OMICIDIO LIDIA MACCHI, RIESAME PER SCARCERAZIONE, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: STEFANO BINDA VITTIMA DI UN ERRORE GIUDIZIARIO

Lidia Macchi

Mercoledì 17 aprile, Stefano Binda era presente all’udienza del Tribunale del Riesame durante la quale i suoi avvocati, Patrizia Esposito e Sergio Martelli, hanno discusso il ricorso proposto contro l’ordinanza con la quale poche settimane fa la prima Corte di Assise di Appello di Milano ha rigettato la richiesta di scarcerazione del loro assistito. Il Tribunale del Riesame ha trenta giorni per esprimersi.

Le Cronache Lucane, 18 aprile 2019

L’avvocatessa Patrizia Esposito ha dichiarato: “Per quanto sia un detenuto modello, in carcere funge da bibliotecario e si occupa dello sportello amico, tre anni di carcere si stanno facendo sentire. Da quando fu arrestato avrà perso una trentina di chili”.

La criminologa Ursula Franco, che è consulente della difesa dal luglio 2018, ha così commentato: “Stefano Binda è vittima di un errore giudiziario, non solo non è lui l’autore della lettera “IN MORTE DI UN’AMICA” ma quella lettera non è stata scritta dall’assassino, la corretta ricostruzione dei fatti permette di escluderlo senza ombra di dubbio. L’omicidio di Lidia non fu un omicidio sessuale. Chi scrisse la lettera riportò l’ipotesi della prima ora diffusa dai familiari e dai giornali, un’ipotesi errata. Lidia fu uccisa da un predatore violento che non si intrattenne sessualmente con lei, né prima, né dopo l’omicidio. Riguardo alla richiesta di scarcerazione, non solo non c’è il pericolo che Binda reiteri perché non è stato lui ad uccidere Lidia, ma non c’è neanche nulla nei 30 anni di vita di Binda post 1987 che lasci pensare che possa uccidere, mentre in quella di Giuseppe Piccolomo, la cui posizione è stata inspiegabilmente stralciata, ci sono due omicidi. Si torni ad indagare su di lui, peraltro Piccolomo ha confessato l’omicidio alle proprie figlie e da casa sua avrebbe potuto raggiungere a piedi l’ospedale di Cittiglio, dove Lidia raccolse il suo assassino. Aggiungo che, non essendo mai stato isolato il DNA dell’assassino di Lidia, non si può pensare di escludere il coinvolgimento di un soggetto sulla base del confronto del suo DNA con quello ritrovato sulla busta della lettera che, ripeto, non fu scritta dall’autore dell’omicidio”.

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MORTE DI MARIA UNGUREANU: NO DEI PERITI NOMINATI DAL GIP ALLA RIESUMAZIONE DEL CORPO

Avvocato Salvatore Nicola Verrillo

Il corpo di Maria Ungureanu non verrà riesumato. I periti ai quali il GIP della Procura di Benevento ha affidato l’incarico di procedere ad un nuovo esame autoptico ritengono che la riesumazione sia inutile. Campioni biologici di tutti gli organi della Ungureanu vennero infatti prelevati durante la prima autopsia dai medici legali, Buccelli e Fonzo.

Le Cronache Lucane, 12 aprile 2019

L’avvocato Salvatore Nicola Verrillo, legale di Daniel Ciocan, che durante l’udienza dell’8 aprile si era detto contrario alla riesumazione, ha così commentato ad Ottopagine: “I periti hanno confermato quanto io ho evidenziato al giudice Giuliano: dopo tre anni la riesumazione non serve a nulla, né per stabilire l’ora della morte, né in relazione ad altre circostanze. Un no, il mio, motivato anche dalla pietà umana e dal rispetto che si deve alla bimba”.

Dei tre medici legali che si sono già pronunciati sul caso, nessuno ha mai sostenuto che la bambina sia stata uccisa, anzi, il professor Francesco Introna lo ha escluso.

Nel gennaio 2019, l’ex giudice del Tribunale del Riesame di Napoli, Nicola Quatrano, che si è occupato del caso, in merito alla causa di morte di Maria, ha dichiarato: “Non è successo quello che la Procura di Benevento riteneva fosse successo” e riguardo alle violenze sessuali che la bambina subiva: “Era un aspetto della questione che non è stato approfondito in quest’ansia di trovare degli elementi di prova contro le persone che si era deciso fossero colpevoli”.

