Giallo di Messina: intervista Esclusiva alla Criminologa Ursula Franco

L’intervista in Esclusiva per Metropolitan Magazine alla Criminologa Ursula Franco

di Ilaria Rosati

Continua il giallo che vede coinvolto Antonio De Pace, il giovane infermiere che lo scorso Martedì mattina ha ucciso la sua fidanzata, Lorena Quaranta, nella villetta a Furci Siculo (Messina) nella quale i due convivevano da diverso tempo.

Abbiamo intervistato per voi la Dott.ssa Ursula Franco al fine di poter fare insieme il punto della situazione con gli elementi raccolti fino ad ora.

La Dott.ssa Franco, lo ricordiamo, è un medico criminologo ben conosciuto anche nel mondo della TV per aver seguito, in qualità di esperto, diversi fatti di cronaca nera che hanno segnato la storia di questo paese.

Dott.ssa Ursula Franco - Photo Credits: malkecrimenotes.wordpress.com
Dott.ssa Ursula Franco – Photo Credits: malkecrimenotes.wordpress.com

Con riguardo a De Pace il GIP ha parlato di

“Allarmante personalità dell’indagato essendosi questo rivelato del tutto incapace di porre un freno ai propri istinti criminali”.

Dagli elementi emersi fino ad ora sembra che nessuno abbia testimonianza di particolari comportamenti anomali da parte del ragazzo. Secondo lei è possibile che nessuno possa essersi accorto di nulla?

No, non è possibile, nulla accade all’improvviso. Con tutta probabilità però i segnali premonitori sono stati sottovalutati. Non mi è facile parlare del caso di specie perché sono poche e contraddittorie le informazioni filtrate.

Se fosse vero, e non lo escludo, che Antonio De Pace abbia ucciso Lorena Quaranta in preda all’ansia provocata dal convincimento che la ragazza gli avesse trasmesso il Coronavirus, non ha rilevanza che i tamponi suo e della Quaranta siano risultati negativi. Il De Pace potrebbe aver sofferto da tempo di una fobia in forma lieve e l’entità della stessa può essersi aggravata in questo momento storico a causa del rischio di contagio da Coronavirus.

Se davvero Lorena aveva la tosse, è possibile che il De Pace le abbia rimproverato di non aver rispettato le regole per evitare il contagio e che temesse per la propria vita.

Secondo lei, l’intenzione del De Pace era davvero quella di uccidere la Quaranta e poi togliersi la vita?

Che la volontà del De Pace fosse quella di uccidere la sua compagna è stato lui a dircelo:

“Ho usato un coltello. Ho usato un piede. L’ho colpita alla testa con una lampada. L’ho colpita con un coltello all’addome e poi è morta. Con una lampada l’ho colpita alla faccia. La lampada era sul comodino. Le mani le ho messe al collo. L’ho affogata. Non ho altro da dire”.

Riguardo poi al suo cosiddetto tentativo di suicidio, Antonio De Pace sapeva che provocandosi quei tagli al collo e ai polsi non sarebbe morto. Se avesse davvero deciso di suicidarsi si sarebbe reciso l’arteria carotide.

Cosa può scattare nella mente di una persona apparentemente normale?

Lo ripeto, nulla accade all’improvviso. L’omicidio non è che l’atto finale di un percorso più o meno disseminato di segnali rivelatori.

E’ lecito dubitare di tutti coloro che quotidianamente ci circondano nella paura che possano compiere gesti simili?

No. Impariamo a dubitare di coloro che ci danno motivi per dubitare. Impariamo a dubitare dei mentitori abituali, dei soggetti immaturi, di chi è incapace di gestire le proprie frustrazioni, di chi manifesta esplosioni d’ira, gelosia immotivata, comportamenti ossessivi e aggressivi nei confronti di esseri umani e animali, di chi fa abuso di sostanze.

Che impatto può avere questa situazione di convivenza forzata sulle persone in generale e, in particolare, su questo genere di individui?

