Omicidio di Lidia Macchi: assolto in appello Stefano Binda

“Intervista alla Dott.ssa Ursula Franco, consulente di parte per la difesa di Stefano Binda”

Lidia Macchi, una studentessa di 21 anni, è stata uccisa con 29 coltellate nel gennaio del 1987 in un bosco del Varesotto. Stefano Binda, un conoscente della Macchi, 19enne all’epoca dei fatti, è stato condannato all’ergastolo in primo grado dalla Corte d’Assise di Varese ed è poi stato assolto dalla Corte d’Appello di Milano, il 24 luglio 2019. A Binda era stata attribuita una missiva intitolata IN MORTE DI UN’AMICA, che era stata recapitata a casa Macchi all’indomani dell’omicidio, una missiva che, secondo l’accusa, era stata scritta dall’assassino. All’indomani della condanna gli avvocati Patrizia Esposito e Sergio Martelli hanno chiesto una consulenza alla criminologa Ursula Franco. Ad oggi le motivazioni della sentenza di secondo grado hanno dato ragione alla criminologa Ursula Franco. In merito, la Franco ci ha rilasciato un’intervista.

Obiettivo Investigazione, 9 dicembre 2019

– Dottoressa Franco, secondo lei e secondo i giudici dell’appello Binda non è l’assassino, si arriverà mai alla soluzione del caso?

No. Il caso Macchi resterà un caso irrisolto. In questo caso le mancanze investigative non lasciano scampo ma, soprattutto, una volta riaperto il caso, l’errore più grossolano fatto dagli inquirenti è stato quello di aver preso per buona la prima ricostruzione della dinamica omicidiaria. L’errore nella ricostruzione dei fatti non ha permesso né di ricostruire il giusto profilo dell’assassino, né di inferire il movente. L’errata ricostruzione ha viziato il caso, perché ha lasciato spazio all’ipotesi che l’aggressore si trovasse alla guida dell’auto di Lidia e che, quindi, fosse un suo conoscente. La Macchi, invece, fece sedere quello che si sarebbe poi rivelato il suo assassino sul sedile del passeggero, lo provano la posizione avanzata del sedile del guidatore e la dinamica dell’aggressione.

– Dottoressa, cosa è successo quel 5 gennaio 1987 nel bosco di Sass Pinin?

L’ipotesi più plausibile, che non solo si confà a tutte le risultanze investigative ma che ricalca anche la casistica in tema di omicidi di questo tipo, è che Lidia e il suo assassino non si conoscessero e che fossero rimasti insieme pochissimi minuti, il tempo impiegato per raggiungere il bosco di Sass Pinin e quello della commissione del delitto. Chi uccise Lidia Macchi non si intrattenne con lei né per consumare un rapporto sessuale consenziente, né per violentarla sotto minaccia, né post mortem. Lidia incontrò il suo assassino per caso e nulla lascia pensare che lo conoscesse, lo raccolse in un posto particolare, un ospedale; questo soggetto può essersi spacciato per un medico, per un infermiere, per un parente addolorato, per disabile ed aver convinto la povera Lidia ad accompagnarlo da qualche parte, forse alla stazione di Cittiglio, che si trova poco distante dal bosco di Sass Pinin, luogo del ritrovamento del cadavere. Chi uccise Lidia si era organizzato per uccidere, aveva condotto il coltello con sé lasciando al caso la scelta della vittima e, con tutta probabilità, raggiunse l’Ospedale di Cittiglio in treno o a piedi. E’ alquanto improbabile, infatti, che l’assassino di Lidia, che era deciso ad uccidere qualcuno, avesse lasciato nel parcheggio dell’Ospedale la propria auto e, dopo aver commesso l’omicidio, fosse tornato a riprenderla, questo perché, poiché conosceva bene i luoghi, sapeva che, data la poca affluenza nel parcheggio dopo le 20.30, avrebbe rischiato di essere notato. Lidia fu uccisa intorno alle 20.15 del 5 gennaio 1987 e fu ritrovata da tre amici intorno alle 9.00 del 7 gennaio, dopo circa 36 ore; al momento del ritrovamento il cadavere era coperto da un cartone, cartoni simili vennero individuati dagli inquirenti in una discarica a poca distanza dall’auto, il lungo tempo intercorso tra l’omicidio e il ritrovamento del cadavere ed il tipo di omicidio, un omicidio premeditato e a sangue freddo, dove non c’è spazio per il rimorso, ci permettono di inferire che, con tutta probabilità, a coprire il corpo esanime di Lidia fu un soggetto estraneo all’omicidio che, forse perché pregiudicato, non si rivolse alle forze dell’ordine, posto che la zona era frequentata da coppiette, prostitute, transessuali, tossicodipendenti e spacciatori.

– Sappiamo che gli abiti che Lidia indossava quel giorno sono stati distrutti, che cosa si sarebbe potuto trovare su quei vestiti?

Il sangue del suo assassino e quindi il suo DNA. Un omicida che colpisce la sua vittima con numerose coltellate, come in questo caso, di frequente, si ferisce, in quanto dopo i primi colpi il coltello si sporca di sangue e gli scivola dalle mani, in specie quando lo stesso, dopo aver colpito il tessuto osseo, si arresta. Voglio sottolineare come in casi di omicidi vecchi di decenni, come questo, solo una eventuale prova scientifica capace di collocare senza ombra di dubbio un indagato sulla scena del crimine permette di attribuirgli la responsabilità del reato. E’ però necessario che, a monte, si possa contare su una ricostruzione dell’omicidio impeccabile, è da lì che bisogna partire.

– E invece, dello sperma raccolto durante le prime indagini, e poi scomparso, che può dirci?

Agli atti non c’è nulla che lasci pensare che Lidia abbia avuto un rapporto sessuale con l’omicida, a mio avviso, quello sperma non avrebbe permesso di identificare il suo assassino ma, se fosse stato attribuito al suo donatore, avrebbe evitato che si seguisse l’errata pista dell’omicidio sessuale.

– Dottoressa Franco, si può incardinare una condanna all’ergastolo sugli indizi legati alla supposta paternità di uno scritto e all’interpretazione psicologica dello stesso?

Evidentemente no. Io l’ho detto subito che attribuire a qualcuno la lettera-poesia “IN MORTE DI UN’AMICA” equivaleva ad escludere che lo stesso fosse l’assassino di Lidia. L’autore anonimo, infatti, non solo non ha fornito informazioni riguardanti l’omicidio che non fossero note a tutti ma ha mostrato di non conoscere né la dinamica omicidiaria, né il movente. Chi scrisse la lettera, riguardo al movente, riportò l’ipotesi della prima ora diffusa dai familiari di Lidia e dai giornali, un’ipotesi errata.

