Analisi di stralci di conversazioni intercorse in carcere tra Massimo Giuseppe Bossetti e Marita Comi

Massimo Giuseppe Bossetti

– 23 ottobre 2014 (circa 4 mesi dopo l’arresto):

Marita Comi: Massi, come mai ti ricordi che quella sera avevi il cellulare scarico ma non ricordi cosa hai fatto o dove sei stato?. Massi, hai capito? Riesci a girare lì a Brembate per tre quarti d’ora… è tanto! Capito? Non puoi girare lì tre quarti d’ora così… a meno che non aspettavi qualcuno! Ci ho pensato Massi… eri lì quella sera, non mi ricordo all’ora che sei venuto a casa, non mi ricordo neanche cosa hai fatto… perché all’inizio eravamo arrabbiati, comunque non te l’ho chiesto, mi è uscito dopo, non mi hai mai detto cosa hai fatto! Non me l’hai mai detto!

Massimo Giuseppe Bossetti: L’ho sempre detto anche al PM. Diamo il caso che sia stato io, come voi dite, come avrei potuto fare a fermarmi davanti alla palestra o per casa sua.

Massimo Giuseppe Bossetti apre alla possibilità di aver ucciso Yara. 

Gli innocenti negano con forza ogni qualvolta ne hanno l’occasione e detestano che si sospetti di loro, pertanto non discutono sulla possibilità di essere gli autori del reato a loro contestato.

Nel 2007, nel corso di un’intervista, Paolo Stroppiana, poi condannato per l’omicidio di Marina Di modica, ha detto: “So bene quale domanda le passa per la testa. Ma se davvero avessi ammazzato Marina, non verrei certo a raccontarlo a lei, non crede?”.

Umberto Bindella, che è stato processato per l’omicidio di Sonia Marra e assolto in primo grado, nel corso di un’intervista, alla domanda del giornalista: “Hai ucciso tu Sonia Marra?”, ha risposto: “No, questa… cioè… no, ora, anch… se fosse non lo direi a lei”. Si noti che Bindella non solo non ha negato in modo credibile di aver ucciso Sonia ma ha lasciato passare il messaggio che potrebbe averla uccisa lui. 

Marita Comi: L’hai convinta a salire dicono.

Massimo Giuseppe Bossetti: Come se la conoscevo, a sto punto. Poi un’altra cosa, una ragazza si divincola, giusto?

Bossetti non è capace di negare. Con la sua risposta mostra un bisogno di convincere che gli innocenti non hanno. Bossetti non può avvalersi del cosiddetto “muro della verità” che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che posseggono coloro che dicono il vero e che gli permette di limitarsi a dire poche parole, quelle giuste.

Massimo Giuseppe Bossetti: Guarda, per me, Marita.

Marita Comi: E perchè slacciate?

Massimo Giuseppe Bossetti: Anche se dovrebbe essere stato io a rincorrerla in un campo, diciamo che in quel periodo lì pioveva o nevicava ti ricordi?

Ancora una volta Bossetti apre alla possibilità di essere coinvolto nell’omicidio.

Marita Comi: Quella sera lì no, però.

Massimo Giuseppe Bossetti: Eh, però il campo era bagnato, la terra impalciata e tutto. Se tu corri in un campo èè è facile che le scarpe si si perdano.

A 4 anni dai fatti, Bossetti mostra di sapere in quali condizioni fosse il campo di Chignolo d’Isola il 26 novembre 2010, giorno dell’omicidio di Yara Gambirasio. La sua risposta è incriminante, Bossetti è a conoscenza delle condizioni in cui era il campo la sera dell’omicidio di Yara perché è stato lui ad ucciderla.

Marita Comi: Ho capito, però dopo tre mesi.

Massimo Giuseppe Bossetti: Eh, non lo so, è un casino io voglio uscire da qua e nessuno qua mi crede. E’ venuto giù in cella a chiedermi così. So’ stanco, Marita, so’ stanco, Marita. Tutte le domande che fanno. Nessuno che vuole credermi, niente, continuano a dire che nascondo qualcuno, nascondo che ho agito con qualcuno, nascondo, non so più cosa fare.

La risposta di Bossetti è evasiva e la lunga tirata oratoria gli serve a spostare il focus. 

– 20 novembre 2015:

Marita Comi: Eri via quella sera, non mi ricordo a che ora sei venuto, non mi ricordo che cosa hai fatto e non te l’ho chiesto subito quella sera perché eravamo arrabbiati.

Massimo Giuseppe Bossetti: Usciamo sempre a fare la spesa insieme, ho detto io.

Bossetti non dice a Marita che cosa abbia fatto quella sera ma le suggerisce di riferire che erano a fare la spesa.

Marita Comi: La spesa? Ma comunque siamo sempre a casa, alla sera siamo a casa. Guarda che loro mi hanno chiesto un’ora, l’ora non mi ricordo Massi, non posso dirgli un’ora che non mi ricordo, non capisci? È per quello che non mi sento di dire bugie, Massi, devo dire solo la verità, no? La dico io e la devi dire anche tu, hai capito? Basta.

– 4 dicembre 2015: 

Marita Comi: Quella sera lì ti ricordi cos’hai fatto?

Massimo Giuseppe Bossetti: Secondo te mi ricordo?

Bossetti, per non rispondere, risponde a Marita con una domanda.

Marita Comi: Io mi ricordo che quei giorni eravamo arrabbiati. 

Massimo Giuseppe Bossetti: Ah, non mi parlavi.

Per anni, Massimo Giuseppe Bossetti ha tratto piacere dal fantasticare il controllo, le sevizie e l’omicidio di una adolescente. Nei giorni che hanno preceduto l’omicidio di Yara, Bossetti stava vivendo un momento difficile con la moglie, lo testimoniano l’assenza di telefonate e di messaggi tra di loro dal 21 al 28 novembre, giorni a cavallo del 26 novembre 2010. Con tutta probabilità, proprio la tensione che si era creata tra i due coniugi e le difficoltà incontrate sul lavoro di cui l’uomo ha parlato durante un interrogatorio:“… eh quando sono nervoso, guardi è il lavoro che a me mi porta fuori, sono legato al cento per cento col lavoro, poi ero dietro a fare i preventivi così che non mi hanno dato l’ok e la crisi che c’è oggi”, hanno avuto funzione di grilletto e hanno condotto Bossetti all’act out delle sue croniche fantasie. 

Marita Comi: Questo me lo ricordo! Non gliel’ho detto.

Massimo Giuseppe Bossetti: Sono sicuro che il telefono era scarico… ho cercato di accenderlo quando ho visto Massi che girava intorno all’edicola.

Bossetti riferisce a Marita di ricordare di aver avuto il telefono spento. Un dettaglio che prova che Bossetti ricorda perfettamente i fatti del 26 novembre 2010.

Marita Comi: Ti ricordi che eri li! Vedi? Come fai a ricordarti che è quel giorno lì che hai salutato Massi? Vuol dire che ti ricordi quel giorno lì di novembre. Non mi hai mai detto che cosa hai fatto quella sera! Quel giorno, quella sera. Io non mi ricordo a che ora sei venuto a casa, non mi ricordo.

– 16 ottobre 2014:

Marita Comi: I Gambirasio non li ho più visti, neanche alla festa. Non gliel’ho detto io… hai capito? Io non li ho mai visti.

Massimo Giuseppe Bossetti: Li hai visti al mercato, te.

Marita Comi: Sì, ma non li ho mai visti, capito? So che siamo entrati una volta al cimitero, quello gliel’ho detto, che siamo passati dentro così.

Massimo Giuseppe Bossetti: Non li abbiamo visti.

Marita Comi: No, al cimitero, passati dentro dritti per uscire dell’altra strada, ti ricordi? Carnevale.

Massimo Giuseppe Bossetti: Abbiamo cercato la tomba di Yara ma non l’abbiamo trovata, ricordi?

Marita Comi: Siamo passati di lì, abbiamo guardato così, non c’è, poi siamo usciti subito. Non è che siamo andati in giro a cercarla, eh.

Questa conversazione intercorsa tra i due coniugi prova che iI signor Gino Crepaldi, che ha raccontato di aver visto Massimo Giuseppe Bossetti al cimitero di Brembate nel settembre 2013, è credibile.

Alcuni serial killer per rinnovare le proprie fantasie si recano sulla tomba delle proprie vittime. Luigi Chiatti, il cosiddetto mostro di Foligno, rubò la fotografia dalla tomba del piccolo Simone Allegretti, un bambino di quattro anni che aveva ucciso a coltellate, foto che gli inquirenti ritrovarono in un sacchetto contenente gli abiti macchiati dal sangue della sua seconda vittima, il tredicenne Lorenzo Paolucci.

