MORTE DI LICIA GIOIA, DOMANI SI DECIDE IL DESTINO DEL MARITO, CRIMINOLOGA FRANCO: NON FU OMICIDIO

Francesco Ferrari e Licia Gioia

Il maresciallo dei carabinieri Licia Gioia è morta nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 2017 dopo essere stata attinta da un colpo d’arma da fuoco alla testa. Licia Gioia si trovava nella camera della villetta di Contrada Isola che divideva con il marito, il poliziotto Francesco Ferrari. Inizialmente la Procura di Siracusa aveva indagato il Ferrari per istigazione al suicidio e poi per omicidio colposo.

Le Cronache Lucane, 14 ottobre 2019

In seguito, Francesco Ferrari, 45 anni, è stato indagato per omicidio volontario e la procura di Siracusa ha chiesto il suo rinvio a giudizio. Domani, 15 ottobre 2019, all’esito dell’udienza preliminare, sapremo se verrà processato. Durante l’udienza del 6 giugno, il GUP, Salvatore Palmeri, aveva nominato due periti, il balistica Felice Nunziata e il medico legale Cataldo Raffino. 

Su questo caso mediatico si era espressa nei mesi scorsi la criminologa Ursula Franco. Per la dottoressa Franco, Francesco Ferrari dice la verità: 

“Il racconto del Ferrari riguardo alla dinamica della morte di Licia Gioia è sostenuto in toto dalle risultanze medico legali. L’omicidio volontario non è l’unica alternativa al suicidio. Le risultanze medico legali permettono di escludere il suicidio vero e proprio e confermano il racconto del marito: Licia Gioia è morta in seguito ad un incidente. 

Poco dopo la mezzanotte, Licia Gioia si è puntata l’arma alla testa e ha minacciato di suicidarsi e, mentre Francesco Ferrari cercava di disarmarla, sono partiti due colpi, il primo dei quali, quello mortale, l’ha attinta alla testa e l’altro al gluteo. Il fatto che il colpo alla testa non sia stato esploso a bruciapelo, ma da circa 25 cm di distanza, prova che il Ferrari tentò di allontanare l’arma dalla testa della moglie e che proprio in quel frangente partì il primo colpo, cui seguì un secondo colpo circa dieci secondi dopo. Il secondo colpo ci conferma che quei due colpi partirono in una situazione concitata, il Ferrari è infatti un poliziotto abituato a maneggiare armi e se l’arma fosse stata nelle sue mani non sarebbe partito nessun secondo colpo.

Il colpo d’arma da fuoco che ha ucciso Licia Gioia è partito mentre il Ferrari stava cercando di disarmarla ed è proprio la dinamica dell’incidente ad illuminarci sul perché, quando la Gioia fu attinta dal colpo mortale, non fosse “in una posizione usuale per un soggetto che intenda suicidarsi, ma in una posizione scomoda e innaturale”, così come affermato dal medico legale. Questa dinamica spiega anche la presenza di polvere da sparo sulla mano sinistra della Gioia, la donna infatti cercò di allontanare il Ferrari, che intendeva disarmarla, con l’unica mano libera, la sinistra, in quanto nella destra impugnava l’arma.

Il fatto che Francesco Ferrari sia risultato positivo al tampone (stub) per la ricerca di residui di polvere da sparo significa che dopo l’incidente non si è lavato le mani, un dato che ci conferma che l’ispettore ha detto la verità. Se infatti l’omicidio fosse stato volontario il Ferrari si sarebbe lavato ripetutamente le mani prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. La casistica insegna: chi simula un suicidio, la prima cosa che fa dopo aver sparato è cancellare le tracce di polvere da sparo da sé, in specie se è un soggetto avvezzo all’uso delle armi.

Le analisi dei tamponi usati per rilevare tracce di polvere da sparo, che sono stati eseguiti sulle mani dei due coniugi, hanno dato esito positivo in entrambi i casi, quindi l’arma era in mano ad entrambi.

Se l’arma fosse stata solo nelle mani dell’ispettore Francesco Ferrari non sarebbe partito nessun secondo colpo, essendo il Ferrari un soggetto abituato a maneggiare una pistola ma soprattutto il proiettile non avrebbe avuto quella traiettoria.

Francesco Ferrari non aveva alcun motivo di desiderare la morte della moglie mentre la Gioia non era contenta del proprio matrimonio e quella stessa sera si era trattenuta in auto e non aveva cenato con il marito, un comportamento compatibile con la successiva minaccia di suicidio.