E’ chiaro che chi aveva difficoltà a convivere prima del Coronavirus si trova adesso in una situazione più difficile. Il fatto di non poter lavorare, le difficoltà economiche che ne conseguono, il timore per il futuro provocano in tutti noi uno stato d’ansia che in soggetti poco equilibrati potrebbe generare reazioni violente.

Quali sono i soggetti che hanno bisogno di un sostegno psicologico per affrontare il lockdown e che avranno bisogno di una sorta di riabilitazione per affrontare il dopo emergenza?

Coloro che soffrono di misofobia, claustrofobia, agorafobia ed enoclofobia.

Ritornando all’omicidio di Lorena Quaranta, come noto, il GIP ha dichiarato:

“Occorre rilevare che non risulta ancora del tutto chiaro il movente che ha animato l’azione delittuosa. Appare sostenibile, nei limiti propri di questa fase del procedimento e salvi gli ulteriori elementi che dovranno essere acquisiti, che la determinazione a compiere il reato sia sorta sulla base di uno stimolo esterno così lieve, banale e sproporzionato rispetto alla gravità di quanto commesso, da potersi considerare, sulla base del comune sentire, del tutto insufficiente a determinare la commissione del delitto, costituendo quindi più che la causa dell’agire del reo un mero pretesto per dare sfogo al proprio “impulso criminale”.

Quali crede che potranno essere gli elementi determinati per le indagini?

Ritengo che una perizia psichiatrica sia necessaria. E’ importante indagare sul recente passato del De Pace, sulle sue abitudini e su un suo eventuale disturbo che il martellamento da parte dei Media, cui tutti noi siamo sottoposti durante questa emergenza, potrebbe aver esasperato. In pratica, seppure in vita, in primis andrebbe sottoposto ad una sorta di autopsia psicologica per escludere che stia falsificando un disturbo psicologico quale potrebbe essere una Sindrome di Pilato.

Può spiegarci cosa sia la sindrome di Pilato?

E’ una paura irrazionale per i germi che può indurre quadri fobici di entità variabile, da lievi a gravi e capaci di limitare profondamente la vita sociale e lavorativa di chi ne è affetto. Chi soffre della Sindrome di Pilato vive un continuo stato d’allerta e mette in atto strategie di evitamento e ripetuti rituali di pulizia quali il lavarsi continuamente le mani e/o il pulire in modo maniacale la propria casa e/o i propri mezzi di trasporto per evitare di cadere in un più o meno profondo stato d’ansia.

Questa sindrome, se non trattata, può condurre a sviluppare idee di contaminazione al limite della paranoia, soprattutto in soggetti in cui si accompagna a particolari tratti di personalità.

Sappiamo che lei si occupa di analisi delle telefonate di soccorso, che può dirci riguardo il contenuto della telefonata tra De Pace ed il 112?

Antonio De Pace ha ammesso di aver commesso l’omicidio. Si è preso le proprie responsabilità, non ha mostrato di aver in mente alcuna linea difensiva né ha riversato eventuali colpe sulla povera Lorena.

APPIAPOLIS: OMICIDIO DI LUCIA MANCA, RENZO DEKLEVA, DA MILLANTATORE AD ASSASSINO

APPIAPOLIS, 4 aprile 2020

 di Ursula Franco* NEI LABIRINTI DEL CRIMINE OMICIDIO DI LUCIA MANCA: RENZO DEKLEVA, DA MILLANTATORE AD ASSASSINOIl 6 ottobre 2011, a Cogollo del Cengio (Vicenza), ai piedi del ponte Sant’Agata che passa sopra il torrente Astico, durante un intervento di pulizia effettuato nell’imminenza di una corsa podistica, alcuni dipendenti comunali hanno trovato i resti di Lucia Manca, 52 anni. La Manca, che lavorava come impiegata in una banca di Marcon (Venezia), era stata vista dai colleghi e ripresa dalle telecamere di sorveglianza mentre, alle 17.00 del 6 luglio 2011, usciva dalla banca di Treviso dove lavorava e saliva sull’auto del marito, Renzo Dekleva (02/05/58).

