Analisi criminologica dell’aggressione denunciata dall’attore americano Jussie Smollett

Jussie Smollett

Jussie Smollett è un attore e musicista americano di 36 anni che recita nella serie televisiva “Empire”. Smollett, che è nero, gay e manifestamente anti-Trump, il 22 gennaio 2019 ha rivelato di aver ricevuto una lettera di minacce contenente polvere bianca da parte di sostenitori del presidente Donald Trump, il 29 gennaio 2019 ha denunciato un’aggressione omofoba e razzista ai suoi danni da parte di due sostenitori del presidente degli Stati Uniti. Smollett ha raccontato di essere arrivato a Chicago da New York, di aver lasciato il suo appartamento intorno alle 2:00 del mattino per comprarsi un’insalata da Subway, di essere stato riconosciuto e aggredito verbalmente e fisicamente all’uscita del fast food da due uomini vestiti di nero che indossavano maschere nere i quali gli avrebbero versato addosso anche una sostanza chimica tipo varichina.

Un amico di Smollett ha poi chiamato la polizia. Una volta giunti nell’appartamento dell’attore, circa 42 minuti dopo i fatti, i poliziotti hanno trovato la corda utilizzata dagli aggressori ancora intorno al collo dell’attore.

Il 30 gennaio 2019, la polizia di Chicago ha diffuso una foto di due persone di interesse tratta da una registrazione di una videocamera di sorveglianza.

Da subito alcuni esperti si sono espressi sul caso mostrando perplessità, tanto che Smollett ha ritenuto di dover rilasciare una dichiarazione già il 1 febbraio 2019:

“Let me start by saying that I’m OK. My body is strong but my soul is stronger. More importantly I want to say thank you. The outpouring of love and support from my village has meant more than I will ever be able to truly put into words.
I am working with authorities and have been 100% factual and consistent on every level. Despite my frustrations and deep concern with certain inaccuracies and misrepresentations that have been spread, I still believe that justice will be served.
As my family stated, these types of cowardly attacks are happening to my sisters, brothers and non-gender conforming siblings daily. I am not and should not be looked upon as an isolated incident. We will talk soon and I will address all details of this horrific incident, but I need a moment to process. Most importantly, during times of trauma, grief and pain, there is still a responsibility to lead with love. It’s all I know. And that can’t be kicked out of me.
With Love, respect & honor… Jussie”.

Questa dichiarazione è stata analizzata in modo esemplare da Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis. Hyatt, già analizzando le brevi dichiarazioni del portavoce di Smollett che avevano preceduto questa dichiarazione, era giunto alla conclusione che Jussie Smollett non aveva subito alcuna aggressione.

Il 14 febbraio 2019, Smollett ha rilasciato un’intervista a Robin Roberts di Good Morning America e ha raccontato che i suoi aggressori lo avrebbe chiamato più volte “Empire”, avrebbero detto “This is the MAGA country” e lo avrebbero poi aggredito fisicamente colpendolo al volto e mettendogli una corda al collo.

Il 15 febbraio 2019, la polizia di Chicago ha annunciato di aver interrogato due soggetti di interesse, Ola e Abel Osundairo, due fratelli nigeriani che Smollett conosce, uno dei due ha recitato una parte in una puntata di “Empire” mentre l’altro è il suo preparatore atletico. I due ragazzi hanno riferito agli investigatori di aver ricevuto da Smollett $3,500 per simulare l’aggressione, che era stato lo stesso Smollett ad inviarsi la lettera di “minacce” e che l’aggressione era stata organizzata dallo stesso Smollett in seguito all’insufficiente scalpore che aveva destato la rivelazione da parte dell’attore di aver ricevuto una lettera di “minacce”.

Ola e Abel Osundairo

L’assegno di $3,500 retrodatato al 23 gennaio.

Il 16 febbraio 2019, gli avvocati di Smollett, Todd S. Pugh e Victor P. Henderson hanno dichiarato alla stampa:

“As a victim of a hate crime who has cooperated with the police investigation, Jussie Smollett is angered and devastated by recent reports that the perpetrators are individuals he is familiar with. He has now been further victimized by claims attributed to these alleged perpetrators that Jussie played a role in his own attack. Nothing is further from the truth and anyone claiming otherwise is lying. One of these purported suspects was Jussie’s personal trainer who he hired to ready him physically for a music video. It is impossible to believe that this person could have played a role in the crime against Jussie or would falsely claim Jussie’s complicity. Jussie and his attorneys anticipate being further updated by the Chicago Police Department on the status of the investigation and will continue to cooperate. At the present time, Jussie and his attorneys have no inclination to respond to “unnamed” sources inside of the investigation, but will continue discussions through official channels.”

Il 18 febbraio 2019, i due fratelli Osundairo hanno rilasciato alla stampa la seguente dichiarazione:

“We are not racist. We are not homophobic and we are not anti-Trump. We were born and raised in Chicago and are American citizens.”

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Negli anni, Peter Hyatt ha dimostrato con le sue analisi che un caso si può risolvere semplicemente applicando ad un’intervista o ad un interrogatorio o ad una dichiarazione scritta, le regole della Statement Analysis, per l’analisi delle dichiarazioni relative a questo caso e quella della lettera anonima vi rimando al suo blog.

Da un punto di vista criminologico, tra ciò che è trapelato, vi sono alcuni dati particolarmente interessanti:

  1. Jussie Smollett è uscito alle 2:00 di mattina con una temperatura esterna di -12° per comprarsi un’insalata.
  2. Non è stato Jussie Smollett a chiamare il dipartimento di polizia.
  3. La telefonata è stata fatta da casa e non dal luogo in cui Smollett ha riferito di essere stato aggredito.
  4. Una lettera anonima ha preceduto l’aggressione.
  5. Quando la polizia è giunta a casa di Jussie Smollett, più di mezz’ora dopo la simulata aggressione, l’attore aveva ancora la corda al collo.
  6. Jussie Smollett ha consegnato il proprio telefono al dipartimento di polizia dopo averne manipolato i dati.

2. Non è stato Jussie Smollett a chiamare il dipartimento di polizia.

Accade spesso che i responsabili di un reato invitino un altro soggetto a chiamare i soccorsi, lo fanno perché temono di tradirsi con l’operatore.

Salvatore Parolisi chiese alla proprietaria di un bar di chiamare il 112 per denunciare la scomparsa di sua moglie, Melania Rea, che in realtà lui aveva ucciso.

Frederick Mueller chiese ad un estraneo di chiamare i soccorsi per sua moglie Leslie Jeanne Denis, riferendogli che la donna era stata vittima di un incidente in montagna, in realtà era stato lui ad ucciderla.

6. Una lettera anonima ha preceduto l’aggressione.

Il 22 gennaio 2019, Smollett aveva dichiarato di aver ricevuto la seguente lettera anonima (MAGA, Jussie Smollett, Empire, YOU WILL DIE BLACK FAG).

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La lettera che Smollett si è inviato il 22 gennaio 2019

Il 27 gennaio 2019, due giorni prima dei fatti, Smollett aveva scritto su Twitter che le truffe sono ovunque (Frauds are everywhere y’all):

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In un caso giudiziario, le lettere anonime, quando presenti, sono spesso rivelatrici di un “Inside Job”. A volte vengono inviate da chi premedita un crimine, prima di commetterlo, altre volte, dopo il reato e sempre per allontanare i sospetti da sé. Nel caso di Smollett l’aggressione simulata ha fatto seguito alla lettera anonima perché l’attore non aveva ottenuto ciò che cercava dopo aver denunciato pubblicamente di aver ricevuto delle minacce scritte.

Christopher Coleman, prima di uccidere sua moglie, Sheri, ed i suoi due figli, Garett e Gavin, da un account segreto ha inviato al proprio account e al figlio del suo capo, Joyce Meyer, alcune email dal contenuto minatorio: “Your family is done”, “tell Joyce to stop preaching or your Chris’s family will die”, “I will kill them all while they sleep” e “tell Chris his family is dead” in modo che il triplice omicidio venisse attribuito ad un nemico della Meyer.

Brian Hummert, prima di uccidere sua moglie Charlene, si è inventato un fantomatico stalker in modo da allontanare I sospetti da sé: “here proofs your wife is a slut I had a one night with your wife she made sure my fiancèe found out I blame your wife for that the time is now right to pay back”.

5. Quando la polizia è giunta a casa di Jussie Smollett, più di mezz’ora dopo la simulata aggressione, l’attore aveva ancora la corda al collo. 

Una corda stretta intorno al collo può uccidere pertanto un soggetto che scampa alla morte se ne libera al più presto, la presenza della corda al collo di Smollett a distanza di decine di minuti dall’aggressione non può che essere apparsa sospetta ai poliziotti chiamati a casa dell’attore, peraltro Jussie Smollett ha dichiarato che inizialmente non avrebbe voluto chiamare la polizia. Smollett si è lasciato la corda al collo per risultare più credibile ma è stato proprio il suo bisogno di convincere ad accentrare i sospetti su di lui.

Lo “staging” messo in atto da Smollett e dai suoi complici per simulare un reato non è diverso da quello agito allo scopo di allontanare i sospetti da sé da chi ha commesso un omicidio.

