Su Stylo24 un articolo con stralci di una mia intervista del novembre 2017 sulla gang dei Mara Salvatrucha

Mara Salvatruca, il crimine globale insanguina anche l’Italia

Un’analisi sulle origini e il radicamento della gang latino-americana tra le più spietate al mondo. E c’è anche chi, a Napoli, si ispira alla loro violenza

Stylo24, 3 settembre 2018

di Stefano Zecchinelli

La globalizzazione del crimine connessa al fenomeno dell’immigrazione di massa ha fatto sì che in Europa si diffondesse una piaga sociale non autoctona dalle inquietanti particolarità: le gang sudamericane. La Mara Salvatrucha (MS-13) è forse la più famosa, conta dai 30.000 ai 50.000 membri ed oltre un milione di sostenitori sparsi in tutto il mondo, una organizzazione criminale la quale prolifera sulla base economica del neoliberismo globalizzato. In altri termini la globalizzazione della povertà, in assenza di movimenti popolari socialdemocratici, spinge fette sempre più grandi della popolazione periferica ad aderire alle gang/pandillas. Come si strutturano queste mafie capaci di modernizzare la prassi criminale delle super-mafie occidentali? L’analista Riccardo Achilli ha scritto un articolo molto preciso sull’argomento, leggiamo: «Si tratta di una vera e propria gang globalizzata, che sfrutta la globalizzazione per reclutare membri fra i giovani immigrati, e per commerciare droga, armi e prostitute lungo le rotte commerciali mondiali, oppure per organizzare la tratta dell’emigrazione clandestina verso gli USA attraverso il Messico. Una struttura molto flessibile, che adegua le sue attività al singolo contesto nazionale in cui opera. Mentre negli USA, opera come una tradizionale gang suburbana di strada, nel Centroamerica si occupa di racket, estorsioni e commercio di armi. In Europa, ed in Italia in particolare, sfruttano la loro capacità di controllo del territorio per offrirsi come intermediari fra i grandi gruppi mafiosi che importano lo stupefacente, e la rete degli spacciatori di strada’’.

L’immigrazione incontrollata, quindi aliena al diritto internazionale, è riconnessa al capitalismo ed alle guerre imperialiste però questo fenomeno antichissimo, oggigiorno, viene indirizzato politicamente da forze con una natura di classe spesse volte contrapposta; la criminalità organizzata ha egemonizzato in alcune aree geografiche il traffico illecito dei migranti, danneggiando prima di tutto l’economia dei paesi post-coloniali. I disperati che aderiscono alla MS-13 subiscono un vero e proprio lavaggio del cervello del resto la Mara è (continua Achilli): «Una gang di rinomata ferocia nel mondo criminale mondiale, tanto che diversi mareros vengono reclutati come mercenari, da parte del cartello di Sinaloa guidato dal “Chapo” Guzmán, per combattere nella guerra di droga che infiamma il Nord del Messico. Che sfrutta la miseria e la disperazione per reclutare ragazzi di strada, fra i 13 ed i 17 anni, trasformandoli in crudeli assassini tramite una vera e propria scuola del crimine interna ad ogni cellula». Il rito d’iniziazione «mistico-esoterico» la dice lunga sulla crudeltà della gang: l’aspirante bandero deve resistere a ben tredici secondi di pestaggio continuato per testare la forza psichica. Una volta terminata la prima prova c’è una missione da compiere: rapina, furto, pestaggio od addirittura un omicidio. Il capo e le «regole»interne sono inviolabili, addirittura «sacri».

