MORTE DI LICIA GIOIA: OGGI SI DECIDE IL DESTINO DEL MARITO

Francesco Ferrari e Licia Gioia

Le Cronache Lucane, 6 giugno 2019

Il maresciallo dei carabinieri Licia Gioia è morta nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 2017 dopo essere stata attinta da un colpo d’arma da fuoco alla testa. Licia Gioia si trovava nella camera della villetta di Contrada Isola che divideva con il marito, il poliziotto Francesco Ferrari. Inizialmente la Procura di Siracusa aveva indagato il Ferrari per istigazione al suicidio e poi per omicidio colposo.

In seguito, Francesco Ferrari, 45 anni, è stato indagato per omicidio volontario e la procura di Siracusa ha chiesto il suo rinvio a giudizio. Oggi, 7 marzo 2019, all’esito dell’udienza preliminare, sapremo se verrà processato.

Oggi, 6 giugno, il GUP di Siracusa deciderà se rinviare o meno a giudizio Francesco Ferrari.

Su questo caso mediatico si era espressa nei mesi scorsi la criminologa Ursula Franco. Per la dottoressa Franco, Francesco Ferrari dice la verità: 

“Il racconto del Ferrari riguardo alla dinamica della morte di Licia Gioia è sostenuto in toto dalle risultanze medico legali. L’omicidio volontario non è l’unica alternativa al suicidio. Le risultanze medico legali permettono di escludere il suicidio vero e proprio e confermano il racconto del marito: Licia Gioia è morta in seguito ad un incidente. 

Poco dopo la mezzanotte, Licia Gioia si è puntata l’arma alla testa e ha minacciato di suicidarsi e, mentre Francesco Ferrari cercava di disarmarla, sono partiti due colpi, il primo dei quali, quello mortale, l’ha attinta alla testa e l’altro al gluteo. Il fatto che il colpo alla testa non sia stato esploso a bruciapelo, ma da circa 25 cm di distanza, prova che il Ferrari tentò di allontanare l’arma dalla testa della moglie e che proprio in quel frangente partì il primo colpo, cui seguì un secondo colpo circa dieci secondi dopo. Il secondo colpo ci conferma che quei due colpi partirono in una situazione concitata, il Ferrari è infatti un poliziotto abituato a maneggiare armi e se l’arma fosse stata nelle sue mani non sarebbe partito nessun secondo colpo.

Il colpo d’arma da fuoco che ha ucciso Licia Gioia è partito mentre il Ferrari stava cercando di disarmarla ed è proprio la dinamica dell’incidente ad illuminarci sul perché, quando la Gioia fu attinta dal colpo mortale, non fosse “in una posizione usuale per un soggetto che intenda suicidarsi, ma in una posizione scomoda e innaturale”, così come affermato dal medico legale. Questa dinamica spiega anche la presenza di polvere da sparo sulla mano sinistra della Gioia, la donna infatti cercò di allontanare il Ferrari, che intendeva disarmarla, con l’unica mano libera, la sinistra, in quanto nella destra impugnava l’arma.

Il fatto che Francesco Ferrari sia risultato positivo al tampone (stub) per la ricerca di residui di polvere da sparo significa che dopo l’incidente non si è lavato le mani, un dato che ci conferma che l’ispettore ha detto la verità. Se infatti l’omicidio fosse stato volontario il Ferrari si sarebbe lavato ripetutamente le mani prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. La casistica insegna: chi simula un suicidio, la prima cosa che fa dopo aver sparato è cancellare le tracce di polvere da sparo da sé, in specie se è un soggetto avvezzo all’uso delle armi.

Le analisi dei tamponi usati per rilevare tracce di polvere da sparo, che sono stati eseguiti sulle mani dei due coniugi, hanno dato esito positivo in entrambi i casi, quindi l’arma era in mano ad entrambi.

Se l’arma fosse stata solo nelle mani dell’ispettore Francesco Ferrari non sarebbe partito nessun secondo colpo, essendo il Ferrari un soggetto abituato a maneggiare una pistola ma soprattutto il proiettile non avrebbe avuto quella traiettoria.

Francesco Ferrari non aveva alcun motivo di desiderare la morte della moglie mentre la Gioia non era contenta del proprio matrimonio e quella stessa sera si era trattenuta in auto e non aveva cenato con il marito, un comportamento compatibile con la successiva minaccia di suicidio.

