CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: TUTTO QUESTO “AL LUPO, AL LUPO, SONO INNOCENTI” NEI CASI DEGLI ASSASSINI DANNEGGIA GLI INNOCENTI DE FACTO

Criminologa Ursula Franco: “Antonio Logli, Alberto Stasi, Massimo Giuseppe Bossetti, Rosa Bazzi, Olindo Romano, Chico Forti e Sabrina Misseri sono colpevoli de facto e de iure, tutto questo “al lupo, al lupo, sono innocenti” tortura le famiglie delle vittime e danneggia le vere vittime degli errori giudiziari. Quando i Media prendono le parti di un sociopatico, c’è il rischio che venga reintegrato nella società e che reiteri. In parole povere, chi commette un omicidio e la fa franca, non è raro che ne commetta un secondo, si vedano i casi di Alessandro Cozzi e Bruno Lorandi. Il rischio è ancora maggiore quando l’omicida è un potenziale serial killer”

Le Cronache Lucane, 6 luglio 2020

Alberto Stasi

Ursula Franco è medico e criminologo, è stata allieva del professor  Francesco Bruno, è allieva del dottor Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

– Dottoressa Franco, chi danneggia il teatrino mediatico?

I processi mediatici sono la prima cauda di errore giudiziario, non solo favoriscono la condanna di soggetti innocenti, come nel caso di Michele Buoninconti, ma, quando cavalcano l’onda innocentista, c’è il rischio che un omicida venga reintegrato nella società. Peraltro, tutto questo recente ”al lupo, al lupo, sono innocenti” tortura le famiglie delle vittime e danneggia le vittime degli errori giudiziari. 

Massimo Giuseppe Bossetti

– Dottoressa Franco, dov’è il problema? Che cosa lascia spazio alla difesa dei colpevoli?

Gli errori investigativi, i ritardi, la superficialità, ma soprattutto l’incapacità da parte dei magistrati di ricostruire i fatti. Sono ormai anni che lo ripeto, la ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario. Ricostruire i fatti in modo capillare permette di attribuire le giuste responsabilità, riduce in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario e tutela i familiari della vittima perché non lascia spazio alla difesa. Le faccio alcuni esempi: sono stati commessi errori nella ricostruzione degli omicidi di Matilda Borin, Lidia Macchi, Yara Gambirasio, Orsola Serra, Roberta Ragusa e Maria Sestina Arcuri. Matilda Borin, Orsola Serra e Lidia Macchi non hanno avuto giustizia. Nel caso Serra è stato condannato in via definitiva un innocente de facto, Alessandro Calvia. Dei casi Calvia e Macchi mi sono occupata personalmente. Nel caso Macchi è stato arrestato e condannato in primo grado un innocente de facto Stefano Binda, fortunatamente circa un anno fa è stato assolto in appello.

Matilda Borin

 – Nel caso dell’omicidio della piccola Matilda Borin che errore è stato commesso? Perché Matilda non ha avuto giustizia?

Matilda è morta in seguito ad uno shock emorragico da emoperitoneo secondario ad un trauma dorsale che le produsse multiple lacerazioni del fegato, la sezione del rene destro e una lesione del sinistro. L’errore è stato credere che quel trauma dorsale fosse stato prodotto da un calcio sferratole.

La piccola Matilda è morta invece in seguito ad un trauma da schiacciamento causato dalla pressione di un ginocchio sul suo dorso. 

All’esame autoptico furono riscontrate una lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale, due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori, multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro, la frattura della VII costa destra sulla linea ascellare posteriore con consensuale minima lacerazione pleurica ed intensa infiltrazione emorragica e un traumatismo delle coste dalla IX alla XII sinistre. 

La “lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale” è compatibile con l’impronta di un ginocchio e non con quella di una scarpa o di un piede. E le “due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori” provano che la forza lesiva scaricata su Matilda non la spinse nel vuoto ma la schiacciò contro una superficie semirigida.

In poche parole, chi uccise Matilda le appoggiò il proprio ginocchio sul dorso e la schiacciò contro una superficie semirigida, poi la bambina cadde sul pavimento e si produsse “multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro”. Subito dopo, l’omicida raccolse da terra la piccola prendendola sotto il braccio destro con la sola mano destra e, con la pressione del proprio pollice, le produsse “la frattura della VII costa posteriore destra sulla linea ascellare posteriore e la consensuale minima lacerazione pleurica”. La frattura costale non fu contestuale alla lesione dorsale che danneggiò gli organi addominali, né secondaria alle manovre rianimatorie, ma fu la conseguenza di un secondo fatto traumatico che seguì allo schiacciamento dorsale. All’esame autoptico si rilevò intorno alla frattura costale la presenza di una intensa infiltrazione emorragica, prova che il trauma precedette lo shock ipovolemico e l’arresto cardiaco e che quindi non fu causata dalle manovre rianimatorie che seguirono invece lo shock.

Antonio Logli

– Dottoressa Franco, lei ha da sempre sostenuto la colpevolezza di Antonio Logli, nel caso Ragusa che errori sono stati commessi? 

Nella ricostruzione dei giudici manca un passaggio cruciale, il Logli, dopo le 23.50, dopo aver messo sua figlia a letto, andò in autoscuola, Roberta, che era a letto, si alzò, si mise le scarpe da tennis che usava in palestra e che non furono mai ritrovate e una giacca e seguì di nascosto il marito. Fu proprio nei locali dell’autoscuola che Roberta sentì parlare suo marito Antonio con l’amante, ma soprattutto lo sentì chiudere l’ultima telefonata a Sara con un “Ti amo, buonanotte”, una frase che il Logli pronunciò perché credette di essere solo, ne nacque logicamente una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio, che abitava poco distante.

Secondo i giudici: “La sorpresa e il terrore alimentati dalla recente esperienza, vissuta dalla donna come un tentativo di omicidio, non hanno consentito ad avviso di questa Corte che si sviluppasse tra i due alcuna discussione: non vi è stato alcun alterco, alcun litigio, alcun clamore, tanto è vero che neppure i figli sono stati svegliati o hanno percepito alcunché”. 

Non corrisponde al vero ciò che hanno scritto i giudici su questo punto, il Logli e sua moglie Roberta discussero per ben due volte quella notte:

a) la discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo dopo le 00.17 in autoscuola, per questo motivo i bambini non sentirono niente e come loro neanche il titolare della scuola di ballo che si trova sopra l’autoscuola perché se n’era andato poco prima. 

b) una seconda discussione impegnò i due coniugi in via Gigli, in quell’occasione un testimone, Loris Gozi, li udì. 

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare in auto (la C3 di Roberta) probabilmente promettendole che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire.

Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia. E’ Loris Gozi a confermarcelo in un’intervista: “Perché c’erano delle urla, la signora urlava, delle urla strazianti, forti. (…) Ho sentito solo urlare, ma forte, come una donna che urla fo… che urla forte”. Il Gozi sentì la voce di Roberta e non quella del Logli perché Antonio cercò di abbassare i toni, cercò di calmare sua moglie per convincerla a salire in auto in moda da condurla in una zona isolata e ucciderla, il Logli, infatti, non aveva alcun interesse a richiamare l’attenzione dei vicini proprio perché aveva deciso di uccidere la povera Roberta.

Sempre secondo i giudici: “La Ragusa, in preda al panico percependo il grave pericolo per la propria incolumità è semplicemente e istintivamente scappata, così come si trovava, senza mettere niente altro addosso, senza portare niente con sé, e proprio attraverso i campi, come indicato dalle tracce fiutale dai cani, per sottrarsi alla vista e al prevedibile inseguimento del marito di cui aveva paura. Una fuga per la strada pubblica non sarebbe stata funzionale a detto scopo, poiché sarebbe stata visibile e raggiungibile e quanto al chiamare i suoceri, si trattava di persone che la donna sentiva distanti, fredde e non tutelanti”.

E’ un errore pensare che Roberta abbia sentito il Logli parlare con l’amante mentre si trovava in casa e che, per paura del marito, fosse fuggita tra i campi. Roberta intraprese la via dei campi non perché era in preda al panico o per fuggire al Logli ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito, Sara Calzolaio, e proprio perché si trovava in autoscuola, peraltro a pochi passi dalla staccionata che divide il parcheggio dell’autoscuola dai campi, non ebbe accesso alle chiavi della propria auto, che erano rimaste in casa. Ella infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente basse di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio. 

Il fatto che Roberta si sia allontanata a piedi è la riprova che la discussione tra lei e il marito si consumò in autoscuola e non in casa dove si trovavano le chiavi della sua C3.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa (…) e poi cambiando macchina Roberta, che è stata minacciata di morte, sta lì e m’aspetta cioè mmm è inverosimile, io credo che cosa più incredibile di questa non… non ci sia”. 

Secondo i giudici: “In concomitanza con tale sequenza temporale si colloca la formidabile deposizione del Gozi che inizialmente e consequenzialmente vede il Logli in posizione statica di attesa, circa nel luogo dal quale secondo la direzione intrapresa dalla fuggitiva, la donna avrebbe dovuto prima o poi sbucare dal campo. Questa prima scena così come descritta dai testi Loris Gozi e Anita Gombi, assume il valore di conferma e di decisivo significato indiziario: i testi descrivono una situazione insignificante e di per sé non allarmante, anzi neutra, ma probatoriamente preziosa, perché strettamente complementare e reattiva per tempistica e luogo ad eventi che si erano poco prima consumati tra altre persone, in altra sede e per ragioni a loro estranee. Il Logli ha consapevolezza di essere stato notato dal teste, che aveva un’auto vistosa a lui nota, per tale motivo rientra e cambia auto, che verrà notata dalla Latona posteggiala davanti a casa, in orario che, per quanto sopra detto trattando specificamente di tale indizio, non è affatto incompatibile con la deposizione Gozi, considerando la stretta prossimità dell’abitazione e il fatto che l’avvistamento successivo del Gozi è da collocarsi a circa venti minuti o mezz’ora dopo”.

Il Logli non cambiò auto perché fu visto all’interno della sua Ford Escort da Loris Gozi, come affermato dai giudici, non ne avrebbe infatti tratto alcun beneficio. Anzi, il fatto che il Gozi abbia potuto identificare non una ma due delle auto appartenenti alla famiglia Logli/Ragusa, in strada, quella sera, ha danneggiato Antonio Logli.

Purtroppo però inquirenti e magistrati hanno ignorato due fatti di rilievo:

a) una testimone vide il Logli pulire la strada nel punto dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort la notte della scomparsa della Ragusa e dove era stato notato dal Gozi;

b) la collaboratrice domestica di Roberta, Margherita Latona, ha sostenuto di aver visto il Logli pulire il vialetto di casa sua e proprio nel punto in cui la notte stessa della scomparsa di Roberta era parcheggiata la sua Escort.

In un’intervista, nel tentativo di sminuire il valore della dichiarazione della Latona agli inquirenti, il Logli ha detto: “Margherita Latona fece una telefonata, l’ho letto nelle carte, era affacciata allo stanzino del… dove io ho la lavatrice di casa e sotto di lei c’è uno stanzino dove tengo, diciamo, un ripostiglio, all’interno avevo una busta con della sabbia che uso per mettere nei commenti del piazzale dell’autoscuola, mentre prendo questa busta e giro per andare verso il piazzale in terra dei ragazzini avevano fatto quei disegni per fare il gioco che ci si salta dentro e mi sembravano brutti e io ho preso qualcosa e ho cominciato a grattare per vedere se lo potevo togliere, in realtà dopo poco mi so accorto che non ci facevo nulla le strisce, le righe che erano in terra son rimaste tali e quali”.

Con questa dichiarazione, il Logli ha aggiunto un tassello cruciale alla ricostruzione dei fatti della notte della scomparsa di Roberta Ragusa, ha affermato di aver usato la sabbia il giorno seguente. La sabbia è infatti la chiave di questo caso.

Loris Gozi vide Antonio Logli, in via Gigli, fermo dentro la sua Ford Escort station wagon a fari spenti tra le 00.30 e le 00.40.

La notte del 13 gennaio 2012 la domestica vide la Ford Escort del Logli parcheggiata nel vialetto poco dopo le 00.40.

La notte dell’omicidio, Antonio Logli danneggiò il contenitore del filtro del gasolio della sua Ford Escort station wagon ed il giorno dopo pulì sia la strada che il vialetto per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte precedente aveva stazionato in quei due luoghi.

Il Logli, la notte dell’omicidio, maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina non perché lo vide il Gozi, come erroneamente affermato dai giudici nelle motivazioni della sentenza, ma per non rischiare che l’auto danneggiata, ovvero la sua Escort, lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta.

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta. 

E’ logico inferire che il Logli non avrebbe perso tempo a riempire con la sabbia i “commenti” del piazzale dell’autoscuola nel caso fosse stato preoccupato per la scomparsa di Roberta tantomeno nel caso l’avesse uccisa, pertanto si può concludere che abbia usato la sabbia per asciugare il gasolio colato dalla sua auto sulla pavimentazione del vialetto. 

Il Logli pulì la strada ed il vialetto di casa sua per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse, posto che era la riprova che la sera della scomparsa della moglie lui si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo, pur sapendola danneggiata, usò la propria auto per raggiungere il cimitero al mattino dopo, lo fece per lasciare la Ford Escort a debita distanza da casa, per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quindi quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni per la presenza di chiazze di gasolio nei luoghi dove la sua auto era stata ferma quella notte.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati, ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa, poi dopo, siccome io sarei stato visto, ho cambiato macchina, cioè cosa sarebbe cambiato cambiando macchina? Se m’hai visto, m’hai visto”. 