Bossetti, per alimentare le proprie fantasie e rivivere l’omicidio, si recò al cimitero e tornò sulla scena criminis prima del ritrovamento dei resti di Yara infinite volte e anche il giorno stesso del ritrovamento, e non per “volontà di verificare le condizioni del cadavere”, come ipotizzato dagli inquirenti.

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Analisi della lettera inviata da Massimo Giuseppe Bossetti al giornalista Enrico Fedocci

Massimo Giuseppe Bossetti, all’indomani della sentenza della Corte Suprema che ha confermato la condanna all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, ha inviato questa lettera ad un giornalista:

Bossetti è stato accusato di aver ucciso una ragazzina, Yara Gambirasio, ed è stato condannato in via definitiva per il suo omicidio. In questa lettera, inviata al giornalista Fedocci, non è stato capace di negare di aver ucciso Yara; non è stato capace di scrivere “Io non ho ucciso Yara” o “Io non ho ucciso la Gambirasio” o “Io non ho ucciso Yara Gambirasio”.

Quando Bossetti scrive “un innocente condannato al carcere a vita senza MAI potersi difendere” fa riferimento ad “un innocente condannato” generico non a se stesso, bob prende possesso di ciò che scrive, non è capace di scrivere “io sono innocente e sono stato condannato al carcere a vita senza essermi potuto difendere”.

Anche “Questa non è una cosa da paese civile” è una frase generica e sempre riferita al soggetto “innocente condannato” di cui ha scritto di sopra.

“Io sono INNOCENTE e lo griderò finché avrò voce” non è una negazione credibile.

Dirsi innocenti non equivale a negare di aver commesso un omicidio. E’ un modo di negare il risultato giudiziario non l’azione omicidiaria.

Se Bossetti avesse scritto “Io non ho ucciso Yara” e poi avesse aggiunto “Io sono innocente e lo griderò finché avrò voce”, in questo contesto la frase “Io sono innocente e lo griderò finché avrò voce” sarebbe stata accettabile.

Bossetti, come molti colpevoli, è capace di dire “Io sono INNOCENTE” ma non è mai stato capace di negare di aver commesso l’omicidio, né durante gli interrogatori, né durante le udienze del processo a suo carico, né durante i colloqui in carcere con i familiari. 

Bossetti non ha mai detto “Io non ho ucciso Yara”. Una frase semplice che un soggetto innocente de facto, sospettato di aver commesso l’omicidio della Gambirasio, avrebbe detto subito a chi indagava, ai propri familiari, ai giornalisti, ai propri avvocati e ripetuto ossessivamente, se necessario.

In casi come questo, gli analisti americani dicono: “If someone is unable or unwilling to say that he didn’t do it, we are not permitted to say so for him” (Se qualcuno è incapace o non vuole dire di non averlo fatto, noi non abbiamo il permesso di farlo per lui).

Relativamente alla grafia, si noti l’enfasi sulle parole “MAI”, “INNOCENTE” e “INNOCENZA!!”, Bossetti non solo scrive le tre parole in stampatello ma sottolinea “MAI” e “INNOCENZA” e aggiunge in finale due punti esclamativi.

L’enfasi è un segnale di un bisogno di persuadere che gli innocenti non hanno.

Bossetti mostra di non potersi avvalersi della protezione del cosiddetto “muro della verità” che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che posseggono coloro che dicono il vero e che gli permette di non far ricorso all’enfasi e di limitarsi a scrivere/dire poche parole, quelle giuste.

Se un soggetto accusato di aver ucciso XY afferma, senza aggiungere altro, “Io non ho ucciso XY”, è molto probabile che non abbia commesso l’omicidio. Se poi la stessa persona, riferendosi alla sua negazione, aggiunge, “Ho detto la verità”, in accordo con le statistiche, nel 99.9% dei casi è un innocente de facto, ovvero non ha commesso il delitto.

In conclusione, Bossetti non è stato capace di negare di aver ucciso la povera Yara Gambirasio neanche in questa missiva, ma spera comunque che ancora una volta le sue parole vengano interpretate come una negazione dell’azione omicidiaria dai suoi sostenitori e gli permettano di ritagliarsi un ruolo di vittima della giustizia con la “g” minuscola.

Già nel febbraio 2015 Bossetti aveva spedito una lettera alla redazione di Tgcom24/News Mediaset:

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“Non hò mai fatto male a nessuno” non è una negazione credibile, anzi è una formula usata spesso da chi ha commesso un omicidio.

“Io non ho ucciso Yara” è una negazione credibile ma bossetti non è mai riuscito a dirlo o a scriverlo. 

Bossetti scrive “ho sempre vissuto amando mia moglie e i miei figli” perché sente il bisogno di rappresentarsi come un bravo ragazzo, un bisogno che hanno i cattivi ragazzi. Si tratta del  “good guy/bad guy factor” in Statement Analysis.

“sono Innocente” non è una negazione credibile.

Dirsi innocente, come abbiamo visto in precedenza, non equivale a negare l’azione omicidiaria. In ogni caso, in questa occasione, Bossetti dice il vero, è ancora innocente de iure sebbene non lo sia de facto. Infatti, un soggetto che abbia commesso un omicidio e non sia stato ancora giudicato o che sia stato assolto è innocente de iure sebbene non lo sia de facto. 

Bossetti scrivendo “Sono Innocente, vi prego di credermi” mostra un bisogno di convincere che gli innocenti non hanno.

Inoltre, in questa breve missiva, Bossetti fa per due volte ricorso all’enfasi, scrive infatti “Innocente” con la “I” maiuscola.

Se Bossetti non avesse ucciso Yara gli sarebbe bastato pronunciare 5 parole “Io non ho ucciso Yara” e non avrebbe avuto bisogno di ricorrere ad escamotage linguistici nel tentativo di convincere i suoi interlocutori.

Questo Articolo è stato pubblicato su Le Cronache Lucane il 16 ottobre 2018.

Analisi di uno stralcio di una telefonata intercorsa tra Massimo Giuseppe Bossetti e sua moglie Marita

Marita Comi

Marita Comi: Come stai tu?

Massimo Giuseppe Bossetti: Eh.

Marita Comi: Come stai?

Massimo Giuseppe Bossetti: Vado avanti, combatto, puoi immaginare cosa sia il mio stato d’animo in attesa della cassazione.

Marita Comi: Fatti forza. 

Massimo Giuseppe Bossetti: Nel frattempo… stai tranquilla, non preoccuparti, capito? Non preoccuparti di niente. Sai che lotto e combatto per tutto.

Marita Comi: L’importante che…

Massimo Giuseppe Bossetti: Non vedo l’ora che qualcosa di positivo possa cambiare, no?

Marita Comi: L’importante che resisti tu.

Massimo Giuseppe Bossetti: Resisti io… ci spero tantissimo, Mari, perché sono stanco… stanco di continuare a subire tutto ingiustamente ed essere visto per quello che non sono.

Marita Comi: Eh, lo so Massi.

Massimo Giuseppe Bossetti: Stanco, stanco di quel posto qua, stanco, stanco di tutto. Infine non ho mai chiesto… eri presente anche tu, no?… non ho mai chiesto un’assoluzione, ho semplicemente… e continuo a chiedere di poter ripetere un dato scientifico che fugherebbe ogni dubbio. Non so, ci vuole tanto a capirlo?

Si noti che Bossetti dice una frase inaspettata ovvero “non ho mai chiesto l’assoluzione”. 

Marita Comi: E’ quello che chiediamo tutti, che vogliamo tutti.

Massimo Giuseppe Bossetti: Sai cosa spero Mari?

Marita Comi: Cosa?

Massimo Giuseppe Bossetti: Ma io spero sinceramente che questi giudici stavolta non siano più… che non sorvolino come hanno fatto gli altri, che siano più corretti scrupolosi ma soprattutto coraggiosi nel valutare tutto senza lasciare nulla di intentato.

Marita Comi: Che abbiano una coscienza.

Massimo Giuseppe Bossetti: Eh, ma è sempre quello che ti dicevo, no? E che mi diano una volta per tutte quello che chiedo da anni e che continuo a chiedere.

Marita Comi: Certo, lo speriamo tutti.

Questa telefonata, che è stata registrata da Marita Comi e poi diffusa, è un classico esempio di cosa significhi rivolgersi ad un “undisclosed recipient” ovvero ad un soggetto che non è quello con cui si sta parlando.