Cogollo del Cengio si trova sulla strada che da Mestre porta a Folgaria. A Folgaria, Renzo Dekleva possedeva uno chalet.

L’assenza di fratture e la collocazione dei resti, ormai scheletrizzati e mummificati, hanno permesso al medico legale di escludere che la Manca si fosse gettata dal ponte per suicidarsi.

Lucia Manca e il luogo del ritrovamento dei suoi resti OMICIDIO DI LUCIA MANCA: RENZO DEKLEVA, DA MILLANTATORE AD ASSASSINO
Lucia Manca e il luogo del ritrovamento dei suoi resti

Peraltro il corpo era coperto “da una grande quantità di rami di Prunus laurocerasus tagliati di netto”, specie non presente nelle vicinanze del punto di ritrovamento, pertanto non poteva che essere stato trasportato lì per essere occultato.

Al momento della sua morte, Lucia Manca indossava una lunga Lacoste nera e gli slip. Poiché sul luogo del rinvenimento del cadavere non vennero ritrovate calzature, gli inquirenti conclusero che la Mancaa era stata uccisa in casa sua, la sera del 6 luglio, dopo essere rientrata dal lavoro ed essersi cambiata gli abiti.

Per l’omicidio di Lucia Manca, il 31 gennaio 2012, è stato arrestato il marito, Renzo Dekleva che, il 16 settembre 2015, è stato condannato in via definitiva a diciannove anni e otto mesi dalla Corte Suprema di Cassazione.

Renzo Dekleva OMICIDIO DI LUCIA MANCA: RENZO DEKLEVA, DA MILLANTATORE AD ASSASSINO
Renzo Dekleva

All’indomani della scomparsa di Lucia Manca il giornalista Nicola Endimioni aveva intervistato Renzo Dekleva:

Nicola Endimioni: La sera precedente voi siete stati…

Renzo Dekleva: Guardi, tranquilli, ave… avevamo ricevuto delle telefonate, diciamo, gli ultimi 3 giorni mia moglie era tranquilla.

Quando Dekleva riferisce che “gli ultimi 3 giorni mia moglie era tranquilla” lascia intendere che in precedenza non lo fosse.

Nicola Endimioni: Era tranquilla.

Renzo Dekleva: Sì, era tranquilla.

Nicola Endimioni: La sera precedente siete stati tranquilli qua a casa?

Renzo Dekleva: Tranquilli, sono andato a prendere la pizza, abbiamo mangiato la pizza tranquillamente.

In questa breve conversazione Dekleva dice 2 volte “tranquilli”, 2 volte “tranquilla” e una volta “tranquillamente” mostrando un bisogno di convincere che sua moglie fosse “tranquilla” che lascia supporre l’esatto contrario.

Il 12 luglio 2011, Renzo Dekleva aveva dichiarato al giornalista Nicola Endimioni:

image OMICIDIO DI LUCIA MANCA: RENZO DEKLEVA, DA MILLANTATORE AD ASSASSINORenzo DeklevaIo voglio solo che ci sia mia moglie, voglio che ci sia mia moglie perché mia moglie non può aver fatto una cosa del genere, io voglio mia moglie, io voglio mia moglie, sono 30 anni che siamo assieme, 30 anni, dal 77 che la conosco, dall’88 che siam sposati, le dico solo questo, non sono 2 giorni, non sono 2 giorni, non sono 2 giorni e allora voglio che torni mia moglie, scusatemi ma… scusatemi ma…