La Mara Salvatrucha arriva in Italia

La Mara Salvatrucha, insieme ad altre gang (Mara-18, Trinitarios e Latin King), sta letteralmente terrorizzando importanti città italiane: Roma, Genova e Milano. Il segnale dell’arrivo dei banderos nel capoluogo lombardo, vera «capitale» della mafia centro-americana, si ebbe nel 2008 quando una partita di calcio fra salvadoregni degenerò in una rissa fra membri di gang rivali: MS-13 e Mara-18. La rissa fu violentissima con tanto di cinghiate ed un colpo di machete per cavare un occhio a Ricardo Antonio Gomez Guzman (24 anni), ridotto in fin di vita. Il giornalista Giovanni Giacalone, attento studioso del fenomeno, concluse che: «L’aggressione era un segnale chiaro: le maras avevano messo piede a Milano, un rischio reale e inevitabile, legato al flusso migratorio proveniente dall’America Centrale ed era solo questione di tempo prima che la situazione degenerasse ulteriormente». L’articolo prosegue: «Negli anni seguenti il “pentolone” maras iniziava a bollire e dopo due anni di indagini, a inizio ottobre 2013 la Polizia di Stato lanciava l’operazione “Mareros” che portava all’arresto di 24 membri della MS13, tutti di età compresa tra i 17 e i 36 anni, di origine latinoamericana, per la maggior parte salvadoregni, residenti nelle province di Milano, Brescia, Cremona, Novara, Pavia e Monza». Il legame fra l’insediamento delle gang e l’immigrazione di massa è (devo riconoscere) innegabile. Domanda: la stessa analisi vale anche per i flussi migratori provenienti dall’Africa? Le gang africane, Black Axe (Ascia nera) in testa, dimostrano una brutalità per certi aspetti addirittura superiore. Il disagio sociale e la povertà, imposta da un sistema economico profondamente ingiusto, insieme alla violenza, endemica nel tessuto sociale dei paesi centro-americani, ha trasformato Las Maras in un vero esercito di delinquenti al servizio della criminalità neo-capitalistica. Un modello eversivo anche per la delinquenza autoctona.

Un modello per le mafie italiane?

Le neo-mafie tendono a strutturarsi in cellule, una composizione piramidale la quale non permette ai «soldati» di conoscere – a differenza delle antiche organizzazioni criminali in cui il boss veniva santificato – i piani alti (ma nemmeno quello medio alti) della piramide. Questa dislocazione dei baby criminali, coordinati dal capobastone di turno, rende di gran lunga più difficoltoso il compito delle forze dell’ordine e di chi ha il dovere incondizionato di proteggere i cittadini.

La criminologa Ursula Franco ha avanzato delle considerazioni alquanto interessanti:

‘’Gli affiliati al clan Sibillo sono dei «self-styled soldiers» come lo sono gli affiliati a molte altre organizzazioni criminali. Il clan Sibillo pesca «à la carte» tra i simboli dei gruppi criminali più spietati, sono riconoscibili le barbe alla moda dei jihadisti e un logo che ricorda quello di una famosa gang centro americana. La barba incolta da jihadista è un messaggio potente, ben più decifrabile del simbolismo di cifre e numeri, è un messaggio capace di raggiungere chiunque. Alla barba incolta da jihadista, che ormai fa parte del nostro immaginario collettivo, noi tutti colleghiamo istantaneamente efferatezza e morte, lo stesso non può dirsi del logo ES17 dei Sibillo, quantomeno non in Italia».

Il logo ES17 è tipico della MS-13, infatti poco più avanti dice: «Ritengo molto probabile che l’idea iniziale, quella del logo FS17 si rifaccia al logo dei Mara Salvatrucha, MS13. L’MS13 è un’organizzazione criminale transnazionale tra le più violente che ha affiliati in America, in Canada, in Messico, nei paesi del centro america e perfino nel nostro nord Italia». Che cosa accomuna le gang latino-americane con le baby gang della camorra? La dimensione mistico-esoterica dei clan centro-americani presenta affinità col culto del Mamma Santissima? La risposta, con le dovute differenziazioni socio-culturali, potrebbe essere positiva fermo restando che i tatuaggi (nota la stessa criminologa) non sono per forza di cose una dichiarazione di fede ma potrebbero servire per lanciare un messaggio occulto d’altro tipo.

Ci troviamo dinnanzi un fenomeno alquanto pericoloso mal combattuto dall’FBI statunitense dedito alla repressione indiscriminata dei migranti, strumentalizzato ipocritamente dalla CIA e, come se non bastasse, sottovalutato dalla ‘’sinistra’’ europea intrisa d’ideologia politicamente corretta. Una analisi, più sociologica e meno moralistica, del fenomeno migratorio è quanto meno doverosa.