Secondo i giudici: “A tale proposito vengono citate le dichiarazioni rese da un amico dell’imputato (…) propose di fare un giro in macchina transitando dai due cimiteri ove erano seppelliti i genitori della Ragusa. Saliti sulla Ford di proprietà dell’imputato e giunti al cimitero  di Pisa, si constatò tuttavia che il motore dell’auto non si avviava, nonostante l’imputato provasse a caricare il circuito di alimentazione del gasolio con l’apposita pompa del vano motore.  A quel punto veniva chiamato il padre dell’imputato che giungeva dopo circa 15/20 minuti e li riaccompagnava a casa (…) A tale proposito affermava che la problematica al  motore dell’auto, a dire dell’imputato si verificava frequentemente e che egli stesso, guardando il  vano motore, notava che il contenitore del filtro del gasolio era avvolto in una pellicola trasparente del tipo da cucina”.

E’ in questo stralcio di motivazioni la conferma del fatto che il Logli si era accorto, ben prima di giungere al cimitero, che il contenitore del filtro era rotto, lo aveva infatti già rivestito con la pellicola da cucina. 

Secondo i giudici: “Il delitto non era certo stato programmato per quella data e in quella occasione, come attestano le circostanze accertate e finanche la mancanza da parte del Logli della possibilità di approntare e addurre più adeguate e logiche circostanze della scomparsa della moglie e di costruire un albi più solido a suo favore, ma tuttavia proprio dal mancato ritrovamento del corpo si deve escludere che si sia trattalo di dolo d’impeto.

In qualunque modo ne abbia cagionato la morte, il mancato rinvenimento del corpo nonostante le già illustrate massicce ricerche, e a prescindere dalla circostanza tecnica che non sia stata contestata la premeditazione, indica chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie, significativamente e a ragion veduta temuta dalla povera Ragusa, ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi. La notte dei fatti invece la situazione è precipitata, con la scoperta da parte della Ragusa, sorpresa a sua volta dal marito e la immediata resa dei conti culminata nel terrore e nella fuga della donna raggiunta e coattivamente trattenuta, e nella sua soppressione. Insomma la mancata scoperta del corpo e delle modalità esecutive dell’omicidio qualificano in modo vieppiù negativo la personalità dell’autore e la sua capacità criminosa, la freddezza nell’ideazione, la precisione nell’esecuzione, e infine l’efficacia nella soppressione del corpo”.

I cadaveri si trovano più spesso per caso che durante le ricerche, pertanto è proprio la casistica ad indurci a dubitare che il fatto che il corpo di Roberta Ragusa non sia stato ritrovato indichi “chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie (…) ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi”. 

Ed è proprio il modo in cui il Logli tentò di uccidere Roberta, ovvero facendola cadere dalle scale, che ci permette di escludere che, prima della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, lo stesso avesse pensato ad un luogo dove occultarne il corpo.

Il Logli pensò al luogo dove avrebbe potuto occultarne il corpo (lo stesso luogo dove la uccise) mentre si trovava all’interno della sua Ford Escort quella stessa notte, in precedenza aveva pensato di sopprimerla simulando un incidente. In altre parole, il Logli non era preparato al susseguirsi degli eventi della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012.

Alessandro Cozzi

– Dottoressa Franco, vuole aggiungere qualcosa?

Quando i Media prendono le parti di un sociopatico, c’è il rischio che venga reintegrato nella società e che reiteri. In parole povere, chi commette un omicidio e la fa franca, non è raro che ne commetta un secondo, si vedano i casi di Alessandro Cozzi e Bruno Lorandi. Il rischio è ancora maggiore quando l’omicida è un potenziale serial killer.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: CON LA STATEMENT ANALYSIS SI COSTRUISCONO CASTELLI ACCUSATORI INDISTRUTTIBILI FONDATI SULLE DICHIARAZIONI DEI REI

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Le Cronache Lucane, 29 aprile 2020

Criminologa Ursula Franco: “La ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario, una ricostruzione senza smagliature dovrebbe essere la priorità di una procura che intenda identificare il responsabile di un delitto, degli avvocati di parte civile e dei giudici che emettono una sentenza. Solo ricostruendo i fatti in modo capillare si possono attribuire le giuste responsabilità e si riduce in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario”

– Dottoressa Franco, perché la maggior parte dei PM italiani non è in grado di ricostruire le dinamiche omicidiarie?

In primis, perché non sanno interrogare e contaminano gli interrogatori rendendoli inutilizzabili e poi perché non ascoltano e dismettono come false le dichiarazioni di indagati e testimoni che non si adattano all’idea pregiudiziale che si sono fatti, ed invece indagati e testimoni raramente falsificano, in più del 90% dei casi non raccontano tutto, ovvero dissimulano, ma dicono il vero. 

– Dottoressa, da cosa si capisce se un soggetto dice il vero, dissimula o falsifica?

Dalla struttura delle frasi che compongono le sue dichiarazioni. 

– Come si chiama la più diffusa tecnica di analisi delle dichiarazioni di indagati, sospettati e testimoni?

Statement Analysis. La Statement Analysis è una scienza complessa con un’infinità di regole ben precise che si basa sul principio che le dichiarazioni veritiere differiscono da quelle false in alcune parti del linguaggio. Il contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi realmente vissuti è diverso dalla struttura di dichiarazioni riferibili ad eventi solo immaginati, ad esempio, è logico aspettarsi che un soggetto racconti fatti accaduti nel passato usando il verbo al passato, pertanto quando, dopo aver parlato al passato, parla al presente, è alquanto probabile che stia falsificando, ovvero non stia pescando nella memoria. 

– Dottoressa, sappiamo che servono anni di studio per diventare analisti, le faccio comunque una domanda che le potrà sembrarle banale, come si fa a capire se un soggetto dice il vero ma non racconta tutto?

Da alcuni indicatori che rileviamo nelle sue dichiarazioni quali auto censure, lacune temporali, frasi che iniziano con “E”. Questi indicatori ci rivelano che in una certa sede mancano delle informazioni.

– Dottoressa Franco, in un caso giudiziario, quanto è importante ricostruire i fatti in modo capillare e perché?

Quando un caso è controverso, ovvero quando il referto medico legale non è dirimente o manca il cadavere, serve ad assicurarsi che sia stato commesso un omicidio o ad escluderlo. Nel caso sia stato commesso un omicidio, una capillare ricostruzione dei fatti tutela i familiari della vittima perché non lascia spazio alla difesa. 

– Dottoressa Franco, quanto siamo indietro nel nostro paese?

Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Le dico solo che la maggior parte di chi si occupa di casi giudiziari (PM, parti civili, consulenti forensi) non solo non è in grado di ricostruire le dinamiche omicidiarie ma non riconosce la verità neanche quando gli viene servita su un piatto d’argento. Le ripeto, individuare un colpevole non basta, è necessario costruire castelli accusatori indistruttibili e con la Statement Analysis si può, perché tali castelli accusatori si fondano sulle dichiarazioni degli indagati stessi che, se interrogati come si deve, rivelano tutto.

APPIAPOLIS: OMICIDIO DI LIDIA MACCHI, ANALISI DELLA LETTERA ANONIMA “IN MORTE DI UN’AMICA”

              –       di Ursula Franco*     –            NEI LABIRINTI DEL CRIMINE OMICIDIO DI LIDIA MACCHI: ANALISI DELLA LETTERA ANONIMA “IN MORTE DI UN’AMICA”

macchi lidia OMICIDIO DI LIDIA MACCHI: ANALISI DELLA LETTERA ANONIMA “IN MORTE DI UN’AMICA”
Lidia Macchi

Una poesia anonima, dal titolo “IN MORTE DI UN’AMICA”, fu recapitata a casa Macchi il giorno 10 gennaio 1987, la busta all’interno della quale si trovava reca il timbro dell’ufficio postale di Varese Centro del 9 gennaio 1987 alle ore 16.00, ben oltre le 48 ore dal ritrovamento del corpo di Lidia Macchi che fu individuato nella mattinata del 7 gennaio, pertanto, nel momento in cui la lettera fu inviata erano già noti ad amici, conoscenti e giornalisti non solo alcuni dei dettagli relativi al suo omicidio ma anche l’ipotesi principale riguardante il movente, un’ipotesi peraltro errata.

La riprova è in un articolo del giornalista Enrico Bonerandi dal titolo “UCCISA COME MARIA GORETTI”, pubblicato sul quotidiano “La Repubblica”, il 9 gennaio 1987, nel quale l’autore fa riferimento sia all’accoltellamento che ad un ipotetico movente:

“VARESE Le dieci pugnalate che hanno ucciso Lidia non sono per la famiglia Macchi solo una tragedia privata, ma anche un martirio, un tributo di sangue che il mondo ha preteso da una ragazza d’altri tempi, brava, studiosa, impegnata nell’aiutare gli altri, fervidamente religiosa: “Sono orgoglioso, contento della figlia che ho avuto, perché ci ha insegnato la strada del bene. Per lei la verginità era un valore supremo assoluto. Sono certo che è morta per questo, per difendere questo valore in cui credeva”. Così dice il padre, Giorgio Macchi, funzionario della Sip, convinto che la figlia sia stata uccisa da un maniaco, da qualcuno che, dopo aver cercato inutilmente di violentarla, ha sfogato la sua rabbia, la sua frustrazione, ammazzando in modo bestiale la sua vittima”. Per gli inquirenti è solo un’ipotesi tra le tante possibili, ma in casa Macchi non ci sono dubbi. La villetta sulla collina che degrada sul lago di Varese, con vista stupenda sul Monte Rosa, ieri era aperta a tutti gli amici di Lidia, i colleghi di università e i militanti di Comunione e Liberazione, il movimento nel quale la ragazza militava. Nel salottino dai mobili moderni, con ingenui quadri naif alle pareti, Giorgio Macchi accoglie ed abbraccia i giovani in giacca a vento e blue-jeans che arrivano per dire una parola di conforto, mentre gli altri familiari vanno e vengono per la casa con gli occhi gonfi di pianto. “Era una ragazza aperta, dalle idee moderne, nella sua serietà e nel suo rigore”, continua il padre. “Studiava legge perché voleva entrare nella magistratura, fare il giudice. Sarebbe stata un ottimo giudice, con tanta umanità e voglia di capire gli altri. Era innato in lei il senso dell’equità, della giustizia. Scriveva anche poesie: proprio per Natale ci aveva preparato un bigliettino d’auguri, uno per noi genitori e gli altri per i fratelli, con delle poesie delicatissime”. Dell’impegno di Lidia in CL, il padre dice: “Rispettavo la sua scelta, ne avevamo parlato. Avevo espresso dei dubbi: non mi piace, le avevo detto, quando la religione diventa fanatismo. Lei mi aveva rassicurato. Credeva in Dio, ma non era una bigotta. E adesso che mi accorgo di come può essere cattivo questo mondo, capisco di più questi giovani, che si trovano per pregare, per stare insieme”. La vicinanza del gruppo di CL Lidia Macchi era stata anche capo guida degli scout si era fatta sentire subito dopo che era scattato l’allarme per la scomparsa della ragazza. Lidia era uscita di casa lunedì pomeriggio per andare a trovare un’amica, Paola Bonari, ricoverata all’ospedale di Cittiglio. “Torno per cena”, aveva detto al padre, che le aveva dato 10 mila lire per fare benzina. Era salita sulla Panda verde e aveva preso la statale. L’ultima persona che l’ha vista viva è stata Paola: “Era serena, come al solito. Abbiamo chiacchierato un’oretta e poi se ne è andata”. Quando la famiglia non l’ha vista tornare, a sera, ha cominciato a preoccuparsi, perché Lidia era una ragazza precisa, e mai avrebbe fatto tardi senza avvertire. A notte sono stati chiamati carabinieri e polizia. I genitori speravano in una scappatella amorosa ma Lidia pare non avesse alcun flirt o in un’improvvisa crisi mistica, visto che la figlia aveva manifestato più volte il proposito di farsi suora. Hanno telefonato a Milano, in via Sila, dove Lidia condivideva un appartamentino con altre amiche, dove ogni tanto si fermava dopo le lezioni all’ università statale, dove studiava legge. Hanno chiamato un camping a Santa Maria del Monte, dove la famiglia ha una roulotte. Hanno provato con amici, amiche e parenti, e pure con le suore del Sacro Monte. Niente: sparita. Martedì sono cominciate le battute, anche con l’aiuto di un elicottero, di carabinieri e polizia. Una trentina di amici e ciellini si sono organizzati in gruppetti, perlustrando la zona intorno all’ ospedale, la strada del lago, i dintorni di Varese. Alle 10 e mezzo di mercoledì mattina Roberto, Maria Pia e Antonio hanno notato la Panda tra le sterpaglie del Sass Pinì, una zona frequentata la notte da drogati e qualche coppietta. Oltre il passaggio a livello di Cittiglio, per quella strada che si inerpica tra gli sterpi bruciati, la gente per bene non mette mai piede. Per terra c’ è un tappeto di siringhe, brandelli di riviste porno, lerciume. La Panda era lì, messa per traverso, con il sedile di destra e quello posteriore sporchi di sangue. A pochi metri, riverso, il corpo di Lidia martoriato dalle pugnalate: al torace, alla gola. Morta probabilmente da due giorni, lo stesso lunedì sera della scomparsa. Gli inquirenti si trovano ora di fronte un giallo di non facile soluzione. Chi può avere ucciso questa ragazza per bene, dalla vita senza ombre? Intorno all’ ospedale di Cittiglio circolano molti tossicomani. Racconta il cappellano dell’ospedale: “È un grosso problema. Spesso si abbandonano a vandalismi. In chiesa hanno bruciato tutti gli arredi sacri e aperto le cassette per l’elemosina”. Un’ ipotesi: Lidia, uscendo dopo la visita all’ amica, si è fidata concedendo un passaggio in macchina a uno di loro, che ha tentato di rapinarla. Non trovando soldi nella borsetta, si è vendicato uccidendola. Oppure è stato un maniaco sessuale, come dice la famiglia. Gli investigatori stanno seguendo tutte le piste, però non c’ è nulla di concreto. Gli amici di Lidia, quelli che le volevano bene, si sono trovati ieri nel Duomo di Varese: per pregare e chiedere pietà a Dio. Anche per l’assassino”.