In Colorado (USA) Christopher Watts, 33 anni, il 19 novembre scorso è stato condannato al carcere a vita per il triplice omicidio di sua moglie Shannan, 34 anni, e delle loro due figlie Bella, 4 anni, e Celeste, 3 anni e per interruzione di gravidanza in quanto la moglie era incinta, fatti commessi nell’agosto 2018. Durante una lunga intervista rilasciata all’emittente Denver7 prima del ritrovamento dei corpi, Watts ha ripetuto come un mantra la frase “I just want them back, I just… I just want them to come back” (voglio solo che tornino), la stessa frase pronunciata dopo l’omicidio e prima del ritrovamento del cadavere della moglie da Renzo Dekleva (“voglio che torni mia moglie”). Una frase dettata dalla posizione stressante in cui Chris Watts si trovava. E’ pertanto probabile che Dekleva volesse davvero che tornasse la moglie, che si fosse egoisticamente pentito di averla uccisa perché sapeva di aver commesso molti errori e di avere le ore contate.

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Da un’intervista rilasciata da Renzo Dekleva alla giornalista Paola Grauso:

Paola Grauso: Lei conferma che mercoledì 7 la signora se ne è andata di casa alle 6 e mezzo?

Renzo Dekleva: 6 e 40, sì.

Paola Grauso: 6 e 40, per prender questo pullman e poi vabbè non si è saputo più niente.

Renzo Dekleva: No, no… non l’ha preso il pullman, ormai è assodato che i pullman non li ha presi.

Sono 2 i pullman che, da Macron, Lucia Manca doveva prendere per raggiungere la banca di Treviso dove lavorava.

Paola Grauso: Quindi è scomparsa in quei pochi metri che separano casa sua dalla fermata?!

Renzo Dekleva: Esatto, esatto.

Paola Grauso: Ecco, la sera prima era ritornata a casa con lei perché era andato a prenderla al lavoro, giusto?

Renzo Dekleva: Eh, sono uscito 2 ore, sono rientrato a mezzanotte e mezza e lei stava stava già dormendo. La mattina lei si è svegliata presto, però solo che quella mattina lììì aveva detto “Io prendo l’autobus”.

Dekleva non risponde a tono alla Grauso ma le dice di essere “uscito 2 ore”.

Paola Grauso: Quindi praticamente lei l’è andata a prendere il giorno prima alla filiale, l’ha portata a casa e poi dopo è uscito.

Renzo Dekleva: Sì, sì, sì, sì.

Paola Grauso: Ma avete cenato insieme oppure no?

Renzo Dekleva: No, lei ha mangiato… lei ha mangiato una pizza, sì, abbiamo mangiato insieme però lei ha mangiato la pizza e io dopo sono andato subito via perché sono andato prima dai miei genitori e poi sono andato… son dovuto uscire per motivi di lavoro, per delle commissioni mie, quindi sono stato via dalle otto, praticamente finooo ci… fino… fino a mezzanotte.

Dekleva quella sera non cenò, “No, lei ha mangiato”.

Il Dekleva previene la domanda della giornalista in merito ai suoi movimenti di quella sera affermando di essere uscito “subito”, di essere “andato prima dai genitori” e poi di essere uscito “per motivi di lavoro, per delle commissioni”. Infine afferma di essere stato fuori casa “dalle otto a mezzanotte”. In realtà uscì alle 9.40 del 6 luglio e rientrò verso le 5.15 del giorno successivo.

Paola Grauso: Tra voi le cose andavano bene?

Renzo Dekleva: Tra noi andavano bene ma normalmente ci sono litigi, in quel periodo c’era un momento un po’ così di litigi ma cose… dopo 25 anni di matrimonio sono cose normali.

Renzo Dekleva: Non è andata via per i fatti suoi, questo è poco ma sicuro, l’unica… l’unica che ho pensato: Ma è uscita con qualche macchina, con qualcuno, non… non lo so ma è solo un’ipotesi e io ho sempre detto non… se nessuno l’ha vista e non ha preso gli autobus, certo volata per aria non può essere, quindi davanti al parcheggio lì deve essereee successo qualche cosa, è montata in macchina con qualcuno, in macchina, su un furgone, in moto, non lo so.

Alcuni stralci di un’intervista rilasciata dal Dekleva alla giornalista Paola Grauso dopo il servizio di Chi l’ha visto?:

Renzo Dekleva: Oggi ho letto sul gazzettino anche un altro orario, un orario completamente sbagliato.

