L’omicidio della giornalista svedese Kim Wall: analisi criminologica

DELITTO SUL NAUTILUS

La criminologa Ursula Franco ricostruisce e analizza l’omicidio di una giornalista freelance decapitata e smembrata da un killer con manie sessuali a bordo di un sottomarino

pubblicato su STYLO24, giornale d’inchiesta diretto da Simone Di Meo, il 10 ottobre 2017

Kim Wall

Kim Wall, 30 anni, giornalista svedese freelance, la sera di giovedì 10 agosto 2017, intorno alle 19.00, si è imbarcata a Refshaleøen, Copenhagen, sull’UC3 Nautilus, un sottomarino privato, insieme al proprietario, Peter Madsen, 46 anni. Kim Wall è stata fotografata poco dopo l’imbarco all’interno della torretta del Nautilus da un uomo che si trovava su una nave da crociera. La giornalista avrebbe dovuto scrivere un articolo su Peter Madsen e per questo motivo aveva deciso di fare un giro di qualche ora nella baia di Køge a bordo del suo sottomarino di 18 metri. Alle 2.30 di venerdì mattina, il fidanzato della Wall, dopo ore che provava a contattarla invano, ne ha denunciato la scomparsa alla polizia danese. Le autorità hanno così dato inizio alle operazioni di ricerca sia in mare che sulla terra ferma.

Venerdì 11 agosto, intorno alle 10.30, Krisitan Isbak, il proprietario di un natante che, appena venuto a conoscenza dalla capitaneria di porto delle ricerche del Nautilus, era salpato con la sua barca, ha avvistato il sottomarino nella baia di Køge e circa 30 minuti dopo è stato testimone del suo affondamento. Krisitan Isbak ha riferito agli inquirenti di aver notato che inizialmente Peter Madsen si trovava nella torretta del Nautilus e che era “assolutamente calmo”, di averlo poi visto scendere sotto coperta, risalire e gettarsi in mare prima che il sottomarino affondasse. Tratto in salvo da un altro natante, una volta raggiunta la terra ferma Peter Madsen ha riferito agli investigatori di aver lasciato la giornalista sull’isola di Refshaleøen, tre ore e mezzo dopo il suo imbarco, ovvero verso le 22.30, in quegli stessi minuti Madsen ha inviato un messaggio ad un amico per informarlo che la traversata con il Nautilus, prevista per il giorno seguente, da Copenhagen all’isola di Bornholm, era annullata, senza specificarne il motivo.

Peter Madsen subito dopo l’affondamento del suo sottomarino

Un portavoce della marina danese ha riferito alla stampa che, dopo il salvataggio, Madsen ha detto alle autorità di non essere stato in grado di rispondere ai tentativi di contattarlo via radio da parte della capitaneria di porto per un problema tecnico, che il Nautilus era affondato a causa di un problema ad una valvola del serbatoio di zavorra e che non aveva avuto il tempo di chiudere i portelloni per impedire al sottomarino di riempirsi d’acqua.

Peter Madsen, intervistato da un giornalista della televisione danese ha dichiarato: “Sto bene ma sono triste perché il Nautilus è affondato. E’ affondato in soli 30 secondi e non ho fatto in tempo a chiudere i portelloni o altro, ma penso che sia stato positivo perché altrimenti sarei stato ancora là sotto”.

Sabato 12 agosto, Peter Madsen, durante un’udienza a porte chiuse, ha riferito al giudice che Kim Wall era morta mentre si trovava a bordo del suo sottomarino in seguito ad un incidente e di averla “sepolta in mare”.

Da un punto di vista dell’analisi del linguaggio già il fatto che Madsen non avesse menzionato la Wall nelle sue prime dichiarazioni e che invece avesse riferito di averla sbarcata dopo tre ore e mezzo di navigazione non lasciava presagire nulla di buono. Non menzionare la giornalista è stato un modo di prenderne le distanze mentre il numero tre è il numero più frequentemente usato da chi falsifica, è il numero di chi mente. Madsen non è stato capace di negare in modo credibile, ha detto: “Non l’ho vista morire di un atto deliberato; l’ho vista morire di qualcosa di diverso, l’ho vista cadere”, è interessante che Peter Madsen riferendosi all’omicidio della Wall da lui commesso si rappresenti come uno spettatore, un modo per prendere le distanze dai fatti.

Sempre sabato 12 agosto, le autorità danesi, utilizzando la nave da salvataggio Vina, hanno localizzato e recuperato il Nautilus che si trovava a 7 metri di profondità e lo hanno condotto nel porto di Copenaghen per svuotarlo dall’acqua ed esaminarlo.