– Nel caso dell’omicidio di Merdith Kercher, uno degli assassini simulò un furto nella camera di Filomena Romanelli, una coinquilina della Kercher e della Knox, creò una situazione di evidente disordine e ruppe un vetro in una sequenza che fece emergere la messiscena: il finto disordine anticipò la rottura del vetro e non vi fu una effettiva attività di ricerca o di sottrazione di oggetti. Dalla casa furono asportati soltanto i telefonini della vittima e gettati in un giardino di via Sperandio, operazione architettata nell’intento di ritardare la scoperta del cadavere. Infine, la scena del crimine fu ripulita. La simulazione di furto aveva lo scopo di sviare i sospetti da chi fosse stato fornito delle chiavi del portone d’ingresso per essere un inquilino dell’appartamento e orientarli su qualcuno che non avesse tale disponibilità e che, pertanto, si sarebbe dovuto introdurre dalla finestra, tale circostanza portò, giustamente, gli inquirenti a sospettare di Amanda. La Knox, tra l’altro, a differenza di Guede, sapeva di avere il controllo della scena, la stessa, infatt,i non temette di venir scoperta od interrotta in quanto era a conoscenza che le altre due coinquiline e gli occupanti del piano di sotto avrebbero dormito fuori quella notte ed agì quindi in tutta tranquillità. Rudy Guede non aveva motivo di prodigarsi nello “staging” non avendo un particolare legame con la vittima ed infatti non vennero repertati segni della sua presenza nella stanza della Romanelli e, come risultò evidente dalle impronte insanguinate delle sue scarpe che andavano direttamente dalla camera della vittima alla porta principale, lasciò la casa subito dopo i fatti. Se Guede si fosse fermato avrebbe tirato lo sciacquone del water dove aveva defecato e pulito le proprie impronte insanguinate, ma non avrebbe simulato un furto in quanto avendo un precedente per lo stesso reato, avrebbe rischiato di accentrare l’attenzione su di sé. Rudy non è stato infatti condannato per lo “staging”, che è stato comunque riconosciuto nelle motivazioni della sentenza ed attribuito ai concorrenti nel reato.

– Nel caso dell’omicidio di Melania Rea, Salvatore Parolisi tornò sulla scena del crimine e infierì sul cadavere producendo ferite figurate in regione ipogastrica ed alle cosce con uno strumento da punta diverso da quello da punta e taglio che aveva prodotto le lesioni vitali. Parolisi disegnò una x o croce di Sant’Andrea sull’addome del cadavere della moglie, una svastica sulla sua coscia sinistra, una grata a grosse maglie sulla sua coscia destra e infisse una siringa usata nella sua regione mammaria sinistra. In pratica, nell’intento di depistare si prodigò in un doppio “staging”, cercò da una parte di far pensare ad un neonazista e dall’altra ad un tossicodipendente. L’esame autoptico accertò però che quelle lesioni erano state prodotte sul cadavere a distanza di molte ore dall’omicidio e permisero agli inquirenti di focalizzare su un soggetto vicino alla vittima, infatti l’omicida di uno sconosciuto non ha motivo di industriarsi in un inutile ‘staging’.

– Nel caso della morte di Elena Ceste, una morte intervenuta per assideramento in un soggetto in preda ad una crisi psicotica, Michele Buoninconti è stato accusato di aver predisposto una messinscena o quantomeno di essersi inventato di aver trovato in giardino gli abiti e gli occhiali della povera moglie. La regola principale dello “staging” è questa: chi altera una scena del crimine la prepara affinché la vedano gli inquirenti o eventuali testimoni. In questo caso, se il signor Michele Buoninconti avesse ucciso la moglie ed avesse optato per uno “staging” degli abiti in cortile, non li avrebbe poi rimossi prima che qualcuno li vedesse così ad arte apparecchiati. Il fatto che Buoninconti abbia raccolto gli abiti esclude che abbia messo in atto una messinscena ed è la conferma che quella da lui raccontata è la verità. Buoninconti raccolse gli abiti abbandonati da Elena perché sperava di ritrovare sua moglie e rivestirla. Egli mise in atto un comportamento da innocente quale egli è. Michele non avrebbe tratto alcun vantaggio dalla storiella dei vestiti trovati abbandonati e poi raccolti, ripeto: se Buoninconti avesse messo in atto uno ‘staging’ non lo avrebbe rimosso per raccontarlo. Lo “staging” ha regole logiche, chi le ignora non può che incorrere in grossolani errori di giudizio.

Dale Pike è stato ucciso il 15 febbraio 1998, poco dopo il suo arrivo a Miami, con due colpi di cal. 22 alla testa, il secondo colpo è stato esploso a distanza ravvicinata. Un surfista, David Suchinsky, ha ritrovato il suo cadavere nudo su una spiaggia di Key Biscayne, Sewer Beach (Virginia Beach), verso le 18.00 del 16 febbraio 1998. E’ escluso che Sewer Beach fosse un luogo d’incontro di omosessuali e gli investigatori conclusero per uno “staging”. Solo Chico Forti aveva ragione di simulare un omicidio tra omosessuali dopo aver ucciso Dale. Forti era infatti l’unico ad aver bisogno di allontanare i sospetti da sé, era stato lui ad andare a prendere Pike all’Aereoporto poco prima che venisse ucciso.

CASE UPDATES

On Wednesday, February 20th, 2019, Chicago Police Department spokesman Anthony Guglielmi said:

Jussie Smollett is now officially classified as a suspect in a criminal investigation by Chicago Police for filing a false police report (Class 4 felony). Detectives are currently presenting evidence before a Cook County Grand Jury.”

If charged and then convicted, Smollett faces up to three years behind bars.

On Wednesday, February 20th, 2019, Chicago Police Department spokesman Anthony Guglielmi said:

“Felony criminal charges have been approved by Cook County State’s Attorney’s Office against Jussie Smollett for disorderly conduct/filing a false police report. Detectives will make contact with his legal team to negotiate a reasonable surrender for his arrest.”

Smollett’s attorneys released the following statement:

“Like any other citizen, Mr. Smollett enjoys the presumption of innocence, particularly when there has been an investigation like this one where information, both true and false, has been repeatedly leaked. Given these circumstances, we intend to conduct a thorough investigation and to mount an aggressive defense.”

On Thursday, February 21th, 2019, Smollett surrendered to police at around 5 a.m. at CPD’s Central Booking station at West 18th Street and South State Street. Cook County Judge John Fitzgerald set his bond at $100.000.

Jussie Smollett mugshot released on Feb. 21, 2019 by Chicago Police Dept.

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On Thursday morning, Chicago police Superintendent Eddie Johnson said:

“Good morning everyone. 

Before I get started on why we’re here, you know, as I look out into the crowd I just wish that the families of gun violence in this city got this much attention. Because that’s who really deserves the amount of the attention that we’re giving to this particular incident. 

But this morning I come to you, not only as superintendent of the Chicago police department, but also as a black man who spent his entire life living in the city of Chicago. I know racial divide that exists here. I know how hard it’s been for our city and our nation to come together. And I also know the disparities and I know the history.

This announcement today recognizes that “Empire” actor Jussie Smollett took advantage of the pain and anger of racism to promote his career. I’m left hanging my head and asking why? Why would anyone, especially an African-American man, use the symbolism of a noose to make false accusations? How could someone look at the hatred and suffering associated with that symbol and see an opportunity to manipulate that symbol to further his own public profile? How can an individual who’s been embraced by the city of Chicago turn around and slap everyone in this city in the face by making these false claims?

Bogus police reports cause real harm. They do harm to every legitimate victim who is in need of support by police and investigators, as well as the citizens of this city.

Chicago hosts one of the largest pride parades in the world and we’re proud of that as a police department and also as a city. We do not nor will ever tolerate hate in our city, whether that hate is based on an individual’s sexual orientation, race or anything else.

I’m offended by what’s happened and I’m also angry.

I love the city of Chicago and the Chicago police department, warts and all, but this publicity stunt was a scar that Chicago didn’t earn and certainly didn’t deserve. To make things worse, the accusations within this phony attack received national attention for weeks. Celebrities, news commentators and even presidential candidates weighed in on something that was choreographed by an actor.

First, Smollett attempted to gain attention by sending a false letter that relied on racial, homophobic and political language. When that didn’t work, Smollett paid $3,500 to stage this attack and drag Chicago’s reputation through he mud in the process. This stunt was orchestrated by Smollett because he was dissatisfied with his salary. So he concocted a story about being attacked. 

Now, our city has problems. We have problems that have affected people from all walks of life and we know that. But to put the national spotlight on Chicago for something that is both egregious and untrue is simply shameful. I’m also concerned about what this means moving forward for hate crimes. Now, of course, the Chicago police department will continue to investigate all reports of these types of incidents with the same amount of vigor that we did with this one. My concern is that hate crimes will now publicly be met with a level of skepticism that previously didn’t happen. That said, Smollett was treated as a victim throughout this investigation until we received evidence that led detectives in another direction. I couldn’t be more proud of the unrelenting detective work that went into this investigation and I couldn’t be more proud of every investigator that played a part in it. The detective work that we saw in this case is indicative of the work that our detectives do every day in this city. This case in particular involved hours of video evidence which, when combined with old-fashioned police work, uncovered the truth. These detectives deserve all the credit in the world for carefully analyzing the leads and the evidence for weeks before coming to their conclusion. I’d also like to thank the FBI for their help in this investigation. The FBI’s partnership with CPD has been pivotal in this particular case. 

I only hope the truth about what happened receives the same amount of attention that the hoax did. 

I’ll continue to pray for this troubled young man who resorted to both drastic and illegal tactics to gain attention. I’ll also continue to pray for our city asking that we can move forward from this and begin to heal.

After Smollett was arrested, President Trump tweeted:

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On Thursday, February 21th, 2019, Jussie Smollett paid $10,000, ten percent of his bond, and agreed to surrender his passport.

On Thursday, after Smollett posted bail (10 percent of a $100,000 bond) at the Cook County courthouse in Chicago, lawyers for the Empire actor issued the following statement: “Today we witnessed an organized law enforcement spectacle that has no place in the American legal system. The presumption of innocence, a bedrock in the search for justice, was trampled upon at the expense of Mr. Smollett and notably, on the eve of a Mayoral election. Mr. Smollett is a young man of impeccable character and integrity who fiercely and solemnly maintains his innocence and feels betrayed by a system that apparently wants to skip due process and proceed directly to sentencing”.