Renzo Dekleva: Avete… avete raccontato delle palle.

Paola Grauso: Lei mi ha detto che è uscito dalle otto alle ventiquattro.

La Grauso ha ragione, Dekleva gli aveva riferito: “son dovuto uscire per motivi di lavoro, per delle commissioni mie, quindi sono stato via dalle otto, praticamente finooo ci… fino… fino a mezzanotte”.

Renzo Dekleva: No, sbagliato.

Paola Grauso: L’ha detto lei, guardi.

Renzo Dekleva: Sbagliato, sbagliato.

Renzo Dekleva: I carabinieri hanno un altro orario.

Dekleva non nega di aver detto alla Grauso di essere uscito dalle otto a mezzanotte ma le riferisce soltanto che “I carabinieri hanno un altro orario”.

Paola Grauso: Dalle dieci alle ventiquattro?!

Renzo Dekleva: No, sbagliato anche quello. I carabinieri hanno detto un… avete detto degli errori, mia moglie non era a Treviso da quel… da quel… da quel… da un anno e mezzo, le… i vestiti li sapevo esattamente, i carabinieri sanno esattamente…

Renzo Dekleva: Avete raccontato 3, 4 palle, la signora Sciarelli… volevo intervenire quella sera perché avete raccontato delle palle, avete raccontato delle palle.

Paola Grauso: Allora spieghiamoci così possiamo…

Renzo Dekleva: No, i carabinieri lo sanno, io mi fido dei carabinieri, avete raccontato delle palle in televisione.

Dicendo “io mi fido dei carabinieri”, Dekleva tenta di collocarsi dalla parte dei buoni e di ingraziarseli.

Paola Grauso: Abbiamo riportato esattamente quello che lei ha detto.

Renzo Dekleva: No, no, perché il verbale dei carabinieri è diverso, il verbale de…

Ancora una volta Dekleva non nega di aver detto alla Grauso di essere uscito dalle otto a mezzanotte, perché mentirebbe, ma le riferisce soltanto che “il verbale dei carabinieri è diverso”.

Paola Grauso: Sono le sue parole, che ha detto a me al telefono.

Renzo Dekleva: Ma nel verbale dei carabinieri è diverso, io ce l’ho.

Ancora una volta Dekleva non nega di aver detto alla Grauso di essere uscito dalle otto a mezzanotte, perché mentirebbe, ma afferma “Ma nel verbale dei carabinieri è diverso”.

Paola Grauso: Lei ha detto che è uscito quella sera, invece il fratello sa che…

Renzo Dekleva: Ma io ho una denuncia, ho una denuncia, ho una denuncia fatta, ho una denuncia, avete raccontato 3, 4 palle, ho le prove. Oggi… poi…

Paola Grauso: Ho le prove che lei l’ha detto, però, comunque lei è uscito quella sera e invece i fratelli…

Renzo Dekleva: Sì, ma hanno verificato dove sono andato.

Paola Grauso: … sapevano… sapevano che invece non era uscito, come mai ha cambiato questa versione?

Renzo Dekleva: Noo, I suoi fratelli lo sanno.

Paola Grauso: No, non l’hanno mai saputo, quando gliel’ho detto erano molto sorpresi.

Renzo Dekleva: Lo scommettiamo? Lo scommettiamo? Lo scommettiamo? Lo scommettiamo? Avete raccontato delle palle perché c’ho un verbale che… ce l’ho qui a casa di cui ho documentato tutto.

Paola Grauso: Perché non raccontiamo bene questa cosa insieme?

Renzo Dekleva: Noo…

Renzo Dekleva: Io ho detto cosa aveva più o meno addosso, la camicia bianca non l’ho mai detto, l’ho letto dappertutto ma non è vero, non mi risulta che fosse una camicia proprio bianca però eee i pantaloni beige e i sandali lo so perchééé quelli erano fuori, non ce ne sono più.