In un’occasione Massimo Giuseppe Bossetti ha riferito alla moglie di non aver chiesto l’assoluzione. Perché un innocente non dovrebbe chiedere ai giudici di assolverlo? Perché un innocente dovrebbe sottilineare di non aver chiesto ai giudici di assolverlo? “non ho mai chiesto… eri presente anche tu, no?… non ho mai chiesto un’assoluzione” rappresenta un’ammissione tra le righe.

Ciò che manca in questa telefonata è una frase di poche parole che Bossetti non è mai riuscito a pronunciare “Io non ho ucciso Yara”.

Nella telefonata di un soggetto che si dice innocente, registrata pochi giorni prima della sentenza della Suprema Corte, ci saremmo aspettati di trovare frasi del tipo: “Io non ho ucciso Yara”, “Non sono un assassino, eppure sto rischiando una conferma della condanna all’ergastolo”, Dov’è la giustizia nel nostro paese?”, ed invece Bossetti ha detto a Marita di non aver chiesto “un’assoluzione”.

Marita Comi ha recentemente dichiarato: “Ho fiducia perché Massimo non ha fatto niente. Ne sono sicura al 100 per cento”.

La Comi mostra di non credere al marito in quanto non dice “Ho fiducia perché Massimo non ha ucciso Yara” ma “Ho fiducia perché Massimo non ha fatto niente”. “non ha fatto niente” è una frase generica che si riferisce ad un periodo di tempo indeterminato, di conseguenza la Comi può non esporsi nell’aggiungere “Ne sono sicura al 100 per cento”.

Un mio articolo sui luoghi comuni relativi agli “inganni del linguaggio”

La criminologa Ursula Franco ha sfatato per Stylo24 alcuni dei luoghi comuni relativi agli “inganni del linguaggio”. La Franco è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis. La Statement Analysis è una tecnica d’analisi scientifica del linguaggio verbale diffusamente utilizzata in America, Inghilterra e Israele nei casi giudiziari.

Stylo24, 13 aprile 2018

I non addetti ai lavori ritengono che la maggior parte della gente menta ed invece il 90% dei soggetti che non raccontano la verità, dissimulano, ovvero non raccontano menzogne ma semplicemente nascondono alcune informazioni senza dire nulla di falso.

Chi dissimula fa affidamento sull’interpretazione delle sue parole da parte di interlocutori inesperti ed è così che li trae in inganno, egli infatti risponde con dichiarazioni che suonano come negazioni ma che in realtà un orecchio esperto riconosce come negazioni non credibili.

Dissimulano la maggior parte dei soggetti che intendono coprire un proprio coinvolgimento in un omicidio; in ogni caso le loro dichiarazioni, se non contaminate dal linguaggio utilizzato da chi li sottopone ad interrogatorio, sono comunque vitali per ricostruire i fatti.

Falsificano, ovvero non solo tacciono l’informazione vera ma presentano un’informazione falsa come fosse vera, solo il 10% di coloro che tentano di coprire il proprio coinvolgimento in un certo evento.

Falsificare è molto impegnativo e con il passare del tempo chi opta per questa tecnica si accorge che non può fermarsi alla prima bugia e che non solo la stessa va ripetuta all’infinito ma che deve far ricorso a superfetazioni sempre più articolate per tenerla in piedi.

In generale la dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione perché è un comportamento passivo che fa sentire meno in colpa. Peraltro, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, ad esempio sostenendo di non aver detto tutto per una dimenticanza.

I soggetti che dissimulano lo fanno per evitare lo stress che produce il falsificare, uno stress che è dovuto non solo al senso di colpa, posto che anche i soggetti privi di empatia, come possono esserlo i sociopatici, fanno ricorso più frequentemente alla dissimulazione e non alla falsificazione, ma spesso al fatto che falsificare li espone maggiormente, rendendoli vulnerabili e quindi a rischio di essere scoperti e accusati non solo di essere dei bugiardi ma anche del reato in ballo.

Falsificano coloro che da bambini non sono stati rimproverati quando dicevano bugie; generalmente sono soggetti che hanno subito abusi in giovane età e hanno imparato a fare ricorso alla falsificazione per sopravvivere.

Un interrogatorio sia che il soggetto falsifichi sia che dissimuli è comunque utile per ricostruire i fatti, come lo sono le interviste televisive e le telefonate di soccorso.

Purtroppo in questo campo i luoghi comuni sono i peggiori nemici della verità e della giustizia.

Da un interrogatorio ottengono risultati disastrosi solo coloro che non sanno ascoltare e che hanno fretta, che poi sono gli stessi che contaminano gli interrogatori rendendoli inutilizzabili.

Contaminare un interrogatorio significa introdurre, attraverso le domande, termini diversi da quelli usati dall’interrogato, questi termini entreranno nel linguaggio dell’interrogato e lo aiuteranno a mentire. In poche parole: chi non sa condurre un interrogatorio induce l’interrogato a falsificare. E’ superfluo aggiungere che un interrogatorio contaminato non ha alcun valore legale e non merita neanche di essere analizzato.

L’analisi delle parole di un interrogato attraverso la Statement Analysis ci permette di ricostruire i fatti con precisione. Grazie a questa tecnica si possono infatti identificare nel linguaggio di un indagato aree sensibili e aree dove le informazioni mancano, inoltre la casistica ci aiuta a distinguere la struttura ed il contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi realmente vissuti da struttura e contenuto di dichiarazioni riferibili ad eventi immaginati.

Come ho già detto la maggior parte della gente non mente e pur dissimulando dice che cosa è successo, ma purtroppo, è triste doverlo ammettere, in Italia manca la cultura dell’interrogatorio e dell’analisi linguistica dell’intervista di un sospettato.

Molti PM si cimentano in interrogatori con domande chiuse che sono le domande a cui è più facile mentire, interrompono l’interrogato mentre lo stesso si esibisce in tirate oratorie che sono invece fonte di informazioni cruciali per le indagini e soprattutto non solo non sanno ascoltare ma contaminano l’interrogatorio introducendo termini diversi da quelli utilizzati dall’interrogato, errori grossolani con i quali si giocano spesso l’unico interrogatorio che un indagato concede prima di avvalersi della facoltà di non rispondere.

Mi è capitato di leggere interrogatori di soggetti indagati per omicidio privi delle domande del PM; in questi interrogatori, che dovrebbero essere fuori legge, ricorre la dicitura ADR (a domanda risponde); negli stessi, spesso le parole dell’indagato vengono riassunte dal PM per chi trascrive. Roba da mettersi le mani nei capelli. La fortuna di certe procure è purtroppo l’ignoranza in questo campo degli avvocati difensori che lasciano che i PM calpestino i diritti dei loro assistiti senza opporre resistenza.

Ma veniamo ai casi giudiziari veri e propri:

Raramente un soggetto falsifica, ce lo conferma Giosuè Ruotolo, condannato in primo grado per il duplice omicidio di Trifone Ragone e Teresa Costanza. Ruotolo, intercettato al telefono con la fidanzata, ha fatto riferimento alla dissimulazione senza mezzi termini: “Non è che io ho detto bugie ma ho evitato di dire una cosa, che non significa una bugia”.

Soggetti capaci di falsificare sono i fratelli Massimo e Letizia Bossetti.

Letizia Laura Bossetti, a fine agosto 2014, pochi mesi dopo l’arresto del fratello, ha sostenuto di aver subito delle intimidazioni. Nel settembre dello stesso anno, la donna ha riferito alle forze dell’ordine di essere stata scaraventata a terra dopo essere stata colpita volontariamente dalla portiera di un’auto. Il 17 settembre 2014, ha invece raccontato di essere stata percossa mentre si trovava nel garage della casa dei suoi genitori, a Terno d’Isola. A fine gennaio 2015 la donna ha riferito agli inquirenti e ai giornalisti di aver subito una quarta aggressione nell’androne e nel garage del palazzo dove vivono i genitori.

Né i referti medici né le registrazioni delle videocamere di sorveglianza hanno mai supportato i racconti di Letizia Laura Bossetti.

Letizia Laura Bossetti ha preteso ripetutamente di essere stata vittima di un crimine, non per essere d’aiuto a Massimo, ma perché cercava attenzioni, visibilità, compassione e supporto, lo ha fatto per se stessa, i suoi bisogni nascono da sentimenti di inadeguatezza e da una bassa autostima.