– I giudici dell’Appello le hanno dato ragione riguardo alla teste dell’accusa, tale Patrizia Bianchi.

Le informazioni fornite dalla Bianchi non sono di nessun interesse, peraltro, durante la sua deposizione, la teste ha dissimulato e ha usato alcuni escamotage linguistici per apparire convincente, in specie non ha riferito il vero in merito alla telefonata intercorsa tra lei e Stefano Binda il 7 gennaio 1987 in cui fu la stessa Bianchi a parlare di una eventuale arma del delitto. I giudici dell’Appello si sono così espressi su di lei: “Non vi è un solo fatto riferito (da Patrizia Bianchi) che possa dirsi rilevante per il processo penale, solo e soltanto la descrizione di un profondo trasporto emotivo (…) Non è una sua responsabilità se fin dai primi colloqui ‘informativi’ con la vice ispettrice NANNI e, poi, da presunta informata sui fatti, ogni sua dubbiosa congettura ed ogni suo labile sospetto siano stati valutati alla stregua di un “Ipse dixit” (…) Né, infine, è sua responsabilità se una mera confabulazione, un suo falso ricordo (giacché, viceversa, occorrerebbe configurare smaccata mala fede), immeritevole non solo di approfondimento ma persino di interesse investigativo, abbia comportato nientemeno che lo ’sbancamento’ con l’intervento dell’Esercito – del Parco Mantegazza”. Vede, nei casi giudiziari, il problema non sono i testimoni che falsificano o dissimulano perché sono intimamente convinti di essere paladini di una nobile causa, il problema sono coloro che gli danno ascolto.

– Riguardo ad un eventuale coinvolgimento di Giuseppe Piccolomo, che ha commesso due omicidi in tempi diversi e che ha confessato alle figlie l’omicidio di Lidia Macchi, cosa può dirci?

Posso dirle che, poiché non è mai stato isolato il DNA dell’assassino di Lidia, non si può escludere un eventuale coinvolgimento di Piccolomo.

Intervista di Paolo Mugnai


Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, si occupa soprattutto di morti accidentali e incidenti scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi.

 

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: UN CASO GIUDIZIARIO NON E’ UNA TORTA DA SPARTIRSI

Criminologa Ursula Franco

La criminologa Ursula Franco è nota soprattutto per le sue competenze in tema di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi. La Franco è consulente della difesa di Paolo Foresta, marito di Annamaria Sorrentino, avvocato Giovanni Pellacchia; è stata la consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita nel caso Ceste; è stata poi consulente degli avvocati Esposito e Martelli, difensori di Stefano Binda. Binda, dopo essere stato condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi, il 24 luglio scorso è stato assolto per non aver commesso il fatto. La Franco è consulente dell’avvocato Salvatore Nicola Verrillo, difensore di Daniel Petru Ciocan che da più di 3 anni è indagato per violenza e omicidio dalla Procura di Benevento nel caso Ungureanu, nonostante il Tribunale del Riesame di Napoli e i giudici della Suprema Corte di Cassazione abbiano dato ragione alla difesa su tutta la linea ed abbiano soprattutto invitato gli inquirenti ad indagare sui genitori di Maria in merito agli abusi. Domani, a Benevento, avrà luogo l’incidente probatorio, ne riparleremo con la consulente Franco.

Le Cronache Lucane, 4 novembre 2019

– Dottoressa Franco, negli ultimi anni, abbiamo imparato a conoscerla ed abbiamo capito che lei ogni volta che si esprime su un caso giudiziario non cerca il consenso ma la verità.

Personalmente ho scoperto a pochi mesi di vita che il mondo non girava intorno a me, non è la fama che cerco, vorrei semplicemente fare il mestiere che amo ed essere utile al nostro sistema giustizia. La ricerca del consenso vizia le conclusioni di coloro che fatico a chiamare “professionisti”, in ogni caso, la strada del consenso è la più facile da percorrere, basta rivendere come proprie le conclusioni cui giunge la massa una volta che è stata forgiata dai Media. Il mio modo di vedere le cose ha un filtro diverso da quello di molti opinionisti e conduttori tv, questi soggetti tendono a spiegarsi i fatti relativi ad un caso giudiziario attraverso il loro limitato patrimonio culturale perché ignorano di “non sapere”.

– Dobbiamo darle atto che lei ha sostenuto che Mario Biondo, Sissy Trovato Mazza e Davide Rossi si sono suicidati e che Mattia Mingarelli era morto in seguito ad un incidente, e le procure le hanno dato ragione. Dottoressa Franco, può un criminologo giungere a conclusioni certe su un caso giudiziario del quale non conosce tutti gli atti?

Certamente, in specie se il caso è stato trattato mediaticamente e sono filtrate informazioni utili.

– Dottoressa Franco, tempo fa, ha dichiarato che “l’ostentata superiorità morale delle parti civili spesso coincide con lo sprezzo della verità che è amorale e causa di errori giudiziari”, con chi ce l’ha?

E’ un insulto alla verità appoggiare una procura in modo acritico o trincerarsi dietro al convincimento della stessa quando l’errore è agli atti. O questi soggetti sono incompetenti o sono in malafede, in entrambi i casi andrebbero presi provvedimenti nei loro confronti.

– Che pensa del tifo da stadio che circonda i casi giudiziari, tifo che coinvolge giornalisti, avvocati e consulenti?

I disturbi di personalità non risparmiano nessuno. Certi soggetti non solo danneggiano i casi sui quali si esprimono perché alimentano l’incivile teatrino mediatico ma anche le relative categorie.

– Che cosa la disgusta di più di ciò che circonda un caso giudiziario?

Chi lo approccia come una torta da spartirsi.

ESCLUSIVA, PROCESSO A STEFANO BINDA: INTERVISTA ALLA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO SULLE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA EMESSA DAI GIUDICI DELL’APPELLO NEL LUGLIO SCORSO

Lidia Macchi

Per l’omicidio di Lidia Macchi, una studentessa trovata uccisa con 29 coltellate nel gennaio del 1987 in un bosco del Varesotto, Stefano Binda, un conoscente della Macchi, 19enne all’epoca dei fatti, che era stato condannato all’ergastolo in primo grado dalla Corte d’Assise di Varese, è stato assolto dalla Corte d’Appello di Milano, il 24 luglio 2019. A Binda era stata attribuita una missiva intitolata IN MORTE DI UN’AMICA, che era stata recapitata a casa Macchi all’indomani dell’omicidio, una missiva che secondo l’accusa era stata scritta dall’assassino.

Le Cronache Lucane, 28 ottobre 2019

Abbiamo intervistato la criminologa Ursula Franco, che è stata consulente della difesa di Stefano Binda, avvocati Patrizia Esposito e Sergio Martelli. 