Il testo della poesia anonima:

IN MORTE DI UN’AMICA

LA MORTE URLA

CONTRO IL SUO DESTINO.

GRIDA DI ORRORE

PER ESSERE MORTE:

ORRENDA CESURA,

STRAZIO DI CARNI.

LA MORTE GRIDA

E GRIDA

L’UOMO DELLA CROCE.

RIFIUTO,

IL GRANDE RIFIUTO.

LA LOTTA

LA GUERRA DI SEMPRE.

E LA MADRE,

LA TENERA MADRE

COI FRATELLI IN PIANTO.

PERCHÉ IO.

PERCHÉ TU.

PERCHÉ, IN QUESTA NOTTE DI GELO,

CHE LE STELLE SON COSI’ BELLE,

IL CORPO OFFESO,

VELO DI TEMPIO STRAPPATO,

GIACE.

COME PUOI RIMANERE

APPESO AL LEGNO.

IN NOME DELLA GIUSTIZIA,

NEL NOME DELL’UOMO

NEL NOME DEL RISPETTO PER L’UOMO

PASSI DA NOI IL CALICE.

MA LA TETRA SIGNORA

GRIDA ALTE

LE SUE RAGIONI.

CONSUMATUM EST

QUESTO LO SCOTTO

DELL’ANTICHISSIMO ERRORE.

E TU

AGNELLO SENZA MACCHIA.

E TU

AGNELLO PURIFICATO

CHE PIEGHI IL CAPO

TIMOROSO E DOCILE,

AGNELLO SACRIFICALE,

CHE NULLA STREPITI,

NON UN LAMENTO.

EPPURE UN SUONO,

PERSISTE UNA BREZZA

RISTORO ALLE NOSTRE

ARIDE VALLI

IN QUESTA NOTTE DI PIANTI.

NEL NOME DI LUI,

DI COLUI CHE CI HA PRECEDUTI,

CROCIFISSA,

SOSPESA A DUE TRAVI.

NEL NOME DEL PADRE

SIA LA TUA VOLONTÀ.

PREMESSA

Si sappia che solo nel caso in cui in una missiva anonima siano presenti informazioni sul delitto non di pubblico dominio, si può attribuire la lettera all’autore del reato in quanto l’omicida ed un eventuale mitomane possono apparire sovrapponibili da un punto di vista psicopatologico tanto da risultare indistinguibili.

ANALISI

poesia OMICIDIO DI LIDIA MACCHI: ANALISI DELLA LETTERA ANONIMA “IN MORTE DI UN’AMICA”– lo “STRAZIO DI CARNI” e la “NOTTE DI GELO” non erano un segreto per nessuno.

– “RIFIUTO, IL GRANDE RIFIUTO” è un riferimento alla sessualità; prima che venissero rivelati i risultati autoptici, gli amici ciellini di Lidia, il giornalista Enrico Bonerandi e l’autore anonimo della missiva condividevano, evidentemente, il pensiero del padre della Macchi, ovvero che Lidia fosse morta nell’opporsi ad uno stupro.

L’autopsia ha rivelato che Lidia aveva avuto un rapporto sessuale quel giorno ma non ha riscontrato, né i segni di un tentativo di violenza, né quelli di una violenza vera e propria.

Sono pertanto proprio queste quattro parole “RIFIUTO, IL GRANDE RIFIUTO” che ci permettono di escludere che l’autore di questa poesia anonima sia l’omicida, Lidia, infatti, non venne uccisa durante un tentativo di violenza.

– È facile escludere che “VELO DI TEMPIO STRAPPATO” sia un riferimento alla perdita delle verginità della vittima.

“VELO DI TEMPIO STRAPPATO” è una citazione del Vangelo secondo Matteo attraverso la quale l’autore anonimo equipara la morte di Lidia a quella di Gesù Cristo: “Ed ecco che il velo del Tempio si squarciò in due, dall’alto in basso, e la terra si scosse, e le pietre si spezzarono, e si aprirono le tombe, e molti santi, i cui corpi riposavano, risuscitarono e, usciti dalle tombe, dopo la sua risurrezione entrarono nella città santa e apparvero a molti” (27, 51).

Linterno della Sinagoga scaled OMICIDIO DI LIDIA MACCHI: ANALISI DELLA LETTERA ANONIMA “IN MORTE DI UN’AMICA”
Il Parokhet della sinagoga di Pisa   –   (foto da La Kinzica)

Il velo del Tempio è il Parokhet, un tessuto prezioso che nella sinagoga protegge l’Aron Kodesh, un armadio sacro dove si conservano i rotoli della Torah. L’apostolo ed evangelista Matteo intende dire che, alla morte di Cristo, Dio si manifestò attraverso lo squarcio del velo del Tempio, il terremoto e la risurrezione dei corpi dei santi sepolti. Tra questi eventi di natura teofanica, lo squarcio del Velo del Tempio corrisponde all’eliminazione della distanza tra l’uomo e Dio, rappresentato dai rotoli della legge mosaica. In pratica, Matteo intende affermare che con la morte del Signore tutti gli uomini ebbero libero accesso alla salvezza attraverso la lettura della Torah.

– “CONSUMATUM EST” è una locuzione latina trascritta male (senza una M) che significa “tutto è compiuto”.

“CONSUMMATUM EST” è la traduzione in latino dell’originale greco “Τετέλεσται” (Tetelestai), le ultime parole di Gesù morente in croce raccolte nel Vangelo di San Giovanni (XIX, 30) e rappresenta un ulteriore parallelismo tra la morte di Lidia e quella di Gesù Cristo.

– “AGNELLO SENZA MACCHIA” è un parallelismo con la vergine Maria nota come “agnella senza macchia”. 

Il fatto che l’autore della lettera, evidentemente, un soggetto appartenente al Movimento di Comunione e Liberazione, abbia definito Lidia un “AGNELLO SENZA MACCHIA” ci conferma che “VELO DI TEMPIO STRAPPATO” non è un riferimento alla verginità perduta perché sarebbero affermazioni in contraddizione tra loro. 

– “UNA BREZZA RISTORO ALLE NOSTRE ARIDE VALLI” è una frase di intento consolatorio, la “BREZZA” rappresenta, infatti, la speranza legata alla fede.

CONCLUSIONI

macchi OMICIDIO DI LIDIA MACCHI: ANALISI DELLA LETTERA ANONIMA “IN MORTE DI UN’AMICA”“IN MORTE DI UN’AMICA” è semplicemente una lettera di un soggetto religioso che equipara la morte di Lidia a quella di Cristo, che ritiene che Lidia sia morta difendendo la propria verginità e che, a parte chiedersi come Cristo possa rimanere “APPESO AL LEGNO”, accetta di buon grado che sia fatta la volontà divina in nome del padre.

L’autore anonimo vive in armonia la sua religiosità, egli, infatti, non solo accetta di buon grado che sia fatta la volontà divina in nome del padre e non fa alcun riferimento ad un vissuto di pulsioni in contrasto con le regole di Comunione e Liberazione. 

Nella poesia “IN MORTE DI UN’AMICA” non sono presenti né una eventuale ammissione tra le righe, né una confessione.

L’autore anonimo non solo non fornisce informazioni riguardanti l’omicidio che non fossero note a tutti, ma mostra di non conoscerne il movente, si può pertanto escludere che questa poesia sia stata scritta dall’assassino di Lidia Macchi. 

La poesia “IN MORTE DI UN’AMICA” è stata scritta da un soggetto, con tutta probabilità, appartenente al Movimento Comunione e Liberazione, che considerava Lidia Macchi “UN’AMICA”, che rimase colpito dalla sua morte e che pescò tra ciò che, all’indomani del ritrovamento del corpo, era di pubblico dominio relativamente alla dinamica dei fatti e tra ciò che ipotizzarono, sbagliandosi, familiari, amici ed inquirenti riguardo ad un eventuale movente. Pertanto, attribuire a qualcuno questa poesia equivale ad escludere che lo stesso sia l’autore dell’omicidio della povera Lidia. 

binda OMICIDIO DI LIDIA MACCHI: ANALISI DELLA LETTERA ANONIMA “IN MORTE DI UN’AMICA”
Stefano Binda

Mi sono occupata personalmente del caso Macchi come consulente della difesa di Stefano Binda. Una volta riaperto il caso, l’errore più grossolano fatto dagli inquirenti è stato quello di aver preso per buona la ricostruzione della dinamica omicidiaria elaborata da chi per primo si occupò del delitto. L’errata ricostruzione dei fatti ha viziato il caso perché ha condotto gli inquirenti ad attribuire all’assassino la lettera-poesia recapitata ai familiari di Lidia il giorno del suo funerale e perché ha lasciato spazio all’ipotesi che l’aggressore si trovasse alla guida dell’auto di Lidia e che, quindi, fosse un suo conoscente. L’ipotesi più plausibile, che non solo si confà a tutte le risultanze investigative, ma che ricalca anche la casistica in tema di omicidi di questo tipo, è che Lidia e il suo assassino non si conoscessero e che fossero macchi 3 OMICIDIO DI LIDIA MACCHI: ANALISI DELLA LETTERA ANONIMA “IN MORTE DI UN’AMICA”rimasti insieme pochissimi minuti, il tempo impiegato per raggiungere il bosco di Sass Pinin e quello della commissione del delitto. Chi uccise Lidia Macchi non si intrattenne con lei né per consumare un rapporto sessuale consenziente, né per violentarla sotto minaccia, né per agire atti sessuali post mortem. Lidia incontrò il suo assassino per caso e nulla lascia pensare che lo conoscesse. La Macchi fece sedere quello che si sarebbe poi rivelato il suo assassino sul sedile del passeggero, lo provano la posizione avanzata del sedile del guidatore e la dinamica dell’aggressione.

ursula franco 1 OMICIDIO DI LIDIA MACCHI: ANALISI DELLA LETTERA ANONIMA “IN MORTE DI UN’AMICA”

*Medico chirurgo e criminologo, allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: IN UN CASO GIUDIZIARIO LA RICOSTRUZIONE DEI FATTI E’ TUTTO, NON UN MERO ESERCIZIO DI STILE

“La ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario, una ricostruzione senza smagliature dovrebbe essere la priorità di una procura che intenda identificare il responsabile di un delitto, degli avvocati di parte civile e dei giudici che emettono una sentenza. Solo ricostruendo i fatti in modo capillare si possono attribuire le giuste responsabilità e si riduce in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario”

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Le Cronache Lucane, 29 marzo 2020

Michele Buoninconti

– Dottoressa Franco, in un caso giudiziario, quanto è importante ricostruire i fatti in modo capillare e perché?

La ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario, una ricostruzione senza smagliature dovrebbe essere la priorità di una procura che intenda identificare il responsabile di un delitto, degli avvocati di parte civile e dei giudici che emettono una sentenza ed invece, purtroppo, nel nostro paese manca la cultura della verità. Solo ricostruendo i fatti in modo capillare si possono attribuire le giuste responsabilità e si riduce inoltre in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario. Faccio un esempio: se la procura di Asti e tutti i giudici che hanno giudicato il povero Michele Buoninconti avessero provato a ricostruire i fatti che condussero alla morte di Elena Ceste si sarebbero resi conto che non era stato commesso un omicidio. 

– E in caso invece sia stato commesso un omicidio?

In caso di omicidio, una capillare ricostruzione dei fatti tutela i familiari della vittima perché non lascia spazio alla difesa. 

– In quali casi noti gli inquirenti ed i giudici hanno commesso degli errori nella ricostruzione dei fatti?

In moltissimi. 

– Ci faccia alcuni esempi.

Sono stati commessi errori nella ricostruzione degli omicidi di Matilda Borin, Lidia Macchi, Yara Gambirasio, Roberta Ragusa e Maria Sestina Arcuri e in tanti altri casi.

Matilda Borin

– Com’è morta la piccola Matilda Borin?

Matilda è morta in seguito ad uno shock emorragico da emoperitoneo secondario ad un trauma dorsale che le produsse multiple lacerazioni del fegato, la sezione del rene destro e una lesione del sinistro. L’errore è stato credere che quel trauma dorsale fosse stato prodotto da un calcio sferratole.

La piccola Matilda è morta invece in seguito ad un trauma da schiacciamento causato dalla pressione di un ginocchio sul suo dorso. 

All’esame autoptico furono riscontrate una lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale, due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori, multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro, la frattura della VII costa destra sulla linea ascellare posteriore con consensuale minima lacerazione pleurica ed intensa infiltrazione emorragica e un traumatismo delle coste dalla IX alla XII sinistre. 

La “lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale” è compatibile con l’impronta di un ginocchio e non con quella di una scarpa o di un piede. E le “due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori” provano che la forza lesiva scaricata su Matilda non la spinse nel vuoto ma la schiacciò contro una superficie semirigida.

In poche parole, chi uccise Matilda le appoggiò il proprio ginocchio sul dorso e la schiacciò contro una superficie semirigida, poi la bambina cadde sul pavimento e si produsse “multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro”. Subito dopo, l’omicida raccolse da terra la piccola prendendola sotto il braccio destro con la sola mano destra e, con la pressione del proprio pollice, le produsse “la frattura della VII costa posteriore destra sulla linea ascellare posteriore e la consensuale minima lacerazione pleurica”. La frattura costale non fu contestuale alla lesione dorsale che danneggiò gli organi addominali, né secondaria alle manovre rianimatorie, ma fu la conseguenza di un secondo fatto traumatico che seguì allo schiacciamento dorsale. All’esame autoptico si rilevò intorno alla frattura costale la presenza di una intensa infiltrazione emorragica, prova che il trauma precedette lo shock ipovolemico e l’arresto cardiaco e che quindi non fu causata dalle manovre rianimatorie che seguirono invece lo shock.

Lidia Macchi

 – Che errori hanno commesso gli inquirenti nel caso dell’omicidio di Lidia Macchi?