Il sottomarino in secca

Lunedì 14 agosto, la polizia danese ha dichiarato che non vi era nessun corpo a bordo del sottomarino e che i tecnici interpellati per indagare sui motivi dell’affondamento del Nautilus hanno concluso che Madsen lo aveva fatto affondare intenzionalmente. Inoltre all’interno del sottomarino gli investigatori hanno trovato la biancheria intima di Kim Wall.

Il 21 agosto, a sud ovest di Amager, nella baia di Køge, un ciclista ha rinvenuto il torso spiaggiato di una donna. Al cadavere smembrato, senza né testa né arti, era fissato, attraverso una cintura, un pesante tubo di ferro.

Il 23 agosto, la polizia ha dichiarato che il torso apparteneva a Kim Wall.

Il 5 settembre, Peter Madsen, durante un’udienza, ha riferito al giudice che la morte della Wall era stata accidentale, che gli era sfuggito di mano un portello di 70 kg e che chiudendosi aveva colpito la Wall fratturandole il cranio. Madsen ha sostenuto che dopo il fatto non era stato più capace di pensare in modo razionale, di non aver mutilato il corpo, di aver cercato di “seppellirlo” in mare e di aver pensato di suicidarsi facendo affondare il sottomarino. Gli inquirenti ritengono invece che Madsen abbia affondato il Nautilus per cercare di renderlo inaccessibile perché un omicidio era stato commesso al suo interno.

Il 6 ottobre, nell’area in cui il 21 agosto era riemerso il torso della Wall, i sommozzatori della polizia, a 12 metri di profondità, hanno individuato e recuperato gli arti inferiori amputati alla giornalista e due borse, in una si trovavano alcuni degli abiti indossati dalla Wall al suo imbarco sul Nautilis il 10 agosto, una maglia, i calzini e le scarpe, un coltello ed alcuni pezzi metallici, nell’altra busta la testa della Wall ed altri oggetti metallici.

I medici legali che hanno eseguito l’autopsia sui resti di Kim Wall non sono stati in grado di determinare con certezza la causa della morte della giornalista, hanno però riferito agli inquirenti che Kim Wall è stata deliberatamente mutilata dei 4 arti e decapitata. Sul torso, precisamente sul torace e sul pube, i medici legali hanno rilevato i segni di almeno 15 coltellate inferte alla donna “poco prima della morte o appena dopo” e nessuna frattura a carico delle sua ossa craniche, un dato che permette di escludere che la morte di Kim Wall sia intervenuta in seguito ad un forte colpo alla testa causato dalla chiusura improvvisa di un portellone di 70 kg.

Poco è emerso riguardo all’infanzia di Peter Madsen, è Thomas Djursing, il suo biografo, ad aver rivelato che Madsen è cresciuto con il padre dopo la separazione dei suoi genitori e che già dall’adolescenza, a causa delle sue caratteristiche personologiche, scarsa pazienza e irritabilità nelle relazioni interpersonali, ha vissuto in modo solitario e che negli ultimi anni il suo obiettivo era dimostrare a coloro con cui aveva lavorato in passato, e che viveva come avversari, di essergli superiore.

Madsen è descritto da chi lo conosce come un anticonformista egocentrico, un Archimede Pitagorico con grandi ambizioni e scarse competenze sociali. Nel libro “Rocket Madsen”, la sua biografia scritta da Thomas Djursing, è lo stesso Peter a definirsi ”un nerd con pochi amici”; per Nerd si intende un giovane di modesta prestanza fisica e dall’aspetto insignificante che compensa la scarsa avvenenza e le frustrazioni che ne derivano con una passione ossessiva e una notevole inclinazione per le nuove tecnologie.

Peter Madsen e Kim Wall sull’UC3 Nautilus

Un messaggio pubblicato da Peter Madsen su un sito di un’associazione cui apparteneva in passato, oggi suona particolarmente sinistro: “Una maledizione accompagna il Nautilus. Quella maledizione sono io. Non ci sarà calma attorno al Nautilus finché io vivrò”.

Il suo biografo ha dichiarato che fa parte del suo temperamento infiammarsi all’improvviso, che Madsen si è fatto molti nemici tra le persone con cui ha lavorato e che detestava i giornalisti che avevano osato criticare i suoi ambiziosi progetti, non ultimo quello di costruire nel suo laboratorio spaziale privato, il Rocket Madsen Space Lab, un razzo, il Flight Alpha, capace di raggiungere un’altitudine di 14 km.