Few words were expected by his lawyers: “Mr. Smollett is innocent, he didn’t stage the attack”. who fiercely and solemnly maintains his innocence” is distancing language.

According to the Daily Mail, after he was released, Jussie Smollett said to his coworkers on the set: “I’m sorry, I’ve put you all through this and not answered any calls. I wanted to say I’m sorry and, you know me, I would never do this to any of you, you are my family. I swear to God, I did not do this.”

Smollett didn’t issue a reliable denial, showed an unexpected desire to ingratiate himself with his coworkers and a need to persuade that innocent don’t have.

He will return to court on March 14th, 2019.

Analisi di stralci di conversazioni intercorse in carcere tra Massimo Giuseppe Bossetti e Marita Comi

Massimo Giuseppe Bossetti

– 23 ottobre 2014 (circa 4 mesi dopo l’arresto):

Marita Comi: Massi, come mai ti ricordi che quella sera avevi il cellulare scarico, ma non ricordi cosa hai fatto o dove sei stato?. Massi, hai capito? Riesci a girare lì a Brembate per tre quarti d’ora… è tanto! Capito? Non puoi girare lì tre quarti d’ora così… a meno che non aspettavi qualcuno! Ci ho pensato, Massi… eri lì quella sera, non mi ricordo all’ora che sei venuto a casa, non mi ricordo neanche cosa hai fatto… perché all’inizio eravamo arrabbiati, comunque non te l’ho chiesto, mi è uscito dopo, non mi hai mai detto cosa hai fatto! Non me l’hai mai detto!

Massimo Giuseppe Bossetti: L’ho sempre detto anche al PM. Diamo il caso che sia stato io, come voi dite, come avrei potuto fare a fermarmi davanti alla palestra o per casa sua.

Massimo Giuseppe Bossetti apre alla possibilità di aver ucciso Yara. 

Gli innocenti negano con forza ogni qualvolta ne hanno l’occasione e detestano che si sospetti di loro, pertanto non discutono sulla possibilità di essere gli autori del reato a loro contestato.

Nel 2007, nel corso di un’intervista, Paolo Stroppiana ha detto:“So bene quale domanda le passa per la testa. Ma se davvero avessi ammazzato Marina, non verrei certo a raccontarlo a lei, non crede?”. Stroppiana è stato poi condannato per l’omicidio della logopedista torinese Marina Di Modica.

Umberto Bindella, che è stato processato per l’omicidio di Sonia Marra e assolto in primo grado, nel corso di un’intervista, alla domanda del giornalista: “Hai ucciso tu Sonia Marra?”, ha risposto: “No, questa… cioè… no, ora, anch… se fosse non lo direi a lei”. Si noti che Bindella non solo non ha negato in modo credibile di aver ucciso Sonia ma ha lasciato passare il messaggio che potrebbe averla uccisa lui. 

Marita Comi: L’hai convinta a salire, dicono.

Massimo Giuseppe Bossetti: Come se la conoscevo, a sto’ punto. Poi un’altra cosa, una ragazza si divincola, giusto?

La risposta è evasiva. Bossetti non è capace di negare. Con la sua risposta mostra un bisogno di convincere che gli innocenti non hanno. Bossetti non può avvalersi del cosiddetto “muro della verità” che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che posseggono coloro che dicono il vero e che gli permette di limitarsi a dire poche parole, quelle giuste.

Massimo Giuseppe Bossetti: Guarda, per me, Marita.

Marita Comi: E perchè slacciate?

Massimo Giuseppe Bossetti: Anche se dovrebbe essere stato io a rincorrerla in un campo, diciamo che, in quel periodo lì, pioveva o nevicava, ti ricordi?

Ancora una volta Bossetti apre alla possibilità di essere coinvolto nell’omicidio.

Marita Comi: Quella sera lì no, però.

Massimo Giuseppe Bossetti: Eh, però il campo era bagnato, la terra impalciata e tutto. Se tu corri in un campo èè… è facile che le scarpe si… si perdano.

A 4 anni dai fatti, Bossetti mostra di sapere in quali condizioni fosse il campo di Chignolo d’Isola il 26 novembre 2010, giorno dell’omicidio di Yara Gambirasio. La sua risposta è incriminante, Bossetti è a conoscenza delle condizioni del campo la sera dell’omicidio di Yara perché è stato lui ad ucciderla.

Marita Comi: Ho capito, però dopo tre mesi.

Massimo Giuseppe Bossetti: Eh, non lo so, è un casino, io voglio uscire da qua e nessuno qua mi crede. E’ venuto giù in cella a chiedermi così. So’ stanco, Marita, so’ stanco, Marita. Tutte le domande che fanno. Nessuno che vuole credermi, niente, continuano a dire che nascondo qualcuno, nascondo che ho agito con qualcuno, nascondo, non so più cosa fare.

La risposta di Bossetti è evasiva e la lunga tirata oratoria gli serve a spostare il focus. 

– 20 novembre 2015:

Marita Comi: Eri via quella sera, non mi ricordo a che ora sei venuto, non mi ricordo che cosa hai fatto e non te l’ho chiesto subito quella sera perché eravamo arrabbiati.

Massimo Giuseppe Bossetti: “Usciamo sempre a fare la spesa insieme”, ho detto io.

Bossetti non dice a Marita che cosa abbia fatto quella sera ma le suggerisce di riferire che erano a fare la spesa. Si noti che non dice di aver detto di essere stato a fare la spesa ma di aver riferito della loro routine. 

Marita Comi: La spesa? Ma comunque siamo sempre a casa, alla sera siamo a casa. Guarda che loro mi hanno chiesto un’ora, l’ora, non mi ricordo Massi, non posso dirgli un’ora che non mi ricordo, non capisci? E’ per quello che non mi sento di dire bugie, Massi, devo dire solo la verità, no? La dico io e la devi dire anche tu, hai capito? Basta.

– 4 dicembre 2015: 

Marita Comi: Quella sera lì ti ricordi cos’hai fatto?

Massimo Giuseppe Bossetti: Secondo te mi ricordo?

Bossetti, per non rispondere, fa a Marita una domanda.

Marita Comi: Io mi ricordo che quei giorni eravamo arrabbiati. 

Massimo Giuseppe Bossetti: Ah, non mi parlavi.

Per anni, Massimo Giuseppe Bossetti ha tratto piacere dal fantasticare il controllo, le sevizie e l’omicidio di una adolescente. Nei giorni che hanno preceduto l’omicidio di Yara, Bossetti stava vivendo un momento difficile con la moglie, lo testimoniano l’assenza di telefonate e di messaggi tra di loro dal 21 al 28 novembre, giorni a cavallo del 26 novembre 2010. Con tutta probabilità, proprio la tensione che si era creata tra i due coniugi e le difficoltà incontrate sul lavoro di cui l’uomo ha parlato durante un interrogatorio: “eh quando sono nervoso, guardi è il lavoro che a me mi porta fuori, sono legato al cento per cento col lavoro, poi ero dietro a fare i preventivi così che non mi hanno dato l’ok e la crisi che c’è oggi”, hanno avuto funzione di grilletto e hanno condotto Bossetti all’act out delle sue croniche fantasie. 

Marita Comi: Questo me lo ricordo! Non gliel’ho detto.

Massimo Giuseppe Bossetti: Sono sicuro che il telefono era scarico… ho cercato di accenderlo quando ho visto Massi che girava intorno all’edicola.

Bossetti riferisce a Marita di ricordare di aver avuto il telefono spento. Un dettaglio che prova che Bossetti ricorda perfettamente i fatti del 26 novembre 2010.

Marita Comi: Ti ricordi che eri li! Vedi? Come fai a ricordarti che è quel giorno lì che hai salutato Massi? Vuol dire che ti ricordi quel giorno lì di novembre. Non mi hai mai detto che cosa hai fatto quella sera! Quel giorno, quella sera. Io non mi ricordo a che ora sei venuto a casa, non mi ricordo.

– 16 ottobre 2014:

Marita Comi: I Gambirasio non li ho più visti, neanche alla festa. Non gliel’ho detto io… hai capito? Io non li ho mai visti.

Massimo Giuseppe Bossetti: Li hai visti al mercato, te.

Marita Comi: Sì, ma non li ho mai visti, capito? So che siamo entrati una volta al cimitero, quello gliel’ho detto, che siamo passati dentro così.

Massimo Giuseppe Bossetti: Non li abbiamo visti.

Marita Comi: No, al cimitero, passati dentro dritti per uscire dell’altra strada, ti ricordi? Carnevale.

Massimo Giuseppe Bossetti: Abbiamo cercato la tomba di Yara ma non l’abbiamo trovata, ricordi?

Marita Comi: Siamo passati di lì, abbiamo guardato così, non c’è, poi siamo usciti subito. Non è che siamo andati in giro a cercarla, eh.

Questa conversazione intercorsa tra i due coniugi prova che iI signor Gino Crepaldi, che ha raccontato di aver visto Massimo Giuseppe Bossetti al cimitero di Brembate nel settembre 2013, è credibile.

Alcuni serial killer, per rinnovare le proprie fantasie, si recano sulla tomba delle  loro vittime. Luigi Chiatti, il cosiddetto mostro di Foligno, rubò la fotografia dalla tomba del piccolo Simone Allegretti, un bambino di quattro anni che aveva ucciso a coltellate, foto che gli inquirenti ritrovarono in un sacchetto contenente gli abiti macchiati dal sangue della sua seconda vittima, il tredicenne Lorenzo Paolucci.

Bossettisi recò al cimitero dove è sepolta Yara e tornò infinite volte sulla scena criminis prima del ritrovamento dei resti, anche il giorno stesso della scoperta del cadavere, e non per “volontà di verificare le condizioni del cadavere”, come ipotizzato dagli inquirenti ma per alimentare le proprie fantasie e rivivere l’omicidio.

