INTERVISTA DI FINE 2020 ALLA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita nel caso Ceste Buoninconti. Insieme all’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel e Cristina Ciocan, si è battuta per dimostrare che la piccola Maria Ungureanu era morta in seguito ad un incidente. Dopo 4 anni e mezzo la procura di Benevento gli ha dato ragione. Nel 2018 ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. 

Le Cronache Lucane, 13 dicembre 2020

– Dottoressa Franco, dopo circa 4 anni e mezzo, la procura di Benevento ha riconosciuto che Maria Ungureanu non è stata uccisa, archiviando definitivamente le posizioni di Daniel e Cristina Ciocan. Insieme all’ottimo avvocato Salvatore Verrillo vi siete battuti portandovi a casa numerose soddisfazioni: il GIP ha sempre rigettato le richieste d’arresto emesse dalla PM Maria Scamarcio, il Riesame e la Cassazione non solo hanno ritenuto inammissibili i ricorsi della procura ma vi hanno dato ragione anche in merito agli abusi cui era sottoposta la bambina e infine è venuta l’archiviazione per omicidio volontario. Al momento l’ipotesi di reato per il proprietario e per la responsabile del resort  dove si trova la piscina nella quale è affogata Maria è l’omicidio colposo. Nonostante tutto la notizia è stata ignorata dai programmi televisivi RAI e Mediaset che si erano occupati del caso, eppure la difesa dei Ciocan ha scongiurato un duplice errore giudiziario, come se lo spiega?

Si aspettava forse che si cospargessero il capo di cenere e ci celebrassero? E’ chiaro che in tanti tacciono per non affossare il sistema al quale appartengono. A noi interessa che la procura abbia riconosciuto il proprio errore e abbia cambiato rotta nonostante le pressioni di un lurido processo mediatico volto a mistificare i fatti. Risuonano nella mia mente le parole di tanti.

– E per quanto riguarda le violenze?

Gli atti parlano forte e chiaro. 

– Lo scorso anno, alla mia domanda: “Che cosa vorrebbe dire al ministro di Grazia e Giustizia?”, lei aveva risposto: “Che è necessario lavorare sulle competenze dei pubblici ministeri, che sono la causa prima degli errori giudiziari e delle emorragie di denaro pubblico che va spesso perso in interminabili indagini inutili”. E’ con malcelato orgoglio ma anche con profondo turbamento che riporto di seguito alcuni stralci di una dichiarazione del 27 novembre scorso dell’avvocato Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane: 

“IL MAGISTRATO SENZA QUALITÀ

Siamo ormai assuefatti alla lettura, in genere in trafiletti di poche righe, di inchieste penali roboanti e devastanti per gli indagati, svanite anni dopo nel nulla, tra archiviazioni ed assoluzioni variamente motivate. Lo stesso vale per arresti eclatanti (ma anche non eclatanti), poi annullati quando il danno è fatto (…) su questa drammatica questione non si farà mai un passo avanti se non si comprenderà che occorre mettere mano, con urgenza e determinazione, al problema del controllo sulla qualità del magistrato, oggi reso semplicemente impossibile dalla automaticità della progressione in carriera (…) È così oltraggioso ritenere che un magistrato che dimostri per fatti concludenti di non essere all’altezza di svolgere compiti di peculiare delicatezza e difficoltà, debba essere assegnato a compiti meno rischiosi per la comunità sociale?”

Il problema non sono solo i magistrati incompetenti e svogliati ma anche i consulenti partigiani delle procure, le loro menzogne hanno un costo enorme per il paese non solo in termini umani ma anche economici. Uno di questi “consulenti”, un millantatore che si è occupato di migliaia di procedimenti, nonostante sia stato deriso da un pubblico ministero durante un’udienza di un processo per omicidio in cui era consulente della difesa, è stato ritenuto affidabile in un altro procedimento per omicidio nonostante avesse dichiarato il falso al giudice in merito ai propri titoli di studio. Non le sembra paradossale?

– Torniamo ai casi giudiziari: Carlotta Benusiglio, 37 anni, è stata trovata impiccata ad un albero di Piazza Napoli a Milano intorno alle 6.00 del 31 maggio 2016. I familiari non credono che Carlotta si sia suicidata. Dopo una iniziale archiviazione come suicidio, il caso è stato riaperto e il fidanzato di Carlotta, Marco Venturi, 41 anni, è stato indagato per omicidio volontario aggravato. Nell’ottobre scorso, proprio in coincidenza con la chiusura delle indagini, mi pare che i giudici del Tribunale del Riesame di Milano, chiamati dalla procura di a pronunciarsi sulla richiesta della misura cautelare rigettata dal GIP nel luglio scorso, abbiano messo una grossa ipoteca su un eventuale rinvio a giudizio di Marco Venturi. Mi spiego meglio, nell’ordinanza del 15 ottobre scorso c’è scritto:“Il Tribunale del Riesame di Milano ritiene che non vi siano gravi indizi di colpevolezza a carico di Marco Venturi, avendo gli elementi fin qui acquisiti accertato- con rilevante probabilità- che la morte di Carlotta Benusiglio sia avvenuta per suicidio compiuto dalla stessa”. Già nel febbraio 2018, dopo che la Trasmissione “Chi l’ha visto?” aveva diffuso una consulenza delle parti civili, lei aveva dichiarato: “Le conclusioni del consulente della famiglia Benusiglio, Antonio Barili, che ha analizzato le telecamere di piazza Napoli, la piazza di Milano dove si è impiccata Carlotta il 31 maggio 2016, permettono di escludere che Marco Venturi abbia ucciso Carlotta Benusiglio” e ha avuto ragione. Aggiungo che recentemente non le ha mandate a dire a chi si è espresso proprio sul caso Benusiglio. 

Un caso giudiziario è sempre un argomento di studio grossolano, le risultanze autoptiche sono importanti quanto la tempistica, nel caso della Benusiglio sia le risultanze autoptiche che la tempistica ci permettono di concludere che Carlotta si è suicidata. Negli errori giudiziari viene spesso attribuito ad un innocente un omicidio premeditato o commesso in pochi secondi per superare il fatto che abbia un alibi. E’ questo il caso. Mi è bastato studiare la tempistica per capire che Marco Venturi, che pesa solo 68 chili, non può aver strangolato ed impiccato la Benusiglio, che pesava poco meno di lui, in 22 secondi. Aggiungo che lo stato dei luoghi in cui si sono svolti i fatti e quello degli abiti di Carlotta ci confermano che non è stata uccisa. La Benusiglio aveva gli abiti puliti, se fosse stata stordita prima di essere impiccata, si sarebbero sporcati di terra. La sua sciarpa era priva di lacerazioni e/o abrasioni e/o imbrattamenti. Nelle vicinanze del cadavere non vi erano segni a terra compatibili con una colluttazione e/o un trascinamento del corpo. 

– Qual è la sua posizione sul caso Genovese?

Si è trattato di violenza sessuale. Nell’Ordinanza di convalida di fermo e di contestuale applicazione di misura coercitiva nei confronti di Alberto Genovese si legge che quando la ragazza “ha ripreso un barlume di lucidità, iniziando ad opporsi e a manifestare esplicitamente il suo dissenso, fino ad implorare il suo aguzzino di fermarsi, non è stata ascoltata dal carnefice che, imperterrito, ha proseguito nella sua azione violenta, continuando a drogarla e a violentarla”. E’ evidente che non è stato un rapporto consenziente.

– Che cosa caratterizza questo stupro?

Una progettualità che rivela fantasie sessuali complesse. Genovese ha tratto piacere dalle sofferenze inflitte alla vittima e dal compiere atti sessuali con il suo corpo “inanimato”, ha messo in posa la vittima per fotografarla per poi rivivere l’esperienza. Un act out da “sadistic serial rapist”.

– Dottoressa, sono uscite le motivazioni della sentenza dell’Appello bis nel caso dell’omicidio di Marco Vannini, che ne pensa?