Proprio nell’hard drive di un computer sequestrato all’interno del Madsen Space Lab gli inquirenti hanno trovato uno snuff movie, un film dove si vede una donna torturata, decapitata e bruciata; secondo chi indaga lo snuff movie riprende un vero e proprio omicidio e non è il frutto di una finzione cinematografica.

Thomas Djursing ha riferito ai giornalisti che Madsen, nonostante vivesse con una compagna, si intratteneva in “esperimenti sessuali” in gruppi fetish.

Peter Madsen

Nelle foto on line Peter Madsen indossa sempre una specie di divisa, una tuta, o mimetica o verde, con il logo del suo laboratorio aerospaziale, MDL Spacelab, e cappelli con decorazioni simil-militari; Madsen indossava una tuta la mattina dell’11 agosto quando è stato individuato da Krisitan Isbak e ha indossato una tuta anche durante le udienze in tribunale seguite alla scomparsa di Kim Wall. Indossare un’uniforme senza essere un militare non è un dettaglio da poco, è il segnale di un bisogno psicologico, in pratica Peter Madsen lascia trapelare di non essere soddisfatto di se stesso, che il suo bilancio tra il sé reale e quello ideale è negativo e che, per guadagnarsi rispetto e riconoscimento da parte dei suoi simili, ha bisogno di travestirsi.

In sintesi, da un punto di vista psicopatologico, alcuni aspetti della personalità di Peter Madsen quali l’instabilità nelle relazioni interpersonali, le esplosioni emotive intense, l’isolamento sociale, l’egocentrismo, la bassa autostima e l’intolleranza alle critiche rientrano tra le caratteristiche di alcuni disturbi di personalità del gruppo B, tra questi, il disturbo Borderline, il Narcisistico e l’Antisociale.

La presenza di uno snuff movie nel suo computer permette di affermare che Peter Madsen traeva piacere sessuale dal visualizzare il video e che non solo fantasticava di lanciare un razzo nello spazio ma anche di emulare le crudeli gesta dell’attore protagonista di quel macabro film. E’ poco importante sapere se lo snuff movie trovato sul computer di Madsen sia finzione o documenti un vero e proprio omicidio, ciò che è di rilievo per questo caso è il fatto che Peter Madsen fosse un cultore di questo genere di film.

Le risultanze dell’esame autoptico eseguito sul torso incrociate con le risultanze dell’esame tecnico sull’hard drive del computer di Madsen ci permettono di concludere che lo smembramento della vittima non fu un atto “difensivo”, non un atto attraverso il quale l’autore dell’omicidio avrebbe potuto occultare meglio il cadavere della sua vittima, ma la messa in pratica (act out) di fantasie perverse che Madsen coltivava da tempo e che ad un certo punto della sua vita ha avuto la necessità di agire concretamente; Madsen ha smembrato la vittima per un suo bisogno psicologico, non per ucciderla e da questa attività “superflua”, che possiamo considerare a tutti gli effetti una “personation”, egli ha ottenuto una gratificazione; se mai Madsen sarà libero di uccidere ancora, lo smembramento, la sua “personation”, diverrà la sua “firma”.

Non è dato sapere se Madsen abbia avuto rapporti sessuali con il torso o con la testa della Wall, solo lui potrebbe riferirlo viste le condizioni del cadavere, ma è probabile che semplicemente dalla penetrazione della vittima attraverso le coltellate inferte sul seno e a livello del pube abbia ottenuto una gratificazione sessuale; in casi come questo, le coltellate rappresentano un atto sessuale sostitutivo e sono il frutto di una parafilia detta piquerismo che affligge assassini sessualmente incompetenti come possono esserlo l’assassino di Yara Gambirasio o il Mostro di Firenze, soggetti che non hanno mai agito atti sessuali veri e propri sulle loro vittime nonostante ne abbiano avuto l’occasione e nonostante il movente dei loro omicidi fosse certamente sessuale.

Il fatto che gli indumenti intimi della Wall siano stati ritrovati dagli investigatori all’interno del sottomarino ce la dice lunga sulle intenzioni di Madsen; probabilmente Peter Madsen, che non si aspettava che le autorità venissero prontamente allertate dal fidanzato della Wall, sperava di raggiungere la terra ferma e aveva intenzione di portare con sé la biancheria intima della Wall, la decisione di affondare il sottomarino la prese all’ultimo momento, una volta sentitosi in trappola, lo prova il fatto che, quando venne localizzato, il sottomarino stesse navigando in direzione del porto da cui era salpato e che gli indumenti intimi della vittima si trovassero a bordo; in pratica l’aver recuperato la biancheria della Wall all’interno del Nautilus è un ritrovamento che chiude il cerchio, non fu una dimenticanza di Madsen ma una decisione ben ponderata quella di non affondare, insieme alla maglia, ai calzini e alle scarpe, la biancheria della Wall, gli assassini come Peters Madsen infatti trattengono spesso un oggetto appartenuto alla vittima che assume il ruolo di “souvenir” e che gli permette di accedere alle proprie memorie in modo da rivivere l’omicidio a distanza di tempo.