La dottoressa Franco, da noi intervistata più volte in merito al caso Binda/Macchi, ha sempre sostenuto che la lettera- poesia IN MORTE DI UN’AMICA non era stata scritta dall’assassino e che, di conseguenza, il caso non era da ritenersi un caso di interesse grafologico: “Attribuire a qualcuno la lettera-poesia IN MORTE DI UN’AMICA equivale ad escludere che lo stesso sia l’assassino, perché chi la scrisse mostrò di non essere a conoscenza della dinamica omicidaria. La ricostruzione di un omicidio è il punto da cui partire, una ricostruzione senza smagliature conduce alla verità storica, una ricostruzione sbagliata all’errore giudiziario, come in questo caso, un caso che resterà irrisolto a causa degli errori investigativi”. 

In questo caso giudiziario non sono mancati scontri tra la criminologa Ursula Franco, consulente della difesa di Stefano Binda, e l’avvocato della madre di Lidia Macchi, Daniele Pizzi. 

Nel febbraio di quest’anno, la Franco aveva rilasciato un’intervista a Paolo Grosso e il quotidiano di Varese “La Prealpina” aveva titolato così: “La criminologa Ursula Franco scagiona Stefano Binda: l’assassino è un predatore sconosciuto”, il contenuto dell’intervista aveva scatenato le ire di Pizzi che aveva così replicato: «(…) dire che “il nome dell’assassino di Lidia non è agli atti” non è altro che l’ennesimo oltraggio alla sua memoria! L’unica cosa che ad oggi conta è la sentenza della Corte di Assise di Varese. Ed è soltanto rispettando questa sentenza che si rispetta la memoria di Lidia. La famiglia Macchi è rimasta esterrefatta dinanzi alle esternazioni della dottoressa Ursula Franco a proposito della morte di Lidia, dal momento che il nome di questa dottoressa non è mai entrato in nessun atto processuale e in nessuna aula giudiziaria. Inoltre mi sorprende leggere che nel processo di appello la difesa di Stefano Binda utilizzerà la consulenza della dottoressa Franco (…) ad uccidere Lidia è stata una persona che lei conosceva bene, come sentenziato dalla Corte d’Assise di Varese che ha condannato Binda all’ergastolo. Quanto sostenuto dalla dottoressa Franco cozza totalmente con quanto riconosciuto anche da tutti gli altri giudici che si sono pronunciati sinora, ovvero il Gip di Varese nonché il Tribunale del Riesame di Milano e la Suprema Corte di Cassazione di Roma, quando decisero sulla richiesta di scarcerazione di Binda, stabilendo che sarebbe dovuto rimanere in carcere. Dire che “nessuno ha mai approfondito i movimenti di Lidia e di altri di quel pomeriggio” è una scorrettezza bella e buona nei confronti di tutti gli sforzi investigativi profusi dalla Procura Generale di Milano per circostanziare al meglio le ultime ore di vita di Lidia. Mi si accappona la pelle leggendo che “Stefano Binda è la vittima ideale di un errore giudiziario”: questo significa voler screditare a tutti i costi l’operato attento e meticoloso della Corte d’Assise di Varese nel processo che ha portato alla condanna di Stefano Binda. Quelle che, a questo punto, sarebbero da approfondire sono le competenze specifiche della dottoressa Franco (…)». Nel luglio scorso, durante il processo d’appello, sempre l’avvocato di parte civile, Daniele Pizzi, legale della madre della Macchi, aveva detto: ”Noi siamo in attesa che Stefano Binda dica cosa è successo a Lidia”, la dottoressa Franco aveva così replicato: “Binda ha detto la verità, non ha ucciso lui Lidia Macchi. E’ paradossale che si chiedano risposte in merito ad un caso di omicidio ad un imputato estraneo ai fatti. Sono le procure italiane che devono ricostruire nei dettagli gli omicidi di cui si occupano e dare risposte ai familiari delle vittime, non gli imputati, soprattutto quando sono estranei ai fatti”. 

Ad oggi le motivazioni della sentenza di secondo grado hanno dato ragione alla criminologa Ursula Franco su tutta la linea, riguardo all’avvocato Daniele Pizzi, nell’elaborato dei giudici del secondo grado che hanno assolto Binda, tra l’altro, si legge: “Strada (…) più profittevole di quella invocata ancora oggi, inspiegabilmente, dal Patron di Parte civile (avvocato Daniele Pizzi) d’inseguire sterilmente l’agognata verità attraverso la confessione dell’imputato che suona, per un verso, inutilmente irridente nei suoi confronti e, per altro verso, in aperta contraddizione con i continui proclami pubblici di voler solo la verità e non un colpevole pur che sia”. 

– Dottoressa Franco, che effetto le hanno fatto l’assoluzione di Stefano Binda e le motivazioni della relativa sentenza?

Ho provato la soddisfazione che si prova quando accade una cosa “giusta”, una soddisfazione che non è quantitativamente equiparabile allo sconforto che assale quando viene condannato un innocente. Sono contenta per Stefano Binda, personalmente non mi esprimo se non ho certezza delle mie conclusioni e attendo le conclusioni dei giudici per l’imputato, non per avere conferme o smentite ai miei convincimenti. Purtroppo, spesso, l’errore giudiziario non viene riconosciuto ma, anzi, viene consacrato dalla Suprema Corte di Cassazione, perché, con il tempo, la verità viene sommersa da una quantità ingombrante di ricostruzioni fantastiche, in questo caso, fortunatamente, i giudici hanno potuto contare sul dettagliato atto d’Appello redatto dagli avvocati della difesa, Patrizia Esposito e Sergio Martelli. 

– Ricordiamo ai nostri lettori che la dottoressa Franco ha sempre sostenuto come la teste dell’accusa Patrizia Bianchi, spacciata da tutti come  “superteste”, non abbia apportato alcun contributo alle indagini e di come la stessa, durante le sue deposizioni,  avesse invece dissimulato, si fosse auto censurata ed avesse fatto ricorso ad escamotage linguistici per apparire convincente; ebbene, i giudici così si sono espressi sulla cosiddetta “superteste” dell’accusa: “Non vi è un solo fatto riferito (da Patrizia Bianchi) che possa dirsi rilevante per il processo penale, solo e soltanto la descrizione di un profondo trasporto emotivo (…) Non è una sua responsabilità se fin dai primi colloqui ‘informativi’ con la vice ispettrice NANNI e, poi, da presunta informata sui fatti, ogni sua dubbiosa congettura ed ogni suo labile sospetto siano stati valutati alla stregua di un “Ipse dixit” (…) Né, infine, è sua responsabilità se una mera confabulazione, un suo falso ricordo (giacché, viceversa, occorrerebbe configurare smaccata mala fede), immeritevole non solo di approfondimento ma persino di interesse investigativo, abbia comportato nientemeno che lo ’sbancamento’ con l’intervento dell’Esercito – del Parco Mantegazza”, dottoressa cosa vuole aggiungere?