L’arma da cui sono partiti i colpi era la pistola in dotazione al maresciallo Licia Gioia, non quella in dotazione all’ispettore Francesco Ferrari, pertanto si può logicamente inferire che sia stata proprio la Gioia a tirar fuori la pistola e a puntarsela alla testa. Se il Ferrari avesse ucciso la Gioia in un momento di rabbia avrebbe usato la propria arma e non si sarebbe certo servito di quella della moglie che, peraltro, da quanto è trapelato, la donna era abituata a tenere scarica. In ogni caso, a prescindere dalle abitudini del maresciallo Licia Gioia, l’ispettore Francesco Ferrari non poteva sapere se quella sera la pistola fosse carica o meno.

Dopo l’incidente il Ferrari chiamò la sua ex moglie invitandola a raggiungerlo per prelevare il loro figlio minore, questo atteggiamento protettivo del Ferrari nei confronti del bambino ci permette di escludere che sia stato lui a tirar fuori l’arma in dotazione a sua moglie Licia Gioia.

Non sono certamente di supporto all’ipotesi omicidiaria né il fatto che la Gioia avesse cucinato una torta alla cioccolata per il Ferrari e suo figlio, né che il maresciallo si fosse lavata i denti e si fosse messa la crema, né che avesse predisposto un programma settimanale delle proprie attività, estetista, massaggi e una cena. La casistica relativa ai suicidi insegna”.

Nella prima foto – come si legge nella relazione del Nucleo Investigativo Telematico – si vede la pistola di ordinanza della Gioia, una Beretta calibro 9 parabellum, con il cane armato e priva di sicura e si legge: “Stronzo addio”; nella seconda foto si vedono un precipizio a strapiombo sul mare e un piede sospeso nel vuoto e si legge: “Ho due opzioni”. Queste foto, contestualmente alla conversazione WhatsApp – continua la relazione – vengono indicate da Licia Gioia come due alternative possibili al proprio intendimento di togliersi la vita”. L’analisi continua: “La lettura della conversazione evidenzia il tentativo di placare la discussione del marito che cerca di convincere la moglie per poterla raggiungere e calmarla”.

Aggiornamenti: Durante l’udienza del 6 giugno, il GUP, Salvatore Palmeri, ha nominato due periti, il balistica Felice Nunziata e il medico legale Cataldo Raffino. La prossima udienza è stata fissata per il 15 ottobre.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: GLI INTERROGATORI MAL CONDOTTI VIZIANO INDAGINI E PROCESSI (intervista)

La criminologa Ursula Franco si occupa di errori giudiziari e di analisi del linguaggio, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis.  

Le Cronache Lucane, 31 maggio 2019

Dottoressa Franco, su un social, recentemente, lei ha scritto: “Un innocente non ha motivo di avvalersi della facoltà di non rispondere e, vista l’abilità dei PM italiani in tema di interrogatori, non ha ragione di avvalersene neanche un colpevole… o forse, proprio perché c’è il rischio, per il suddetto motivo, che un PM prenda lucciole per lanterne, hanno ragione di avvalersene proprio gli innocenti”, cosa intende dire?

Intendo dire che, in generale, i PM italiani non sanno condurre un interrogatorio e che questa loro incompetenza viola i diritti di coloro che vengono interrogati. Lei si farebbe fare una diagnosi e prescrivere una terapia da un medico incompetente? Io no, in campo giudiziario non è molto diverso, ne va della vita della gente. A mio avviso si tratta di un’emergenza. I PM incompetenti hanno un costo per i contribuenti che pagano i loro stipendi, poi le loro pensioni e infine i risarcimenti alle vittime dei loro errori. 

Quanti anni di studio servono per imparare a condurre un interrogatorio?

Circa 4.

Qual’è la migliore tecnica d’analisi di un interrogatorio?

La Statement Analysis.

Che cosa si ottiene da un interrogatorio ben condotto di un colpevole di omicidio?

Indicazioni precise per ricostruire i fatti senza smagliature quand’anche il soggetto dissimuli.

Quali sono i principali errori commessi dai magistrati italiani durante un interrogatorio?

Contaminano, interrompono, riepilogano, suggeriscono, invitano a mentire, si alterano.  

Dottoressa Franco, lei sul suo blog analizza spesso telefonate di soccorso relative a casi di omicidio. 

Le telefonate di soccorso sono da considerarsi veri e propri interrogatori, i primi, pertanto, l’analisi delle stesse è spesso sufficiente per capire se un soggetto è colpevole o innocente e molto altro: lo stato del rapporto tra chi chiama e la vittima, il movente, la dinamica dei fatti etc, etc.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: LE TESTIMONIANZE TARDIVE SONO CAUSA DI ERRORI GIUDIZIARI

Le Cronache Lucane, 27 maggio 2019

– Dottoressa Franco, quanto è complesso l’esame di un testimonianza?