Il fatto che Letizia Bossetti si sia inventata le aggressioni e che menta senza il timore di venir smascherata è rilevante ai fini delle indagini riguardanti l’omicidio di Yara Gambirasio. Durante il processo a suo carico, il fratello Massimo Giuseppe è stato descritto come un bugiardo abituale. Bossetti è capace di mentire in modo grossolano per ottenere dei vantaggi e come sua sorella non si preoccupa di venir sconfessato. Massimo Bossetti, proprio perché mentiva di frequente e le sue bugie erano facili da demolire, veniva chiamato dai colleghi “favola”, il suo soprannome ce la dice lunga sulla quantità e la qualità delle balle che raccontava.

Massimo Giuseppe Bossetti ha confidato ai colleghi di lavoro di avere il cancro, di doversi sottoporre alla chemioterapia, di aver picchiato la moglie e di doversi presentare ogni sera dai carabinieri per firmare a causa di una denuncia fatta da Marita e che la stessa lo obbligava a dormire in garage o sul furgone e non gli faceva vedere i figli; tutte menzogne.

Sua moglie Marita Comi in un colloquio in carcere gli ha detto: “Massi, perché dicevi che avevi un tumore? Ma cosa cazzo hai detto?”. Bossetti, secondo la procura di Bergamo, avrebbe finto di avere un tumore al cervello per allontanarsi dal cantiere con la scusa della chemioterapia.

Massimo Giuseppe Bossetti non ha smentito il collega che ha dichiarato durante la sua deposizione che lui aveva raccontato di avere un cancro, anzi, dopo la sua testimonianza, ha affermato: “Confermo, l’ho fatto e me ne vergogno, ma solo per potermi recare in altri posti a lavorare. Non mi pagavano da mesi, ero sotto di oltre diecimila euro, e alla mia famiglia a fine mese non potevo portare a casa un sacco di sabbia. Così, dopo che la moglie di un mio collega era morta per malattia, ho pensato di fingermi anche io malato e di avere un tumore”.

Non solo Letizia e Massimo Bossetti non si confrontano con sentimenti quali il senso di colpa o il rimorso per aver mentito tipici dei bugiardi occasionali, ma non provano neanche vergogna se scoperti, per questi motivi possono essere entrambi riconosciuti come bugiardi patologici. L’ambiente familiare in cui i due gemelli sono cresciuti li ha forgiati da un punto di vista psichico e li ha costretti, probabilmente già in età infantile, a ricorrere alla bugie per ottenere delle attenzioni.

I due gemelli Bossetti sono cresciuti nella menzogna, la loro madre Ester Arzuffi li ha concepiti fuori dal matrimonio e ha fatto credere a suo marito che fossero figli suoi. Giovanni Bossetti, l’uomo che ha riconosciuto all’anagrafe Letizia Laura e Massimo Giuseppe, è stato truffato anche una seconda volta, suo figlio Fabio, il più piccolo, è anch’egli illegittimo.

Ester Arzuffi, dopo l’arresto di Massimo Giuseppe Bossetti ha sostenuto che il padre dei gemelli fosse suo marito Giovanni, negando un’evidenza scientifica quale può esserlo l’esame del DNA. A suo figlio Massimo, durante una visita in carcere, ha detto: “L’ho saputo il giorno del tuo arresto che ero l’amante del Guerinoni. Guerinoni non l’ho mai visto… Lui non è mai venuto, non l’ho mai visto».

I gemelli Bossetti sono due bugiardi patologici.

Il ricorso alla bugia patologica può essere un disturbo a sé o il sintomo di un disturbo di personalità: psicopatia, disturbo narcisistico o disturbo istrionico, in ogni caso è un segnale di discontrollo.

Le storie che il mentitore patologico costruisce sono il frutto della sua fantasia ma sono studiate per apparire plausibili.

Attraverso le sue bugie, il bugiardo patologico costruisce un personaggio, decora se stesso, si ritaglia un ruolo da eroe o da vittima, e lo fa in modo cronico e per una causa endogena.

Detto questo, una volta che Massimo Bossetti è stato arrestato ed accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio, lo stesso, durante gli interrogatori, non ha fatto ricorso alla falsificazione bensì alla dissimulazione. Bossetti falsifica quando non teme le conseguenze delle proprie bugie, quando la posta in gioco si è rivelata essere l’ergastolo, Bossetti ha optato per la meno rischiosa dissimulazione.

Durante il processo, Massimo Giuseppe Bossetti, rispondendo alla PM, si è esibito in una serie di “non me lo ricordo” e “non ricordo”“Per l’ennesima volta glielo ripeto, sono qui apposta per dirglielo, non me lo ricordo. Io sono una persona abitudinaria, normale, banale. Sono una persona ripetitiva e faccio sempre le stesse cose. Non me lo ricordo e non ricordo neppure cosa ho mangiato ieri sera. Lo ripeto, non ricordo. Anche mia moglie quando è venuta da me in carcere mi ha sempre fatto l’interrogatorio, il terzo grado: mi ha messo con le spalle al muro, ma non ricordo nulla di quella data. In quel periodo di novembre lavoravo sia a Bonate, sia a Palazzago. Potevo benissimo dirle “non ricordo”, già nei primi interrogatori dottoressa…e invece ho cercato di ricordare, in ogni modo. Che poi chiedermi cosa ho fatto quattro o cinque anni fa, mi pare una domanda totalmente insensata”, dire “non ricordo” è un modo di falsificare, ma solo un vuoto di memoria.

Per finire, il fatto che Alberto Stasi, Giosuè Ruotolo e Massimo Bossetti si siano proclamati innocenti nulla ha a che fare con la falsificazione, si sono proclamati innocenti quando, non essendo stati ancora giudicati, tecnicamente lo erano “de iure”. Proclamarsi innocenti non è un modo di negare l’azione ed è ben diverso dal dire: “Io non ho ucciso Chiara”, “Io non ucciso Trifone e Teresa” e “Io non ho ucciso Yara”, negazioni credibili che non sono mai uscite dalla bocca di nessuno due tre.

Stasi ha detto alla PM: “Io non ho fatto niente a Chiara, non ho fatto assolutamente nulla” e “Non ho… non ho fatto nulla alla Chiara, non ho fatto nulla alla Chiara”; Ruotolo: “Vorrei chiedere scusa se dopo varie udienze mi presento per la prima volta, vorrei che, oltre a conoscermi, fare un po’ di chiarezza sulla mia totale estraneità ai fatti”;  Bossetti: “Io le dico la verità: non ho mai fatto niente”, tutte negazioni non credibili che non rientrano nell’ambito della falsificazione, pertanto tecnicamente non si può parlare di ricorso alla menzogna in questi casi.

Analisi di un’intervista ad Ezio Denti sui suoi titoli di studio

Nella giornata di ieri, un giornalista della testata “La Repubblica”, Piero Colaprico, ha rivelato che Ezio Denti, un investigatore privato che è stato consulente della difesa di Massimo Bossetti, si avvale del titolo di ingegnere, dottore e criminologo nonostante sia semplicemente un ragioniere. Il ragionier Ezio Denti è stato invitato alla trasmissione Quarto Grado, condotta da Gianluigi Nuzzi, per replicare. Chi mente riguardo ai propri titoli di studio incorre nel reato di Usurpazione di titoli (Art. 498 Codice Penale) e, in alcuni casi, in quello di Abusivo esercizio di una professione (Art. 348 Codice Penale). Chi  dichiara il falso ad un pubblico ufficiale su qualità personali proprie incorre nel reato di Falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla identità o su qualità personali proprie o di altri (Art. 495 Codice penale).

Il portavoce dell’Istituto svizzero, dove Denti afferma di essersi laureato in Ingegneria, ha dichiarato: “Notre université n’est pas une école d’ingénieurs”.

La PM Letizia Ruggeri, dopo che durante un’udienza del processo a Massimo Giuseppe Bossetti, Denti le aveva detto di essere “laureato in ingegneria sezione industriale, con specializzazione in balistica applicata alla criminologia, a Friburgo, in Svizzera”, ha risposto: “Ma lei non è ingegnere, a me risulta che abbia solo il diploma di ragioniere e perito commerciale con 36/60esimi e che in quell’istituto di Friburgo non ci sia la facoltà di Ingegneria. Ho fatto una ricerca al Miur (Ministero dell’Istruzione) e lei nel nostro Paese non risulta affatto laureato”.

Ezio Denti tra l'avvocato Claudio Salvagli ed il genetista Marzio Capra

Ezio Denti (al centro) con l’avvocato Claudio Salvagni ed il genetista Marzio Capra

Nuzzi: Allora, lei è ingenere o no, innanzitutto?

Denti: Ma, io mi sono sempre presentato come Ezio Denti, tutti mi hanno sempre chiamato Ezio Denti, vorrei che tutti mi chiamassero Ezio Denti, forse limiterei alcune persone a chiamarmi ingegnere che, forse, è il caso.

