CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: IN UN CASO GIUDIZIARIO LA RICOSTRUZIONE DEI FATTI E’ TUTTO, NON UN MERO ESERCIZIO DI STILE

“La ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario, una ricostruzione senza smagliature dovrebbe essere la priorità di una procura che intenda identificare il responsabile di un delitto, degli avvocati di parte civile e dei giudici che emettono una sentenza. Solo ricostruendo i fatti in modo capillare si possono attribuire le giuste responsabilità e si riduce in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario”

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Le Cronache Lucane, 29 marzo 2020

Michele Buoninconti

– Dottoressa Franco, in un caso giudiziario, quanto è importante ricostruire i fatti in modo capillare e perché?

La ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario, una ricostruzione senza smagliature dovrebbe essere la priorità di una procura che intenda identificare il responsabile di un delitto, degli avvocati di parte civile e dei giudici che emettono una sentenza ed invece, purtroppo, nel nostro paese manca la cultura della verità. Solo ricostruendo i fatti in modo capillare si possono attribuire le giuste responsabilità e si riduce inoltre in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario. Faccio un esempio: se la procura di Asti e tutti i giudici che hanno giudicato il povero Michele Buoninconti avessero provato a ricostruire i fatti che condussero alla morte di Elena Ceste si sarebbero resi conto che non era stato commesso un omicidio. 

– E in caso invece sia stato commesso un omicidio?

In caso di omicidio, una capillare ricostruzione dei fatti tutela i familiari della vittima perché non lascia spazio alla difesa. 

– In quali casi noti gli inquirenti ed i giudici hanno commesso degli errori nella ricostruzione dei fatti?

In moltissimi. 

– Ci faccia alcuni esempi.

Sono stati commessi errori nella ricostruzione degli omicidi di Matilda Borin, Lidia Macchi, Yara Gambirasio, Roberta Ragusa e Maria Sestina Arcuri e in tanti altri casi.

Matilda Borin

– Com’è morta la piccola Matilda Borin?

Matilda è morta in seguito ad uno shock emorragico da emoperitoneo secondario ad un trauma dorsale che le produsse multiple lacerazioni del fegato, la sezione del rene destro e una lesione del sinistro. L’errore è stato credere che quel trauma dorsale fosse stato prodotto da un calcio sferratole.

La piccola Matilda è morta invece in seguito ad un trauma da schiacciamento causato dalla pressione di un ginocchio sul suo dorso. 

All’esame autoptico furono riscontrate una lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale, due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori, multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro, la frattura della VII costa destra sulla linea ascellare posteriore con consensuale minima lacerazione pleurica ed intensa infiltrazione emorragica e un traumatismo delle coste dalla IX alla XII sinistre. 

La “lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale” è compatibile con l’impronta di un ginocchio e non con quella di una scarpa o di un piede. E le “due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori” provano che la forza lesiva scaricata su Matilda non la spinse nel vuoto ma la schiacciò contro una superficie semirigida.

In poche parole, chi uccise Matilda le appoggiò il proprio ginocchio sul dorso e la schiacciò contro una superficie semirigida, poi la bambina cadde sul pavimento e si produsse “multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro”. Subito dopo, l’omicida raccolse da terra la piccola prendendola sotto il braccio destro con la sola mano destra e, con la pressione del proprio pollice, le produsse “la frattura della VII costa posteriore destra sulla linea ascellare posteriore e la consensuale minima lacerazione pleurica”. La frattura costale non fu contestuale alla lesione dorsale che danneggiò gli organi addominali, né secondaria alle manovre rianimatorie, ma fu la conseguenza di un secondo fatto traumatico che seguì allo schiacciamento dorsale. All’esame autoptico si rilevò intorno alla frattura costale la presenza di una intensa infiltrazione emorragica, prova che il trauma precedette lo shock ipovolemico e l’arresto cardiaco e che quindi non fu causata dalle manovre rianimatorie che seguirono invece lo shock.

Lidia Macchi

 – Che errori hanno commesso gli inquirenti nel caso dell’omicidio di Lidia Macchi?

Una volta riaperto il caso Macchi, l’errore più grossolano fatto dagli inquirenti è stato quello di aver preso per buona la ricostruzione della dinamica omicidiaria elaborata da chi per primo si occupò del delitto. L’errata ricostruzione dei fatti ha viziato il caso perché ha condotto gli inquirenti ad attribuire all’assassino la lettera-poesia “IN MORTE DI UN’AMICA” recapitata ai familiari di Lidia il giorno del suo funerale e perché ha lasciato spazio all’ipotesi che l’aggressore si trovasse alla guida dell’auto di Lidia e che, quindi, fosse un suo conoscente. L’ipotesi più plausibile, che non solo si confà a tutte le risultanze investigative, ma che ricalca anche la casistica in tema di omicidi di questo tipo, è che Lidia e il suo assassino non si conoscessero e che fossero rimasti insieme pochissimi minuti, il tempo impiegato per raggiungere il bosco di Sass Pinin e quello della commissione del delitto. Chi uccise Lidia Macchi non si intrattenne con lei né per consumare un rapporto sessuale consenziente, né per violentarla sotto minaccia, né per agire atti sessuali post mortem. Lidia incontrò il suo assassino per caso e nulla lascia pensare che lo conoscesse. La Macchi fece sedere quello che si sarebbe poi rivelato il suo assassino sul sedile del passeggero, lo provano la posizione avanzata del sedile del guidatore e la dinamica dell’aggressione. Riguardo alla lettera poesia “IN MORTE DI UN’AMICA”, l’autore anonimo non solo non ha fornito informazioni riguardanti l’omicidio che non fossero note a tutti, ma ha mostrato di non conoscere né la dinamica omicidiaria, né il movente. Chi scrisse la lettera infatti, riguardo al movente, riportò l’ipotesi della prima ora diffusa dai familiari di Lidia e dai giornali, un’ipotesi errata.

Yara Gambirasio

 – E in quello di Yara Gambirasio?

E’ vero, come affermato dall’accusa, che il movente dell’omicidio di Yara Gambirasio è sessuale, ma Massimo Giuseppe Bossetti non si è mai sognato di avere un rapporto sessuale vero e proprio con la sua vittima. Bossetti non si esibì in avances sessuali e l’omicidio non seguì ad un rifiuto di Yara. Massimo Giuseppe Bossetti non si trovò a dover affrontare una situazione inaspettata, aveva infatti programmato, chissà da quanto tempo, ciò che mise in pratica il giorno in cui uccise la Gambirasio. Nessuna avance respinta scatenò l’omicidio, il vero movente fu il desiderio di seviziare la giovane Yara, un desiderio maturato nelle fantasie di Massimo Giuseppe Bossetti ed agito in un momento di stress dovuto ai suoi problemi lavorativi e al conflitto con sua moglie Marita. Una riprova della premeditazione è il fatto che Bossetti condusse con sé un coltello che usò solo nella seconda fase dell’omicidio e che non lasciò sulla scena criminis. 

Roberta Ragusa

– Nel caso Ragusa? 

Nella ricostruzione dei giudici manca un passaggio cruciale, il Logli, dopo le 23.50, dopo aver messo sua figlia a letto, andò in autoscuola, Roberta, che era a letto, si alzò, si mise le scarpe da tennis che usava in palestra e che non furono mai ritrovate e una giacca e seguì di nascosto il marito. Fu proprio nei locali dell’autoscuola che Roberta sentì parlare suo marito Antonio con l’amante, ma soprattutto lo sentì chiudere l’ultima telefonata a Sara con un “Ti amo, buonanotte”, una frase che il Logli pronunciò perché credette di essere solo, ne nacque logicamente una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio, che abitava poco distante.

