La Statement Analysis

“Svelare le menzogne tramite l’analisi delle dichiarazioni”

Obiettivo Investigazione, 9 dicembre 2019

La Statement Analysis è una tecnica di analisi del linguaggio che permette di ricostruire i fatti relativi ad un caso giudiziario attraverso lo studio, parola per parola, delle dichiarazioni di eventuali sospettati o indagati. Questa tecnica investigativa, si basa sul principio che le dichiarazioni veritiere differiscono da quelle false in alcune parti del linguaggio. Ad esempio, il contenuto di dichiarazioni che sono riferibili ad eventi realmente vissuti, è diverso dalla struttura e dal contenuto di dichiarazioni inerenti ad eventi solo immaginati.

I non addetti ai lavori ritengono che la maggior parte della gente menta, mentre nella realtà, il 90% dei soggetti che non raccontano la verità, dissimulano, ovvero non raccontano menzogne ma semplicemente nascondono, omettono volontariamente alcune informazioni senza dire nulla di falso.

La Statement Analysis permette di identificare nel linguaggio di un interrogato le aree dove le informazioni mancano. Chi dissimula si affida infatti alla interpretazione delle proprie parole da parte di interlocutori inesperti e, lo fa fornendo risposte che si avvicinano soltanto a negazioni credibili. Le negazioni credibili hanno una struttura precisa.

Uno dei principi fondanti della Statement Analysis è il seguente: “If the subject is unwilling or incapable to deny the allegation, we are not permitted to say it for him” (Se un soggetto è riluttante o incapace di negare, noi non siamo autorizzati a farlo per lui). L’altro 10% di coloro che non dicono il vero, non solo tacciono l’informazione vera ma presentano un’informazione falsa come fosse la realtà.

Falsificare è molto impegnativo e, con il passare del tempo, chi decide di farlo si accorge che non solo è costretto a ripetere all’infinito la prima bugia, ma che deve far ricorso a superfetazioni sempre più articolate per tenerla in piedi.

In generale la dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione perché, essendo un comportamento passivo, fa sentire meno in colpa. Peraltro, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, ad esempio sostenendo di non aver detto tutto a causa di una dimenticanza.

L’analisi di una eventuale telefonata di soccorso, di interviste e interrogatori di un soggetto che dissimuli o falsifichi è comunque utile per ricostruire i fatti nel caso le sue dichiarazioni non siano state contaminate dai suoi interlocutori. Contaminare un’intervista od un interrogatorio significa introdurre, attraverso le domande, termini diversi da quelli usati dall’interrogato, termini che entreranno nel suo linguaggio e lo aiuteranno a mentire.

La Statement Analysis è una scienza complessa e con regole ben precise. Gli esseri umani parlano per essere compresi e parlano in economia di parole.

Da un soggetto “innocente de facto” accusato di aver commesso un omicidio, ci aspettiamo come priorità una negazione credibile in risposta ad una domanda aperta, “Io non ho ucciso mia moglie”, e ci aspettiamo che il soggetto accompagni alla negazione le seguenti parole “ho detto la verità”.

Esiste una regola in Statement Analysis, “No man can lie twice”: se un soggetto nega in modo credibile di aver commesso un omicidio, ovvero dice “Io non ho ucciso mia moglie”, ma nella realtà l’ha uccisa, non sarà in grado di riferirsi alla sua menzogna dicendo “ho detto la verità”, ma dirà invece frasi come “io non dico bugie” o “io non mento”.

Un soggetto può essere “innocente de iure” (per legge) ma non “de facto” e, allora non sarà capace di negare in modo credibile, mentre quando è “innocente de iure” e “de facto” oppure solo “de facto”, sarà capace di negare in modo credibile. Nella frase “Io non ho ucciso mia moglie. Ho detto la verità. Sono innocente” ci sono tutte le caratteristiche di una negazione credibile. Mentre la singola frase “Io sono innocente” non è di per sé una negazione credibile perché dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria.

Andiamo su casi di cronaca che tutti conosciamo: gli omicidi di Chiara Poggi e Yara Gambirasio.

Durante l’interrogatorio il PM Rosa Muscio contestò ad Alberto Stasi la presenza del sangue di Chiara Poggi su entrambi i pedali della sua bicicletta. Stasi non negò mai in modo credibile di aver ucciso Chiara, non disse “Io non ho ucciso Chiara, sto dicendo la verità” ma disse invece: “Io non ho fatto niente a Chiara, non ho fatto assolutamente nulla” e “Non ho… non ho fatto nulla alla Chiara, non ho fatto nulla alla Chiara” e “Non sono stato io”.