Durante le indagini per la scomparsa di Lucia Manca, gli inquirenti hanno scoperto che:

  1. suo marito Renzo Dekleva aveva un’amante, tale Patrizia B., segretaria in uno studio medico, che frequentava dal dicembre 2010 e alla quale aveva raccontato di essere separato e che la ex moglie viveva e lavorava a Milano;
  2. l’11 giugno 2011, la Manca, in seguito ad una telefonata al marito che si trovava a Folgaria, aveva capito che l’uomo non era solo nello chalet di famiglia ma in compagnia di una donna (Patrizia B.);
  3. Lucia Manca aveva chiesto ad un’avvocatessa un consiglio in merito ad una lettera da inviare al marito nella quale gli avrebbe prospettato una eventuale separazione;
  4. il 3 luglio 2011, Lucia Manca aveva telefonato a Patrizia B. dicendole di essere la moglie di Dekleva ma le due donne non si erano chiarite in quanto la linea era poi caduta;
  5. Lucia Manca aveva telefonato alla proprietaria di un ristorante per informarsi sui movimenti e sulle compagnie del marito in particolare riguardo ad una certa cena di lavoro;
  6. l’analisi dei tabulati del telefono fisso installato nella casa dei Dekleva ha permesso di appurare che la sera del 6 luglio 2011 dalla suddetta abitazione partirono due chiamate verso l’utenza di Patrizia B., alle ore 20.12 e alle ore 20.32, la prima telefonata si interruppe prima che Patrizia B. potesse rispondere, mentre con la seconda il Dekleva annunciò a Patrizia che sarebbe arrivato in ritardo;
  7. alle 21.30 del 6 luglio 2011, la sorella della vittima, Fiorenza Manca, chiamò Lucia a casa ma la Manca non le rispose;
  8. Renzo Dekleva percorse il tratto autostradale tra Mestre-Villabona e Piovene Rocchette nelle prime ore del 7 luglio 2011 e uscì alle ore 2.27.55 dal casello di Piovene Rocchette (Vicenza), una località che si trova a circa 5 chilometri da Cogollo del Cengio, luogo del ritrovamento dei resti della Manca;
  9. un’impronta digitale corrispondente all’indice della mano sinistra del Dekleva è stata repertata sul biglietto autostradale n. 968 relativo al tratto autostradale percorso da Renzo Dekleva nelle prime ore del mattino del 7 luglio;
  10. il Dekleva, una volta avvisato dai colleghi di Lucia che il 7 luglio la donna non si era presentata al lavoro, aveva detto agli stessi che si sarebbe recato subito a casa ed avrebbe interpellato gli ospedali più vicini. Da successivi accertamenti è emerso che il Dekleva non effettuò alcuna chiamata ai presidi ospedalieri e che solo nella seconda parte del pomeriggio, su insistenza anche di M. G. S., denunciò la scomparsa della moglie, peraltro tacendo l’esistenza di dissapori e la ragione degli stessi;
  11. il Dekleva per circa una settimana non disse né alla propria amante Patrizia B. né ad una amica comune, S. P., che sua moglie era scomparsa;
  12. il 25 novembre, mentre il Dekleva si trovava nella sua auto, disse:“La verità è peggio… molto peggio ancora più di prima, adesso ci sei dentro, la cosa non doveva finire così” e “E’ omicidio… il mio è omicidio”.
  13. il Dekleva falsificò un verbale di denuncia di scomparsa della moglie e lo fece leggere a Patrizia B.;
  14. Renzo Dekleva, di professione informatore scientifico del farmaco, per più di 25 anni ha millantato una laurea in Medicina e Chirurgia. Dekleva non solo ha raccontato di essersi laureato in Medicina ma ha usato il titolo di dottore sui biglietti da visita e, sulla carta d’identità, ha fatto scrivere di essere MEDICO.Biglietto da visita di Renzo Dekleva con il falso titolo di “dott.” FOTO 3 OMICIDIO DI LUCIA MANCA: RENZO DEKLEVA, DA MILLANTATORE AD ASSASSINOLa carta d’identità di Renzo Dekleva con la falsa attestazione relativa alla professione di MEDICO FOTO 4 OMICIDIO DI LUCIA MANCA: RENZO DEKLEVA, DA MILLANTATORE AD ASSASSINO