Sono d’accordo con i giudici dell’Appello e l’ho spesso dichiarato: nei casi giudiziari, il problema non sono i testimoni che falsificano o dissimulano perché sono intimamente convinti di essere paladini di una nobile causa, il problema sono coloro che gli danno corda. Nel caso Macchi esiste un Faldone nel quale sono raccolte le testimonianze di diversi soggetti che si erano convinti di poter essere d’aiuto alla soluzione del caso, è in quel Faldone che andavano archiviate le ‘informazioni’ fornite dalla signora Patrizia Bianchi alla vice ispettrice Nanni. 

– Dottoressa Franco, che ruolo hanno avuto i Media in questo caso?

Quasi tutti i Media non sono stati super partes, infatti, invece di dar voce ad accusa e difesa, hanno spesso ridicolizzato le ragioni della difesa e sostenuto la procura, contribuendo così a creare un “mostro” che non esiste. Andrebbero perseguiti per questo. Tra i giornalisti ci sono state alcune voci fuori dal coro, la sua, Domenico Leccese, quella di Simone Di Meo, direttore del giornale d’inchiesta Stylo24 e quella dell’ottima Monica Terzaghi di Telesettelaghi, una giornalista equilibrata e preparata che merita un encomio in quanto ha preso una posizione personale netta a difesa di Stefano Binda.

– Dottoressa Franco, si arriverà mai alla soluzione del caso?

Non credo. A volte occorre rassegnarsi. In questo caso le mancanze investigative non lasciano scampo e, soprattutto, una volta riaperto il caso, l’errore più grosso fatto dagli inquirenti è stato quello di aver preso per buona la prima ricostruzione della dinamica omicidiaria. L’errore nella ricostruzione dei fatti non ha permesso, infatti, né di ricostruire il giusto profilo dell’assassino, né di inferire il movente.

La prova logica e l’abuso della perizia tecnica. Il caso Binda-Macchi.

Enciclopedia delle armi - a cura di Edoardo Mori

La prova logica e l’abuso della perizia tecnica. Il caso Binda-Macchi.

di Alberto Miatello, 6 settembre 2019

   Introduzione
Vorrei suggerire – quale legale e studioso di criminologia da oltre 30 anni – a tutti gli operatori del diritto ed in particolare a magistrati del penale, studenti di giurisprudenza, avvocati penalisti, funzionari di polizia, ecc., un’attenta lettura dello studio del dott. Edoardo Mori, sugli errori giudiziari originati da una erronea impostazione logica delle indagini, oltre che dall’abuso delle perizie tecniche, con le quali molti Pm – non fidandosi delle proprie capacità investigative e di valutazione del materiale probatorio – tendono a delegare al perito (non di rado un emerito incompetente loro amico!) la “soluzione” del caso, talora in modo acritico e pedissequo.
Tale studio – frutto di un’esperienza di magistrato di oltre 40 anni, rigoroso e preciso nell’analizzare senza remore né indulgenze molti errori giudiziari e peritali – costituisce un preziosissimo “faro illuminante ”, per orientare gli operatori che svolgono indagini penali lungo il complesso, tortuoso e delicatissimo percorso di un’indagine, oltre a fornire al giudice criteri fondamentali onde evitare gli errori più comuni, che spesso indirizzano le indagini verso piste investigative sbagliate, la cui tragica conseguenza finisce quasi sempre per essere la condanna di imputati innocenti, e l’impunità dei veri colpevoli.
Particolarmente condivisibili le parole dell’Autore a p. 6, “…Questo soltanto perché, come diremo, pare che gli investigatori non si fidino più della prova logica, che invece rimarrà sempre la più affidabile. Le statistiche dimostrano che nella quasi totalità dei casi un delitto è banale, e che sono ancora valide le regole stabilite da un filosofo medievale, rimasto famoso per le regole logiche dette “rasoio di Occam”…“.
Ma cos’è la “prova logica”? Senza dilungarci troppo per non tediare il lettore, possiamo affermare che essa si compendia nell’art. 192 c.p.p., secondo cui 1’esistenza di un fatto (in carenza di una prova diretta ed incontrovertibile), in un processo, può essere desunta da indizi solo ove essi siano: “gravi – cioè in grado di esprimere elevata probabilità di derivazione dal fatto noto di quello ignoto – precisi – cioè non equivoci – e concordanti, cioè convergenti verso l’identico risultato ” ( Cass. 30382/2016).
E a proposito di elevata probabilità di derivazione del fatto noto (delitto) da quello ignoto (suo autore e colpevole), una delle regole logiche fondamentali è quella millenaria dell’id quod plerumque accidit, ovvero le regole probabilistiche e di buon senso che vengono riassunte nelle c.dd. “massime d’esperienza”, le regole consolidate delle conoscenze scientifiche, dei comportamenti umani abituali, degli avvenimenti che accadono nel corso dell’esistenza, ecc.
Questa premessa era necessaria per analizzare e comprendere un caso giudiziario clamoroso, nel quale queste regole d’esperienza sono state tragicamente ed incredibilmente calpestate, per oltre 32 anni: il caso di Stefano Binda, e del delitto di Lidia Macchi.