E’ un campo minato quello della psicologia della testimonianza, sono molti infatti i fattori capaci di viziare una testimonianza, tra questi: la personalità psichica del testimonio, i condizionamenti da parte dei media, l’ansia di protagonismo, un desiderio di vendetta o di dipingersi come eroi, il tempo trascorso e, infine, il modo in cui un esaminatore si rivolge ad un teste (contaminazione).

– Dottoressa, un teste è capace di rievocare i fatti con precisione?

No, questo perché ogni processo testimoniale è costituito da una prima fase di acquisizione delle informazioni, dalla ritenzione delle stesse e dalla rievocazione e, in specie, se tra la prima fase (acquisizione delle informazioni) e quella del recupero passa un lungo periodo di tempo il ricordo subisce una distorsione che allontana inevitabilmente il contenuto testimoniale dalla realtà dei fatti. Se poi, durante la fase di ritenzione, un teste assiste ad un processo mediatico, la distorsione del ricordo viene amplificata. 

– Dottoressa, perché alcuni testimoni dissimulano o falsificano?

Alcuni lo fanno per coprire proprie o altrui responsabilità, altri, invece, dissimulano o falsificano senza provare senso di colpa perché si illudono di essere paladini di una “nobile causa”, e così, nella convinzione  di essere d’aiuto alle indagini, tendono a colmare le proprie lacune, a riordinare i ricordi, a compiacere l’intervistatore. Questo fenomeno si chiama “Noble Cause Corruption”, colpisce anche i consulenti delle procure, ed è ben noto a chi si occupa di errori giudiziari. Sia chiaro che non esistono giustificazioni né alla falsificazione né alla dissimulazione e che solo dicendo il vero si favorisce l’accertamento della verità e di eventuali responsabilità.

– Dottoressa Franco, ci faccia l’esempio di un testimone credibile?

Loris Gozi, nonostante il tempo trascorso, è stato testimone esemplare. E’ l’analisi linguistica della sua testimonianza a confermarcelo. Il Gozi, sentito dagli inquirenti sui fatti relativi alla scomparsa di Roberta Ragusa, ha sempre riferito lucidamente i fatti osservati senza ricamarci sopra; non ha mai cercato di stupire i suoi interlocutori infiocchettando la propria testimonianza con dettagli aggiuntivi. Loris Gozi ha sempre risposto alle domande prendendo possesso delle risposte e lo ha fatto secondo la formula che caratterizza una risposta credibile: prima persona singolare, verbo al passato, nessuno avverbio o aggettivo qualificativo; si è dilungato solo in risposta a domande che prevedevano un racconto più dettagliato; non si mai perso in tirate oratorie; né ha fornito informazioni estranee ai fatti.

– Dottoressa, per chiudere, dov’è il problema?

Il problema non sono i testimoni che dissimulano o falsificano, non è difficile smascherarli con la Statement Analysis, il problema sono quelle procure che si servono di testimonianze prive di valore per supportare le proprie errate ricostruzioni dei fatti. 

OMICIDIO DI MARCO VANNINI, LA PROCURA CONVOCA DAVIDE VANNICOLA, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: L’EX AMICO DI IZZO NON E’ UN TESTIMONE

Davide Vannicola

L’artigiano Davide Vannicola, ex amico del maresciallo Roberto Izzo è stato convocato in procura. Vannicola, lo ricordiamo, alcuni giorni fa, ha rilasciato un’intervista a “Le Iene” e ora c’è chi spera in un colpo di scena. Il maresciallo Roberto Izzo fu avvisato di un incidente occorso in casa Ciontoli dal capofamiglia, Antonio, circa due ore dopo l’esplosione del colpo. 

Le Cronache Lucane, 26 maggio 2019

– Dottoressa Franco, con la convocazione in procura di Davide Vannicola si riaprirà il caso?

Ma quando mai. Vannicola non è un testimone. Ipotizziamo che il maresciallo Roberto Izzo abbia manifestato a Vannicola dubbi sull’identità dello sparatore, Vannicola ha interpretato e rielaborato con la sua compagna le parole di Izzo e poi ha riferito ciò che ha rielaborato a “Le Iene” che, a loro volta, hanno rielaborato e reso pubbliche le proprie conclusioni. In altre parole, su un piatto della bilancia c’è ciò che è agli atti, ovvero intercettazioni, interrogatori e risultanze investigative, e sull’altro piatto c’è il nulla. Lo ripeto, riguardo ad eventuali confidenze fatte da Izzo a Vannicola, eventuali dubbi di Izzo sull’identità dello sparatore lasciano il tempo che trovano, posto che le indagini hanno appurato che fu Antonio Ciontoli a sparare. Aggiungo anche che Izzo ha riferito ad una giornalista di Quarto Grado che, a suo avviso, i Ciontoli non mentirono quella sera sull’identità dello sparatore perché glielo riferirono, senza il timore di venir smentiti, prima che Marco morisse, un’inferenza logica supportata dalle risultanze investigative. Con ciò non sto dicendo che l’ex maresciallo non abbia parlato con Vannicola o che Izzo dica la verità su tutto, ma, di sicuro, la testimonianza di Vannicola non è di alcun aiuto per delineare le responsabilità dei Ciontoli.