L’arma da cui sono partiti i colpi era la pistola in dotazione al maresciallo Licia Gioia, non quella in dotazione all’ispettore Francesco Ferrari, pertanto si può logicamente inferire che sia stata proprio la Gioia a tirar fuori la pistola e a puntarsela alla testa. Se il Ferrari avesse ucciso la Gioia in un momento di rabbia avrebbe usato la propria arma e non si sarebbe certo servito di quella della moglie che, peraltro, da quanto è trapelato, la donna era abituata a tenere scarica. In ogni caso, a prescindere dalle abitudini del maresciallo Licia Gioia, l’ispettore Francesco Ferrari non poteva sapere se quella sera la pistola fosse carica o meno.

Dopo l’incidente il Ferrari chiamò la sua ex moglie invitandola a raggiungerlo per prelevare il loro figlio minore, questo atteggiamento protettivo del Ferrari nei confronti del bambino ci permette di escludere che sia stato lui a tirar fuori l’arma in dotazione a sua moglie Licia Gioia.

Non sono certamente di supporto all’ipotesi omicidiaria né il fatto che la Gioia avesse cucinato una torta alla cioccolata per il Ferrari e suo figlio, né che il maresciallo si fosse lavata i denti e si fosse messa la crema, né che avesse predisposto un programma settimanale delle proprie attività, estetista, massaggi e una cena. La casistica relativa ai suicidi insegna”.

Nella prima foto – come si legge nella relazione del Nucleo Investigativo Telematico – si vede la pistola di ordinanza della Gioia, una Beretta calibro 9 parabellum, con il cane armato e priva di sicura e si legge: “Stronzo addio”; nella seconda foto si vedono un precipizio a strapiombo sul mare e un piede sospeso nel vuoto e si legge: “Ho due opzioni”. Queste foto, contestualmente alla conversazione WhatsApp – continua la relazione – vengono indicate da Licia Gioia come due alternative possibili al proprio intendimento di togliersi la vita”. L’analisi continua: “La lettura della conversazione evidenzia il tentativo di placare la discussione del marito che cerca di convincere la moglie per poterla raggiungere e calmarla”.

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Morte Annamaria Sorrentino, criminologa Ursula Franco a UrbanPost: «La verità è che si è tolta la vita»

Morte Annamaria Sorrentino, il marito della ex Miss morta in vacanza a Tropea, Paolo Foresta, non è indagato ma da diverse settimane è spesso presente in televisione per spiegare la sua versione dei fatti circa la lite furibonda che ha preceduto la caduta della moglie dal balcone lo scorso 16 agosto. La famiglia della ex Miss Campania ha esplicitamente dichiarato a mezzo stampa di nutrire forti dubbi sulla veridicità delle sue parole, reputando sospette le sue versioni, molteplici e discordanti, sulla caduta di Annamaria e il frangente temporale ad essa precedente. L’uomo sostiene infatti si sia suicidata, i familiari della donna negano con forza siffatta ipotesi. Nel ricordare che al momento la magistratura inquirente indaga a carico di ignoti per istigazione al suicidio, UrbanPost ha intervistato la criminologa Ursula Franco, entrata ufficialmente a far parte del team difensivo del signor Paolo Foresta, difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Di Michela Becciu per URBANPOST, 12 ottobre 2019

Abbiamo rivolto alla dottoressa Franco alcune domande sugli aspetti al momento più spinosi e poco chiari relativi alla tragica vicenda, in attesa che le indagini chiariscano meglio la dinamica dei fatti. Così la criminologa ha risposto ai nostri quesiti:

Dottoressa Franco, Paolo Foresta – che non è indagato – è quasi ‘costretto’ ad andare in televisione per difendersi dalle accuse (non poi tanto sottese) che gli vengono rivolte dalla famiglia Sorrentino. Le pregresse violenze (da lui ammesse) ai danni di Annamaria potrebbero avere innescato i forti dubbi nutriti nei suoi confronti circa la sua versione dei fatti? 

«È difficile accettare che un familiare si sia tolto la vita, è più facile cercare un capro espiatorio. La verità è che Annamaria Sorrentino si è tolta la vita».

Sul cadavere di Annamaria, secondo quanto trapelato finora, non sarebbe stata eseguita l’autopsia. Cosa possono dire le ferite esterne sul suo corpo riscontrate (e fotografate) dai familiari durante la sua agonia in ospedale? La donna è caduta di spalle? Fuggiva da qualcuno o il suo è stato un gesto volontario? Che idea si è fatta al riguardo? 