“la sua morte, in termini di mera convenienza personale, era preferibile alla sua sopravvivenza” è un’affermazione incompatibile con il fatto che Antonio Ciontoli abbia chiamato i soccorsi con Marco ancora cosciente. In poche parole, Antonio Ciontoli non ha mostrato di temere che Marco raccontasse la dinamica dei fatti ai soccorritori quando, sebbene con ritardo, scelse di farlo soccorrere. Infine, una volta fatta questa scelta, se avesse immaginato che Marco stava rischiando la vita non avrebbe aspettato di riferire al solo medico del PIT la causa del malore del ragazzo. E poi non corrisponde al vero che la morte di Marco “comporta di non essere certi di cosa sia realmente avvenuto tra quelle quattro mura”. L’analisi delle dichiarazioni dei protagonisti e delle intercettazioni permette di ricostruire i fatti alla lettera.

– Dottoressa, sappiamo che lei ha lavorato e vissuto nella piccola Isola Carcere di Gorgona a stretto contatto con agenti di polizia penitenziaria e detenuti, cosa è successo a Sissy Trovato Mazza?

Si è suicidata, una telecamera ha registrato tutto ciò che è successo prima e dopo il colpo di pistola partito dalla pistola d’ordinanza dell’agente stessa, Sissy era sola ed invece di uscire dal nosocomio per raggiungere i colleghi si è diretta altrove, nell’ascensore dove si è sparata, non vedo come si possano formulare altre ipotesi. Lo stesso vale per il caso di Mauro Pamiro, le telecamere hanno ripreso il professore mentre da solo si dirigeva scalzo nel cantiere nel quale è stato ritrovato il suo corpo. Le risultanze autoptiche hanno poi confermato il suicidio per precipitazione. 

– Dottoressa, nel caso della morte di Mattia Mingarelli, sappiamo che è d’accordo con la procura di Sondrio che nel giugno scorso ha chiesto l’archiviazione. Il procuratore di Sondrio Claudio Gittardi ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Riteniamo altamente probabile che la scomparsa di Mattia MIngarelli non sia collegata ad alcuna attività delittuosa. Per una serie di situazioni, forse legate ad uno stato di alterazione, si è allontanato da solo verso dal rifugio “I Barchi”, è stato male, ha perso il telefono, è tornato nella sua abitazione, dove ha lasciato cappello e cappotto, per poi uscire e cadere accidentalmente nel bosco. Non è stato colpito da nessuno, questo è stato accertato, la caduta e il freddo ne hanno causato il decesso. Resta il giallo sul perché si sia inoltrato nel bosco”

E’ logico che sono d’accordo, ho detto da subito che non c’era niente di misterioso nella scomparsa di Mattia Mingarelli, né di strano nella testimonianza del gestore del rifugio “Ai Barchi” dove il ragazzo si recò prima di morire: la presenza del vomito vicino al tavolo del rifugio e il fatto che Mattia abbia perduto il telefono proprio lì, sono la riprova che si sentì male dopo essere uscito dal rifugio. Il racconto del Del Zoppo è credibile e privo di smagliature. Mattia Mingarelli si è sentito male dopo l’ultima bevuta al rifugio “Ai Barchi”, ha urtato il volto contro un ramo, è scivolato, ha battuto la testa producendosi una frattura occipitale ed è morto per assideramento. Non ci sono né lesioni da difesa né segni di una colluttazione sul cadavere. Il cadavere di Mattia si trovava a pochi metri dal rifugio e non era occultato, tutti dati a sostegno di una morte accidentale. Non accredita di certo l’ipotesi omicidiaria il fatto che i soccorritori ed i cani non abbiano trovato il corpo del Mingarelli. I soccorritori non videro il suo corpo in quanto era coperto dalla neve caduta quella notte, mentre le ricerche con i cani da traccia, come sappiamo, non sono infallibili. L’ipotesi che il cadavere sia stato spostato è improponibile, nessuno sposterebbe infatti un corpo dopo aver dato l’allarme e con le ricerche in corso, tantomeno per non occultarlo.

– Dottoressa, nel caso Mario Biondo, la testimonianza dell’ex avvocato spagnolo della famiglia, Daniel Gomez De Arriba, che sostiene di aver visto un “solco profondo” nella parte posteriore del collo del ragazzo, che valore può avere?

Nel 2013 Daniel Gomez De Arriba ha detto ad un giornalista di aver visto “una lesione ben determinata presente nella parte posteriore del collo di Mario Biondo”, nel 2018 ha invece detto di aver visto “una macchia nera con una linea molto marcata nella parte posteriore”. Il cadavere fa testo. Se quella “lesione” o “macchia nera” fosse stata un solco profondo, il professor Procaccianti l’avrebbe rilevato e invece ha attribuito la macchia scura di cui parla Gomez De Arriba a fenomeni putrefattivi, quindi, poiché all’epoca della seconda autopsia il solco non c’era, evidentemente non c’è mai stato. I solchi non vanno e vengono. Mario Biondo si è suicidato e Raqhel Sanchez Silva non ha voluto che venissero resi pubblici i fatti suoi, fatti che nulla hanno a che fare con la morte del marito.  

– Riguardo alla morte di Mattia MIngarelli, in tanti, anche sulla tv pubblica, hanno gettato ombre sul gestore del rifugio e si sono spinti a ipotizzare l’omicidio mentre lei aveva mosso delle critiche a chi si era espresso in tal senso. Inventarsi omicidi chi danneggia?

1) I familiari di chi si è suicidato o è morto in seguito ad un incidente perché li devasta da un punto di vista economico. 

2) I soggetti estranei ai fatti cui vengono “attribuiti” omicidi mai avvenuti. Dall’ingiusta persecuzione mediatica all’errore giudiziario vero e proprio.

3) I contribuenti italiani, i cui soldi vanno persi in indagini inutili che possono durare anche parecchi anni.

– E invece chi favorisce?

1) I familiari di chi si è suicidato o è morto in seguito ad un incidente perché ne annulla il senso di colpa. 

2) Il carrozzone che circonda un caso giudiziario.

– Dottoressa, un suo breve commento sul caso Chico Forti.

Non esiste un caso Chico Forti. Forti non è stato incastrato, è lui l’autore dell’omicidio di Dale Pike. Forti ha ucciso un uomo in un paese straniero ed è stato giudicato secondo le leggi di quel paese, ha poi usufruito degli appelli che aveva a disposizione e ha il diritto di chiedere la grazia al presidente americano, ma le critiche a inquirenti, giudici ed avvocati e le accuse rivolte ad un innocente sono inaccettabili.

– Dottoressa, cosa vorrebbe dire ai suoi detrattori? 

E’ chiaro che è più facile avere ragione quando ci si schiera dalla parte delle procure e dell’opinione pubblica. Io ho scelto di mettere le mie competenze al servizio delle vittime di errore giudiziario e purtroppo non sempre si riesce a far trionfare la verità. 

– Che cosa rende difficile il lavoro della difesa di un innocente?

Il diffuso pregiudizio nei confronti della difesa, un problema che affligge sia i magistrati che i giornalisti e poi i conflitti interni alla difesa, conflitti che possono risultare fatali per un indagato/imputato. 

– Dottoressa, quante cose avrebbe voluto ancora dirmi?

Tante.

– Dottoressa, Buon 2021.

Buon 2021 a lei ed alla redazione.

MORTE DI MATTIA MINGARELLI, PROCURATORE GITTARDI: NESSUN DELITTO, MORTO PER LA CADUTA E PER IL FREDDO

Mattia Mingarelli

Il corpo di Mattia Mingarelli, 30 anni, è stato ritrovato nel tardo pomeriggio del 24 dicembre da alcuni sciatori nel bosco di Chiesa Valmalenco (Sondrio), in località Barchi, a poca distanza dal rifugio dove era stato visto per l’ultima volta in compagnia del proprio cane. Mingarelli era scomparso il 7 dicembre 2018. 