Una volta riaperto il caso Macchi, l’errore più grossolano fatto dagli inquirenti è stato quello di aver preso per buona la ricostruzione della dinamica omicidiaria elaborata da chi per primo si occupò del delitto. L’errata ricostruzione dei fatti ha viziato il caso perché ha condotto gli inquirenti ad attribuire all’assassino la lettera-poesia “IN MORTE DI UN’AMICA” recapitata ai familiari di Lidia il giorno del suo funerale e perché ha lasciato spazio all’ipotesi che l’aggressore si trovasse alla guida dell’auto di Lidia e che, quindi, fosse un suo conoscente. L’ipotesi più plausibile, che non solo si confà a tutte le risultanze investigative, ma che ricalca anche la casistica in tema di omicidi di questo tipo, è che Lidia e il suo assassino non si conoscessero e che fossero rimasti insieme pochissimi minuti, il tempo impiegato per raggiungere il bosco di Sass Pinin e quello della commissione del delitto. Chi uccise Lidia Macchi non si intrattenne con lei né per consumare un rapporto sessuale consenziente, né per violentarla sotto minaccia, né per agire atti sessuali post mortem. Lidia incontrò il suo assassino per caso e nulla lascia pensare che lo conoscesse. La Macchi fece sedere quello che si sarebbe poi rivelato il suo assassino sul sedile del passeggero, lo provano la posizione avanzata del sedile del guidatore e la dinamica dell’aggressione. Riguardo alla lettera poesia “IN MORTE DI UN’AMICA”, l’autore anonimo non solo non ha fornito informazioni riguardanti l’omicidio che non fossero note a tutti, ma ha mostrato di non conoscere né la dinamica omicidiaria, né il movente. Chi scrisse la lettera infatti, riguardo al movente, riportò l’ipotesi della prima ora diffusa dai familiari di Lidia e dai giornali, un’ipotesi errata.

Yara Gambirasio

 – E in quello di Yara Gambirasio?

E’ vero, come affermato dall’accusa, che il movente dell’omicidio di Yara Gambirasio è sessuale, ma Massimo Giuseppe Bossetti non si è mai sognato di avere un rapporto sessuale vero e proprio con la sua vittima. Bossetti non si esibì in avances sessuali e l’omicidio non seguì ad un rifiuto di Yara. Massimo Giuseppe Bossetti non si trovò a dover affrontare una situazione inaspettata, aveva infatti programmato, chissà da quanto tempo, ciò che mise in pratica il giorno in cui uccise la Gambirasio. Nessuna avance respinta scatenò l’omicidio, il vero movente fu il desiderio di seviziare la giovane Yara, un desiderio maturato nelle fantasie di Massimo Giuseppe Bossetti ed agito in un momento di stress dovuto ai suoi problemi lavorativi e al conflitto con sua moglie Marita. Una riprova della premeditazione è il fatto che Bossetti condusse con sé un coltello che usò solo nella seconda fase dell’omicidio e che non lasciò sulla scena criminis. 

Roberta Ragusa

– Nel caso Ragusa? 

Nella ricostruzione dei giudici manca un passaggio cruciale, il Logli, dopo le 23.50, dopo aver messo sua figlia a letto, andò in autoscuola, Roberta, che era a letto, si alzò, si mise le scarpe da tennis che usava in palestra e che non furono mai ritrovate e una giacca e seguì di nascosto il marito. Fu proprio nei locali dell’autoscuola che Roberta sentì parlare suo marito Antonio con l’amante, ma soprattutto lo sentì chiudere l’ultima telefonata a Sara con un “Ti amo, buonanotte”, una frase che il Logli pronunciò perché credette di essere solo, ne nacque logicamente una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio, che abitava poco distante.

Secondo i giudici: “La sorpresa e il terrore alimentati dalla recente esperienza, vissuta dalla donna come un tentativo di omicidio, non hanno consentito ad avviso di questa Corte che si sviluppasse tra i due alcuna discussione: non vi è stato alcun alterco, alcun litigio, alcun clamore, tanto è vero che neppure i figli sono stati svegliati o hanno percepito alcunché”. 

Non corrisponde al vero ciò che hanno scritto i giudici su questo punto, il Logli e sua moglie Roberta discussero per ben due volte quella notte:

a) la discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo dopo le 00.17 in autoscuola, per questo motivo i bambini non sentirono niente e come loro neanche il titolare della scuola di ballo che si trova sopra l’autoscuola perché se n’era andato poco prima. 

b) una seconda discussione impegnò i due coniugi in via Gigli, in quell’occasione un testimone, Loris Gozi, li udì. 

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare in auto (la C3 di Roberta) probabilmente promettendole che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire.

Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia. E’ Loris Gozi a confermarcelo in un’intervista: “Perché c’erano delle urla, la signora urlava, delle urla strazianti, forti. (…) Ho sentito solo urlare, ma forte, come una donna che urla fo… che urla forte”. Il Gozi sentì la voce di Roberta e non quella del Logli perché Antonio cercò di abbassare i toni, cercò di calmare sua moglie per convincerla a salire in auto in moda da condurla in una zona isolata e ucciderla, il Logli, infatti, non aveva alcun interesse a richiamare l’attenzione dei vicini proprio perché aveva deciso di uccidere la povera Roberta.

Sempre secondo i giudici: “La Ragusa, in preda al panico percependo il grave pericolo per la propria incolumità è semplicemente e istintivamente scappata, così come si trovava, senza mettere niente altro addosso, senza portare niente con sé, e proprio attraverso i campi, come indicato dalle tracce fiutale dai cani, per sottrarsi alla vista e al prevedibile inseguimento del marito di cui aveva paura. Una fuga per la strada pubblica non sarebbe stata funzionale a detto scopo, poiché sarebbe stata visibile e raggiungibile e quanto al chiamare i suoceri, si trattava di persone che la donna sentiva distanti, fredde e non tutelanti”.

E’ un errore pensare che Roberta abbia sentito il Logli parlare con l’amante mentre si trovava in casa e che, per paura del marito, fosse fuggita tra i campi. Roberta intraprese la via dei campi non perché era in preda al panico o per fuggire al Logli ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito, Sara Calzolaio, e proprio perché si trovava in autoscuola, peraltro a pochi passi dalla staccionata che divide il parcheggio dell’autoscuola dai campi, non ebbe accesso alle chiavi della propria auto, che erano rimaste in casa. Ella infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente basse di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio. 

Il fatto che Roberta si sia allontanata a piedi è la riprova che la discussione tra lei e il marito si consumò in autoscuola e non in casa dove si trovavano le chiavi della sua C3.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa (…) e poi cambiando macchina Roberta, che è stata minacciata di morte, sta lì e m’aspetta cioè mmm è inverosimile, io credo che cosa più incredibile di questa non… non ci sia”. 

Secondo i giudici: “In concomitanza con tale sequenza temporale si colloca la formidabile deposizione del Gozi che inizialmente e consequenzialmente vede il Logli in posizione statica di attesa, circa nel luogo dal quale secondo la direzione intrapresa dalla fuggitiva, la donna avrebbe dovuto prima o poi sbucare dal campo. Questa prima scena così come descritta dai testi Loris Gozi e Anita Gombi, assume il valore di conferma e di decisivo significato indiziario: i testi descrivono una situazione insignificante e di per sé non allarmante, anzi neutra, ma probatoriamente preziosa, perché strettamente complementare e reattiva per tempistica e luogo ad eventi che si erano poco prima consumati tra altre persone, in altra sede e per ragioni a loro estranee. Il Logli ha consapevolezza di essere stato notato dal teste, che aveva un’auto vistosa a lui nota, per tale motivo rientra e cambia auto, che verrà notata dalla Latona posteggiala davanti a casa, in orario che, per quanto sopra detto trattando specificamente di tale indizio, non è affatto incompatibile con la deposizione Gozi, considerando la stretta prossimità dell’abitazione e il fatto che l’avvistamento successivo del Gozi è da collocarsi a circa venti minuti o mezz’ora dopo”.

Il Logli non cambiò auto perché fu visto all’interno della sua Ford Escort da Loris Gozi, come affermato dai giudici, non ne avrebbe infatti tratto alcun beneficio. Anzi, il fatto che il Gozi abbia potuto identificare non una ma due delle auto appartenenti alla famiglia Logli/Ragusa, in strada, quella sera, ha danneggiato Antonio Logli.

Purtroppo però inquirenti e magistrati hanno ignorato due fatti di rilievo:

a) una testimone vide il Logli pulire la strada nel punto dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort la notte della scomparsa della Ragusa e dove era stato notato dal Gozi;

b) la collaboratrice domestica di Roberta, Margherita Latona, ha sostenuto di aver visto il Logli pulire il vialetto di casa sua e proprio nel punto in cui la notte stessa della scomparsa di Roberta era parcheggiata la sua Escort.

In un’intervista, nel tentativo di sminuire il valore della dichiarazione della Latona agli inquirenti, il Logli ha detto: “Margherita Latona fece una telefonata, l’ho letto nelle carte, era affacciata allo stanzino del… dove io ho la lavatrice di casa e sotto di lei c’è uno stanzino dove tengo, diciamo, un ripostiglio, all’interno avevo una busta con della sabbia che uso per mettere nei commenti del piazzale dell’autoscuola, mentre prendo questa busta e giro per andare verso il piazzale in terra dei ragazzini avevano fatto quei disegni per fare il gioco che ci si salta dentro e mi sembravano brutti e io ho preso qualcosa e ho cominciato a grattare per vedere se lo potevo togliere, in realtà dopo poco mi so accorto che non ci facevo nulla le strisce, le righe che erano in terra son rimaste tali e quali”.

Con questa dichiarazione, il Logli ha aggiunto un tassello cruciale alla ricostruzione dei fatti della notte della scomparsa di Roberta Ragusa, ha affermato di aver usato la sabbia il giorno seguente. La sabbia è infatti la chiave di questo caso.

Loris Gozi vide Antonio Logli, in via Gigli, fermo dentro la sua Ford Escort station wagon a fari spenti tra le 00.30 e le 00.40.

La notte del 13 gennaio 2012 la domestica vide la Ford Escort del Logli parcheggiata nel vialetto poco dopo le 00.40.

La notte dell’omicidio, Antonio Logli danneggiò il contenitore del filtro del gasolio della sua Ford Escort station wagon ed il giorno dopo pulì sia la strada che il vialetto per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte precedente aveva stazionato in quei due luoghi.

Il Logli, la notte dell’omicidio, maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina non perché lo vide il Gozi, come erroneamente affermato dai giudici nelle motivazioni della sentenza, ma per non rischiare che l’auto danneggiata, ovvero la sua Escort, lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta.

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta. 

E’ logico inferire che il Logli non avrebbe perso tempo a riempire con la sabbia i commenti del piazzale dell’autoscuola nel caso fosse stato preoccupato per la scomparsa di Roberta tantomeno nel caso l’avesse uccisa, pertanto si può concludere che abbia usato la sabbia per asciugare il gasolio colato dalla sua auto sulla pavimentazione del vialetto. 

Il Logli pulì la strada ed il vialetto di casa sua per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse, posto che era la riprova che la sera della scomparsa della moglie lui si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo, pur sapendola danneggiata, usò la propria auto per raggiungere il cimitero al mattino dopo, lo fece per lasciare la Ford Escort a debita distanza da casa, per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quindi quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni per la presenza di chiazze di gasolio nei luoghi dove la sua auto era stata ferma quella notte.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati, ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa, poi dopo, siccome io sarei stato visto, ho cambiato macchina, cioè cosa sarebbe cambiato cambiando macchina? Se m’hai visto, m’hai visto”. 

Secondo i giudici: “A tale proposito vengono citate le dichiarazioni rese da un amico dell’imputato (…) propose di fare un giro in macchina transitando dai due cimiteri ove erano seppelliti i genitori della Ragusa. Saliti sulla Ford di proprietà dell’imputato e giunti al cimitero  di Pisa, si constatò tuttavia che il motore dell’auto non si avviava, nonostante l’imputato provasse a caricare il circuito di alimentazione del gasolio con l’apposita pompa del vano motore.  A quel punto veniva chiamato il padre dell’imputato che giungeva dopo circa 15/20 minuti e li riaccompagnava a casa (…) A tale proposito affermava che la problematica al  motore dell’auto, a dire dell’imputato si verificava frequentemente e che egli stesso, guardando il  vano motore, notava che il contenitore del filtro del gasolio era avvolto in una pellicola trasparente del tipo da cucina”.

E’ in questo stralcio di motivazioni la conferma del fatto che il Logli si era accorto, ben prima di giungere al cimitero, che il contenitore del filtro era rotto, lo aveva infatti già rivestito con la pellicola da cucina. 

Secondo i giudici: “Il delitto non era certo stato programmato per quella data e in quella occasione, come attestano le circostanze accertate e finanche la mancanza da parte del Logli della possibilità di approntare e addurre più adeguate e logiche circostanze della scomparsa della moglie e di costruire un albi più solido a suo favore, ma tuttavia proprio dal mancato ritrovamento del corpo si deve escludere che si sia trattalo di dolo d’impeto.

In qualunque modo ne abbia cagionato la morte, il mancato rinvenimento del corpo nonostante le già illustrate massicce ricerche, e a prescindere dalla circostanza tecnica che non sia stata contestata la premeditazione, indica chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie, significativamente e a ragion veduta temuta dalla povera Ragusa, ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi. La notte dei fatti invece la situazione è precipitata, con la scoperta da parte della Ragusa, sorpresa a sua volta dal marito e la immediata resa dei conti culminata nel terrore e nella fuga della donna raggiunta e coattivamente trattenuta, e nella sua soppressione. Insomma la mancata scoperta del corpo e delle modalità esecutive dell’omicidio qualificano in modo vieppiù negativo la personalità dell’autore e la sua capacità criminosa, la freddezza nell’ideazione, la precisione nell’esecuzione, e infine l’efficacia nella soppressione del corpo”.