1) Il delitto di Lidia Macchi
Lidia Macchi era una studentessa di giurisprudenza di 20 anni di Varese, che la sera del 5 gennaio 1987 era scomparsa dopo le ore 20,15, dopo essere uscita dall’ospedale di Cittiglio (Va), reduce da una visita ad una sua amica d’università, Paola Bonari (ricoverata per una frattura dopo un incidente d’auto). Dopo 2 giorni, la mattina del 7 gennaio, il suo cadavere straziato da 29 coltellate ( aveva anche subito violenza sessuale) venne trovato da tre suoi amici di Comunione e Liberazione in un boschetto vicino all’ospedale, a terra nascosto da un cartone, a fianco della Fiat Panda della ragazza.
La pista che gli inquirenti avrebbero dovuto seguire era in realtà chiarissima fin dai primi momenti: prima di Lidia, in quei giorni di inizio gennaio 1987, altre tre ragazze che si erano recate in quell’ospedale a visitare degenti, erano state aggredite e molestate nel posteggio, e sempre dallo stesso individuo, di cui tutte e tre avevano fornito il medesimo identikit: bruno, baffuto, media statura, tarchiato, sui 30-35 anni. Inoltre, questo individuo era anche armato di coltello (ad una delle ragazze tagliò gli pneumatici dell’auto) e chiaramente pericoloso (una di quelle ragazze se lo trovò già in auto appena aperta la portiera).
Tra l’altro l’ultima ragazza ad essere molestata/aggredita dal maniaco fu avvicinata nel posteggio dell’ospedale alle ore 19 del 5 gennaio, cioè poco più di un’ora prima dell’uscita e della scomparsa di Lidia dall’ospedale. Si salvò perché un’auto entrò nel posteggio coi fari accesi, e l’individuo preferì desistere dai suoi propositi, e si allontanò rapidamente.
Sarebbe stato sufficiente mostrare in tv e sui giornali l’identikit di questo personaggio, e in breve lo si sarebbe identificato. Inoltre un’altra donna, pochi giorni dopo (11 gennaio 1987) l’assassinio di Lidia, era stata molestata dal medesimo personaggio tarchiato e baffuto in un bar, in un comune vicino (Cuveglio), e poi l’uomo l’aveva seguita a distanza in auto (un’auto bianca di grossa cilindrata, con le prime cifre della targa VA88…), fino a che la donna si era rifugiata in casa con la bambina piccola.
Quindi la logica più elementare suggeriva che la pista giusta fosse quella del maniaco stupratore omicida, che per alcuni giorni aveva insistentemente cercato una “preda”, aggredendo a caso le ragazze di passaggio in quel posteggio dell’ospedale, e che purtroppo, dopo i primi tentativi andati a vuoto, era riuscito nel suo intento criminale con Lidia Macchi.
Tuttavia, nel giro di pochi giorni questa pista venne abbandonata totalmente, per imposizione di un Pm di Varese , Agostino Abate, che si era invece convinto che l’assassino facesse parte del gruppo di amici di CL di Varese di Lidia Macchi. Perché? Perché il 10 gennaio (giorno del funerale di Lidia), alla famiglia della ragazza era pervenuta una lettera anonima, che conteneva una poesia (“In morte di un’amica”) di tema religioso.
Eccola al link qui sotto.
https://malkecrimenotes.wordpress.com/2018/10/05/omicidio-di-lidia-macchi-analisi-della-lettera-anonima-in-morte-di-unamica/
Come è facile capire, quella poesia era stata evidentemente scritta da un amico/a della ragazza, inorridito e sgomento per la sua tragica e prematura fine, e nel testo della poesia infatti veniva sviluppato un parallelismo tra la fine tragica di Lidia e quella di Gesù Cristo, entrambi morti innocenti e vittime della malvagità umana. Inoltre – e contrariamente a quanto ripetuto in seguito dagli inquirenti – quella poesia non conteneva alcuna informazione sulle circostanze del delitto, che già non fosse nota a tutti, anche solo sulla base della lettura delle cronache dei quotidiani di quei giorni.
Nel link di cui sopra, la criminologa Ursula Franco analizza correttamente il testo della poesia, e ne sottolinea la totale irrilevanza, quale possibile indizio che ne indichi la provenienza dall’assassino.
Inoltre, contrariamente a quanto ripetuto da molti media e sedicenti “esperti” in tutti questi anni, non è vero che le indagini fossero così difficili, nell’immediatezza del delitto.
Oltre all’identikit delle donne molestate, e al chiaro movente desumibile dalle circostanze del delitto, c’erano altri 3 elementi che avrebbero dovuto subito indirizzare le indagini degli inquirenti nella direzione del maniaco del posteggio:
A) Estrema brutalità del delitto: stupro + omicidio = elevatissima probabilità di criminale seriale e molto pericoloso.
Non sono molti gli inquirenti italiani che conoscono le classificazioni degli stupratori da parte dell’FBI americana, condotte su milioni di casi, in quasi 100 anni di attività federale. Mentre gli stupri “isolati” sono molto frequenti, e negli Stati Uniti vengono denunciati in media oltre 120.000 casi di violenza sessuale ogni anno, solo in 1 caso di stupro su circa 6.000 lo stupratore uccide la propria vittima.
Come si può vedere dalla tabella al link sotto, nel quinquennio 2012-2017, in media negli Stati Uniti si ebbero circa 20 casi di stupro (rape] ogni anno, seguiti da omicidio della vittima.
https://ucr.fbi.gov/crime-in-the-u.s/2017/crime-in-the-u.s.-2017/tables/expanded-homicide-data-table-12.xls

Ed immancabilmente gli stupratori omicidi sono sempre individui estremamente brutali, spesso sadici, e quasi sempre criminali seriali, che tendono a ripetere – ove ne abbiano l’occasione – l’omicidio delle loro vittime.

    B) Totale assenza di precedenti criminologici di stupratori omicidi che avessero inviato poesie alle famiglie delle loro vittime.
Questa considerazione avrebbe dovuto immediatamente dissuadere gli inquirenti dal perdere tempo ad indagare su quella poesia. Non esiste un solo precedente al mondo di stupratore omicida (che sono gli individui più crudeli ed incapaci di ogni forma di empatia e pietà verso le loro vittime) che abbia mai inviato poesie alla famiglia della propria vittima, dopo appena 3 giorni dal delitto!
E il motivo è più che evidente: si tratterebbe di un comportamento totalmente illogico ed incoerente, da parte di quella tipologia di criminali. Di converso, tutti i serial killer a sfondo sessuale hanno sempre giustificato i propri crimini, a volte anche in modo compiaciuto.
Vi sono stati casi di omicidi seriali che avevano inviato messaggi di scherno o di sfida agli investigatori, dopo i loro delitti. Qui in Italia accadde nel settembre 1985, dopo l’ultimo delitto del c.d. “mostro di Firenze”, quando il criminale inviò una busta con un macabro reperto (lembo di pelle del seno della vittima) alla Pm che conduceva le indagini. Ci fu poi il caso di un altro criminale seriale. Marco Bergamo (c.d. “mostro di Bolzano”) , condannato negli anni ’90 per gli omicidi di 5 donne. Lasciò un breve biglietto in cui rivendicava il delitto di una di loro, ma senza alcun pentimento, anzi affermava che “aveva dovuto farlo” .
Ma è evidente che la probabilità che uno stupratore omicida decida dopo 3 giorni dal delitto di inviare una poesia di contenuto religioso alla famiglia della propria vittima è più o meno pari a quella che una banda di rapinatori che abbiano trucidato le guardie giurate di un furgone portavalori, dopo 3 giorni devolvano in beneficenza il provento della loro sanguinosa rapina: pari a 0!
E peraltro, contrariamente a quanto affermato dagli inquirenti, quella poesia aveva un contenuto chiarissimo, che nulla aveva a che fare con una presunta “confessione” del delitto, o col “pentimento” di esso.
Nelle strofe finali, infatti, l’autore (o autrice) manifesta a Gesù Cristo la propria indignazione, per l’ingiustizia della morte sua (di Cristo) e della ragazza innocente: “Come puoi rimanere appeso al leg(n)o. In nome della giustizia. Nel nome deH’uomo. Nel nome del rispetto per l’uomo, passi da noi il calice.”
Quindi non vi era nessun “pentimento”, né “compiacimento” per quel delitto orrendo, ma solo indignazione e ribellione di un credente a fronte di un’ingiustizia così grande.