Le Cronache Lucane, 30 giugno 2020

Il procuratore di Sondrio Claudio Gittardi ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Riteniamo altamente probabile che la scomparsa (di Mattia MIngarelli) non sia collegata ad alcuna attività delittuosa. Per una serie di situazioni, forse legate ad uno stato di alterazione, si è allontanato da solo verso dal rifugio “I Barchi”, è stato male, ha perso il telefono, è tornato nella sua abitazione, dove ha lasciato cappello e cappotto, per poi uscire e cadere accidentalmente nel bosco. Non è stato colpito da nessuno, questo è stato accertato, la caduta e il freddo ne hanno causato il decesso. Resta il giallo sul perché si sia inoltrato nel bosco”

A questo punto la domanda sorge spontanea: Chi ha fantasticato su eventuali responsabilità del povero Giorgio Del Zoppo, gestore del rifugio, ne risponderà?

Mattia Mingarelli

All’indomani del ritrovamento del corpo di Mattia Mingarelli, il 26 dicembre 2018, in un’intervista a Cronache Lucane, la criminologa Franco aveva escluso che la morte del ragazzo potesse ritenersi sospetta: “Il fatto che il gestore del rifugio dove Mattia si era recato abbia trovato del vomito a poca distanza dal cellulare del Mingarelli e le basse temperature della notte del 7 dicembre fanno propendere per una morte per assideramento in un soggetto in preda ad una intossicazione alcolica”. Riguardo all’ipotesi che il corpo potesse essere stato spostato la criminologa Franco ci aveva detto: “E’ una colossale sciocchezza, nessuno sposterebbe un corpo dopo aver dato l’allarme e con le ricerche in corso, tantomeno per non occultarlo. E’ noto a tutti che le ricerche spesso falliscono ed i cadaveri vengono ritrovati per caso nelle zone già battute da soccorritori e cani da traccia, si vedano i casi di Elena Ceste, Christiane Seganfreddo, Eleonora Gizzi e Yara Gambirasio”. Mentre riguardo al cane del Mingarelli: “Qualche tempo dopo la caduta di Mattia evidentemente il cane ha preferito andare a giocare con il cane del Del Zoppo. Dante è un cane da compagnia, non capisco perché gli si vogliano attribuire dei “super poteri” che, nonostante siano addestrati, neanche i cani da ricerca hanno. E’ una leggenda che i cani da compagnia siano in grado di ritrovare i cadaveri dei loro padroni”

Mattia Mingarelli

In un’analisi pubblicata sul suo blog il 28 dicembre 2018 la criminologa Franco aveva scritto: 

“Non c’è niente di “misterioso” nella scomparsa di Mattia Mingarelli, né di “strano” nella testimonianza del gestore del rifugio “Ai Barchi” dove il ragazzo si recò prima di morire: la presenza del vomito vicino al tavolo del rifugio e il fatto che Mattia abbia perduto il telefono proprio lì, sono la riprova che si sentì male dopo essere uscito dal rifugio. Il racconto del Del Zoppo è credibile e privo di smagliature, peraltro, se il Del Zoppo fosse implicato nella morte di Mattia non solo non avrebbe conservato il suo telefono ma non avrebbe raccontato che il Mingarelli si era recato per due volte al suo rifugio o avrebbe fatto di tutto per accreditare l’ipotesi del malore senza alcun timore di venir smentito visto che quel pomeriggio il Del Zoppo e il Mingarelli erano soli. Mattia Mingarelli si è sentito male dopo l’ultima bevuta al rifugio “Ai Barchi”, ha urtato il volto contro un ramo, è scivolato, ha battuto la testa producendosi una frattura occipitale ed è morto per assideramento. Non ci sono né lesioni da difesa né segni di una colluttazione sul cadavere. Il cadavere di Mattia si trovava a pochi metri dal rifugio e non era occultato, tutti dati a sostegno di una morte accidentale. Non accredita di certo l’ipotesi omicidiaria il fatto che i soccorritori ed i cani non abbiano trovato il corpo del Mingarelli. I soccorritori non videro il suo corpo in quanto era coperto dalla neve caduta quella notte, mentre le ricerche con i cani da traccia non sono infallibili come vuole la leggenda. L’ipotesi che il cadavere sia stato spostato è improponibile, nessuno sposterebbe infatti un corpo dopo aver dato l’allarme e con le ricerche in corso, tantomeno per non occultarlo”.

Mattia Mingarelli

Riportiamo la Lettera aperta della criminologa Ursula Franco a “La Vita in Diretta”, è datata 9 gennaio 2019 ed è stata diffusa dal giornale d’inchiesta Sylo24, di Simone Di Meo:

“Se lo sfortunato Giorgio Del Zoppo fosse stato vostro padre o vostro marito o vostro fratello, gli avreste riservato lo stesso trattamento? Lo chiedo a voi perché avete permesso a soggetti privi di competenze in campo criminologico di riempirsi la bocca con la parola OMICIDIO in un caso evidente di morte accidentale. 

Non ci si inventa criminologi, servono competenze in campo medico (medicina legale, psichiatria, tossicologia, chimica etc, etc), e a queste competenze, che si acquisiscono soltanto all’Università e che vanno documentate con un bel diploma di laurea, va aggiunta una non meno necessaria approfondita conoscenza della casistica. 

Vi rendete conto che certe inferenze dei vostri opinionisti a digiuno di criminologia non solo espongono i loro autori al ridicolo ma danneggiano la vita di chi, suo malgrado, si trova implicato in un caso giudiziario e spesso impediscono ai familiari di chi muore di farsi una ragione di una eventuale archiviazione?

È un campo delicato quello della giustizia e non dovrebbe esserci spazio per l’approssimazione, né per la disinformazione. 

Avete mai sentito parlare dell’effetto Dunning-Kruger, una distorsione cognitiva a causa della quale alcuni individui rifiutano di confrontarsi con la propria incompetenza e tendono a sopravvalutarsi? 

Esprimersi senza competenze su un caso giudiziario non solo è rivelatore di una mancanza di coscienza di sé ma anche di uno sprezzo per i propri simili.

Sapete che la pressione prodotta da un processo mediatico su una procura e sui giudici è equiparabile ad una pressione idraulica ed è la prima causa di errore giudiziario?

Sapete che per esprimersi nel campo dell’analisi del linguaggio servono competenze che si maturano soltanto in molti anni di studio? 

Avete mai sentito parlare di “autopsia psicologica”? Prima di fasciarsi la testa con ipotesi omicidiarie conviene sempre focalizzare su eventuali fragilità, frustrazioni o sofferenze di uno/a scomparso/a. Nella maggior parte dei casi infatti un’autopsia psicologica permette di addivenire ad una soluzione in tempi brevi, a meno che non se ne sottovalutino o neghino deliberatamente le risultanze.

Vi è giunta voce che, nonostante le ricerche, i corpi di Melania Rea, Elena Ceste, Yara Gambirasio, Eleonora Gizzi, Daniele Taddei, Rocco Di Nello, Provvidenza Grassi, Lucia Manca e Saverio Tagliafierro, per nominarne qualcuno, sono stati tutti ritrovati per caso?

Sapete che i cani da compagnia non hanno “super poteri”? Hanno difficoltà a trovare i cadaveri gli addestrati Bloodhound, come vi viene in mente che sia anomalo che il cane da compagnia del Mingarelli non abbia condotto i soccorritori al cadavere del proprio padrone ma si sia invece divertito a giocare con un altro cane?

La casistica insegna che le ricerche con i cani da traccia spesso falliscono, molti sono infatti i fattori che possono viziare una ricerca: l’invecchiamento della traccia olfattiva; le condizioni climatiche estreme; la contaminazione della scena per l’accorrere di molti soggetti (familiari, inquirenti e curiosi); la scelta sbagliata del testimone d’odore da far annusare al cane nel caso si applichi il metodo americano o Whitney, il testimone d’odore è un oggetto o un indumento appartenente al disperso che va scelto con cura, bisogna infatti evitare di far annusare al cane indumenti contaminati dal profumo dei saponi da bucato o dall’odore di un altro soggetto; l’interpretazione delle indicazioni del cane (lettura del cane), che spetta all’uomo, ed è quindi passibile di errore.

