.

Alberto non fa alcun riferimento alla vittima, solo in seguito alle domande dell’operatore del 118, ne parla come di una estranea, affermando: “credo che abbiano ucciso una persona” e “lei è sdraiata per terra”; infine, e solo in risposta ad una domanda dell’operatore, la definisce “la mia fidanzata”.  Stasi, non introducendo, come avrebbe dovuto, la vittima, ovvero con nome, cognome e tipo di relazione che aveva con lei, ci informa della qualità del loro rapporto. Non fare il suo nome gli permette, inoltre, di depersonalizzarla in modo da ridurre lo stress che gli provoca il dover parlare di lei.

Che significa “contaminare” un’intervista o un interrogatorio?

Significa introdurre, attraverso le domande, termini diversi da quelli usati dall’interrogato, termini che entreranno nel suo linguaggio e lo aiuteranno a mentire. Un interrogatorio contaminato non è analizzabile, va escluso dagli atti.

Quali sono le negazioni credibili?

Gli esseri umani parlano per essere compresi ed in economia di parole. Chi dissimula si affida all’interpretazione delle proprie parole da parte di interlocutori inesperti e lo fa fornendo risposte che si avvicinano soltanto a negazioni credibili. Le negazioni credibili hanno una struttura precisa. Da un soggetto “innocente de facto”, accusato di aver commesso un omicidio, ci aspettiamo come priorità una negazione credibile in risposta ad una domanda aperta, “Io non ho ucciso tizio”, e ci aspettiamo che il soggetto accompagni alla negazione le seguenti parole “sto dicendo la verità”. Esiste una regola in Statement Analysis, “No man can lie twice”: se un soggetto nega in modo credibile di aver commesso un omicidio, ovvero dice “Io non ho ucciso tizio”, ma nella realtà l’ha uccisa, non sarà in grado di riferirsi alla sua menzogna dicendo “sto dicendo la verità” ma dirà invece frasi come “io non dico bugie” o “io non mento”.

Che cos’è il “muro della verità”?

Gli innocenti “de facto” possiedono la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), ovvero un’impenetrabile barriera psicologica che gli permette di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto non hanno necessità di convincere nessuno di niente. Al contrario, i colpevoli si perdono in lunghe tirate oratorie e sermoni finalizzati alla persuasione dei propri interlocutori.

Perché “Sono innocente” non è considerata una negazione credibile?

Perché dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria. L’unica negazione credibile che inglobi la parola “innocente” è la seguente: “Io non ho ucciso tizio. Sto dicendo la verità. Sono innocente”. Solo un soggetto innocente “de facto” è capace di dire “Io non ho ucciso tizio. Sto dicendo la verità”. Un innocente “de iure” ma non “de facto” è capace di dire solo “Sono innocente”.

Può farci alcuni esempi concreti di Statement Analysis?

Alberto Stasi, condannato a 16 anni per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi:

“Io non ho fatto niente a Chiara, non ho fatto assolutamente nulla” e “Non ho… non ho fatto nulla alla Chiara, non ho fatto nulla alla Chiara” e “Non sono stato io”.

“Io non ho fatto niente a Chiara”, “non ho fatto assolutamente nulla” e “Non sono stato io” non sono negazioni credibili. Peraltro, quando Stasi ha detto “non ho fatto assolutamente nulla”, attraverso l’uso dell’avverbio “assolutamente”, ha mostrato di avere bisogno di convincere, un bisogno che gli innocenti non hanno.

Francesco Furchì, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Alberto Musy:

“Non solo vi dico che sono innocente ma credo che, voi, se sarete giusti… se sarete giusti, dimostrerete che una Corte non possa condannare una persona che non ha assolutamente fatto niente, perché potrei avere tutti i difetti di questo mondo, ma non ho assolutamente sparato a Musy, io non ho mai sparato contro nessuno, non ho mai preso una pistola in mano e credo che arrivare a 51 anni e fare un atto del genere piuttosto mi sarei s… ucciso direttamente io in… in carcere”

Furchì, invece di dire “Io non ho sparato a Musy, sto dicendo la verità, sono innocente”, si una tirata oratoria di 85 parole durante la quale ha provato a negare e ad ingraziarsi la Corte.

Dirsi innocente non equivale a negare l’azione omicidiaria. Peraltro, all’epoca di queste dichiarazioni, Furchì era ancora innocente “de iure”. Se fosse stato innocente “de facto” avrebbe negato in modo credibile di aver ucciso Musy.

“Una persona che non ha assolutamente fatto niente” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica.