I cadaveri si trovano più spesso per caso che durante le ricerche, pertanto è proprio la casistica ad indurci a dubitare che il fatto che il corpo di Roberta Ragusa non sia stato ritrovato indichi “chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie (…) ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi”. 

Ed è proprio il modo in cui il Logli tentò di uccidere Roberta, ovvero facendola cadere dalle scale, che ci permette di escludere che, prima della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, lo stesso avesse pensato ad un luogo dove occultarne il corpo.

Il Logli pensò al luogo dove avrebbe potuto occultarne il corpo (lo stesso luogo dove la uccise) mentre si trovava all’interno della sua Ford Escort quella stessa notte, in precedenza aveva pensato di sopprimerla simulando un incidente. In altre parole, il Logli non era preparato al susseguirsi degli eventi della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012.

Ronciglione. Le scale esterne d’accesso alla casa della nonna materna di Andrea Landolfi Cudia

 – Nel caso dell’omicidio di Maria Sestina Arcuri?

Lo abbiamo trattato di recente. Maria Sestina non è caduta dalle scale interne dell’appartamento di Mirella Iezzi ma da quelle esterne. Le lesioni che ha riportato (ferita dall’occipite fino alla sommità del capo causata dall’impatto con una superficie piatta e lesione estesa sulla schiena) sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il suolo o con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro, corrimano contro il quale, dopo la caduta di Maria Sestina, Andrea Landolfi scaraventò sua nonna procurandole la frattura di 3 coste. Peraltro, subito dopo la caduta di Maria Sestina, proprio perché i fatti si consumarono all’esterno dell’appartamento della Iezzi, i vicini sentirono Andrea Landolfi dire: “Zitta, stai zitta, ti ho detto. Stronza, piantala”.

– Dottoressa Franco, perché la maggior parte della gente si affeziona alle sciocchezze divulgate da stampa e tv spazzatura e snobba la verità anche quando i fatti parlano chiaro?

Perché la gente è incapace di ammettere di essersi lasciata intortare e desidera salvare l’onore del proprio “infallibile intuito” e così, invece di riconoscere i propri limiti, si ingegna su come ridicolizzare la verità e chi se ne fa portavoce. E vissero tutti felici e contenti… Ah, a proposito, per ricostruire i fatti e risolvere un caso servono competenze, non un “infallibile intuito”. L’intuito è il paravento di chi non ha investito nella propria formazione ed è equiparabile alle capacità che millantano di avere i cosiddetti “sensitivi”. Buon lockdown a tutti.

Omicidio di Lidia Macchi: assolto in appello Stefano Binda

“Intervista alla Dott.ssa Ursula Franco, consulente di parte per la difesa di Stefano Binda”

Lidia Macchi, una studentessa di 21 anni, è stata uccisa con 29 coltellate nel gennaio del 1987 in un bosco del Varesotto. Stefano Binda, un conoscente della Macchi, 19enne all’epoca dei fatti, è stato condannato all’ergastolo in primo grado dalla Corte d’Assise di Varese ed è poi stato assolto dalla Corte d’Appello di Milano, il 24 luglio 2019. A Binda era stata attribuita una missiva intitolata IN MORTE DI UN’AMICA, che era stata recapitata a casa Macchi all’indomani dell’omicidio, una missiva che, secondo l’accusa, era stata scritta dall’assassino. All’indomani della condanna gli avvocati Patrizia Esposito e Sergio Martelli hanno chiesto una consulenza alla criminologa Ursula Franco. Ad oggi le motivazioni della sentenza di secondo grado hanno dato ragione alla criminologa Ursula Franco. In merito, la Franco ci ha rilasciato un’intervista.

Obiettivo Investigazione, 9 dicembre 2019

– Dottoressa Franco, secondo lei e secondo i giudici dell’appello Binda non è l’assassino, si arriverà mai alla soluzione del caso?

No. Il caso Macchi resterà un caso irrisolto. In questo caso le mancanze investigative non lasciano scampo ma, soprattutto, una volta riaperto il caso, l’errore più grossolano fatto dagli inquirenti è stato quello di aver preso per buona la prima ricostruzione della dinamica omicidiaria. L’errore nella ricostruzione dei fatti non ha permesso né di ricostruire il giusto profilo dell’assassino, né di inferire il movente. L’errata ricostruzione ha viziato il caso, perché ha lasciato spazio all’ipotesi che l’aggressore si trovasse alla guida dell’auto di Lidia e che, quindi, fosse un suo conoscente. La Macchi, invece, fece sedere quello che si sarebbe poi rivelato il suo assassino sul sedile del passeggero, lo provano la posizione avanzata del sedile del guidatore e la dinamica dell’aggressione.

– Dottoressa, cosa è successo quel 5 gennaio 1987 nel bosco di Sass Pinin?

L’ipotesi più plausibile, che non solo si confà a tutte le risultanze investigative ma che ricalca anche la casistica in tema di omicidi di questo tipo, è che Lidia e il suo assassino non si conoscessero e che fossero rimasti insieme pochissimi minuti, il tempo impiegato per raggiungere il bosco di Sass Pinin e quello della commissione del delitto. Chi uccise Lidia Macchi non si intrattenne con lei né per consumare un rapporto sessuale consenziente, né per violentarla sotto minaccia, né post mortem. Lidia incontrò il suo assassino per caso e nulla lascia pensare che lo conoscesse, lo raccolse in un posto particolare, un ospedale; questo soggetto può essersi spacciato per un medico, per un infermiere, per un parente addolorato, per disabile ed aver convinto la povera Lidia ad accompagnarlo da qualche parte, forse alla stazione di Cittiglio, che si trova poco distante dal bosco di Sass Pinin, luogo del ritrovamento del cadavere. Chi uccise Lidia si era organizzato per uccidere, aveva condotto il coltello con sé lasciando al caso la scelta della vittima e, con tutta probabilità, raggiunse l’Ospedale di Cittiglio in treno o a piedi. E’ alquanto improbabile, infatti, che l’assassino di Lidia, che era deciso ad uccidere qualcuno, avesse lasciato nel parcheggio dell’Ospedale la propria auto e, dopo aver commesso l’omicidio, fosse tornato a riprenderla, questo perché, poiché conosceva bene i luoghi, sapeva che, data la poca affluenza nel parcheggio dopo le 20.30, avrebbe rischiato di essere notato. Lidia fu uccisa intorno alle 20.15 del 5 gennaio 1987 e fu ritrovata da tre amici intorno alle 9.00 del 7 gennaio, dopo circa 36 ore; al momento del ritrovamento il cadavere era coperto da un cartone, cartoni simili vennero individuati dagli inquirenti in una discarica a poca distanza dall’auto, il lungo tempo intercorso tra l’omicidio e il ritrovamento del cadavere ed il tipo di omicidio, un omicidio premeditato e a sangue freddo, dove non c’è spazio per il rimorso, ci permettono di inferire che, con tutta probabilità, a coprire il corpo esanime di Lidia fu un soggetto estraneo all’omicidio che, forse perché pregiudicato, non si rivolse alle forze dell’ordine, posto che la zona era frequentata da coppiette, prostitute, transessuali, tossicodipendenti e spacciatori.

– Sappiamo che gli abiti che Lidia indossava quel giorno sono stati distrutti, che cosa si sarebbe potuto trovare su quei vestiti?

Il sangue del suo assassino e quindi il suo DNA. Un omicida che colpisce la sua vittima con numerose coltellate, come in questo caso, di frequente, si ferisce, in quanto dopo i primi colpi il coltello si sporca di sangue e gli scivola dalle mani, in specie quando lo stesso, dopo aver colpito il tessuto osseo, si arresta. Voglio sottolineare come in casi di omicidi vecchi di decenni, come questo, solo una eventuale prova scientifica capace di collocare senza ombra di dubbio un indagato sulla scena del crimine permette di attribuirgli la responsabilità del reato. E’ però necessario che, a monte, si possa contare su una ricostruzione dell’omicidio impeccabile, è da lì che bisogna partire.

– E invece, dello sperma raccolto durante le prime indagini, e poi scomparso, che può dirci?

Agli atti non c’è nulla che lasci pensare che Lidia abbia avuto un rapporto sessuale con l’omicida, a mio avviso, quello sperma non avrebbe permesso di identificare il suo assassino ma, se fosse stato attribuito al suo donatore, avrebbe evitato che si seguisse l’errata pista dell’omicidio sessuale.

– Dottoressa Franco, si può incardinare una condanna all’ergastolo sugli indizi legati alla supposta paternità di uno scritto e all’interpretazione psicologica dello stesso?

Evidentemente no. Io l’ho detto subito che attribuire a qualcuno la lettera-poesia “IN MORTE DI UN’AMICA” equivaleva ad escludere che lo stesso fosse l’assassino di Lidia. L’autore anonimo, infatti, non solo non ha fornito informazioni riguardanti l’omicidio che non fossero note a tutti ma ha mostrato di non conoscere né la dinamica omicidiaria, né il movente. Chi scrisse la lettera, riguardo al movente, riportò l’ipotesi della prima ora diffusa dai familiari di Lidia e dai giornali, un’ipotesi errata.

– I giudici dell’Appello le hanno dato ragione riguardo alla teste dell’accusa, tale Patrizia Bianchi.

Le informazioni fornite dalla Bianchi non sono di nessun interesse, peraltro, durante la sua deposizione, la teste ha dissimulato e ha usato alcuni escamotage linguistici per apparire convincente, in specie non ha riferito il vero in merito alla telefonata intercorsa tra lei e Stefano Binda il 7 gennaio 1987 in cui fu la stessa Bianchi a parlare di una eventuale arma del delitto. I giudici dell’Appello si sono così espressi su di lei: “Non vi è un solo fatto riferito (da Patrizia Bianchi) che possa dirsi rilevante per il processo penale, solo e soltanto la descrizione di un profondo trasporto emotivo (…) Non è una sua responsabilità se fin dai primi colloqui ‘informativi’ con la vice ispettrice NANNI e, poi, da presunta informata sui fatti, ogni sua dubbiosa congettura ed ogni suo labile sospetto siano stati valutati alla stregua di un “Ipse dixit” (…) Né, infine, è sua responsabilità se una mera confabulazione, un suo falso ricordo (giacché, viceversa, occorrerebbe configurare smaccata mala fede), immeritevole non solo di approfondimento ma persino di interesse investigativo, abbia comportato nientemeno che lo ’sbancamento’ con l’intervento dell’Esercito – del Parco Mantegazza”. Vede, nei casi giudiziari, il problema non sono i testimoni che falsificano o dissimulano perché sono intimamente convinti di essere paladini di una nobile causa, il problema sono coloro che gli danno ascolto.

– Riguardo ad un eventuale coinvolgimento di Giuseppe Piccolomo, che ha commesso due omicidi in tempi diversi e che ha confessato alle figlie l’omicidio di Lidia Macchi, cosa può dirci?

Posso dirle che, poiché non è mai stato isolato il DNA dell’assassino di Lidia, non si può escludere un eventuale coinvolgimento di Piccolomo.

Intervista di Paolo Mugnai


Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, si occupa soprattutto di morti accidentali e incidenti scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi.

 

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: UN CASO GIUDIZIARIO NON E’ UNA TORTA DA SPARTIRSI

Criminologa Ursula Franco

La criminologa Ursula Franco è nota soprattutto per le sue competenze in tema di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi. La Franco è consulente della difesa di Paolo Foresta, marito di Annamaria Sorrentino, avvocato Giovanni Pellacchia; è stata la consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita nel caso Ceste; è stata poi consulente degli avvocati Esposito e Martelli, difensori di Stefano Binda. Binda, dopo essere stato condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi, il 24 luglio scorso è stato assolto per non aver commesso il fatto. La Franco è consulente dell’avvocato Salvatore Nicola Verrillo, difensore di Daniel Petru Ciocan che da più di 3 anni è indagato per violenza e omicidio dalla Procura di Benevento nel caso Ungureanu, nonostante il Tribunale del Riesame di Napoli e i giudici della Suprema Corte di Cassazione abbiano dato ragione alla difesa su tutta la linea ed abbiano soprattutto invitato gli inquirenti ad indagare sui genitori di Maria in merito agli abusi. Domani, a Benevento, avrà luogo l’incidente probatorio, ne riparleremo con la consulente Franco.

Le Cronache Lucane, 4 novembre 2019

– Dottoressa Franco, negli ultimi anni, abbiamo imparato a conoscerla ed abbiamo capito che lei ogni volta che si esprime su un caso giudiziario non cerca il consenso ma la verità.

Personalmente ho scoperto a pochi mesi di vita che il mondo non girava intorno a me, non è la fama che cerco, vorrei semplicemente fare il mestiere che amo ed essere utile al nostro sistema giustizia. La ricerca del consenso vizia le conclusioni di coloro che fatico a chiamare “professionisti”, in ogni caso, la strada del consenso è la più facile da percorrere, basta rivendere come proprie le conclusioni cui giunge la massa una volta che è stata forgiata dai Media. Il mio modo di vedere le cose ha un filtro diverso da quello di molti opinionisti e conduttori tv, questi soggetti tendono a spiegarsi i fatti relativi ad un caso giudiziario attraverso il loro limitato patrimonio culturale perché ignorano di “non sapere”.

– Dobbiamo darle atto che lei ha sostenuto che Mario Biondo, Sissy Trovato Mazza e Davide Rossi si sono suicidati e che Mattia Mingarelli era morto in seguito ad un incidente, e le procure le hanno dato ragione. Dottoressa Franco, può un criminologo giungere a conclusioni certe su un caso giudiziario del quale non conosce tutti gli atti?

Certamente, in specie se il caso è stato trattato mediaticamente e sono filtrate informazioni utili.

– Dottoressa Franco, tempo fa, ha dichiarato che “l’ostentata superiorità morale delle parti civili spesso coincide con lo sprezzo della verità che è amorale e causa di errori giudiziari”, con chi ce l’ha?