Questa prima domanda ci dice già tutto sui titoli del ragionier Ezio Denti. Denti risponde con un “Ma”, mostrando incertezza da subito; la domanda è chiara mentre il contenuto della risposta non corrisponde alla domanda; la risposta è un’ingiustificabile tirata oratoria che ha il solo scopo di evadere la domanda. Il fatto che Denti, nonostante non abbia una laurea in ingegneria riconosciuta dallo Stato italiano, dica: “forse limiterei alcune persone a chiamarmi ingegnere che,  forse,  è il caso”, è dovuto all’effetto Dunning-Kruger, una distorsione cognitiva a causa della quale individui inesperti tendono a sopravvalutarsi, rifiutando di accettare la propria incompetenza.

Nuzzi: Non ho capito, alcune persone possono chiamarla ingegnere?

Denti: Bhè, alcune persone dovrebbero chiamarmi ingegnere perché… mmm… scrivere qualcosa su un giornale… eemm… ringrazio il giornalista per la bella pagina che mi ha fatto, così mi pubblicizza ancora di più, questo mi ha fatto piacere.

Denti, invece di spiegare il perché alcune persone dovrebbero chiamarlo ingegnere si perde in una seconda tirata oratoria allo scopo di continuare ad evadere le domande. Sarebbe bizzarro che un ingegnere pensasse che solo alcuni debbano chiamarlo ingegnere e non altri, ingegnere o lo si è per tutti o per nessuno, evidentemente. Il fatto che il ragionier Denti rappresenti l’articolo del giornale, dove viene smascherato, come una pubblicità e se ne dica compiaciuto, la dice lunga sulla sua personalità. 

Nuzzi: Lui ha fatto il lavoro di cronista, ha avuto una notizia, l’ha data.

Denti: Il lavoro di cronista, il lavoro di cronista va fatto chiaramente acquisendo tutte le informazioni.

Nuzzi: Lui è andato, è andato all’ufficio statale di Milano dove lei risulta avere un 36/60 come ragioniere e perito e dove non risulta nessuna laurea.

Denti: Eh, ma è andato al MIUR, deve andare al MIUR, al MIUR purtroppo abbiamo le facoltà, le lauree che vengono acquisite in Italia, quindi una laurea presa all’estero ovviamente non la troverà mai al MIUR.

Il MIUR  registra tutte le lauree ed i diplomi acquisiti in Italia e quelli acquisiti all’estero ed equiparati.

Al MIUR si trova inoltre l’elenco degli istituti e delle università estere private che rilasciano titoli non riconosciuti dallo Stato italiano; l’istituto dove il ragionier Denti ha frequentato i corsi di balistica è nell’elenco degli istituti che non rilasciano certificati validi.

Nuzzi: Quindi lei ha una laurea presa all’estero?

Denti: L’abbiamo sempre detto, insomma, no?

E’ interessante l’uso del plurale “abbiamo” tipico di chi ha interesse a coinvolgere altri soggetti per nascondersi nella folla e spartire le proprie responsabilità. Denti mostra di arrampicarsi sugli specchi, il fatto che a Quarto Grado abbiano attribuito, per anni, al ragionier Denti titoli che non possedeva, non cambia la realtà dei fatti.

Nuzzi: Denti…

Nuzzi lo riprende facendogli capire che non può trascinare lui e la sua trasmissione nel baratro.

Denti: Sì, ma io non ho mai ventilato una laurea, nel senso che la mia laurea non è mai stata utilizzata.

Un laureato non avrebbe motivo di negare di essersi dichiarato tale. In ogni caso, Denti ha usato il titolo ripetutamente, non solo in udienza durante il processo a Bossetti. Ezio Denti ha aperto un profilo Facebook a nome di: “Dott. Ezio Denti Investigatore Privato e Criminologo Investigativo”. Su un’altra delle sue pagine Facebook, dal 3 dicembre 2011, si definisce dottore e criminologo e ricorda di essersi laureato in Ingegneria e in Scienze dell’investigazione: 

“Ezio Denti è tra i più affermati nell’ambito delle Investigazioni Private e Indagini Difensive. Investigatore Privato e Criminologo specializzato in “analisi comportamentale e balistica applicata alla criminologia”.
Il Dott. Ezio Denti è un Investigatore Privato e Criminologo autorizzato ai sensi dell’ art. 134 del T.U.L.P.S. a svolgere attività di investigazioni private ed indagini difensive in nome e per conto dell’Agenzia Investigativa Numero S.r.l., di cui è Direttore, come da regolare licenza N° 9762/10 Area 1/bis – P.A. rilasciata dalla Prefettura di competenza.
Laureatosi in Ingegneria presso l’Università di Friburgo con specializzazione in “balistica applicata alla criminologia” e in Scienze dell’Investigazione, è oggi tra i massimi esperti in “analisi comportamentale” nel campo della criminologia.
Il particolare curriculum di studi, che distingue l’investigatore per la sua capacità nel tenersi costantemente aggiornato, sia in ambito normativo e giuridico, sia in ambiti più tecnici, la singolare abilità di analisi dei dati acquisiti nel corso dell’attività di investigazione, nonché l’esperienza acquisita negli anni di carriera “sul campo”, sono caratteristiche che hanno permesso all’Investigatore Privato Dott. Ezio Denti di affinare le tecniche necessarie per ottenere degli ottimi risultati in ogni tipo di indagine, sia in Italia che all’estero.
Tutti coloro che si sono rivolti a lui per qualsiasi investigazione, hanno sempre ottenuto risposte precise, immediate, esaurienti ed assolutamente affidabili. Inoltre, il Dott. Ezio Denti svolge l’attività di indagine in modo assolutamente segreto e confidenziale, effettuando investigazioni anche ad alto rischio e con la massima segretezza.
Lo stesso, infatti, ha apportato la sua particolare esperienza e le sue conoscenze per la soluzione di casi importati e che hanno avuto rilievo anche a livello nazionale, e che sono stati oggetto di discussione ed approfondimenti in campo mediatico e televisivo.
In ogni caso affrontato, l’operato dell’Investigatore Privato Ezio Denti si è sempre conformato alle esigenze di segretezza del cliente: per questo motivo, sono molti i personaggi importanti, provenienti sia dal mondo dello spettacolo che dal mondo politico ed imprenditoriale, che si sono affidati al professionista, il quale ha ormai affinato la propria capacità di muoversi con grande riservatezza e discrezione in un ambiente che, più di altri, necessita della massima tutela e di grande prudenza.
Dalla passione per il suo lavoro e per gli studi al suo libro:
Il lavoro investigativo comporta intelligenza, e l’intelligenza trova vantaggio nella cultura: l’Investigatore Privato Ezio Denti, unendo la passione per il suo lavoro alla passione per gli studi e la ricerca, ha scritto un libro, assolutamente ispirato alla sua persona, dal titolo “Ipno”, edito Cicorivolta Edizioni. L’edizione tradotta per il mercato estero ha già trovato un ottimo riscontro di pubblicità e di vendite”.

Nuzzi: Che cos’ha in quella cartella?

Denti: E’ quello che voi mi avete chiesto, mi avete chiesto la laurea in originale, l’ho portata, così l’ho dovuta togliere dal mio bel quadretto che si stava ammuffendo, l’abbiamo portata.

Denti prima parla al singolare poi al plurale dicendo “l’abbiamo portata”, cercando ancora una volta di coinvolgere altre persone inoltre aggiunge informazioni non necessarie che lo aiutano a ridurre lo stress.

Nuzzi: Ci spiega Denti cosa sta mostrando?

Denti: Questo è il titolo di laurea, chiaramente diploma non sta per diploma ma in francese sapete che diploma è tit… diploma di laurea, è un titolo di laurea conseguita alla Facoltà di Ingegneria di Friburgo con la specializzazione in balistica, questo titolo è stato conseguito nel 2007 per il mero interesse personale nella balistica, perché appassionato di armi, ho deciso di fare un corso di balistica proprio presso una facoltà, non i classici corsi balistici che si fanno in italia perché ritenevo che forse non potesse avere una valenza perché il mio interesse era, nel futuro, quello di creare un laboratorio balistico che poi non ho mai fatto quindi è sempre stata archiviata e tenuta nel cassetto, è ovvio, è ovvio che se a domanda mi si chiede quali sono…

Una lunga tirata oratoria, l’ennesima in pochi minuti, per descrivere e giustificare un titolo che se fosse valido non avrebbe bisogno di essere accompagnato da tutte queste spiegazioni. 