C) La tempistica dell’aggressione a Lidia dimostrava che era stata aggredita da uno sconosciuto.
Infine, c’era un ulteriore elemento che – subito dopo la scoperta del delitto – avrebbe dovuto convincere gli inquirenti che l’assassino di Lidia era uno sconosciuto, e non certamente una persona del suo gruppo di amici o conoscenti. Ciò che è strano è che questo elemento non è stato evidenziato neppure dai difensori di Stefano Binda.
L’elemento scaturiva dal raffronto e dal coordinamento delle testimonianze delle due persone che erano lì all’ospedale di Cittiglio, nel momento in cui Lidia uscì dalla camera della sua amica Bonari e ritornò al posteggio dove aveva lasciato la Fiat Panda.
Lidia uscì dalla camera dell’amica alle ore 20,15. In quei momenti, una testimone – Liliana Maccario – che si trovava in un’altra camera ad assistere la suocera, e che attendeva con impazienza l’arrivo del marito in auto per riportarla a casa, e pertanto controllava spesso l’ora e guardava fuori dalla finestra, nel cortile del posteggio, disse di avere visto, poco dopo le ore 20, un’auto bianca “3 volumi, di grossa cilindrata” che giungeva da via Marconi ed entrava nel parcheggio dell’ospedale, e si era fermata vicino alla Panda di Lidia. Poi, stranamente, quell’auto era rimasta coi fari accesi 2-3 minuti. Poi i fari si erano spenti, ma il conducente non era sceso, come se aspettasse qualcuno. Dopodiché la signora Maccario si era ritratta dalla finestra. Una decina di minuti dopo – dirà la Maccario – quindi attorno alle 20,16/20,18, la signora si era affacciata nuovamente sul cortile, e aveva visto la Fiat Panda di Lidia che si allontanava “a passo d’uomo” dal posteggio.
Questa è la prova inequivocabile che la ragazza in quel momento era già sotto la minaccia del coltello del suo aguzzino, e usciva guidando l’auto a passo d’uomo, o perché paralizzata dalla paura, oppure per lanciare un ultimo disperato segnale a coloro che potevano assistere alla scena e venire a salvarla, forse per richiamare la loro attenzione.
Ma se la ragazza era uscita dall’ospedale di Cittiglio verso le ore 20,16 (calcolando un minuto circa per percorrere i corridoi e scendere le scale), e – dalla testimonianza della Maccario – era stata aggredita dal criminale tra le 20,16-20,18 – ciò significa che chi l’aggredì lo fece subito, quindi non poteva essere un amico, o un conoscente!
Proprio le regole dell’esperienza ci dicono infatti che quando 2 persone che si conoscono si incontrano inaspettatamente, trascorrono sempre almeno 3’-4’ in saluti, discorsi e convenevoli vari.
Quindi se Lidia avesse incontrato all’uscita dell’ospedale un amico, allora la Maccario affacciandosi poco dopo le 20,16 avrebbe visto la ragazza intenta a conversare con lui, e non avrebbe visto la Fiat Panda che già si allontanava a passo d’uomo.
Va poi osservato che nessuno degli amici di Lidia sapeva che lei si era recata dalla Bonari dopo le 19. Nel 1987 non esistevano ancora cellulari, internet ed e-mail, si comunicava solo coi telefoni fissi. Il 5 gennaio Lidia telefonò la mattina a diversi amici per farsi dare un passaggio in auto a Cittiglio, ma con esito negativo. Poi, solo la sera dopo le 17,30 i genitori della ragazza e la cugina (Nadia Bettoni) con la Fiat Panda rientrarono inaspettatamente a Varese dalla vacanza , e la ragazza potette usufruire all’ultimo momento della Panda della cugina.
Ma nessuno, nemmeno la stessa Lidia, lo seppe se non all’ultimo minuto, e quasi certamente la ragazza si era rassegnata a recarsi dall’amica in treno il giorno dopo, per l’Epifania.
Infine, il comportamento dell’individuo a bordo dell’auto bianca, all’arrivo in quel posteggio, dimostra chiaramente che quello era l’assassino, e non era certo un conoscente della ragazza, o di Paola Bonari.
L’accusa e i giudici di Varese scriveranno apoditticamente nella sentenza che l’uomo dell’auto bianca era sicuramente Binda (che possedeva una Fiat 131 bianca, auto peraltro di media – non di grande – cilindrata) che andava a trovare Paola Bonari. Ma se così fosse non si capisce perché Binda sarebbe andato a visitare una semplice conoscente (Binda aveva solo un rapporto di conoscenza occasionale con Paola Bonari) ben oltre l’orario di visita dei parenti (che terminava alle ore 19,30) , e senza nemmeno poi scendere dall’auto!
Queste circostanze dimostrano che l’uomo a bordo dell’auto bianca non era un conoscente di Lidia, o di Paola Bonari, ma era il maniaco del posteggio che si era appostato e attendeva il ritorno dell’ultima visitatrice (era rimasta solo l’auto di Lidia, lì nel posteggio, a quell’ora), per poterla aggredire.

2) Le indagini e la pista sbagliata per oltre 26 anni.
Tra le numerose affermazioni errate contenute nella sentenza del 2018 di Varese, ve n’è una che riguarda le prime indagini, argomento che i giudici, a p. 29, peraltro liquidano in meno di tre righe – delle 198 pagine di motivazioni – sostenendo che la prima pista seguita fu quella del maniaco, ma le indagini non ebbero “sbocco positivo”.
Falso! La realtà è che non fu proprio svolta alcuna seria indagine, a parte un unico sopralluogo dei CC attorno all’ospedale, con l’identificazione “prò forma” di qualche clochard e sbandato. Ma la ricerca dell’uomo dell’identikit segnalato dalle 3 donne fu rapidamente interrotta dopo pochi giorni, su disposizione del Pm Abate, che invece si concentrò solo sull’ambiente e sugli amici della ragazza, nella convinzione che l’omicida fosse l’autore della poesia e un amico della ragazza.
Abate ricorse a metodi intimidatori e polizieschi, arrestando per alcuni giorni – senza neppure iscriverlo nel modello 21 del registro degli indagati – il sacerdote che aveva benedetto la salma di Lidia, don Antonio Costabile (solo perché il suo alibi per la sera del delitto era sembrato non convincente), e interrogando con metodi inquisitori tutti gli amici di Lidia del gruppo di CL di Varese.
Don Costabile dopo l’arresto per molti anni si trovò ad essere sospettato di un crimine infamante, senza peraltro nemmeno potersi difendere, poiché poi le indagini di Abate si erano arenate, ma lui di fatto era sempre sospettato del delitto, di cui peraltro formalmente non risultava nemmeno indagato.
Abate è stato sanzionato nel 2017 dal CSM con la perdita di 8 mesi d’anzianità, e con il trasferimento ad altra sede (Como) e ad altra funzione (giudice civile), per la negligente gestione del caso Macchi, con violazione dei diritti degli indagati, ed in particolare per la sua responsabilità nella sparizione di alcuni reperti, che Abate conservava indebitamente nella sua cassaforte.
Ma il fatto sicuramente più grave fu la sparizione e la distruzione dei reperti più importanti del delitto, avvenuta nel 2000, con l’inescusabile distruzione degli importantissimi 11 vetrini nei quali era conservato il liquido seminale dello stupratore assassino della Macchi, e che sicuramente, nel 2000 e negli anni successivi, avrebbe potuto fornire il DNA per identificarlo.
Ma per tornare alle indagini della prima fase del delitto Macchi, la falsa pista perseguita dal Pm Abate inevitabilmente condusse ad un vicolo cieco, e le indagini si arenarono per ben 26 anni, fino al 2013.