Riguardo agli abusi sessuali, nel luglio 2016, i RIS di Roma hanno isolato lo sperma di Marius Ungureanu su una maglietta in uso esclusivo a Maria e sulla coperta del suo lettino e proprio in merito alla posizione dei genitori di Maria Ungureanu, che dal gennaio 2019 sono indagati per violenza sessuale, già nel giugno 2017, i giudici del Tribunale del Riesame di Napoli si erano così espressi: “sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per ciò che concerne gli abusi sessuali” e nel dicembre 2017, i giudici della Corte Suprema di Cassazione avevano così concluso: “(…) omissione da parte del PM della valutazione probatoria in relazione all’accertata presenza di liquido seminale del padre della vittima sulla maglietta/reperto 27 (…) il pregiudizio aveva ispirato l’indagine e che un “colpevole” era stato suggerito fin dall’inizio dalla madre della bambina che aveva espresso labili sospetti sul Ciocan; che anzi sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per quanto concerne gli abusi sessuali (…) come fossero state trascurate importanti ipotesi investigative e come ci si fosse fidati senza alcun controllo delle dichiarazioni rese da Marius Ungureanu, pur a fronte di elementi preoccupanti quali le tracce di sperma appartenenti al predetto rinvenute su una maglietta e su una copertina sequestrate e il tenore di alcune conversazioni registrate (…)”.

Del team difensivo di Daniel Ciocan fanno parte il medico legale Fernando Panarese e la criminologa Ursula Franco. La dottoressa Franco, ormai da quasi tre anni, sostiene che le violenze che Maria subiva nulla hanno a che fare con la sua morte, che è stata accidentale: “Maria non è stata uccisa ed è morta mentre si trovava in compagnia di un’amica con la quale aveva fissato un appuntamento per quella sera”.

MORTE MARIA UNGUREANU, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: NON C’E’ PIU’ NULLA DA SCOPRIRE, E’ ORMAI UN CASO CHIUSO (intervista)

Maria Ungureanu è affogata nella piscina incustodita di un resort di San Salvatore Telesino, il 19 giugno 2016.

Le Cronache Lucane, 3 aprile 2019

Dal giugno 2016 al gennaio 2016, Daniel e Cristina Ciocan sono stati indagati dalla procura di Benevento rispettivamente, per violenza sessuale e omicidio, e per omicidio. Nel gennaio 2019 la procura ha richiesto l’archiviazione per i due fratelli e la posizione di Cristina, che quella sera era in compagnia del fratello, è stata stralciata. 

Dal gennaio 2019 sono indagati per violenza sessuale i genitori di Maria Ungureanu, Andrea Elena e Marius. I coniugi Ungureanu sono difesi dall’avvocato Fabrizio Gallo, del team difensivo fanno parte la nota biologa Marina Baldi e la ancor più famosa psicologa Roberta Bruzzone.

In merito alla posizione dei genitori di Maria Ungureanu, già il 5 giugno 2017, i giudici  del Tribunale del Riesame di Napoli si erano così espressi: “ (…) sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per ciò che concerne gli abusi sessuali (…)”. E, sempre riguardo alla posizione dei genitori, il 19 dicembre 2017, i giudici della Corte Suprema di Cassazione avevano così concluso: “(…) omissione da parte del PM della valutazione probatoria in relazione all’accertata presenza di liquido seminale del padre della vittima sulla maglietta/reperto 27 (…) il pregiudizio aveva ispirato l’indagine e che un “colpevole” era stato suggerito fin dall’inizio dalla madre della bambina che aveva espresso labili sospetti sul Ciocan; che anzi sospetti molto inquietanti gravano proprio sui genitori della bambina, almeno per quanto concerne gli abusi sessuali (…) come fossero state trascurate importanti ipotesi investigative e come ci si fosse fidati senza alcun controllo delle dichiarazioni rese da Marius Ungureanu, pur a fronte di elementi preoccupanti quali le tracce di sperma appartenenti al predetto rinvenute su una maglietta e su una copertina sequestrate e il tenore di alcune conversazioni registrate (…)”.