“Non ho assolutamente sparato a Musy” non è una negazione credibile per la presenza dell’avverbio “assolutamente”. Peraltro proprio l’uso di “assolutamente” rivela un bisogno di convincere.

“io non ho mai sparato contro nessuno” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica e lascia aperta la porta alla possibilità che Furchì non abbia sparato contro nessuno finché non l’ha fatto.

“Non ho mai preso una pistola in mano” non è una negazione credibile perché atemporale e aspecifica e lascia aperta la porta alla possibilità che Furchì non abbia preso una pistola in mano finché non l’ha fatto.

Alessandro Cozzi, condannato a 24 anni per l’omicidio di Alfredo Cappelletti: “va da sé che io non sono stato”.

“va da sé che io non sono stato” non solo non è una negazione credibile ma è anche un tentativo di ridicolizzare le accuse. Alessandro Cozzi è imputato in un processo per omicidio, non c’è nulla di scontato, nulla che vada “da sé”. Un innocente “de facto” avrebbe colto l’occasione per negare in modo credibile di aver commesso l’omicidio del quale è accusato.

Ringrazio Ursula per il suo prezioso lavoro, per la stima e l’amicizia che ci lega e per avermi concesso questa intervista.

Analisi dell’intervista rilasciata da Simone Santoleri prima del ritrovamento del corpo di Renata Rapposelli

Renata Rapposelli

Renata Rapposelli è scomparsa il 9 ottobre 2017 dopo una visita all’ex marito e al figlio a Giulianova (Teramo), un suo amico, tale Tonino Beccacece, ne ha denunciato la scomparsa alla questura di Cingoli il 16 ottobre 2017.

Ercole Rocchetti ha intervistato il figlio di Renata, Simone Santoleri, il 28 ottobre 2017. Simone e suo padre Giuseppe sono indagati per omicidio e occultamento di cadavere. Il corpo della Rapposelli è stato ritrovato per caso,  il 12 novembre 2017, nel comune di Tolentino (Macerata), a pochi metri dal fiume Chienti da un automobilista.

Simone Santoleri racconta a Rocchetti ciò che, a suo dire, gli avrebbe riferito il padre Giuseppe: “(…) l’ho porta… voleva andare a Loreto, voleva andare a pregare, l’ho lasciata… però no che prega’, tu… tutto il viaggio mi ha chiesto i soldi, i soldi, i soldi e l’ho lasciata lungo la strada del santuario, dico: Come lungo la strada del santuario? Sì, no… ma fa… mmm… non c’avevo manco voglia di arriva’ fino a su perché m’ha fatto arrabbia’ che voleva ‘sti soldi, sempre i soldi, i soldi, i soldi… l’ho lasciata circa 2, 3 chilometri dal santuario, ho rigirato la macchina e sono tornato a casa. Basta non la voglio sentire più!”.

Mettendo in bocca a suo padre per 7 volte la parola “soldi”, Simone ci fa capire che “i soldi” sono per lui un problema.

Simone Santoleri: “Ho saputo dove viveva… la via di do… il nome della via di dove viveva daa… dal mio avvocato, quando mi ha fatto vede’ gli atti del mantenimento”.

Simone parla di sua madre al passato, non dice “Ho saputo dove vive” ma per due volte ripete “dove viveva”, facendoci intuire che per lui è morta.

Simone Santoleri: “(…) cioè mia madre è stata una bigotta proprio a livelli…”.

Simone parla di sua madre al passato, non dice “mia madre è una bigotta” ma “mia madre è stata una bigotta“, facendoci ancora intuire che per lui è morta.

E’ a tutti noto che fino al giorno della scomparsa la Raposelli, ad Ancona, frequentasse alcuni gruppi religiosi.

Ercole Rocchetti: Cosa pensi sia successo quel giorno? Può essere addirittura che si sia arrabbiato, le abbia fatto del male?

E’ sbagliato fare due domande di seguito perché un intervistato sceglie a quale domanda rispondere, la prima domanda da sola sarebbe stata una domanda ideale.

Simone Santoleri: “No, è impossibile… ehm… è una persona troppo… troppo buona… cioè mi… non mi vengono altri termini, oltre tutto, perdonatemi, visto che stiamo entrando, mamma a livello di peso, pesa tre volte papà, cioè io vorrei… con una mano oltretutto disabile, papà eh… papà c’ha la mano sinistra che è completamente in disuso, cioè riesce a muovere soltanto… non ha più la muscolatura della mano sinistra, quindi… sarebbe la famosa formica contro un elefante, scusate il termine ma è quello”.

Simone invita i suoi interlocutori a perdonarlo con un “perdonatemi”, evidentemente ha qualcosa da farsi perdonare.