Le frasi “Io non ho fatto niente a Chiara”, “non ho fatto assolutamente nulla” e “non sono stato io”, non sono negazioni credibili. Per altro quando Stasi dice “non ho fatto assolutamente nulla”, attraverso l’uso dell’avverbio “assolutamente”, mostra un bisogno di convincere che gli innocenti non hanno. Stasi non è mai riuscito a dire “Io non ho ucciso Chiara” perché avrebbe mentito. Sempre durante lo stesso interrogatorio Stasi disse: “Sono a posto con la mia coscienza”. “Sono a posto con la mia coscienza” non solo non è una negazione credibile ma il segnale di un’indole manipolatoria, come sappiamo infatti gli psicopatici sono privi di “coscienza” perché incapaci di provare senso di colpa o rimorso. “Sono a posto con Chiara” non significa che Stasi non abbia commesso l’omicidio. Questa frase potrebbe sottintendere che lui avesse avvisato Chiara e che quindi lei fosse ben consapevole di ciò cui sarebbe andata incontro se non lo avesse ascoltato.

Per quanto riguarda invece l’omicidio di Yara Gambirasio, durante un interrogatorio, il pubblico ministero chiese a Massimo Giuseppe Bossetti: “rispetto a questa imputazione come si pone?”, una domanda che avrebbe permesso a Bossetti di negare in modo credibile mentre lui rispose semplicemente: “Innocente”.

Come visto in precedenza dichiararsi innocenti senza negare l’azione omicidiaria non rientra tra le negazioni credibili, peraltro, Bossetti all’epoca non era ancora stato giudicato, quindi era ancora “innocente de iure” e per questo motivo non ebbe difficoltà a definirsi tale. Se Bossetti fosse stato “innocente de facto”, avrebbe dovuto cogliere l’occasione per negare con forza, avrebbe dovuto dire: “Io non ho ucciso Yara, sto dicendo la verità“. Gli innocenti lo fanno ogni qualvolta vengono messi di fronte all’accusa.

Gli “innocenti de facto” possiedono la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), ovvero un’impenetrabile barriera psicologica che gli permette di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto non hanno necessità di convincere nessuno. Al contrario, i colpevoli si perdono in lunghe tirate oratorie finalizzate alla persuasione dei propri interlocutori.

Articolo di Ursula Franco


Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, si occupa soprattutto di morti accidentali e incidenti scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi.

 

MOSTRO DI FIRENZE, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: INCHIESTA “LUCCIOLE PER LANTERNE” (intervista)

L’inchiesta sul Mostro di Firenze è lastricata di fallimenti, dal 1968 ad oggi, abbiamo sentito in merito la criminologa Ursula Franco.

Le Cronache Lucane, 16 luglio 2019

– E’ di ieri la notizia diffusa da “La Nazione di Firenze” che le strie sull’ogiva ritrovata nell’orto di Pietro Pacciani nel 1992 sarebbero state artefatte in modo che somigliassero a quelle presenti sulle 51 ogive repertate nei duplici omicidi del Mostro di Firenze, lo afferma il balista Paride Minervini, consulente della procura. In poche parole, l’ogiva ritrovata nell’orto di Pacciani non sarebbe mai stata incamerata nella Beretta calibro .22 Long Rifle con la quale il Mostro uccise almeno 16 persone, dottoressa Franco, cosa ne pensa?

Se la notizia venisse confermata non ci sarebbe da stupirsi, è fresco il ricordo del lamierino artefatto nel caso Unabomber, ma, soprattutto, vorrei che si sapesse che sono le conclusioni inerenti lo studio delle celle telefoniche ad essere spesso artefatte da consulenti disonesti allo scopo di incastrare i soggetti indagati dalle procure.

– Il delitto di Signa, quello del 1968 resta ancora senza un colpevole; ai compagni di merenda, Mario Vanni e Giancarlo Lotti, sono stati attribuiti solo alcuni dei delitti; Pietro Pacciani è stato assolto in appello ed è poi morto, dottoressa Franco, che può dirci? 

Siamo seri, la Beretta calibro .22 non è mai passata di mano, tutti gli otto duplici omicidi sono stati commessi dalla stessa persona, un singolo serial killer da manuale. Vanni, Lotti e Pacciani erano tutti estranei ai fatti. 

– Dottoressa Franco, perché si può escludere che Pietro Pacciani fosse il Mostro di Firenze?

La psicopatologia di Pacciani nulla aveva a che fare con quella del Mostro. Pacciani era un ipersessuale con un passato di abusi nei confronti delle proprie figlie. L’autore degli 8 duplici omicidi era un soggetto sessualmente incompetente che agiva sì per lussuria, ma che raggiungeva la propria gratificazione sessuale mettendo in pratica atti sessuali sostitutivi e non atti sessuali veri e propri.

– E’ di 2 giorni fa la richiesta di archiviazione della procura di Firenze per Giampiero Vigilanti, 89 anni, ex legionario, e Francesco Caccamo, 88 anni, medico, gli ultimi due indagati, in ordine di tempo, per l’inchiesta sugli otto duplici delitti attribuiti al mostro di Firenze, che ne pensa?