Secondo i giudici: “La sorpresa e il terrore alimentati dalla recente esperienza, vissuta dalla donna come un tentativo di omicidio, non hanno consentito ad avviso di questa Corte che si sviluppasse tra i due alcuna discussione: non vi è stato alcun alterco, alcun litigio, alcun clamore, tanto è vero che neppure i figli sono stati svegliati o hanno percepito alcunché”. 

Non corrisponde al vero ciò che hanno scritto i giudici su questo punto, il Logli e sua moglie Roberta discussero per ben due volte quella notte:

a) la discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo dopo le 00.17 in autoscuola, per questo motivo i bambini non sentirono niente e come loro neanche il titolare della scuola di ballo che si trova sopra l’autoscuola perché se n’era andato poco prima. 

b) una seconda discussione impegnò i due coniugi in via Gigli, in quell’occasione un testimone, Loris Gozi, li udì. 

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare in auto (la C3 di Roberta) probabilmente promettendole che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire.

Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia. E’ Loris Gozi a confermarcelo in un’intervista: “Perché c’erano delle urla, la signora urlava, delle urla strazianti, forti. (…) Ho sentito solo urlare, ma forte, come una donna che urla fo… che urla forte”. Il Gozi sentì la voce di Roberta e non quella del Logli perché Antonio cercò di abbassare i toni, cercò di calmare sua moglie per convincerla a salire in auto in moda da condurla in una zona isolata e ucciderla, il Logli, infatti, non aveva alcun interesse a richiamare l’attenzione dei vicini proprio perché aveva deciso di uccidere la povera Roberta.

Sempre secondo i giudici: “La Ragusa, in preda al panico percependo il grave pericolo per la propria incolumità è semplicemente e istintivamente scappata, così come si trovava, senza mettere niente altro addosso, senza portare niente con sé, e proprio attraverso i campi, come indicato dalle tracce fiutale dai cani, per sottrarsi alla vista e al prevedibile inseguimento del marito di cui aveva paura. Una fuga per la strada pubblica non sarebbe stata funzionale a detto scopo, poiché sarebbe stata visibile e raggiungibile e quanto al chiamare i suoceri, si trattava di persone che la donna sentiva distanti, fredde e non tutelanti”.

E’ un errore pensare che Roberta abbia sentito il Logli parlare con l’amante mentre si trovava in casa e che, per paura del marito, fosse fuggita tra i campi. Roberta intraprese la via dei campi non perché era in preda al panico o per fuggire al Logli ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito, Sara Calzolaio, e proprio perché si trovava in autoscuola, peraltro a pochi passi dalla staccionata che divide il parcheggio dell’autoscuola dai campi, non ebbe accesso alle chiavi della propria auto, che erano rimaste in casa. Ella infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente basse di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio. 

Il fatto che Roberta si sia allontanata a piedi è la riprova che la discussione tra lei e il marito si consumò in autoscuola e non in casa dove si trovavano le chiavi della sua C3.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa (…) e poi cambiando macchina Roberta, che è stata minacciata di morte, sta lì e m’aspetta cioè mmm è inverosimile, io credo che cosa più incredibile di questa non… non ci sia”. 

Secondo i giudici: “In concomitanza con tale sequenza temporale si colloca la formidabile deposizione del Gozi che inizialmente e consequenzialmente vede il Logli in posizione statica di attesa, circa nel luogo dal quale secondo la direzione intrapresa dalla fuggitiva, la donna avrebbe dovuto prima o poi sbucare dal campo. Questa prima scena così come descritta dai testi Loris Gozi e Anita Gombi, assume il valore di conferma e di decisivo significato indiziario: i testi descrivono una situazione insignificante e di per sé non allarmante, anzi neutra, ma probatoriamente preziosa, perché strettamente complementare e reattiva per tempistica e luogo ad eventi che si erano poco prima consumati tra altre persone, in altra sede e per ragioni a loro estranee. Il Logli ha consapevolezza di essere stato notato dal teste, che aveva un’auto vistosa a lui nota, per tale motivo rientra e cambia auto, che verrà notata dalla Latona posteggiala davanti a casa, in orario che, per quanto sopra detto trattando specificamente di tale indizio, non è affatto incompatibile con la deposizione Gozi, considerando la stretta prossimità dell’abitazione e il fatto che l’avvistamento successivo del Gozi è da collocarsi a circa venti minuti o mezz’ora dopo”.

Il Logli non cambiò auto perché fu visto all’interno della sua Ford Escort da Loris Gozi, come affermato dai giudici, non ne avrebbe infatti tratto alcun beneficio. Anzi, il fatto che il Gozi abbia potuto identificare non una ma due delle auto appartenenti alla famiglia Logli/Ragusa, in strada, quella sera, ha danneggiato Antonio Logli.

Purtroppo però inquirenti e magistrati hanno ignorato due fatti di rilievo:

a) una testimone vide il Logli pulire la strada nel punto dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort la notte della scomparsa della Ragusa e dove era stato notato dal Gozi;

b) la collaboratrice domestica di Roberta, Margherita Latona, ha sostenuto di aver visto il Logli pulire il vialetto di casa sua e proprio nel punto in cui la notte stessa della scomparsa di Roberta era parcheggiata la sua Escort.

In un’intervista, nel tentativo di sminuire il valore della dichiarazione della Latona agli inquirenti, il Logli ha detto: “Margherita Latona fece una telefonata, l’ho letto nelle carte, era affacciata allo stanzino del… dove io ho la lavatrice di casa e sotto di lei c’è uno stanzino dove tengo, diciamo, un ripostiglio, all’interno avevo una busta con della sabbia che uso per mettere nei commenti del piazzale dell’autoscuola, mentre prendo questa busta e giro per andare verso il piazzale in terra dei ragazzini avevano fatto quei disegni per fare il gioco che ci si salta dentro e mi sembravano brutti e io ho preso qualcosa e ho cominciato a grattare per vedere se lo potevo togliere, in realtà dopo poco mi so accorto che non ci facevo nulla le strisce, le righe che erano in terra son rimaste tali e quali”.

Con questa dichiarazione, il Logli ha aggiunto un tassello cruciale alla ricostruzione dei fatti della notte della scomparsa di Roberta Ragusa, ha affermato di aver usato la sabbia il giorno seguente. La sabbia è infatti la chiave di questo caso.

Loris Gozi vide Antonio Logli, in via Gigli, fermo dentro la sua Ford Escort station wagon a fari spenti tra le 00.30 e le 00.40.

La notte del 13 gennaio 2012 la domestica vide la Ford Escort del Logli parcheggiata nel vialetto poco dopo le 00.40.

La notte dell’omicidio, Antonio Logli danneggiò il contenitore del filtro del gasolio della sua Ford Escort station wagon ed il giorno dopo pulì sia la strada che il vialetto per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte precedente aveva stazionato in quei due luoghi.

Il Logli, la notte dell’omicidio, maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina non perché lo vide il Gozi, come erroneamente affermato dai giudici nelle motivazioni della sentenza, ma per non rischiare che l’auto danneggiata, ovvero la sua Escort, lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta.

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta. 

E’ logico inferire che il Logli non avrebbe perso tempo a riempire con la sabbia i commenti del piazzale dell’autoscuola nel caso fosse stato preoccupato per la scomparsa di Roberta tantomeno nel caso l’avesse uccisa, pertanto si può concludere che abbia usato la sabbia per asciugare il gasolio colato dalla sua auto sulla pavimentazione del vialetto. 

Il Logli pulì la strada ed il vialetto di casa sua per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse, posto che era la riprova che la sera della scomparsa della moglie lui si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo, pur sapendola danneggiata, usò la propria auto per raggiungere il cimitero al mattino dopo, lo fece per lasciare la Ford Escort a debita distanza da casa, per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quindi quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni per la presenza di chiazze di gasolio nei luoghi dove la sua auto era stata ferma quella notte.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati, ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa, poi dopo, siccome io sarei stato visto, ho cambiato macchina, cioè cosa sarebbe cambiato cambiando macchina? Se m’hai visto, m’hai visto”. 