Ancora una volta abbiamo sentito sul caso la criminologa Ursula Franco, consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, che difende Daniel Ciocan. La dottoressa Franco, già nel luglio 2016, aveva dichiarato a Fanpage che Daniel e Cristina erano estranei ai fatti e che Maria non era stata uccisa. La Franco ha recentemente replicato ad alcune illazioni che circolano su un possibile coinvolgimento della bambina in un giro di prostituzione minorile: “E’ una grande sciocchezza, coloro che si fanno portavoce e/o megafono di queste voci sono nemici della verità. La gente chiacchiera e per ansia di protagonismo riferisce ai propri interlocutori notizie stupefacenti, a volte queste chiacchiere vengono intercettate nel corso di un’indagine ma restano chiacchiere. Non c’è nulla negli atti giudiziari relativi al caso Ungureanu che possa supportarle. Chi si è espresso su un giro di prostituzione minorile si rimangerà tutto quando verrà interrogato in procura”. Nel giugno 2018, un medico legale, anch’egli nominato dalla procura di Benevento, il professor Francesco Introna, in una nuova consulenza, ha confermato ciò che la criminologa Franco sostiene ormai da quasi tre anni, ovvero che Maria non è stata uccisa: “la causa del decesso (di Maria) debba attestarsi in morte asfittica rapida per annegamento e, segnatamente avendo escluso la ricorrenza a favore di una ricostruzione diversa e compatibile con l’azione causale contestata agli indagati, tanto in considerazione dell’assenza di lesioni contusive a livello del capo e degli arti e pertanto dell’assenza di segni di combattimento con l’acqua o in acqua”.

– Dottoressa Franco, cosa c’è ancora da scoprire in questo caso giudiziario? 

Non c’è più nulla da scoprire. E’ ormai un caso chiuso. La verità è negli atti d’indagine e nelle motivazioni delle sentenze del Riesame e della Cassazione. Nella mia consulenza, datata 27 marzo 2017, ci sono il nome di chi abusava della bambina e quello della ragazzina che si trovava con Maria la sera che affogò; io non ho altro da aggiungere. Per quanto riguarda il povero Daniel, è venuto il momento che torni a condurre una vita normale, perché non solo non è suo lo sperma trovato sulla maglietta in uso esclusivo a Maria e sulla coperta del suo lettino, ma il Ciocan non incontrò più la Ungureanu dopo averla accompagnata a casa intorno alle 20.00 del 19 giugno 2016, né si trovava a San Salvatore Telesino quando la bambina affogò, le analisi effettuate sulle celle telefoniche e sul GPS parlano chiaro, Daniel era a Castelvenere. I fatti sono immarcescibili, non cambiano con il passare degli anni. 

OMICIDIO DI MARCO VANNINI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: D’ACCORDO CON LA SENTENZA D’APPELLO, NON SULLA RICOSTRUZIONE DEI FATTI (intervista)

Marco Vannini e Martina Ciontoli

Marco Vannini è stato ucciso il 17 maggio 2015 da un colpo d’arma da fuoco esploso da Antonio Ciontoli, il quale, in primo grado, è stato condannato a 14 anni di reclusione per omicidio volontario mentre ieri, in appello, a 5 anni per omicidio colposo, sua moglie, Maria Pezzillo, e i suoi figli, Federico Ciontoli e Martina Ciontoli a 3 anni sempre per omicidio colposo, è stata invece assolta la fidanzata di Federico, Viola Giorgini per la quale era stata chiesta una condanna per omissione di soccorso. Abbiamo sentito su questo caso la criminologa Ursula Franco che ha sempre sostenuto che si trattava di omicidio colposo e non di omicidio volontario. In un’intervista precedente la Franco aveva dichiarato: “Condivido le parole dell’avvocato della difesa, Andrea MIroli: “Non c’è dubbio che Antonio Ciontoli debba essere condannato per omicidio colposo e tutti gli altri assolti”. Antonio Ciontoli ha sparato credendo che la pistola fosse scarica e lo ha fatto senza un motivo, se avesse sparato per uccidere, di sicuro non avrebbe chiamato il 118 con il rischio che Marco riferisse il fatto. I Ciontoli, tutti, e la Giorgini, non essendo esperti, non sono stati in grado di valutare le condizioni di Marco e, pensando che il proiettile non avesse attinto organi vitali, hanno sperato che Marco si riprendesse senza l’intervento di un medico. Hanno temporeggiato proprio perché il capofamiglia temeva che emergesse la dinamica dell’incidente; è chiaro che, se avessero preso in considerazione l’evento morte, avrebbero chiamato i soccorsi immediatamente e avrebbero riferito la verità, quantomeno per non essere accusati di omicidio e omissione di soccorso”.