Durante l’inchiesta, che andrebbe ribattezzata “Lucciole per Lanterne”, sono stati fatti errori grossolani e sono state sottovalutate le preziose informazioni che alcuni esperti americani di omicidi seriali avevano fornito a chi indagava; si è ricamato sui “trofei” asportati dal Mostro, le escissioni sono state attribuite ad un esperto, nulla di più lontano dalla realtà dei fatti. Gli interventi del Mostro sui cadaveri furono sempre approssimativi, le escissioni rozze, abborracciate e i tagli netti, semplicemente, perché il coltello era molto affilato. Sempre riguardo ai “trofei”, chi indagava ha sostenuto che venissero asportati per conto terzi, niente di più sbagliato. Il Mostro asportò i “trofei” per custodirli in modo da rivivere emozionalmente l’omicidio. Dopo l’omicidio, infatti, i serial killer attraversano una fase totemica caratterizzata da un vissuto profondamente depressivo che cercano di alleviare rivivendo la loro eccitante esperienza, o tornando sulla scena del crimine, o recandosi sulla tomba delle vittime, o maneggiando degli oggetti sottratti alle stesse, o parti del loro corpo. Un serial killer è un cacciatore di umani e, come i suoi colleghi che cacciano animali, si porta a casa i cosiddetti “trofei” che gli permettono di accedere alle proprie memorie e riviverle emozionalmente ogni qualvolta lo desideri. 

– Dottoressa Franco, vuole aggiungere qualcosa?

Quello del Mostro di Firenze è un caso giudiziario irrisolto di cui dobbiamo vergognarci internazionalmente, non perché chi ha indagato non abbia identificato il serial killer nostrano, ma perché ha mostrato di non saper nulla di delitti seriali. E’ un vizio italiano quello di tentare di spiegarsi un caso giudiziario senza pescare nella casistica.

Emanuela Orlandi, nessun mistero: uccisa da un predatore violento (intervista)

Ursula Franco, medico e criminologo a Stylo24: errori degli inquirenti, la Santa Sede non c’entra nulla. La ragazza non era un personaggio di rilievo, ma solo una giovane che dormiva a Città del Vaticano

stylo24, 15 luglio 2019

Ursula Franco è medico e criminologo, si occupa soprattutto di incidenti e morti accidentali scambiate per omicidi e di errori giudiziari. E’ stata la consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Recentemente la Corte d’Assise d’Appello di Milano ha deciso per una riapertura dell’istruttoria dibattimentale del processo a carico di Binda.

– Dottoressa Franco, cosa pensa del caso Emanuela Orlandi?

Il mio docente di patologia chirurgica, l’emerito professor Massimo Ermini, quando un paziente manifestava un certo sintomo, per addivenire ad una diagnosi, soleva consigliarci di cominciare con l’escludere le malattie più comuni per poi, eventualmente, prendere in considerazione quelle più rare, una tecnica che permette di non tagliar fuori nulla. Nel caso Orlandi è successo il contrario, si è fantasticato di ricostruzioni improbabili fino ad arrivare a perdere il contatto con la realtà e a mettere in ombra la verità. E’ alla casistica che si doveva guardare, non ai complotti internazionali.

– Secondo lei il Vaticano è coinvolto?

Non lo è, né direttamente, né indirettamente. Emanuela Orlandi non era un personaggio di rilievo ma una ragazza comune che semplicemente dormiva dentro le mura vaticane e che è stata circuita, rapita ed uccisa nella città di Roma da un predatore violento. Non è la tanto declamata omertà degli ambienti vaticani ad aver impedito la soluzione del caso Orlandi ma il ginepraio di dietrologie in cui si sono cacciati gli inquirenti. Peraltro, le superfetazioni costruite su questa storia, che non ha nulla di straordinario, hanno permesso ai detrattori della Santa Sede di vomitare odio ogni qual volta i giornali o la televisione siano tornati ad affrontare il caso Orlandi. La famiglia Orlandi è vittima, ormai da decenni, di un circo mediatico che non condurrà da nessuna parte, se la dovrebbe prendere con gli inquirenti che indagarono sulla scomparsa della povera Emanuela e con chi si è approfittato del loro dolore, non con il Vaticano, che non conosce la verità.

– Dottoressa, secondo lei, c’è un filo conduttore che lega la scomparsa di Emanuela Orlandi a quella di Mirella Gregori?

Non da un punto di vista dell’autore del reato, fu un estraneo a rapire Emanuela mentre, per quanto riguarda Mirella Gregori, ritengo altamente probabile che la ragazza conoscesse il suo assassino ed è facile che la soluzione del caso sia agli atti, ovvero, si trovi nelle dichiarazioni rilasciate agli inquirenti all’epoca della scomparsa di Mirella da uno dei soggetti sentiti.

– Il caso Orlandi, da un punto di vista mediatico, è un caso unico?