Leggi anche: I baby killer di Forcella tatuati come la gang dei Maras

Criminologa Franco: le procure sperperano i soldi dei contribuenti in indagini inutili (intervista)

Le Cronache Lucane, 8 agosto 2018

Gli errori giudiziari sono una piaga della giustizia, ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco.

Dottoressa Franco perché, nonostante le innovative tecniche d’indagine, si continuano a commettere errori giudiziari?

Perché i giudici sono pigri e si fidano di PM incompetenti che, una volta individuato un “colpevole”, costruiscono castelli accusatori grazie alle consulenze di esperti partigiani. Il tutto avviene nella piena consapevolezza di tutti i partecipanti. Purtroppo in questi casi interviene un fattore ben noto a chi si occupa di errori giudiziari, la cosiddetta “Noble Cause Corruption”, ovvero coloro che collaborano ad incastrare il “colpevole” individuato dalla procura ritengono che sia moralmente accettabile dissimulare o mentire per una “nobile causa”. Aggiungo che certi consulenti che sostengono le procure immaginandosi omicidi mai avvenuti, molto spesso sono soggetti mentalmente disturbati o quantomeno hanno perso con il tempo la loro obiettività e sviluppato un odio profondo nei confronti dei loro simili, lo dico perché le loro posizioni in certi casi giudiziari non possono spiegarsi altrimenti.  

Dottoressa, quanti soldi spendono le procure in indagini inutili?

Moltissimi. E non solo i contribuenti pagano di tasca propria le indagini inutili ma anche gli stipendi e le pensioni dei magistrati incompetenti e, una volta riconosciuti gli errori giudiziari da loro commessi, sono ancora i cittadini a sborsare di tasca propria i soldi dei risarcimenti.

Dottoressa Franco, che cosa dovrebbero fare le procure per ridurre il margine d’errore?

I PM dovrebbero farsi affiancare da un criminologo capace, in specie quelli che non conoscono la casistica. Infatti, è proprio la loro mancanza di cultura in ambito criminologico che li conduce a ricostruire omicidi senza precedenti né susseguenti. Un caso va esaminato nel suo complesso e tutto il materiale a disposizione deve essere conosciuto e processato da un unico magistrato, non si può spezzettare un’indagine. Purtroppo invece molti PM puntano su un’unica consulenza per chiudere il caso e quand’anche abbiano individuato il colpevole, lasciano spazio alla sua difesa. Peraltro è frequente che una procura indaghi per il reato sbagliato, lasciando che il reato davvero commesso vada in prescrizione.

Maria Ungureanu

 Ci faccia un esempio.

Nel caso di Maria Ungureanu la procura ha focalizzato su due soggetti estranei ai fatti e indaga per omicidio mentre si tratta di un caso di morte accidentale e il reato, che è stato commesso da parte di una amica di Maria, è l’Omissione di soccorso oltre naturalmente a quello di Falsa testimonianza per non aver raccontato la verità sui fatti. Per non parlare delle violenze sessuali che la bambina subiva dal padre Marius, che inspiegabilmente non è stato ancora indagato per questo grave reato ed è libero di reiterare.

Strage di Erba, criminologa Franco: gli assassini sono Olindo Romano e Rosa Bazzi, no alla disgustosa “ribollita” mediatica

Rosa Bazzi

Le Cronache Lucane, 2 agosto 2018

Abbiamo chiesto alla criminologa Ursula Franco di esprimersi su uno dei crimini più efferati degli ultimi anni.

Dottoressa Franco, che cosa pensa della decisione della quinta sezione penale della Cassazione che il 14 luglio ha rigettato il ricorso presentato dalla difesa dei coniugi Romano contro l’ordinanza con cui la Corte d’assise d’appello di Brescia aveva dichiarato inammissibile la richiesta di accertamenti irripetibili su alcuni reperti mai analizzati sequestrati in casa di Raffaella Castagna?

I giudici della Cassazione hanno preso una saggia decisione, gli autori della strage di Erba si trovano in carcere. Nessuna scena del crimine è un campo sterile, pertanto eventuali accertamenti su reperti mai analizzati non avrebbero portato da nessuna parte.

Quindi secondo lei il caso è chiuso, Olindo Romano e Rosa Bazzi sono colpevoli?