3) L’individuazione di Giuseppe Piccolomo. nel 2013.
Nel 2013 accadde un fatto imprevedibile, che condusse alla ripresa delle indagini sul delitto di Lidia, ormai considerato un “colà case” con scarse speranze di sviluppi.
Filomena e Nunzia, le due figlie di Giuseppe Piccolomo – un criminale condannato all’ergastolo per l’efferato delitto di una pensionata, Carla Molinari, che Piccolomo aveva ucciso a coltellate per rapina nel 2009, e alla quale aveva tagliato ed asportato le mani, dopo essere stato graffiato al volto – avevano accusato il padre di essersi vantato con loro di essere l’assassino di Lidia Macchi, mimando sadicamente il gesto delle coltellate.
Inoltre le due donne avevano rivelato alla sostituta Pg Carmen Manfredda – che aveva avocato le indagini su Piccolomo – che il padre le aveva sottoposte per anni, già da bambine, a violenze sessuali e maltrattamenti, e si dissero altresì certe che l’incendio dell’auto che aveva provocato la morte della loro madre, Marisa Maldera – e per il quale Piccolomo era stato condannato per omicidio colposo, per avere trasportato una tanica di benzina nell’auto – era stato in realtà premeditato da Piccolomo per incassare due polizze sulla vita della moglie, oltre che per liberarsi di lei, avendo da tempo una relazione con un’altra donna. La dr.ssa Manfredda, riaprendo le indagini sul delitto Macchi, aveva così scoperto che l’identikit del maniaco , delle donne molestate nel posteggio dell’ospedale di Cittiglio a gennaio 1987, corrispondeva in modo impressionante alle foto di Piccolomo in quel periodo di fine anni ’80. Piccolomo in quel periodo risiedeva a Caravate, a poche centinaia di metri dal luogo in cui era stato ritrovato il cadavere di Lidia.
noltre, la Manfredda indagando scoprì che il cartone che ricopriva il cadavere di Lidia era stato prodotto da una fabbrica di mobili in legno di tiglio per camerette per bambini, e Piccolomo aveva un figlio piccolo e aveva comprato quel tipo di mobili, un anno prima del delitto.
Infine, il modus operandi (numerose coltellate, con tagli profondi alla gola e colpi a “tripletta”) dell’assassino della Molinari era del tutto simile a quello dell’assassino di Lidia.

Identikit
(identikit del maniaco del posteggio, e a destra la foto di Giuseppe Piccolomo in quel periodo)
Quindi, a fronte di ben 5 indizi chiari e precisi, la Pg Manfredda nel 2015 aveva chiuso le indagini, e stava per rinviare a giudizio Piccolomo anche per lo stupro e l’omicidio Macchi. Piccolomo peraltro è stato condannato nel 2019 ad un secondo ergastolo anche per l’omicidio premeditato della moglie.
Tuttavia Piccolomo non venne rinviato a giudizio, poiché – su istanza del suo avvocato – venne effettuato un test del DNA sui reperti ancora disponibili del caso Macchi, e poiché non venne trovato il DNA di Piccolomo, la Manfredda chiese la sua archiviazione.
Errore palese!
In realtà quella perizia era inutile, poiché nel 2015 gran parte dei reperti più importanti erano spariti dall’ufficio corpi di reato di Varese. Mancavano molti indumenti della ragazza (jeans, collant, stivaletti, maglione), mancava il sedile posteriore della sua auto, e soprattutto mancavano gli 11 vetrini col liquido seminale dello stupratore assassino, il solo reperto biologico che avrebbe potuto scagionare i sospettati il cui DNA fosse risultato differente. Pertanto – a fronte di reperti incompleti – quella perizia si rivelava inutile, quale ipotetica prova dell’estraneità al delitto dei sospettati di esso.
Quindi Piccolomo ben poteva e doveva essere rinviato a giudizio, a fronte di indizi davvero gravi, precisi e concordanti a suo carico.
Dopodiché la dr.ssa Manfredda, probabilmente nell’impazienza di risolvere a tutti i costi il caso, dopo averlo seguito così a lungo, commise l’errore più grande, che rovinò tutto il suo ottimo lavoro d’indagine su Piccolomo, incriminando nel 2016 uno degli amici di Lidia, Stefano Binda, che era stato “riconosciuto” da una compagna di liceo dell’epoca. Patrizia Bianchi, quale autore della famosa poesia.