Diciamo che il caso del Mostro di Firenze, un caso molto più semplice da risolvere per l’infinità di indizi che si sarebbero potuti raccogliere, non solo è equiparabile al caso Orlandi da un punto di vista mediatico ma anche relativamente ai “gineprai” in cui si sono cacciati gli inquirenti.

– Che caratteristiche aveva il cosiddetto Mostro di Firenze e quanti omicidi ha commesso?

Il Mostro di Firenze è stato un singolo offender che agiva per lussuria, il quale, come molti suoi colleghi Lust murderer, era affetto da un certo grado di impotenza, tanto che gli unici atti sessuali agiti sulle vittime erano atti sessuali sostitutivi quali il taglio degli abiti nell’area pubica, l’accoltellamento e, in un caso, l’inserzione di un tralcio di vite nella vagina della vittima. Il Mostro ha commesso 8 duplici omicidi, a cominciare da quelli di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco (1968) per finire con quelli di Jean Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot (1985).

Analisi di stralci di conversazioni intercorse in carcere tra Massimo Giuseppe Bossetti e Marita Comi

Massimo Giuseppe Bossetti

– 23 ottobre 2014 (circa 4 mesi dopo l’arresto):

Marita Comi: Massi, come mai ti ricordi che quella sera avevi il cellulare scarico, ma non ricordi cosa hai fatto o dove sei stato?. Massi, hai capito? Riesci a girare lì a Brembate per tre quarti d’ora… è tanto! Capito? Non puoi girare lì tre quarti d’ora così… a meno che non aspettavi qualcuno! Ci ho pensato, Massi… eri lì quella sera, non mi ricordo all’ora che sei venuto a casa, non mi ricordo neanche cosa hai fatto… perché all’inizio eravamo arrabbiati, comunque non te l’ho chiesto, mi è uscito dopo, non mi hai mai detto cosa hai fatto! Non me l’hai mai detto!

Massimo Giuseppe Bossetti: L’ho sempre detto anche al PM. Diamo il caso che sia stato io, come voi dite, come avrei potuto fare a fermarmi davanti alla palestra o per casa sua.

Massimo Giuseppe Bossetti apre alla possibilità di aver ucciso Yara. 

Gli innocenti negano con forza ogni qualvolta ne hanno l’occasione e detestano che si sospetti di loro, pertanto non discutono sulla possibilità di essere gli autori del reato a loro contestato.

Nel 2007, nel corso di un’intervista, Paolo Stroppiana ha detto:“So bene quale domanda le passa per la testa. Ma se davvero avessi ammazzato Marina, non verrei certo a raccontarlo a lei, non crede?”. Stroppiana è stato poi condannato per l’omicidio della logopedista torinese Marina Di Modica.

Umberto Bindella, che è stato processato per l’omicidio di Sonia Marra e assolto in primo grado, nel corso di un’intervista, alla domanda del giornalista: “Hai ucciso tu Sonia Marra?”, ha risposto: “No, questa… cioè… no, ora, anch… se fosse non lo direi a lei”. Si noti che Bindella non solo non ha negato in modo credibile di aver ucciso Sonia ma ha lasciato passare il messaggio che potrebbe averla uccisa lui. 

Marita Comi: L’hai convinta a salire, dicono.

Massimo Giuseppe Bossetti: Come se la conoscevo, a sto’ punto. Poi un’altra cosa, una ragazza si divincola, giusto?

La risposta è evasiva. Bossetti non è capace di negare. Con la sua risposta mostra un bisogno di convincere che gli innocenti non hanno. Bossetti non può avvalersi del cosiddetto “muro della verità” che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che posseggono coloro che dicono il vero e che gli permette di limitarsi a dire poche parole, quelle giuste.

Massimo Giuseppe Bossetti: Guarda, per me, Marita.

Marita Comi: E perchè slacciate?

Massimo Giuseppe Bossetti: Anche se dovrebbe essere stato io a rincorrerla in un campo, diciamo che, in quel periodo lì, pioveva o nevicava, ti ricordi?

Ancora una volta Bossetti apre alla possibilità di essere coinvolto nell’omicidio.

Marita Comi: Quella sera lì no, però.

Massimo Giuseppe Bossetti: Eh, però il campo era bagnato, la terra impalciata e tutto. Se tu corri in un campo èè… è facile che le scarpe si… si perdano.

A 4 anni dai fatti, Bossetti mostra di sapere in quali condizioni fosse il campo di Chignolo d’Isola il 26 novembre 2010, giorno dell’omicidio di Yara Gambirasio. La sua risposta è incriminante, Bossetti è a conoscenza delle condizioni del campo la sera dell’omicidio di Yara perché è stato lui ad ucciderla.

Marita Comi: Ho capito, però dopo tre mesi.