Analisi della lettera inviata da Massimo Giuseppe Bossetti al giornalista Enrico Fedocci

Massimo Giuseppe Bossetti, all’indomani della sentenza della Corte Suprema che ha confermato la condanna all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, ha inviato questa lettera ad un giornalista:

Bossetti è stato accusato di aver ucciso una ragazzina, Yara Gambirasio, ed è stato condannato in via definitiva per il suo omicidio. In questa lettera, inviata al giornalista Fedocci, non è stato capace di negare di aver ucciso Yara; non è stato capace di scrivere “Io non ho ucciso Yara” o “Io non ho ucciso la Gambirasio” o “Io non ho ucciso Yara Gambirasio”.

Quando Bossetti scrive “un innocente condannato al carcere a vita senza MAI potersi difendere” fa riferimento ad “un innocente condannato” generico non a se stesso, non prende possesso di ciò che scrive, non è capace di scrivere “io sono innocente e sono stato condannato al carcere a vita senza essermi potuto difendere”.

Anche “Questa non è una cosa da paese civile” è una frase generica e sempre riferita al soggetto “innocente condannato” di cui ha scritto di sopra.

“Io sono INNOCENTE e lo griderò finché avrò voce” non è una negazione credibile.

Dirsi innocenti non equivale a negare di aver commesso un omicidio. E’ un modo di negare il risultato giudiziario non l’azione omicidiaria.

Se Bossetti avesse scritto “Io non ho ucciso Yara” e poi avesse aggiunto “Io sono innocente e lo griderò finché avrò voce”, in questo contesto la frase “Io sono innocente e lo griderò finché avrò voce” sarebbe stata accettabile.

Bossetti, come molti colpevoli, è capace di dire “Io sono INNOCENTE” ma non è mai stato capace di negare di aver commesso l’omicidio, né durante gli interrogatori, né durante le udienze del processo a suo carico, né durante i colloqui in carcere con i familiari. 

Bossetti non ha mai detto “Io non ho ucciso Yara”. Una frase semplice che un soggetto innocente de facto, sospettato di aver commesso l’omicidio della Gambirasio, avrebbe detto subito a chi indagava, ai propri familiari, ai giornalisti, ai propri avvocati e ripetuto ossessivamente, se necessario.

In casi come questo, gli analisti americani dicono: “If someone is unable or unwilling to say that he didn’t do it, we are not permitted to say so for him” (Se qualcuno è incapace o non vuole dire di non averlo fatto, noi non abbiamo il permesso di farlo per lui).

Relativamente alla grafia, si noti l’enfasi sulle parole “MAI”, “INNOCENTE” e “INNOCENZA!!”, Bossetti non solo scrive le tre parole in stampatello ma sottolinea “MAI” e “INNOCENZA” e aggiunge in finale due punti esclamativi.

L’enfasi è un segnale di un bisogno di persuadere che gli innocenti non hanno.

Bossetti mostra di non potersi avvalersi della protezione del cosiddetto “muro della verità” che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che posseggono coloro che dicono il vero e che gli permette di non far ricorso all’enfasi e di limitarsi a scrivere/dire poche parole, quelle giuste.

Se un soggetto accusato di aver ucciso XY afferma, senza aggiungere altro, “Io non ho ucciso XY”, è molto probabile che non abbia commesso l’omicidio. Se poi la stessa persona, riferendosi alla sua negazione, aggiunge, “Ho detto la verità”, in accordo con le statistiche, nel 99.9% dei casi è un innocente de facto, ovvero non ha commesso il delitto.

In conclusione, Bossetti non è stato capace di negare di aver ucciso la povera Yara Gambirasio neanche in questa missiva, ma spera comunque che ancora una volta le sue parole vengano interpretate come una negazione dell’azione omicidiaria dai suoi sostenitori e gli permettano di ritagliarsi un ruolo di vittima della giustizia con la “g” minuscola.

Già nel febbraio 2015 Bossetti aveva spedito una lettera alla redazione di Tgcom24/News Mediaset:

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“Non hò mai fatto male a nessuno” non è una negazione credibile, anzi è una formula usata spesso da chi ha commesso un omicidio.

“Io non ho ucciso Yara” è una negazione credibile ma Bossetti non è mai riuscito a dirlo, né a scriverlo. 

Bossetti scrive “ho sempre vissuto amando mia moglie e i miei figli” perché sente il bisogno di rappresentarsi come un bravo ragazzo. Si tratta del “Good Guy/Bad Guy Factor” in Statement Analysis.

“sono Innocente” non è una negazione credibile.

Dirsi innocente, come abbiamo visto in precedenza, non equivale a negare l’azione omicidiaria. In ogni caso, in questa occasione, Bossetti dice il vero, è ancora innocente “de iure” sebbene non lo sia “de facto”. Infatti, un soggetto che abbia commesso un omicidio e non sia stato ancora giudicato o che sia stato assolto è innocente “de iure” sebbene non lo sia “de facto”. 

Bossetti, scrivendo “Sono Innocente, vi prego di credermi”, mostra un bisogno di convincere che gli innocenti non hanno.

Inoltre, in questa breve missiva, Bossetti fa per due volte ricorso all’enfasi, scrive infatti “Innocente” con la “I” maiuscola.

Se Bossetti non avesse ucciso Yara gli sarebbe bastato pronunciare 5 parole “Io non ho ucciso Yara” e non avrebbe avuto bisogno di ricorrere ad escamotage linguistici nel tentativo di convincere i suoi interlocutori.

Questo Articolo è stato pubblicato su Le Cronache Lucane il 16 ottobre 2018.

Analisi di uno stralcio di una telefonata intercorsa tra Massimo Giuseppe Bossetti e sua moglie Marita

Marita Comi

Marita Comi: Come stai tu?

Massimo Giuseppe Bossetti: Eh.

Marita Comi: Come stai?

Massimo Giuseppe Bossetti: Vado avanti, combatto, puoi immaginare cosa sia il mio stato d’animo in attesa della cassazione.

Marita Comi: Fatti forza. 

Massimo Giuseppe Bossetti: Nel frattempo… stai tranquilla, non preoccuparti, capito? Non preoccuparti di niente. Sai che lotto e combatto per tutto.

Marita Comi: L’importante che…

Massimo Giuseppe Bossetti: Non vedo l’ora che qualcosa di positivo possa cambiare, no?

Marita Comi: L’importante che resisti tu.

Massimo Giuseppe Bossetti: Resisti io… ci spero tantissimo, Mari, perché sono stanco… stanco di continuare a subire tutto ingiustamente ed essere visto per quello che non sono.

Marita Comi: Eh, lo so Massi.

Massimo Giuseppe Bossetti: Stanco, stanco di quel posto qua, stanco, stanco di tutto. Infine, non ho mai chiesto… eri presente anche tu, no?… non ho mai chiesto un’assoluzione, ho semplicemente… e continuo a chiedere di poter ripetere un dato scientifico che fugherebbe ogni dubbio. Non so, ci vuole tanto a capirlo?

Si noti che Bossetti dice una frase inaspettata ovvero “non ho mai chiesto l’assoluzione”.

Marita Comi: E’ quello che chiediamo tutti, che vogliamo tutti.

Massimo Giuseppe Bossetti: Sai cosa spero Mari?

Marita Comi: Cosa?

Massimo Giuseppe Bossetti: Ma io spero sinceramente che questi giudici stavolta non siano più… che non sorvolino, come hanno fatto gli altri, che siano più corretti scrupolosi ma soprattutto coraggiosi nel valutare tutto, senza lasciare nulla di intentato.

Marita Comi: Che abbiano una coscienza.

Massimo Giuseppe Bossetti: Eh, ma è sempre quello che ti dicevo, no? E che mi diano una volta per tutte quello che chiedo da anni e che continuo a chiedere.

Marita Comi: Certo, lo speriamo tutti.

Questa telefonata, che è stata registrata da Marita Comi e poi diffusa, è un classico esempio di cosa significhi rivolgersi ad un “undisclosed recipient” ovvero ad un soggetto che non è quello con cui si sta parlando.

In un’occasione Massimo Giuseppe Bossetti ha riferito alla moglie di non aver chiesto l’assoluzione. Perché un innocente non dovrebbe chiedere ai giudici di assolverlo? Perché un innocente dovrebbe sottilineare di non aver chiesto ai giudici di assolverlo? “non ho mai chiesto… eri presente anche tu, no?… non ho mai chiesto un’assoluzione” rappresenta un’ammissione tra le righe.

Ciò che manca in questa telefonata è una frase di poche parole che Bossetti non è mai riuscito a pronunciare “Io non ho ucciso Yara”.

Nella telefonata di un soggetto che si dice innocente, registrata pochi giorni prima della sentenza della Suprema Corte, ci saremmo aspettati di trovare frasi del tipo: “Io non ho ucciso Yara”, “Non sono un assassino, eppure sto rischiando una conferma della condanna all’ergastolo”, Dov’è la giustizia nel nostro paese?”, ed invece Bossetti ha detto a Marita di non aver chiesto “un’assoluzione”.

Marita Comi ha recentemente dichiarato: “Ho fiducia perché Massimo non ha fatto niente. Ne sono sicura al 100 per cento”.

La Comi mostra di non credere al marito in quanto non dice “Ho fiducia perché Massimo non ha ucciso Yara” ma “Ho fiducia perché Massimo non ha fatto niente”. “non ha fatto niente” è una frase generica che si riferisce ad un periodo di tempo indeterminato, di conseguenza la Comi può non esporsi nell’aggiungere “Ne sono sicura al 100 per cento”.

Why do people vomit after murdering someone? The cases of Christopher Coleman, Timothy Permenter, Michael Roseboro and Salvatore Parolisi

– On May 2009, Christopher Coleman, now 41, strangled to death his wife Sheri, 31, and their two children, Garrett, 11, and Gavin, 9 in their sleep.