Denti:.. per cui io non ho mai ventilato il titolo di ingegnere perché non avevo nessun interesse, mi è stato chiesto in udienza il mio nome e quale fosse il mio titolo di studio da parte dell’avvocato Camporini, se ricordo, e ho detto quale era il mio titolo di studio.

E’ paradossale che, a sua discolpa, Denti continui a dire di non essersi mai servito del titolo lasciando così intendere di non averlo e di temere eventuali conseguenze.

(…) dobbiamo ricordare che questo istituto comunque è affiliato al Politecnico di Torino aaa c’è tutto da dire per quanto riguarda l’Istituto (…) l’Istituto c’è, è menzionato, credo che emm… anche penso che, anche l’istituto in questo momento sia abbastanza arrabbiato di tutta questa kermesse che si è verificata in capo a questa…

Nessuno mette in dubbio il fatto che l’istituto esista, da oltre vent’anni l’istituto nel quale il ragionier Denti dice di essersi “laureato”, l’Institut Technique Superieur (I.S.T.) di Fribourg (Svizzera) è noto e si trova nelle liste degli istituti e università private, con sede soprattutto all’estero, che rilasciano titoli non riconosciuti dallo Stato Italiano; affermare che sia “affiliato al Politecnico di Torino” è un azzardo non indifferente.

Nuzzi: Che cosa le ha scritto l’istituto, oggi?

Denti: L’istituto non ha scritto solo a me, ha scritto, ha mandato un comunicato all’ANSA poi per conoscenza l’ha mandato a me, dicendo che il titolo di studio è stato conseguito presso il loro istituto, il mio nominativo risulta fra coloro che nel 2007 hanno conseguito il titolo di ingegnere eem presso la facoltà di Friburgo che da la possibilità di operare quindi come attività di in…

Il fatto che il titolo sia stato conseguito presso l’Institut Technique Superieur (I.S.T.) di Fribourg, poiché l’istituto non rilascia titoli riconosciuti dallo Stato italiano, evidentemente, non affranca il ragionier Ezio Denti dall’essere incorso in un reato.

Nuzzi: Allora è un diploma o è una laurea?

Denti: Allora questo è un istituto universitario di ingegneria dove ci sono varie specializzazioni…(interrotto)

Denti tenta ancora di esibirsi in una tirata oratoria ma viene interrotto dal conduttore. In ogni caso la risposta è evasiva. Le risposte evasive sono uno degli indici statisticamente più significativi di menzogna. 

Nuzzi: Scusi, scusi, io sono… avrò… faccia conto che abbia la seconda elementare, è un’università…?

Denti: Perché… ma scusate… perché lo chiedete a me e non chiamate l’istituto? 

Denti prova, attraverso l’ennesimo escamotage, a non rispondere.

Nuzzi: Io lo chiedo a lei, è qua.

Denti: Io le sto spiegando: è un istituto universitario dove… (interrotto)

Denti tenta ancora una volta la via della tirata oratoria ma viene interrotto.

Nuzzi: E’ un’università o un istituto superiore?

Denti: Un’università.

In realtà, l’Institut Technique Superieur (I.S.T.) di Fribourg è un istituto che non rilascia titoli validi. Sono due le vie che può seguire il ragionier Ezio Denti: o denunciare l’istituto per truffa aggravata o prendersi le proprie responsabilità, questo per il titolo di ingegnere mentre per quello di criminologo, che presuppone una laurea e un master in scienze forensi, il ragionier Ezio Denti dovrebbe spiegare perché usi anche questo titolo senza averne alcun diritto.

P.S. Nel luglio 2018, il GUP Ciro Iacopino ha rinviato a giudizio il ragionier Ezio Denti per false dichiarazioni sui suoi titoli di studio alla PM Letizia Ruggeri.

Leggi anche: Caso Buoninconti Ceste: analisi di stralci di dichiarazioni del consulente Giuseppe Dezzani 

Una breve analisi critica delle motivazioni della sentenza di condanna di Massimo Giuseppe Bossetti

Yara Gambirasio

Yara Gambirasio

A pag 144 delle motivazioni della sentenza di primo grado si legge: “Quanto all’assenza di movente, pure denunciata dalla difesa, Yara aveva il reggiseno slacciato e gli slip tagliati e sul computer dell’imputato sono state rintracciate tracce di ricerche a carattere latamente pedopornografico, tra cui alcune sicuramente riconducibili a lui ed è, dunque, ragionevole ritenere che l’omicidio sia maturato in un contesto di avances a sfondo sessuale, verosimilmente respinte dalla ragazza, in grado di scatenare nell’imputato una reazione di violenza e sadismo di cui non aveva mai dato prova fino ad allora. Il fatto che sul cadavere, il cui stato di conservazione era oltretutto gravemente compromesso, non siano state rinvenute tracce di una violenza sessuale consumata, del resto, non vale ad escludere il movente sessuale inteso in senso lato, testimoniato dagli interventi sul reggiseno e sugli slip e dalla ripetuta applicazione di un tagliente in diversi distretti corporei in modo da far sanguinare la vittima mantenendola in vita”.

E’ vero che il movente dell’omicidio di Yara Gambirasio è sessuale ma Massimo Giuseppe Bossetti non si è mai sognato di avere un rapporto sessuale vero e proprio con la sua vittima, Bossetti non si esibì in avances sessuali e l’omicidio non seguì ad un rifiuto di Yara.

Massimo Giuseppe Bossetti non si trovò a dover affrontare una situazione inaspettata, aveva infatti programmato, chissà da quanto tempo, ciò che mise in pratica il giorno in cui uccise la Gambirasio.

Il movente è comunque sessuale, Bossetti, infatti, durante l’omicidio di Yara, agì non atti sessuali veri e propri ma atti sessuali sostitutivi quali gli “interventi sul reggiseno e sugli slip e la ripetuta applicazione di un tagliente in diversi distretti corporei” tipici dei predatori sessualmente incompetenti.  

Un omicidio come quello di Yara si definisce Sexual Homicide, pur in assenza di atti sessuali veri e propri, per diversi motivi:

– la tecnica omicidiaria di Bossetti avvalora l’ipotesi del movente sessuale, egli uccise Yara, con tutta probabilità, colpendola con le mani, cercare un contatto fisico con la vittima durante l’omicidio è una caratteristica dei Sexual Murderer;

– le slacciò il reggiseno e le recise le mutandine;

– infierì sul corpo inerme con un coltello;

Tutti questi comportamenti ci suggeriscono senza ombra di dubbio un movente sessuale e sono equiparabili ad una vera e propria attività sessuale sulla vittima (Substitute Sexual Activity).

A pag. 145 si legge: ” (…) il corpo di Yara Gambirasio presentava una profonda lesione da taglio da un estremo all’altro dell’emicirconferenza anteriore del collo, una lesione superficiale in regione mammaria sinistra lungo tutto il torace, un’estesa lesione a forma di X e una a forma di J in regione dorsale, tagli simmetrici ai polsi e due soluzioni di continuo alla gamba destra, un’intaccatura a forma di mandorla alla mandibola destra, risultato dell’azione di un’arma da punta e da taglio, e tre lesioni contusive al capo (allo zigomo sinistro, all’angolo mandibolare destro e alla nuca, frutto di tre distinte azioni traumatiche (…) e a pag. 146: “Tutte le lesioni, anche quelle più superficiali, sono state inflitte quando la vittima era ancora in vita- non è dato sapere con quale livello di coscienza- e hanno provocato un sanguinamento. il corpo è stato ruotato e lesionato sia nella parte anteriore sia in quella posteriore, tagliato in modo lineare e, nel caso dei polsi, simmetrico, ossia con modalità tali da escludere la ‘furia’ dei colpi tipica del dolo d’impeto e, al contrario, connotate dall’ansia dell’agente di appagare la propria volontà arrecare dolore, caratterizzante le sevizie”.

In questo stralcio di motivazioni si legge che le lesioni riscontrate sui poveri resti di Yara non sono quelle tipiche della ‘furia’ del dolo d’impeto, questa affermazione contraddice la ricostruzione precedente ovvero che l’omicidio fu scatenato da una reazione di Yara ad alcune avances. 

Nessuna avance respinta scatenò l’omicidio, il vero movente fu il desiderio di seviziare la giovane Yara, un desiderio maturato nelle fantasie perverse di Massimo Giuseppe Bossetti ed agito in un momento di stress dovuto ai suoi problemi lavorativi e al conflitto tra lui e sua moglie Marita. Una riprova della premeditazione è il fatto che Bossetti condusse con sé un coltello che usò solo nella seconda fase dell’omicidio e che non lasciò sulla scena criminis. 