E poi parla di un cadavere da spostare paragonando sua madre ad un “elefante”.

Ercole Rocchetti: Non c’è stato neanche un attimo di piacere nel vederla?

Simone Santoleri: “Se fosse entrata, m’avesse detto: Come stai? Se s… se si fosse comportata una volta, una, come una madre, come una mamma…. ma tanto era inutile, era inutile. Gli ho detto a papà: “Prova, che ti devo di’, vuoi parlarci? Parlaci, ma tanto…”, io, lo ripeto, sono stato in cucina, ve lo posso assicurare, io sono entrato in cucina, non li ho neanche voluti… li ascoltavo, ma non li ascoltavo, con un orecchio sì e un orecchio no, perché ero sempre lì con la speranza che lei, che lei si comportasse da mamma, si comportasse da madre”.

Simone appare visibilmente commosso. La madre, il 9 ottobre 2017, l’ha deluso, evidentemente il Santoleri sperava ancora in una manifestazione d’affetto da parte della Raposelli. 

Santoleri, dicendo “ve lo posso assicurare”, mostra di avere bisogno di convincere.

Simone Santoleri: “(…) spero che torni, spero che torni, spero che si rifaccia viva, soprattutto spero che non è successo niente nonostante (incomprensibile), ma adesso questo lo sto dicendo perché… no, no, perché… perché… ss… è assurdo dirlo ma… ma ci sto male, cioè tu dici: Ma con tutto quello che hai fatto?… Non l’hai sentita e tutto”.

Si noti la frase “spero che si rifaccia viva”, tra l’altro Santoleri non dice “spero che si faccia viva” ma “spero che si rifaccia viva”, nel senso che resusciti.

Ma con tutto quello che hai fatto?”, a che cosa si riferisce Simone con quel “tutto” che ripete due volte? Simone si riferisce a qualcosa che ha fatto e non a ciò che non ha fatto, come non sentire sua madre, come prova a far credere. Aggiungendo “non l’hai sentita” il Santoleri cerca di mettere una toppa a ciò che possiamo considerare un’ammissione tra le righe (embedded admission).

Simone Santoleri: “(…) siccome avevo ricevuto la chiamata dei carabinieri che mi avvisavano di questa scomparsa (…)”.

Simone non dice “della scomparsa di mia madre” ma “di questa scomparsa”, usa il termine generico “questa”, un termine che ci illumina sullo stato dei loro rapporti.

Simone Santoleri: “Ero qui… stavo qui, chiamano… chiama il numero di telefono è un numero strano 0733 che è il prefisso di… 071 è Ancona, quindi 07 è le Marche, qua intorno è sempre le Marche. E che cazzo di numero è? Pronto, pronto! Buongiorno sono il maresciallo della caserma di Cingoli – mi viene Chienti, non so perché, ma invece è Cingoli, fa – Qui si è presentato un signore che ha sporto denuncia per la probabile scomparsa della signora Renata Raposelli, la conosce? E’ mia madre!”.

Nel racconto di Simone appaiono fuori luogo sia il termine “cazzo” che la sottile vena di ironia che si percepisce. 

Incredibilmente Simone cita il Chienti, questo due settimane prima che venisse ritrovato il cadavere della Rapposelli a pochi metri dal fiume Chienti. Si tratta di Leakage. Il Leakage consiste nel rilascio involontario di informazioni. In caso di omicidio, quasi sempre il Leakage è relativo all’occultamento, l’ultima immagine che si fissa in modo indelebile nella mente di un assassino. 

Il 1 novembre 2017 Simone Santoleri ha risposto ad alcune domande rivoltegli dalla conduttrice di Chi l’ha visto in diretta:

Federica Sciarelli: Simone, visto che sei così disponibile, visto che sei così disponibile, come dici te, tagliamo la testa al toro, tu non hai fatto male a tua mamma?

Non solo le domande dirette sono da evitare, peraltro la Sciarelli non chiede al Santoleri se abbia ucciso la propria madre ma gli suggerisce di negare di averle fatto del male. La classica negazione non credibile utilizzata da chi si è macchiato di un omicidio è proprio “io non le ho mai fatto del male” perché chi ha ucciso e prova a negare preferisce minimizzare.