Secondo i giudici: “A tale proposito vengono citate le dichiarazioni rese da un amico dell’imputato (…) propose di fare un giro in macchina transitando dai due cimiteri ove erano seppelliti i genitori della Ragusa. Saliti sulla Ford di proprietà dell’imputato e giunti al cimitero  di Pisa, si constatò tuttavia che il motore dell’auto non si avviava, nonostante l’imputato provasse a caricare il circuito di alimentazione del gasolio con l’apposita pompa del vano motore.  A quel punto veniva chiamato il padre dell’imputato che giungeva dopo circa 15/20 minuti e li riaccompagnava a casa (…) A tale proposito affermava che la problematica al  motore dell’auto, a dire dell’imputato si verificava frequentemente e che egli stesso, guardando il  vano motore, notava che il contenitore del filtro del gasolio era avvolto in una pellicola trasparente del tipo da cucina”.

E’ in questo stralcio di motivazioni la conferma del fatto che il Logli si era accorto, ben prima di giungere al cimitero, che il contenitore del filtro era rotto, lo aveva infatti già rivestito con la pellicola da cucina. 

Secondo i giudici: “Il delitto non era certo stato programmato per quella data e in quella occasione, come attestano le circostanze accertate e finanche la mancanza da parte del Logli della possibilità di approntare e addurre più adeguate e logiche circostanze della scomparsa della moglie e di costruire un albi più solido a suo favore, ma tuttavia proprio dal mancato ritrovamento del corpo si deve escludere che si sia trattalo di dolo d’impeto.

In qualunque modo ne abbia cagionato la morte, il mancato rinvenimento del corpo nonostante le già illustrate massicce ricerche, e a prescindere dalla circostanza tecnica che non sia stata contestata la premeditazione, indica chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie, significativamente e a ragion veduta temuta dalla povera Ragusa, ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi. La notte dei fatti invece la situazione è precipitata, con la scoperta da parte della Ragusa, sorpresa a sua volta dal marito e la immediata resa dei conti culminata nel terrore e nella fuga della donna raggiunta e coattivamente trattenuta, e nella sua soppressione. Insomma la mancata scoperta del corpo e delle modalità esecutive dell’omicidio qualificano in modo vieppiù negativo la personalità dell’autore e la sua capacità criminosa, la freddezza nell’ideazione, la precisione nell’esecuzione, e infine l’efficacia nella soppressione del corpo”.

I cadaveri si trovano più spesso per caso che durante le ricerche, pertanto è proprio la casistica ad indurci a dubitare che il fatto che il corpo di Roberta Ragusa non sia stato ritrovato indichi “chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie (…) ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi”. 

Ed è proprio il modo in cui il Logli tentò di uccidere Roberta, ovvero facendola cadere dalle scale, che ci permette di escludere che, prima della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, lo stesso avesse pensato ad un luogo dove occultarne il corpo.

Il Logli pensò al luogo dove avrebbe potuto occultarne il corpo (lo stesso luogo dove la uccise) mentre si trovava all’interno della sua Ford Escort quella stessa notte, in precedenza aveva pensato di sopprimerla simulando un incidente. In altre parole, il Logli non era preparato al susseguirsi degli eventi della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012.

Ronciglione. Le scale esterne d’accesso alla casa della nonna materna di Andrea Landolfi Cudia

 – Nel caso dell’omicidio di Maria Sestina Arcuri?

Lo abbiamo trattato di recente. Maria Sestina non è caduta dalle scale interne dell’appartamento di Mirella Iezzi ma da quelle esterne. Le lesioni che ha riportato (ferita dall’occipite fino alla sommità del capo causata dall’impatto con una superficie piatta e lesione estesa sulla schiena) sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il suolo o con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro, corrimano contro il quale, dopo la caduta di Maria Sestina, Andrea Landolfi scaraventò sua nonna procurandole la frattura di 3 coste. Peraltro, subito dopo la caduta di Maria Sestina, proprio perché i fatti si consumarono all’esterno dell’appartamento della Iezzi, i vicini sentirono Andrea Landolfi dire: “Zitta, stai zitta, ti ho detto. Stronza, piantala”.

– Dottoressa Franco, perché la maggior parte della gente si affeziona alle sciocchezze divulgate da stampa e tv spazzatura e snobba la verità anche quando i fatti parlano chiaro?

Perché la gente è incapace di ammettere di essersi lasciata intortare e desidera salvare l’onore del proprio “infallibile intuito” e così, invece di riconoscere i propri limiti, si ingegna su come ridicolizzare la verità e chi se ne fa portavoce. E vissero tutti felici e contenti… Ah, a proposito, per ricostruire i fatti e risolvere un caso servono competenze, non un “infallibile intuito”. L’intuito è il paravento di chi non ha investito nella propria formazione ed è equiparabile alle capacità che millantano di avere i cosiddetti “sensitivi”. Buon lockdown a tutti.

APPIAPOLIS: QUANDO SEVIZIARE DIVENTA UN’OSCURA OSSESSIONE…

ursula franco 1 QUANDO SEVIZIARE DIVENTA UN’OSCURA OSSESSIONE…              –       di Ursula Franco*     –      

Le risultanze investigative parlano chiaro: Pamela è stata uccisa e smembrata dal solo Oseghale, un ragazzo nato per caso in Nigeria e con una psicopatologia da serial killer. La cronaca è ricca di casi di omicidio e smembramento. A Madrid, Alberto Gómez, 26 anni, ha ucciso la propria madre, María Soledad e l’ha poi fatta a pezzi che in parte ha mangiato con l’aiuto del cane. In Germania, Nhat T., un vietnamita di 24 anni, il 24 agosto 2018, ha ucciso a martellate il cinese Chenxi L., 27 anni, lo ha ridotto in pezzi che ha messo in sacchetti che ha poi gettato. Nell’ottobre 2017, nella città di Alcala de Eneres, in Spagna, Manuel Moreno, un cameriere di 42 anni, ha ucciso e smembrato la sua fidanzata, Daria O. L., di 22 anni. Dopo 15 mesi, i pezzi del cadavere di Daria sono stati ritrovati dalle forze dell’ordine in un frigorifero nella casa in cui la coppia viveva.

Kim Wall QUANDO SEVIZIARE DIVENTA UN’OSCURA OSSESSIONE…
Kim Wall

L’inventore danese Peter Madsen, all’interno del suo sottomarino, l’UC3 Nautilus, il 10 agosto 2017, ha ucciso la giornalista svedese Kim Wall, ne ha poi smembrato il corpo e gettato in mare i pezzi dopo averli infilati in sacchetti di plastica insieme ad alcuni oggetti metallici. Il 25 aprile 2018, una Corte di Copenaghen, lo ha riconosciuto colpevole di omicidio premeditato e lo ha condannato all’ergastolo.

pamela mastropietro omicidio macerata facebook 2018 thumb660x453 300x206 1 QUANDO SEVIZIARE DIVENTA UN’OSCURA OSSESSIONE…
Pamela Mastropietro

Quello della Mastropietro è un delitto che ha tutte le caratteristiche di un omicidio commesso da un serial killer. Innocent Oseghale ha agito da solo, il movente dell’omicidio è intrapsichico e nello smembramento della vittima non è riconoscibile un atto difensivo, ma semplicemente la messa in pratica di fantasie perverse coltivate da tempo.

Oseghale non ha ucciso Pamela in seguito ad un approccio sessuale o ad una violenza sessuale, l’ha uccisa per smembrarla e per poi “manipolarne” i resti. In poche parole, l’omicidio della Mastropietro rappresenta l’act out delle fantasie del suo autore. Le due valigie con i resti di Pamela non sono state occultate, ciò permette di escludere che quel sezionamento fosse finalizzato all’occultamento. Il medico legale ha dichiarato: “lo strazio inflitto al corpo va molto oltre ciò che sarebbe stato necessario per chiuderlo in due valigie”, quello “strazio” (depezzamento e lavaggio) è servito ad Oseghale per saziare un proprio bisogno psicologico. Nell’analisi di un caso giudiziario non c’è spazio per la fantasia (branco di nigeriani, riti della mafia nigeriana e chi più ne ha più ne metta), sono le risultanze investigative a fornire la soluzione, un caso giudiziario è quello che è, non quello che si vorrebbe che fosse.