L’errato assunto che le ricerche con i cani siano infallibili non solo è la riprova di una mancanza di conoscenza della casistica ma è anche fonte di grossolani errori, conduce, infatti, ad ipotizzare fantomatici spostamenti di cadaveri ed altrettanti fantomatici depistaggi che aprono la strada all’errore giudiziario.

Per non sbagliare più, imparate a riservare ai soggetti informati sui fatti, sospettati o indagati lo stesso trattamento che vorreste vi fosse riservato o fosse riservato ad un vostro caro, per chi specula sulle disgrazie altrui c’è spazio in televisione ma non in paradiso.

Ursula Franco”

MORTE DI MATTIA MINGARELLI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: INCIDENTE, UN CASO CHIARO SIN DALL’INIZIO

Mattia Mingarelli

La criminologa Ursula Franco è nota soprattutto per le sue competenze in tema di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi. La Franco è consulente della difesa di Paolo Foresta, marito di Annamaria Sorrentino, avvocato Giovanni Pellacchia; è stata la consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita nel caso Ceste; è stata poi consulente degli avvocati Esposito e Martelli, difensori di Stefano Binda. Binda, dopo essere stato condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi, il 24 luglio scorso è stato assolto per non aver commesso il fatto. La Franco è consulente dell’avvocato Salvatore Nicola Verrillo, difensore di Daniel Petru Ciocan che da più di 3 anni è indagato per violenza e omicidio dalla Procura di Benevento nel caso Ungureanu, nonostante il Tribunale del Riesame di Napoli e i giudici della Suprema Corte di Cassazione abbiano dato ragione alla difesa su tutta la linea ed abbiano soprattutto invitato gli inquirenti ad indagare sui genitori di Maria in merito agli abusi. 

Le Cronache Lucane, 23 gennaio 2020

La Franco ha da sempre sostenuto che Mario Biondo, Sissy Trovato Mazza e Davide Rossi si sono suicidati e che Mattia Mingarelli è morto in seguito ad un incidente, e le procure le hanno dato ragione. 

All’indomani del ritrovamento del corpo di Mattia Mingarelli, in un’intervista a Roma/Cronache Lucane, la criminologa Franco aveva escluso che la morte del ragazzo potesse ritenersi sospetta.

“Non c’è niente di “misterioso” nella scomparsa di Mattia Mingarelli né di “strano” nella testimonianza del gestore del rifugio “Ai Barchi” dove il ragazzo si recò prima di morire. La presenza del vomito vicino al tavolo del rifugio e il fatto che Mattia abbia perduto il telefono proprio lì, sono la riprova che si sentì male dopo essere uscito dal rifugio. Il racconto del Del Zoppo è credibile e privo di smagliature, peraltro, se il Del Zoppo fosse implicato nella morte di Mattia non solo non avrebbe conservato il suo telefono ma non avrebbe raccontato che il Mingarelli si era recato per due volte al suo rifugio o avrebbe fatto di tutto per accreditare l’ipotesi del malore. Mattia Mingarelli si è sentito male dopo l’ultima bevuta al rifugio “Ai Barchi”, ha urtato il volto contro un ramo, è scivolato, ha battuto la testa, si è prodotto una frattura occipitale ed è morto per assideramento. Non ci sono né lesioni da difesa né segni di una colluttazione sul cadavere del Mingarelli o sul Del Zoppo. Il cadavere di Mattia si trovava a pochi metri dal rifugio e non era occultato, tutti dati a sostegno della morte accidentale. Non accredita di certo l’ipotesi omicidiaria il fatto che i soccorritori ed i cani non abbiano trovato il corpo del Mingarelli. I soccorritori non videro il suo corpo in quanto venne occultato dalla neve caduta quella notte, mentre le ricerche con i cani da traccia non sono infallibili come vuole la leggenda. L’ipotesi che il cadavere sia stato spostato è improponibile, nessuno sposterebbe infatti un corpo dopo aver dato l’allarme e con le ricerche in corso, tantomeno per non occultarlo”.

– C’è chi ha recentemente affermato pubblicamente che il corpo possa essere stato spostato.

Evidentemente chi ha detto questa sciocchezza non ha mai sentito parlare di macchie ipostatiche. Lo studio delle macchie ipostatiche ha permesso al medico legale di escludere che il cadavere sia stato spostato. Le risultanze dell’esame medico legale non sono un optional anche se da parecchio tempo mi sembra vada di moda ignorarle. Peraltro, lo ripeto, è anche la logica ad escluderlo, nessuno sposterebbe un corpo dopo aver dato l’allarme e con le ricerche in corso, tantomeno per non occultarlo.

– Lei ritiene che ci sia qualcosa di “strano” in questo caso?

Non c’è proprio nulla di strano nella morte del Mingarelli, tutti i dati in nostro possesso permettono di concludere senza ombra di dubbio per una morte accidentale. Non c’è nulla di strano neanche nel fatto che il corpo sia stato ritrovato per caso, rientra nella norma che le ricerche dei cadaveri falliscano.

– Dottoressa, cosa è successo?

Mattia aveva bevuto alcolici almeno in tre occasioni quel pomeriggio, si è sentito male appena uscito dal rifugio “Ai Barchi”, forse una congestione, ha infatti vomitato e in quell’occasione ha perduto il telefono, e poi, dopo aver camminato per poche centinaia di metri, con tutta probabilità, ha urtato il volto contro un ramo provocandosi una ferita sopra l’occhio, è scivolato, ha battuto la testa producendosi una frattura occipitale ed è morto per assideramento. Non sono state identificate dal medico legale infatti né lesioni da difesa né segni di una colluttazione che possano far ipotizzare che sia stato vittima di un’aggressione. 

– Il racconto di Giorgio Del Zoppo è stato definito “confuso” e “strano”, lei cosa ne pensa?

Per esprimersi nel campo dell’analisi del linguaggio servono competenze che si maturano in molti anni di studio. Non c’è niente di “confuso” né di “strano” nelle parole del Del Zoppo, il suo racconto è sempre stato lo stesso ed è un racconto credibile e circostanziato. Se Del Zoppo avesse ucciso Mattia non avrebbe raccontato di essersi intrattenuto con lui per due volte quel pomeriggio né avrebbe conservato il suo telefono né avrebbe escluso un possibile malore, anzi avrebbe fatto di tutto per accreditarlo.

– E la storia del cane Dante?

Qualche tempo dopo la caduta di Mattia evidentemente il cane ha preferito andare a giocare con il cane del Del Zoppo. Dante è un cane da compagnia, non capisco perché gli si vogliano attribuire dei “super poteri” che, nonostante siano addestrati, neanche i cani da ricerca hanno.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: INDIZI E PROVE NON SI TROVANO SOTTO L’ALBERO DI NATALE

Mohammed Barbri e sua moglie Samira

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. La Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Le Cronache Lucane, 3 gennaio 2020

– Dottoressa Franco, che cosa manca a molte procure italiane?

Mancano pubblici ministeri competenti, che sappiano interrogare, che conoscano la casistica, che abbiano come unico goal la verità e che sappiano ammettere i propri errori.

– Dottoressa Franco, se le procure si servissero di esperti in Statement Analysis, che vantaggi ne avrebbero?

Se i magistrati si servissero di esperti capaci di condurre ed analizzare gli interrogatori, le procure saprebbero chi indagare, avrebbero materiale utile per ricostruire i fatti ed acquisire le prove. I costi delle indagini (che gravano sui contribuenti) si ridurrebbero enormemente e si eviterebbero grossolani errori giudiziari.

– Ci spieghi meglio.