– Ciò che stupisce è che Davide Vannicola, seppur convinto di avere notizie importanti relative all’omicidio di Marco Vannini, invece di andare in procura, abbia contattato Le Iene, dottoressa, perché Vannicola ha rilasciato l’intervista?

Il motivo per il quale Davide Vannicola ha rilasciato l’intervista a “Le Iene” è personale e legato al suo rapporto con Roberto Izzo, un rapporto che, per una qualche ragione, si era incrinato. E’ lo stesso Vannicola a rivelarcelo in un post su Facebook dove parla di Izzo come di “uno che pensavo fosse il mio migliore amico”. Peraltro, nell’intervista a “Le Iene” Davide Vannicola, sempre parlando di Izzo, dice: “(…) gli abbia detto “sei un coglione, non t’aspettare nulla da me”, lui ce rimasto de merda e da lì si è un po’ inclinato il nostro rapporto (…)”.

– Dottoressa Franco, c’è ancora chi dice che l’unico che avrebbe potuto raccontare come sono andate le cose è Marco Vannini?

La verità su quella sera è agli atti. Servono competenze per ricostruire i fatti, non capisco perché gente impreparata, come quella che si espressa in questi termini, dovrebbe essere capace di processare interrogatori ed intercettazioni. Peraltro, e lo dico per esperienza personale in quanto mi sono occupata di un clamoroso errore giudiziario, non solo chi si riempie la bocca con questa sciocchezza non è capace di addivenire personalmente alla verità ma, se gli viene fornita, neanche la riconosce. Il problema è che, nel nostro paese, in molti scambiano la propria visibilità per competenze.

OMICIDIO DI NOEMI DURINI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: BIAGIO MARZO E’ ESTRANEO AI FATTI (intervista)

Il 3 settembre 2017, Lucio Marzo, all’epoca 17enne ha ucciso la sua fidanzata Noemi Durini, 16 anni.

Le Cronache Lucane, 21 maggio 2019

Domani si terrà la prima udienza del processo d’Appello davanti ai giudici della sezione penale per i minorenni della Corte d’Appello di Lecce, imputato, il reo confesso, Lucio Marzo.

Il 4 ottobre 2018 Lucio Marzo, 18 anni, è stato condannato, con rito abbreviato dal Tribunale dei Minorenni, alla pena di 18 anni e 8 mesi di reclusione.

Intorno alle 5 del mattino del 13 settembre 2017, Lucio, a bordo di un auto, prelevò da casa la sua fidanzata, la condusse in campagna e la uccise con una coltellata alla nuca e a colpi di pietra, infine, ne coprì il corpo con un cumulo di pietre e tornò a casa. Dopo dieci giorni, il ragazzo confessò e accompagnò gli investigatori sul luogo dell’occultamento.

Abbiamo chiesto alla criminologa Ursula Franco alcune delucidazioni sul caso.

– Dottoressa Franco, è possibile che Lucio abbia ucciso Noemi perché la ragazza voleva uccidere i suoi genitori?

Non posso escludere che Noemi avesse proposto a Lucio di uccidere i suoi genitori, ma non è questo il motivo per il quale il Marzo ha ucciso la Durini. Quello di Noemi è un omicidio per futili motivi, come lo sono gli omicidi commessi dai sociopatici, soggetti capaci di atti estremi di violenza a causa della loro bassa tolleranza alle frustrazioni. Neanche Lucio comprende a fondo il motivo del proprio gesto, sostenere di averla uccisa perché lei voleva uccidere i suoi genitori rappresenta solo un tentativo di razionalizzare l’evento e di fornire una “giustificazione morale” al suo atto riprovevole.

– Dottoressa Franco, Lucio Marzo si è fatto aiutare dal padre ad occultare il corpo di Noemi?

Biagio Marzo non ha avuto alcun ruolo, né nell’omicidio, né nell’occultamento. Tra l’altro, a rigor di logica, se qualcuno avesse aiutato Lucio ad occultare il cadavere di Noemi, lo avrebbero sepolto e non semplicemente coperto con delle pietre. Peraltro, Biagio Marzo restava sveglio fino all’alba, finché non riteneva che il figlio si fosse addormentato, proprio per impedirgli di uscire a fare sciocchezze.