After the officers found the three victims, Christopher Coleman, while on the driveway of his house, felt like he was gonna throw up, a detective said.

– On October 2003, Timothy Permenter, now 51, stabbed to death his girlfriend Karen Ann Pannell, 39, at her home.

Timothy Permenter threw up in the front yard of his girlfriend’s house while the detectives were processing the murder scene.

– On July 2008, Michael Roseboro, now 52, killed his wife Jan, 45, by strangling, beating and drowning her in their private swimming pool.

Michael Roseboro threw up while he was at the phone with the 911 operator he called to notify that his wife had drowned.

– On April 2011, Salvatore Parolisi, now 40, stabbed to death 35 times his wife Melania Rea, 29.

Salvatore Parolisi threw up in the bathroom of a restaurant after he asked the owner to make an emergency call.

Nausea and vomiting are classical responses to a prolonged stress. Stress can induce general trouble with the digestive system due to the physiological changes a body goes through.

Not only the victim of a sexual violence or of an aggression but also the perpetuator often shows the symptoms of the so called General Adaptation Syndrome (GAS), a physiological reaction to a stressful event. 

GAS is a three-stage process that a body goes through when under stress: Alarm, Resistance and Exhaustion.

Alarm reaction stage: corticoids, adrenaline and noradrenaline are released to induce a a “fight-or-flight” response that allows the body to deal with the threat.

Resistance stage: at the end of a stressful situation, the body enters in a recovery phase to reach the pre stress state.

When the stress is prolonged the body is unable to recover and continues to release corticoids, adrenaline and noradrenaline. Stomach and intestinal distresses like nausea, vomiting, diarrhea and bloating are symptoms of this prolonged state of alert.

Exhaustion stage: when the stress is chronic a subject deals with symptoms like depression, anxiety and fatigue.

A murderer is in a prolonged state of alert because his/her fear of being caught.

CHRISTOPHER COLEMAN

The Coleman’s family

Columbia, Illinois.

At 6:43 a.m. on May 5, 2009, Christopher Coleman, who was employed as director of security for Joyce Meyer Ministries (JMM), an internationally renowned Christian ministry headquartered in Missouri, called his neighbor, Detective Sergeant Justin Barlow of the Columbia police department and told him he had been at the gym and after his workout he called home to try to wake up his wife, Sheri, but Sheri did not answer. Christopher Coleman was concerned something had happened to his wife. Barlow was aware that defendant had made previous reports to the Columbia police department that he and his family had been threatened due to his employment with JMM. Sergeant Barlow went to Coleman’s house to check on the welfare of the family. Soon another officer arrived, and after ringing the doorbell and receiving no answer, they went to the back of the house and saw a basement rear window standing open. 

Christopher Coleman arrived home and was told to stay outside. The police entered the home through the basement window and saw disturbing messages written on the walls in red spray paint, including the word “fuck” and the words “I am always watching”; when they went up the stairs to the second floor, they found Christopher Coleman’s sons Garett, 11, Gavin, 9, and his wife Sheri, 31, dead. They had been strangled in their sleep. Gavin was lying in his bed with the words “Fuck You” spray-painted on the covers. A policeman also noticed spray paint on Garett’s hand and arm. 

After the officers heard Coleman downstairs asking what was going on, they went downstairs.

Detective Justin Barlow of the Columbia Police Department and a neighbor, who entered Coleman’s house and found the body of Gavin said to 48 Hours correspondent Maureen Maher: I told him (Christopher Coleman): “Hey, they… they didn’t make it”… being the family, he walked outside through the garage, he sat down on the driveway and started sobbing. Said he felt like he was gonna throw up. And then kind of curled up in a fetal position.

Barlow recalls Coleman asking him what happened, but nothing else. He did not demand to see his family, nor did he try to go upstairs. He went outside with the officers and sat on the sidewalk and cried, but Barlow testified no one told him what they actually had found upstairs. Coleman remained at the scene for approximately 20 to 25 minutes until he was taken by ambulance to the police station, where he was interviewed for 6 hours. Defendant did not ask how his family was killed. Approximately 4 hours into the interview, Trooper Bivens, the other officer conducting the interview besides Barlow, specifically asked Coleman if he knew how his family died. He replied: “I have no idea, you guys haven’t told me”.

During the interview, Coleman asked for a blanket because he was cold though Barlow did not think the interview room was cold. At one point during the interview, officers walked out of the room and Coleman picked up one of the officer’s notes and looked at them. With the blanket Coleman covered some scratches he had on his arm. He said he obtained one set of scratches a few days earlier, but was unsure how he got them. He said he received another abrasion on his arm after hitting his arm on the gurney in the ambulance in which he was transported after his family was found dead.

Christopher Coleman told investigators his wife Sheri was alive when he left the house at 5:45 a.m. to go to the gym. He told the police his marriage was good, but later revealed that near the end of 2008, he and Sheri had some problems in their marriage, which they worked out through the help of counseling. Detectives soon discovered he was having an affair with Tara Lintz, a high school friend of Sheri’s who was living in Florida. Christopher Coleman denied the affair, but after being advised investigators were talking to Tara, he admitted to the affair, but minimized its intensity. 

Medical reports, including the results of the autopsies, showed that Sheri, Garett, and Gavin were all dead before 5 a.m. Police checked Christopher Coleman’s cell phone records and investigated where his calls were placed on the morning of the murders. Based upon the foregoing, Coleman was charged with three counts of first-degree murder by strangulation.

After a jury trial in the circuit court of Monroe County, Christopher Coleman was convicted and sentenced to three concurrent life sentences.

Christopher Coleman

After the sentence, 48 Hours Mystery spoke to Chris Coleman by phone:

Maureen Maher: Did you kill your wife and your children?

What we look for in the following answer is for Coleman to issue a reliable denial.

A reliable denial is found in the free editing process, not in the parroted language and has 3 components:

1. the pronoun “I”
2. past tense verb “did not” or “didn’t”
3. accusation answered

If a denial has more than 3 or less than 3 components, it is no longer reliable.

There is no consequence to issue a reliable denial about any false allegation.

“I did not kill my wife Sheri and my children” followed by “I told the truth” while addressing the denial, it is more than 99% likely to be true. This would be the “wall of truth”. 

The “wall of truth” is an impenetrable psychological barrier that often leads innocent people to few words, as the subject has no need to persuade anyone of anything.

We begin every statement analysis expecting truth, and it is the unexpected that confronts us as possibly deceptive.

Chris Coleman: No, absolutely not. I absolutely love my wife and my kids. And this, you know, it’s not… it’s not me.

“No, absolutely not” is an unreliable denial.

The words “absolutely not. I absolutely love my wife and my kids. And this, you know, it’s not… it’s not me” show that Coleman has a need to persuade.and to portrait himself as a “good guy”. Only a “bad guy” feels this need. 

There is not “wall of truth” within Christopher Coleman.

Moreover when he says “And this” he shows closeness to the murders.

Maureen Maher: How do you love your wife and be having an affair with one of her best friends?

Chris Coleman: Maybe I wasn’t, you know, selfishly getting what I thought I might should be getting at home as far as with my wife, you know, from the uh physical side of things. But I still absolutely loved her.

Maureen Maher: So why does Tara say that?

Chris Coleman: Uhm, it was discussed on several different things and, you know, it was a conversation but there was no specific plans or no dates or nobody asking each other to be married or anything like that.

Maureen Maher: She also says that you told her that you were serving divorce papers to Sheri.

Chris Coleman: You know, unfortunately, and I feel horrible about it, you know, if I ever talk to… to Tara again of something like that I apologize to her about, that was a lie. I lied to Tara about that.

So if he didn’t murder his family, who did?

Chris Coleman: I have absolutely no clue. Believe me, I have wracked my brain for… for two-and-a-half years trying to figure that part out (laughs). I just had to stop and give it to God, just to release that, do my best and forgive… forgive that person and move on.

The words “Believe me” show a need to persuade, again.

Coleman’s laughs and his desire to “move on” are signals of an Antisocial personality disorder.

TIMOTHY PERMENTER

Karen Pannell and two of her brothers

Pensacola, Florida.

On October 11, 2003, Karen Ann Pannell, 39, was found stabbed to death in her Florida home.

Karen Ann Pannell was a former model and Flight Attendant. At the time of her death she was working for American Airlines as a Customer Service Agent in Tampa, Florida.

She had five brothers, Michael A., Randy, Steve, Michael R. and Robin.

Timothy Permenter, Karen’s boyfriend was the one to call 911. His phone call is incriminating.

Investigators, while processing the crime scene, noted the name ROC written in blood on the wall and a pizza box with three slices missing. According with the autopsy Karen had not eaten pizza on the night of the murder.

ROC is the name of one of Karen ex boyfriends that had an alibi.

Detectives assumed that the killer had eaten the pizza, then after a confrontation he had stabbed Karen 16 times and staged the crime scene to frame Karen’s ex ROC.

Ltd. Michael Holbrooke, the homicide detective who led the investigation on the case said in an interview to Dateline: “When the first deputy arrived on scene Tim Permenter is in the front yard he is hysterical he actually threw up in the front yard that he was upset of finding his girlfriend”.

Timothy Permenter during his trial

Analysis of some excerpts from Timothy Permenter’s interview with detectives:

We look for Permenter to say “I didn’t kill Karen” using the pronoun, “I”, the past tense “didn’t” or “did not” and add in the specific accusation.

Timothy Permenter: I didn’t do it. But I knew somehow, some way I was gonna get pinned on it. I knew it. I knew the minute I saw the body. 

When Permenter says “I didn’t do it” he doesn’t deny the action of killing, therefore  this is an unreliable denial. 