Un esperto in Statement Analysis è capace di individuare i soggetti che non non dico il vero e, quand’anche dissimulino, di ricostruire i fatti. Solo ricostruendo i fatti relativi ad un caso giudiziario si possono individuare indizi e prove. Le faccio un esempio: analizzando le interviste di Antonio Logli, la procura di Pisa avrebbe potuto ricostruire senza smagliature i fatti che hanno condotto all’omicidio di Roberta Ragusa e invece gli errori nella ricostruzione commessi dall’accusa e dai giudici hanno dato spazio alla difesa. L’errore più grosso è stato quello di ignorare le dichiarazioni dell’amico del marito che disse che a poche ore dalla scomparsa di Roberta si era accorto che il filtro del gasolio della Ford Escort del Logli era foderato di pellicola da cucina. La notte dell’omicidio, Antonio Logli danneggiò il contenitore del filtro del gasolio della sua Ford Escort station wagon ed il giorno dopo pulì sia la strada che il vialetto per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte precedente aveva stazionato in quei due luoghi. Per questo stesso motivo, pur sapendola danneggiata, usò la propria auto per raggiungere il cimitero al mattino dopo; lo fece per lasciare la Ford Escort a debita distanza da casa, per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quindi quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni. Se la procura avesse ricostruito a dovere gli eventi di quella notte avrebbe potuto indagare sull’eventuale acquisto di un filtro del gasolio e sulla sua sostituzione.

 – Samira El Attar, una badante marocchina di 43 anni è scomparsa da casa a metà ottobre, la donna ha lasciato una bimba di 4 anni all’asilo poco prima di svanire nel nulla, dal primo gennaio, di suo marito, Mohammed Barbri, 39 anni, un bracciante agricolo, anch’egli marocchino, già indagato per l’omicidio di sua moglie si sono perse le tracce, c’è chi dice che la procura non fosse in possesso di indizi tali da poter richiedere la misura cautelare in carcere, lei che ne pensa?

In generale, indizi e prove vanno cercati dopo aver ricostruito i fatti, non si trovano per caso sotto l’albero di Natale. Non esistono delitti perfetti, esistono soltanto indagini mal condotte.

Riguardo a questo caso in particolare, non ho abbastanza materiale per esprimermi, le interviste rilasciate da Mohammed Barbri sono difficilmente analizzabili in quanto sono andate in onda in maniera frammentata, ma posso garantirle che il primo errore è stato commesso nel momento in cui sono state trascritte le parole del Barbri nella denuncia di scomparsa di Samira. Quelle agli atti non possono essere le sue precise parole, eppure, la registrazione di una telefonata di soccorso, la denuncia di scomparsa, le intercettazioni e gli interrogatori di un indagato sono tutti egualmente utili per individuarne eventuali responsabilità.

– Dottoressa, vogliamo ricordare ai lettori le sue parole di un anno fa su un caso che sta per essere archiviato come morte accidentale: “Smettete di speculare su una morte accidentale. Non ci si inventa criminologi, servono competenze e conoscenza della casistica per esprimersi su un caso giudiziario. Non solo certe inferenze da profani espongono i loro autori al ridicolo ma danneggiano la vita del signor Giorgio Del Zoppo e impediranno ai familiari di Mattia Mingarelli di farsi una ragione della morte accidentale del loro caro”.

Certi conduttori e certi opinionisti non solo non sanno di non sapere ma odiano il loro prossimo e, poi, è allo share che guardano certe trasmissioni televisive, non alla verità.

Scomparsa Mingarelli: nessun mistero, vi spiego com’è andata (intervista)

La criminologa Ursula Franco a Stylo24 ricostruisce le fasi dell’indagine sulla morte del ragazzo escludendo gli aspetti da thriller della tragedia

Stylo24, 9 gennaio 2019

La Dottoressa Ursula Franco è medico e criminologo, si occupa soprattutto di suicidi e morti accidentali scambiate per omicidi e di errori giudiziari. E’ stata la consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti. Recentemente ha fornito una consulenza all’avvocatessa Patrizia Esposito, difensore di Stefano Binda, già condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Ursula Franco è anche consulente degli avvocati della difesa di Daniel e Cristina Ciocan per i quali la procura di Benevento ha chiesto l’archiviazione. Dal dicembre 2016 è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, una tecnica scientifica di analisi del linguaggio messa a punto dallo studioso israeliano Avinoam Sapir. Dal 2013, cura un blog di criminologia, Malke Crime Notes, dove pubblica analisi di noti casi giudiziari italiani ed americani. 

All’indomani del ritrovamento del corpo di Mattia Mingarelli, in un’intervista a Roma/Cronache Lucane rilasciata il 26 dicembre, la dottoressa Franco ha escluso che la morte del ragazzo potesse ritenersi sospetta. 

In un’analisi pubblicata sul suo blog il 28 dicembre la Franco ha scritto: 

“Non c’è niente di “misterioso” nella scomparsa di Mattia Mingarelli né di “strano” nella testimonianza del gestore del rifugio “Ai Barchi” dove il ragazzo si recò prima di morire: la presenza del vomito vicino al tavolo del rifugio e il fatto che Mattia abbia perduto il telefono proprio lì, sono la riprova che si sentì male dopo essere uscito dal rifugio. Il racconto del Del Zoppo è credibile e privo di smagliature, peraltro, se il Del Zoppo fosse implicato nella morte di Mattia non solo non avrebbe conservato il suo telefono ma non avrebbe raccontato che il Mingarelli si era recato per due volte al suo rifugio o avrebbe fatto di tutto per accreditare l’ipotesi del malore senza alcun timore di venir smentito visto che quel pomeriggio il Del Zoppo e il Mingarelli erano soli. Mattia Mingarelli si è sentito male dopo l’ultima bevuta al rifugio “Ai Barchi”, ha urtato il volto contro un ramo, è scivolato, ha battuto la testa producendosi una frattura occipitale ed è morto per assideramento. Non ci sono né lesioni da difesa né segni di una colluttazione sul cadavere, il cadavere di Mattia si trovava a pochi metri dal rifugio e non era occultato, tutti dati a sostegno della morte accidentale. Non accredita di certo l’ipotesi omicidiaria il fatto che i soccorritori ed i cani non abbiano trovato il corpo del Mingarelli. I soccorritori non videro il suo corpo in quanto era coperto dalla neve caduta quella notte, mentre le ricerche con i cani da traccia non sono infallibili come vuole la leggenda. L’ipotesi che il cadavere sia stato spostato è improponibile, nessuno sposterebbe infatti un corpo dopo aver dato l’allarme e con le ricerche in corso, tantomeno per non occultarlo”.

Lettera aperta della criminologa Ursula Franco a “La Vita in Diretta”

“Se lo sfortunato Giorgio Del Zoppo fosse stato vostro padre o vostro marito o vostro fratello, gli avreste riservato lo stesso trattamento? Lo chiedo a voi perché avete permesso a soggetti privi di competenze in campo criminologico di riempirsi la bocca con la parola OMICIDIO in un caso evidente di morte accidentale. 

Non ci si inventa criminologi, servono competenze in campo medico (medicina legale, psichiatria, tossicologia, chimica etc, etc), e a queste competenze, che si acquisiscono soltanto all’Università e che vanno documentate con un bel diploma di laurea, va aggiunta una non meno necessaria approfondita conoscenza della casistica. 

Vi rendete conto che certe inferenze dei vostri opinionisti a digiuno di criminologia non solo espongono i loro autori al ridicolo ma danneggiano la vita di chi, suo malgrado, si trova implicato in un caso giudiziario e spesso impediscono ai familiari di chi muore di farsi una ragione di una eventuale archiviazione?

È un campo delicato quello della giustizia e non dovrebbe esserci spazio per l’approssimazione, né per la disinformazione. 

Avete mai sentito parlare dell’effetto Dunning-Kruger, una distorsione cognitiva a causa della quale alcuni individui rifiutano di confrontarsi con la propria incompetenza e tendono a sopravvalutarsi? 

Esprimersi senza competenze su un caso giudiziario non solo è rivelatore di una mancanza di coscienza di sé ma anche di uno sprezzo per i propri simili.

Sapete che la pressione prodotta da un processo mediatico su una procura e sui giudici è equiparabile ad una pressione idraulica ed è la prima causa di errore giudiziario?