Bossetti frequentava l’area in cui viveva Yara e aveva notato la ragazza, nei giorni precedenti al delitto cercò e studiò i movimenti della sua giovane vittima, fantasticò e pianificò l’omicidio fino al momento in cui non gli si presentarono le condizioni ideali per metterlo in atto.

Egli sequestrò ed uccise Yara utilizzando la cosiddetta tecnica dello squalo, tecnica cara a molti serial killer che cercano una vittima muovendosi a bordo di un mezzo di trasporto, macchina o furgone, la catturano velocemente e la uccidono o nel luogo della cattura o, dopo averla trasportata con il proprio mezzo, in un posto isolato e conosciuto dove possono agire indisturbati. Questo comportamento è caratteristico dei serial killer che vivono in famiglia e che quindi devono cercare ed uccidere le proprie vittime ad una certa distanza di sicurezza da casa propria. Bossetti intercettò Yara mentre la stessa, di ritorno dalla palestra, si stava dirigendo a piedi verso casa e la condusse nel campo di Chignolo d’Isola dove la abbandonò ferita a morte. I serial killer sono spesso abili manipolatori, capaci di conquistare la fiducia delle loro vittime al fine di condurle nella propria ‘comfort zone’, un’area dove sono in grado di agire le loro fantasie in tutta sicurezza. Bossetti, in qualche modo, convinse Yara a salire sul furgone ed in seguito la portò al campo di Chignolo d’Isola, dove la bambina, resasi conto del pericolo, tentò di fuggire ma invano.

Riguardo alle lesioni inferte con il coltello da Bossetti al corpo inerme di Yara, non per uccidere, sono da considerarsi una personation, l’act out del core delle sue ricorrenti fantasie, il suo biglietto da visita, la sua firma.

La personation ci fornisce informazioni sulla personalità di un serial killer ed è la manifestazione più intima delle sue patologiche fantasie, è un marchio personalizzato carico di significato ed estremamente gratificante per chi lo mette in pratica, in modo semplicistico si può affermare che fu proprio il desiderio di agire quella precisa personation, per trarne un orgasmo psichico, a spingere Bossetti ad uccidere.

Il movente dell’omicidio commesso da Bossetti non è collocabile nel novero dei moventi degli omicidi comuni ma è un movente intrapsichico, tipico degli omicidi sessuali che sono solo apparentemente omicidi senza movente (Motiveless Homicide). 

Un’altra osservazione presente nelle motivazioni della sentenza a pag. 147 ci conferma che Bossetti non uccise perché respinto: “Nel nostro caso Massimo Bossetti non ha agito in modo incontrollato, sferrando una pluralità di fendenti, ma ha operato sul corpo della vittima per inapprezzabile lasso temporale, girandolo, alzando i vestiti tracciando, mentre la ragazza era ancora in vita, dei tagli lineari e in parte simmetrici, in alcuni casi superficiali, in altri casi in distretti non vitali, e, dunque, idonei a causare sanguinamento e dolore ma non l’immediato decesso”.

Gli autori di omicidi come quello di Yara sono anche detti Sexual Sadistic, sono soggetti che ottengono la loro gratificazione sessuale non da atti sessuali veri e propri ma dall’umiliare, torturate e uccidere la propria vittima, traggono piacere dal terrore che riescono a far provare alle loro vittime; generalmente hanno subito abusi sessuali e sono affetti da parafilie, sono spesso sessualmente incompetenti, hanno tra i 30 e i 40 anni, sono sposati con famiglia, non hanno precedenti, pianificano meticolosamente, conducono con sé il kit necessario per mettere in pratica le proprie fantasie e dopo aver fatto salire in auto la loro vittima la portano in un’area sicura dove possono agire indisturbati. Per quanto riguarda l’età del Bossetti, 40 anni al suo primo omicidio, come abbiamo visto, rientra nel range di età dei Sexual Sadistic cui corrispondono anche tutte le altre caratteristiche, inoltre, dall’analisi del carteggio intrattenuto con la detenuta Gina si evince non solo che è stato vittima di abusi ma anche che la sua età emozionale non corrisponde alla sua età anagrafica, Bossetti è un immaturo. 

In conclusione, Bossetti ha ucciso una volta sola ma è a tutti gli effetti, da un punto di vista psichico e comportamentale, un Anger-Excitation Sexual Murderer, un omicida per lussuria. L’omicidio per lussuria è un omicidio comune tra i serial killer e per questo motivo Bossetti deve essere considerato un serial killer in fieri. L’omicidio di Yara è stato premeditato per anni ed è figlio delle fantasie ossessive del suo autore. I serial killer uccidono per il piacere di torturare e di uccidere, non perché gli sfugge di mano una situazione, ignorarlo rende imprecise e perfino benevole le motivazioni della sentenza ma soprattutto vizierà un eventuale giudizio sulla pericolosità sociale dell’uomo.

P.S. I giornali riportano che Bossetti, dopo aver letto la storia delle presunte avances, abbia smentito questa circostanza, lo ha fatto senza difficoltà perché non corrisponde al vero.

Alcune considerazioni sulle ricerche dei cadaveri da parte dei gruppi cinofili

“Prosecutors and other law enforcement officials, who oversee the labs, want to win cases. As a result, they cling to techniques that are of questionable value at best, if they aren’t provably useless”. The New York Times

Le ricerche dei dispersi eseguite con l’ausilio dei cani dei gruppi cinofili possono fallire per molteplici ragioni:

– l’invecchiamento della traccia olfattiva;
– le condizioni climatiche;
– la contaminazione della scena per l’accorrere di molti soggetti come familiari, inquirenti e curiosi;
– la scelta del testimone d’odore, un oggetto o un indumento appartenente a colui/lei per il quale si indaga che può trattenere residui del profumo dei saponi da bucato o può risultare contaminato dall’odore di un altro soggetto;
– l’errata interpretazione delle indicazioni del cane (lettura del cane) che spetta all’uomo ed è quindi fallibile.

Negli ultimi anni sono stati utilizzati i gruppi cinofili in alcuni casi di scomparsa:

– Nel caso dell’omicidio di Isabella Noventa, omicidio seguito dall’occultamento del cadavere della donna, a Noventa Padovana una ruspa ha scavato senza esito in un punto indicato dai cani.

– I cani da ricerca non sono stati in grado di trovare il cadavere di Elena Ceste nonostante la donna si fosse nascosta a poche centinaia di metri da casa, non solo, hanno fiutato una traccia che portava altrove, verso la chiesa del paese. I conduttori dei cani, in questo caso, come capita di sovente, hanno tentato di addurre spiegazioni illogiche pur di giustificare il loro fallimento.

Durante le operazioni di ricerca della Ceste, avvenute nei giorni 25 e 27 gennaio 2014, all’indomani della sua scomparsa (24 gennaio), vennero utilizzati per le ricerche con i cani, i cosiddetti testimoni di odore. Il metodo americano o Whitney prevede che il cane cerchi il disperso attraverso una precisa traccia odorosa e, a tale scopo, prima di cominciare la ricerca, al cane viene fatto annusare un indumento del disperso.

I testimoni d’odore utilizzati durante le ricerche di Elena Ceste furono:

– una garza sterile che era stata 20 minuti a contatto con la ‘zona ascellare’ dell’accappatoio di Elena trovato in bagno;
– un assorbente non usato ma stropicciato prelevato da una borsetta della donna;
– un suo pigiama;
– una garza sterile tenuta all’interno di un paio di scarpe in uso alla Ceste;
– un paio di calze di lana della Ceste;
– una garza sterile tenuta 20 minuti all’interno di uno stivale di gomma in uso ad Elena;
– una garza sterile tenuta 20 minuti a contatto con una delle sue ciabatte.

Almeno tre dei sette oggetti utilizzati come testimoni d’odore non furono una buona scelta e pertanto impedirono ai cani da traccia di localizzare Elena Ceste:

– l’accappatoio della Ceste, un oggetto che viene usato dopo la doccia e che trattiene tracce di sapone che inquinano la traccia;
– l’assorbente, tra l’altro pulito, trovato nella borsa della Ceste che, se anche la Ceste l’avesse toccato più volte, non era mai stato costantemente a contatto con il suo corpo ed in più si trovava in una borsa dove di regola transitano una miriade di oggetti che possono avere odori molto forti come i soldi, un portafogli in pelle, un burro di cacao, un rossetto, fazzoletti di carta che sono spesso profumati e molto altro;
– le ciabatte che aveva ai piedi Elena la mattina della scomparsa e che si era tolta in cortile durante il denudamento ma che purtroppo vennero indossate a poche ore dalla scomparsa della donna dalla di lei madre che evidentemente inquinò la traccia.