E’ un insulto alla verità appoggiare una procura in modo acritico o trincerarsi dietro al convincimento della stessa quando l’errore è agli atti. O questi soggetti sono incompetenti o sono in malafede, in entrambi i casi andrebbero presi provvedimenti nei loro confronti.

– Che pensa del tifo da stadio che circonda i casi giudiziari, tifo che coinvolge giornalisti, avvocati e consulenti?

I disturbi di personalità non risparmiano nessuno. Certi soggetti non solo danneggiano i casi sui quali si esprimono perché alimentano l’incivile teatrino mediatico ma anche le relative categorie.

– Che cosa la disgusta di più di ciò che circonda un caso giudiziario?

Chi lo approccia come una torta da spartirsi.

ESCLUSIVA, PROCESSO A STEFANO BINDA: INTERVISTA ALLA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO SULLE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA EMESSA DAI GIUDICI DELL’APPELLO NEL LUGLIO SCORSO

Lidia Macchi

Per l’omicidio di Lidia Macchi, una studentessa trovata uccisa con 29 coltellate nel gennaio del 1987 in un bosco del Varesotto, Stefano Binda, un conoscente della Macchi, 19enne all’epoca dei fatti, che era stato condannato all’ergastolo in primo grado dalla Corte d’Assise di Varese, è stato assolto dalla Corte d’Appello di Milano, il 24 luglio 2019. A Binda era stata attribuita una missiva intitolata IN MORTE DI UN’AMICA, che era stata recapitata a casa Macchi all’indomani dell’omicidio, una missiva che secondo l’accusa era stata scritta dall’assassino.

Le Cronache Lucane, 28 ottobre 2019

Abbiamo intervistato la criminologa Ursula Franco, che è stata consulente della difesa di Stefano Binda, avvocati Patrizia Esposito e Sergio Martelli. 

La dottoressa Franco, da noi intervistata più volte in merito al caso Binda/Macchi, ha sempre sostenuto che la lettera- poesia IN MORTE DI UN’AMICA non era stata scritta dall’assassino e che, di conseguenza, il caso non era da ritenersi un caso di interesse grafologico: “Attribuire a qualcuno la lettera-poesia IN MORTE DI UN’AMICA equivale ad escludere che lo stesso sia l’assassino, perché chi la scrisse mostrò di non essere a conoscenza della dinamica omicidaria. La ricostruzione di un omicidio è il punto da cui partire, una ricostruzione senza smagliature conduce alla verità storica, una ricostruzione sbagliata all’errore giudiziario, come in questo caso, un caso che resterà irrisolto a causa degli errori investigativi”. 

In questo caso giudiziario non sono mancati scontri tra la criminologa Ursula Franco, consulente della difesa di Stefano Binda, e l’avvocato della madre di Lidia Macchi, Daniele Pizzi. 

Nel febbraio di quest’anno, la Franco aveva rilasciato un’intervista a Paolo Grosso e il quotidiano di Varese “La Prealpina” aveva titolato così: “La criminologa Ursula Franco scagiona Stefano Binda: l’assassino è un predatore sconosciuto”, il contenuto dell’intervista aveva scatenato le ire di Pizzi che aveva così replicato: «(…) dire che “il nome dell’assassino di Lidia non è agli atti” non è altro che l’ennesimo oltraggio alla sua memoria! L’unica cosa che ad oggi conta è la sentenza della Corte di Assise di Varese. Ed è soltanto rispettando questa sentenza che si rispetta la memoria di Lidia. La famiglia Macchi è rimasta esterrefatta dinanzi alle esternazioni della dottoressa Ursula Franco a proposito della morte di Lidia, dal momento che il nome di questa dottoressa non è mai entrato in nessun atto processuale e in nessuna aula giudiziaria. Inoltre mi sorprende leggere che nel processo di appello la difesa di Stefano Binda utilizzerà la consulenza della dottoressa Franco (…) ad uccidere Lidia è stata una persona che lei conosceva bene, come sentenziato dalla Corte d’Assise di Varese che ha condannato Binda all’ergastolo. Quanto sostenuto dalla dottoressa Franco cozza totalmente con quanto riconosciuto anche da tutti gli altri giudici che si sono pronunciati sinora, ovvero il Gip di Varese nonché il Tribunale del Riesame di Milano e la Suprema Corte di Cassazione di Roma, quando decisero sulla richiesta di scarcerazione di Binda, stabilendo che sarebbe dovuto rimanere in carcere. Dire che “nessuno ha mai approfondito i movimenti di Lidia e di altri di quel pomeriggio” è una scorrettezza bella e buona nei confronti di tutti gli sforzi investigativi profusi dalla Procura Generale di Milano per circostanziare al meglio le ultime ore di vita di Lidia. Mi si accappona la pelle leggendo che “Stefano Binda è la vittima ideale di un errore giudiziario”: questo significa voler screditare a tutti i costi l’operato attento e meticoloso della Corte d’Assise di Varese nel processo che ha portato alla condanna di Stefano Binda. Quelle che, a questo punto, sarebbero da approfondire sono le competenze specifiche della dottoressa Franco (…)». Nel luglio scorso, durante il processo d’appello, sempre l’avvocato di parte civile, Daniele Pizzi, legale della madre della Macchi, aveva detto: ”Noi siamo in attesa che Stefano Binda dica cosa è successo a Lidia”, la dottoressa Franco aveva così replicato: “Binda ha detto la verità, non ha ucciso lui Lidia Macchi. E’ paradossale che si chiedano risposte in merito ad un caso di omicidio ad un imputato estraneo ai fatti. Sono le procure italiane che devono ricostruire nei dettagli gli omicidi di cui si occupano e dare risposte ai familiari delle vittime, non gli imputati, soprattutto quando sono estranei ai fatti”. 

Ad oggi le motivazioni della sentenza di secondo grado hanno dato ragione alla criminologa Ursula Franco su tutta la linea, riguardo all’avvocato Daniele Pizzi, nell’elaborato dei giudici del secondo grado che hanno assolto Binda, tra l’altro, si legge: “Strada (…) più profittevole di quella invocata ancora oggi, inspiegabilmente, dal Patron di Parte civile (avvocato Daniele Pizzi) d’inseguire sterilmente l’agognata verità attraverso la confessione dell’imputato che suona, per un verso, inutilmente irridente nei suoi confronti e, per altro verso, in aperta contraddizione con i continui proclami pubblici di voler solo la verità e non un colpevole pur che sia”. 

– Dottoressa Franco, che effetto le hanno fatto l’assoluzione di Stefano Binda e le motivazioni della relativa sentenza?

Ho provato la soddisfazione che si prova quando accade una cosa “giusta”, una soddisfazione che non è quantitativamente equiparabile allo sconforto che assale quando viene condannato un innocente. Sono contenta per Stefano Binda, personalmente non mi esprimo se non ho certezza delle mie conclusioni e attendo le conclusioni dei giudici per l’imputato, non per avere conferme o smentite ai miei convincimenti. Purtroppo, spesso, l’errore giudiziario non viene riconosciuto ma, anzi, viene consacrato dalla Suprema Corte di Cassazione, perché, con il tempo, la verità viene sommersa da una quantità ingombrante di ricostruzioni fantastiche, in questo caso, fortunatamente, i giudici hanno potuto contare sul dettagliato atto d’Appello redatto dagli avvocati della difesa, Patrizia Esposito e Sergio Martelli. 

– Ricordiamo ai nostri lettori che la dottoressa Franco ha sempre sostenuto come la teste dell’accusa Patrizia Bianchi, spacciata da tutti come  “superteste”, non abbia apportato alcun contributo alle indagini e di come la stessa, durante le sue deposizioni,  avesse invece dissimulato, si fosse auto censurata ed avesse fatto ricorso ad escamotage linguistici per apparire convincente; ebbene, i giudici così si sono espressi sulla cosiddetta “superteste” dell’accusa: “Non vi è un solo fatto riferito (da Patrizia Bianchi) che possa dirsi rilevante per il processo penale, solo e soltanto la descrizione di un profondo trasporto emotivo (…) Non è una sua responsabilità se fin dai primi colloqui ‘informativi’ con la vice ispettrice NANNI e, poi, da presunta informata sui fatti, ogni sua dubbiosa congettura ed ogni suo labile sospetto siano stati valutati alla stregua di un “Ipse dixit” (…) Né, infine, è sua responsabilità se una mera confabulazione, un suo falso ricordo (giacché, viceversa, occorrerebbe configurare smaccata mala fede), immeritevole non solo di approfondimento ma persino di interesse investigativo, abbia comportato nientemeno che lo ’sbancamento’ con l’intervento dell’Esercito – del Parco Mantegazza”, dottoressa cosa vuole aggiungere?

Sono d’accordo con i giudici dell’Appello e l’ho spesso dichiarato: nei casi giudiziari, il problema non sono i testimoni che falsificano o dissimulano perché sono intimamente convinti di essere paladini di una nobile causa, il problema sono coloro che gli danno corda. Nel caso Macchi esiste un Faldone nel quale sono raccolte le testimonianze di diversi soggetti che si erano convinti di poter essere d’aiuto alla soluzione del caso, è in quel Faldone che andavano archiviate le ‘informazioni’ fornite dalla signora Patrizia Bianchi alla vice ispettrice Nanni. 

– Dottoressa Franco, che ruolo hanno avuto i Media in questo caso?

Quasi tutti i Media non sono stati super partes, infatti, invece di dar voce ad accusa e difesa, hanno spesso ridicolizzato le ragioni della difesa e sostenuto la procura, contribuendo così a creare un “mostro” che non esiste. Andrebbero perseguiti per questo. Tra i giornalisti ci sono state alcune voci fuori dal coro, la sua, Domenico Leccese, quella di Simone Di Meo, direttore del giornale d’inchiesta Stylo24 e quella dell’ottima Monica Terzaghi di Telesettelaghi, una giornalista equilibrata e preparata che merita un encomio in quanto ha preso una posizione personale netta a difesa di Stefano Binda.

– Dottoressa Franco, si arriverà mai alla soluzione del caso?

Non credo. A volte occorre rassegnarsi. In questo caso le mancanze investigative non lasciano scampo e, soprattutto, una volta riaperto il caso, l’errore più grosso fatto dagli inquirenti è stato quello di aver preso per buona la prima ricostruzione della dinamica omicidiaria. L’errore nella ricostruzione dei fatti non ha permesso, infatti, né di ricostruire il giusto profilo dell’assassino, né di inferire il movente.

La prova logica e l’abuso della perizia tecnica. Il caso Binda-Macchi.

Enciclopedia delle armi - a cura di Edoardo Mori

La prova logica e l’abuso della perizia tecnica. Il caso Binda-Macchi.

di Alberto Miatello, 6 settembre 2019

   Introduzione
Vorrei suggerire – quale legale e studioso di criminologia da oltre 30 anni – a tutti gli operatori del diritto ed in particolare a magistrati del penale, studenti di giurisprudenza, avvocati penalisti, funzionari di polizia, ecc., un’attenta lettura dello studio del dott. Edoardo Mori, sugli errori giudiziari originati da una erronea impostazione logica delle indagini, oltre che dall’abuso delle perizie tecniche, con le quali molti Pm – non fidandosi delle proprie capacità investigative e di valutazione del materiale probatorio – tendono a delegare al perito (non di rado un emerito incompetente loro amico!) la “soluzione” del caso, talora in modo acritico e pedissequo.
Tale studio – frutto di un’esperienza di magistrato di oltre 40 anni, rigoroso e preciso nell’analizzare senza remore né indulgenze molti errori giudiziari e peritali – costituisce un preziosissimo “faro illuminante ”, per orientare gli operatori che svolgono indagini penali lungo il complesso, tortuoso e delicatissimo percorso di un’indagine, oltre a fornire al giudice criteri fondamentali onde evitare gli errori più comuni, che spesso indirizzano le indagini verso piste investigative sbagliate, la cui tragica conseguenza finisce quasi sempre per essere la condanna di imputati innocenti, e l’impunità dei veri colpevoli.
Particolarmente condivisibili le parole dell’Autore a p. 6, “…Questo soltanto perché, come diremo, pare che gli investigatori non si fidino più della prova logica, che invece rimarrà sempre la più affidabile. Le statistiche dimostrano che nella quasi totalità dei casi un delitto è banale, e che sono ancora valide le regole stabilite da un filosofo medievale, rimasto famoso per le regole logiche dette “rasoio di Occam”…“.
Ma cos’è la “prova logica”? Senza dilungarci troppo per non tediare il lettore, possiamo affermare che essa si compendia nell’art. 192 c.p.p., secondo cui 1’esistenza di un fatto (in carenza di una prova diretta ed incontrovertibile), in un processo, può essere desunta da indizi solo ove essi siano: “gravi – cioè in grado di esprimere elevata probabilità di derivazione dal fatto noto di quello ignoto – precisi – cioè non equivoci – e concordanti, cioè convergenti verso l’identico risultato ” ( Cass. 30382/2016).
E a proposito di elevata probabilità di derivazione del fatto noto (delitto) da quello ignoto (suo autore e colpevole), una delle regole logiche fondamentali è quella millenaria dell’id quod plerumque accidit, ovvero le regole probabilistiche e di buon senso che vengono riassunte nelle c.dd. “massime d’esperienza”, le regole consolidate delle conoscenze scientifiche, dei comportamenti umani abituali, degli avvenimenti che accadono nel corso dell’esistenza, ecc.
Questa premessa era necessaria per analizzare e comprendere un caso giudiziario clamoroso, nel quale queste regole d’esperienza sono state tragicamente ed incredibilmente calpestate, per oltre 32 anni: il caso di Stefano Binda, e del delitto di Lidia Macchi.