Le Cronache Lucane, 2 aprile 2019

– Dottoressa Franco, dopo che la difesa dei Ciontoli ha rilasciato l’audio/video di una nuova intercettazione, che idea s’è fatta sulla dinamica dei fatti?

Le circostanze in cui è stato esploso il colpo che ha ucciso Marco Vannini le ha riferite Martina Ciontoli durante una conversazione intercettata nei corridoi della Stazione dei Carabinieri di Civitavecchia, conversazione intercorsa tra lei, suo fratello Federico e Viola Giorgini pochi giorni dopo i fatti, il 21 maggio 2015: “Io ho visto quando papà gli ha puntato la pistola e gli ha detto: “Non scherziamo (incomprensibile)”, papà ha detto: “Ti sparo” e papà gli ha detto: “(incomprensibile) scherzare” e lui ha detto: “Non si scherza così” ed è diventato pallido”. Martina non solo ha descritto la scena del ferimento ma anche il momento seguente: “Ed è diventato pallido. Non ci posso pensa’”.

– E’ possibile che nel video Martina descriva una scena che le è stata raccontata?

Lo escludo, Martina ha preso possesso delle proprie parole quando ha affermato: “Io ho visto quando papà gli ha puntato la pistola”. Il fatto che Martina abbia rievocato il gesto di Marco con la mano sbagliata, la sinistra invece della destra, non prova che stesse mimando un’azione che le è stata raccontata, Martina potrebbe essere mancina o aver mimato un movimento “allo specchio”, ovvero un movimento che ha visto frontalmente.

– Lei sa che i genitori di Marco Vannini escludono che il Ciontoli sia potuto entrare in bagno mentre il figlio faceva la doccia, secondo lei Marco è stata ferito in bagno o in un’altra stanza?

Sono d’accordo con loro. A mio avviso Marco non è stato ferito mentre si trovava nella vasca da bagno ma mentre era seduto sul letto della camera padronale dei Ciontoli, e su quello stesso letto fu adagiato prima che fosse convinto a raggiungere il bagno per lavarsi. Peraltro, è logico pensare che la mattina del 17 maggio, Antonio Ciontoli avesse nascosto le pistole in camera sua e non in bagno, che non era neanche una zona di transito ma una stanza nella disponibilità di familiari ed ospiti, all’interno della quale chiunque si sarebbe potuto chiudere a chiave e disporre delle armi a proprio piacimento. Lo stesso Federico, quando raccolse le armi per “metterle in sicurezza”, le mise prima sul divano ma poi le nascose in camera sua, sotto il letto, non in uno spazio comune. Le intercettazioni ci vengono in aiuto anche in questo caso, infatti, se Antonio Ciontoli avesse sparato mentre Marco si trovava in bagno, non avrebbe avuto motivo di chiedere al figlio in quale stanza avesse riferito agli inquirenti di aver ritrovato il bossolo, “E tu il bossolo dove l’hai trovato?”, né Federico avrebbe detto a Viola: “Ma tu che gli hai detto, da dove le ho prese io le armi?, l’importante è che tu gli hai detto che l’ho prese dal bagno”.

– Dottoressa Franco, se Martina era presente al momento del ferimento, perché solo una particella di polvere da sparo è stata trovata nelle sue narici?  

Nelle narici di Martina è stata trovata una sola particella di polvere da sparo perché il colpo venne esploso in una camera di sicuro più grande del bagno e la ragazza si trovava ad una certa distanza da Marco.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: NICOLETTA INDELICATO come ADRIANNE JESSICA JONES (intervista)

Nicoletta Indelicato

Nicoletta Indelicato, 25 anni, nella notte tra sabato 16 e domenica 17 marzo è stata attirata in una trappola dall’amica Margareta Buffa, 29 anni, che l’ha fatta salire in auto e l’ha condotta in un vigneto nelle campagne di Marsala, Contrada Sant’Onofrio, una volta raggiunto il vigneto, dal bagagliaio dell’automobile è uscito il fidanzato di Margareta, Carmelo Bonetta, 34 anni, che ha picchiato e accoltellato Nicoletta e ha poi dato alle fiamme il suo corpo. Secondo indiscrezioni, Nicoletta aveva rivelato a Margareta di aver avuto un breve flirt con il Bonetta e aveva raccontato che il ragazzo faceva uso di droga.