Massimo Giuseppe Bossetti: Eh, non lo so, è un casino, io voglio uscire da qua e nessuno qua mi crede. E’ venuto giù in cella a chiedermi così. So’ stanco, Marita, so’ stanco, Marita. Tutte le domande che fanno. Nessuno che vuole credermi, niente, continuano a dire che nascondo qualcuno, nascondo che ho agito con qualcuno, nascondo, non so più cosa fare.

La risposta di Bossetti è evasiva e la lunga tirata oratoria gli serve a spostare il focus. 

– 20 novembre 2015:

Marita Comi: Eri via quella sera, non mi ricordo a che ora sei venuto, non mi ricordo che cosa hai fatto e non te l’ho chiesto subito quella sera perché eravamo arrabbiati.

Massimo Giuseppe Bossetti: “Usciamo sempre a fare la spesa insieme”, ho detto io.

Bossetti non dice a Marita che cosa abbia fatto quella sera ma le suggerisce di riferire che erano a fare la spesa. Si noti che non dice di aver detto di essere stato a fare la spesa ma di aver riferito della loro routine. 

Marita Comi: La spesa? Ma comunque siamo sempre a casa, alla sera siamo a casa. Guarda che loro mi hanno chiesto un’ora, l’ora, non mi ricordo Massi, non posso dirgli un’ora che non mi ricordo, non capisci? E’ per quello che non mi sento di dire bugie, Massi, devo dire solo la verità, no? La dico io e la devi dire anche tu, hai capito? Basta.

– 4 dicembre 2015: 

Marita Comi: Quella sera lì ti ricordi cos’hai fatto?

Massimo Giuseppe Bossetti: Secondo te mi ricordo?

Bossetti, per non rispondere, fa a Marita una domanda.

Marita Comi: Io mi ricordo che quei giorni eravamo arrabbiati. 

Massimo Giuseppe Bossetti: Ah, non mi parlavi.

Per anni, Massimo Giuseppe Bossetti ha tratto piacere dal fantasticare il controllo, le sevizie e l’omicidio di una adolescente. Nei giorni che hanno preceduto l’omicidio di Yara, Bossetti stava vivendo un momento difficile con la moglie, lo testimoniano l’assenza di telefonate e di messaggi tra di loro dal 21 al 28 novembre, giorni a cavallo del 26 novembre 2010. Con tutta probabilità, proprio la tensione che si era creata tra i due coniugi e le difficoltà incontrate sul lavoro di cui l’uomo ha parlato durante un interrogatorio: “eh quando sono nervoso, guardi è il lavoro che a me mi porta fuori, sono legato al cento per cento col lavoro, poi ero dietro a fare i preventivi così che non mi hanno dato l’ok e la crisi che c’è oggi”, hanno avuto funzione di grilletto e hanno condotto Bossetti all’act out delle sue croniche fantasie. 

Marita Comi: Questo me lo ricordo! Non gliel’ho detto.

Massimo Giuseppe Bossetti: Sono sicuro che il telefono era scarico… ho cercato di accenderlo quando ho visto Massi che girava intorno all’edicola.

Bossetti riferisce a Marita di ricordare di aver avuto il telefono spento. Un dettaglio che prova che Bossetti ricorda perfettamente i fatti del 26 novembre 2010.

Marita Comi: Ti ricordi che eri li! Vedi? Come fai a ricordarti che è quel giorno lì che hai salutato Massi? Vuol dire che ti ricordi quel giorno lì di novembre. Non mi hai mai detto che cosa hai fatto quella sera! Quel giorno, quella sera. Io non mi ricordo a che ora sei venuto a casa, non mi ricordo.

– 16 ottobre 2014:

Marita Comi: I Gambirasio non li ho più visti, neanche alla festa. Non gliel’ho detto io… hai capito? Io non li ho mai visti.

Massimo Giuseppe Bossetti: Li hai visti al mercato, te.

Marita Comi: Sì, ma non li ho mai visti, capito? So che siamo entrati una volta al cimitero, quello gliel’ho detto, che siamo passati dentro così.

Massimo Giuseppe Bossetti: Non li abbiamo visti.

Marita Comi: No, al cimitero, passati dentro dritti per uscire dell’altra strada, ti ricordi? Carnevale.

Massimo Giuseppe Bossetti: Abbiamo cercato la tomba di Yara ma non l’abbiamo trovata, ricordi?

Marita Comi: Siamo passati di lì, abbiamo guardato così, non c’è, poi siamo usciti subito. Non è che siamo andati in giro a cercarla, eh.

Questa conversazione intercorsa tra i due coniugi prova che iI signor Gino Crepaldi, che ha raccontato di aver visto Massimo Giuseppe Bossetti al cimitero di Brembate nel settembre 2013, è credibile.