Certamente, Olindo Romano e Rosa Bazzi sono gli autori della stage di Erba e sono due soggetti affetti da un disturbo psicotico condiviso detto folie à deux o shared psychotic disorder, una sindrome che si riscontra prevalentemente nei nuclei familiari e che generalmente coinvolge due persone; nella folie à deux una convinzione paranoica o delirante del soggetto dominante, in questo caso la Bazzi, viene trasmessa all’altro soggetto che vive in modo passivo e dipendente la relazione, in questa caso il Romano. 

Olindo Romano

Dal punto di vista dell’analisi linguistica che può dirci? 

I coniugi Romano non hanno mai negato in modo credibile di aver commesso la strage. Negare in modo credibile significa negare di aver ucciso/ammazzato la/le vittima/e.

Ci faccia un esempio di negazione credibile.

“io non ho ucciso Raffaela Castagna”, “io non ho ucciso il piccolo Youssef”, “io non ho ucciso Paola Galli”, “io non ho ucciso Valeria Cherubini”, “io non ho sgozzato Mario Frigerio” sono negazioni credibili e non sono mai state pronunciate né da Rosa Bazzi né da Olindo Romano. Chi ritiene che i due coniugi Romano abbiano negato di aver commesso gli omicidi, si sbaglia. La presunzione e l’incompetenza in campo criminologico di alcuni giornalisti che si sono espressi su questo caso, hanno aggiunto dolore al dolore della famiglia Castagna. E’ tempo che lo Stato agisca per impedire lo strazio dei processi mediatici e, in questo caso, della disgustosa “ribollita” mediatica. Per la cronaca: la “ribollita” è una zuppa che le massaie toscane cuociono due volte.

Mario Frigerio

Dottoressa Franco, analizzi per noi alcuni stralci di intercettazioni e interrogatori dei coniugi Romano. 

1) Olindo Romano: “Noi non abbiamo ucciso nessuno”. 

Il Romano, per non mentire, sostituisce con la parola “nessuno” i nomi delle vittime.

2) Dalle dichiarazioni spontanee di Rosa Bazzi: “Io e l’Olindo non siamo mai saliti, non abbiamo fatto niente, ce l’avevano con l’Olindo e non è stato mai violento l’Olindo né con me né con altre persone, non avevamo co… così tanto odio per fargli del male. Io… sono stata o… che c’hanno detto se non dicevo… quello che avevo da dire che, son state tutte scritte, non vedevo più l’Olindo, per me è tutto Olindo, ditemi cosa devo dire che lo dico però non portate via l’Olindo. Non siamo stati noi. Chiedo solamente di non portarci via, di allontanarci l’uno all’altro, basta”. 

Rosa Bazzi non ha negato di aver partecipato al quadruplice omicidio ma ha sperato che i giudici interpretassero le sue parole. Solo i colpevoli si esibiscono in lunghe tirate oratorie, come questa, perché sono privi del “muro della verità” e pertanto incapaci di negare in modo credibile. Il “muro della verità” è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che permette a coloro che dicono il vero di rispondere con poche parole alle domande relative al caso giudiziario in cui sono coinvolti, in quanto non hanno la necessità di convincere nessuno di niente. 

La Bazzi quando dice “Io e l’Olindo non siamo mai saliti”, per non mentire, usa l’avverbio “mai” perché le permette di non riferirsi ad un preciso lasso di tempo. 

Quando Rosa Bazzi dice “Non abbiamo fatto niente”, per non mentire, minimizza, sostituendo “fatto” ad “ucciso” e “niente” ai nomi delle vittime. 

Anche quando dice “Non siamo stati noi”, la Bazzi, per non mentire, minimizza, sostituendo “siamo stati” ad “ucciso” ed evita di nominare le vittime.

3) Olindo Romano: “No, io non… mi ritengo estraneo, mi ritengo“. 

Olindo prima si autocensura e poi dice di “ritenersi estraneo”, neanche di “essere estraneo”, in ogni caso dirsi “estraneo” non equivale a negare l’azione omicidiaria.

4) Rosa Bazzi: “Non c’entriamo niente Olli, non siamo stati noi”. 