Ne abbiamo parlato con la criminologa Ursula Franco.

Le Cronache Lucane, 21 marzo 2019

Carmelo Bonetta

Dottoressa Franco, quando ha saputo della confessione dell’amico Carmelo e del coinvolgimento nell’omicidio della sua fidanzata, la sua amica Margareta, cosa ha pensato?

Ho pensato subito all’omicidio della giovane Adrianne Jessica Jones, uccisa nella notte tra il 3 e il 4 dicembre 1995 da Diane Michelle Zamora, 17 anni all’epoca dei fatti e dal suo fidanzato diciottenne, David Graham. La Zamora, dopo che il Graham le aveva rivelato di essersi intrattenuto sessualmente con la Jones in un’occasione, lo aveva invitato ad ucciderla per provarle il suo amore. Nella notte tra il 3 e il 4 dicembre, David Graham era passato a prendere la Jones in auto e con una scusa l’aveva condotta in un campo nei pressi di un lago, una volta raggiunto il luogo isolato, dal portabagagli dell’auto era uscita la Zamora che aveva colpito al capo la Jones con un corpo contundente, la ragazza era stata poi finita dal Graham con due colpi d’arma da fuoco esplosi da distanza ravvicinata.

Adrianne Jessica Jones

Dottoressa Franco, quanto è importante conoscere la casistica nel suo lavoro?

Conoscere la casistica è fondamentale per chi si occupa di morti violente e di scomparse, permette infatti di restringere il cerchio dei sospettati e di censurare le ricostruzioni di fantasia.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: NON TUTTI I COLD CASE SI POSSONO RISOLVERE (intervista)

La criminologa Ursula Franco è consulente della difesa di Michele Buoninconti, dei fratelli Ciocan e di Stefano Binda e si è spesso espressa in modo critico riguardo allo spettacolo cui vengono ridotti alcuni casi giudiziari dai Media.

Le Cronache Lucane, 20 marzo 2019

– Dottoressa Franco, come si risolve un caso vecchio di decenni, un cosiddetto Cold Case?

Ho il dovere morale di sfatare un mito dei programmi spazzatura che invadono il piccolo schermo: non tutti i cold case si possono risolvere.

I motivi per i quali un caso risulta irrisolto sono due: o non sono state tratte le giuste conclusioni dopo aver esaminato le risultanze delle indagini o le indagini iniziali sono state lacunose, un’evenienza cui raramente si può rimediare, pertanto non è detto che un caso vecchio di decenni si possa risolvere.

In alcuni casi non si può risolvere un cold case neanche in presenza di una confessione perché tutto ciò che un soggetto che si autoaccusa afferma deve essere corroborato da prove scientifiche che possono essere andate distrutte o possono non essere mai state raccolte.

Pertanto, chi si inerpica su strade vecchie di decenni rischia grosso, per sé ma soprattutto per il malcapitato preso di mira.

Una conferma del coinvolgimento o meno di un soggetto e della veridicità di ciò che affermano eventuali testimoni, anche a distanza di decenni, viene dall’analisi del loro linguaggio ma gli interrogatori devono essere condotti e analizzati con tutti i crismi.

Personalmente mi esprimo su un caso vecchio solo in presenza di interviste video che risalgano all’epoca dei fatti, questo perché le vecchie trascrizioni degli interrogatori non sono affidabili.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: NON E’ STATO STEFANO BINDA AD UCCIDERE LIDIA MACCHI (intervista)

La criminologa Ursula Franco si è occupata di casi importanti, dalla morte di Elena Ceste a quella di Maria Ungureanu, recentemente ha fornito una consulenza alla difesa di Stefano Binda, condannato in primo grado all’ergastolo per un omicidio avvenuto 32 anni fa, quello di Lidia Macchi, uccisa il 5 gennaio 1987 nel bosco di Cittiglio (Varese). 

Le Cronache Lucane, 20 marzo 2019

Nei giorni scorsi è stata respinta l’istanza di revocao sostituzione della misura cautelare presentata dalla difesa di Binda, avvocati Patrizia Esposito e Sergio Martelli, alla luce dalla condotta irreprensibile tenuta da Binda nei tre anni di carcerazione preventiva e dell’assenza di esigenze cautelari.