Alcuni serial killer, per rinnovare le proprie fantasie, si recano sulla tomba delle  loro vittime. Luigi Chiatti, il cosiddetto mostro di Foligno, rubò la fotografia dalla tomba del piccolo Simone Allegretti, un bambino di quattro anni che aveva ucciso a coltellate, foto che gli inquirenti ritrovarono in un sacchetto contenente gli abiti macchiati dal sangue della sua seconda vittima, il tredicenne Lorenzo Paolucci.

Bossettisi recò al cimitero dove è sepolta Yara e tornò infinite volte sulla scena criminis prima del ritrovamento dei resti, anche il giorno stesso della scoperta del cadavere, e non per “volontà di verificare le condizioni del cadavere”, come ipotizzato dagli inquirenti ma per alimentare le proprie fantasie e rivivere l’omicidio.

Analisi della lettera inviata da Massimo Giuseppe Bossetti al giornalista Enrico Fedocci

Massimo Giuseppe Bossetti, all’indomani della sentenza della Corte Suprema che ha confermato la condanna all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, ha inviato questa lettera ad un giornalista:

Bossetti è stato accusato di aver ucciso una ragazzina, Yara Gambirasio, ed è stato condannato in via definitiva per il suo omicidio. In questa lettera, inviata al giornalista Fedocci, non è stato capace di negare di aver ucciso Yara; non è stato capace di scrivere “Io non ho ucciso Yara” o “Io non ho ucciso la Gambirasio” o “Io non ho ucciso Yara Gambirasio”.

Quando Bossetti scrive “un innocente condannato al carcere a vita senza MAI potersi difendere” fa riferimento ad “un innocente condannato” generico non a se stesso, non prende possesso di ciò che scrive, non è capace di scrivere “io sono innocente e sono stato condannato al carcere a vita senza essermi potuto difendere”.

Anche “Questa non è una cosa da paese civile” è una frase generica e sempre riferita al soggetto “innocente condannato” di cui ha scritto di sopra.

“Io sono INNOCENTE e lo griderò finché avrò voce” non è una negazione credibile.

Dirsi innocenti non equivale a negare di aver commesso un omicidio. E’ un modo di negare il risultato giudiziario non l’azione omicidiaria.

Se Bossetti avesse scritto “Io non ho ucciso Yara” e poi avesse aggiunto “Io sono innocente e lo griderò finché avrò voce”, in questo contesto la frase “Io sono innocente e lo griderò finché avrò voce” sarebbe stata accettabile.

Bossetti, come molti colpevoli, è capace di dire “Io sono INNOCENTE” ma non è mai stato capace di negare di aver commesso l’omicidio, né durante gli interrogatori, né durante le udienze del processo a suo carico, né durante i colloqui in carcere con i familiari. 

Bossetti non ha mai detto “Io non ho ucciso Yara”. Una frase semplice che un soggetto innocente de facto, sospettato di aver commesso l’omicidio della Gambirasio, avrebbe detto subito a chi indagava, ai propri familiari, ai giornalisti, ai propri avvocati e ripetuto ossessivamente, se necessario.

In casi come questo, gli analisti americani dicono: “If someone is unable or unwilling to say that he didn’t do it, we are not permitted to say so for him” (Se qualcuno è incapace o non vuole dire di non averlo fatto, noi non abbiamo il permesso di farlo per lui).

Relativamente alla grafia, si noti l’enfasi sulle parole “MAI”, “INNOCENTE” e “INNOCENZA!!”, Bossetti non solo scrive le tre parole in stampatello ma sottolinea “MAI” e “INNOCENZA” e aggiunge in finale due punti esclamativi.

L’enfasi è un segnale di un bisogno di persuadere che gli innocenti non hanno.

Bossetti mostra di non potersi avvalersi della protezione del cosiddetto “muro della verità” che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che posseggono coloro che dicono il vero e che gli permette di non far ricorso all’enfasi e di limitarsi a scrivere/dire poche parole, quelle giuste.

Se un soggetto accusato di aver ucciso XY afferma, senza aggiungere altro, “Io non ho ucciso XY”, è molto probabile che non abbia commesso l’omicidio. Se poi la stessa persona, riferendosi alla sua negazione, aggiunge, “Ho detto la verità”, in accordo con le statistiche, nel 99.9% dei casi è un innocente de facto, ovvero non ha commesso il delitto.

In conclusione, Bossetti non è stato capace di negare di aver ucciso la povera Yara Gambirasio neanche in questa missiva, ma spera comunque che ancora una volta le sue parole vengano interpretate come una negazione dell’azione omicidiaria dai suoi sostenitori e gli permettano di ritagliarsi un ruolo di vittima della giustizia con la “g” minuscola.

Già nel febbraio 2015 Bossetti aveva spedito una lettera alla redazione di Tgcom24/News Mediaset:

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“Non hò mai fatto male a nessuno” non è una negazione credibile, anzi è una formula usata spesso da chi ha commesso un omicidio.