Simone Santoleri:… “(gasp gasp) Non… allora innanzitutto sarebbe incredibile capire poi come ehm cioè… io la… la casa praticamente l’ho presa, l’ho comprata, è mia, quindi sinceramente io della pensione di papà, a me non mi interessa, quindi sono delle situazioni, sinceramente no, se vi posso assicurare per certo che ci sono delle situazioni completamente diverse cioè nel senso io ho vissuto da solo per una vita e quindi io, anzi spessissimo ho detto a papà se vuoi tornare su con mamma ti riprendi tutte le cose tue e ritorni su con mamma oppure se vuoi andare a vivere per i fatti tuoi prendi e vai io non mai costretto papà a stare qui anzi papà mi è stato mandato diciamo mi è stato portato qui perché papà viveva già per strada e quindi è stato lui a venir qui quindi…”

Simone aspetta circa 5 secondi prima di emettere suoni. Il tempo di latenza tra la fine della domanda e la prima reazione di Santoleri è abnormemente lungo ed è una prova che la domanda è sensitiva.

Simone Santoleri non è neanche in grado di dire “No, io non ho fatto del male a mia madre” ripetendo a pappagallo le parole della giornalista, si esibisce invece in una lunga tirata oratoria durante la quale solo dopo 39 parole accenna un “sinceramente no”, dove l’avverbio “sinceramente” indebolisce ulteriormente il blando tentativo di negare un suo coinvolgimento nella scomparsa della madre.

Santoleri cerca ripetutamente di convincere la Sciarelli della bontà delle proprie affermazioni dicendo “sinceramente io della pensione di papà” e “se vi posso assicurare per certo”.

A metà risposta la Sciarelli prova ad interrompere Simone ma lui continua a parlare e le due voci si sovrappongono:

Federica Sciarelli:  Quindi ti sei fatto carico di tuo papà, giusto? ti sei… ti sei fatto carico di tuo papà, sei tu che lavori, sei tu che fai tutto, che badi alla casa.

Simone Santoleri: “… per quanto riguarda fare del male a mia madre sinceramente…”

“per quanto riguarda fare del male a mia madre sinceramente…”non è una negazione credibile.

Simone Santoleri: “Sì, esattamente… io fare… mi è stato chiesto se mi… mi avete chiesto se ho fatto del male a mia madre, non ne avrei modo, nel senso non avrei motivo ecco, non avrei motivo in quanto ho una certa posizione adesso quindi se… quando ero ragazzo, magari con quelle insofferenze che avrei passato in precedenza, ma adesso c’ho 43 anni, quindi è molto diversa la cosa molto molto diversa vi posso assicurare e comunque ripeto e comunque, mi scusi, ripeto, volevo solo chiedere, chiarire questa, a 43 anni, sarà un po’ l’età, sarà la maturità maa non sono più un ragazzino, diciamo, quindi per l’amor di Dio e mamma sarà stata anche diciamo… (Simone viene inspiegabilmente nuovamente interrotto)

Il fatto che Simone non completi alcune frasi ci dice che qualcosa è stato lasciato fuori. Il Santoleri non nega in modo credibile ma cerca di convincere il suo interlocutore che oggi non “avrebbe” motivo di uccidere la madre, non che non “aveva” motivo all’epoca dei fatti. 

Con “vi posso assicurare” e “per l’amor di Dio” Santoleri continua a mostrare di avere bisogno di convincere. 

Simone Santoleri avrebbe potuto negare rispondendo alla Sciarelli semplicemente con un “No” e invece si è esibito in una tirata oratoria per provare a convincere la conduttrice di un qualcosa che non è capace di negare in modo diretto. Santoleri non è capace di dire “io non ho ucciso mia madre”.

Simone Santoleri: “Io veramente mi credete, io ho… ho… mi sono messo subito a disposizione, immediatamente, quindi considerate che il 16 ho avuto l’informazione dai carabinieri e lo stesso giorno sono stato subito chiamato, diciamo… aaa… a fornire informazioni proprio a vo… a un canale RAI, quindi immediatamente dopo, cioè, praticamente mi sono subito dato… ho dato subito immediatamente disposizione per questo (…). Allora io sono stato… io so… io sono stato chiamato come persona informata sui fatti immediatamente, come persona informata sui fatti e ho lasciato la mia deposizione in caserma Giulianova immediatamente… inoltre… inoltre io ho messo subito… ho detto subito di sì a qualunque trasmissione, a qualunque canale che potesse, diciamo, darci una mano, quindi non ho mai negato a nessuno la possibilità di entrare qui in casa e di chiedere informazioni”.

Santoleri dicendo “Io veramente, mi credete” mostra ancora una volta di avere bisogno di convincere. L’uso ripetuto degli avverbi “subito” e “immediatamente” indica il contrario, ovvero un ritardo.

Simone Santoleri ha mostrato di non potersi avvalersi del cosiddetto “muro della verità” che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che posseggono coloro che dicono il vero e che gli permette di rispondere con poche parole.