«Quello di Annamaria Sorrentino è stato un gesto volontario. Come sapete io mi occupo di analisi del linguaggio, il racconto di Paolo Foresta è veritiero ed è supportato dalle testimonianze dei presenti, altrettanto veritiere. Salvatore ha sostenuto che Paolo “voleva prenderla, non picchiarla” e Gaetano (amico della coppia tra i presenti in casa al momento dell’accaduto ndr) ha detto: “Paolo ha un po’ sbagliato a rilasciare delle interviste, le cose vengono travisate e ingigantite. La mamma di Annamaria non gli crede ed è apparsa più volte in video, questo è un problema che riguarda solo loro. Le televisioni inventano storie, cercano di indagare, di parlare di vicende che appartengono al passato ma tutto questo non deve interessare, adesso dobbiamo occuparci dell’evento accaduto recentemente. Nessuno andrà in prigione, nessuno l’ha spinta, dico la verità, nessuno. Dico la verità, nessuno l’ha spinta”».

Paolo Foresta e le vacanze programmate insieme all’amante (peraltro suo amico) della propria moglie: una scelta che non ha un senso logico. Le molteplici spiegazioni al riguardo fornite da Foresta in televisione sono state divergenti. Lei ha avuto modo di chiarire con lui questa circostanza?

«All’epoca Paolo Foresta non aveva certezza del tradimento della moglie perché Annamaria continuava a negare questa circostanza».

Il ruolo degli altri presenti in casa al momento della precipitazione di Annamaria: possibile che nessuno abbia visto il momento in cui la donna avrebbe scavalcato il balcone? La famiglia Sorrentino esclude a priori, dalla prima ora, l’ipotesi del suicidio. Secondo lei come sarebbero andate le cose?

«Le ripeto: il racconto di Paolo Foresta relativo alla caduta è credibile, e sono convinta che Annamaria abbia scavalcato il parapetto e sia poi caduta, così come riferito dal Foresta. Non ho ancora avuto accesso alle dichiarazioni rilasciate in procura dai presenti, pertanto non so esattamente che cosa abbiano visto, ma di sicuro non hanno visto Paolo gettare Annamaria dal terrazzo, né picchiarla, perché così non è stato. La povera Annamaria ha fatto tutto da sola e Paolo non è riuscito a salvarla. È ai fatti e alle dichiarazioni dei presenti che bisogna attenersi, non a ciò che credono o meno i familiari di Annamaria. E’ stato montato un caso sulla base del nulla, non è il primo e non sarà l’ultimo, purtroppo».

LA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO CI ILLUSTRA LE PRINCIPALI CAUSE DEGLI ERRORI GIUDIZIARI

“A Innocence Project la verità non interessa, molti dei suoi clienti sono colpevoli. Innocence Project è semplicemente un big business sul quale gravano le stesse inaccettabili colpe del sistema giudiziario che combatte”.

Le Cronache Lucane, 10 ottobre 2019

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto.

– Dottoressa Franco, quali sono le più importanti cause di errore giudiziario?

L’incompetenza dei magistrati e il teatrino mediatico che ha ridotto ormai la giustizia ad una farsa e che va in onda a reti unificate. L’Italia è un paese alla deriva per quanto riguarda i diritti di chi è coinvolto in un caso giudiziario di interesse mediatico. L’Italia è il paese in cui degli incompetenti si sentono in diritto di processare un ragazzo sordomuto in diretta tv senza che nessuno alzi la voce. L’Italia è il paese nel quale un giornaletto di serie B viene sbandierato durante uno show, spacciato come trasmissione pubblica, come se il giornaletto in questione fosse la voce provata della verità. Non c’è fine al peggio. Ormai i familiari dei suicidi, sempre più spesso, invece di interfacciarsi con gli inquirenti, si rivolgono ai conduttori di note trasmissioni televisive per tentare di convincere prima l’opinione pubblica e poi la procura di competenza che il loro caro è stato ucciso e, purtroppo, nonostante la verità emerga con forza dagli atti, a volte ci riescono. L’Italia è il paese in cui nessuno si stupisce che un ex deputato della Repubblica consigli ai suoi elettori di informarsi sul caso Vannini prendendo visione delle interviste manipolate a tavolino da “Le Iene” e non leggendo gli atti giudiziari. In data 6 maggio 2019, Alessandro Di Battista ha scritto su facebook: “Avete visto l’ultimo servizio delle Iene sul caso Vannini? Beh vi consiglio di farlo. E vi consiglio anche di prendere posizione, di informarvi, di chiedere giustizia e verità. Esattamente come nel caso Cucchi si può arrivare alla verità anche per quanto riguarda il caso Vannini. Dipende anche un po’ da noi. Marina e Valerio, i genitori di Marco, (così come Ilaria Cucchi) sono esempi straordinari. Stiamogli vicino e diamogli una mano esercitando un nostro dovere: quello di appassionarci alla verità. Buona giornata a tutti!”. Mi chiedo il “vi consiglio” a chi sia rivolto. Come Di Battista possa pensare che soggetti privi di competenze nel campo della criminologia possano “prendere posizione” è un mistero o forse la TV spazzatura ha lasciato credere ai suoi “seguaci”, Di Battista compreso, che “chiunque” possa addivenire alla verità su un caso giudiziario attraverso la visione di certi servizi, tra un piatto d’amatriciana e un bicchiere di vino dei Castelli?