“Io non ho ucciso Yara” è una negazione credibile ma Bossetti non è mai riuscito a dirlo, né a scriverlo. 

Bossetti scrive “ho sempre vissuto amando mia moglie e i miei figli” perché sente il bisogno di rappresentarsi come un bravo ragazzo. Si tratta del “Good Guy/Bad Guy Factor” in Statement Analysis.

“sono Innocente” non è una negazione credibile.

Dirsi innocente, come abbiamo visto in precedenza, non equivale a negare l’azione omicidiaria. In ogni caso, in questa occasione, Bossetti dice il vero, è ancora innocente “de iure” sebbene non lo sia “de facto”. Infatti, un soggetto che abbia commesso un omicidio e non sia stato ancora giudicato o che sia stato assolto è innocente “de iure” sebbene non lo sia “de facto”. 

Bossetti, scrivendo “Sono Innocente, vi prego di credermi”, mostra un bisogno di convincere che gli innocenti non hanno.

Inoltre, in questa breve missiva, Bossetti fa per due volte ricorso all’enfasi, scrive infatti “Innocente” con la “I” maiuscola.

Se Bossetti non avesse ucciso Yara gli sarebbe bastato pronunciare 5 parole “Io non ho ucciso Yara” e non avrebbe avuto bisogno di ricorrere ad escamotage linguistici nel tentativo di convincere i suoi interlocutori.

Questo Articolo è stato pubblicato su Le Cronache Lucane il 16 ottobre 2018.

Analisi di uno stralcio di una telefonata intercorsa tra Massimo Giuseppe Bossetti e sua moglie Marita

Marita Comi

Marita Comi: Come stai tu?

Massimo Giuseppe Bossetti: Eh.

Marita Comi: Come stai?

Massimo Giuseppe Bossetti: Vado avanti, combatto, puoi immaginare cosa sia il mio stato d’animo in attesa della cassazione.

Marita Comi: Fatti forza. 

Massimo Giuseppe Bossetti: Nel frattempo… stai tranquilla, non preoccuparti, capito? Non preoccuparti di niente. Sai che lotto e combatto per tutto.

Marita Comi: L’importante che…

Massimo Giuseppe Bossetti: Non vedo l’ora che qualcosa di positivo possa cambiare, no?

Marita Comi: L’importante che resisti tu.

Massimo Giuseppe Bossetti: Resisti io… ci spero tantissimo, Mari, perché sono stanco… stanco di continuare a subire tutto ingiustamente ed essere visto per quello che non sono.

Marita Comi: Eh, lo so Massi.

Massimo Giuseppe Bossetti: Stanco, stanco di quel posto qua, stanco, stanco di tutto. Infine, non ho mai chiesto… eri presente anche tu, no?… non ho mai chiesto un’assoluzione, ho semplicemente… e continuo a chiedere di poter ripetere un dato scientifico che fugherebbe ogni dubbio. Non so, ci vuole tanto a capirlo?

Si noti che Bossetti dice una frase inaspettata ovvero “non ho mai chiesto l’assoluzione”.

Marita Comi: E’ quello che chiediamo tutti, che vogliamo tutti.

Massimo Giuseppe Bossetti: Sai cosa spero Mari?

Marita Comi: Cosa?

Massimo Giuseppe Bossetti: Ma io spero sinceramente che questi giudici stavolta non siano più… che non sorvolino, come hanno fatto gli altri, che siano più corretti scrupolosi ma soprattutto coraggiosi nel valutare tutto, senza lasciare nulla di intentato.

Marita Comi: Che abbiano una coscienza.

Massimo Giuseppe Bossetti: Eh, ma è sempre quello che ti dicevo, no? E che mi diano una volta per tutte quello che chiedo da anni e che continuo a chiedere.

Marita Comi: Certo, lo speriamo tutti.

Questa telefonata, che è stata registrata da Marita Comi e poi diffusa, è un classico esempio di cosa significhi rivolgersi ad un “undisclosed recipient” ovvero ad un soggetto che non è quello con cui si sta parlando.

In un’occasione Massimo Giuseppe Bossetti ha riferito alla moglie di non aver chiesto l’assoluzione. Perché un innocente non dovrebbe chiedere ai giudici di assolverlo? Perché un innocente dovrebbe sottilineare di non aver chiesto ai giudici di assolverlo? “non ho mai chiesto… eri presente anche tu, no?… non ho mai chiesto un’assoluzione” rappresenta un’ammissione tra le righe.

Ciò che manca in questa telefonata è una frase di poche parole che Bossetti non è mai riuscito a pronunciare “Io non ho ucciso Yara”.

Nella telefonata di un soggetto che si dice innocente, registrata pochi giorni prima della sentenza della Suprema Corte, ci saremmo aspettati di trovare frasi del tipo: “Io non ho ucciso Yara”, “Non sono un assassino, eppure sto rischiando una conferma della condanna all’ergastolo”, Dov’è la giustizia nel nostro paese?”, ed invece Bossetti ha detto a Marita di non aver chiesto “un’assoluzione”.