1) Il delitto di Lidia Macchi
Lidia Macchi era una studentessa di giurisprudenza di 20 anni di Varese, che la sera del 5 gennaio 1987 era scomparsa dopo le ore 20,15, dopo essere uscita dall’ospedale di Cittiglio (Va), reduce da una visita ad una sua amica d’università, Paola Bonari (ricoverata per una frattura dopo un incidente d’auto). Dopo 2 giorni, la mattina del 7 gennaio, il suo cadavere straziato da 29 coltellate ( aveva anche subito violenza sessuale) venne trovato da tre suoi amici di Comunione e Liberazione in un boschetto vicino all’ospedale, a terra nascosto da un cartone, a fianco della Fiat Panda della ragazza.
La pista che gli inquirenti avrebbero dovuto seguire era in realtà chiarissima fin dai primi momenti: prima di Lidia, in quei giorni di inizio gennaio 1987, altre tre ragazze che si erano recate in quell’ospedale a visitare degenti, erano state aggredite e molestate nel posteggio, e sempre dallo stesso individuo, di cui tutte e tre avevano fornito il medesimo identikit: bruno, baffuto, media statura, tarchiato, sui 30-35 anni. Inoltre, questo individuo era anche armato di coltello (ad una delle ragazze tagliò gli pneumatici dell’auto) e chiaramente pericoloso (una di quelle ragazze se lo trovò già in auto appena aperta la portiera).
Tra l’altro l’ultima ragazza ad essere molestata/aggredita dal maniaco fu avvicinata nel posteggio dell’ospedale alle ore 19 del 5 gennaio, cioè poco più di un’ora prima dell’uscita e della scomparsa di Lidia dall’ospedale. Si salvò perché un’auto entrò nel posteggio coi fari accesi, e l’individuo preferì desistere dai suoi propositi, e si allontanò rapidamente.
Sarebbe stato sufficiente mostrare in tv e sui giornali l’identikit di questo personaggio, e in breve lo si sarebbe identificato. Inoltre un’altra donna, pochi giorni dopo (11 gennaio 1987) l’assassinio di Lidia, era stata molestata dal medesimo personaggio tarchiato e baffuto in un bar, in un comune vicino (Cuveglio), e poi l’uomo l’aveva seguita a distanza in auto (un’auto bianca di grossa cilindrata, con le prime cifre della targa VA88…), fino a che la donna si era rifugiata in casa con la bambina piccola.
Quindi la logica più elementare suggeriva che la pista giusta fosse quella del maniaco stupratore omicida, che per alcuni giorni aveva insistentemente cercato una “preda”, aggredendo a caso le ragazze di passaggio in quel posteggio dell’ospedale, e che purtroppo, dopo i primi tentativi andati a vuoto, era riuscito nel suo intento criminale con Lidia Macchi.
Tuttavia, nel giro di pochi giorni questa pista venne abbandonata totalmente, per imposizione di un Pm di Varese , Agostino Abate, che si era invece convinto che l’assassino facesse parte del gruppo di amici di CL di Varese di Lidia Macchi. Perché? Perché il 10 gennaio (giorno del funerale di Lidia), alla famiglia della ragazza era pervenuta una lettera anonima, che conteneva una poesia (“In morte di un’amica”) di tema religioso.
Eccola al link qui sotto.
https://malkecrimenotes.wordpress.com/2018/10/05/omicidio-di-lidia-macchi-analisi-della-lettera-anonima-in-morte-di-unamica/
Come è facile capire, quella poesia era stata evidentemente scritta da un amico/a della ragazza, inorridito e sgomento per la sua tragica e prematura fine, e nel testo della poesia infatti veniva sviluppato un parallelismo tra la fine tragica di Lidia e quella di Gesù Cristo, entrambi morti innocenti e vittime della malvagità umana. Inoltre – e contrariamente a quanto ripetuto in seguito dagli inquirenti – quella poesia non conteneva alcuna informazione sulle circostanze del delitto, che già non fosse nota a tutti, anche solo sulla base della lettura delle cronache dei quotidiani di quei giorni.
Nel link di cui sopra, la criminologa Ursula Franco analizza correttamente il testo della poesia, e ne sottolinea la totale irrilevanza, quale possibile indizio che ne indichi la provenienza dall’assassino.
Inoltre, contrariamente a quanto ripetuto da molti media e sedicenti “esperti” in tutti questi anni, non è vero che le indagini fossero così difficili, nell’immediatezza del delitto.
Oltre all’identikit delle donne molestate, e al chiaro movente desumibile dalle circostanze del delitto, c’erano altri 3 elementi che avrebbero dovuto subito indirizzare le indagini degli inquirenti nella direzione del maniaco del posteggio:
A) Estrema brutalità del delitto: stupro + omicidio = elevatissima probabilità di criminale seriale e molto pericoloso.
Non sono molti gli inquirenti italiani che conoscono le classificazioni degli stupratori da parte dell’FBI americana, condotte su milioni di casi, in quasi 100 anni di attività federale. Mentre gli stupri “isolati” sono molto frequenti, e negli Stati Uniti vengono denunciati in media oltre 120.000 casi di violenza sessuale ogni anno, solo in 1 caso di stupro su circa 6.000 lo stupratore uccide la propria vittima.
Come si può vedere dalla tabella al link sotto, nel quinquennio 2012-2017, in media negli Stati Uniti si ebbero circa 20 casi di stupro (rape] ogni anno, seguiti da omicidio della vittima.
https://ucr.fbi.gov/crime-in-the-u.s/2017/crime-in-the-u.s.-2017/tables/expanded-homicide-data-table-12.xls

Ed immancabilmente gli stupratori omicidi sono sempre individui estremamente brutali, spesso sadici, e quasi sempre criminali seriali, che tendono a ripetere – ove ne abbiano l’occasione – l’omicidio delle loro vittime.

    B) Totale assenza di precedenti criminologici di stupratori omicidi che avessero inviato poesie alle famiglie delle loro vittime.
Questa considerazione avrebbe dovuto immediatamente dissuadere gli inquirenti dal perdere tempo ad indagare su quella poesia. Non esiste un solo precedente al mondo di stupratore omicida (che sono gli individui più crudeli ed incapaci di ogni forma di empatia e pietà verso le loro vittime) che abbia mai inviato poesie alla famiglia della propria vittima, dopo appena 3 giorni dal delitto!
E il motivo è più che evidente: si tratterebbe di un comportamento totalmente illogico ed incoerente, da parte di quella tipologia di criminali. Di converso, tutti i serial killer a sfondo sessuale hanno sempre giustificato i propri crimini, a volte anche in modo compiaciuto.
Vi sono stati casi di omicidi seriali che avevano inviato messaggi di scherno o di sfida agli investigatori, dopo i loro delitti. Qui in Italia accadde nel settembre 1985, dopo l’ultimo delitto del c.d. “mostro di Firenze”, quando il criminale inviò una busta con un macabro reperto (lembo di pelle del seno della vittima) alla Pm che conduceva le indagini. Ci fu poi il caso di un altro criminale seriale. Marco Bergamo (c.d. “mostro di Bolzano”) , condannato negli anni ’90 per gli omicidi di 5 donne. Lasciò un breve biglietto in cui rivendicava il delitto di una di loro, ma senza alcun pentimento, anzi affermava che “aveva dovuto farlo” .
Ma è evidente che la probabilità che uno stupratore omicida decida dopo 3 giorni dal delitto di inviare una poesia di contenuto religioso alla famiglia della propria vittima è più o meno pari a quella che una banda di rapinatori che abbiano trucidato le guardie giurate di un furgone portavalori, dopo 3 giorni devolvano in beneficenza il provento della loro sanguinosa rapina: pari a 0!
E peraltro, contrariamente a quanto affermato dagli inquirenti, quella poesia aveva un contenuto chiarissimo, che nulla aveva a che fare con una presunta “confessione” del delitto, o col “pentimento” di esso.
Nelle strofe finali, infatti, l’autore (o autrice) manifesta a Gesù Cristo la propria indignazione, per l’ingiustizia della morte sua (di Cristo) e della ragazza innocente: “Come puoi rimanere appeso al leg(n)o. In nome della giustizia. Nel nome deH’uomo. Nel nome del rispetto per l’uomo, passi da noi il calice.”
Quindi non vi era nessun “pentimento”, né “compiacimento” per quel delitto orrendo, ma solo indignazione e ribellione di un credente a fronte di un’ingiustizia così grande.

C) La tempistica dell’aggressione a Lidia dimostrava che era stata aggredita da uno sconosciuto.
Infine, c’era un ulteriore elemento che – subito dopo la scoperta del delitto – avrebbe dovuto convincere gli inquirenti che l’assassino di Lidia era uno sconosciuto, e non certamente una persona del suo gruppo di amici o conoscenti. Ciò che è strano è che questo elemento non è stato evidenziato neppure dai difensori di Stefano Binda.
L’elemento scaturiva dal raffronto e dal coordinamento delle testimonianze delle due persone che erano lì all’ospedale di Cittiglio, nel momento in cui Lidia uscì dalla camera della sua amica Bonari e ritornò al posteggio dove aveva lasciato la Fiat Panda.
Lidia uscì dalla camera dell’amica alle ore 20,15. In quei momenti, una testimone – Liliana Maccario – che si trovava in un’altra camera ad assistere la suocera, e che attendeva con impazienza l’arrivo del marito in auto per riportarla a casa, e pertanto controllava spesso l’ora e guardava fuori dalla finestra, nel cortile del posteggio, disse di avere visto, poco dopo le ore 20, un’auto bianca “3 volumi, di grossa cilindrata” che giungeva da via Marconi ed entrava nel parcheggio dell’ospedale, e si era fermata vicino alla Panda di Lidia. Poi, stranamente, quell’auto era rimasta coi fari accesi 2-3 minuti. Poi i fari si erano spenti, ma il conducente non era sceso, come se aspettasse qualcuno. Dopodiché la signora Maccario si era ritratta dalla finestra. Una decina di minuti dopo – dirà la Maccario – quindi attorno alle 20,16/20,18, la signora si era affacciata nuovamente sul cortile, e aveva visto la Fiat Panda di Lidia che si allontanava “a passo d’uomo” dal posteggio.
Questa è la prova inequivocabile che la ragazza in quel momento era già sotto la minaccia del coltello del suo aguzzino, e usciva guidando l’auto a passo d’uomo, o perché paralizzata dalla paura, oppure per lanciare un ultimo disperato segnale a coloro che potevano assistere alla scena e venire a salvarla, forse per richiamare la loro attenzione.
Ma se la ragazza era uscita dall’ospedale di Cittiglio verso le ore 20,16 (calcolando un minuto circa per percorrere i corridoi e scendere le scale), e – dalla testimonianza della Maccario – era stata aggredita dal criminale tra le 20,16-20,18 – ciò significa che chi l’aggredì lo fece subito, quindi non poteva essere un amico, o un conoscente!
Proprio le regole dell’esperienza ci dicono infatti che quando 2 persone che si conoscono si incontrano inaspettatamente, trascorrono sempre almeno 3’-4’ in saluti, discorsi e convenevoli vari.
Quindi se Lidia avesse incontrato all’uscita dell’ospedale un amico, allora la Maccario affacciandosi poco dopo le 20,16 avrebbe visto la ragazza intenta a conversare con lui, e non avrebbe visto la Fiat Panda che già si allontanava a passo d’uomo.
Va poi osservato che nessuno degli amici di Lidia sapeva che lei si era recata dalla Bonari dopo le 19. Nel 1987 non esistevano ancora cellulari, internet ed e-mail, si comunicava solo coi telefoni fissi. Il 5 gennaio Lidia telefonò la mattina a diversi amici per farsi dare un passaggio in auto a Cittiglio, ma con esito negativo. Poi, solo la sera dopo le 17,30 i genitori della ragazza e la cugina (Nadia Bettoni) con la Fiat Panda rientrarono inaspettatamente a Varese dalla vacanza , e la ragazza potette usufruire all’ultimo momento della Panda della cugina.
Ma nessuno, nemmeno la stessa Lidia, lo seppe se non all’ultimo minuto, e quasi certamente la ragazza si era rassegnata a recarsi dall’amica in treno il giorno dopo, per l’Epifania.
Infine, il comportamento dell’individuo a bordo dell’auto bianca, all’arrivo in quel posteggio, dimostra chiaramente che quello era l’assassino, e non era certo un conoscente della ragazza, o di Paola Bonari.
L’accusa e i giudici di Varese scriveranno apoditticamente nella sentenza che l’uomo dell’auto bianca era sicuramente Binda (che possedeva una Fiat 131 bianca, auto peraltro di media – non di grande – cilindrata) che andava a trovare Paola Bonari. Ma se così fosse non si capisce perché Binda sarebbe andato a visitare una semplice conoscente (Binda aveva solo un rapporto di conoscenza occasionale con Paola Bonari) ben oltre l’orario di visita dei parenti (che terminava alle ore 19,30) , e senza nemmeno poi scendere dall’auto!
Queste circostanze dimostrano che l’uomo a bordo dell’auto bianca non era un conoscente di Lidia, o di Paola Bonari, ma era il maniaco del posteggio che si era appostato e attendeva il ritorno dell’ultima visitatrice (era rimasta solo l’auto di Lidia, lì nel posteggio, a quell’ora), per poterla aggredire.