Perché è da escludere una morte per overdose? Perché è illogico pensare che uno spacciatore faccia a pezzi il corpo di una ragazza morta in casa sua in seguito ad una overdose. Innocent Oseghale non avrebbe avuto motivo di “frazionare” il corpo di Pamela Mastropietro in pezzi, peraltro molto piccoli, né tantomeno avrebbe trasformato casa sua in un mattatoio se non avesse ucciso lui la giovane donna allo scopo di smembrarla. Il fatto che, dopo lo smembramento, Innocent non abbia propriamente occultato i resti del cadavere di Pamela ci permette di escludere che lo smembramento sia stato un atto di tipo “difensivo”.

Sul corpo della Mastropietro non sono stati trovati segni di una violenza sessuale non a causa dello stato dei suoi resti ma semplicemente perché Oseghale non ha violentato Pamela. Innocent Oseghale non ha ucciso Pamela in seguito ad un approccio sessuale o ad una violenza sessuale, l’ha uccisa per smembrarla. Oseghale non ha agito atti sessuali veri e propri ma un’attività sessuale sostitutiva. Innocent Oseghale ha ottenuto una gratificazione sessuale dal meticoloso smembramento del cadavere di Pamela ed è, con tutta probabilità, un soggetto sessualmente incompetente come lo sono molti serial killer con il suo stesso quadro psicopatologico.

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Giuseppe Bossetti

L’omicidio e lo smembramento del cadavere di Pamela hanno rappresentano un “act out” di fantasie perverse che Oseghale coltivava da tempo. Un omicida per lussuria, come lui, si nutre di fantasie e trae piacere nel ripassare ogni dettaglio del rituale che un giorno metterà in atto. Innocent Oseghale è un serial killer dello stesso tipo del mostro di Firenze e di Massimo Giuseppe Bossetti, è un lust murderer, un anger-excitation sexual murderer.

Anche nel caso dell’omicidio di Yara Gambirasio, non fu una avance respinta a scatenare la furia omicida di Bossetti, così come si legge nelle motivazioni della sentenza, il vero movente dell’omicidio di Yara fu il desiderio di seviziarla, un desiderio maturato nelle fantasie perverse del suo autore e poi agito in un momento di stress dovuto ai problemi lavorativi di Bossetti e al conflitto coniugale tra lui e sua moglie Marita.

Peter Madsen QUANDO SEVIZIARE DIVENTA UN’OSCURA OSSESSIONE…
Peter Madsen

Come Peter Madsen, Massimo Giuseppe Bossetti condusse con sé un’arma da taglio che usò solo nella seconda fase dell’omicidio e che non lasciò sulla scena criminis. Egli sequestrò ed uccise Yara utilizzando la cosiddetta tecnica dello squalo, tecnica cara a molti serial killer che cercano una vittima muovendosi a bordo di un proprio mezzo di trasporto, la catturano velocemente e la uccidono o nel luogo della cattura o in un posto isolato a loro ben conosciuto dove possono agire indisturbati. Questo comportamento è caratteristico dei serial killer che vivono in famiglia e che quindi devono cercare ed uccidere le proprie vittime ad una certa distanza di sicurezza da casa propria. Bossetti intercettò Yara mentre, di ritorno dalla palestra, la stessa si stava dirigendo a piedi verso casa e la condusse nel campo di Chignolo d’Isola dove la abbandonò ferita a morte. I serial killer sono spesso abili manipolatori, capaci di conquistare la fiducia delle loro vittime al fine di condurle nella propria ‘comfort zone’, un’area dove sono in grado di agire le loro fantasie in tutta sicurezza. Bossetti, in qualche modo, convinse Yara a salire sul furgone ed in seguito la portò al campo di Chignolo d’Isola, dove la bambina, resasi conto del pericolo, tentò di fuggire.

Ed ancora, come Peter Madsen, Bossetti non abusò sessualmente della giovane Yara ma si limitò a slacciarle il reggiseno, a reciderle le mutandine e infine ad infierire sul suo corpo con un’arma da taglio, tutti atti sessuali sostitutivi.

Gli autori di questi tre omicidi possono essere definiti anche Sexual Sadistic, soggetti che ottengono la loro gratificazione sessuale, non da atti sessuali veri e propri ma dall’umiliare, torturate e uccidere la propria vittima, traggono piacere dal terrore che riescono a far provare alle loro vittime; generalmente hanno subito abusi sessuali e sono affetti da parafilie, sono spesso sessualmente incompetenti, hanno tra i 30 e i 40 anni, sono sposati, non hanno precedenti penali, pianificano meticolosamente e conducono con sé il kit necessario per mettere in pratica le proprie fantasie. Per quanto riguarda Bossetti, il fatto che avesse 40 anni al suo primo omicidio rientra nel range di età in cui i Sexual Sadistic commettono il loro primo delitto, in ogni caso, dall’analisi del carteggio intrattenuto con la detenuta Gina si evince non solo che Bossetti è stato vittima di abusi ma anche che la sua età emozionale non corrisponde alla sua età anagrafica.

Nel caso di Kim Wall, sul torso, precisamente sul torace e sul pube, i medici legali hanno rilevato i segni di almeno 15 coltellate inferte alla donna “poco prima della morte o appena dopo”, in queste 15 coltellate è riconoscibile un’attività sessuale sostitutiva detta “piquerismo”, tipica dei serial killer per lussuria ed agita sia da Massimo Giuseppe Bossetti che dal cosiddetto “mostro di Firenze”.

Gli omicidi di Yara Gambirasio, di Pamela Mastropietro e di Kim Wall sono omicidi premeditati per anni e figli delle fantasie ossessive dei loro autori. I serial killer uccidono per il piacere di torturare e di uccidere non perché gli sfugge di mano una situazione.