Timothy Permenter: I don’t know. Go ahead. take me to jail. I’m done.

Detective: Tim, I’m not here to railroad you, I’m… I’m not okay?

Timothy Permenter: It doesn’t matter. I’ll tell you something, I didn’t do it and if I’m gonna be convicted, I wanna go to the electric chair because I’m not spending any more time in prison. I’m done with that. Not for something… not for something like this.

“I didn’t do it” is an unreliable denial.

Permenter says “if I’m gonna be convicted”, this is something that never cross the mind of an innocent de facto.

When Permenter says “not for something like this” he shows closeness to the homicide due to the use of the word “this”.

At the time of Karen murder, Timothy Permenter had served 12 years in prison for kidnapping and attempted murder.

Timothy Permenter: I didn’t do it. I d-i-d n-o-t do it. I don’t know how else… how else to say.

“I didn’t do it” is an unreliable denial.

Detective: How does it look? You’re over there when you said you weren’t.

Timothy Permenter: I don’t know.

Timothy Permenter: This whole cooperation got me confused.

Detective: Confused? We know what get you confused, Tim, when you lie.

On October 24, 2007, a jury convicted Timothy Permenter of the first-degree murder of his girlfriend Karen Ann Pannell. The jury voted seven to five in favor of the death penalty, but the trial court sentenced Permenter to life in prison without the possibility of parole.

MICHAEL ROSEBORO

Jan E. Binkley and Michael Alan Roseboro

Reinholds, Pennsylvania.

Jan E. Binkley Roseboro, 45, a mother of four, was killed on the night of July 22, 2008.

At 11:03 pm, her husband, funeral director, Michael Roseboro called 911 to notify the operator that she had drowned.

During the emergency call Michael Roseboro showed deception and guilty knowledge of what happened to Jan.

He never asked for any help for his wife, nor he showed any linguistic concern for her, nor he showed any urgency.

He never introduces his wife as expected. The social introduction is a key to understand a relationship. His linguistic disposition towards his wife tells us that they had a poor relationship at the time of the call.

He said twice “I’m sorry”. “I’m sorry” represents a verbal indicator of a form of regret.

He invoked “God” twice. Any reference to Divinity is a signal of deception.

Roseboro felt the need to ingratiate himself with the 911 operator calling him “sir” four times and using the word “please” twice.

Here an excerpt of that incriminating emergency call:

Operator: Okay, is that the siren from the fire department there?

Michael Roseboro: Yes.

Operator: OKay.

Michael Roseboro: Hold on, I have to throw up, please, hold on.

Operator: Okay.

Michael Roseboro: I’m sorry.

Jan Roseboro die in the hospital less than an hour after Michael Roseboro called 911.

Detectives noticed that Micheal Roseboro did not seem concerned with his wife’s condition and had 3 minor scratches on his face.

Jan’s death was classified as a homicide by Dr. Ross, the Coroner who performed the autopsy. “There were bruises basically to the back of the neck. I said, ‘Oh, my goodness. We have strangulation here. But we have a very particular type of strangulation. And the bruises are the in the back, almost as if it were hidden. That told me that she had been beaten. She had been bludgeoned. And she’d been hit about her head numerous times. Numerous times. The cause of death was multiple traumatic injuries. And that was a combination of strangulation, blunt-force trauma to the head, as well as drowning. It was only after I’d done the complete internal examination I was convinced this was a homicide”, Dr. Ross said to 48 Hours.

Jan had been beaten with a blunt object in the back of her head, choked and then placed into the swimming pool while still alive.

Michael’s DNA was found under Jan’s fingernails.

One of the neighbors told investigators that on July 22, 2008 around 10:30, she heard female screams.

Detectives learned that Michael was a serial cheater and that his current mistress, Angela Funk, 38, a married woman who lived near the Roseboro Denver funeral home, was pregnant with his child.

On August 2, 2008 Michael Roseboro was arrested and charged with the first-degree murder of his wife.

On July 30, 2009, after two weeks of testimony, a Lancaster County jury found Michael Roseboro guilty of first-degree murder in the death of his wife Jan.

After the verdict, the District Attorney Craig Stedman said: “When you looked at the evidence in its totality, it was an overwhelming case that he had brutally murdered his wife for his own selfish greed, purposes and out of a twisted obsession for a mistress who he wanted to be with”.

Weeks after the verdict, Michael Roseboro released this statement to 48 Hours:

We look for him to say “I didn’t kill my wife Jan”.

“My name is Michael Roseboro. I’ve been accused of killing my wife, Jan, who I’ve been married to for 19 years. I did not and I would never kill my wife. I had nothing to do with her murder, and I miss her very much”.

“I did not” is an unreliable denial, he violated component three of a reliable denial.

“I would never kill my wife” is an unreliable denial, he substitutes “didn’t” with  “would never” violating component two of a reliable denial.

“I had nothing to do with her murder” is an unreliable denial.

On September 25, 2009 Judge James Cullen imposed to Michael Roseboro the mandatory life sentence.

SALVATORE PAROLISI

Salvatore Parolisi

Ascoli, Italia.

On April 18, 2011, at 16.34 p.m. the owner of a restaurant made an emergency call from the cell phone of Corporal Salvatore Parolisi to report Parolisi’s wife, Melania Rea, 29, missing.

Melania Rea

In the afternoon of April 18, 2011, Corporal Salvatore Parolisi told the owner of the restaurant “Il Cacciatore”, Giovanna Flamini, that his wife was missing, after a few minutes search, he asked Mrs Flamini to speak with the 112 operator through his cell phone because he was too frantic to call, he then went to the bathroom to throw up.

Giovanna Flamini was unable to give the operator all the information he needs, therefore, after 2 minutes and 43 seconds, she invites Parolisi to speak with the 112. During the phone call Parolisi sounded deceptive, spoke at the past of his wife and appeared prematurely frantic and unable to concentrate.

A friend of Parolisi and co-worker, Raffaele Paciolla, who was with him in the early stage of the research of his wife told investigators that Salvatore was inexplicably frantic, unable to speak without gasping and that he kept burping.

Those were symptoms of the General Adaptation Syndrome. Parolisi had killed his wife Melania by stabbing her 35 times and he was unable to control the stress due to his fear of being caught.

Ursula Franco, MD and criminologist

BIBLIOGRAPHY

– Selye, H. 1950. Stress and the general adaptation syndrome. British Medical Journal.

– Appellate Court of Illinois, Fifth District. The PEOPLE of the State of Illinois, Plaintiff–Appellee, v. Christopher COLEMAN, Defendant–Appellant.

– 48 HOURS MYSTERY (CBS), The Writing on the Wall.

– TIMOTHY PERMENTER, Petitioner, v. SECRETARY, DEPARTMENT OF CORRECTIONS, et al., Respondent. United States District Court, M.D. Florida, Tampa Division.

– Forensic Files – Season 13, Ep. 36: Writing on the Wall.

– SOLVED – Season 2, Ep. 1 Written in Blood.

– 48 HOURS MYSTERY (CBS), Lady in the pool.

– Reading Eagle- Roseboro found guilty of first-degree murder

Peter Madsen come Innocent Oseghale

Peter Madsen

Kim, Pamela e Yara e gli assassini per lussuria

Incompetenza sessuale, narcisismo e tratti caratteriali antisociali: così i lust murderer uccidono

di Ursula Franco

Stylo24, 2 maggio 2018

L’inventore danese Peter Madsen, che all’interno del suo sottomarino, l’UC3 Nautilus, il 10 agosto 2017, ha ucciso la giornalista svedese Kim Wall e ne ha poi smembrato il corpo, il 25 aprile 2018 è stato riconosciuto colpevole di omicidio premeditato da una Corte di Copenaghen e condannato all’ergastolo.

Madsen aveva ammesso di aver fatto a pezzi il corpo della Wall e di aver gettato i suoi resti in mare ma non di averla uccisa. L’inventore, durante un’udienza preliminare, aveva riferito al giudice che la Wall era morta in seguito ad un incidente ovvero che a lui era sfuggito di mano un portello da 70 kg che chiudendosi aveva colpito la Wall fratturandole il cranio.

I medici legali, che hanno eseguito l’autopsia sui resti di Kim Wall, non sono stati in grado di determinare la causa della morte della giornalista, hanno però riferito agli inquirenti che sul torso, precisamente sul torace e sul pube, vi erano i segni di almeno 15 coltellate inferte alla donna “poco prima della morte o appena dopo” e che non risultavano esserci fratture a carico delle ossa craniche, un dato che ha permesso di escludere a chi indagava che la morte di Kim Wall fosse intervenuta in seguito ad un forte colpo alla testa.

Spesso nei casi in cui un cadavere viene smembrato è difficile stabilire la causa della morte ma nonostante tutto la Corte ha ritenuto che l’accusa avesse provato l’omicidio attraverso le altre risultanze delle indagini. Gli inquirenti hanno scoperto che Madsen era solito guardare “snuff movie”, che aveva condotto con sé ciò che gli sarebbe servito per legare la vittima, accoltellarla, smembrarne il corpo e gli oggetti metallici usati per appesantire i sacchetti da gettare in mare con all’interno i suoi resti e che aveva scritto ad una donna che l’avrebbe legata e torturata a bordo del sottomarino e ad un amico di aver pianificato un omicidio perfetto dal quale avrebbe tratto un “grande piacere”.

Kim Wall

La perizia psichiatrica disposta dal Giudice, ha riconosciuto Madsen capace di intendere e di volere pur individuando in lui tratti narcisistici ed antisociali. Fascino superficiale, capacità manipolatorie instabilità nelle relazioni interpersonali, esplosioni emotive intense, tendenza all’isolamento sociale, egocentrismo, bassa autostima, intolleranza alle critiche e bassa tolleranza alle frustrazioni, mancanza di empatia e di senso di colpa sono le caratteristiche principali della personalità di Peter Madsen.