La verità sui fatti è nell’interrogatorio di Lucio Marzo: “È successo cheee gli sono andato di dietro e le ho infilzato il coltello in testa e poi con delle pietre le ho frantumato la testa, l’ho lasciata stesa, ho messo delle pietre sopra so… sopra di lei, però in quel momento non capivo niente, so di averla colpita alla nuca ma non so in quale punto… poi si è spezzata la lama dentro, io mi sono trovato il manico in mano. E me lo sono… me lo sono messo in tasca, l’ho colpita con la pietra un paio di volte e poi l’ho… l’ho trascinata dove ho visto che c’era un muretto (in dialetto) scarrato, l’ho trascinata là, io l’ho messa di fianco, le pietre le ho prese e l’ho coperta… l’ho coperta, ero talmente agitato, sono corso in macchina, non mi ricordo neanche il luogo dov’era Castrignano talmente tanto che ero agitato, tremavo così, mi sono fatto una sigaretta mi son tolto la maglietta, ero in aperta campagna, non stavo nel paese, eh… era aperta campagna, mi son tolto la maglietta, ho messo il manico dentro, ho fatto a palla, ho fatto una buca nella terra e ho chiuso (…) Mia madre, mia sorella e mio padre stavano ancora dormendo, per fortuna, e io in silenzio mi sono fatto la doccia, mi sono pulito tutto, mi sono cambiato le mutande, ho messo le mutande nella biancheria eee pure i calzini nella biancheria eehm… sono andato a letto (…) tutti dormivano, eee mio padre è andato a dormire verso le 3 e mezza 4, perché mi controlla”.

– Dottoressa Franco, vuole aggiungere qualcosa?

Lucio Marzo è affetto da un grave disturbo di personalità e il fatto che abbia dato segni di squilibrio in concomitanza con la frequentazione di Noemi, non è naturalmente ascrivibile alla Durini, ma non è una coincidenza che Lucio frequentasse Noemi, una ragazza, anche lei, “ribelle” e “difficile”, ce lo conferma sua sorella Benedetta: “E’ stata sempre una ragazza diciamo un po’ ribelle però era molto buona, cercava sempre di vincere anche delle sfide impossibili con persone molto, magari, difficili, a loro volta” e, purtroppo, questa frequentazione è stata fatale ad entrambi. Infine, voglio sottolineare che sono due le famiglie distrutte da questo fatto di sangue.

Caso Garlasco, dopo 12 anni la verità sul movente: “Ecco cosa aveva cercato Chiara sul pc” (intervista)

Alberto Stasi

Più Donna, BY REDAZIONE, 1 APRILE 2019

Caso Garlasco, dopo 12 anni la verità sul movente: “Ecco cosa aveva cercato Chiara sul pc”

Dottoressa Ursula Franco, che può dirci sul profilo psichico di Alberto Stasi?

Dopo l’omicidio di Chiara Poggi è stato sequestrato ed analizzato il computer di Alberto Stasi, fidanzato della vittima ed unico indagato, l’analisi del pc ha rivelato l’ossessione di Stasi per i siti erotico-pornografici e l’acquisizione da parte dello stesso di alcune foto e video a carattere pedo pornografico. Dopo l’accusa di detenzione e divulgazione di materiale pedo pornografico, Alberto Stasi ha subito un processo, è stato condannato in primo e secondo grado ed infine assolto in cassazione.
7064 immagini e 542 filmati pornografici, 21 immagini e 7 filmati pedo pornografici si trovavano nel disco rigido del computer portatile di Alberto stasi in una cartella anonima chiamata NUOVA CARTELLA, all’interno di una directory denominata MILITARE, la quale oltre a contenere foto di aerei, carri armati e soldati celava il torbido segreto del giovane studente. Stasi aveva catalogato le immagini ed i filmati pornografici in undici cartelle dai titoli rivelatori: AMATEUR, BIG, PREGNANT, VIRGINS, FORCED, FACIAL, ORGY, COLLANT (2869 file), MATURE (586 file), FOTO CELL. In FOTO CELL gli inquirenti hanno trovato 89 immagini degli amici e di Alberto, Alberto in perizoma, foto di Chiara a Londra e foto della biancheria intima, dei piedi e delle scarpe di estranee incontrate per strada, alcune delle stesse scattate da Alberto con il telefonino pochi secondi dopo aver fotografato la fidanzata nella capitale inglese.

Il materiale a tema pedo pornografico è stato definito raccapricciante dalla corte d’Appello di Milano.