CASERTASERA- CRIMINOLOGIA- IL MOSTRO DI FIRENZE: UN SERIAL KILLER DA MANUALE

Il cosiddetto Mostro di Firenze, che ha colpito nell’omonima provincia della Toscana, dal 1968 al 1985, è stato un serial killer,  un anger excitation sexual murderer, un omicida seriale per lussuria.
Gli 8 duplici omicidi:
1 – Intorno alla mezzanotte di mercoledì 21 agosto 1968, in una strada sterrata vicino al cimitero di Signa, il Mostro ha ucciso a colpi di pistola due amanti, Antonio Lo Bianco, 29 anni, sposato e padre di tre figli e Barbara Locci, 32 anni, sposata e madre di un bambino di 6 anni, Natalino Mele. I due stavano amoreggiando all’interno di un’auto, un Giulietta Alfa Romeo bianca, mentre il piccolo Natalino dormiva sul sedile posteriore. Le due vittime sono state attinte da 4 colpi di pistola ciascuna.
2 – Intorno alla mezzanotte di sabato 14 settembre 1974, a Fontanine di Rabatta, vicino a Borgo San Lorenzo, il Mostro ha ucciso Pasquale Gentilcore, 19 anni e Stefania Pettini, 18 anni. I due giovani si erano appartati a bordo di una Fiat 127 in una strada sterrata e sono stati attinti rispettivamente da cinque e tre colpi di calibro .22. Stefania non è stata uccisa dai colpi d’arma da fuoco che l’hanno solo ferita alle gambe, è morta dopo che il suo assassino l’ha estratta dall’auto e l’ha colpita con il coltello per un totale di 96 volte; l’omicida le ha poi tagliato gli indumenti intimi, ha inciso la sua cute intorno alle zone erogene con ferite filiformi, ha penetrato la sua vagina con un tralcio di vite, ha posizionato il cadavere a gambe divaricate. Il Mostro ha colpito anche Pasquale, post-mortem, con 2 fendenti all’addome.
3 – Nella notte tra sabato 6 e domenica 7 giugno 1981 in una stradina sterrata sulle colline di Roveta, vicino a Mosciano di Scandicci, il Mostro ha ucciso all’interno della sua auto, una Fiat Ritmo, Giovanni Foggi, 30 anni e Carmela De Nuccio, 21 anni. Giovanni è stato attinto da tre colpi, Carmela da cinque. L’assassino, dopo aver estratto Carmela dall’auto, le ha strappato la camicia, le ha tagliato la cintura, i jeans e le mutande e le ha asportato il pube, risparmiando in parte le grandi labbra e infine, ha accoltellato, post-mortem, Giovanni.
4 – Nella notte tra giovedì 22 e venerdì 23 ottobre 1981 a Travalle di Calenzano vicino a Prato, in località Le Bartoline, il Mostro ha ucciso Stefano Baldi, 26 anni e Susanna Cambi, 24 anni mentre si trovavano in una stradina sterrata all’interno di un auto, una Volkswagen Golf. Quattro colpi di Beretta calibro .22 hanno colpito Stefano e cinque Susanna. L’omicida ha prima estratto dall’auto Stefano che ha colpito con 4 coltellate, per poter raggiungere Susanna che ha tirato fuori dall’auto, ha colpito con il coltello sia alla schiena che al seno sinistro, le ha tagliato la gonna e le mutande, le ha asportato il pube, il perineo e parte delle cosce e l’ha lasciata a gambe divaricate.
antonella e paolo

5 – Nella notte tra sabato 19 e domenica 20 giugno 1982 a Baccaiano di Montespertoli, il Mostro ha ucciso Paolo Mainardi, 22 anni e Antonella Migliorini, 19 anni. I due fidanzati avevano appena consumato un rapporto sessuale in uno slargo sulla Strada Provinciale Virginio Nuova, vicino al paese di Cerbaia, a bordo di una Seat 147. Per un qualche motivo l’auto, dopo il duplice omicidio, è finita in un fosso e il killer ha abbandonato la scena del crimine senza infierire sui cadaveri con il coltello. Il luogo non era appartato, il Mostro avrebbe rischiato di farsi sorprendere da un auto in transito.

Horst

Horst Wilhelm Meyer e Jens Uwe Rusch

6 -Nella notte tra venerdì 9 e sabato 10 settembre 1983, a Giogoli, il Mostro ha ucciso  due turisti tedeschi, Jens-Uwe Rüsch e Horst Wilhelm Meyer, entrambi di 24 anni, mentre si trovavano sul loro furgone Volkswagen T1. L’assassino ha sparato sette colpi attraverso la carrozzeria del furgone, tre colpi hanno attinto Meyer  e quattro Rusch. Dopo l’omicidio non ha infierito sui corpi con il coltello. Rush portava i capelli lunghi, forse il Mostro lo aveva scambiato per una donna.

Pia Rontini e

Pia Rontini e Cludio Stefanacci

7 – Nella notte tra domenica 29 e lunedì 30 luglio 1984, a Borgo San Lorenzo, il Mostro ha ucciso a colpi d’arma da fuoco Claudio Stefanacci, 21 anni e Pia Gilda Rontini, 18 anni, mentre si trovano su una Fiat Panda celeste in una strada sterrata raggiungibile dalla Strada Provinciale Sagginalese. Il killer ha infierito post-mortem sul corpo di Claudio con dieci coltellate, ha colpito due volte Pia alla gola, l’ha mutilata della mammella sinistra e del pube, parte delle cosce e dell’area perianale e l’ha lasciata a gambe divaricate.

Jean Michel Kraveichvili e Nadine.

Jean Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot

8 – Nella notte tra sabato 7 e domenica 8 settembre 1985, in una piazzola nella campagna di San Casciano Val di Pesa nella frazione di Scopeti, il Mostro ha sparato all’interno della loro tenda a due francesi in campeggio, Jean Michel Kraveichvili, 25 anni e Nadine Mauriot, 36 anni. Jean Michel dopo essere stato colpito alla mandibola e agli arti superiori è scappato tra i boschi, il killer lo ha inseguito e ucciso a colpi di coltello, dodici coltellate alle spalle, al torace, alle braccia, alla carotide mentre a Nadine ha asportato la mammella sinistra e il pube. Dopo quest’ultimo duplice omicidio il Mostro ha inviato un lembo della pelle della mammella di Nadine alla Procura della Repubblica di Firenze.

Busta della lettera

Busta della lettera che conteneva un lembo di pelle di Nadine Mauriot

Il modus operandi e la personation:

Il “Mostro” ha ucciso 8 coppie con la stessa arma, una pistola semiautomatica Beretta calibro .22 Long Rifle e, in alcune occasioni, ha infierito sui cadaveri con un coltello.

Nonostante il “Mostro” intendesse uccidere le sue vittime a colpi d’arma da fuoco, a volte ha dovuto ricorrere anche al coltello, arma che, in realtà, conduceva con sé per operare post-mortem sui cadaveri.

In tre casi il “Mostro” non ha usato il coltello:

  • nel 1968, dopo aver ucciso Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, perché in auto c’era un bambino;
  • nel 1982, dopo il duplice omicidio di Antonella Migliorini e Paolo Mainardi, perché rischiava di essere visto, in quanto l’auto era ferma a ridosso di una strada provinciale molto trafficata;
  • nel 1983, nel caso degli omicidi di Horst Wilhelm Meyer e Jens Uwe Rusch, perché si è reso conto di aver ucciso due uomini e non un uomo ed una donna.

Una lettera attribuita al Mostro di Firenze, fu usata per il confronto con la scrittura di Pacciani che non risultò compatibile, la lettera, per quanto riguarda il suo contenuto, è compatibile con la psicopatologia del mostro di Firenze

Gli omicidi commessi dal “Mostro” non sono mai stati accompagnati da una attività sessuale vera e propria, sono, comunque, omicidi con un movente prettamente sessualeSi definiscono omicidi sessuali non solo quegli omicidi in cui vi è evidenza di una attività sessuale, ma anche quelli in cui è rintracciabile un’attività sessuale sostitutiva sulla scena del crimine o sul corpo della vittima.

Chi indaga in casi di omicidio senza un apparente movente, come quello di Yara Gambirasio, deve conoscere le diverse forme di attività sessuale sostitutiva quali possono esserlo la rimozione degli abiti o il taglio degli stessi, un certo posizionamento del corpo, l’uso gratuito di un’arma da taglio o da punta sul cadavere che spesso viene scambiato per overkilling, le mutilazioni post-mortem.

Gli atti sessuali sostitutivi permettono a chi li agisce di ottenere una gratificazione sessuale.

Una delle vittime del Mostro di Firenze

Personation:

Massimo Giuseppe Bossetti, l’assassino di Yara Gambirasio, e il Mostro di Firenze, hanno fatto ricorso ad una “personation” per ottenerne una gratificazione.

La “personation” è ciò che va oltre l’azione necessaria per commettere un crimine. I tagli inferti sul corpo inerme di Yara e su quelli delle vittime del Mostro di Firenze sono da considerarsi una “personation”, sono azioni gratuite che rappresentano la manifestazione più caratteristica delle fantasie dell’omicida e, per questo motivo, sono rivelatrici della sua personalità.Quando un soggetto colpisce in serie e ripete la “personation”,  la stessa assume il nome di “signature” (firma).Nel caso degli omicidi del Mostro di Firenze, come in quello di Yara Gambirasio, l’assenza di un’attività sessuale vera e propria ci fa propendere per un aggressore sessualmente incompetente alla ricerca della propria gratificazione sessuale attraverso la penetrazione dei cadaveri con l’arma bianca.