4) Il processo contro Binda a Varese, e la condanna all’ergastolo del 2018
Ma più in dettaglio, quali erano gli indizi, o le prove, a carico di Binda? Per quanto incredibile, non solo non esisteva alcuna prova, ma – a differenza di Piccolomo – non vi era neppure un solo indizio a suo carico, che tecnicamente potesse definirsi grave e preciso!
Infatti, scartata come irrilevante la famosa poesia, di cui abbiamo già parlato.
L’accusa aveva esibito nel processo a Varese quelli che – a suo dire – costituivano indizi gravi della colpevolezza di Binda.
Nel corso della perquisizione a casa dell’imputato nel 2016 era stato trovato un foglio di protocollo con una vecchia versione di greco dei tempi del liceo, chiosata da persona diversa da Binda, e su cui era apposta la frase: “Stefano è un barbaro assassino”.
Secondo l’accusa tale frase si riferiva al delitto di Lidia Macchi.
Tuttavia, Binda aveva disconosciuto di avere scritto quella frase, che peraltro poteva benissimo essere stata scritta per scherzo, e riferirsi a tutt’altro che a Lidia Macchi, ad esempio chi l’aveva scritta poteva riferirsi al fatto che Binda avesse “assassinato” la versione di greco, traducendola male!
Ben lungi dall’essere grave e preciso, in relazione al delitto, quell’indizio era del tutto vago e generico.
La polizia aveva anche sequestrato a casa di Binda un vecchio blocco/quaderno ad anelli, con fogli staccabili bucati, e l’accusa aveva stabilito , con una perizia merceologica, che quel blocco aveva la carta con una composizione del tutto simile a quella del foglio forato su cui era stata scritta la poesia.
Sennonché anche qui fu facile per la difesa ribattere che di quei blocchi a fogli bucati ne esistevano e ne esistono a milioni, di formati standard, con la carta prodotta con lavorazioni industriali altrettanto standard, e quindi quel blocco non provava proprio nulla.
In un altro foglio sequestrato in casa di Binda era scritta la frase: “Caro Stefano sei fregato, dovresti strapparti gli occhi per quello che hai fatto”, ma Binda la spiegò come riferita alla sua condizione di tossicodipendente che invano voleva smettere con l’assunzione della droga, e alla sofferenza che provocava in famiglia e a sé stesso.
Nel corso del processo, la sua accusatrice ed ex amica di liceo Patrizia Bianchi testimoniò che alla fine del funerale di Lidia, Binda le aveva detto: “non sai che cosa sono stato capace di fare!”
Ovviamente, nell’irriducibile pregiudizio colpevolista della Corte di Varese, tale frase era stata interpretata dai giudici come riferita al delitto di Lidia. E tuttavia, con una riflessione minimamente distaccata, chiunque può subito capire che quello non è certo il genere di frase che pronuncerebbe un brutale stupratore assassino. La frase di Binda, semmai, è la tipica frase che chiunque di noi pronuncia se è riuscito a compiere qualcosa di insolito e curioso. Ad esempio. Binda (che peraltro non si ricordava di avere detto quella frase, dopo oltre 30 anni) poteva riferirsi al fatto banale di avere trovato un posto per parcheggiare l’auto in extremis, nella ressa del funerale, oppure si riferiva al fatto di essere arrivato in tempo alla cerimonia funebre, pur essendo in ritardo, correndo in auto a tempo di record! Insomma, una frase del tutto banale e irrilevante, che chiunque di noi può pronunciare in mille circostanze, nella fervida fantasia accusatoria della Bianchi e della Corte di Varese assurgeva grottescamente a prova del delitto!
La Bianchi riferì poi che Binda si era innervosito al telefono e aveva troncato la conversazione, dopo il funerale di Lidia, poiché lei gli aveva parlato dell’arma del delitto e del coltello, e il giorno dopo Binda aveva gettato in sua presenza un involucro in un parco di Varese (che fu fatto inutilmente e tardivamente perlustrare, 30 anni dopo il delitto, nella vana speranza di ritrovare “l’arma del delitto”).
Ma anche in questo caso, è palese l’irrilevanza indiziaria dell’episodio, ad una valutazione rigorosa. Binda poteva benissimo essersi innervosito al telefono non perché temesse che gli trovassero l’arma del delitto, ma semmai perché era irritato per le affermazioni della ragazza, che non condivideva. Qualsiasi persona si altera se vede che l’interlocutore insiste con un’opinione da cui dissente, e allora si innervosisce e cerca di troncare la conversazione. E per quanto attiene al sacchetto gettato nel cestino al parco, è del tutto evidente a chiunque che se Binda fosse stato l’assassino di Lidia, e avesse voluto sbarazzarsi del coltello, avrebbe potuto farlo in mille modi, da solo, di sera al buio, gettandolo nel lago, in un tombino, ecc., ma si sarebbe ben guardato dal farlo “coram populo” in un parco, davanti alla Bianchi e a dozzine di persone!
Quindi è evidente che quell’involucro non conteneva null’altro se non cianfrusaglie, lattine, cartacce, bucce di frutta, avanzi di cibo, ecc., come tutti gli involucri di rifiuti che la gente getta nei cestini della spazzatura.
In conclusione: un’analisi rigorosa degli elementi presentati dall’accusa contro Stefano Binda a Varese dimostra che NESSUNO dei presunti indizi a suo carico poteva realmente definirsi grave e preciso.
Si trattava di circostanze ambigue, interpretabili in svariati modi, e che pertanto difettavano dei requisiti essenziali della gravità e precisione. Per non parlare dell’imbarazzante “architrave” su cui era stato edificato l’intero processo: la famosa poesia che, ben lungi dall’essere indizio di provenienza dall’assassino, si rivelava semmai forte indizio di provenienza da uno dei tanti amici della ragazza, che l’aveva scritta per ricordarla con affetto, colmo di orrore e di tristezza per quella morte ingiusta e crudele. E tuttavia, nel clima di accanimento accusatorio contro Binda – alimentato dal clamore mediatico – nel quale il processo di Varese venne celebrato, il verdetto del 2018 fu di ingiusta e assurda condanna all’ergastolo.

5) L’assoluzione con formula piena del 2019. della Corte d’assise d’appello di Milano
Non è certo fatto comune, nelle cronache giudiziarie, che un verdetto di condanna al massimo della pena in 1° grado venga ribaltato totalmente in appello, e dopo appena un anno. Ma se questo è avvenuto nel luglio 2019 , con l’assoluzione di Stefano Binda, a ben vedere l’esito non può certo sorprendere, ed è tutt’altro che clamoroso (attendiamo le motivazioni della sentenza).
Semmai clamorosa era, nella sua assoluta infondatezza, la condanna di Binda all’ergastolo, fondata sul nulla, e su imbarazzanti congetture, tra cui l’interpretazione di una poesia che chiunque avrebbe ben potuto scrivere, e su pseudo “indizi” privi di reale consistenza, tali da lasciare sospettare che i giudici di Varese si fossero semplicemente lasciati influenzare dal clamore mediatico e dal clima accusatorio scatenato attorno al povero Stefano Binda, e avessero voluto compiacere le tesi dell’accusa.
Un avvocato affermava giustamente che quando un delitto diventa un “caso mediatico”, e l’imputato finisce sotto i riflettori, per lui le probabilità di venire condannato aumentano esponenzialmente, perché sono pochi i giudici che se la sentono di rischiare l’impopolarità, assolvendo un imputato che per l’opinione pubblica è già stato dipinto come il “mostro” su cui accanirsi.
Per fortuna ogni tanto accade, quindi un sentito elogio e ringraziamento alla Corte d’assise d’appello di Milano, che ha avuto il coraggio, l’indipendenza di giudizio e l’onestà intellettuale di porre rimedio ad una mostruosità giuridica, che costituiva un arretramento al medio evo della civiltà del diritto.