Dalle foto e dai video pornografici, dalla cura ossessiva impiegata nella loro catalogazione e dalla frequenza continua di visualizzazioni si evince che Stasi è affetto da disturbi della sfera sessuale consistenti in diverse parafilie, oltre alla pedofilia, la gerontofilia, il feticismo per scarpe ed indumenti intimi, il voyeurismo ed il sadismo. Dal punto di vista dell’analisi statistica, soggetti affetti dalla stesse parafilie di Alberto Stasi sono capaci di uccidere con maggior frequenza dei soggetti sani.

Qual è il movente dell’omicidio di Chiara Poggi?

Ogni azione ha un motivo, una causa che la determina, i moventi non sono assoluti ma sempre relativi, come si evince dalla casistica. Ciò che può condurre un soggetto ad uccidere può in un altro destare solo ilarità. Pensiamo ad un certo numero di soggetti omosessuali messi di fronte alla propria omosessualità ed alle loro possibili reazioni, reazioni che variano a seconda della loro età, dell’accettazione o meno da parte della famiglia d’origine, dell’ambiente in cui vivono, del grado di scolarizzazione, della religione di appartenenza, etc, etc.

Sono i disturbi della sfera sessuale di Alberto Stasi, ovvero le sue parafilie, il movente dell’omicidio.

L’assoluzione di Stasi per il reato di detenzione e divulgazione di materiale pedo pornografico non cancella le sue perversioni. Nonostante l’assoluzione, nessuno può negare che nel computer di Alberto ci fossero files a contenuto pedopornografico, pertanto il movente dell’omicidio resta.

Chiara, con tutta probabilità, poche ore prima di venir uccisa, dopo aver affrontato per l’ennesima volta l’argomento, minacciò di rivelare a qualcuno i segreti inconfessabili del suo fidanzato, sul pc della stessa venne ritrovato, a conferma di questa ipotesi, il risultato di una ricerca sui pedofili.

Quella sera del 12 agosto, secondo la logica, Alberto non sarebbe andato a chiudere il cane tra le 21.59 e le 22.10 per poi tornare a casa di Chiara ed infine rientrare poco dopo per dormire a casa propria, avendo tra l’altro in programma di svegliarsi presto per lavorare alla tesi di laurea, Stasi quella sera aveva intenzione di dormire con la Poggi, furono i dissidi con la fidanzata che lo indussero a tornare nella sua casa di via Carducci; Alberto Stasi ha mentito agli investigatori quando ha detto che non era sua intenzione restare a dormire da Chiara, lo ha fatto per nascondere la discussione ovvero il movente dell’omicidio.

Uno dei due scenari qui sotto descritti seguì alla discussione tra Chiara ed Alberto:

Omicidio premeditato: Stasi dopo aver discusso con la fidanzata nelle prime ore del 13 agosto, forse di una promessa non mantenuta, ha lasciato casa Poggi, ha premeditato l’omicidio e al mattino si è recato dalla fidanzata con l’intenzione di ucciderla.
Omicidio d’impeto: Stasi dopo aver discusso con la fidanzata nelle prime ore del 13 agosto, forse di una promessa non mantenuta, ha lasciato casa Poggi, è tornato poche ore dopo per chiarire, per chiedere a Chiara di non ‘sputtanarlo’ ma non è riuscito nel suo intento e per questo l’ha uccisa.
Stasi ha scelto di uccidere la fidanzata per non affrontare le conseguenze delle rivelazioni della Poggi che lo avrebbero marchiato per sempre come un pervertito. Stasi ha ucciso per evitare di andare incontro alla disistima genitoriale, ad una eventuale temutissima punizione paterna e al probabile fallimento del suo progetto di escalation sociale, lui, nipote di un camionista, figlio della media borghesia benestante che sognava da tempo un riscatto sociale ed era giunto quasi a laurearsi alla Bocconi, ad acquisire il titolo di dottore.

Alberto dopo l’omicidio ha fatto sparire l’arma usata per il delitto, l’assenza della stessa non ci permette di dire se egli uccise con premeditazione o meno, infatti, se egli avesse condotto sulla scena del crimine l’arma potremmo affermare con certezza che quello di Chiara fu un omicidio premeditato, in caso contrario, se egli l’avesse trovata in casa Poggi che fu un delitto d’impeto. Avvalora l’ipotesi dell’omicidio d’impeto la presenza della sua bicicletta, la Umberto Dei Milano, all’esterno della casa della vittima, se Stasi fosse andato da Chiara con l’intenzione di ucciderla avrebbe nascosto la bicicletta nel giardino di casa Poggi.

Il giorno dell’omicidio Stasi non si recò da Chiara con una bici nera da donna ma con la sua Umberto Dei.