In conclusione, l’apparente assenza di un movente (motiveless homicide), le mutilazioni, le coltellate nelle aree sessuali, il ruolo della fantasia testimoniato dalla presenza di uno snuff movie sul computer di Madsen, il fatto che l’omicida abbia conservato la biancheria intima della vittima permettono di affermare che l’operato e la psiche di Peter Madsen non sono dissimili da quella di un assassino seriale per lussuria, di un anger-excitation sexual murderer.

Kim Wall

La decapitazione

«La decapitazione umilia la vittima, ma nella camorra non è un gesto raro»

La criminologa Ursula Franco: da Aldo Semerari a Bambulella, la storia della criminalità organizzata campana conta diversi episodi di teste mozzate

pubblicato su STYLO24, giornale d’inchiesta diretto da Simone Di Meo, il 4 ottobre 2017

Gli antichi greci e gli antichi romani ritenevano che la pena di morte attraverso la decapitazione fosse la forma di esecuzione più rapida e meno disonorevole. In Europa, inizialmente riservata a nobili e sovrani, fu praticata dai boia nelle pubbliche piazze fino agli ultimi decenni del 1900.

Un affresco raffigurante una decapitazione XIV secolo (Stylo24)

Da un punto di vista criminologico la decapitazione rientra tra gli smembramenti e come tale può essere un atto eseguito sul cadavere o può coincidere con la causa di morte. Da un punto di vista simbolico, decapitare significa non solo mutilare una parte del corpo ma anche annientare nel modo più definitivo possibile ciò che la testa contiene ovvero il cervello con i suoi pensieri, credenze ed emozioni e quattro degli organi di senso, vista, udito, olfatto e gusto, in pratica tutto ciò che rende un soggetto unico.

Il serial killer Edmund Kemper

Il serial killer Edmund Kemper, necrofilo e cannibale, tra il maggio del 1972 e l’aprile del 1973, ha ucciso 6 giovani donne, sua madre e la migliore amica di sua madre; dopo aver decapitato le sue vittime si è servito delle loro teste, compresa quella della madre, per mettere in pratica atti sessuali violenti (irrumatio). Una volta arrestato ha dichiarato: “La testa è la sede di tutto, cervello, occhi, bocca. Rappresenta la persona. Ricordo che da bambino mi dissero: Se tagli la testa il corpo muore. Il corpo è nulla dopo che è stata tagliata la testa… anzi, non è proprio vero, c’è ancora molto in un corpo di ragazza senza la testa”.

Nel caso di serial killers necrofili come Edmund Kemper, decapitare le proprie vittime costituisce una necessità psicologica, la messa in pratica (act out) di una fantasia patologica attraverso la quale l’omicida ottiene una gratificazione, altre volte, e mi riferisco ad organizzazioni criminali come la camorra, la decapitazione di una vittima rappresenta una forma di comunicazione, un avvertimento, come può esserlo una decapitazione eseguita in piazza, più un delitto di camorra è efferato, più se ne parla, più rende a chi lo ha commesso, in termini di strategia del terrore.

E’ di questi giorni la notizia che, nel gennaio 2005, con la testa mozzata di Giulio Ruggiero, un affiliato al clan Di Lauro, i suoi carnefici giocarono a palla in un ultimo atto di disprezzo. Il prendere a calci una testa mozzata non è un gesto infrequente, anzi è spesso messo in pratica dopo le decapitazioni dei rivali che avvengono nelle strutture carcerarie.

Il boss della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo

Nell’estate del 1982, nel carcere di Poggioreale, Raffaele Catapano, un uomo della Nuova Camorra Organizzata, dopo aver simulato un disturbo fisico, si fece portare in infermeria, armato di pistola e coltello prese in ostaggio un medico, raggiunse la cella di Antonio Vangone, lo decapitò e gli estrasse il cuore.

Sempre nel 1982 al cutoliano Giacomo Frattini detto Bambulella, Paolo Di Lauro e Aniello La Monica, uomini della Fratellanza Napoletana, tagliarono la testa e le mani ed estrassero il cuore. Frattini aveva guidato, all’interno del carcere di Poggioreale, gli uomini della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo durante i regolamenti di conti con la Nuova Famiglia nei giorni a ridosso del terremoto del 23 novembre 1980, tre morti e diversi feriti.