Souvenir e trofei:

Dopo l’omicidio, i serial killer attraversano una fase totemica (totem phase) caratterizzata da un vissuto profondamente depressivo che cercano di alleviare rivivendo la loro eccitante esperienza, o tornando sulla scena del crimine, o recandosi sulla tomba delle vittime, o maneggiando degli oggetti sottratti alle stesse, o parti del loro corpo.

Documenti delle sue vittime raccolti dal serial killer Edmund Kemper come souvenir

Documenti delle  vittime del serial killer Edmund Kemper conservati come souvenir

Gli oggetti che i serial killer rubano alle loro vittime, biancheria intima, monili, orologi, carte di identità, vengono detti “souvenir”. E’ frequente che un serial killer regali ad un familiare uno di questi “souvenir”.

Un patchwork di trofei appartenenti al serial killer Edward Kemper

Un patchwork di trofeiappartenenti al serial killer Edward Gein

“Souvenir” più macabri, quali possono esserlo parti del corpo di una vittima come i capelli, il pube, la mammella, la testa, gli organi genitali o i piedi, prendono il nome di “trofei”; un serial killer è un cacciatore di umani e come i suoi colleghi che cacciano animali, si porta a casa i cosiddetti “trofei” che gli permettono di accedere alle proprie memorie e riviverle emozionalmente ogni qual volta lo desideri.

Il Mostro di Firenze, alle sue vittime di sesso femminile, ha asportato il pube e la mammella sinistra, lo ha fatto per custodirli come “trofei”. 

I “trofei” permettono ad un serial killer di rivivere emozionalmente l’omicidio ogni volta che lo desideri.

 Il Mostro avrebbe potuto appropriarsi di un “trofeo” già nel 1974, ma non lo fece, forse l’idea gli venne in seguito, infatti, solo nel giugno del 1981, cominciò a mutilare le sue vittime. Danilo Restivo si limitò ad incidere il corpo di Elisa Claps, la sua prima vittima, mentre asportò le mammelle ad Heather Barnett .

Il nostrano serial killer, per appropriarsi dei “trofei”, ha reciso in modo grossolano il corpo di alcune delle sue vittime; è una leggenda metropolitana che le escissioni fossero ascrivibili ad un esperto, tutt’altro, gli interventi sul cadavere furono sempre approssimativi, rozzi, abborracciati ed i tagli erano netti, semplicemente, perché il coltello era molto affilato.

Il ruolo della fantasia:

Un Lust murderer, come il Mostro di Firenze, o come Massimo Giuseppe Bossetti, da un certo momento in poi della sua vita, è accompagnato da fantasie che diventano sempre più ingombranti e violente fino al punto di costringerlo ad un act out. Un Lust murderer, per mesi, o per lunghi anni, si nutre di fantasie e gode nel premeditare l’omicidio in modo meticoloso e nel ripassare ogni dettaglio del rituale che un giorno metterà in atto.

Il Geographic profiling:

mostro-di-firenze

In caso di reati seriali commessi da serial killers stanziali, una tecnica per determinare in quale area viva l’offender è lo studio dei luoghi in cui commette i suoi crimini dal punto di vista della collocazione geografico.

Un serial killer che colpisce sempre nella stessa area, mostra di aver uno stretto legame con il territorio in cui opera, tanto che grazie ad un modello comportamentale detto Geographic profiling si può delimitare l’area in cui il soggetto vive o lavora e anche ipotizzare se si muova o meno a bordo di un mezzo di trasporto.Questo modello comportamentale parte dal presupposto che un soggetto selezioni le sue vittime vicino a casa o vicino al luogo in cui lavora e che quindi viva o lavori nell’area all’interno del suo raggio d’azione.Le zone in cui l’offender colpisce rientrano in una “comfort zone”, un’area dove si sente al sicuro. I luoghi dove l’offender si sente al sicuro sono quelli che frequenta e proprio in quei luoghi ha l’opportunità di incontrare le sue vittime.Le “comfort zone” possono essere multiple; luoghi, non solo vicini a casa sua e al posto di lavoro ma anche alla casa dei suoi familiari.L’area in cui il serial killer opera, nella maggior parte dei casi, non è nella cosiddetta zona cuscinetto a ridosso di casa sua o del posto di lavoro o della casa dei familiari, in quanto in quell’area teme di venir facilmente riconosciuto.

Le vittime:

Un serial killer non è un essere cristallizzato ma un soggetto complesso, in work in progress, come tutti noi, per questo motivo non necessariamente ha un unico pattern di vittime.

Tra i serial killer, Zodiac e Berkowitz, come il Mostro di Firenze, hanno avuto come bersagli anche alcune coppie.

Un messaggio inviato da Zodiac alla stampa

Il crittogramma inviato da Zodiac alla stampa

– Zodiac, è stato un serial killer americano, mai identificato, attivo per meno di un anno che, tra il dicembre 1968 e l’ottobre del 1969, ha aggredito 3 coppie ed un tassista, 2 delle sue vittime sono sopravvissute.

L’orologio di Arthur Lee Allen

 Arthur Lee Allen (18 Dicembre 1933- 26 Agosto 1992) è stato uno dei soggetti sospettati di essere Zodiac.

David Berkowitz

David Berkowitz

– David Richard Berkowitz è un serial killer americano, è stato attivo dal dicembre 1975 al luglio 1977 ed è attualmente detenuto. Berkowitz ha ucciso 6 persone e ne ha ferite 7, ha aggredito le sue prime due vittime con un coltello e le altre con una pistola calibro .44.

I suoi bersagli sono stati, per due volte, una coppia di amiche, poi coppie miste e una studentessa.

David Richard Berkowitz è stato adottato, i genitori adottivi gli avevano fatto credere che sua madre fosse morta dandolo alla luce, Berkowitz, per questo motivo, aveva sviluppato un forte senso di colpa che si era poi trasformato in odio nei confronti della madre naturale e più in generale nei confronti delle donne quando, intorno ai 21 anni, il padre adottivo gli aveva confessato che sua madre era viva e si chiama Betty Broder. David venne così a scoprire di essere un figlio illegittimo e che suo padre, tale Joseph Kleinman, era un uomo sposato con tre figli.

David Richard Berkowitz aggrediva le donne per rappresaglia, era motivato da un odio e da una rabbia ingestibile nei loro confronti. Le sue vittime sono da considerarsi dei surrogati, sostituti di quella figura femminile, la madre biologica, cui Berkowitz attribuiva tutte le sue sofferenze.

Ma che cosa ha spinto Berkowitz ad uccidere le coppie? Berkowitz, nei primi anni di reclusione, ha riferito ad un compagno di carcere di aver aggredito le coppie che si baciavano in auto, prima che avessero rapporti sessuali, per evitare che nascessero bambini illegittimi che avrebbero sofferto come lui.

Lo studio dei fenomeni che riguardano gli assassini seriali ha permesso di classificarli in categorie e di capire che a certi act out corrispondono precisi caratteri psicopatologici in gran parte derivati dal vissuto dell’offender e, proprio per questo motivo, appare quantomeno seducente l’ipotesi che David Berkowitz e il Mostro di Firenze agissero per simili motivi e che, gli inquirenti di allora, il Mostro nostrano avrebbero dovuto cercarlo tra i figli illegittimi e gli adottivi.

Le indagini:

Pietro Pacciani, un contadino di Mercatale, Val di Pesa, detto ‘il vampa’, è stato accusato di essere il Mostro di Firenze nonostante la sua psicopatologia fosse molto diversa da quella del serial killer delle coppiette. Pacciani è stato un ipersessuale mentre il Mostro era sessualmente incompetente.