Possiamo far risalire ai fatti dell’8 agosto 2017 il cosiddetto “pre crime stressor”. Il  “pre crime stressor” è identificabile in un’ultima frustrazione che conduce un soggetto, che da tempo fantastica un omicidio, all’act out. Un socio dell’inventore ha riferito infatti agli inquirenti che l’8 agosto 2017 Madsen gli era apparso particolarmente nervoso alla notizia della cancellazione del lancio di un missile che stava costruendo. Secondo ciò che è emerso dalle indagini, tra l’8 e il 10 agosto Madsen aveva provato inutilmente a convincere tre donne a salire a bordo del suo sottomarino. Il 10 agosto 2017, aveva invece ricevuto una risposta positiva da Kim Wall, una giornalista che da mesi desiderava intervistarlo. Il fatto che Madsen avesse provato ad attirare a bordo del sottomarino altre donne ci permette di affermare che ciò che l’ha condotto ad uccidere la Wall è stato semplicemente il suo desiderio di uccidere; un movente intrapscichico quindi, non collocabile nel novero dei moventi degli omicidi comuni ma tipico degli omicidi sessuali che sono solo apparentemente omicidi senza movente (motiveless homicide).

Pamela Mastropietro

L’omicidio di Kim Wall ricorda da vicino quello di Pamela Mastropietro, in entrambi i casi il movente è intrapsichico e nello smembramento delle vittime non è riconoscibile un atto difensivo, non un atto che avrebbe potuto aiutare l’autore dell’omicidio ad occultare meglio il cadavere ma semplicemente la messa in pratica di fantasie perverse coltivate da tempo. Madsen e Oseghale hanno smembrato le loro rispettive vittime per appagare un proprio bisogno psicologico, non per ucciderle od occultarne il corpo ma per ottenere una gratificazione.

Entrambi gli omicidi rientrano tra gli omicidi sessuali ed i loro autori possono essere definiti Lust Murderer (assassini per lussuria). Infine è alquanto improbabile che Madsen ed Oseghale abbiano agito atti sessuali veri e propri, è invece probabile che entrambi siano soggetti sessualmente incompetenti, come lo sono la maggior parte degli assassini per lussuria, e che semplicemente dalla penetrazione della vittima attraverso un atto sessuale sostitutivo (substitute sexual activity), ovvero attraverso le coltellate inferte sul seno e a livello del pube, che sono la rappresentazione di una parafilia detta “Piquerismo”, abbiano ottenuto la gratificazione sessuale che cercavano.

Yara Gambirasio

Un altro omicidio che ricorda da vicino gli omicidi della Wall e della Mastropietro è quello di Yara Gambirasio. Non fu una avance respinta a scatenare la furia omicida di Bossetti, così come si legge nelle motivazioni della sentenza, il vero movente di questo omicidio fu il desiderio di seviziare la giovane Yara, un desiderio maturato nelle fantasie perverse del suo autore ed agito in un momento di stress dovuto ai problemi lavorativi di Bossetti e al conflitto coniugale tra lui e sua moglie Marita.

Bossetti, come Madsen, aveva deciso di uccidere da giorni e da giorni aspettava l’occasione più propizia. Massimo Bossetti frequentava l’area in cui viveva Yara e aveva notato la ragazza, nei giorni precedenti al delitto cercò e studiò i movimenti della sua giovane vittima, fantasticò e pianificò l’omicidio fino al momento in cui non gli si presentarono le condizioni ideali per metterlo in atto.

Come Madsen, Bossetti condusse con sé un’arma da taglio che usò solo nella seconda fase dell’omicidio e che non lasciò sulla scena criminis. Egli sequestrò ed uccise Yara utilizzando la cosiddetta tecnica dello squalo, tecnica cara a molti serial killer che cercano una vittima muovendosi a bordo di un mezzo di trasporto, macchina o furgone, la catturano velocemente e la uccidono o nel luogo della cattura o, dopo averla trasportata con il proprio mezzo, in un posto isolato e conosciuto dove possono agire indisturbati. Questo comportamento è caratteristico dei serial killer che vivono in famiglia e che quindi devono cercare ed uccidere le proprie vittime ad una certa distanza di sicurezza da casa propria. Bossetti intercettò Yara mentre la stessa, di ritorno dalla palestra, si stava dirigendo a piedi verso casa e la condusse nel campo di Chignolo d’Isola dove la abbandonò ferita a morte. I serial killer sono spesso abili manipolatori, capaci di conquistare la fiducia delle loro vittime al fine di condurle nella propria ‘comfort zone’, un’area dove sono in grado di agire le loro fantasie in tutta sicurezza. Bossetti, in qualche modo, convinse Yara a salire sul furgone ed in seguito la portò al campo di Chignolo d’Isola, dove la bambina, resasi conto del pericolo, tentò di fuggire ma invano.

Ed ancora, come Madsen, Bossetti non abusò sessualmente della giovane Yara ma si limitò a slacciarle il reggiseno, a reciderle le mutandine e infine ad infierire sul suo corpo con un’arma da taglio, tutti atti sessuali sostitutivi.

Gli autori di questi tre omicidi possono essere definiti anche Sexual Sadistic, soggetti che ottengono la loro gratificazione sessuale, non da atti sessuali veri e propri ma dall’umiliare, torturate e uccidere la propria vittima, traggono piacere dal terrore che riescono a far provare alle loro vittime; generalmente hanno subito abusi sessuali e sono affetti da parafilie, sono spesso sessualmente incompetenti, hanno tra i 30 e i 40 anni, sono sposati con famiglia, non hanno precedenti, pianificano meticolosamente e conducono con sé il kit necessario per mettere in pratica le proprie fantasie. Per quanto riguarda l’età di Bossetti, 40 anni al suo primo omicidio, rientra nel range di età in cui i Sexual Sadistic commettono il loro primo omicidio, in ogni caso, dall’analisi del carteggio intrattenuto con la detenuta Gina si evince, non solo che Bossetti è stato vittima di abusi ma anche che la sua età emozionale non corrisponde alla sua età anagrafica.

Gli omicidi di Yara Gambirasio, di Pamela Mastropietro e di Kim Wall sono omicidi premeditati per anni e figli delle fantasie ossessive dei loro autori. I serial killer uccidono per il piacere di torturare e di uccidere non perché gli sfugge di mano una situazione.

Indagine su bugiardi (seriali) al di sotto di ogni sospetto

La criminologa Ursula Franco ha sfatato per Stylo24 alcuni dei luoghi comuni relativi agli “inganni del linguaggio”. La Franco è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis. La Statement Analysis è una tecnica d’analisi scientifica del linguaggio verbale diffusamente utilizzata in America, Inghilterra e Israele nei casi giudiziari.

Stylo24, 13 aprile 2018

di Ursula Franco

I non addetti ai lavori ritengono che la maggior parte della gente menta ed invece il 90% dei soggetti che non raccontano la verità, dissimulano, ovvero non raccontano menzogne ma semplicemente nascondono alcune informazioni senza dire nulla di falso.

Chi dissimula fa affidamento sull’interpretazione delle sue parole da parte di interlocutori inesperti ed è così che li trae in inganno, egli infatti risponde con dichiarazioni che suonano come negazioni ma che in realtà un orecchio esperto riconosce come negazioni non credibili.

Dissimulano la maggior parte dei soggetti che intendono coprire un proprio coinvolgimento in un omicidio; in ogni caso le loro dichiarazioni, se non contaminate dal linguaggio utilizzato da chi li sottopone ad interrogatorio, sono comunque vitali per ricostruire i fatti.

Falsificano, ovvero non solo tacciono l’informazione vera ma presentano un’informazione falsa come fosse vera, solo il 10% di coloro che tentano di coprire il proprio coinvolgimento in un certo evento.

Falsificare è molto impegnativo e con il passare del tempo chi opta per questa tecnica si accorge che non può fermarsi alla prima bugia e che non solo la stessa va ripetuta all’infinito ma che deve far ricorso a superfetazioni sempre più articolate per tenerla in piedi.

In generale la dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione perché è un comportamento passivo che fa sentire meno in colpa. Peraltro, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, ad esempio sostenendo di non aver detto tutto per una dimenticanza.

I soggetti che dissimulano lo fanno per evitare lo stress che produce il falsificare, uno stress che è dovuto non solo al senso di colpa, posto che anche i soggetti privi di empatia, come possono esserlo i sociopatici, fanno ricorso più frequentemente alla dissimulazione e non alla falsificazione, ma spesso al fatto che falsificare li espone maggiormente, rendendoli vulnerabili e quindi a rischio di essere scoperti e accusati non solo di essere dei bugiardi ma anche del reato in ballo.

Falsificano coloro che da bambini non sono stati rimproverati quando dicevano bugie; generalmente sono soggetti che hanno subito abusi in giovane età e hanno imparato a fare ricorso alla falsificazione per sopravvivere.

Un interrogatorio, sia che un soggetto falsifichi, sia che dissimuli, è comunque utile per ricostruire i fatti e vale lo stesso per le interviste televisive e le telefonate di soccorso.

Purtroppo in questo campo i luoghi comuni sono i peggiori nemici della verità e della giustizia.

Da un interrogatorio ottengono risultati disastrosi solo coloro che non sanno ascoltare e che hanno fretta, che poi sono gli stessi che contaminano gli interrogatori rendendoli inutilizzabili.

Contaminare un interrogatorio significa introdurre, attraverso le domande, termini diversi da quelli usati dall’interrogato, questi termini entreranno nel linguaggio dell’interrogato e lo aiuteranno a mentire. In poche parole: chi non sa condurre un interrogatorio induce l’interrogato a falsificare. E’ superfluo aggiungere che un interrogatorio contaminato non ha alcun valore legale e non merita neanche di essere analizzato.