Il boss della camorra Paolo Di Lauro al momento dell’arresto

Il primo aprile 1982, in una Fiat 128, di fronte all’abitazione di Vincenzo Casillo, luogotenente di Cutolo, in viale Elena ad Ottaviano, venne ritrovato il corpo decapitato del criminologo Aldo Semeraro che era scomparso il 26 marzo dal Royal Hotel di Napoli, la testa sul sedile anteriore, il corpo nel bagagliaio. Il discusso criminologo fu ucciso da Umberto Ammaturo perché, dopo aver difeso gli affiliati della Nuova Famiglia cui Ammaturo apparteneva, aveva redatto una perizia psichiatrica per un uomo del clan di Raffaele Cutolo.

Il caso Sissy Trovato Mazza

SISSY TROVATO MAZZA: TENTATO OMICIDIO O TENTATO SUICIDIO?

Una mia intervista pubblicata su Le Cronache Lucane il 27 settembre 2016

Maria Teresa “Sissy” Trovato Mazza, una giovane agente di Polizia Penitenziaria di Taurianova in forza alla Polizia Penitenziaria del carcere della Giudecca di Venezia, martedì primo novembre 2016 si era recata nel padiglione Jona dell’ospedale Civile di Venezia per sorvegliare una detenuta che aveva appena partorito, alle 11.20 è stata ritrovata all’interno di uno degli ascensori dello stesso ospedale in stato di coma a causa di una ferita da colpo d’arma da fuoco alla testa. Sissy aveva due grandi passioni, Gianna Nannini ed il calcio a cinque che praticava ai massimi livelli con la squadra Rambla di Curtarolo nel ruolo di portiere.

Abbiamo posto alcune domande su questo caso alla criminologa Dott.ssa Ursula Franco.

Molte trasmissioni televisive hanno trattato questo caso mettendo in dubbio l’ipotesi del tentato suicidio sostenuta dagli inquirenti, dottoressa Franco, lei che cosa ne pensa?

Semplicemente non esiste un caso Trovato Mazza, la giovane agente ha tentato di togliersi la vita, ha fatto tutto da sola.
Il corpo di Sissy è stato trovato nell’ascensore dell’ospedale dove si era recata per servizio dopo che un proiettile partito dalla sua pistola di ordinanza l’aveva colpita alla testa, l’analisi dei fatti non lascia spazio al dubbio:

1) secondo le telecamere interne dell’ospedale alle 11.17 l’agente Trovato Mazza si è diretta verso l’ingresso dell’ascensore dove alle 11.20 è stata ritrovata ferita, le telecamere non hanno registrato la presenza di nessun altro in quell’area in quei minuti;

2) il colpo che ha attinto la Trovato Mazza alla testa è partito dalla sua pistola d’ordinanza ed è stato esploso da una distanza ravvicinata, dati che supportano l’ipotesi del tentato suicidio;

3) secondo indiscrezioni giornalistiche la sede del foro d’entrata del proiettile è la parte inferiore del volto a destra (gola), un’area compatibile con un tentativo di suicidio;

4) se un fantomatico aggressore avesse colpito Sissy con la sua arma d’ordinanza, il colpo sarebbe seguito ad una discussione e ad una colluttazione perché l’aggressore avrebbe dovuto impadronirsi dell’arma della Trovato Mazza per spararle; allo stesso modo una colluttazione avrebbe dovuto precedere il colpo d’arma da fuoco anche nel caso che qualcuno che conosceva Sissy fosse entrato in ospedale con l’intento di ucciderla;

5) difficilmente un aggressore occasionale o qualcuno che aveva premeditato l’omicidio avrebbe sparato alla Trovato Mazza in un ascensore per rimanerci poi chiuso.

Dottoressa, in alcune trasmissioni si è parlato di incongruenze nella descrizione della scena da parte dei soccorritori?

Piccole incongruenze di nessun valore montate ad arte da chi ama fare spettacolo delle tragedie.

Dottoressa Franco ci spiega perché generalmente parenti ed amici non riescono ad accettare che un proprio caro si sia suicidato?

Non è facile fare i conti con il senso di colpa che nasce dal non aver capito o dall’aver sottovalutato i segnali del disagio del proprio caro, è più semplice cercare un capro espiatorio cui attribuire la morte del proprio familiare e contro il quale riversare odio e rabbia per affrancarsi dal proprio senso di colpa.

Dottoressa Franco di cosa hanno bisogno i familiari di chi si suicida?