Quando Alberto, dopo le 13.30, tornò in via Giovanni Pascoli non entrò nella villetta dei Poggi per non sporcarsi, la scena che descrisse agli inquirenti la conosceva perfettamente per averla vista in precedenza. Stasi, dopo aver commesso l’omicidio, gettò gli abiti e le scarpe insanguinate, si lavò e pulì la bicicletta Umberto Dei con la quale si era mosso quella mattina. Alberto, dopo aver fatto il possibile per eliminare ogni traccia del reato, non fu capace di resettarsi, non entrò nella villetta per non sporcarsi, temendo che eventuali tracce di sangue lo avrebbero incriminato mentre avrebbe dovuto desiderare di averne addosso per rendere più credibile il racconto della scoperta del cadavere. D’altra parte i colpevoli non riescono a pensare ed a comportarsi da innocenti tout court.

Che può dirci sulla telefonata di Stasi al 118?

La telefonata di Alberto Stasi al 118 delle 13.50 del 13 agosto 2007, esaminata secondo il modello di analisi critica delle telefonate di soccorso del Lt. Tracy Harpster, mostra molti gravi indizi di colpevolezza:

Durante tutta la telefonata l’operatore è a pesca di informazioni che Stasi avrebbe dovuto dargli spontaneamente.
Il tono della voce è scarsamente modulato, non in accordo con i fatti descritti. Mancano l’enfasi e la modulazione del tono della voce, mancano i picchi sulle parole chiave e non traspare alcun coinvolgimento emotivo.
Stasi richiede un’ambulanza fornendo ai soccorritori un indirizzo incompleto, mancante del numero civico, numero del quale Alberto avrebbe potuto rapidamente accertarsi; non solo, Alberto Stasi non informa il telefonista del 118 che il corpo di Chiara si trova all’interno della villetta dei Poggi, sulle scale che conducono in cantina; Alberto non si precipita in strada per aiutare i soccorritori ad entrare aprendo lui il cancello della villetta dei Poggi che sapeva chiuso. Tra l’altro Stasi è a conoscenza che il cancello della villetta dei Poggi è chiuso e che, inevitabilmente, tale circostanza rallenterà i soccorsi ma non si preoccupa di tornare indietro per aprirlo; tale comportamento ci segnala una mancanza di accuratezza che indica che Stasi non ha urgenza che Chiara venga soccorsa.
Stasi, secondo quanto riferito all’operatore, comunica la morte di Chiara senza essersi accertato delle sue reali condizioni e non avendo neanche le competenze mediche per farlo. Comunicare la morte di un soggetto per il quale si stanno chiamando i soccorsi, non è certamente un invito rivolto ai soccorritori a recarsi rapidamente sulla scena. L’accettazione della morte, specialmente quando la vittima ha una qualche relazione con colui che chiama i soccorsi, è una tecnica di distanziamento, uno dei più importante indicatori di colpevolezza. La reazione di un innocente che scopre la vittima di un omicidio o di un incidente è generalmente opposta, soprattutto i familiari negano nell’immediatezza la morte di un loro caro per l’incapacità di metabolizzare un’informazione così sconvolgente, anzi chiedono ai soccorritori di praticare sul corpo del defunto, anche quando questi appare ‘irrimediabilmente’ morto, ogni misura medica possibile per resuscitarlo.
Alberto non fa alcun riferimento alla vittima, solo in seguito alle domande dell’operatore del 118, ne parla come di una estranea, affermando: “credo che abbiano ucciso una persona” e “lei è sdraiata per terra”, mostrando di prendere le distanze da Chiara; poco dopo, ancora una volta in risposta ad una domanda dell’operatore, la definisce, non una parente, ma “la mia fidanzata”. Stasi, non introducendo, come avrebbe dovuto, la vittima, ovvero con nome, cognome e tipo di relazione che ha con lei, ci informa della pessima qualità del loro rapporto. Non fare il suo nome, inoltre, gli permette di depersonalizzarla in modo da ridurre lo stress che gli provoca il dover parlare di lei.

Come si comportò Alberto Stasi una volta giunto nella caserma dei Carabinieri?