Sapete che per esprimersi nel campo dell’analisi del linguaggio servono competenze che si maturano soltanto in molti anni di studio? 

Avete mai sentito parlare di “autopsia psicologica”? Prima di fasciarsi la testa con ipotesi omicidiarie conviene sempre focalizzare su eventuali fragilità, frustrazioni o sofferenze di uno/a scomparso/a. Nella maggior parte dei casi infatti un’autopsia psicologica permette di addivenire ad una soluzione in tempi brevi, a meno che non se ne sottovalutino o neghino deliberatamente le risultanze.

Vi è giunta voce che, nonostante le ricerche, i corpi di Melania Rea, Elena Ceste, Yara Gambirasio, Eleonora Gizzi, Daniele Taddei, Rocco Di Nello, Provvidenza Grassi, Lucia Manca e Saverio Tagliafierro, per nominarne qualcuno, sono stati tutti ritrovati per caso?

Sapete che i cani da compagnia non hanno “super poteri”? Hanno difficoltà a trovare i cadaveri gli addestrati Bloodhound, come vi viene in mente che sia anomalo che il cane da compagnia del Mingarelli non abbia condotto i soccorritori al cadavere del proprio padrone ma si sia invece divertito a giocare con un altro cane?

La casistica insegna che le ricerche con i cani da traccia spesso falliscono, molti sono infatti i fattori che possono viziare una ricerca: l’invecchiamento della traccia olfattiva; le condizioni climatiche estreme; la contaminazione della scena per l’accorrere di molti soggetti (familiari, inquirenti e curiosi); la scelta sbagliata del testimone d’odore da far annusare al cane nel caso si applichi il metodo americano o Whitney, il testimone d’odore è un oggetto o un indumento appartenente al disperso che va scelto con cura, bisogna infatti evitare di far annusare al cane indumenti contaminati dal profumo dei saponi da bucato o dall’odore di un altro soggetto; l’interpretazione delle indicazioni del cane (lettura del cane), che spetta all’uomo, ed è quindi passibile di errore.

L’errato assunto che le ricerche con i cani siano infallibili non solo è la riprova di una mancanza di conoscenza della casistica ma è anche fonte di grossolani errori, conduce, infatti, ad ipotizzare fantomatici spostamenti di cadaveri ed altrettanti fantomatici depistaggi che aprono la strada all’errore giudiziario.

Per non sbagliare più, imparate a riservare ai soggetti informati sui fatti, sospettati o indagati lo stesso trattamento che vorreste vi fosse riservato o fosse riservato ad un vostro caro, per chi specula sulle disgrazie altrui c’è spazio in televisione ma non in paradiso”.

La lettera aperta a “La Vita in Diretta” è stata pubblicata anche su Le Cronache Lucane.

MORTE MATTIA MINGARELLI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: SMETTETE DI SPECULARE SU UNA MORTE ACCIDENTALE (intervista)

Mattia Mingarelli

Le Cronache Lucane, 4 gennaio 2019

Dottoressa Franco cosa vorrebbe dire agli opinionisti che si sono espressi sul caso Mingarelli lasciando intendere che possa trattarsi di omicidio?

Smettete di speculare su una morte accidentale. Non ci si inventa criminologi, servono competenze e conoscenza della casistica per esprimersi su un caso giudiziario. Non solo certe inferenze da profani espongono i loro autori al ridicolo ma danneggiano la vita del signor Giorgio Del Zoppo e impediranno ai familiari di Mingarelli di farsi una ragione della morte accidentale del loro caro.

C’è chi ha recentemente affermato pubblicamente che “non è possibile stabilire se sia sempre rimasto lì quel cadavere”, è vero dottoressa?

Evidentemente chi ha detto questa sciocchezza non ha mai sentito parlare di macchie ipostatiche. Lo studio delle macchie ipostatiche ha permesso al medico legale di escludere che il cadavere sia stato spostato. Le risultanze dell’esame medico legale non sono un optional anche se da parecchio tempo mi sembra vada di moda ignorarle. Peraltro nessuno sposterebbe un corpo dopo aver dato l’allarme e con le ricerche in corso, tantomeno per non occultarlo.

Lei ritiene che ci sia qualcosa di “strano” in questo caso?

Non c’è proprio nulla di strano nella morte del Mingarelli, tutti i dati in nostro possesso permettono di concludere senza ombra di dubbio per una morte accidentale. Non c’è nulla di strano neanche nel fatto che il corpo sia stato ritrovato per caso, rientra nella norma che le ricerche dei cadaveri falliscano.

Dottoressa, cosa è successo?

Mattia aveva bevuto alcolici almeno in tre occasioni quel pomeriggio, si è sentito male appena uscito dal rifugio “Ai Barchi”, forse una congestione, ha infatti vomitato e in quell’occasione ha perduto il telefono, e poi, dopo aver camminato poche centinaia di metri, con tutta probabilità ha urtato il volto contro un ramo provocandosi una ferita sopra l’occhio, è scivolato, ha battuto la testa producendosi una frattura occipitale ed è morto per assideramento. Non sono state identificate dal medico legale infatti né lesioni da difesa né segni di una colluttazione che possano far ipotizzare che sia stato vittima di un’aggressione. 

Il racconto di Giorgio Del Zoppo è stato definito “confuso” e “strano”, lei cosa ne pensa?

Per esprimersi nel campo dell’analisi del linguaggio servono competenze che si maturano in molti anni di studio. Non c’è niente di “confuso” né di “strano” nelle parole del Del Zoppo, il suo racconto è sempre stato lo stesso ed è un racconto credibile e circostanziato. Se Del Zoppo avesse ucciso Mattia non avrebbe raccontato di essersi intrattenuto con lui per due volte quel pomeriggio né avrebbe conservato il suo telefono né avrebbe escluso un possibile malore, anzi avrebbe fatto di tutto per accreditarlo.

E la storia del cane Dante?

Che vuole che le dica, qualche tempo dopo la caduta di Mattia evidentemente il cane ha preferito andare a giocare col cane del Del Zoppo, Dante è un cane da compagnia, non capisco perché gli si vogliano attribuire dei “super poteri” che, nonostante siano addestrati, neanche i cani da ricerca hanno. 

Morte di Mattia Mingarelli: analisi del racconto di Giorgio Del Zoppo e analisi criminologica

Mattia Mingarelli

Il corpo di Mattia Mingarelli è stato ritrovato il 25 dicembre 2018 a poche centinaia di metri dal rifugio Ai Barchi (Chiesa Valmalenco, Sondrio) dove il ragazzo era stato visto per l’ultima volta dal gestore Giorgio Del Zoppo detto “il gufo” intorno alle 19 e 30 del 7 dicembre 2018.

Non solo il cadavere di Mattia si trovava a pochi metri dal rifugio ma non era occultato, due dati che permettono di escludere che Mattia sia stato ucciso e che invece avvalorano l’ipotesi della morte accidentale, con tutta probabilità una morte per assideramento in un soggetto con una certa quantità di alcool in corpo.

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Mattia Mingarelli

Mercoledì 19 dicembre 2018, l’intervista dell’inviato di Chi l’ha visto? Paolo Andriolo al proprietario del rifugio Giorgio Del Zoppo viene annunciata dalla conduttrice Federica Sciarelli in questi termini: “La scomparsa davvero misteriosa di questo giovane (…) allora è un caso davvero misterioso (…) c’è una testimonianza strana del proprietario di questo rifugio perché dice di aver ritrovato del vomito e poi aver trovato il cellulare di questo giovane commercialista”.

Vedremo a breve come invece non ci sia niente di “misterioso” in questa scomparsa né di “strano” nella testimonianza del proprietario del rifugio “Ai Barchi” dove Mingarelli si recò prima di morire: la presenza del vomito vicino al tavolo del rifugio e il fatto che Mattia abbia perduto il telefono proprio lì sono la riprova che il ragazzo si è sentito male dopo essere uscito dal rifugio.