Hanno bisogno di un sostegno che li aiuti ad elaborare il lutto, purtroppo invece incappano spesso in uno dei nuovi “business” di stampa, tv e consulenti forensi: riscrivere i fatti di cronaca a scapito della verità.

Lo smembramento

Delitto di Aversa, la criminologa: cadavere smembrato per disprezzo

L’intervento della studiosa Ursula Franco: l’assassino di Vincenzo Ruggiero ha voluto lanciare un messaggio di odio post-mortem

Vincenzo Ruggiero

pubblicato su STYLO24, giornale d’inchiesta, diretto da Simone Di Meo, il 25 settembre 2017

“Le ragioni che conducono chi commette un omicidio a smembrare il cadavere della vittima sono variabili, più frequentemente lo smembramento di un cadavere è un atto di tipo ‘difensivo’, l’omicida fa a pezzi il corpo della sua vittima per tentare di renderne più difficile l’identificazione e per occultarlo più facilmente.

Vi è poi uno smembramento di tipo ‘aggressivo’, in questo caso l’aggressività che conduce un soggetto a commettere un omicidio non si esaurisce con il delitto stesso. A volte lo smembramento può coincidere con le torture cui viene sottoposta la vittima e con la causa di morte. Un caso di smembramento di tipo ‘aggressivo’ passato alla storia è quello cui venne sottoposto l’ex pugile Giancarlo Ricci da parte di Pietro Negri, il canaro della Magliana (Roma) nel febbraio del 1988.

La prima pagina del Messaggero con la notizia dell’omicidio di Pietro Negri

Altre volte lo smembramento è il vero obiettivo dell’assassino, in questi casi è un atto di tipo ’offensivo’ che generalmente mette in pratica un assassino seriale necro sadistico o chi agisce per lussuria. Gli assassini seriali per lussuria sono ben rappresentati dal Mostro di Firenze, questi soggetti spesso conservano parti anatomiche delle proprie vittime, i cosiddetti trofei che gli permettono di accedere alle loro memorie e di riviverle emozionalmente ogni qual volta lo desiderino. I serial killers infatti dopo il delitto attraversano una fase totemica caratterizzata da un vissuto profondamente depressivo che cercano di alleviare rivivendo l’omicidio o tornando sulla scena del crimine o recandosi sulla tomba delle vittime o maneggiando degli oggetti sottratti alle stesse o parti del loro corpo come capelli, pube, mammella, testa, organi genitali o piedi.

In altri casi chi seziona un cadavere è affetto da un disturbo psicotico.

A volte la mutilazione e lo smembramento di una vittima sono una forma di comunicazione, rappresentano un modo di mandare messaggi intimidatori ai propri nemici da parte di organizzazioni criminali.

Per quanto riguarda il profilo di un omicida che smembra il cadavere della sua vittima, l’autore è nel 76% dei casi di sesso maschile ed è, in caso di omicidi non perpetrati da assassini seriali, un soggetto molto vicino alla vittima quale può esserlo un familiare o un amico.

Nel 69% dei casi lo smembramento è un atto di tipo ‘difensivo’ ma paradossalmente chi lo mette in pratica ottiene l’effetto contrario a quello sperato; lo smembramento di un cadavere infatti lascia molte tracce e conduce facilmente gli inquirenti ad indagare sui soggetti più vicini alla vittima. Nell’agosto 2017 il ritrovamento nei cassonetti del quartiere Flaminio dei resti smembrati del cadavere di Nicoletta Diotallevi, 59 anni, hanno condotto in poche ore gli inquirenti all’arresto del fratello Maurizio.

Secondo Holmes & Holmes (2002) lo smembramento è l’atto più disumanizzante nei confronti di una vittima e il più gratificante per l’autore di un omicidio, è la rappresentazione più estrema dell’avversione dell’assassino per la vittima, è un ultimo atto in cui un’omicida riafferma il proprio potere e valore riducendo ciò che lui disprezza in piccoli pezzi di nulla.

Nel caso dell’omicidio di Vincenzo Ruggiero, il giovane ucciso per gelosia, fatto a pezzi, cosparso di acido e parzialmente murato in un garage a Ponticelli, è alquanto probabile che Ciro Guarente, come la maggior parte degli autori di un omicidio abbia commesso molti errori a causa dello stato psicologico in cui si trovava e non si sia ben organizzato per occultare il cadavere di Vincenzo,nonostante si fosse già recato in quel garage nei giorni precedenti all’omicidio, e solo una volta trovatosi lì con il corpo si sia visto costretto a mutilarlo ma è anche possibile, considerato appunto il fatto che si è trattato di un omicidio premeditato, che lo smembramento ad opera del Guarente sia stato un ultimo atto di rabbia e disprezzo nei confronti di colui che riteneva un rivale in amore; lo stesso può dirsi dell’uso dell’acido muriatico che da un lato il Guarente potrebbe aver usato per ridurre l’odore della decomposizione del cadavere del Ruggiero e dall’altro per sfregiare per sempre il bel Vincenzo”.