Stasi mentre telefonava al 118 si stava recando nella caserma dei Carabinieri. Rispetto alla telefonata di soccorso egli è apparso agli uomini dell’Arma emotivamente un’altra persona, lo hanno descritto come tachicardico, in preda al panico, Stasi non ha nascosto di essere spaventato tanto che un carabiniere, preoccupato per le sue condizioni fisiche, gli ha misurato la pressione. Alberto è apparso calmo e distaccato al telefono con l’operatore del 118 ma appena giunto dai Carabinieri quella freddezza ha lasciato il posto al panico. Il panico è uno stato emotivo difficilissimo da nascondere, la cui causa, in questo caso, non è da ascrivere alla scoperta del cadavere della fidanzata quanto al timore di commettere degli errori che potevano indurre gli uomini dell’Arma a sospettarlo dell’omicidio. Egli nel “raccontare cosa è successo” ai militari, per usare la sua frase (da un testimone che dice di aver trovato un corpo ci aspetteremo solo frasi del tipo: “raccontare cosa ho visto” e non frasi che tradiscano una partecipazione), ha temuto di incorrere in contraddizioni fatali che gli avrebbero condizionato il destino, una posta in gioco altissima per Alberto, ecco perché era in preda al panico in caserma, un panico manifesto con evidenti sintomi fisici.

Che può riferirci riguardo agli interrogatori di Stasi?

Stasi durante gli interrogatori ha spesso dissimulato, non ha raccontato nè di dissidi precedenti nè di una eventuale discussione avuta con Chiara la sera del 12 agosto, discussione che, con tutta probabilità, aveva invece cambiato i programmi di quella serata. Chiara, a mio avviso, non era la prima volta che affrontava l’ossessione di Alberto per la pornografia e lo fece più volte nei suoi ultimi giorni di vita tanto da indurre Alberto a contattare per una seria emergenza due dei suoi amici più stretti, Marco Panzarasa e Simone Piazzon, attraverso telefonate ed sms dei quali nessuno dei tre ha mai rivelato i contenuti agli inquirenti.
Marco Panzarasa dopo essere stato contattato da Alberto anticipò di tre giorni il proprio rientro a Garlasco da Borghetto Santo Spirito, dove era in villeggiatura, adducendo poco credibili motivi di studio. Egli partì all’improvviso, come testimoniato da un amico, si fece accompagnare alla stazione di Loano verso le 10.00 del mattino di lunedì 13.8.2007 da Simone PIazzon ed affrontò un lungo viaggio con un treno regionale da Loano a Pavia.
Secondo il sostituto procuratore generale Laura Barbaini è soprattutto sospetta l’assenza di una qualsiasi spiegazione da parte dei tre ragazzi relativa al contenuto degli sms, in specie di quello inviato da Stasi alle 2.04 del mattino del 12 agosto all’amico Piazzon, messaggio poi cancellato da entrambi, assenza che ci conferma che Stasi, Piazzon e Panzarasa “non possono dire la verità perché è una verità scomoda per tutti, a riprova che qualcosa di grave è sicuramente successo”.
“C’è pertanto la traccia chiara – ha sostenuto il procuratore generale – di una sopravvenienza che i protagonisti scelgono di non spiegare, che si sviluppa tra le prime ore del 12.8.2007 e si conclude tra le prime ore del 13.8.2007, traccia che costituisce indice sicuro del fatto che si era delineata una problematica per Alberto Stasi. Non abbiamo il movente, o meglio lo possiamo ricavare: dall’insieme dei rapporti che intercorrevano abbiamo il segnale di un problema, non spiegato dai protagonisti e quindi valorizzato dal silenzio dei protagonisti”.

Viene da chiedersi, poi, perché Alberto negli interrogatori abbia taciuto la risposta muta di 12 sec sull’utenza di casa Poggi seguita alla sua telefonata delle 13.27. Perché solo dopo tale risposta si diresse in via Pascoli? Il sistema di allarme dei Poggi rispose in automatico, Alberto non poteva saperlo e forse temette che Chiara fosse ancora viva e che avrebbe potuto chiamare i soccorsi.

Stasi è incorso, durante gli interrogatori, in un enorme passo falso quando ha cercato di giustificare la presenza del sangue di Chiara sui pedali della sua bici Umberto Dei, Alberto ha sostenuto di aver pestato, nei giorni precedenti all’omicidio, il sangue mestruale della fidanzata e di averlo trasferito sui pedali, una spiegazione inverosimile. Alberto con la sua risposta non ha fatto che confermare che quello repertato dai RIS sui pedali era sangue.

Dai sui interrogatori: “…Ho capito che era morta solo quando l’ambulanza è arrivata e non è andata via con lei. Preciso che ho visto un medico scendere e parlare con i Carabinieri e fare un segno con le mani come per dire che non c’era bisogno. Ho appreso del decesso di Chiara dal dialogo tra i Carabinieri e i medici. Non ho chiesto a nessun medico se Chiara fosse deceduta né tantomeno quale fosse stata la causa del decesso…”. Stasi non ha fatto domande sulle condizioni di Chiara o sulla probabile causa della morte perché conosceva le risposte. Il fatto che Alberto non abbia chiesto informazioni su Chiara non è un dettaglio di poco conto.