– Dottoressa Franco, in quale altro modo i programmi televisivi viziano i procedimenti penali?

I programmi di successo in termini di share illudono i familiari delle vittime che la loro presenza in studio ed il dare in pasto all’opinione pubblica il caso possa aiutarli ad addivenire alla verità ed invece gli servirebbero semplicemente degli esperti competenti di supporto agli avvocati di parte civile.

– Dottoressa, come si prevengono gli errori?

Gli “errori giudiziari” non esistono, esistono solo “orrori giudiziari”, lo dico per il modo in cui vengono costruiti i castelli accusatori, che sono dei copycat. 

Per impedire certi “orrori” servono PM, avvocati difensori, consulenti di accusa e difesa competenti, appassionati del proprio lavoro e amanti della verità e poi è necessario perseguire i millantatori che forniscono consulenze compiacenti alle procure. Le procure dovrebbero poi assumere esperti “contrarians” capaci di riconoscere il fenomeno della “Tunnel Vision”, che è un pregiudizio cognitivo che affligge i PM e che li induce a costruire un fasullo castello accusatorio grazie al supporto di consulenti partigiani sotto l’effetto della “Noble Cause Corruption”.

– E le parti civili?

Anche le parti civili potrebbero contribuire a ridurre gli “orrori giudiziari” ma, purtroppo, spesso non conoscono a fondo gli atti dei casi di cui si occupano, di rado prendono in considerazione l’eventualità che una procura possa sbagliarsi e di frequente foraggiano il processo mediatico per fini personali.

– Dell’associazione “Innocence Project” che cosa pensa?

A Innocence Project la verità non interessa, molti dei suoi clienti sono colpevoli. Le scarcerazioni di soggetti che hanno commesso il reato per il quale erano stati condannati non sono prive di conseguenze, economiche ed umane. Non solo danneggiano i contribuenti ed i familiari delle vittime, ma anche professionisti competenti che, in seguito al rilascio di soggetti colpevoli, vengono tacciati di incompetenza e denunciati. Innocence Project è semplicemente un big business sul quale gravano le stesse inaccettabili colpe del sistema giudiziario che combatte. Amen.

– Dottoressa, chi sono i suoi maestri?

Peter Hyatt, il mio professore di Statement Analysis, uno studioso per il quale la verità viene prima di tutto, Gerrie Nel, l’avvocato che ha rappresentato l’accusa nel processo a Oscar Pistorius, un intellettuale nel vero senso del termine, un genio indiscusso, e Hillel Neuer, un altro avvocato, il paladino dei diritti umani per antonomasia.

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: PER LA TERZA VOLTA FEDERICA SCIARELLI HA PUBBLICIZZATO IL SETTIMANALE GIALLO A CHI L’HA VISTO?, I VERTICI DELLA RAI DICANO SE E’ LECITO

Nel corso di tre puntate della trasmissione “Chi l’ha visto?” la conduttrice Federica Sciarelli, non solo ha citato il SETTIMANALE GIALLO, ma sia il 18 settembre che il 9 ottobre ha mostrato ai telespettatori la copertina dello stesso e il 25 settembre un articolo interno.

Le Cronache Lucane, 10 ottobre 2019

Abbiamo sentito in merito la criminologa Ursula Franco:

“Durante la puntata di Chi l’ha visto? del 18 settembre 2019, Federica Sciarelli, mentre parlava con i parenti di Annamaria Sorrentino, ha detto: “Io volevo dire una cosa, il SETTIMANALE GIALLO, che si sta occupando del caso di Annamaria, ha in copertina una NOTIZIA MOLTO FORTE, voi non l’avete potuto vedere, abbiamo l’ANTICIPAZIONE, diciamo, GIA’ USCITO QUI A ROMA: “Suo marito la picchiò mentre era incinta e lei perse il bambino” e insomma un titolo, una notizia forte di GIALLO, di questo SETTIMANALE che sta seguendo appunto la storia di Annamaria”; la Sciarelli ha poi mostrato la copertina del settimanale.