Ancora una volta la Bazzi prende le distanze dai fatti minimizzando, ella infatti non usa le parole “omicidi”, “uccisi”, “ammazzati”, “sgozzati” per evitare di confrontarsi con lo stress che termini tanto evocativi le produrrebbe, un escamotage verbale che usano molti colpevoli. 

5) Olindo Romano: “Non ho fatto niente, né io né lei”. 

Il Romano, come la Bazzi, per non mentire, minimizza, sostituendo “fatto” ad ucciso e “niente” ai nomi delle vittime.

6) Rosa Bazzi: “Ma perché devi dire che non è? Non è vero niente Olli. Sai che non è vero niente tutta questa cosa… Ancora adesso io lo dico… E torno sempre a ripetere… Ti pesa così tanto?”

“Ti pesa così tanto” è una frase incriminante, un’ammissione tra le righe della Bazzi. Che cosa dovrebbe “pesare” al marito se non il quadruplice omicidio? E’ irrilevante la risposta del Romano che cerca di mettere una pezza dicendo “Stare dentro sì”, peraltro un’indicazione della sua mancanza di senso di colpa e di rimorso.

7) Rosa Bazzi: “Guardi ho sempre raccontato la verità e torno ancora a ripetervi, non… non è da noi a fare quelle cose lì, abbiamo litigato, avete ragione che abbiamo litigato ma non… arrivare a quel livello lì”. 

Ancora una volta la Bazzi è incapace di usare la parola “ammazzato”, “ucciso” e si riferisce al quadruplice omicidio come a “quel livello lì”. La Bazzi è capace di dire “Guardi ho sempre raccontato la verità” perché non ha mai detto il falso ma ha semplicemente dissimulato, ovvero ha evitato di dire.

8) Rosa Bazzi: “Se gli dico che non abbiamo fatto una cosa del genere…”.

La Bazzi continua a minimizzare definendo il quadruplice omicidio “una cosa del genere”.

Carlo Castagna, Paola Galli, Youssef Marzouk e Raffaella Castagna

Dottoressa, perché la confessione di un omicida è a volte imprecisa?

Perché lo stress colpisce tutti, anche gli assassini, e può produrre un disturbo del processo di memorizzazione di comune osservazione, ovvero il blocco della memorizzazione a lungo termine che impedisce ai ricordi, fissati inizialmente nella memoria a breve termine, di imprimersi in quella a lungo termine. Questa forma di amnesia, definita psicogena, è un sintomo di facile riscontro in soggetti che hanno subito un evento emotivamente stressante ed è collegata ad una alterazione dei processi di registrazione mnestica (amnesia di fissazione).

La traccia mnestica, una volta formatasi, richiede un certo tempo per essere consolidata e quindi ritenuta, attraverso meccanismi biochimici. Si riconoscono due distinti stadi nel processo di formazione della memoria, lo stadio della memoria a breve termine (memoria primaria), durante il quale si formano le tracce mestiche, ma solo temporaneamente, e lo stadio della memoria a lungo termine (memoria secondaria), in cui le tracce si consolidano e vengono ritenute in codici mnestici più duraturi. La durata della memorizzazione di un dato materiale mnestico dipende da molti fattori, ripetizioni, associazioni, affettività del soggetto, livelli di vigilanza, attenzione, attività svolta dal soggetto tra il momento dell’apprendimento e quello della rievocazione. Se il soggetto è impegnato in attività intellettive la ritenzione è minore di quella di un soggetto a riposo, questo a causa dell’effetto frenante che nuovi elementi esercitano su quelli appresi precedentemente (La memoria, pag.128, Manuale di Psichiatria, Pietro Sarteschi e Carlo Maggini).

Nel caso in specie, perché le confessioni dei coniugi Romano furono imprecise?

Le confessioni dei Romano furono imprecise non solo a causa di un’amnesia di fissazione dovuta al ritmo con cui si svolsero i fatti la sera del quadruplice omicidio ma anche perché sia Rosa che Olindo cercarono di coprire il ruolo l’una di Olindo, l’altro di Rosa, attribuendosi tutti e 4 gli omicidi ed il tentato omicidio di Mario Frigerio.