La tv predica la giustizia sommaria

L’omicidio di Noemi Durini, 16 anni, ad opera di Lucio Marzo, diciassettenne, reo confesso, è l’ultimo delitto di cui si stanno occupando i media in un clima di caccia alle streghe.

L’Italia pullula di trasmissioni televisive che hanno fatto della disinformazione e dell’istigazione al giustizialismo la loro bandiera, in un paese civile verrebbero tutti indagati per intralcio alla giustizia.

I programmi televisivi che si occupano di crimine, e che vanno per la maggiore, sono condotti da giornalisti che hanno conseguito, quando va bene, la licenza superiore, ma che hanno la presunzione di ergersi a giudici dicendosi pubblicamente “terzi” nonostante disconoscano completamente la criminologia, la psichiatria, la medicina legale e la casistica, questi individui sono affetti da una distorsione cognitiva detta effetto Dunning-Kruger a causa della quale rifiutano di confrontarsi con la propria incompetenza e tendono a sopravvalutarsi.

I conduttori degli “show del dolore” amano riempirsi la bocca con i capi d’accusa; lasciano passare il messaggio che indagato significhi colpevole, ad eccezione di quando gli indagati sono loro stessi; predicano la compassione esclusivamente per le famiglie delle vittime, ma non la mettono in pratica in nome dello share; stigmatizzano senza mezzi termini le famiglie dei carnefici attribuendo inspiegabilmente a tutti i familiari di un reo la sua colpa così com’è usanza nelle terre in cui certi cittadini tutelano il proprio diritto autonomamente attraverso le faide familiari.

Un omicidio, com’è facile da intuire, è una tragedia sia per la famiglia della vittima che per quella del reo ma, purtroppo, inspiegabilmente, in un paese cattolico, il trend non è la compassione ma il giustizialismo. Questo perché quei giornalisti spietati che speculano sulla vita di chi improvvisamente si trova coinvolto in un caso giudiziario hanno tratti psicopatici di personalità che gli permettono di mentire, di approfittarsi di chi soffre e di manipolare i fatti senza provare alcun senso di colpa.

Le trasmissioni tanto amate dai telespettatori dove la verità non interessa a nessuno e dove non c’è spazio per il contraddittorio, da una parte fingono di condannare la violenza e dall’altra manipolano il loro pubblico adorante mistificando i fatti e convincendolo che è preferibile la giustizia sommaria a quella di Stato.

Purtroppo i parenti delle vittime di un omicidio non cercano più verità e giustizia nell’intimità delle aule giudiziarie ma in televisione e, allo stesso modo, le famiglie dei carnefici trovano sollievo nella temporanea gratificazione che possono dargli le performance televisive dei loro avvocati e consulenti, molti dei quali gli vengono ’suggeriti’ dai conduttori degli stessi programmi televisivi che li ospitano.

Il processo mediatico, fucina di errori giudiziari, ha sostituito nella mente degli italiani il vero e proprio processo, tutti desiderano soprattutto apparire o essere rappresentati di fronte a milioni di telespettatori alla ricerca di ciò che oggi sembra contare di più: l’appoggio dell’opinione pubblica, di un’opinione pubblica alla quale vengono forniti dati parziali e manipolati e che se anche potesse leggere gli atti per intero non sarebbe in grado di trarre conclusioni di valore in quanto priva delle competenze necessarie. L’indignazione dell’opinione pubblica è un’arma potente, a doppio taglio, è capace di far riaprire dei procedimenti ormai chiusi ma anche di far condannare dei soggetti innocenti.

Un articolo del Daily Mirror rimanda al mio blog per l’analisi della telefonata di Michael Peterson al 911

Did famous novelist Michael Peterson batter his ‘beloved’ wife to death with a poker in their luxury mansion?

As BBC Radio 5 live launches its first ever true crime podcast Beyond Reasonable Doubt? presenter Chris Warburton takes a look at the fascinating American court case behind it.

BY CHRIS WARBURTON, Daily Mirror

00:00, 20 JUN 2017 UPDATED 09:44, 20 JUN 2017

Kathleen Hunt Atwater Peterson died at home

I have to confess that I haven’t read any of Michael Peterson’s novels.