Durante la puntata di Chi l’ha visto? del 25 settembre 2019, Federica Sciarelli, mentre interrogava il marito di Annamaria Sorrentino, Paolo Foresta, ha detto: “Senti, sul SETTIMANALE (…) ascolta una cosa Paolo, il SETTIMANALE GIALLO pubblica un tuo messaggio, il MESSAGGIO SHOCK inviato dal marito, lo pubblica GIALLO, in cui tu dici (…)”; al contempo è stata mandata in onda una foto di un articolo del settimanale sul caso in questione.

Il 9 ottobre, sempre nell’ambito di un disgustoso processo al Foresta che si sta tenendo da settimane nello studio di Chi l’ha visto?, la conduttrice ha detto: “Senti Paolo, c’è un… non so se l’hai vista, la copertina del SETTIMANALE GIALLO,  c’è un articolo di Giampietro Fiore cheee…. che dice una cosa terribile cioè che tu avresti, quella notte, cercato di violentare tua moglie, non so se possiamo fargliela vedere la copertina di Giallo a Paolo perché questo c’è scritto, cioè che quella notte, la notte prima, poi ci sono stati altri litigi, eccola qua: PRIMA DI MORIRE ERA FUGGITA DAL MARITO CHE VOLEVA ABUSARE DI LEI. Tu volevi abusare di tua moglie?”.

L’autoregolamentazione della televisione pubblica ed il codice deontologico dei giornalisti vieta ai conduttori di fare pubblicità occulta nei loro programmi. Mi astengo dal giudicare i discutibili contenuti del settimanale, mi chiedo invece se sia lecito promuovere, peraltro con incredibile enfasi, un giornaletto come “Giallo” in una trasmissione di RAI3 senza l’avviso proprio dei messaggi promozionali”.

La criminologa Ursula Franco analizza la lettera inviata a Quarto Grado da Antonio Logli dopo la sentenza della Cassazione

 

Antonio Logli

Le Cronache Lucane, 9 ottobre 2019

Intorno alle 23.00 del 10 luglio 2019, la Corte suprema di Cassazione ha confermato la condanna a 20 anni per omicidio volontario e distruzione di cadavere per Antonio Logli. Il Logli ha ucciso sua moglie Roberta Ragusa nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012 a Gello di San Giuliano Terme, Pisa. Dopo la sentenza definitiva, Antonio Logli ha inviato la seguente missiva alla trasmissione Quarto Grado:

“Cari Gianluigi Nuzzi e Francesca Carollo, come state? spero di trovarvi bene. Vi ringrazio di dare voce alle mie parole. Come sapete la mia condanna è divenuta definitiva. E questa condanna, tremendamente ingiusta, ha scatenato in me, in quanto innocente, una rabbia profonda. Ma soprattutto ha condannato i miei figli a dover vivere senza il loro padre. Una giustizia che sorda è andata a senso unico e non ha voluto ascoltare ben due testimoni: Filippo Campisi e Cinzia Palagi che hanno urlato a gran voce le loro testimonianze. Il primo ha visto Roberta uscire dal cancellino di casa la sera della sua scomparsa, salire su un SUV di colore scuro con a bordo un uomo e dirigersi verso Pisa mentre l’altra l’ha vista il giorno dopo al supermercato E.Leclerc Conad di Madonna dell’Acqua. Sono stato condannato per quello che ho detto, per quello che non ho detto, per le espressioni del mio viso. Qualunque cosa abbia o non abbia fatto è servita per condannarmi. Ero stato condannato da tutti già prima dei processi anche grazie alle false notizie dei giornali e delle tv. Nessuno mi ha mai valutato per ciò che sono: un padre affettuoso che ama i propri figli, un marito che seppure innamorato già da tempo di un’altra donna vuole bene alla madre dei propri figli e la difenderebbe a costo della propria vita, da tutto e da tutti. Non auguro a nessuno ciò che ho subito insieme alla mia famiglia da quando è scomparsa Roberta: adesso sono detenuto in carcere ingiustamente e prego Dio ogni giorno intensamente perché Lui vede e provvede. Vivo questa terribile esperienza a testa alta, con la serenità di chi è innocente. E vi garantisco che lotterò con tutto me stesso fino a quando avrò vita per dimostrare la mia innocenza. Vi saluto con stima. Antonio“.

Abbiamo chiesto alla dottoressa Ursula Franco, esperta in Statement Analysis, di analizzare la lettera di Antonio Logli. Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, si occupa soprattutto di morti accidentali e incidenti scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto.

Analisi:

In Statement Analysis partiamo dal presupposto che chi parla sia innocente de facto e che parli per essere compreso. Negare in modo credibile non ha un costo eppure il Logli non è mai stato capace di dire “Io non ho ucciso Roberta, sto dicendo la verità”. In questa missiva, il Logli, per due volte, ha fatto riferimento alla sua innocenza, ma dirsi “innocente” non equivale a negare l’atto omicidiario.