Mattia Mingarelli

Giorgio Del Zoppo detto il Gufo, gestore del ristoro Ai Barchi ha riferito all’inviato del programma Chi l’ha visto?: “15 e 30 all’incirca… eh… poi poteva essereee 15 e 45, abbiam bevuto una cosa e poi è ritornato, verso le… le… le sei, un… un orario del genere”.

Gli orari riferiti dal Del Zoppo sono approssimativi, un dato che non rende sospetto il suo racconto, anzi.

Paolo Andriolo: “Quindi è venuto, avete bevuto una cosa insieme”.

Giorgio Del Zoppo: “Poi è andato via, è andato via, è ritornato la seconda volta, abbiamo fatto un aperitivo, abbiamo bevuto un paio di calici di vino, un tagliere di… di… di crudo… eee verso le sette e mezza è andato via, che tra l’altro lui è venuto perché mi aveva chiesto una camera per il 30/31.

Mattia Mingarelli, nel giro di due ore e mezzo circa, si è recato al rifugio Ai Barchi per due volte per bere alcolici, in precedenza, durante il pranzo, che era terminato un’ora prima che si recasse la prima volta al rifugio di Giorgio Del Zoppo, Mattia aveva bevuto una mezza bottiglia di vino, lo ha riferito all’inviato del programma Chi l’ha visto? Graziella Polattini, la proprietaria del Ristorante la Gusa: “Sì, sì è venuto qua a pranzo, è stato fuori che c’era il bel sole e poi verso le due e un quarto, due e mezzo è andato via, aveva solamente bevuto la mezza bottiglia di vino, l’altra mezza aveva detto che la bevevamo assieme alla sera a cena, infatti gli ho detto di salire che facevo la minestra e cenavamo assieme ma io… lui non si è presentato, mi ha detto che sarebbe sceso a San Giuseppe a portare la macchina perché aveva paura che nevischiasse e poi sarebbe andato a fare un giro fino al lago Palù”.

Paolo Andriolo: “Voi non è che vi conoscevate, no? Vi siete visti un paio di volte…”.

Con questa domanda il giornalista suggerisce al Del Zoppo una risposta negativa cui segue non una seconda domanda ma un’affermazione.

Giorgio Del Zoppo: “Ma ci siam visti quella volta là due anni fa e venerdì, certo”.

Paolo Andriolo: “E quindi lui è venuto da lei…”.

Giorgio Del Zoppo: “Che poi (interrotto)”.

Il giornalista interrompe l’intervistato, un errore grossolano.

Paolo Andriolo: “Più che altro per chiedere…”.

Un’altra affermazione del giornalista.

Giorgio Del Zoppo: “Per chiedermi le camere, sì, che poi tra l’altro mi ha lasciato un numero quel pomeriggio lì, mi ha lasciato il suo numero perché io non è che avevo il suo numero”.

Si noti che il Del Zoppo continua la frase del giornalista dalla quale però esclude le parole “Più che altro”, probabilmente perché non le condivide.

Paolo Andriolo: “Quindi a che ora se ne andato dal…”.

Giorgio Del Zoppo: “Sette e mezzo”.

Paolo Andriolo: “… dal… dal tuo rifugio?”.

Giorgio Del Zoppo: “Sette e mezzo, sette e quaranta, quell’ora lì comunque”.

Non è sospetto che il Del Zoppo non sappia riferire l’orario esatto in cui Mattia lasciò il suo rifugio, anzi.

Paolo Andriolo: “E poi durante la notte è successo qualcosa?”.

Giorgio Del Zoppo: “Durante la notte, io l’unica cosa che ho visto il suo cane che è arrivato in camera mia con il mio, perché io ho lasciato aperta la porta aperta dietro, perché il mio cane ogni tanto va, viene, hai capito? Allora ho lasciato la porta aperta e all’una e mezzo all’incirca… eh… più o meno vedo ‘sti due cani in camera, dico: Ma come mai?. Allora scendo, scendo, lascio andare il suo cane, chiudo la porta e me ne son tornato su… tranquillo. Sai, non è che uno va a pensare chissà cosa. Il mattino dopo cosa capita: Apro la porta, vedo lì davanti al mio terrazzo, lì per terra, dove c’è un tavolo, del vomito e dico: “Mah vabbè, lo pulisco”. Scendo le scale del terrazzo, lì sotto c’era il telefono, cosa faccio: Prendo il telefono… eee… l’ho tenuto lì un attimo poi ho detto: “Adesso vado giù io, lo porto lì a casa”.

Il racconto del Del Zoppo è credibile e privo di smagliature.

Se il Del Zoppo fosse implicato nella morte di Mattia non avrebbe conservato il suo telefono né avrebbe raccontato che il Mingarelli si era recato per due volte al suo rifugio.

Paolo Andriolo: “Ma tu sapevi che era il telefono di Mattia?”.

Giorgio Del Zoppo: “Eh, più o meno, all’incirca sì, perché l’avevo visto che ce l’aveva lì in mano, quindi ho detto: “Sarà il suo”. Perché poi tra l’altro c’era solo lui. Io ho visto solo lui quella sera perché ero anche chiuso”.

Giorgio Del Zoppo: “Cos’ho fatto? L’ho me… l’ho messo sotto carica e ho visto che la la SIM era bloccata, allora ho detto gu…”.

Paolo Andriolo: “In che senso la SIM era bloccata?”.

Giorgio Del Zoppo: “SIM bloccata. E’ uscito: “SIM bloccata”, quando l’ho messo sotto carica, è uscito: “SIM bloccata”.

Paolo Andriolo: “Ma quando hai trovato il cellulare era spento comunque”.

Giorgio Del Zoppo: “Era spento il telefono, sì”.

Paolo Andriolo: “Quindi hai provato ad accenderlo?”.

Giorgio Del Zoppo: “Sì, sì, e dopo ho detto: “Vabbè”. Cosa ho fatto: ho messo dentro la mia SIM per vedere se andava il telefono, hai capito? Perché ho detto: “Provo a veder se va”. Una roba così e ho visto…”.

Paolo Andriolo: “Quindi hai tolto la SIM di…”.

Giorgio Del Zoppo: “Ho tolto la SIM e ho messo una delle mie, dodici e mezza, io ricevo un messaggio su quel numero, su quel telefono lì da un 338 e dico: “Mah, mi sembra strano comunque…”.

Paolo Andriolo: “Però c’era la tua SIM”.

Giorgio Del Zoppo: “C’era la mia SIM però adesso non so se su Messenger o non lo so, comunque ho ricevuto quel messaggio lì e io che ho fatto? Ho chiamato con l’altro mio telefono ‘sto numero qua ed era il suo papà”.

Il racconto del Del Zoppo è credibile. Giorgio Del Zoppo ha ricevuto un messaggio sul profilo WhatsApp di Mattia, che non è collegato alla SIM ma allo smartphone, e non su Messenger, come da lui ipotizzato, perché in quel caso non sarebbe comparso il numero. Nessun mistero.

Se il Del Zoppo fosse implicato nella morte di Mattia non solo non avrebbe conservato il suo telefono ma non avrebbe chiamato con il proprio telefono il numero dal quale era stato inviato un messaggio sul cellulare di Mattia Mingarelli.

Paolo Andriolo: “Però è un po’ strano che con la tua SIM ricevi un messaggio di chiamata del numero suo”.

Giorgio Del Zoppo: “Ma guarda io ti dic… ma infat… Sai cosa ho pensato lì all’attimo: Magari qua è un messaggio rivolto verso di me, capisci? E allora ho detto, non lo so chi è, ho fatto il numero che era Luca, che era suo papà, e alchè mi dice: “Guarda sonooo… sono Giorgio dei Barchi”, gli ho detto, “quello del ristorante”. “Eh sono il papà di Luca”. Gli ho detto: “Guarda c’ho qua il telefono io che stamattina ho provato a portarglielo giù ma non c’era perché iersera è stato qua e probabilmente l’ha perso”.

Un racconto credibile e circostanziato durante il quale Giorgio Del Zoppo non prende le distanze dal padre del Mingarelli, così come non le ha mai prese da Mattia. 