Lidia Macchi

Dottoressa Franco, sappiamo che nella sua consulenza ha escluso che ad uccidere la Macchi sia stato Stefano Binda, può dirci se è agli atti il nome del vero assassino?

Il nome dell’assassino di Lidia non è agli atti, posso dirle però che la lettera recapitata a casa Macchi non è stata scritta dall’assassino, che Patrizia Bianchi non è una superteste, che non solo la Macchi si trovava alla guida dell’auto al momento dell’aggressione, lo provano la posizione avanzata del sedile del guidatore e la dinamica dell’aggressione, ma che si può escludere che Lidia conoscesse il suo assassino e che abbia avuto rapporti sessuali con lui. Per il resto, purtroppo, le indagini relative a questo caso sono state lacunose e sono stati fatti errori grossolani nella ricostruzione dell’omicidio e riguardo al movente. Gli interrogatori delle persone informate sui fatti, risalenti al 1987, non solo sono inutilizzabili per il modo in cui vennero condotti ma sono anche incompleti, non si è infatti indagato sui movimenti degli amici di Lidia relativi al pomeriggio del giorno della sua morte, in specie tra le 17.00 e le 18.00, un orario chiave. 

Come si poteva risolvere un caso come questo?

In omicidi così vecchi solo una eventuale prova scientifica capace di collocare senza ombra di dubbio un indagato sulla scena del crimine permette di attribuirgli la responsabilità del reato. E’ però necessario che a monte si possa contare su una ricostruzione dell’omicidio impeccabile, è da lì che bisogna partire. In questo caso in specie, nonostante le lacune investigative, con tutta probabilità si sarebbe potuto isolare il DNA dell’omicida sugli abiti di Lidia ma gli stessi sono stati distrutti. 

Dottoressa, che cosa si sarebbe potuto trovare sugli abiti di Lidia?

Il sangue del suo assassino. Infatti quando un omicida colpisce la sua vittima con numerose coltellate, come in questo caso, di frequente si ferisce, in quanto dopo i primi colpi il coltello si sporca di sangue e gli scivola dalle mani, in specie quando lo stesso, dopo aver colpito il tessuto osseo, si arresta.

Riguardo allo sperma raccolto durante le prime indagini e poi scomparso che può dirci?

Lidia non ha avuto rapporti sessuali con chi l’ha uccisa pertanto quello sperma non avrebbe permesso di identificare il suo assassino ma, se attribuito al suo donatore, avrebbe evitato che si seguisse la pista errata dell’omicidio sessuale. 

Dottoressa Franco, attraverso l’analisi dei fatti, è riuscita a tracciare un profilo dell’assassino di Lidia Macchi?

Certamente, l’ipotesi più probabile è che Lidia sia stata una vittima casuale di un predatore violento che è tornato a colpire negli anni seguenti. 

Giuseppe Piccolomo

Giuseppe Piccolomo è un duplice omicida che sta scontando due condanne all’ergastolo ed è stato indagato anche per l’omicidio di Lidia Macchi. Dottoressa Franco, è stato giusto escludere che sia stato lui ad uccidere Lidia?

No, perché non essendo mai stato isolato il DNA dell’assassino di Lidia non si è potuto confrontare lo stesso con il DNA di Piccolomo. Peraltro, a differenza del povero Stefano Binda, Giuseppe Piccolomo è un soggetto con una psicopatologia e un curriculum compatibili con quella dell’assassino di Lidia Macchi. All’epoca del delitto, Piccolomo aveva 36 anni e viveva a poche centinaia di metri dal bosco di Sass Pinì, luogo del ritrovamento del cadavere e confessò l’omicidio di Lidia Macchi alle proprie figlie. Nel 2003 ha ucciso la propria moglie, Marisa Maldera. Nel 2009, dopo averne premeditato l’omicidio, ha ucciso, e proprio con un’arma bianca, la signora Carla Molinari. Durante alcune discussioni ha minacciato le proprie figlie con coltelli e una mannaia. L’identikit realizzato raccogliendo le testimonianze di alcune donne importunate nel parcheggio dell’ospedale di Cittiglio poco prima che Lidia venisse uccisa era strettamente somigliante a Giuseppe Piccolomo.