Si faccia caso alla parola “anche” presente nella seguente frase “Ero stato condannato da tutti già prima dei processi anche grazie alle false notizie dei giornali e delle tv”. “anche” ci rivela che Antonio Logli è cosciente del fatto che c’è altro che ha condotto alla sua condanna, oltre alle false notizie.

Quando il Logli scrive “Nessuno mi ha mai valutato per ciò che sono: un padre affettuoso che ama i propri figli, un marito che seppure innamorato già da tempo di un’altra donna vuole bene alla madre dei propri figli e la difenderebbe a costo della propria vita, da tutto e da tutti”, egli desidera convincere i suoi interlocutori che è una brava persona, questo atteggiamento è spesso un indicatore del fatto che il soggetto che parla è incapace di prendersi le proprie responsabilità. Si tratta di un fenomeno detto “Gnostic Split”: il soggetto si dissocia creando un altro da sé che sarebbe incapace di uccidere, e proprio il fatto che senta il bisogno di fare ricorso a questo escamotage ci rivela la sua colpa.

Analisi dell’intervista rilasciata da Andrea Landolfi Cudia a Simone Toscano di Quarto Grado

Andrea Landolfi Cudia e Maria Sestina arcudi

Maria Sestina Arcuri, 26 anni, è morta all’ospedale Belcolle di Viterbo per le conseguenze di un’emorragia cerebrale, il 6 febbraio 2019. La Arcuri era stata ricoverata intorno alle 7.00 del 4 febbraio 2019. La ragazza aveva passato la serata del 3 febbraio in un pub di Ronciglione in compagnia di Andrea Landolfi, che conosceva da soli tre mesi, e del di lui figlio, poi i tre si erano recati a casa della nonna del Landolfi, Mirella Iezzi, per passarvi la notte. 

Andrea Landolfi Cudia, 30 anni, fino a pochi giorni fa era indagato a piede libero. A marzo la procura aveva chiesto l’arresto, il GIP aveva rigettato, in seguito ad un ricorso il Riesame aveva dato ragione alla procura, a giugno la difesa aveva presentato ricorso in Cassazione contestando la legittimità dell’interrogatorio del figlio di Andrea Landolfi, un bambino di 5 anni. Il 25 settembre la Corte Suprema di Cassazione ha dato ragione alla procura e disposto la Misura di custodia cautelare in carcere per omicidio volontario per Andrea Landolfi. Il giornalista Simone Toscano ha intervistato Andrea Landolfi dopo la sentenza.

In Statement Analysis partiamo dal presupposto che chi parla sia innocente de facto e che parli per essere compreso. Pertanto, da un innocente de facto ci aspettiamo che neghi in modo credibile e che nel suo linguaggio non siano presenti indicatori caratteristici delle dichiarazioni di coloro che non dicono il vero.

In Statement Analysis analizziamo le parole che non ci aspettiamo di udire (The Expected Versus The Unexpected).

Un innocente non ci sorprenderà, negherà in modo credibile già nelle prime battute e lo farà spesso, se necessario. Un innocente mostrerà, inoltre, di possedere la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth), un’impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quantgli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente.

I non addetti ai lavori ritengono che la maggior parte della gente menta ed invece il 90% dei soggetti che non raccontano la verità, dissimulano, ovvero non raccontano menzogne ma semplicemente nascondono alcune informazioni senza dire nulla di falso.

Chi dissimula fa affidamento sull’interpretazione delle sue parole da parte di interlocutori inesperti ed è così che li trae in inganno, egli, infatti, risponde con dichiarazioni che suonano come negazioni.

Dissimulano la maggior parte dei soggetti che intendono coprire un proprio coinvolgimento in un omicidio; in ogni caso le loro dichiarazioni, se non contaminate dal linguaggio utilizzato da chi li intervista o li sottopone ad interrogatorio, servono a ricostruire i fatti.

Falsificano, ovvero non solo tacciono l’informazione vera ma presentano un’informazione falsa come fosse vera, solo il 10% di coloro che tentano di coprire il proprio coinvolgimento in un omicidio.

Falsificare è molto impegnativo e con il passare del tempo chi opta per questa tecnica si accorge che non può fermarsi alla prima bugia e che non solo la stessa va ripetuta all’infinito ma che deve far ricorso a superfetazioni sempre più articolate per tenerla in piedi.

La dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione perché è un comportamento passivo. Peraltro, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, sostenendo, ad esempio, di non aver detto tutto per una pura dimenticanza.