Il giornalista, prima di riprendere l’intervista, condisce il suo servizio con il seguente intermezzo: È un racconto davvero strano quello di Giorgio “il gufo”: trova il cellulare di Mattia e inserisce la sua SIM, poi riceve un messaggio dal papà sul suo numero, ma com’è possibile? E che fine fa il telefono?”.

Giorgio Del Zoppo: “Dopo pranzo vado giù, arrivo lì, nel momento che arrivo io arriva il proprietario di casa, proprio il proprietario quello… e arrivo lì dico: “Guarda so’ proprio qua adesso perchééé eh sto… sto consegnando il telefono al ragazzo che c’è qua perché l’ha perso ieri”. E assieme abbiamo picchiato le finestre, le porte non ha dato segno di vita dico boh chissà dov’è io ho pensato che ste… che era in giro a sciare boh, hai capito?”.

Un racconto credibile e circostanziato.

Paolo Andriolo: “Quindi lei ha consegnato il cellulare di Mattia al proprietario di casa?”.

Giorgio Del Zoppo: “Abbiamo aperto la porta, ha aperto la porta lui, ho appoggiato il telefono sul… sul… sul… tavolo. E basta, io da lì”.

Un racconto credibile e circostanziato.

Paolo Andriolo, prima di riprendere l’intervista, guarnisce il suo servizio con il seguente intermezzo: “(…) Dopo i primi giorni di ricerche i carabinieri entrano al ristoro Barchi e decidono di sequestrarlo per permettere agli specialisti della scientifica di Milano di compiere degli accertamenti, arrivano anche le unità cinofile specializzate, guardate questo cane molecolare dove punta subito dopo aver annusato un oggetto di Mattia. Giorgio “il gufo” è stato sentito come persona informata sui fatti ma le sue parole sono al vaglio degli inquirenti, soprattutto quelle relative alle circostanze sul telefonino di Mattia e al vomito che avrebbe trovato fuori dal suo ristoro”.

Paolo Andriolo: “Quando Mattia se n’è andato dopo questo aperitivo questi due calici di vino e il tagliere di salumi, stava bene il ragazzo?”.

Giorgio Del Zoppo: “Ma sì che stava bene, guarda a me non ha dato nessun segno di squilibrio per quanto riguarda, però lui è andato lì di fuori, magari si è seduto di fuori in panchina, io ero dentro con la musica perché avevo la musica accesa, le luci di fuori erano spente, però se stava male veramente sarebbe anche tornato dentro non è che uno scompare nel nulla”.

E’ estremamente interessante questa risposta del Del Zoppo perché ci permette di escludere ancora una volta che l’uomo sia coinvolto nella morte di Mattia, se infatti avesse ucciso il Mingarelli avrebbe fatto di tutto per accreditare l’ipotesi del malore peraltro senza alcun timore di venir smentito perché il Del Zoppo e il Mingarelli bevvero i due calici di vino da soli.

Paolo Andriolo: “Non è successo niente di particolare che possa…?”.

Giorgio Del Zoppo: “No, assolutamente, ma assolutamente no, assolutamente, assolutamente, assolutamente proprio”.

Paolo Andriolo: “Che sia stato un malore piuttosto che altro lei lo esclude?”.

Giorgio Del Zoppo: “Mah assolutamente, ma anche perché ammetti che uno poteva star male e tutto quanto l’avrebbero trovato lì di fuori, cioè voglio dire non è che uno scompare nel nulla, eh”.

Il Del Zoppo non solo torna ad escludere il malore, un’ulteriore riprova che è estraneo ai fatti ma mostrando una totale buonafede afferma “non è che uno scompare nel nulla, eh”.

Mattia Mingarelli

Federica Sciarelli: “(…) per giorni e giorni è stato cercato questo ragazzo veramente in tutti i modi e con tutti i mezzi, se avesse avuto un malore comunque dovevano riuscire a trovarlo… perché c’è anche questa storia strana del ritrovamento di un cellulare poi questa persona soprannominata il gufo che mette la sua SIM però dice di aver ricevuto la telefonata da parte dei genitori di Mattia insomma tutto questo è davvero molto strano”.

Non accredita di certo l’omicidio il fatto che i soccorritori ed i cani non abbiano trovato il corpo del Mingarelli. I soccorritori non videro il suo corpo in quanto era occultato dalla neve caduta dopo la sua morte mentre le ricerche con i cani, per i motivi più svariati, sono lastricate di fallimenti. Ecco una breve casistica:

Nel caso dell’omicidio di Isabella Noventa, omicidio seguito dall’occultamento del suo cadavere, una ruspa ha scavato senza esito in un punto indicato dai cani.

Christiane Seganfreddo, scomparsa da casa il 30 dicembre 2013, è stata ritrovata per caso, il 15 febbraio 2014, a soli 2 chilometri da casa in una zona già battuta senza esito dai cani da traccia e dai soccorritori. 

Il cadavere di Eleonora Gizzi è stato ritrovato per caso da un tecnico della Società Autostrade che stava effettuando delle verifiche periodiche ad uno dei piloni di un viadotto, 5 mesi dopo la sua scomparsa. I cani, addetti alle ricerche della Gizzi, erano passati più volte nella zona del ritrovamento nei giorni successivi all’allontanamento di Eleonora da casa, squadre di volontari avevano battuto l’area giorno e notte senza localizzarla, eppure lei era lì, a pochi metri di distanza dal punto in cui era stata vista l’ultima volta il giorno della sua scomparsa.

Nel caso di Yara Gambirasio le ricerche condotte con l’ausilio dei cani condussero al cantiere di Mapello fuorviando le indagini. Inoltre, i soccorritori ed i cani perlustrarono invano il campo di Chignolo d’Isola dove si trovava il cadavere di Yara dalla notte della scomparsa, il corpo della giovane venne invece individuato per caso da un appassionato di aeromodellismo tre mesi dopo l’omicidio, il 26 febbraio 2011.

Nel caso dell’omicidio di Melania Rea, un cane da ricerca, dopo aver fiutato gli indumenti della donna, si diresse nei pressi del monumento ai Martiri della Resistenza, a Colle San Marco, in un percorso a metà tra le altalene ed il bar-chiosco verso il quale il marito aveva detto essersi diretta la donna il giorno della scomparsa, le indagini hanno appurato, invece, che la Rea, quel giorno, non era stata in quella zona.

I cani Bloodhound impiegati nelle ricerche di Laura Winkler, una ragazza di 13 anni di Brunico (Bolzano), scomparsa il 21 aprile 2013, fiutarono le tracce della ragazza fino ai bordi della strada provinciale, all’altezza di un hotel chiuso in località Bagni di Salomone dove la Winkler non era transitata; la Winkler fu ritrovata, due giorni dopo la sua scomparsa, in un burrone nella Valle di Anterselva poco distante dal maso del nonno dal quale si era allontanata.

I conduttori dei cani del gruppo cinofilo che intraprese le ricerche del piccolo Tommaso Onofri, affermarono che i cani avevano suggerito ‘direzione autostrada’ mentre le indagini conclusero che i rapitori avevano preso la direzione opposta.

CONCLUSIONI

Giorgio Del Zoppo, detto “il gufo”, è un testimone credibile ed è estraneo ai fatti. Mattia Mingarelli si è sentito male dopo l’ultima bevuta al rifugio Ai Barchi e, con tutta probabilità, è morto per assideramento.

L’unico fatto strano e misterioso relativo a questo caso è che soggetti senza competenze in campo criminologico e in tema di analisi del linguaggio si esprimano pubblicamente sulla credibilità o meno di un testimone pur sapendo di parlare a milioni di italiani privi di capacità critiche, italiani che in pochi minuti hanno sottoposto ad un linciaggio mediatico il signor Giorgio Del Zoppo, così com’è accaduto recentemente all’ispettore Francesco Ferrari.

CASE CLOSED

Questa analisi è stata pubblicata su Le Cronache Lucane.