Pietro Pacciani all’età di 26 anni uccise a coltellate Severino Bonini, 41 anni, amante della sua fidanzata, Miranda Bugli, all’epoca quindicenne, e dopo l’omicidio violentò la ragazza; dopo essersi sposato con Angiolina Manni, una donna semi-inferma di mente, abusò sessualmente delle proprie figlie sin da bambine fino ad avere con loro rapporti sessuali completi dall’età di 17 anni.

Il Mostro di Firenze, autore degli 8 duplici omicidi è stato un singolo offender che agiva per lussuria, il quale, come molti suoi colleghi Lust murderer, era affetto da un certo grado di impotenza tanto che gli unici atti sessuali agiti sulle vittime sono stati atti sessuali sostitutivi come il taglio degli abiti nell’area pubica, l’accoltellamento, le mutilazioni post-mortem e, in un caso, l’inserzione di un tralcio di vite nella vagina della vittima.

L’aver sottovalutato le preziose informazioni che alcuni esperti americani di omicidi seriali avevano fornito a chi indagava, ha condotto gli inquirenti sulla strada sbagliata. Il Mostro ha fatto 16 vittime, le altre le hanno fatte l’ignoranza e la presunzione.

I fatti umani si ripetono come copioni, questo è il vero argomento della criminologia, non le elucubrazioni fantastiche senza precedenti né susseguenti.

CASERTASERA.IT, CRIMINOLOGIA – COLPEVOLE O INNOCENTE, CON LA STATEMENT ANALYSIS SI SCOPRE LA VERITA’

CASERTASERA.IT , 5 febbraio 2020

La Statement Analysis è una tecnica di analisi del linguaggio che permette di ricostruire i fatti relativi ad un caso giudiziario attraverso lo studio, parola per parola, delle dichiarazioni di eventuali sospettati o indagati.

La Statement Analysis si basa sul principio che le dichiarazioni veritiere differiscono da quelle false in alcune parti del linguaggio. Ad esempio, il contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi realmente vissuti è diverso dalla struttura e dal contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi solo immaginati.

I non addetti ai lavori ritengono che la maggior parte della gente menta ed invece il 90% dei soggetti che non raccontano la verità, dissimulano, ovvero non raccontano menzogne ma semplicemente nascondono alcune informazioni senza dire nulla di falso, la Statement Analysis permette di identificare nel linguaggio di un interrogato le aree dove le informazioni mancano. Chi dissimula si affida all’interpretazione delle proprie parole da parte di interlocutori inesperti e lo fa fornendo risposte che si avvicinano soltanto a negazioni credibili.

Le negazioni credibili hanno una struttura precisa.

Uno dei principi fondanti della Statement Analysis è il seguente: “If the subject is unwilling or incapable to deny the allegation, we are not permitted to say it for him” (Se un soggetto è riluttante o incapace di negare, noi non siamo autorizzati a farlo per lui).

Non solo tacciono l’informazione vera ma presentano un’informazione falsa come fosse vera, solo il 10% di coloro che non dicono il vero. Falsificare è molto impegnativo e, con il passare del tempo, chi decide di farlo si accorge che non solo è costretto a ripetere all’infinito la prima bugia ma che deve far ricorso a superfetazioni sempre più articolate per tenerla in piedi. In generale la dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione perché, essendo un comportamento passivo, fa sentire meno in colpa. Peraltro, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, ad esempio sostenendo di non aver detto tutto a causa di una dimenticanza.

L’analisi di una eventuale telefonata di soccorso, di interviste e interrogatori di un soggetto che dissimuli o falsifichi è comunque utile per ricostruire i fatti nel caso le sue dichiarazioni non siano state contaminate dai suoi interlocutori.

Contaminare un’intervista od un interrogatorio significa introdurre, attraverso le domande, termini diversi da quelli usati dall’interrogato, termini che entreranno nel suo linguaggio e lo aiuteranno a mentire.

La Statement Analysis è una scienza complessa con regole ben precise. Gli esseri umani parlano per essere compresi e parlano in economia di parole.

Da un soggetto “innocente de facto” accusato di aver commesso un omicidio ci aspettiamo come priorità una negazione credibile in risposta ad una domanda aperta, “Io non ho ucciso mia moglie”, e ci aspettiamo che il soggetto accompagni alla negazione le seguenti parole “ho detto la verità”.

Esiste una regola in Statement Analysis, “No man can lie twice”: se un soggetto nega in modo credibile di aver commesso un omicidio, ovvero dice “Io non ho ucciso mia moglie” ma l’ha uccisa, non sarà in grado di riferirsi alla sua menzogna dicendo “ho detto la verità”, dirà invece frasi come “io non dico bugie” o “io non mento”.

Un soggetto può essere “innocente de iure” ma non “de facto”, quando è “innocente de iure” e “de facto” o solo “de facto” è capace di negare in modo credibile, non quando lo è solo “de iure”. “Io non ho ucciso tizio. Ho detto la verità. Sono innocente” è una negazione credibile. La singola frase “Io sono innocente” non è una negazione credibile perché dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria. Gli “innocenti de facto” posseggono la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), un’impenetrabile barriera psicologica che gli permette di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto non hanno necessità di convincere nessuno. Al contrario, i colpevoli si perdono in lunghe tirate oratorie finalizzate alla persuasione dei propri interlocutori.

Faccio alcuni esempi concreti.

Alberto Stasi, quando, durante l’interrogatorio, la PM Rosa Muscio gli contestò la presenza del sangue di Chiara Poggi su entrambi i pedali della sua bicicletta Umberto Dei, non negò mai in modo credibile di aver ucciso Chiara, non disse “Io non ho ucciso Chiara, sto dicendo la verità” ma disse invece: “Io non ho fatto niente a Chiara, non ho fatto assolutamente nulla” e “Non ho… non ho fatto nulla alla Chiara, non ho fatto nulla alla Chiara” e “Non sono stato io”. “Io non ho fatto niente a Chiara”, “non ho fatto assolutamente nulla” e “Non sono stato io” non sono negazioni credibili. Peraltro, quando Stasi ha detto “non ho fatto assolutamente nulla”, attraverso l’uso dell’avverbio “assolutamente”, ha mostrato di avere bisogno di convincere, un bisogno che gli innocenti non hanno. Stasi non è mai riuscito a dire “Io non ho ucciso Chiara, sto dicendo la verità” perché avrebbe mentito. Sempre durante lo stesso interrogatorio Stasi disse: “Sono a posto con la mia coscienza”. “Sono a posto con la mia coscienza” non è una negazione credibile, peraltro gli psicopatici sono privi di “coscienza” proprio perché sono incapaci di provare senso di colpa o di rimorso. “Sono a posto con Chiara” non significa che Stasi non abbia commesso l’omicidio. Questa frase potrebbe sottintendere che lui avesse avvisato Chiara e che quindi lei fosse ben consapevole di ciò cui sarebbe andata incontro se non lo avesse ascoltato.

Durante un interrogatorio la PM chiese a Massimo Giuseppe Bossetti: “Rispetto a questa imputazione come si pone?”, una domanda che avrebbe permesso a Bossetti di negare in modo credibile mentre lui rispose semplicemente: “Innocente”. Come visto in precedenza dichiararsi innocenti senza negare l’azione omicidiaria non rientra tra le negazioni credibili, peraltro, all’epoca Bossetti non era ancora stato giudicato, quindi era ancora “innocente de iure” e per questo motivo non ebbe difficoltà a definirsi tale. Se Bossetti fosse stato “innocente de facto”, avrebbe colto l’occasione per negare. Gli innocenti lo fanno ogni qualvolta vengono messi di fronte all’accusa.