Ma veniamo in concreto al comportamento dei cani durante le ricerche della Ceste, i soccorritori isolarono una traccia che portava alla chiesetta frequentata dalla famiglia Buoninconti e il Maresciallo Capo Alessandro Giammaria illustrando il metodo di lavoro del Centro Carabinieri Cinofili affermò  che i cani avevano fiutato una ‘traccia rituale’ corrispondente al tragitto percorso quotidianamente da Elena Ceste a bordo della sua vettura mentre gli stessi non erano stati in grado di seguire la traccia olfattiva in direzione opposta, lasciata dal cadavere della Ceste quella mattina, perché, sebbene quest’ultima fosse più fresca, rappresentava una ‘traccia minima’ in quanto il corpo della donna doveva essere stato trasportato a bordo di un veicolo e non esposto all’aria.
Ciò che ha affermato il Maresciallo è un’assurdità, è possibile che i cani abbiano seguito una ‘traccia rituale’ ma è alquanto improbabile la seconda affermazione, ossia che non ci fosse una traccia fresca equivalente. Il fallimento delle ricerche non può essere giustificato sostenendo che i cani non percepirono una traccia fresca perché il corpo della Ceste si trovava chiuso nel bagagliaio dell’auto o semplicemente all’interno dell’abitacolo durante il percorso da casa al luogo in cui furono ritrovati i suoi resti, a parte il fatto che Elena si diresse a piedi al Rio Mersa e che quindi la traccia, non solo era fresca ma di un soggetto che si era mosso a piedi, in ogni caso, tralasciando questa verità, sappiamo che la donna aveva fatto in precedenza, il giorno 22 gennaio, il percorso fiutato dai cani, opposto a quello di quella mattina e lo aveva fatto sempre a bordo dell’auto e poiché era inverno, di sicuro aveva guidato con i finestrini chiusi, in una condizione evidentemente di ‘traccia minima’, quindi pari a quella che si sarebbe creata nel caso fosse stata trasportata al Rio Mersa chiusa nel bagagliaio di un’auto o all’interno dell’abitacolo, appare quindi improbabile che i cani a parità di ‘traccia minima’ abbiano fiutato una traccia vecchia piuttosto che una nuova. Tra l’altro entrambe le auto dei coniugi Buoninconti sono state sequestrate ed analizzate dai RIS e non è emersa alcuna prova del trasporto di un cadavere sulle stesse.

Christiane Seganfreddo, scomparsa da casa il 30 dicembre 2013, è stata ritrovata per caso, il 15 febbraio 2014, a soli 2 chilometri da casa in una zona già battuta senza esito dai cani da traccia e dai soccorritori. All’indomani del ritrovamento, il questore di Aosta, Maurizio Celia ha dichiarato: “Saremo stati neanche a 50 metri di distanza, con noi avevamo i cani ma non hanno fiutato nulla” (16.2.2014, lastampa.it, Christian Pellissier), mentre Renato Guillet, marito di Christiane Seganfreddo ha affermato: “È paradossale. Proprio stamattina ho avuto un’altra segnalazione e un attimo dopo mi dicono che Christiane è stata trovata nelle vigne sopra casa nostra dove era passato anche il cane da ricerca. Ho un po’ di rabbia addosso” (15.2.2014, ilmessaggero.it).

– Il corpo nudo di Elisa Lam, una studentessa canadese di 21 anni è stato trovato, il 19 febbraio 2013, moderatamente decomposto in una cisterna dell’acqua posta sul tetto del Cecil Hotel di Los Angeles. I genitori della ragazza ne avevano denunciato la scomparsa all’inizio del mese ma le ricerche svolte dalla polizia con l’ausilio dei cani non avevano dato i frutti sperati e solo dopo che gli ospiti dell’albergo si erano lamentati del sapore dell’acqua che usciva dai rubinetti, alcuni operai addetti alle cisterne fecero la macabra scoperta. Le indagini conclusero che la ragazza si era nascosta volontariamente nella cisterna e che la sua morte era intervenuta in seguito ad annegamento per cause accidentali.

– Il cadavere di Eleonora Gizzi è stato ritrovato per caso da un tecnico della Società Autostrade che stava effettuando delle verifiche periodiche dei piloni di un viadotto, 5 mesi dopo la sua scomparsa, a soli 2 chilometri da casa ed a pochi metri dal luogo dove era stata avvistata l’ultima volta da un parente, ma soprattutto in una zona che era già stata battuta senza esito dai soccorritori e dai cani da traccia. I cani, addetti alle ricerche della Gizzi, erano passati più volte nella zona del ritrovamento nei giorni successivi all’allontanamento di Eleonora da casa, squadre di volontari avevano battuto l’area giorno e notte senza localizzarla, eppure lei era lì, a pochi metri di distanza dal punto in cui era stata vista l’ultima volta il giorno della sua scomparsa. Il padre di Eleonora, Italo Gizzi, all’indomani del ritrovamento, ha dichiarato: “Sono certo che sia lei, me lo sento. La cosa che mi tormenta è che è poco distante da casa ma soprattutto sono luoghi che sono stati battuti da chi la cercava. Non riesco a trovare pace ma io non mi muovo da qui, aspetto finché non mi daranno delle risposte” (24.8.2014, tgcom24.mediaset.it).

– Nel caso di Yara Gambirasio le ricerche condotte con l’ausilio dei cani condussero al cantiere di Mapello fuorviando le indagini. Inoltre, i soccorritori ed i cani perlustrarono invano il campo di Chignolo d’Isola dove si trovava il cadavere di Yara dalla notte della scomparsa, il corpo della giovane venne invece individuato per caso da un appassionato di aeromodellismo tre mesi dopo l’omicidio, il 26 febbraio 2011. In seguito al ritrovamento dei resti di Yara non sono mancate le polemiche riguardo alle ricerche e le astruse giustificazioni dei soccorritori che hanno sostenuto di aver controllato l’area e di essere certi che il corpo della Gambirasio non fosse lì, nonostante l’anatomopatologa Cristina Cattaneo, che si è occupata del caso, abbia dichiarato alla stampa: “Le indagini naturalistiche convergono nel concludere che il corpo di Yara Gambirasio è in via di elevata probabilità rimasto nel campo di Chignolo d’Isola dal momento della sua morte, avvenuta a poche ore dopo la sua scomparsa, fino al momento del suo rinvenimento. Si può prospettare, in termini di alta verosomiglianza, che la Gambirasio sia morta nel campo ove fu rinvenuta cadavere il 26 febbraio 2011″ (bergamo.corriere.it 4 marzo 2015).

– Nel caso dell’omicidio di Melania Rea, un cane da ricerca, dopo aver fiutato gli indumenti della donna, si diresse nei pressi del monumento ai Martiri della Resistenza, a Colle San Marco, in un percorso a metà tra le altalene ed il bar-chiosco verso il quale il marito aveva detto essersi diretta la donna il giorno della scomparsa, le indagini hanno appurato, invece, che la Rea, quel giorno, non era stata in quella zona.

– I cani Bloodhound impiegati nelle ricerche di Laura Winkler, una ragazza di 13 anni di Brunico (Bolzano), scomparsa il 21 aprile 2013, fiutarono le tracce della ragazza fino ai bordi della strada provinciale, all’altezza di un hotel chiuso in località Bagni di Salomone dove la Winkler non era transitata; la Winkler fu ritrovata, due giorni dopo la sua scomparsa, in un burrone nella Valle di Anterselva poco distante dal maso del nonno dal quale si era allontanata.

– I conduttori dei cani del gruppo cinofilo che intraprese le ricerche del piccolo Tommaso Onofri, affermarono che i cani avevano suggerito ‘direzione autostrada’ mentre le indagini conclusero che i rapitori avevano preso la direzione opposta.

In sintesi, la recente letteratura non fa che confermare l’inaffidabilità delle ricerche con i cani. Le conclusioni delle consulenze scientifiche, in specie in caso di indagini giudiziarie, devono essere affidabili e verificabili. Da un punto di vista scientifico, ciò che con alta probabilità può fallire è inaffidabile. Le ricerche con i cani sono d’aiuto solo nei casi in cui permettono di trovare un cadavere ma vanno censurate le abborracciate giustificazioni dei fallimenti nelle ricerche ed i tentativi di ricostruire un percorso intrapreso da un certo soggetto dai conduttori dei cani in quanto le loro affermazioni non sono verificabili e molteplici variabili possono indurli in errore.