L’analisi delle parole di un interrogato attraverso la Statement Analysis ci permette di ricostruire i fatti con precisione. Grazie a questa tecnica si possono infatti identificare nel linguaggio di un indagato aree sensibili e aree dove le informazioni mancano, inoltre la casistica ci aiuta a distinguere la struttura ed il contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi realmente vissuti da struttura e contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi immaginati.

Come ho già detto la maggior parte della gente non mente e, pur dissimulando, dice che cosa è successo, ma purtroppo in Italia manca la cultura dell’interrogatorio e dell’analisi linguistica dell’intervista di un sospettato.

Molti PM si cimentano in interrogatori con domande chiuse, che sono le domande a cui è più facile mentire, interrompono l’interrogato mentre lo stesso si esibisce in tirate oratorie, che sono invece fonte di informazioni cruciali per le indagini e soprattutto contaminano l’interrogatorio introducendo termini diversi da quelli utilizzati dall’interrogato, errori grossolani con i quali si giocano spesso l’unico interrogatorio che un indagato concede prima di avvalersi della facoltà di non rispondere.

Mi è capitato di leggere interrogatori di soggetti indagati per omicidio privi delle domande del PM; in questi interrogatori, che dovrebbero essere fuori legge, ricorre la dicitura ADR (a domanda risponde); negli stessi, spesso le parole dell’indagato vengono riassunte dal PM per chi trascrive. Roba da mettersi le mani nei capelli. La fortuna di certe procure è purtroppo l’ignoranza in questo campo di alcuni avvocati difensori che lasciano che i PM calpestino i diritti dei loro assistiti senza opporre resistenza.

Ma veniamo ai casi giudiziari veri e propri:

Raramente un soggetto falsifica, ce lo conferma Giosuè Ruotolo, condannato in primo grado per il duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza. Ruotolo, intercettato al telefono con la fidanzata, ha fatto riferimento alla dissimulazione senza mezzi termini: “Non è che io ho detto bugie ma ho evitato di dire una cosa, che non significa una bugia”.

Soggetti capaci di falsificare sono i fratelli Massimo e Letizia Bossetti.

Letizia Laura Bossetti, a fine agosto 2014, pochi mesi dopo l’arresto del fratello, ha sostenuto di aver subito delle intimidazioni. Nel settembre dello stesso anno, la donna ha riferito alle forze dell’ordine di essere stata scaraventata a terra dopo essere stata colpita volontariamente dalla portiera di un’auto. Il 17 settembre 2014, ha invece raccontato di essere stata percossa mentre si trovava nel garage della casa dei suoi genitori, a Terno d’Isola. A fine gennaio 2015 la donna ha riferito agli inquirenti e ai giornalisti di aver subito una quarta aggressione nell’androne e nel garage del palazzo dove vivono i genitori.

Né i referti medici né le registrazioni delle videocamere di sorveglianza hanno mai supportato i racconti di Letizia Laura Bossetti.

Letizia Laura Bossetti ha preteso ripetutamente di essere stata vittima di un crimine, non per essere d’aiuto a Massimo, ma perché cercava attenzioni, visibilità, compassione e supporto, lo ha fatto per se stessa, i suoi bisogni nascono da sentimenti di inadeguatezza e da una bassa autostima.

Il fatto che Letizia Bossetti si sia inventata le aggressioni e che menta senza il timore di venir smascherata è rilevante ai fini delle indagini riguardanti l’omicidio di Yara Gambirasio. Durante il processo a suo carico, il fratello Massimo Giuseppe è stato descritto come un bugiardo abituale. Bossetti è capace di mentire in modo grossolano per ottenere dei vantaggi e come sua sorella non si preoccupa di venir sconfessato. Massimo Bossetti, proprio perché mentiva di frequente e le sue bugie erano facili da demolire, veniva chiamato dai colleghi “favola”, il suo soprannome ce la dice lunga sulla quantità e la qualità delle balle che raccontava.

Massimo Giuseppe Bossetti ha confidato ai colleghi di lavoro di avere il cancro, di doversi sottoporre alla chemioterapia, di aver picchiato la moglie e di doversi presentare ogni sera dai carabinieri per firmare a causa di una denuncia fatta da Marita e che la stessa lo obbligava a dormire in garage o sul furgone e non gli faceva vedere i figli; tutte menzogne.

Sua moglie Marita Comi in un colloquio in carcere gli ha detto: “Massi, perché dicevi che avevi un tumore? Ma cosa cazzo hai detto?”. Bossetti, secondo la procura di Bergamo, avrebbe finto di avere un tumore al cervello per allontanarsi dal cantiere con la scusa della chemioterapia.

Massimo Giuseppe Bossetti non ha smentito il collega che ha dichiarato durante la sua deposizione che lui aveva raccontato di avere un cancro, anzi, dopo la sua testimonianza, ha affermato: “Confermo, l’ho fatto e me ne vergogno, ma solo per potermi recare in altri posti a lavorare. Non mi pagavano da mesi, ero sotto di oltre diecimila euro, e alla mia famiglia a fine mese non potevo portare a casa un sacco di sabbia. Così, dopo che la moglie di un mio collega era morta per malattia, ho pensato di fingermi anche io malato e di avere un tumore”.

Non solo Letizia e Massimo Bossetti non si confrontano con sentimenti quali il senso di colpa o il rimorso per aver mentito tipici dei bugiardi occasionali, ma non provano neanche vergogna se scoperti, per questi motivi possono essere entrambi riconosciuti come bugiardi patologici. L’ambiente familiare in cui i due gemelli sono cresciuti li ha forgiati da un punto di vista psichico e li ha costretti, probabilmente già in età infantile, a ricorrere alla bugie per ottenere delle attenzioni.

I due gemelli Bossetti sono cresciuti nella menzogna, la loro madre Ester Arzuffi li ha concepiti fuori dal matrimonio e ha fatto credere a suo marito che fossero figli suoi. Giovanni Bossetti, l’uomo che ha riconosciuto all’anagrafe Letizia Laura e Massimo Giuseppe, è stato truffato anche una seconda volta, suo figlio Fabio, il più piccolo, è anch’egli illegittimo.

Ester Arzuffi, dopo l’arresto di Massimo Giuseppe Bossetti ha sostenuto che il padre dei gemelli fosse suo marito Giovanni, negando un’evidenza scientifica quale può esserlo l’esame del DNA. A suo figlio Massimo, durante una visita in carcere, ha detto: “L’ho saputo il giorno del tuo arresto che ero l’amante del Guerinoni. Guerinoni non l’ho mai visto… Lui non è mai venuto, non l’ho mai visto».

I gemelli Bossetti sono due bugiardi patologici.

Il ricorso alla bugia patologica può essere un disturbo a sé o il sintomo di un disturbo di personalità: psicopatia, disturbo narcisistico o disturbo istrionico, in ogni caso è un segnale di discontrollo.

Le storie che il mentitore patologico costruisce sono il frutto della sua fantasia ma sono studiate per apparire plausibili.

Attraverso le sue bugie, il bugiardo patologico costruisce un personaggio, decora se stesso, si ritaglia un ruolo da eroe o da vittima, e lo fa in modo cronico e per una causa endogena.

Detto questo, una volta che Massimo Bossetti è stato arrestato ed accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio, lo stesso, durante gli interrogatori, non ha fatto ricorso alla falsificazione bensì alla dissimulazione. Bossetti falsifica quando non teme le conseguenze delle proprie bugie, quando la posta in gioco si è rivelata essere l’ergastolo, Bossetti ha optato per la meno rischiosa dissimulazione.

Durante il processo, Massimo Giuseppe Bossetti, rispondendo alla PM, si è esibito in una serie di “non me lo ricordo” e “non ricordo”“Per l’ennesima volta glielo ripeto, sono qui apposta per dirglielo, non me lo ricordo. Io sono una persona abitudinaria, normale, banale. Sono una persona ripetitiva e faccio sempre le stesse cose. Non me lo ricordo e non ricordo neppure cosa ho mangiato ieri sera. Lo ripeto, non ricordo. Anche mia moglie quando è venuta da me in carcere mi ha sempre fatto l’interrogatorio, il terzo grado: mi ha messo con le spalle al muro, ma non ricordo nulla di quella data. In quel periodo di novembre lavoravo sia a Bonate, sia a Palazzago. Potevo benissimo dirle “non ricordo”, già nei primi interrogatori dottoressa…e invece ho cercato di ricordare, in ogni modo. Che poi chiedermi cosa ho fatto quattro o cinque anni fa, mi pare una domanda totalmente insensata”, dire “non ricordo” è un modo di falsificare, ma solo un vuoto di memoria.

Per finire, il fatto che Alberto Stasi, Giosuè Ruotolo e Massimo Bossetti si siano proclamati innocenti nulla ha a che fare con la falsificazione, si sono proclamati innocenti quando, non essendo stati ancora giudicati, tecnicamente lo erano “de iure”. Proclamarsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria, è ben diverso dal dire: “Io non ho ucciso Chiara”, “Io non ucciso Trifone e Teresa” e “Io non ho ucciso Yara”, negazioni credibili che non sono mai uscite dalla bocca di nessuno due tre.

Stasi ha detto alla PM: “Io non ho fatto niente a Chiara, non ho fatto assolutamente nulla” e “Non ho… non ho fatto nulla alla Chiara, non ho fatto nulla alla Chiara”; Ruotolo: “Vorrei chiedere scusa se dopo varie udienze mi presento per la prima volta, vorrei che, oltre a conoscermi, fare un po’ di chiarezza sulla mia totale estraneità ai fatti”;  Bossetti: “Io le dico la verità: non ho mai fatto niente”, tutte negazioni non credibili che non rientrano nell’ambito della falsificazione, pertanto tecnicamente non si può parlare di ricorso alla menzogna in questi casi.