I soggetti che dissimulano lo fanno per evitare lo stress che produce il falsificare, uno stress che è dovuto non solo al senso di colpa, posto che anche i soggetti privi di empatia, come possono esserlo i sociopatici, fanno ricorso più frequentemente alla dissimulazione che alla falsificazione, ma spesso al fatto che falsificare li espone maggiormente, rendendoli vulnerabili e quindi a rischio di essere scoperti e accusati, non solo di essere dei bugiardi, ma anche del reato di cui sono accusati.

ANALISI:

Simone Toscano: Andrea, buongiorno, sono Simone Toscano di Quarto Grado, le volevo chiedere un commento per questa sentenza durissima.

Una domanda che permetterebbe ad Andrea Landolfi di negare in modo credibile di aver ucciso Maria Sestina. 

Una negazione è credibile quando il soggetto si esprime senza ripetere a pappagallo le parole del suo interlocutore ed è composta da tre componenti:

  • il pronome personale “io”;
  •  l’avverbio di negazione “non” e il verbo al passato “ho”, “non ho”;
  • l’accusa “ucciso x”.

Se una negazione ha più o meno di tre componenti, non è una negazione credibile.

La frase “io non ho ucciso Sestina”, seguita dalla frase “ho detto la verità” o “sto dicendo la verità” riferita a “io non ho ucciso Sestina”, è una negazione credibile ed è ciò che ci aspettiamo che dica Landolfi già in risposta a questa prima domanda. 

Andrea Landolfi Cudia: Non so che dirle guardi, iooo… in questo momento mi avvalgo della facoltà di non rispondere, perché… il mio lutto me lo sto elaborando, lo elaboro e… e non credevo di certo di avere un esito così. Io andrò incontro a un processo in cui mi batterò con un coltello in mezzo ai denti, perché la verità deve uscire fuori. Per il GIP risultava un incidente, io sono concordante con il GIP, perché ha fatto la ricostruzione in base a tutte le prove e ha dichiarato inammissibile la carcerazione, perché era un incidente domestico.

Simone Toscano ha dato un’occasione ad Andrea Landolfi, l’occasione di poter negare pubblicamente di aver ucciso Sestina, ma il Landolfi, invece di dire “io non ho ucciso Sestina, sto dicendo la verità”, esordisce così “Non so che dirle guardi, iooo… in questo momento mi avvalgo della facoltà di non rispondere, perché… il mio lutto me lo sto elaborando, lo elaboro e… e non credevo di certo di avere un esito così”.

All’indomani della morte di Sestina, intervistato da Simone Toscano, il Landolfi aveva rilasciato una dichiarazione simile “Non voglio dichiarare nulla, sto soltanto elaborando il mio lutto, io l’unica cosa che posso dire è che ho fede nella giustizia“.

Negare in modo credibile non ha un costo eppure il Landolfi non l’ha fatto in entrambe le occasioni.

La risposta di Andrea Landolfi Cudia non solo è evasiva ma è anche una lunga tirata oratoria che ci indica che il Landolfi non può avvalersi del cosiddetto “muro della verità”.

Il Landolfi parla di verità, ma non ci dice quale sia questa verità, una verità che di certo lui conosce. Riferisce che “per il GIP risultava un incidente”, ma non ce lo conferma, non dice ““Io non ho ucciso Sestina, è stato un incidente”.

Andrea Landolfi Cudia: Io non ho paura di nulla, perché “Male non fare, paura non avere”.

Perché Andrea Landolfi Cudia parla citando un proverbio? Perché è incapace di dire “Io non ho ucciso Sestina”.

Simone Toscano: Lei sa che i familiari di Sestina fin dall’inizio hanno… hanno puntato il dito contro di lei.

Andrea Landolfi Cudia: E’ giusto che mi abbiano puntato il dito, perché devono sapere la verità, ma la verità la verranno a sapere, comunque sia, durante la fase processuale.

Si noti che non solo Andrea Landolfi non ha negato di aver ucciso Sestina, nonostante l’opportunità fornitale dal giornalista, ma, quando afferma “E’ giusto che mi abbiano puntato il dito perché devono sapere la verità”, egli accetta ciò che un innocente de facto non accetterebbe mai, lascia aperta la porta alla possibilità di aver commesso l’omicidio. Peraltro, si noti che, ancora una volta, egli afferma che con il processo emergerà la verità, ma non ci dice quale sia questa verità.

Simone Toscano: Quindi lei si sente di affermare che quella sera si è trattato di un incidente e che lei non ha gettato Sestina dalle scale?

Simone Toscano si aspettava che il Landolfi negasse. Il giornalista mostra di non essere soddisfatto delle sue risposte, eppure dovrebbe esserlo, il Landolfi non riesce a dire “si è trattato di un incidente” e “non ho gettato Sestina dalle scale” perché mentirebbe, se ne faccia una ragione.

Andrea Landolfi Cudia: Assolutamente, assolutamente, assolutamente. Qua siamo tutti in lutto. Io, la mia famiglia è in lutto per Sestina. Io sono in lutto perché sono il suo compagno, mi hanno tolto un figlio per futili motivi perché hanno detto che è stato omicidio, un omicidio con efferatezza con gravi indizi di colpevolezza, invece non è vero perché i RIS sono entrati 3 volte con esami irripetibili e non hanno trovato nulla. Hanno ritrovato una… delle tracce orizzontali, non verticali, della caduta che abbiamo fatto io e Sestina, dove io ho battuto il capo eee… da dietro il cervelletto e Sestina èè… ha sbattuto la testa, ma non ci siamo accorti di questo, perché, comunque sia, eee… l’emorragia era interna, se fosse uscito del sangue avrei chiamato subito l’ambulanza.

Da un innocente de facto, in risposta alla domanda chiusa del giornalista, ci saremmo aspettati un “No”, nulla più. 

E invece di rispondere con un “No”, Andrea Landolfi fa ricorso ad un’altra lunga tirata oratoria di 125 parole per convincere il suo interlocutore senza falsificare.

“Assolutamente, assolutamente, assolutamente” non equivale ad un “No” e trasuda un bisogno di convincere che gli innocenti de facto non hanno. 

“Qua siamo tutti in lutto. Io, la mia famiglia è in lutto per Sestina”, rivela un desiderio di nascondersi tra la folla.

Si noti che, nonostante Sestina sia l’unica vittima, il Landolfi parla, in primis, dei traumi da lui riportati “dove io ho battuto il capo eee… da dietro il cervelletto”.

Simone Toscano: Ma dove l’ha sbattuta, Sestina, la testa?

Andrea Landolfi Cudia: Eh, io questo adesso non me lo posso, non me lo ricordo di certo, perché io con affermatezza non glielo posso dire.

Un “non ricordo” va guardato con sospetto perché dire di non ricordare equivale a falsificare un vuoto di memoria.

Simone Toscano: Chi invece dice che lei quella sera forse ha aggredito anche sua nonna e che per questo sua nonna è scappata in piena… in piena notte.

Andrea Landolfi Cudia: Non è assolutamente vero, io ho scansato mia nonna con un palmo, con il dorso della mano.

Simone Toscano: Quindi si è spaventata ed è scappata, diciamo.

Andrea Landolfi Cudia: No, non si è spaventata, è rimasta là eee… ha visto Sestina che stava bene. Mia nonna è stata operata, quindi ha 9 stent e per la paura si è… si è and… dovuta andare a far vedere in ospedale.

Andrea Landolfi Cudia: Testimone c’era mia nonna e la spinta… ho ricevuto… che ho ricevuto è stata da Sestina, poi rendendosi conto che stavo per cadere mi sono aggrappato al suo braccio eee… per spirito di sopravvivenza, perché lei si è avvicinata verso di me, perché voleva recuperarmi dopo la spinta e là siamo caduti insieme.

Si noti “la spinta… ho ricevuto… che ho ricevuto è stata da Sestina”. In pratica il Landolfi attribuisce a Sestina la responsabilità della caduta.

Simone Toscano: E’ vero che c’è stato un litigio forte per gelosia?

Andrea Landolfi Cudia: Assolutamente no, io mi sono avvicinato ad una ragazza che faceva parte del pub, gli ho chiesto un tagliere o era un bicchiere di vino e poi, dopo, niente, si è ingelosita Sestina, ma una lite furibonda non c’è mai stata.

Andrea Landolfi Cudia: Lotterò fino alla fine perché io ho perso una compagna, mi hanno tolto la patria potestà eee… non vedo più mio figlio da 9 mesi. Il bambino ha detto che siamo caduti in 3, che siamo caduti in 2, che avevamo le facce belle cheee… che io ho spinto Sestina, che Sestina ha spinto a me e poi, ad un certo punto, finisce la conversazione il bambino dicendo: “E poi mi sono svegliato”. Quindi si figuri un po’.

Ancora una volta il Landolfi ha perso l’occasione per negare in modo credibile, si è dipinto come vittima nel tentativo di ingraziarsi l’interlocutore e ha mostrato, ancora una volta, un bisogno di convincere.

CONCLUSIONI

Deception Indicated

Questo articolo è stato pubblicato su Le Cronache Lucane il 6 ottobre 2019.