2) Le indagini e la pista sbagliata per oltre 26 anni.
Tra le numerose affermazioni errate contenute nella sentenza del 2018 di Varese, ve n’è una che riguarda le prime indagini, argomento che i giudici, a p. 29, peraltro liquidano in meno di tre righe – delle 198 pagine di motivazioni – sostenendo che la prima pista seguita fu quella del maniaco, ma le indagini non ebbero “sbocco positivo”.
Falso! La realtà è che non fu proprio svolta alcuna seria indagine, a parte un unico sopralluogo dei CC attorno all’ospedale, con l’identificazione “prò forma” di qualche clochard e sbandato. Ma la ricerca dell’uomo dell’identikit segnalato dalle 3 donne fu rapidamente interrotta dopo pochi giorni, su disposizione del Pm Abate, che invece si concentrò solo sull’ambiente e sugli amici della ragazza, nella convinzione che l’omicida fosse l’autore della poesia e un amico della ragazza.
Abate ricorse a metodi intimidatori e polizieschi, arrestando per alcuni giorni – senza neppure iscriverlo nel modello 21 del registro degli indagati – il sacerdote che aveva benedetto la salma di Lidia, don Antonio Costabile (solo perché il suo alibi per la sera del delitto era sembrato non convincente), e interrogando con metodi inquisitori tutti gli amici di Lidia del gruppo di CL di Varese.
Don Costabile dopo l’arresto per molti anni si trovò ad essere sospettato di un crimine infamante, senza peraltro nemmeno potersi difendere, poiché poi le indagini di Abate si erano arenate, ma lui di fatto era sempre sospettato del delitto, di cui peraltro formalmente non risultava nemmeno indagato.
Abate è stato sanzionato nel 2017 dal CSM con la perdita di 8 mesi d’anzianità, e con il trasferimento ad altra sede (Como) e ad altra funzione (giudice civile), per la negligente gestione del caso Macchi, con violazione dei diritti degli indagati, ed in particolare per la sua responsabilità nella sparizione di alcuni reperti, che Abate conservava indebitamente nella sua cassaforte.
Ma il fatto sicuramente più grave fu la sparizione e la distruzione dei reperti più importanti del delitto, avvenuta nel 2000, con l’inescusabile distruzione degli importantissimi 11 vetrini nei quali era conservato il liquido seminale dello stupratore assassino della Macchi, e che sicuramente, nel 2000 e negli anni successivi, avrebbe potuto fornire il DNA per identificarlo.
Ma per tornare alle indagini della prima fase del delitto Macchi, la falsa pista perseguita dal Pm Abate inevitabilmente condusse ad un vicolo cieco, e le indagini si arenarono per ben 26 anni, fino al 2013.

3) L’individuazione di Giuseppe Piccolomo. nel 2013.
Nel 2013 accadde un fatto imprevedibile, che condusse alla ripresa delle indagini sul delitto di Lidia, ormai considerato un “colà case” con scarse speranze di sviluppi.
Filomena e Nunzia, le due figlie di Giuseppe Piccolomo – un criminale condannato all’ergastolo per l’efferato delitto di una pensionata, Carla Molinari, che Piccolomo aveva ucciso a coltellate per rapina nel 2009, e alla quale aveva tagliato ed asportato le mani, dopo essere stato graffiato al volto – avevano accusato il padre di essersi vantato con loro di essere l’assassino di Lidia Macchi, mimando sadicamente il gesto delle coltellate.
Inoltre le due donne avevano rivelato alla sostituta Pg Carmen Manfredda – che aveva avocato le indagini su Piccolomo – che il padre le aveva sottoposte per anni, già da bambine, a violenze sessuali e maltrattamenti, e si dissero altresì certe che l’incendio dell’auto che aveva provocato la morte della loro madre, Marisa Maldera – e per il quale Piccolomo era stato condannato per omicidio colposo, per avere trasportato una tanica di benzina nell’auto – era stato in realtà premeditato da Piccolomo per incassare due polizze sulla vita della moglie, oltre che per liberarsi di lei, avendo da tempo una relazione con un’altra donna. La dr.ssa Manfredda, riaprendo le indagini sul delitto Macchi, aveva così scoperto che l’identikit del maniaco , delle donne molestate nel posteggio dell’ospedale di Cittiglio a gennaio 1987, corrispondeva in modo impressionante alle foto di Piccolomo in quel periodo di fine anni ’80. Piccolomo in quel periodo risiedeva a Caravate, a poche centinaia di metri dal luogo in cui era stato ritrovato il cadavere di Lidia.
noltre, la Manfredda indagando scoprì che il cartone che ricopriva il cadavere di Lidia era stato prodotto da una fabbrica di mobili in legno di tiglio per camerette per bambini, e Piccolomo aveva un figlio piccolo e aveva comprato quel tipo di mobili, un anno prima del delitto.
Infine, il modus operandi (numerose coltellate, con tagli profondi alla gola e colpi a “tripletta”) dell’assassino della Molinari era del tutto simile a quello dell’assassino di Lidia.

Identikit
(identikit del maniaco del posteggio, e a destra la foto di Giuseppe Piccolomo in quel periodo)
Quindi, a fronte di ben 5 indizi chiari e precisi, la Pg Manfredda nel 2015 aveva chiuso le indagini, e stava per rinviare a giudizio Piccolomo anche per lo stupro e l’omicidio Macchi. Piccolomo peraltro è stato condannato nel 2019 ad un secondo ergastolo anche per l’omicidio premeditato della moglie.
Tuttavia Piccolomo non venne rinviato a giudizio, poiché – su istanza del suo avvocato – venne effettuato un test del DNA sui reperti ancora disponibili del caso Macchi, e poiché non venne trovato il DNA di Piccolomo, la Manfredda chiese la sua archiviazione.
Errore palese!
In realtà quella perizia era inutile, poiché nel 2015 gran parte dei reperti più importanti erano spariti dall’ufficio corpi di reato di Varese. Mancavano molti indumenti della ragazza (jeans, collant, stivaletti, maglione), mancava il sedile posteriore della sua auto, e soprattutto mancavano gli 11 vetrini col liquido seminale dello stupratore assassino, il solo reperto biologico che avrebbe potuto scagionare i sospettati il cui DNA fosse risultato differente. Pertanto – a fronte di reperti incompleti – quella perizia si rivelava inutile, quale ipotetica prova dell’estraneità al delitto dei sospettati di esso.
Quindi Piccolomo ben poteva e doveva essere rinviato a giudizio, a fronte di indizi davvero gravi, precisi e concordanti a suo carico.
Dopodiché la dr.ssa Manfredda, probabilmente nell’impazienza di risolvere a tutti i costi il caso, dopo averlo seguito così a lungo, commise l’errore più grande, che rovinò tutto il suo ottimo lavoro d’indagine su Piccolomo, incriminando nel 2016 uno degli amici di Lidia, Stefano Binda, che era stato “riconosciuto” da una compagna di liceo dell’epoca. Patrizia Bianchi, quale autore della famosa poesia.

4) Il processo contro Binda a Varese, e la condanna all’ergastolo del 2018
Ma più in dettaglio, quali erano gli indizi, o le prove, a carico di Binda? Per quanto incredibile, non solo non esisteva alcuna prova, ma – a differenza di Piccolomo – non vi era neppure un solo indizio a suo carico, che tecnicamente potesse definirsi grave e preciso!
Infatti, scartata come irrilevante la famosa poesia, di cui abbiamo già parlato.
L’accusa aveva esibito nel processo a Varese quelli che – a suo dire – costituivano indizi gravi della colpevolezza di Binda.
Nel corso della perquisizione a casa dell’imputato nel 2016 era stato trovato un foglio di protocollo con una vecchia versione di greco dei tempi del liceo, chiosata da persona diversa da Binda, e su cui era apposta la frase: “Stefano è un barbaro assassino”.
Secondo l’accusa tale frase si riferiva al delitto di Lidia Macchi.
Tuttavia, Binda aveva disconosciuto di avere scritto quella frase, che peraltro poteva benissimo essere stata scritta per scherzo, e riferirsi a tutt’altro che a Lidia Macchi, ad esempio chi l’aveva scritta poteva riferirsi al fatto che Binda avesse “assassinato” la versione di greco, traducendola male!
Ben lungi dall’essere grave e preciso, in relazione al delitto, quell’indizio era del tutto vago e generico.
La polizia aveva anche sequestrato a casa di Binda un vecchio blocco/quaderno ad anelli, con fogli staccabili bucati, e l’accusa aveva stabilito , con una perizia merceologica, che quel blocco aveva la carta con una composizione del tutto simile a quella del foglio forato su cui era stata scritta la poesia.
Sennonché anche qui fu facile per la difesa ribattere che di quei blocchi a fogli bucati ne esistevano e ne esistono a milioni, di formati standard, con la carta prodotta con lavorazioni industriali altrettanto standard, e quindi quel blocco non provava proprio nulla.
In un altro foglio sequestrato in casa di Binda era scritta la frase: “Caro Stefano sei fregato, dovresti strapparti gli occhi per quello che hai fatto”, ma Binda la spiegò come riferita alla sua condizione di tossicodipendente che invano voleva smettere con l’assunzione della droga, e alla sofferenza che provocava in famiglia e a sé stesso.
Nel corso del processo, la sua accusatrice ed ex amica di liceo Patrizia Bianchi testimoniò che alla fine del funerale di Lidia, Binda le aveva detto: “non sai che cosa sono stato capace di fare!”
Ovviamente, nell’irriducibile pregiudizio colpevolista della Corte di Varese, tale frase era stata interpretata dai giudici come riferita al delitto di Lidia. E tuttavia, con una riflessione minimamente distaccata, chiunque può subito capire che quello non è certo il genere di frase che pronuncerebbe un brutale stupratore assassino. La frase di Binda, semmai, è la tipica frase che chiunque di noi pronuncia se è riuscito a compiere qualcosa di insolito e curioso. Ad esempio. Binda (che peraltro non si ricordava di avere detto quella frase, dopo oltre 30 anni) poteva riferirsi al fatto banale di avere trovato un posto per parcheggiare l’auto in extremis, nella ressa del funerale, oppure si riferiva al fatto di essere arrivato in tempo alla cerimonia funebre, pur essendo in ritardo, correndo in auto a tempo di record! Insomma, una frase del tutto banale e irrilevante, che chiunque di noi può pronunciare in mille circostanze, nella fervida fantasia accusatoria della Bianchi e della Corte di Varese assurgeva grottescamente a prova del delitto!
La Bianchi riferì poi che Binda si era innervosito al telefono e aveva troncato la conversazione, dopo il funerale di Lidia, poiché lei gli aveva parlato dell’arma del delitto e del coltello, e il giorno dopo Binda aveva gettato in sua presenza un involucro in un parco di Varese (che fu fatto inutilmente e tardivamente perlustrare, 30 anni dopo il delitto, nella vana speranza di ritrovare “l’arma del delitto”).
Ma anche in questo caso, è palese l’irrilevanza indiziaria dell’episodio, ad una valutazione rigorosa. Binda poteva benissimo essersi innervosito al telefono non perché temesse che gli trovassero l’arma del delitto, ma semmai perché era irritato per le affermazioni della ragazza, che non condivideva. Qualsiasi persona si altera se vede che l’interlocutore insiste con un’opinione da cui dissente, e allora si innervosisce e cerca di troncare la conversazione. E per quanto attiene al sacchetto gettato nel cestino al parco, è del tutto evidente a chiunque che se Binda fosse stato l’assassino di Lidia, e avesse voluto sbarazzarsi del coltello, avrebbe potuto farlo in mille modi, da solo, di sera al buio, gettandolo nel lago, in un tombino, ecc., ma si sarebbe ben guardato dal farlo “coram populo” in un parco, davanti alla Bianchi e a dozzine di persone!
Quindi è evidente che quell’involucro non conteneva null’altro se non cianfrusaglie, lattine, cartacce, bucce di frutta, avanzi di cibo, ecc., come tutti gli involucri di rifiuti che la gente getta nei cestini della spazzatura.
In conclusione: un’analisi rigorosa degli elementi presentati dall’accusa contro Stefano Binda a Varese dimostra che NESSUNO dei presunti indizi a suo carico poteva realmente definirsi grave e preciso.
Si trattava di circostanze ambigue, interpretabili in svariati modi, e che pertanto difettavano dei requisiti essenziali della gravità e precisione. Per non parlare dell’imbarazzante “architrave” su cui era stato edificato l’intero processo: la famosa poesia che, ben lungi dall’essere indizio di provenienza dall’assassino, si rivelava semmai forte indizio di provenienza da uno dei tanti amici della ragazza, che l’aveva scritta per ricordarla con affetto, colmo di orrore e di tristezza per quella morte ingiusta e crudele. E tuttavia, nel clima di accanimento accusatorio contro Binda – alimentato dal clamore mediatico – nel quale il processo di Varese venne celebrato, il verdetto del 2018 fu di ingiusta e assurda condanna all’ergastolo.

5) L’assoluzione con formula piena del 2019. della Corte d’assise d’appello di Milano
Non è certo fatto comune, nelle cronache giudiziarie, che un verdetto di condanna al massimo della pena in 1° grado venga ribaltato totalmente in appello, e dopo appena un anno. Ma se questo è avvenuto nel luglio 2019 , con l’assoluzione di Stefano Binda, a ben vedere l’esito non può certo sorprendere, ed è tutt’altro che clamoroso (attendiamo le motivazioni della sentenza).
Semmai clamorosa era, nella sua assoluta infondatezza, la condanna di Binda all’ergastolo, fondata sul nulla, e su imbarazzanti congetture, tra cui l’interpretazione di una poesia che chiunque avrebbe ben potuto scrivere, e su pseudo “indizi” privi di reale consistenza, tali da lasciare sospettare che i giudici di Varese si fossero semplicemente lasciati influenzare dal clamore mediatico e dal clima accusatorio scatenato attorno al povero Stefano Binda, e avessero voluto compiacere le tesi dell’accusa.
Un avvocato affermava giustamente che quando un delitto diventa un “caso mediatico”, e l’imputato finisce sotto i riflettori, per lui le probabilità di venire condannato aumentano esponenzialmente, perché sono pochi i giudici che se la sentono di rischiare l’impopolarità, assolvendo un imputato che per l’opinione pubblica è già stato dipinto come il “mostro” su cui accanirsi.
Per fortuna ogni tanto accade, quindi un sentito elogio e ringraziamento alla Corte d’assise d’appello di Milano, che ha avuto il coraggio, l’indipendenza di giudizio e l’onestà intellettuale di porre rimedio ad una mostruosità giuridica, che costituiva un arretramento al medio evo della civiltà del diritto.