A Time of War, which came out in 1990 was described in one review as having ”all the elements of a TV mini-series; lush settings, sexy characters, high-level cloak-and-dagger espionage and acts of personal bravery.”

That review is as nothing when compared with the real-life story of the author himself

Michael Peterson was a bit of a local celebrity in Durham , North Carolina – a city the size of Salford or Southampton and one third of the “Triangle” of cities completed by Raleigh and Chapel Hill.

He wrote a column for the local paper which criticised the authorities, and particularly the police – calling them bigoted and corrupt.

Killer or innocent? A new podcast looks at the death of Michael Peterson’s wife(Image: SundanceNow Doc Club/vimeo)

He had a website ‘“ hizzoner.com ” which he used as a platform to criticise and condemn.

Ironically it was officers from that same police force, the Durham Police Dept, who arrived at Michael’s colonial style mansion in the leafy Forest Hills suburb in the early hours of that fateful December morning in 2001.

They were answering a dramatic 911 call from Peterson saying that his second wife, Kathleen, had fallen down the stairs and was no longer breathing.

That call, which even after all these years is chilling and harrowing, has been picked over and analysed. Once heard, not forgotten.

In one night the life of a vibrant, happy go lucky wife, mother and daughter had been snuffed out.

Peterson-trial.jpg
Kathleen Peterson’s sister, Candace Zamperini, at a court hearing (Image: Tribune News Service)

And in her beloved house too – the mansion where she and Michael entertained, held parties and fund raising functions, and celebrated their wedding just a few years earlier.

When Chief Investigator Art Holland and his team arrived they found the 48 year old telecoms executive dead at the foot of a narrow wooden staircase which in a bygone age was used by the servants. There was a lot of blood.

Michael said Kathleen had been drinking, was also taking valium and that she must have slipped and fallen while he, unaware, was sitting out by the swimming pool smoking and finishing off his drink.

That was the best and only explanation he had for the tragedy.


Lawyer David Rudolph with client Michael Peterson

After all, he adored her , they were soul mates he said and the five kids they shared their mansion with (his two boys from his previous marriage, two adopted girls and Kathleen’s daughter from her first marriage) testified as to how much in love Kathleen and Michael were.

He was a pillar of the community – a man who raised money for good causes, a decorated war hero. He’d even run for Mayor.

The police saw it differently. Apart from the blood, some aspects of Michael’s behaviour troubled them and after an autopsy showed lacerations on Kathleen’s skulll, they put forward an alternative version of events.

One which had Michael striking Kathleen repeatedly with a fireplace implement called a blowpoke.

Then, Kathleen, a much loved daughter, mother and sister, bled to death.

The news that Michael was being charged with first degree murder shocked and divided the community.

The case attracted the attention of a French film crew who virtually took up residence with Michael as his case was coming to court. Locals accused them of bias in favour of Michael.

Every major news network was there at the old Durham county courthouse in 2003 when the trial began. It took weeks to simply get a jury sworn in who everyone agreed with.

Beyond Reasonable Doubt is a brand new podcast about the biggest US murder case you’ve never heard of(Image: SundanceNow Doc Club/vimeo)

It became the longest and most expensive trial in North Carolina history, watched live on TV, discussed in detail by the talk show hosts.

And they had plenty to talk about. The trial shone a light on Michael’s life, his history, his financial records and his relationship.

The defence and prosecution attorneys became household names – the D.A an upright, calm and imposing figure with a sharp Southern assistant by his side- fire and ice said one reviewer.

On the opposite bench a sharp, clever, charismatic defence attorney who was seen as a hero by some, a bit-too-clever-by-half by others.

Positioned behind them, family, friends and supporters either hung off every word of evidence or grew upset and angry.

They watched star witnesses, conflicting evidence about blood spatter and touching pictures of an earlier, happier life.

Even when the trial was over, it wasn’t really over. In the years that followed there were more court appearances, more twists, more anger, more revelations.

The case didn’t finally reach closure until February this year and I was there to see it.

In the months before I had become a bit obsessed with the case – it does that to you.

I discussed theories with my boss at Radio 5 live and my producer on the trip – they too, obsessed.


Chris Warburton delves into the death of Kathleen Peterson (Image: BBC)

My time in Durham was punctuated by moments of bizarreness which I won’t forget in a hurry and I am looking forward to sharing with you.

Join us on BBC Radio 5 live to follow every fascinating twist and turn of the case week by week, by subscribing to the podcast Beyond Reasonable Doubt?

You may become as obsessed as we are. You will certainly reach your own conclusion as to whether Michael is a cold-blooded killer or an unlucky victim of awful circumstances.

You will think the script was written by a novelist but believe me, every word of it is true.