Marita Comi ha recentemente dichiarato: “Ho fiducia perché Massimo non ha fatto niente. Ne sono sicura al 100 per cento”.

La Comi mostra di non credere al marito in quanto non dice “Ho fiducia perché Massimo non ha ucciso Yara” ma “Ho fiducia perché Massimo non ha fatto niente”. “non ha fatto niente” è una frase generica che si riferisce ad un periodo di tempo indeterminato, di conseguenza la Comi può non esporsi nell’aggiungere “Ne sono sicura al 100 per cento”.

La criminologa Ursula Franco smonta la bufala che vuole che Zodiac e il Mostro di Firenze siano la stessa persona (intervista)

La busta inviata a Silvia Della Monica con il lembo di pelle di Nadine Mauriot

Le Cronache Lucane, 14 giugno 2018

Dottoressa cosa ne pensa della teoria Zodiac uguale Mostro di Firenze?

E’ una boiata, è la ciliegina sulla torta di una delle pagine più nere della criminologia italiana. Quello del Mostro di Firenze che ha ucciso 16 persone, è un caso giudiziario irrisolto di cui dobbiamo vergognarci internazionalmente, non perché chi ha indagato non abbia identificato il serial killer nostrano, ma perché ha mostrato di non saper nulla di delitti seriali; gli inquirenti e i giudici, non solo hanno fantasticato di vendite di “feticci” e “festini”, hanno anche distrutto le vite di soggetti estranei ai fatti.

Un messaggio inviato da Zodiac alla stampa

E le lettere inviate dal Mostro e da Zodiac?

E’ comune che i serial killers inviino missive di sfida agli inquirenti, gli permette di tenere alti i livelli di cortisolo, adrenalina e noradrenalina, che sono gli ormoni dello stress, adorano il rischio e amano stare al centro dell’attenzione. La riprova del desiderio di palcoscenico dei serial killers è Angelo Izzo, un assassino sociopatico che, negli anni, ha preteso di fornire ai magistrati informazioni sulla strage di piazza Fontana, sulla strage di Bologna e quella di piazza della Loggia, sugli omicidi di Mino Pecorelli, Fausto e Iaio e Piersanti Mattarella, sulla morte di Giorgiana Masi, su molti altri episodi di terrorismo e di mafia, sulla violenza sessuale subita da Franca Rame e infine sulla scomparsa di Rossella Corazzin, lo ha fatto solo perché si tornasse a parlare di lui.

Cosa c’è in comune tra le lettere inviate da Zodiac e quelle del Mostro di Firenze?

Nulla. Quell’insieme di segni zodiacali e numeri mostrati in televisione non sono mai stati attribuiti al Mostro di Firenze. Nel caso del serial killer italiano abbiamo un’unica certezza, ovvero che egli abbia inviato un lembo di pelle di Nadine Mauriot, una delle sue ultime due vittime, all’interno di una busta con l’indirizzo scritto con lettere ritagliate dai giornali, a Silvia Della Monica, un magistrato che si stava occupando del suo caso, il resto sono lettere inviate da mitomani, qualche migliaio.

Perché il mostro di Firenze e Zodiac non possono essere la stessa persona?

Zodiac avrebbe rivendicato anche gli omicidi italiani firmandosi Zodiac. E’ nella natura umana attribuirsi ciò che ci appartiene.

E poi, per un serial killer il legame con il territorio è vitale.

In caso di reati seriali commessi da serial killers stanziali, una tecnica per determinare in quale area viva l’offender è lo studio dei luoghi in cui commette i suoi crimini da un punto di vista geografico. Un serial killer che colpisce sempre nella stessa area mostra di aver uno stretto legame con il territorio in cui opera, tanto che grazie ad un modello comportamentale detto Geographic profiling si può delimitare l’area in cui il soggetto vive e anche ipotizzare se si muova o meno a bordo di un mezzo di trasporto. Questo modello comportamentale parte dal presupposto che un soggetto selezioni le sue vittime vicino a casa e che quindi viva nell’area all’interno del suo raggio d’azione. Le zone in cui l’offender colpisce rientrano in una ‘comfort zone’, un’area dove si sente al sicuro, area che, nella maggior parte dei casi, non è nella cosiddetta zona cuscinetto a ridosso di casa sua, in quanto in quell’area teme di venir facilmente riconosciuto. I luoghi dove l’offender si sente al sicuro sono quelli che frequenta e dove ha l’opportunità di incontrare le sue vittime; le ‘comfort zone’ possono essere multiple; luoghi, non solo vicini a casa sua, ma anche al posto di lavoro o alla casa dei suoi familiari.

Va da sé che difficilmente un serial killer poteva essere di casa a San Casciano in Val di Pesa e a Vallejo… siamo seri.