Durante una telefonata intercorsa tra Giosuè Ruotolo e la sua fidanzata Rosaria Patrone, Ruotolo ha detto: “Eh no, perché tu non c’entr… co… cioè, io è vero che ho evitato e poi dice: Ha detto bugie, ha detto bugie! E poi quando fanno il servizio: Giosuè ha omesso di dire quella cosa” e “Cioè questi fan… lo buttano e lo mettono, hai capito!? Perché ormai è… cioè… perché io non ci posso a dicere: Non è che io ho detto bugie ma ho evitato di dire una cosa che non significa una bugia”. Raramente un soggetto falsifica, ce lo conferma Ruotolo, egli riferisce non di aver “detto bugie” ma di aver “evitato di dire”. Un atteggiamento comune. Peraltro Giosuè non tollera che lo si chiami bugiardo perché lui ha solo “omesso di dire” che però equivale a non aver detto tutta la verità.

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, si occupa soprattutto di morti accidentali e incidenti scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre 2019 è consulente dell’avvocato Giovanni Pellacchia, difensore di Paolo Foresta.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: L’UNICO PROBLEMA DI TELEFONATE DI SOCCORSO, INTERROGATORI E INTERVISTE E’ LA CONTAMINAZIONE

Dr. Ursula Franco

La Statement Analysis

“Svelare le menzogne tramite l’analisi delle dichiarazioni”

Obiettivo Investigazione, 9 dicembre 2019

La Statement Analysis è una tecnica di analisi del linguaggio che permette di ricostruire i fatti relativi ad un caso giudiziario attraverso lo studio, parola per parola, delle dichiarazioni di eventuali sospettati o indagati. Questa tecnica investigativa, si basa sul principio che le dichiarazioni veritiere differiscono da quelle false in alcune parti del linguaggio. Ad esempio, il contenuto di dichiarazioni che sono riferibili ad eventi realmente vissuti, è diverso dalla struttura e dal contenuto di dichiarazioni inerenti ad eventi solo immaginati.

I non addetti ai lavori ritengono che la maggior parte della gente menta, mentre nella realtà, il 90% dei soggetti che non raccontano la verità, dissimulano, ovvero non raccontano menzogne ma semplicemente nascondono, omettono volontariamente alcune informazioni senza dire nulla di falso.

La Statement Analysis permette di identificare nel linguaggio di un interrogato le aree dove le informazioni mancano. Chi dissimula si affida infatti alla interpretazione delle proprie parole da parte di interlocutori inesperti e, lo fa fornendo risposte che si avvicinano soltanto a negazioni credibili. Le negazioni credibili hanno una struttura precisa.

Uno dei principi fondanti della Statement Analysis è il seguente: “If the subject is unwilling or incapable to deny the allegation, we are not permitted to say it for him” (Se un soggetto è riluttante o incapace di negare, noi non siamo autorizzati a farlo per lui). L’altro 10% di coloro che non dicono il vero, non solo tacciono l’informazione vera ma presentano un’informazione falsa come fosse la realtà.

Falsificare è molto impegnativo e, con il passare del tempo, chi decide di farlo si accorge che non solo è costretto a ripetere all’infinito la prima bugia, ma che deve far ricorso a superfetazioni sempre più articolate per tenerla in piedi.

In generale la dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione perché, essendo un comportamento passivo, fa sentire meno in colpa. Peraltro, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, ad esempio sostenendo di non aver detto tutto a causa di una dimenticanza.

L’analisi di una eventuale telefonata di soccorso, di interviste e interrogatori di un soggetto che dissimuli o falsifichi è comunque utile per ricostruire i fatti nel caso le sue dichiarazioni non siano state contaminate dai suoi interlocutori. Contaminare un’intervista od un interrogatorio significa introdurre, attraverso le domande, termini diversi da quelli usati dall’interrogato, termini che entreranno nel suo linguaggio e lo aiuteranno a mentire.

La Statement Analysis è una scienza complessa e con regole ben precise. Gli esseri umani parlano per essere compresi e parlano in economia di parole.

Da un soggetto “innocente de facto” accusato di aver commesso un omicidio, ci aspettiamo come priorità una negazione credibile in risposta ad una domanda aperta, “Io non ho ucciso mia moglie”, e ci aspettiamo che il soggetto accompagni alla negazione le seguenti parole “ho detto la verità”.

Esiste una regola in Statement Analysis, “No man can lie twice”: se un soggetto nega in modo credibile di aver commesso un omicidio, ovvero dice “Io non ho ucciso mia moglie”, ma nella realtà l’ha uccisa, non sarà in grado di riferirsi alla sua menzogna dicendo “ho detto la verità”, ma dirà invece frasi come “io non dico bugie” o “io non mento”.

Un soggetto può essere “innocente de iure” (per legge) ma non “de facto” e, allora non sarà capace di negare in modo credibile, mentre quando è “innocente de iure” e “de facto” oppure solo “de facto”, sarà capace di negare in modo credibile. Nella frase “Io non ho ucciso mia moglie. Ho detto la verità. Sono innocente” ci sono tutte le caratteristiche di una negazione credibile. Mentre la singola frase “Io sono innocente” non è di per sé una negazione credibile perché dirsi innocenti non equivale a negare l’azione omicidiaria.

Andiamo su casi di cronaca che tutti conosciamo: gli omicidi di Chiara Poggi e Yara Gambirasio.

Durante l’interrogatorio il PM Rosa Muscio contestò ad Alberto Stasi la presenza del sangue di Chiara Poggi su entrambi i pedali della sua bicicletta. Stasi non negò mai in modo credibile di aver ucciso Chiara, non disse “Io non ho ucciso Chiara, sto dicendo la verità” ma disse invece: “Io non ho fatto niente a Chiara, non ho fatto assolutamente nulla” e “Non ho… non ho fatto nulla alla Chiara, non ho fatto nulla alla Chiara” e “Non sono stato io”.

Le frasi “Io non ho fatto niente a Chiara”, “non ho fatto assolutamente nulla” e “non sono stato io”, non sono negazioni credibili. Per altro quando Stasi dice “non ho fatto assolutamente nulla”, attraverso l’uso dell’avverbio “assolutamente”, mostra un bisogno di convincere che gli innocenti non hanno. Stasi non è mai riuscito a dire “Io non ho ucciso Chiara” perché avrebbe mentito. Sempre durante lo stesso interrogatorio Stasi disse: “Sono a posto con la mia coscienza”. “Sono a posto con la mia coscienza” non solo non è una negazione credibile ma il segnale di un’indole manipolatoria, come sappiamo infatti gli psicopatici sono privi di “coscienza” perché incapaci di provare senso di colpa o rimorso. “Sono a posto con Chiara” non significa che Stasi non abbia commesso l’omicidio. Questa frase potrebbe sottintendere che lui avesse avvisato Chiara e che quindi lei fosse ben consapevole di ciò cui sarebbe andata incontro se non lo avesse ascoltato.

Per quanto riguarda invece l’omicidio di Yara Gambirasio, durante un interrogatorio, il pubblico ministero chiese a Massimo Giuseppe Bossetti: “rispetto a questa imputazione come si pone?”, una domanda che avrebbe permesso a Bossetti di negare in modo credibile, mentre lui rispose semplicemente: “Innocente”.

Come visto in precedenza dichiararsi innocenti senza negare l’azione omicidiaria non rientra tra le negazioni credibili, peraltro, Bossetti, all’epoc,a non era ancora stato giudicato, quindi era ancora “innocente de iure” e per questo motivo non ebbe difficoltà a definirsi tale. Se Bossetti fosse stato “innocente de facto”, avrebbe dovuto cogliere l’occasione per negare con forza, avrebbe dovuto dire: “Io non ho ucciso Yara, sto dicendo la verità“. Gli innocenti lo fanno ogni qualvolta vengono messi di fronte all’accusa.

Gli “innocenti de facto” possiedono la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), ovvero un’impenetrabile barriera psicologica che gli permette di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto non hanno necessità di convincere nessuno di niente. Al contrario, i colpevoli si perdono in lunghe tirate oratorie finalizzate alla persuasione dei propri interlocutori.

Articolo di Ursula Franco


Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, si occupa soprattutto di morti accidentali e incidenti scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi.