Analisi di stralci di conversazioni intercorse in carcere tra Massimo Giuseppe Bossetti e Marita Comi

Massimo Giuseppe Bossetti

– 23 ottobre 2014 (circa 4 mesi dopo l’arresto):

Marita Comi: Massi, come mai ti ricordi che quella sera avevi il cellulare scarico ma non ricordi cosa hai fatto o dove sei stato?. Massi, hai capito? Riesci a girare lì a Brembate per tre quarti d’ora… è tanto! Capito? Non puoi girare lì tre quarti d’ora così… a meno che non aspettavi qualcuno! Ci ho pensato Massi… eri lì quella sera, non mi ricordo all’ora che sei venuto a casa, non mi ricordo neanche cosa hai fatto… perché all’inizio eravamo arrabbiati, comunque non te l’ho chiesto, mi è uscito dopo, non mi hai mai detto cosa hai fatto! Non me l’hai mai detto!

Massimo Giuseppe Bossetti: L’ho sempre detto anche al PM. Diamo il caso che sia stato io, come voi dite, come avrei potuto fare a fermarmi davanti alla palestra o per casa sua.

Massimo Giuseppe Bossetti apre alla possibilità di aver ucciso Yara. 

Gli innocenti negano con forza ogni qualvolta ne hanno l’occasione e detestano che si sospetti di loro, pertanto non discutono sulla possibilità di essere gli autori del reato a loro contestato.

Nel 2007, nel corso di un’intervista, Paolo Stroppiana, poi condannato per l’omicidio di Marina Di modica, ha detto: “So bene quale domanda le passa per la testa. Ma se davvero avessi ammazzato Marina, non verrei certo a raccontarlo a lei, non crede?”.

Umberto Bindella, che è stato processato per l’omicidio di Sonia Marra e assolto in primo grado, nel corso di un’intervista, alla domanda del giornalista: “Hai ucciso tu Sonia Marra?”, ha risposto: “No, questa… cioè… no, ora, anch… se fosse non lo direi a lei”. Si noti che Bindella non solo non ha negato in modo credibile di aver ucciso Sonia ma ha lasciato passare il messaggio che potrebbe averla uccisa lui. 

Marita Comi: L’hai convinta a salire dicono.

Massimo Giuseppe Bossetti: Come se la conoscevo, a sto punto. Poi un’altra cosa, una ragazza si divincola, giusto?

Bossetti non è capace di negare. Con la sua risposta mostra un bisogno di convincere che gli innocenti non hanno. Bossetti non può avvalersi del cosiddetto “muro della verità” che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che posseggono coloro che dicono il vero e che gli permette di limitarsi a dire poche parole, quelle giuste.

Massimo Giuseppe Bossetti: Guarda, per me, Marita.

Marita Comi: E perchè slacciate?

Massimo Giuseppe Bossetti: Anche se dovrebbe essere stato io a rincorrerla in un campo, diciamo che in quel periodo lì pioveva o nevicava ti ricordi?

Ancora una volta Bossetti apre alla possibilità di essere coinvolto nell’omicidio.

Marita Comi: Quella sera lì no, però.

Massimo Giuseppe Bossetti: Eh, però il campo era bagnato, la terra impalciata e tutto. Se tu corri in un campo èè è facile che le scarpe si si perdano.

A 4 anni dai fatti, Bossetti mostra di sapere in quali condizioni fosse il campo di Chignolo d’Isola il 26 novembre 2010, giorno dell’omicidio di Yara Gambirasio. La sua risposta è incriminante, Bossetti è a conoscenza delle condizioni in cui era il campo la sera dell’omicidio di Yara perché è stato lui ad ucciderla.

Marita Comi: Ho capito, però dopo tre mesi.

Massimo Giuseppe Bossetti: Eh, non lo so, è un casino io voglio uscire da qua e nessuno qua mi crede. E’ venuto giù in cella a chiedermi così. So’ stanco, Marita, so’ stanco, Marita. Tutte le domande che fanno. Nessuno che vuole credermi, niente, continuano a dire che nascondo qualcuno, nascondo che ho agito con qualcuno, nascondo, non so più cosa fare.

La risposta di Bossetti è evasiva e la lunga tirata oratoria gli serve a spostare il focus. 

– 20 novembre 2015:

Marita Comi: Eri via quella sera, non mi ricordo a che ora sei venuto, non mi ricordo che cosa hai fatto e non te l’ho chiesto subito quella sera perché eravamo arrabbiati.

Massimo Giuseppe Bossetti: Usciamo sempre a fare la spesa insieme, ho detto io.

Bossetti non dice a Marita che cosa abbia fatto quella sera ma le suggerisce di riferire che erano a fare la spesa.

Marita Comi: La spesa? Ma comunque siamo sempre a casa, alla sera siamo a casa. Guarda che loro mi hanno chiesto un’ora, l’ora non mi ricordo Massi, non posso dirgli un’ora che non mi ricordo, non capisci? È per quello che non mi sento di dire bugie, Massi, devo dire solo la verità, no? La dico io e la devi dire anche tu, hai capito? Basta.

– 4 dicembre 2015: 

Marita Comi: Quella sera lì ti ricordi cos’hai fatto?

Massimo Giuseppe Bossetti: Secondo te mi ricordo?

Bossetti, per non rispondere, risponde a Marita con una domanda.

Marita Comi: Io mi ricordo che quei giorni eravamo arrabbiati. 

Massimo Giuseppe Bossetti: Ah, non mi parlavi.

Per anni, Massimo Giuseppe Bossetti ha tratto piacere dal fantasticare il controllo, le sevizie e l’omicidio di una adolescente. Nei giorni che hanno preceduto l’omicidio di Yara, Bossetti stava vivendo un momento difficile con la moglie, lo testimoniano l’assenza di telefonate e di messaggi tra di loro dal 21 al 28 novembre, giorni a cavallo del 26 novembre 2010. Con tutta probabilità, proprio la tensione che si era creata tra i due coniugi e le difficoltà incontrate sul lavoro di cui l’uomo ha parlato durante un interrogatorio:“… eh quando sono nervoso, guardi è il lavoro che a me mi porta fuori, sono legato al cento per cento col lavoro, poi ero dietro a fare i preventivi così che non mi hanno dato l’ok e la crisi che c’è oggi”, hanno avuto funzione di grilletto e hanno condotto Bossetti all’act out delle sue croniche fantasie. 

Marita Comi: Questo me lo ricordo! Non gliel’ho detto.

Massimo Giuseppe Bossetti: Sono sicuro che il telefono era scarico… ho cercato di accenderlo quando ho visto Massi che girava intorno all’edicola.

Bossetti riferisce a Marita di ricordare di aver avuto il telefono spento. Un dettaglio che prova che Bossetti ricorda perfettamente i fatti del 26 novembre 2010.

Marita Comi: Ti ricordi che eri li! Vedi? Come fai a ricordarti che è quel giorno lì che hai salutato Massi? Vuol dire che ti ricordi quel giorno lì di novembre. Non mi hai mai detto che cosa hai fatto quella sera! Quel giorno, quella sera. Io non mi ricordo a che ora sei venuto a casa, non mi ricordo.

– 16 ottobre 2014:

Marita Comi: I Gambirasio non li ho più visti, neanche alla festa. Non gliel’ho detto io… hai capito? Io non li ho mai visti.

Massimo Giuseppe Bossetti: Li hai visti al mercato, te.

Marita Comi: Sì, ma non li ho mai visti, capito? So che siamo entrati una volta al cimitero, quello gliel’ho detto, che siamo passati dentro così.

Massimo Giuseppe Bossetti: Non li abbiamo visti.

Marita Comi: No, al cimitero, passati dentro dritti per uscire dell’altra strada, ti ricordi? Carnevale.

Massimo Giuseppe Bossetti: Abbiamo cercato la tomba di Yara ma non l’abbiamo trovata, ricordi?

Marita Comi: Siamo passati di lì, abbiamo guardato così, non c’è, poi siamo usciti subito. Non è che siamo andati in giro a cercarla, eh.

Questa conversazione intercorsa tra i due coniugi prova che iI signor Gino Crepaldi, che ha raccontato di aver visto Massimo Giuseppe Bossetti al cimitero di Brembate nel settembre 2013, è credibile.

Alcuni serial killer per rinnovare le proprie fantasie si recano sulla tomba delle proprie vittime. Luigi Chiatti, il cosiddetto mostro di Foligno, rubò la fotografia dalla tomba del piccolo Simone Allegretti, un bambino di quattro anni che aveva ucciso a coltellate, foto che gli inquirenti ritrovarono in un sacchetto contenente gli abiti macchiati dal sangue della sua seconda vittima, il tredicenne Lorenzo Paolucci.

Bossetti, per alimentare le proprie fantasie e rivivere l’omicidio, si recò al cimitero e tornò sulla scena criminis prima del ritrovamento dei resti di Yara infinite volte e anche il giorno stesso del ritrovamento, e non per “volontà di verificare le condizioni del cadavere”, come ipotizzato dagli inquirenti.

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Analisi della lettera inviata da Massimo Giuseppe Bossetti al giornalista Enrico Fedocci

Massimo Giuseppe Bossetti, all’indomani della sentenza della Corte Suprema che ha confermato la condanna all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, ha inviato questa lettera ad un giornalista:

Bossetti è stato accusato di aver ucciso una ragazzina, Yara Gambirasio, ed è stato condannato in via definitiva per il suo omicidio. In questa lettera, inviata al giornalista Fedocci, non è stato capace di negare di aver ucciso Yara; non è stato capace di scrivere “Io non ho ucciso Yara” o “Io non ho ucciso la Gambirasio” o “Io non ho ucciso Yara Gambirasio”.

Quando Bossetti scrive “un innocente condannato al carcere a vita senza MAI potersi difendere” fa riferimento ad “un innocente condannato” generico non a se stesso, bob prende possesso di ciò che scrive, non è capace di scrivere “io sono innocente e sono stato condannato al carcere a vita senza essermi potuto difendere”.

Anche “Questa non è una cosa da paese civile” è una frase generica e sempre riferita al soggetto “innocente condannato” di cui ha scritto di sopra.

“Io sono INNOCENTE e lo griderò finché avrò voce” non è una negazione credibile.

Dirsi innocenti non equivale a negare di aver commesso un omicidio. E’ un modo di negare il risultato giudiziario non l’azione omicidiaria.

Se Bossetti avesse scritto “Io non ho ucciso Yara” e poi avesse aggiunto “Io sono innocente e lo griderò finché avrò voce”, in questo contesto la frase “Io sono innocente e lo griderò finché avrò voce” sarebbe stata accettabile.

Bossetti, come molti colpevoli, è capace di dire “Io sono INNOCENTE” ma non è mai stato capace di negare di aver commesso l’omicidio, né durante gli interrogatori, né durante le udienze del processo a suo carico, né durante i colloqui in carcere con i familiari. 

Bossetti non ha mai detto “Io non ho ucciso Yara”. Una frase semplice che un soggetto innocente de facto, sospettato di aver commesso l’omicidio della Gambirasio, avrebbe detto subito a chi indagava, ai propri familiari, ai giornalisti, ai propri avvocati e ripetuto ossessivamente, se necessario.

In casi come questo, gli analisti americani dicono: “If someone is unable or unwilling to say that he didn’t do it, we are not permitted to say so for him” (Se qualcuno è incapace o non vuole dire di non averlo fatto, noi non abbiamo il permesso di farlo per lui).

Relativamente alla grafia, si noti l’enfasi sulle parole “MAI”, “INNOCENTE” e “INNOCENZA!!”, Bossetti non solo scrive le tre parole in stampatello ma sottolinea “MAI” e “INNOCENZA” e aggiunge in finale due punti esclamativi.

L’enfasi è un segnale di un bisogno di persuadere che gli innocenti non hanno.

Bossetti mostra di non potersi avvalersi della protezione del cosiddetto “muro della verità” che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che posseggono coloro che dicono il vero e che gli permette di non far ricorso all’enfasi e di limitarsi a scrivere/dire poche parole, quelle giuste.

Se un soggetto accusato di aver ucciso XY afferma, senza aggiungere altro, “Io non ho ucciso XY”, è molto probabile che non abbia commesso l’omicidio. Se poi la stessa persona, riferendosi alla sua negazione, aggiunge, “Ho detto la verità”, in accordo con le statistiche, nel 99.9% dei casi è un innocente de facto, ovvero non ha commesso il delitto.

In conclusione, Bossetti non è stato capace di negare di aver ucciso la povera Yara Gambirasio neanche in questa missiva, ma spera comunque che ancora una volta le sue parole vengano interpretate come una negazione dell’azione omicidiaria dai suoi sostenitori e gli permettano di ritagliarsi un ruolo di vittima della giustizia con la “g” minuscola.

Già nel febbraio 2015 Bossetti aveva spedito una lettera alla redazione di Tgcom24/News Mediaset:

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“Non hò mai fatto male a nessuno” non è una negazione credibile, anzi è una formula usata spesso da chi ha commesso un omicidio.

“Io non ho ucciso Yara” è una negazione credibile ma bossetti non è mai riuscito a dirlo o a scriverlo. 

Bossetti scrive “ho sempre vissuto amando mia moglie e i miei figli” perché sente il bisogno di rappresentarsi come un bravo ragazzo, un bisogno che hanno i cattivi ragazzi. Si tratta del  “good guy/bad guy factor” in Statement Analysis.

“sono Innocente” non è una negazione credibile.

Dirsi innocente, come abbiamo visto in precedenza, non equivale a negare l’azione omicidiaria. In ogni caso, in questa occasione, Bossetti dice il vero, è ancora innocente de iure sebbene non lo sia de facto. Infatti, un soggetto che abbia commesso un omicidio e non sia stato ancora giudicato o che sia stato assolto è innocente de iure sebbene non lo sia de facto. 

Bossetti scrivendo “Sono Innocente, vi prego di credermi” mostra un bisogno di convincere che gli innocenti non hanno.

Inoltre, in questa breve missiva, Bossetti fa per due volte ricorso all’enfasi, scrive infatti “Innocente” con la “I” maiuscola.

Se Bossetti non avesse ucciso Yara gli sarebbe bastato pronunciare 5 parole “Io non ho ucciso Yara” e non avrebbe avuto bisogno di ricorrere ad escamotage linguistici nel tentativo di convincere i suoi interlocutori.

Questo Articolo è stato pubblicato su Le Cronache Lucane il 16 ottobre 2018.

Omicidio di Roberta Ragusa: analisi critica delle motivazioni della sentenza di condanna di Antonio Logli

La ricostruzione dei fatti è il fulcro su cui ruota un caso di omicidio, pertanto una ricostruzione senza smagliature dovrebbe essere la priorità di una procura che intenda identificare il responsabile di un delitto, degli avvocati di parte civile, della difesa di un innocente e dei giudici che emettono una sentenza ed invece purtroppo nel nostro paese manca la cultura della verità. Nel caso una procura si trovi a perseguire un colpevole, le falle nella ricostruzione dei fatti lasciano spesso spazio alla sua difesa; altre volte una ricostruzione sbagliata della procura, non smascherata dalla difesa, conduce a grossolani errori giudiziari.

Roberta Ragusa

Di seguito un’analisi critica delle motivazioni della sentenza di condanna di Antonio Logli emessa dalla Corte d’Appello di Firenze nel maggio 2018.

Secondo i giudici: “La notte della scomparsa la donna (Roberta Ragusa) è in tenuta da notte, intenta a sbrigare incombenze ordinarie, pronta ad andare a letto, il Logli è invece in soffitta a parlare con l’amante impegnato in tre successive conversazioni telefoniche l’ultima delle quali iniziata alle ore 00:17, si interrompe in pochi secondi”.

E’ vero che il Logli la notte della scomparsa di sua moglie Roberta fece tre telefonate all’amante, Sara Calzolaio:

a) una prima telefonata di 42 minuti che iniziò alle 23.08 e terminò alle 23.50;

b) una seconda telefonata di 20 minuti che iniziò alle 23.56 e terminò alle 24.16;

c) una terza telefonata di soli 17 secondi che iniziò alle 24.17,

ma non corrisponde al vero che Antonio Logli abbia fatto tutte e tre le telefonate a Sara dalla soffitta.

Di sicuro il Logli fece la prima telefonata all’amante mentre lo stesso si trovava in soffitta, è stata la stessa Sara Calzolaio a riferire agli inquirenti di aver sentito le voci dei bambini durante quella prima telefonata e che il Logli le aveva confidato di essere in soffitta. Dopo la fine di quella telefonata però, ovvero dopo le 23.50, Antonio Logli prelevò sua figlia dal letto matrimoniale e la mise nel lettino e poi lo stesso si recò in autoscuola e da lì fece le altre due telefonate. Chiamò nuovamente Sara alle 23.56 e infine alle 00.17 per un’ultimo saluto affettuoso.

Una ricostruzione confermata dal Logli in un’intervista: “Abbiamo cenato eeee i bambini sono andati a lettooo un po’ più tardi del solito, verso le 11.00, ioooo ho fatto… mmm… delle cose che avevo da fare qui, ho messo a posto della roba in soffitta, sono andato all’autoscuola”.

Inoltre non è vero che Roberta al termine della prima telefonata, ovvero intorno alle 23.50, come sostengono i giudici, fosse “intenta a sbrigare incombenze ordinarie, pronta ad andare a letto”; la Ragusa, quando il Logli scese dalla soffitta e prelevò sua figlia dal letto matrimoniale, si trovava nel letto al fianco della bambina, lo prova il fatto che il suo telefonino era e rimase sul comodino.

Il Logli, su questo punto, in una delle prime interviste, si è tradito: “(…) e poi la sera siamo andati in casa, abbiamo mangiato e come le altre sere, no, veramente, no, come le altre sere, sono andato a letto un pochino prima io di lei”, in pratica ha riferito alla giornalista che, come le altre sere, Roberta era andata a letto prima di lui e poi si è corretto dicendo che, a differenza dal solito, era andato a letto “un pochino prima” della moglie, peraltro lasciando intendere di essere a conoscenza dell’orario e del fatto che Roberta andò a letto quella sera.

Sempre secondo i giudici: “Il Logli quindi non è a letto, come da lui falsamente dichiarato, è sveglio, ha contezza di dove sia la moglie e assiste anche alla sua fuga, avvenuta in prossimità di questo orario: da tali fatti si evince con chiarezza che la donna si è allontanata in tenuta da notte sotto l’influsso di un’enorme emozione e paura che non può che essere dipesa dalla scoperta definiva dell’identità dell’amante con la qual il marito si intratteneva. Ad avviso di questa Corte la Ragusa, resa più sospettosa e guardinga dagli eventi dei giorni precedenti aveva cercato di comprendere, forse spiando, come aveva fatto già nella precedente occasione, con chi il marito si intrattenesse, finendo viceversa con l’essere essa stessa scoperta. In altri termini la Ragusa, allarmata, in stato di allerta ma ansiosa di raggiungere la verità fino ad allora sfuggita, deve essersi posta in stato di vigilanza, spiando le mosse del marito e cercando di carpirne i dialoghi, fino ad essere essa stessa scoperta: una reciproca sorpresa in flagranza con un istantaneo e terribile faccia a faccia tra i coniugi, rivelatore della scoperta della reciproca raggiunta, consapevolezza”.

Nella ricostruzione dei giudici manca un passaggio cruciale, il Logli, dopo le 23.50, dopo aver messo sua figlia a letto, andò in autoscuola; Roberta che si trovava nel letto con la propria figlia, si svegliò, si mise le scarpe da tennis che usava in palestra e che non furono mai ritrovate, e una giacca e seguì di nascosto il marito in autoscuola. Fu proprio nei locali dell’autoscuola che Roberta sentì parlare Antonio con l’amante, ma soprattutto sentì il marito chiudere l’ultima telefonata con un “Ti amo, buonanotte”, una frase che il Logli pronunciò perché credette di essere solo, ne nacque logicamente una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio che abitava poco distante.

Secondo i giudici: “La sorpresa e il terrore alimentati dalla recente esperienza, vissuta dalla donna come un tentativo di omicidio, non hanno consentito ad avviso di questa Corte che si sviluppasse tra i due alcuna discussione: non vi è stato alcun alterco, alcun litigio, alcun clamore, tanto è vero che neppure i figli sono stati svegliati o hanno percepito alcunché”. 

Non corrisponde al vero ciò che hanno scritto i giudici su questo punto, il Logli e sua moglie Roberta discussero per ben due volte quella notte:

a) la discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo dopo le 00.17 in autoscuola, per questo motivo i bambini non sentirono niente e così il titolare della scuola di ballo che aveva lasciato l’edificio poco prima. 

b) una seconda discussione impegnò i due coniugi in via Gigli, in quell’occasione un testimone, Loris Gozi, li udì. 

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare in auto (C3). Probabilmente il Logli le promise che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire.

Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia, il Logli non aveva alcun interesse a richiamare l’attenzione dei vicini perché a quel punto aveva già in mente di uccidere sua moglie. E’ Loris Gozi a confermarcelo in un’intervista: “Perché c’erano delle urla, la signora urlava, delle urla strazianti, forti. (…) Ho sentito solo urlare, ma forte, come una donna che urla fo… che urla forte”. Il Gozi sentì la voce di Roberta e non quella del Logli perché Antonio cercò di abbassare i toni, cercò di calmare sua moglie per convincerla a salire in auto in moda da condurla in una zona isolata e ucciderla.

Sempre secondo i giudici: “La Ragusa, in preda al panico percependo il grave pericolo per la propria incolumità è semplicemente e istintivamente scappata, così come si trovava, senza mettere niente altro addosso, senza portare niente con sé, e proprio attraverso i campi, come indicato dalle tracce fiutale dai cani, per sottrarsi alla vista e al prevedibile inseguimento del marito di cui aveva paura. Una fuga per la strada pubblica non sarebbe stata funzionale a detto scopo, poiché sarebbe stata visibile e raggiungibile e quanto al chiamare i suoceri, si trattava di persone che la donna sentiva distanti, fredde e non tutelanti”.

E’ un grossolano errore pensare che Roberta abbia sentito il Logli parlare con l’amante mentre si trovava in casa e che, per paura del marito, fosse fuggita tra i campi. Roberta intraprese la via dei campi non perché in preda al panico o per fuggire al Logli ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito, Sara Calzolaio, e proprio la Ragusa perché si trovava in autoscuola, peraltro a pochi passi dalla staccionata che divide il parcheggio dell’autoscuola dai campi, non ebbe accesso alle chiavi della propria auto che erano rimaste in casa. Ella infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente basse di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio. 

Il fatto che Roberta si fosse allontanata a piedi è la riprova che la discussione tra lei e il marito si consumò in autoscuola e non in casa dove si trovavano le chiavi dell’auto della donna.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa (…) e poi cambiando macchina Roberta, che è stata minacciata di morte, sta lì e m’aspetta cioè mmm è inverosimile io credo che cosa più incredibile di questa non… non ci sia”. 

Secondo i giudici: “In concomitanza con tale sequenza temporale si colloca la formidabile deposizione del Gozi che inizialmente e consequenzialmente vede il Logli in posizione statica di attesa, circa nel luogo dal quale secondo la direzione intrapresa dalla fuggitiva, la donna avrebbe dovuto prima o poi sbucare dal campo. Questa prima scena così come descritta dai testi Loris Gozi e Anita Gombi, assume il valore di conferma e di decisivo significato indiziario: i testi descrivono una situazione insignificante e di per sé non allarmante, anzi neutra, ma probatoriamente preziosa, perché strettamente complementare e reattiva per tempistica e luogo ad eventi che si erano poco prima consumati tra altre persone, in altra sede e per ragioni a loro estranee. Il Logli ha consapevolezza di essere stato notato dal teste, che aveva un’auto vistosa a lui nota, per tale motivo rientra e cambia auto, che verrà notata dalla Latona posteggiala davanti a casa, in orario che, per quanto sopra detto trattando specificamente di tale indizio, non è affatto incompatibile con la deposizione Gozi, considerando la stretta prossimità dell’abitazione e il fatto che l’avvistamento successivo del Gozi è da collocarsi a circa venti minuti o mezz’ora dopo”.

Il Logli non cambiò auto perché si accorse di essere stato visto all’interno della sua Ford Escort da Loris Gozi, come affermato dai giudici, non ne avrebbe infatti tratto alcun beneficio. Anzi, il fatto che il Gozi abbia potuto identificare non una ma due delle auto appartenenti alla famiglia Logli/Ragusa in strada quella sera, ha danneggiato Antonio Logli.

Purtroppo però inquirenti e magistrati hanno ignorato due fatti di rilievo:

a) una testimone vide il Logli pulire la strada nel punto dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort la notte della scomparsa della Ragusa e dove era stato notato dal Gozi;

b) la collaboratrice domestica di Roberta, Margherita Latona, ha sostenuto di aver visto il Logli pulire il vialetto di casa sua e proprio nel punto in cui la notte stessa della scomparsa di Roberta era parcheggiata la sua Escort.

In un’intervista, nel tentativo di sminuire il valore della dichiarazione della Latona agli inquirenti, il Logli ha detto: “Margherita Latona fece una telefonata, l’ho letto nelle carte, era affacciata allo stanzino del… dove io ho la lavatrice di casa e sotto di lei c’è uno stanzino dove tengo, diciamo, un ripostiglio, all’interno avevo una busta con della sabbia che uso per mettere nei commenti del piazzale dell’autoscuola, mentre prendo questa busta e giro per andare verso il piazzale in terra dei ragazzini avevano fatto quei disegni per fare il gioco che ci si salta dentro e mi sembravano brutti e io ho preso qualcosa e ho cominciato a grattare per vedere se lo potevo togliere, in realtà dopo poco mi so accorto che non ci facevo nulla le strisce, le righe che erano in terra son rimaste tali e quali”.

Con questa dichiarazione, il Logli ha aggiunto un tassello cruciale alla ricostruzione dei fatti della notte della scomparsa di Roberta Ragusa, ha affermato di aver usato la sabbia il giorno seguente.

La sabbia è la chiave del caso. 

La notte dell’omicidio Antonio Logli danneggiò il contenitore del filtro del gasolio della sua Ford Escort station wagon ed il giorno dopo pulì sia la strada che il vialetto per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte precedente aveva stazionato in quei due luoghi.

Contenitore e filtro del gasolio

Loris Gozi vide Antonio Logli fermo dentro la sua Ford Escort station wagon a fari spenti, in via Gigli, tra le 00.30 e le 00.40.

La notte del 13 gennaio 2012 la domestica vide la Ford Escort del Logli parcheggiata nel vialetto poco dopo le 00.40.

Il Logli, la notte dell’omicidio, maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina non perché lo vide il Gozi, come erroneamente affermato dai giudici nelle motivazioni della sentenza, ma per non rischiare che l’auto danneggiata, ovvero la sua Escort, lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta.

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta. 

E’ logico inferire che il Logli non avrebbe perso tempo a riempire con la sabbia i commenti del piazzale dell’autoscuola sia nel caso fosse stato preoccupato per la scomparsa di Roberta sia nel caso l’avesse uccisa, pertanto si può concludere che abbia usato la sabbia per asciugare il gasolio colato dalla sua auto sulla pavimentazione del vialetto. 

Il Logli pulì la strada ed il vialetto di casa sua per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse dato che era la riprova che la sera della scomparsa della moglie si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo, pur sapendola danneggiata, usò la sua auto per raggiungere il cimitero al mattino dopo, lo fece per lasciare l’auto a debita distanza da casa, per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quindi quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni in quanto vi erano ancora chiazze di gasolio dove la sua auto era stata ferma quella notte.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa, poi dopo, siccome io sarei stato visto, ho cambiato macchina, cioè cosa sarebbe cambiato cambiando macchina? Se m’hai visto, m’hai visto”. 

Secondo i giudici: “A tale proposito vengono citate le dichiarazioni rese da un amico dell’imputato (…) propose di fare un giro in macchina transitando dai due cimiteri ove erano seppelliti i genitori della Ragusa. Saliti sulla Ford di proprietà dell’imputato e giunti al cimitero  di Pisa, si constatò tuttavia che il motore dell’auto non si avviava, nonostante l’imputato provasse a caricare il circuito di alimentazione del gasolio con l’apposita pompa del vano motore.  A quel punto veniva chiamato il padre dell’imputato che giungeva dopo circa 15/20 minuti e li riaccompagnava a casa (…) A tale proposito affermava che la problematica al  motore dell’auto, a dire dell’imputato si verificava frequentemente e che egli stesso, guardando il  vano motore, notava che il contenitore del filtro del gasolio era avvolto in una pellicola trasparente del tipo da cucina”.

E’ in questo stralcio di motivazioni la conferma del fatto che il Logli si era accorto prima di giungere al cimitero che il contenitore del filtro era rotto, lo aveva infatti già rivestito con la pellicola da cucina. 

Antonio Logli

Secondo i giudici: “Il delitto non era certo stato programmato per quella data e in quella occasione, come attestano le circostanze accertate e finanche la mancanza da parte del Logli della possibilità di approntare e addurre più adeguate e logiche circostanze della scomparsa della moglie e di costruire un albi più solido a suo favore, ma tuttavia proprio dal mancato ritrovamento del corpo si deve escludere che si sia trattalo di dolo d’impeto.
In qualunque modo ne abbia cagionato la morte, il mancato rinvenimento del corpo nonostante le già illustrate massicce ricerche, e a prescindere dalla circostanza tecnica che non sia stata contestata la premeditazione, indica chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie, significativamente e a ragion veduta temuta dalla povera Ragusa, ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi. La notte dei fatti invece la situazione è precipitata, con la scoperta da parte della Ragusa, sorpresa a sua volta dal marito e la immediata resa dei conti culminata nel terrore e nella fuga della donna raggiunta e coattivamente trattenuta, e nella sua soppressione. Insomma la mancata scoperta del corpo e delle modalità esecutive dell’omicidio qualificano in modo vieppiù negativo la personalità dell’autore e la sua capacità criminosa, la freddezza nell’ideazione, la precisione nell’esecuzione, e infine l’efficacia nella soppressione del corpo”.

I cadaveri si trovano più spesso per caso che durante le ricerche, pertanto è proprio la casistica ad indurci a dubitare che il fatto che il corpo di Roberta Ragusa non sia stato ritrovato indichi “chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie (…) ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi”

Ed è proprio il modo in cui il Logli tentò di uccidere Roberta, ovvero facendola cadere dalle scale, che ci permette di escludere che, prima della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, lo stesso avesse pensato di farne sparire il corpo.

Il Logli premeditò l’omicidio di Roberta e pensò al luogo dove avrebbe potuto occultarne il cadavere (lo stesso luogo dove la uccise) mentre si trovava all’interno della sua Ford Escort quella stessa notte, in precedenza aveva pensato di sopprimerla simulando un incidente, pertanto non aveva avuto necessità di pensare ad un luogo dove nasconderne il cadavere. In altre parole, il Logli non era preparato al susseguirsi degli eventi della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012.  

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Analisi di uno stralcio di una telefonata intercorsa tra Massimo Giuseppe Bossetti e sua moglie Marita

Marita Comi

Marita Comi: Come stai tu?

Massimo Giuseppe Bossetti: Eh.

Marita Comi: Come stai?

Massimo Giuseppe Bossetti: Vado avanti, combatto, puoi immaginare cosa sia il mio stato d’animo in attesa della cassazione.

Marita Comi: Fatti forza. 

Massimo Giuseppe Bossetti: Nel frattempo… stai tranquilla, non preoccuparti, capito? Non preoccuparti di niente. Sai che lotto e combatto per tutto.

Marita Comi: L’importante che…

Massimo Giuseppe Bossetti: Non vedo l’ora che qualcosa di positivo possa cambiare, no?

Marita Comi: L’importante che resisti tu.

Massimo Giuseppe Bossetti: Resisti io… ci spero tantissimo, Mari, perché sono stanco… stanco di continuare a subire tutto ingiustamente ed essere visto per quello che non sono.

Marita Comi: Eh, lo so Massi.

Massimo Giuseppe Bossetti: Stanco, stanco di quel posto qua, stanco, stanco di tutto. Infine non ho mai chiesto… eri presente anche tu, no?… non ho mai chiesto un’assoluzione, ho semplicemente… e continuo a chiedere di poter ripetere un dato scientifico che fugherebbe ogni dubbio. Non so, ci vuole tanto a capirlo?

Si noti che Bossetti dice una frase inaspettata ovvero “non ho mai chiesto l’assoluzione”. 

Marita Comi: E’ quello che chiediamo tutti, che vogliamo tutti.

Massimo Giuseppe Bossetti: Sai cosa spero Mari?

Marita Comi: Cosa?

Massimo Giuseppe Bossetti: Ma io spero sinceramente che questi giudici stavolta non siano più… che non sorvolino come hanno fatto gli altri, che siano più corretti scrupolosi ma soprattutto coraggiosi nel valutare tutto senza lasciare nulla di intentato.

Marita Comi: Che abbiano una coscienza.

Massimo Giuseppe Bossetti: Eh, ma è sempre quello che ti dicevo, no? E che mi diano una volta per tutte quello che chiedo da anni e che continuo a chiedere.

Marita Comi: Certo, lo speriamo tutti.

Questa telefonata, che è stata registrata da Marita Comi e poi diffusa, è un classico esempio di cosa significhi rivolgersi ad un “undisclosed recipient” ovvero ad un soggetto che non è quello con cui si sta parlando.

In un’occasione Massimo Giuseppe Bossetti ha riferito alla moglie di non aver chiesto l’assoluzione. Perché un innocente non dovrebbe chiedere ai giudici di assolverlo? Perché un innocente dovrebbe sottilineare di non aver chiesto ai giudici di assolverlo? “non ho mai chiesto… eri presente anche tu, no?… non ho mai chiesto un’assoluzione” rappresenta un’ammissione tra le righe.

Ciò che manca in questa telefonata è una frase di poche parole che Bossetti non è mai riuscito a pronunciare “Io non ho ucciso Yara”.

Nella telefonata di un soggetto che si dice innocente, registrata pochi giorni prima della sentenza della Suprema Corte, ci saremmo aspettati di trovare frasi del tipo: “Io non ho ucciso Yara”, “Non sono un assassino, eppure sto rischiando una conferma della condanna all’ergastolo”, Dov’è la giustizia nel nostro paese?”, ed invece Bossetti ha detto a Marita di non aver chiesto “un’assoluzione”.

Marita Comi ha recentemente dichiarato: “Ho fiducia perché Massimo non ha fatto niente. Ne sono sicura al 100 per cento”.

La Comi mostra di non credere al marito in quanto non dice “Ho fiducia perché Massimo non ha ucciso Yara” ma “Ho fiducia perché Massimo non ha fatto niente”. “non ha fatto niente” è una frase generica che si riferisce ad un periodo di tempo indeterminato, di conseguenza la Comi può non esporsi nell’aggiungere “Ne sono sicura al 100 per cento”.

Omicidio Lidia Macchi: intervista alla criminologa Ursula Franco, consulente della difesa (intervista)

La criminologa Ursula Franco si è occupata di casi importanti, recentemente ha fornito una consulenza alla difesa di Stefano Binda, condannato all’ergastolo per un omicidio del 1987. Lidia Macchi è stata uccisa con numerose coltellate il 5 gennaio 1987 nel bosco di Cittiglio.

Le Cronache Lucane, 11 ottobre 2018

Dottoressa Franco, come si risolve un caso vecchio di decenni, un cosiddetto Cold Case?

I motivi per i quali un caso non viene risolto sono due: o ci sono state mancanze investigative o non si sono tratte le giuste conclusioni dopo aver esaminato le risultanze delle indagini, pertanto non è detto che un caso vecchio di decenni si possa sempre risolvere.

Lidia Macchi

Nel caso dell’omicidio di Lidia Macchi, è agli atti il nome dell’assassino?

No. Le indagini sono state lacunose e sono stati fatti errori grossolani nella ricostruzione dell’omicidio e riguardo al movente. Gli interrogatori delle persone informate sui fatti, risalenti al 1987, non solo sono interrogatori alla vecchia maniera dove sono assenti le domande e le risposte non sono state trascritte fedelmente ma sono incompleti, nel senso che non si è indagato sui movimenti degli amici di Lidia relativi al pomeriggio del 5 gennaio 1987 in specie tra le 17.00 e le 18.00, un orario chiave.   

In ogni caso, nonostante le lacune investigative, anche a distanza di decenni, con tutta probabilità si sarebbe potuto isolare il DNA dell’omicida di Lidia dai suoi abiti ma gli stessi sono stati distrutti. In omicidi così vecchi solo una eventuale prova scientifica capace di collocare senza ombra di dubbio un indagato sulla scena del crimine permette di attribuirgli la responsabilità. E’ però necessario che a monte si possa contare su una ricostruzione dell’omicidio impeccabile, senza smagliature, è da lì che bisogna partire.

Che cosa si sarebbe potuto trovare sugli abiti di Lidia?

Il sangue del suo assassino. Quando un soggetto colpisce una vittima con numerose coltellate, come in questo caso, di frequente si ferisce, perché dopo i primi colpi il coltello si sporca di sangue e gli scivola dalle mani, in specie quando lo stesso, dopo aver colpito il tessuto osseo, si arresta.

Dottoressa chi si trovava alla guida dell’auto al momento dell’aggressione?

La povera Lidia. Lo provano la posizione avanzata del sedile del guidatore e la dinamica dell’aggressione.

Vuole ricostruire per noi l’omicidio di Lidia?

Certamente. Lidia raggiunse il bosco di Sass Pinin alla guida della sua auto, l’assassino, che era seduto sul sedile del passeggero, scese, si diresse dalla parte del guidatore, aprì la portiera e le inferse le prime coltellate, Lidia tentò di parare i colpi, uno dei primi la attinse alla mano sinistra. La ragazza si difese con la mano sinistra perché tra l’aggressore e la sua mano destra si trovava il volante dell’auto. La Macchi, dopo aver parato uno dei primi colpi con la mano sinistra si mosse verso il sedile del passeggero, spostò il busto verso destra e mise il piede destro avanti, poi il sinistro, lasciando indietro la gamba destra allungata che venne attinta dal colpo sotto il gluteo. A questo punto Lidia crollò temporaneamente sul sedile del passeggero e lo macchiò di sangue. Il sangue repertato sul sedile del passeggero non è sangue proveniente dalla mano sinistra ma dalla ferita sotto il gluteo destro. Poco dopo Lidia si mosse e i suoi pantaloni assorbirono, all’altezza del gluteo sinistro, parte del sangue presente sul sedile che era fuoriuscito dalla ferita infertale sotto il gluteo destro. Lidia riuscì infine ad uscire dall’auto ma venne raggiunta dall’aggressore che fece il giro dell’auto dall’esterno e l’accoltellò prima anteriormente e poi posteriormente e si dileguò. 

Chi coprì il cadavere di Lidia con un cartone?

Non l’omicida che non era certamente un soggetto capace di rimorso ma qualcuno che era solito frequentare quei luoghi e che non si rivolse alle forze dell’ordine perché probabilmente era un pregiudicato, posto che il cadavere della Macchi rimase a lungo in balia degli avventori di quel luogo, coppiette, prostitute, transessuali, tossicodipendenti e spacciatori. Lidia infatti fu uccisa la sera del 5 gennaio ed il suo corpo venne ritrovato dagli amici nella mattinata del 7.

Quindi se Lidia si trovava alla guida e non fu l’assassino a coprire il cadavere con un cartone perde di consistenza l’ipotesi che ad uccidere Lidia sia stato un conoscente?

Posso dirle che non c’è nulla agli atti che lasci pensare che Lidia conoscesse il suo assassino.

E allora chi la uccise?

L’ipotesi più probabile è che Lidia sia stata una vittima casuale di un predatore violento. Chi uccise Lidia si organizzò per uccidere, condusse l’arma con sé e lasciò al caso la scelta della vittima. La casistica insegna, alcuni predatori sono abili manipolatori capaci di di conquistare la fiducia delle loro vittime. Il contesto in cui Lidia raccolse il suo assassino è la chiave: un ospedale, un luogo dove non è difficile muovere a compassione, è probabile che quello che si sarebbe rivelato poi il suo assassino l’abbia convinta ad accompagnarlo da qualche parte, forse alla stazione di Cittiglio, che si trova poco distante dal bosco di Sass Pinin, luogo del ritrovamento del cadavere.

Chi scrisse IN MORTE DI UN’AMICA?

Semplicemente un amico con tutta probabilità appartenente al Movimento di Comunione e Liberazione, non l’assassino. Chi scrisse la poesia fece infatti riferimento ad una errata ricostruzione dei fatti, ovvero lasciò intendere che Lidia fosse stata uccisa durante un tentativo di stupro, un’ipotesi della prima ora condivisa da parenti, amici, conoscenti, giornalisti e grande pubblico ma smentita dall’autopsia.

Dottoressa Franco, in questo caso giudiziario c’è qualcuno che sa e tace?

Certamente, sono tre le persone che potrebbero far scagionare Binda, l’assassino di Lidia, che però dopo 31 anni potrebbe pure essere passato a miglior vita; l’autore della poesia anonima IN MORTE DI UN’AMICA, cui appartiene il DNA repertato nella colla della busta e un altro soggetto di sesso maschile che incontrò Lidia nel pomeriggio del giorno della sua morte tra le 17.00 e le 18.00; gli ultimi due, ritengo che fossero coetanei di Lidia e, se ci atteniamo alle tavole di mortalità, possiamo aspettarci che siano ancora in vita.

Stefano Binda

Riguardo all’alibi di Stefano Binda che può dirci?

Stefano Binda, sentito il 13 febbraio 1987, all’indomani della morte di Lidia, riferì di essere stato a Pragelato dal primo gennaio al 6 gennaio 1987. Il fatto che gli inquirenti non si siano accertati della veridicità del suo alibi e che dopo 30 anni gli amici che parteciparono a quella vacanza non si siano ricordati di lui non può ritorcersi contro Stefano Binda, sono da biasimare in merito soltanto coloro che nel 1987 si occuparono delle indagini relative all’omicidio di Lidia Macchi e che non controllarono il suo alibi, che non si informarono su chi si fosse recato a Pragelato. Peraltro, l’amico Donato Telesca, che ricorda di essersi intrattenuto al bar con Binda durante quella vacanza, ha un buon motivo per ricordarsi di quei giorni, gli era accaduto infatti di perdersi e di doversi rivolgere ai Carabinieri. Vede il fatto che alcuni ragazzi si siano ricordati, anche a distanza di tanti anni della frattura della gamba del responsabile del Movimento, di uno scherzo o della notizia della scomparsa di Lidia e non di Stefano Binda non esclude che Binda si trovasse a Pragelato perché è risaputo che solo i ricordi con un certo impatto emotivo si conservano a lungo. E aggiungo che se Binda avesse ucciso la Macchi non avrebbe avuto un alibi pertanto avrebbe confermato la dichiarazione del Sotgiu, risalente al 13 febbraio 1987, che, sbagliandosi, aveva riferito agli inquirenti di essere stato al cinema con Binda la notte dell’omicidio ed invece il Binda lo smentì, evidentemente perché un alibi l’aveva: Stefano Binda si trovava con gli amici in vacanza a Pragelato.

La cosiddetta superteste Patrizia Bianchi

Infine, che cosa pensa del contributo dato alle indagini dall’ex amica di Binda, quella Patrizia Bianchi ritenuta un superteste dell’accusa?

Le informazioni fornite dalla Bianchi non sono di nessun interesse, peraltro la teste durante la sua deposizione ha dissimulato e ha usato alcuni escamotage linguistici per apparire convincente, in specie non ha riferito il vero in merito alla telefonata intercorsa tra lei e Stefano Binda il 7 gennaio 1987 in cui fu la stessa Bianchi a parlare di una eventuale arma del delitto.

Dottoressa Franco, che cosa pensa dei giudizi emessi sul caso da alcuni personaggi? 

Si tratta di un pessimo pourparler fatto in nome dello spettacolo e messo in scena sulla pelle del povero Stefano Binda da soggetti spesso privi di competenze o a digiuno del caso; dubito fortemente che questi signori abbiano avuto accesso agli atti ma soprattutto dubito che questi campioni dello sprezzo dei diritti umani abbiano investito circa 400 ore del loro tempo nella lettura degli stessi.

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Delitto Macchi, una poesia ha portato un innocente in carcere (intervista)

Lidia Macchi

Intervista alla criminologa Ursula Franco sull’omicidio della studentessa uccisa a coltellate 30 anni fa in un bosco nel Varesotto

Stylo24, 9 ottobre 2018

Lidia Macchi è stata uccisa a 21 anni, il 5 gennaio 1987 in un bosco non distante dall’ospedale di Cittiglio (Varese) dove si era recata a trovare un’amica. Stylo24 ha intervistato la criminologa Ursula Franco su questo caso di omicidio vecchio di decenni, un omicidio per il quale un ex conoscente della vittima, Stefano Binda, è stato condannato all’ergastolo dopo che allo stesso è stata attribuita una missiva anonima recapitata a casa della vittima 4 giorni dopo il delitto.

Dottoressa Franco sappiamo che lei sostiene che l’omicidio di Lidia Macchi non sia un caso di interesse grafologico, perché?

Perché la poesia “IN MORTE DI UN’AMICA” non è stata scritta dall’assassino ma da un soggetto che non aveva altre informazioni riguardanti il delitto se non quelle rese pubbliche dai media e dalla famiglia. Attribuire la lettera a Stefano Binda equivale ad escludere che lo stesso sia l’autore dell’omicidio. Chi scrisse la lettera ipotizzò infatti un “movente” condiviso da familiari e giornalisti, ovvero un tentativo di stupro che non c’è mai stato. Vi rimando all’analisi completa della poesia che ho pubblicato sul mio blog (MALKE CRIME NOTES) dove ho analizzato anche la cosiddetta “lettera d’amore” ritrovata nella borsa di Lidia che in realtà non è che una preghiera/confessione in cui la Macchi si rivolge al Signore Gesù Cristo.

Riguardo al fatto che l’assassino possa essere stato un conoscente di Lidia, che può dirci?

Dagli atti non emerge nulla che lasci pensare che Lidia conoscesse il suo assassino. Il contesto è la chiave: Lidia raccolse il suo assassino in un luogo particolare, un ospedale, questo soggetto può essersi spacciato per un medico o per un infermiere o per un parente addolorato o per disabile ed aver convinto la povera Lidia ad accompagnarlo da qualche parte, forse alla stazione di Cittiglio, che si trova poco distante dal bosco di Sass Pinin, luogo del ritrovamento del cadavere.

Può dirci chi si trovava alla guida dell’auto al momento dell’aggressione?

Lidia. Lo provano la posizione avanzata del sedile del guidatore e la dinamica dell’aggressione. 

Come andarono i fatti?

Lidia si trovava alla guida della sua auto, l’assassino, che era seduto sul sedile del passeggero, scese, si diresse dalla parte del guidatore, aprì la portiera e le inferse le prime coltellate, Lidia tentò di parare i colpi, uno dei primi la attinse alla mano sinistra. La ragazza si difese con la mano sinistra perché tra l’aggressore e la sua mano destra si trovava il volante dell’auto. La Macchi, dopo aver parato uno dei primi colpi con la mano sinistra si mosse verso il sedile del passeggero, spostò il busto verso destra e mise il piede destro avanti, poi il sinistro, lasciando indietro la gamba destra allungata che venne attinta dal colpo sotto il gluteo. A questo punto Lidia crollò temporaneamente sul sedile del passeggero e lo macchiò di sangue. Il sangue repertato sul sedile del passeggero non è sangue proveniente dalla mano sinistra ma dalla ferita sotto il gluteo destro. Poco dopo Lidia si mosse e i suoi pantaloni assorbirono, all’altezza del gluteo sinistro, parte del sangue presente sul sedile che era fuoriuscito dalla ferita infertale sotto il gluteo destro. Lidia riuscì infine ad uscire dall’auto ma venne raggiunta dall’aggressore che fece il giro dell’auto dall’esterno e l’accoltellò prima anteriormente e poi posteriormente e si dileguò. 

Gli inquirenti ipotizzarono che ad uccidere la Macchi fosse stato un conoscente in quando il suo cadavere fu ritrovato sotto un cartone.

Non fu l’assassino a coprire con il cartone il cadavere della Macchi, il lungo tempo intercorso tra l’omicidio e il ritrovamento del cadavere ed il tipo di omicidio, un omicidio premeditato e a sangue freddo, dove non c’è spazio per il rimorso, ci permettono di inferire che a coprire il corpo esanime di Lidia fu un soggetto estraneo all’omicidio che, forse, in quanto pregiudicato, non si rivolse alle forze dell’ordine, posto che la zona era frequentata da coppiette, prostitute, transessuali, tossicodipendenti e spacciatori.

Stefano Binda

Che può dirci delle stelline presenti negli scritti dei protagonisti di questa vicenda?

Negli anni ’80 era molto comune tra i liceali di tutta Italia aggiungere delle stelline ai propri scritti senza attribuire alle stelle a 5 punte alcun significato politico. E’ pertanto da escludere che una sorta di codice in uso a Stefano Binda venisse condiviso da Lidia Macchi e da Patrizia Bianchi anche perché Binda disegnò una sorta di stella al fianco di una mezzaluna in due sole occasioni, in una cartolina inviata alla Bianchi e in un foglio di una sua agenda di Binda. 

E riguardo alla poesia di Cesare Pavese, “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”, definita cavallo di battaglia del Binda, ritrovata nella borsa di Lidia?

Lidia è stata uccisa nel 1987, mentre era iscritta al secondo anno di università e proprio nell’epoca in cui del poeta Cesare Pavese si parlava negli incontri di Comunione e Liberazione, pertanto il fatto che all’interno della sua borsa sia stata ritrovata una poesia di Pavese non la collega a Binda che peraltro di sicuro neanche al liceo era l’unico a detenere una conoscenza esclusiva delle opere del noto poeta.

Patrizia Bianchi

Abbiamo letto la sua analisi delle dichiarazioni di quella che è stata considerata dall’accusa una super teste, l’ex amica di Binda, Patrizia Bianchi.

La teste Patrizia Bianchi non ha fornito informazioni di alcun interesse ai fini investigativi. Durante la sua deposizione, la Bianchi ha dissimulato e ha usato alcuni escamotage linguistici per apparire convincente; in specie non ha riferito il vero in merito alla telefonata intercorsa tra lei e Stefano Binda il 7 gennaio 1987 in cui fu la stessa Bianchi a parlare di una eventuale arma del delitto.

Dottoressa, allo stato degli atti lei ritiene che si possa identificare l’assassino di Lidia?

No. In specie nei casi vecchi di decenni, l’unica certezza viene dalla prova scientifica, solo un DNA ritrovato sul cadavere o sulla scena del crimine, che non possa essere finito lì se non durante la commissione del delitto, permette di individuarne l’autore. Gli abiti di Lidia Macchi, gli unici reperti sui quali si sarebbe potuto isolare il DNA dell’assassino, sono stati distrutti. Infatti le uniche tracce di DNA che sarebbero state utili ad identificare l’omicida con certezza sarebbero state eventuali tracce ematiche presenti sugli abiti della vittima. Di frequente un aggressore che si serve di un’arma da taglio e colpisce la sua vittima con numerose coltellate, come in questo caso, si ferisce, perché dopo i primi colpi il coltello si sporca di sangue e gli scivola facilmente dalle mani, in specie quando lo stesso, dopo aver colpito il tessuto osseo, si arresta. Pertanto, all’epoca dei fatti si sarebbe dovuto analizzare ogni singola traccia ematica presente sugli abiti di Lidia nel tentativo di identificarne almeno una non appartenente alla vittima.

Lidia Macchi è stata da subito equiparata ad una Maria Goretti, che ne pensa?

In un caso giudiziario, il più grande regalo che si possa fare alla famiglia di una vittima non è idealizzarla trasformandola in un’icona contro la sua volontà, è invece cercare la verità e attraverso questa la giustizia. In generale, idealizzare una vittima impedisce alla verità di emergere e conduce a conseguenze disastrose: spalanca la porta all’errore giudiziario e la chiude proprio alla giustizia.

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Omicidio di Lidia Macchi: analisi delle dichiarazioni della teste Patrizia Bianchi

Patrizia Bianchi

PREMESSA GENERALE

L’analisi linguistica di un interrogatorio, di una deposizione o di un’intervista si basa sul confronto tra ciò che ci aspettiamo che un soggetto dica e ciò che invece dice.

I non addetti ai lavori ritengono che la maggior parte della gente menta ed invece il 90% dei soggetti che non raccontano la verità, dissimulano, ovvero non raccontano menzogne ma semplicemente nascondono alcune informazioni senza dire nulla di falso. Chi dissimula fa affidamento sull’interpretazione delle sue parole da parte dei propri interlocutori.

In generale la dissimulazione è considerata meno riprovevole della falsificazione perché è un comportamento passivo che fa sentire meno in colpa. Peraltro, chi dissimula può giustificarsi più facilmente di chi falsifica, ad esempio sostenendo di non aver detto tutto per dimenticanza.

I soggetti che dissimulano evitano lo stress che produce il falsificare, uno stress che è dovuto non solo al senso di colpa, posto che anche i soggetti privi di empatia, come possono esserlo i sociopatici, fanno ricorso più frequentemente alla dissimulazione che alla falsificazione, ma spesso al fatto che falsificare li espone maggiormente, rendendoli vulnerabili e quindi a rischio di essere scoperti e accusati di essere dei bugiardi. Le dichiarazioni di chi dissimula sono comunque utili per ricostruire i fatti. 

Dissimulano senza provare senso di colpa coloro che si ritengono paladini di una “nobile causa”. Tale fenomeno si chiama “Noble Cause Corruption” ed è ben noto a chi si occupa di errori giudiziari. Sia chiaro che non esistono giustificazioni né alla falsificazione né alla dissimulazione e che solo dicendo il vero si favorisce l’accertamento della verità e di eventuali responsabilità. 

Analisi di un primo stralcio

Riguardo alla conversazione intervenuta tra Patrizia Bianchi e Stefano Binda il giorno 7 gennaio 1987 su una eventuale arma del delitto, riporto e analizzo uno stralcio di un verbale d’udienza del 7 luglio 2017. L’analisi è in neretto.

BIANCHI: Io quel giorno telefonai subito a Stefano (…) dissi… perché volevo dire “Guarda che hanno trovato Lidia uccisa ma io non so esattamente come l’hanno uccisa”, invece di dire questa cosa dissi… (interrotta dalla PM).

PM: Scusi mi sono distratta.

Si noti che, dopo il primo “dissi”, la teste si autocensura e poi non dice che cosa disse al Binda ma riferisce che cosa avrebbe voluto dire. Chi è chiamato a riferire ciò che ha detto in una certa occasione non ha motivo di riferire ciò che avrebbe voluto dire, la Bianchi mostra di voler prendere tempo per rispondere riferendo informazioni non necessarie. Purtroppo poi la Bianchi viene interrotta.

(…)

PM:  Va bene allora, in quel mercoledì le telefona Cattari e le dice: Hanno trovato Lidia. Lei cosa fa?

BIANCHI: Allora io telefono subito al mio amico. 

PM:  Stefano.

BIANCHI: Stefano, per dirglielo. E appunto mentre gli raccontavo che era morta Lidia, mi sono resa conto che non mi aveva detto Cattari come era stata uccisa.

Si noti che la Bianchi non dice: “Ho detto a Stefano che Lidia era morta” ma un generico “mentre gli raccontavo che era morta Lidia” che le permette di riferirsi all’intera conversazione.

PM: Ma che fosse stata uccisa era pacifico dalla telefonata di Cattari?

Da notare che la PM si riferisce alla telefonata intercorsa tra la Bianchi e il Cattari, non a quella intercorsa tra la Bianchi e il Binda, nessuno ha mai messo in dubbio che il Cattari avesse informato la Bianchi della morte di Lidia. 

BIANCHI: Sì, sì, sì.

Si noti l’enfasi. Immaturità? Desiderio di compiacere? O entrambi? L’enfasi stona non poco in una deposizione in un processo per omicidio.

PM: Sì?

BIANCHI: Sì, sì, era stata trovata eccetera.

Si noti ancora la ripetizione del “Sì”. 

E’ interessante che la Bianchi in una deposizione così delicata, in un processo per omicidio, usi un termine vago come “eccetera”, non è un caso, la Bianchi dissimula ed il suo è un tentativo di chiudere l’argomento lasciando ai suoi interlocutori l’interpretazione del termine “eccetera”.

PM: No, “eccetera” signora, è importante. Era stata trovata morta perché le è venuto un ictus da sola nella notte o era stata trovata morta assassinata?

La PM se ne accorge e la invita ad essere precisa.

BIANCHI: No, no, uccisa.

Si noti l’enfasi sul “No”. 

PM: Le ha detto anche come?

BIANCHI: No. Non mi ha detto come e mentre stavo raccontando a Stefano questa cosa, ho, come dire… volevo dirgli “Guarda”… (interrotta dalla PM).

Da notare che per la seconda volta la PM interrompe la teste e sempre mentre la stessa sta per riferire che cosa disse al Binda.

Si noti che, ancora una volta, la Bianchi non dice che cosa disse esattamente al Binda ma afferma “mentre stavo raccontando a Stefano questa cosa”

“questa cosa” quale? “questa cosa” è un termine vago, la Bianchi continua a dissimulare.

Infine, invece di dire che cosa disse al Binda torna a riferire alla PM per la seconda volta che cosa avrebbe voluto dirgli “volevo dirgli “Guarda”…”.

PM: Lo dica bene, lo dica bene, lei telefona a Stefano e gli dice?

BIANCHI: E gli dico: “Guarda… eh….”, no, voglio fare una premessa nel senso che volevo dirgli “Guarda che non so come è stata uccisa perché Cattari non me l’ha detto”, invece mi è uscito: “Non… ehm… non trovano l’arma del delitto!”. Mentre lo dicevo ho detto: “Ma cosa sto dicendo!” No? E stavo dicendogli: “Guarda che ho sbagliato a dire”, e lui però mi ha subito violentemente chiesto: “Cosa hai detto dell’arma del delitto?”. Ma come non aveva fatto mai, cioè mi ha aggredito di continuo. Perché io cercavo di spiegargli: “Guarda, no, ma aspetta un attimino perché io ho sbagliato a parlare, volevo dire un’altra cosa e lui ripetutamente mi ha detto… voleva sapere dell’arma del delitto “Dimmi cosa hanno detto dell’arma del delitto?”. E a me… lì avevo detto “Vabbe’ ma cosa ti importa? Cioè non sarai mica stato tu, no?”, però… come dire, come pensiero che mi è passato e che è subito stato archiviato, perché cioè… 

Si noti che la Bianchi,  mentre sta per dire ciò che avrebbe detto al Binda “E gli dico: “Guarda… eh….” si autocensura. E’ la seconda volta che la teste si autocensura e sempre mentre sta per riferire il contenuto della telefonata; la prima volta dopo aver detto “Io quel giorno telefonai subito a Stefano (…) dissi… perché volevo dire”, la Bianchi si è interrotta dopo il “dissi” per fare una premessa e per poi non concludere la frase relativa al contenuto della telefonata. 

E’ ancora di nessuna utilità il riferimento che la Bianchi fa a ciò che avrebbe voluto dire al Binda ma che non gli disse, ciò che ci interessa è ciò che effettivamente gli disse. 

Finalmente la Bianchi riferisce alla PM le parole dette al Binda, lo fa con un ritardo significativo rispetto alla prima domanda sul tema rivoltale e dice “Guarda… Non… ehm… non trovano l’arma del delitto!”. 

In sintesi la Bianchi chiamò il Binda e gli disse, senza fare alcuna premessa, che non si trovava l’arma del delitto, è stata lei a dircelo e a dirci anche di essersi subito resa conto di aver “sbagliato a dire” in quanto dopo aver detto che cosa disse al Binda aggiunge “Mentre lo dicevo ho detto: Ma cosa sto dicendo! No? E stavo dicendogli: Guarda che ho sbagliato a dire” e “Guarda, no, ma aspetta un attimino perché io ho sbagliato a parlare, volevo dire un’altra cosa”.

A questo punto la domanda del Binda “Dimmi cosa hanno detto dell’arma del delitto?” non può che apparire logica. Fu la Bianchi ad introdurre il tema “arma del delitto” ed è chiaro che, poiché lo fece senza riferire a Stefano Binda che la Macchi era stata uccisa, il Binda le chiese di spiegarsi. 

Peraltro la frase “Dimmi cosa hanno detto dell’arma del delitto?” non rappresenta l’esatta riproduzione delle parole pronunciate dal binda il 7 gennaio del 1987 ma un’interpretazione delle stesse operata dalla teste Bianchi.

Da notare che Patrizia Bianchi, pur conoscendone i diversi significati ed essendo consapevole di essere stata chiamata a testimoniare in un processo dove l’imputato rischia l’ergastolo, non è volutamente chiara, infatti in ben due occasioni usa un escamotage linguistico, ovvero sostituisce il verbo “detto” al verbo “pensato”: “Mentre lo dicevo ho detto: Ma cosa sto dicendo!” e “lì avevo detto: Vabbe’ ma cosa ti importa? Cioè non sarai mica stato tu, no?”.

PM: Perché Stefano era il suo amico del cuore.

BIANCHI: Esattamente. Ma mi sono anche vergognata di averlo fatto. Però mi ha colpito tantissimo questa violenza che non aveva mai usato con me.

Ancora una volta la Bianchi ammette il proprio errore dicendo “Ma mi sono anche vergognata di averlo fatto”.

E mostra ancora una volta di aver bisogno dell’enfasi, si notino i termini “tantissimo” e “violenza”. Si noti anche che la Bianchi associa alla parola “violenza” il termine “usato” senza specificare di che tipo di “violenza” stia parlando.

(…)

BIANCHI: Da una parte violenta, dall’altra parte continuativa, cioè non mi lasciava spiegare e continuava a dirmi “Cosa hai detto?”, “Ti ho detto: Cosa hai detto dell’arma del delitto?”.

Ancora una volta occorre sottolineare che “Cosa hai detto?” e “Ti ho detto: Cosa hai detto dell’arma del delitto?”, due frasi attribuite dalla Bianchi al Binda, non sono le esatte parole pronunciate da Stefano Binda ma un’interpretazione delle parole del Binda operata dalla teste Bianchi.

(…)

PM: Ha detto “Non trovano l’arma del delitto”?

BIANCHI: “… l’arma del delitto”.

La Bianchi conferma di aver detto soltanto “Non trovano l’arma del delitto”.

PM: Eh!

BIANCHI: Sì ma io volevo dire non tanto “Non trovano…” perché chi ha detto: “Non trovano l’arma del delitto”? Nessuno. A me Cattari ha detto: “E’ stata uccisa”, e io non sapevo come era stata uccisa e quindi volevo dire “Guarda che non so come è stata uccisa”; ho sbagliato io a parlare rispetto all’intenzione che avevo…

Per la terza volta la Bianchi si autocensura interrompendosi dopo le parole “Non trovano…” ma comunque ci conferma per la terza e quarta volta di aver iniziato la conversazione con Stefano Binda con un “Non trovano l’arma del delitto”, senza fare premesse.

“E’ stata uccisa” è una frase del Cattari, nessuno ha mai messo in dubbio che il Cattari abbia riferito alla Bianchi che Lidia era stata uccisa. 

Ancora una volta la Bianchi ammette il proprio errore dicendo “ho sbagliato io a parlare rispetto all’intenzione che avevo…”. 

In sintesi dall’analisi di questo stralcio di deposizione della teste Bianchi emerge che il 7 gennaio 1987 il Cattari le riferì che Lidia era stata uccisa, la Bianchi invece non lo riferì al Binda ma gli disse d’emblée “Non trovano l’arma del delitto”. Si noti che durante la deposizione la Bianchi ha ripetutamente ammesso di essersi subito resa conto del fatto che era stata lei ad aver “sbagliato a parlare”.

Stupisce che a pag. 147 delle Motivazioni della sentenza di primo grado i giudici si lascino andare ad un giudizio morale sul Binda sostenendo: “In pratica anziché consolare l’amica addolorata e condividere con lei il cordoglio per quel terribile evento, ne sottolinea l’errore grammaticale-sintattico d’espressione”, ma soprattutto occorre sottolineare che quello della Bianchi non fu un errore grammaticale-sintattico d’espressione, in poche parole la Bianchi non sbagliò a coniugare un verbo, Patrizia Bianchi fece un grossolano errore di concetto del quale si rese conto lei stessa, parlò di un’arma del delitto che non si trovava senza prima riferire al Binda che Lidia era morta, pertanto trova giustificazione la reazione del Binda.

Il contesto è la chiave, il Binda e la Bianchi non stavano parlando di lucciole o di carillon ma dell’amica Lidia che era scomparsa da 2 giorni e il Binda semplicemente non “perdonò” alla Bianchi la sua leggerezza in un’occasione così drammatica.

Analisi di un secondo stralcio della deposizione della Bianchi del 7 luglio 2017

DIFESA, AVV. ESPOSITO: Torniamo a quella telefonata che mi sembra sia stato un elemento per lei un po’ scatenante successivamente i ricordi e quello che è. Lei ricorda con precisione che cosa ha detto a Stefano e cioè: “Hanno trovato Lidia uccisa”, “Hanno trovato Lidia ma non hanno trovato l’arma del delitto”?.

BIANCHI: Sì. Allora, io ho detto che hanno trovato Lidia uccisa e quello che io ho detto a lui è che non si trova l’arma del delitto. Con tutto quello che avevo pensato, cioè volevo dire un’altra cosa, in realtà ho detto “Ma non trovano l’arma del delitto”.

Da notare che la Bianchi inizialmente dice “Allora, io ho detto che hanno trovato Lidia uccisa” senza dire a chi e in quale momento della conversazione telefonica, però poi risponde con precisione all’avvocatessa Esposito riferendo ciò che disse “a lui” ovvero a Binda: “quello che io ho detto a lui è che non si trova l’arma del delitto” Ma non trovano l’arma del delitto”, confermando ciò che aveva sostenuto in precedenza ovvero di aver parlato di un’arma del delitto senza prima aver fatto riferimento all’omicidio di Lidia.

E’ logico pensare che la Bianchi nel proseguo della conversazione telefonica col Binda gli abbia riferito che Lidia era stata trovata uccisa ma si può escludere, perché è stata lei a dircelo, che lo abbia fatto prima di parlare dell’arma del delitto.

DIFESA, AVV. ESPOSITO: Lei è sicura di aver detto… 

BIANCHI: Sono certa!

La Bianchi interrompe l’avvocatessa e risponde ad una domanda che ancora non le è stata posta con un “Sono certa!”. Di cosa sia stata “certa” resta un mistero. Non nuoce ricordare che l’udienza durante la quale la teste ha deposto è un’udienza di un processo per omicidio pertanto appare a dir poco un atteggiamento superficiale il dirsi certi prima di aver udito la domanda. 

DIFESA, AVV. ESPOSITO: “Hanno trovato Lidia uccisa”?

BIANCHI: Sì, sono certa, perché mi disse così il mio moroso.

La Bianchi dice “Sì” ma poi indebolisce la sua risposta aggiungendo “sono certa” e “perché mi disse così il mio moroso” mostrando un bisogno di apparire convincente. Inoltre, la Bianchi, per non usare le parole “Hanno trovato Lidia uccisa” che le provocherebbero stress, usa il termine vago “così”.

Come già detto non vi è dubbio che durante la telefonata del 7 gennaio 1987 la Bianchi abbia riferito al Binda che Lidia era stata ritrovata morta ma questo dopo avergli detto che non si trovava l’arma del delitto e dopo le rimostranze del Binda. 

Peraltro il fatto che il Cattari avesse detto alla Bianchi che Lidia era morta e che la Bianchi lo ripeta, non implica che la stessa lo abbia riferito al Binda nelle fasi iniziali della loro conversazione telefonica. 

In sintesi, è stata la Bianchi a riferire sia alla PM che all’avvocatessa Esposito di aver detto al Binda “Non trovano l’arma del delitto!” e di averlo detto senza fare premesse, trova pertanto giustificazione la domanda che il Binda pose alla Bianchi all’epoca dei fatti. 

Sia chiaro che se il 7 gennaio 1987 Patrizia Bianchi avesse chiamato Stefano Binda e gli avesse detto “Hanno ritrovato Lidia, è stata uccisa ma non si trova l’arma del delitto” le sarebbero bastate 14 parole per riferirlo alla Corte ed invece, durante l’udienza del 7 luglio 2017, quando a Patrizia Bianchi è stato chiesto di precisare in che cosa consistesse il contenuto della telefonata intercorsa tra lei e Stefano Binda il ritrovamento del cadavere di Lidia Macchi, la teste:

1) ha inserito informazioni non necessarie per prendere tempo per rispondere;

2) ha fatto ricorso all’autocensura almeno tre volte; 

3) ha riferito di continuo ciò che avrebbe voluto dire al Binda ma che non gli disse;

4) ha fatto ricorso a termini vaghi quali “eccetera”, “questa cosa”, “mi disse così”, lo ha fatto per lasciare che fossero i suoi interlocutori a caricarli di contenuti; 

5) ha fatto volutamente confusione tra le parole “detto” e “pensato” di cui non può non conoscere i significati essendo laureata;

Ed infine ha riferito sia alla PM che all’avvocatessa Esposito di aver inizialmente detto al Binda “Non trovano l’arma del delitto”, nulla di più; e ha poi ammesso di aver “sbagliato a dire”.

Vale la pena di trascrivere ciò che ha detto Stefano Binda relativamente alla telefonata in questione durante l’udienza del 16 gennaio 2018:

BINDA: Però sempre in favore della Corte, più precisamente Patrizia Bianchi dice: Io chiamo, ho intenzione di dire che non si sa com’è stata uccisa ma poi in realtà mi viene fuori la frase “Non hanno trovato l’arma del delitto”, questo è tipico di Patrizia Bianchi.

PM: E perché lei si è arrabbiato così tanto?

BINDA: Allora, questo è plausibile che se, ad esempio, mi ha detto che è stata ritrovata e poi mi dice con l’intenzione di dirmi, ha capito l’intenzione, di dirmi “Non si sa com’è stata uccisa” ma mi dice “Non si trova l’arma del delitto” cioè, se al di fuori della testa di Patrizia Bianchi, ciò che è stato detto è “Hanno ritrovato Lidia ma non si trova l’arma del delitto”, mi manca un pezzo sostanziale che è l’uccisione, che è il fatto che è stata ritrovata priva di vita. Che io abbia detto “Ma scusa quale arma del delitto? Cosa hai detto dell’arma del delitto?”. Per come la conosco io, che lei quindi si sia impastronata “No, non ho detto arma del delitto” e che io formalmente, anche un po’ irritato, trovo urticante questo modo di fare di Patrizia Bianchi, gli abbia detto “No, no, tu hai nominato l’arma del detto, dimmi per favore in che senso”, questo è plausibile, sì. Non lo ricordo dettagliatamente ma quando Patrizia Bianchi racconta questo è plausibile.

PM: Scusi non ho davvero capito che cosa lei trovi urticante, non ho capito.

BINDA: All’epoca, adesso non la frequento più ma era tipico di Patrizia Bianchi pensare una cosa, ma l’ha dichiarato lei, eh, cioè pensare di dire “Non si sa come è stata uccisa”, in realtà dire “Dov’è l’arma del delitto” ed attribuire le reazioni delle persone non a quanto ha detto ma a quanto aveva intenzione di dire. E questo siccome crea incomprensione, crea dei problemi, è una cosa che a me sta un po’ sui nervi ma nulla di..

Binda è credibile, Patrizia Bianchi ha confermato di non avergli detto che Lidia era morta.

Peraltro Don Sotgiu durante l’incidente probatorio ha parlato di Patrizia Bianchi in questi termini: “Per me è una ragazza che ai tempi… ricordo ai tempi del liceo con la testa un po’ nelle nuvole, molto ingenua”.

Premessa all’analisi di un terzo stralcio

Per quanto attiene agli appunti della teste Bianchi relativi ad alcune conversazioni intercorse tra lei e Stefano Binda nel 1987, dalle quali la stessa, a suo dire, estrapolò e trascrisse anche a distanza di due giorni alcune frasi del Binda, naturalmente ciò che la Bianchi scrisse sui suoi diari e che ha ingenuamente attribuito a Stefano Binda non può corrispondere alle esatte parole pronunciate dal Binda posto che nessuno, neanche dopo pochi secondi, è capace di riprodurre le parole del proprio interlocutore, figuriamoci dopo due giorni. Una riproduzione di un colloquio intervenuto tra due soggetti e non registrato è viziato non solo dal  tempo intercorso tra il colloquio e la trascrizione ma anche da diversi fattori relativi al trascrivente: cultura, quoziente intellettivo, stato d’animo del momento, eventuale coinvolgimento affettivo, fatti occorsi in precedenza ed in seguito al colloquio etc etc. Va da sé che le frasi riportate dalla teste Patrizia Bianchi sul suo diario e attribuite dalla predetta al Binda non solo non rappresentano null’altro che una personale interpretazione delle parole del Binda operata dalla teste Bianchi ma sono anche state estrapolate dal contesto in cui vennero pronunciate.

Analisi di un terzo stralcio della deposizione della Bianchi del 7 luglio 2017

BIANCHI: Okay. E va bene. Poi successivamente ma era appena successo il… la morte della Lidia ehm ho un ricordo di… noi, di io e stavano Binda che usciamo da San Vittore.

PM: Più o meno nel tempo me lo posiziona?

BIANCHI: E era appena successa la cosa della Lidia perché…

PM: La settimana dopo? Più o meno?

BIANCHI: Era vicina, perché… perché lui mi ha detto: “Tu non sai cosa sono stato capace di fare”. E io che era appena stata… che era appena… ehm… come dire stata uccisa Lidia… eh… gli dissi… ehm… : “Potresti aver ucciso tua mamma ma nello stesso tempo io ti resterò sempre amica”.

In primis “Tu non sai cosa sono stato capace di fare” non è una frase di Stefano Binda, è semplicemente una frase che Patrizia Bianchi, dopo una conversazione intercorsa tra lei e Stefano Binda, trascrisse sulla sua agenda dell’85/86 e, a suo dire, ben due giorni dopo aver parlato con Stefano Binda, non qualche secondo dopo ma ben due giorni dopo. 

Peraltro, non solo la frase “Tu non sai cosa sono stato capace di fare” non si può attribuire a Stefano Binda con certezza perché non è stata trascritta dopo essere stata registrata ma può voler dire un’infinità di cose, è infatti un modo di dire usato per riferire sciocchezze che si possono fare se distratti come “Non sai cosa sono stato capace di fare, ho chiuso le chiavi nell’auto”.

Da notare che è ancora una volta la Bianchi ad introdurre un tema scottante come il matricidio quando dice: “Potresti aver ucciso tua mamma ma nello stesso tempo io ti resterò sempre amica”, peraltro è la Bianchi a riferire che intendeva dire che se il Binda avesse ucciso Lidia e non la propria madre, lo avrebbe perdonato, un’affermazione di un certo interesse e che fa luce sulla personalità della Bianchi ma che è evidentemente passata inosservata ai giudici, i quali, in questo caso, si sono astenuti dall’emettere un giudizio morale.

Si può supporre che la Bianchi abbia detto la frase “Avresti anche potuto uccidere tua mamma ma io ti rimarrò sempre amica” per punzecchiare il Binda, per provocare in lui un reazione. E’ la stessa Patrizia Bianchi a riferirci che già il 7 gennaio 1987, aveva pensato “Cioè non sarai mica stato tu (Stefano Binda), no?”, e da quel momento la Bianchi ha cominciato a spiegarsi alcuni avvenimenti di cui era protagonista il Binda come riferibili all’omicidio di Lidia, è infatti ancora la Bianchi a sostenere che la frase “Tu non sai cosa sono stato capace di fare”, da lei attribuita al Binda, si riferisse ad “una cosa enorme”, non Stefano Binda. 

Durante l’udienza del 23 giugno 2017 Pietro Catania che era stato fidanzato con Patrizia Bianchi dal 1990 al 1993 ha riferito che durante gli anni di fidanzamento: “Patrizia Bianchi mi disse in due circostanze, che io ricordo distinte, che lei aveva il pensiero, il sospetto, non ricordo l’espressione usata esatta che lei utilizzò, che Stefano Binda potesse essere l’autore di questo delitto”.

La Bianchi sospettò da subito che l’assassino di Lidia potesse essere Stefano Binda perché, come è emerso dal processo,  Binda non condivideva tutto della propria vita con lei, avendone peraltro ogni diritto, e pertanto ai suoi occhi poteva apparire sospetto. 

(…)

PM: No, lei ha risposto: Avresti anche potuto uccidere tua mamma ma io ti rimarrò sempre amica?

BIANCHI: Sì.

PM: E cosa c’entrava la mamma di Stefano Binda?

BIANCHI: Niente perché volevo dire: “Avresti anche potuto uccidere la Lidia” ma non… mi sembrava così… assurdo che ho detto la… tua mamma.

PM: Cioè, si vergognava a dire…?

BIANCHI: Mi vergognavo a morte di… di… mentre gli stavo dicendo questa cosa.

PM: Ma io ti rimarrò sempre amica.

BIANCHI: Ma io ti rest… io mi ricordavo questa… questa frase che gli avevo detto e all’inizio, io non ho testimoniato questa cosa perché non ero certa, cioè non mi ricordavo bene i passaggi che mi avevano fatto arrivare a questo. Quando mi hanno chiesto le agende, io le ho sfogliate e ho trovato che…

(…)

PM: Scusi mi faccia fare la domanda: Come le sorge questa frase pesante che lei dice al suo amico del cuore molto amato e molto frequentato con cui ha condiviso la vita? Come le sorge questa frase pesantissima?

BIANCHI: Perché lui aveva detto: “Tu non sai cosa sono stato capace di fare” ed era una cosa enorme per cui gli stavo rispondendo, puoi aver fatto tutte le cose enormi che vuoi ma ti sono sempre amica. Mi sorge in questo modo.

E’ la Bianchi a sostenere che “Tu non sai cosa sono stato capace di fare” si riferisse ad “una cosa enorme” non Stefano Binda.

(…)

BIANCHI: No, no, la annoto quando me l’ha detta, perché me la sono annotata. Potrebbe essere stata scritta due giorni dopo, ma senz’altro quando è successo.

Non può sfuggire a questa consulente sia il fatto che la frase “Tu non sai cosa sono stato capace di fare” fu riportata dalla Bianchi non sull’agenda del 1987 alla data di riferimento ma “sulla pagina del 24 marzo dell’agenda 85/86” (pag. 50 delle Motivazioni della sentenza di primo grado), sia il fatto che la Bianchi abbia sostenuto che “questa conversazione sarebbe avvenuta in concomitanza ad una funzione commemorativa di Lidia, non ricorda la Bianchi se quella del 10 gennaio ’87 o quella del 5 febbraio ’87 entrambe annotate sulla sua agenda come funzioni per Lidia presso la chiesa di S. Vittore” (pag. 50 delle Motivazioni della sentenza di primo grado). In poche parole, la Bianchi annotò alla data corrispondente di essere stata alle funzioni ma non la fantomatica frase “Tu non sai cosa sono stato capace di fare”, appare pertanto lecito avere dei dubbi che quella frase sia stata pronunciata dal Binda proprio in una delle due occasioni cui fa riferimento la teste, posto che anche i giudici ritengono che in questo particolare caso giudiziario “Il lungo decorso del tempo tra i fatti e le deposizioni rese ha appannato il ricordo preciso di quanto accaduto ed ha sovrapposto i ricordi” (Pag. 91 delle Motivazioni della sentenza di primo grado).

Ma veniamo all’episodio del sacchetto del pane citato a pag. 51/52 delle Motivazioni della sentenza di primo grado:

“Uno o due giorni dopo la morte di Lidia, Stefano era andato a prendere Patrizia a casa con la sua Fiat 131 bianca (…) aveva parcheggiato, era sceso dall’auto con un sacchetto in mano, precedentemente posizionato sul pianale con all’interno qualcosa di rigido, in quanto il sacchetto rimaneva in piedi, era risalito in mano senza il sacchetto (…) Il luogo sconosciuto verrà identificato dagli inquirenti nel parco Mantegazza di Varese, dove sarà cercato senza esito il coltello, arma del delitto di Lidia, che si supponeva essere contenuto nel sacchetto” 

Da notare che quando i giudici scrivono “Uno o due giorni dopo la morte di Lidia” si riferiscono all’8/9 gennaio, pertanto è scorretto dire “dopo la morte” perché Lidia è morta il 5 gennaio. I giudici avrebbero dovuto scrivere “Uno o due giorni dopo il ritrovamento del cadavere di Lidia” ovvero “uno o due giorni dopo”  il giorno 7 gennaio.  E’ interessante che i giudici, come Stefano Binda, facciano coincidere il giorno del ritrovamento di Lidia con il giorno della sua morte. E’ pertanto credibile Stefano Binda quando afferma di aver sempre creduto che Lidia fosse scomparsa il 5 e morta il 7 gennaio, non nuoce ricordare che Binda all’epoca dei fatti aveva solo 20 anni e non era certo un esperto criminologo. 

Riguardo ai sospetti della Bianchi relativi al sacchetto del pane, è impensabile che in quel sacchetto ci fosse l’arma del delitto, la casistica insegna: chi commette un omicidio si libera subito dell’arma del delitto e non dopo 4 giorni dal fatto, per giunta in compagnia di un’amica e tantomeno lasciandolo in un curato e frequentatissimo parco cittadino all’interno di un sacchetto di carta.

A tal riguardo è significativo ciò che, durante l’udienza del 16 gennaio 2018, durante la quale ha deposto Stefano Binda, ha detto l’avvocato di parte civile, Pizzi: “Sono stato il primo a dire che probabilmente era molto inverosimile il fatto che una persona, che poteva sbarazzarsi di un coltello ovunque, avesse scelto proprio il parco Mantegazza facendosi accompagnare da qualcuno”.

Riflessione generale sul linguaggio utilizzato dalla Bianchi

La teste Patrizia Bianchi ha spesso fatto ricorso, sia durante l’incidente probatorio del 15 febbraio 2016 che durante la sua deposizione del 7 luglio 2017, a termini che rivelano non solo una certa immaturità ma anche un bisogno di convincere, un bisogno che coloro che dicono il vero non hanno perché possiedono il cosiddetto “muro della verità” che è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che gli permette di non far ricorso all’enfasi e di rispondere con poche parole, quelle giuste. 

Faccio alcuni esempi:

BIANCHI: (…) e lui (Don Sotgiu) mi ha detto: No, non ci devi andare, non l’hai mai conosciuto per quello che è. E’ pericoloso, è inaffidabile e non ci devi assolutamente passare (…) mi ha spaventato per come me l’ha detto (…) la potenza con cui lui mi ha detto questa cosa è stata determinante perché io mi fermassi (dall’incidente probatorio del 15 febbraio 2016). 

Si notino i termini pericoloso”, “assolutamente”, ”spaventato”, “potenza” e “determinante”. La Bianchi in questa occasione stava riportando un colloquio avuto con Don Giuseppe Sotgiu, il quale non ha mai confermato di aver definito Binda “pericoloso”, un termine non di poco conto, in specie quando il soggetto definito come “pericoloso” è imputato in un processo per omicidio.

BIANCHI: Dice: “Non farlo, non è assolutamente la persona che tu hai conosciuto e che credi di aver incontrato, è inaffidabile. Mi ha detto una parola come “è pericoloso” ma non mi ha detto la parola, me ne ha detto un’altro che mi ha terrori… cioè la sensazione mi ha terrorizzato. Ho provato ad insistere e lui mi ha detto “Assolutamente non farlo, non andare (…) mi ha proprio messo in guardia da lui (dalla deposizione del 7 luglio 2017).

Si notino i termini “assolutamente” ripetuto due volte, “pericoloso” e “terrorizzato” ripetuto due volte, attraverso l’uso del quale la Bianchi mostra di aver bisogno di far presa sull’emotività di chi l’ascolta per risultare credibile. 

Non può peraltro passare inosservato il fatto che durante l’incidente probatorio la Bianchi abbia sostenuto che Don Sotgiu usò il termine “pericoloso” per definire Binda mentre in questa occasione ha cambiato versione e ha riferito “Mi ha detto una parola come “è pericoloso”. Una leggerezza non da poco in un processo per omicidio.

BIANCHI: (…) e la cosa che mi ha colpito tantissimo, perché è come ha reagito Stefano (…) (dall’incidente probatorio del 15 febbraio 2016).

Si notino i termini “colpito” e “tantissimo”. Ancora una volta la Bianchi si racconta da un punto di vista emotivo, la sua personale emotività, che non ha nulla a che fare con i fatti, non è altro che una superfetazione che le serve per rinforzare ciò che senza l’enfasi cadrebbe nel dimenticatoio.

BIANCHI: Lui mi ha detto: “Non sai cosa sono stato capace di fare” e allora ho pensato immediatamente a una cosa grandissima; per cui siccome era stata appena uccisa la Lidia, è ovvio che mi è venuto in mente “Cos’è una cosa grandissima? Potrebbe essere anche aver ammazzato qualcuno” (…) mi sembrava bruttissimo dire la Lidia (…) (dalla deposizione del 7 luglio 2017).

Si notino i termini “immediatamente”, “una cosa grandissima” e “bruttissimo”. 

BIANCHI: (..) e mi ha detto (Binda): Non toccare assolutamente quel sacchetto (dall’incidente probatorio del 15 febbraio 2016).

Si noti il termine “assolutamente”.

Nella borsa che il giorno della sua morte Lidia aveva con sé gli inquirenti hanno trovato un lungo elenchi libri di autori classici quali Proust, Goethe, Joyce, Mann, Moravia, Pascoli, Pavese, Pirandello, Platone, Sartre, Eliot, Deguy etc etc. Durante l’incidente probatorio del 15 febbraio 2016, riguardo a quell’elenco la teste Patrizia Bianchi ha commentato: “Beh, mi sono impressionata perché era un elenco di libri… libri che mi erano stati… beh, molti di quelli mi erano stati consigliati da Stefano, altri dal Don Fabio e Stefano”.

Si noti l’uso del termine “impressionata” che appare fuori luogo in specie perché non c’è nulla di particolare nella lista dei libri di Lidia, nulla di esclusivo che possa rimandare a Stefano Binda e a lui soltanto. La lista dei libri di Lidia è una lista di libri che tutti noi liceali e studenti universitari di quell’epoca abbiamo letto e in specie senza che fosse stato Stefano Binda a consigliarceli.

Dall’incidente probatorio del 15 febbraio 2016: 

PM: Senta ma lei è a questo punto che ha pensato ad un possibile coinvolgimento di Binda in questa vicenda oppure no? Che cosa ha pensato?

La PM si riferisce all’episodio del sacchetto del pane.

BIANCHI: Allora, io non ho mai voluto pensare niente su questa cosa, perché quando mi è stato chiesto dell’arma del delitto al telefono, mi è venuto subito paura e mi è venuto subito in mente: “Ma perché? Cioè non sarai mica stato tu, no?”. Ma non ho voluto, come dire, dare credito a quello che stavo pensando e mi sono vergognata. Quando…. quando c’era… questo sacchetto, io non ho fatto delle connessioni strane. C’era questo sacchetto e io… sono stata zitta e non ho chiesto niente perché capivo che era meglio così. 

Quando la Bianchi dice: “Allora, io non ho mai voluto pensare niente su questa cosa” mente, ce lo confermano alcune circostanze:

1) è stata lei a dire, riferendosi al 7 gennaio 1987: “mi è venuto subito in mente: Ma perché? Cioè non sarai mica stato tu, no?”;

2) è stata ancora la Bianchi a riferire che già nel 1987 riferì dei propri sospetti a Mara Moretti, oggi psicologa;

3) tra il 1990 e il 1993, parlò dei propri sospetti anche con l’ex fidanzato, Pietro Catania;

4) nel 2015 ha creduto di avere informazioni di rilievo riguardo all’omicidio di Lidia Macchi dopo aver visto Blue Notte e Quarto Grado.

Occorre sottolineare un tentativo di manipolazione della Bianchi, la stessa ha infatti avuto l’ardire di definire “quando mi è stato chiesto dell’arma del delitto al telefono” l’episodio della telefonata al Binda in cui lei stessa dimenticò un passaggio ovvero non disse a Stefano che Lidia era morta e sempre lei introdusse il tema “arma del delitto”. Si noti inoltre che la Bianchi non riesce a dire “quando Binda mi ha chiesto dell’arma del delitto al telefono” ma usa invece il verbo al passivo per nascondere l’identità del suo interlocutore in quanto non vuole attribuirgli la responsabilità di quella richiesta perché è consapevole del fatto che la domanda del Binda fu logica e lecita.

Si noti il termine “paura” che serve a rinforzare ciò che sta per dire, a creare suspense, a mantenere alto il livello di attenzione dei suoi interlocutori.

Si noti la frase ad effetto “perché capivo che era meglio così”, una frase che la Bianchi non ha ragione di pronunciare se non per avvalorare il proprio convincimento. La frase “perché capivo che era meglio così” avrebbe avuto senso se si fosse accertato che il sacchetto del pane, lasciato in terra sul pianale dell’auto a 4 giorni dall’omicidio, conteneva l’arma del delitto e che Binda se ne liberò lasciandolo in un parco cittadino.

CONCLUSIONI

Durante le sue deposizioni sui temi ritenuti dall’accusa più scottanti, la teste Patrizia Bianchi

1) ha nascosto informazioni autocensurandosi;

2) ha dissimulato facendo ricorso ad escamotage linguistici, ovvero ha inserito informazioni all’interno delle risposte per indurre i suoi interlocutori a trarre le conclusioni e ha usato termini vaghi perché fossero sempre i suoi interlocutori a caricarli di significati;

3) ha poi usato di frequente termini forti, avverbi e aggettivi di grado superlativo assoluto per apparire convincente.

In poche parole, riguardo agli stralci di deposizione esaminati, la Bianchi ha mostrato di non potersi avvalere della protezione del cosiddetto “muro della verità” che, come già detto, è una potente ed impenetrabile barriera psicologica che posseggono coloro che dicono il vero e che gli permette di non far ricorso all’enfasi e di rispondere con poche parole.

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Questa analisi è stata pubblicata su Le Cronache Lucane il 10 ottobre 2018.