Renzo Dekleva è un soggetto pericoloso perché, come tutti i millantatori, è capace di falsificare. Il Dekleva, prima di uccidere sua moglie Lucia, ha mentito per più di 25 anni sui suoi titoli di studio. Gli impostori sono soggetti psichicamente disturbati con tratti narcisistici, istrionici e antisociali.

Gli impostori, dietro la corazza di menzogne che si costruiscono e attraverso la quale si decorano, celano una scarsa autostima se non un odio di sé che ha radici nel profondo vissuto di inadeguatezza della loro infanzia e nella consapevolezza di essere stati incapaci di raggiungere legalmente gli obiettivi che si erano prefissati, ciò che li frega, ad un certo punto della loro “carriera” di bugiardi, è un’illusione di impunità che maturano dopo che per anni sono riusciti a farla franca.

Nel 2013, proprio per aver millantato un titolo universitario, Renzo Dekleva ha subito una condanna per Falso Ideologico in atto pubblico.

Patrizia B., la donna che frequentava Renzo Dekleva, che peraltro lo conosceva come Lorenzo Dekleva ed era all’oscuro che fosse ancora sposato e vivesse a Marcon con la moglie Lucia, ha tenuto un comportamento encomiabile con gli inquirenti.

Da un’intervista rilasciata da Patrizia B. al giornalista Nicola Endimioni riguardo al 6 luglio 2011, giorno dell’omicidio di Lucia Manca:

Patrizia B.: Quando lui arriva, io già ero sul posto, lui arriva in ritardo ancora rispetto al ritardo che aveva detto di fare e, niente, si scusa e mi dice anche che è un po’ così, in disordine, perché non è riuscito a passare per casa perché appunto aveva fatto tardi con i genitori, che non era riuscito a passare per casa a farsi la doccia per poi uscire e venire con me, era molto trasandato e anche un po’ maleodorante, come trafelato, sudato e poi aveva un’espressione veramente, quasi impanicata, allucinata, impanicata,difatti io gli avevo anche chiesto se andava bene tutto, cos’era successo? e lui mi aveva detto che si era arrabbiato con i suoi perché appunto, come sempre, l’avevano… eh… chiamato, quindi aveva dovuto far tardi ed era tutto di corsa, non era successo niente ma era… ma era un po’ trafelato, era un po’ di corsa.

Nicola Endimioni: “Era spase mal”.

Patrizia B.: Sì. “Era spase mal”, è il termine che io ho usato, è un termine trevigiano, che è una persona che è fuori, cioè impanicata, una persona che è fuori controllo, come non… non… cioè aveva degli occhi veramente… non dico da paura, però degli occhi allucinati.

Patrizia B.: In quel momento là lui mi chiedeva scusa di questo periodo passato così un po’ distaccati, così un po’ teso, aveva sistemato tutti i suoi problemi e da oggi in poi, da quel giorno in poi tutto sarebbe tornato come prima, non ci sarebbe più stato nessun tipo di problema quindi confermava anche quella vacanza in Croazia.

Di seguito un’intercettazione di una conversazione tra Renzo Dekleva e Patrizia B., conversazione intercorsa tra i due il 25 novembre 2011, circa 50 giorni dopo il ritrovamento dei resti della Manca avvenuto il 6 ottobre 2011: 

Renzo Dekleva: Io sono andato a prendere le pizze e gli ho detto: “Lucia, io devo farmi la doccia e stasera esco”, come al solito fa: “Portati la macchina fotografica!”.

Renzo Dekleva: Quella sera sono andato là, prima roba, lei stava dormendo lei stava dormendo.

Patrizia: Sei andato a casa?

Renzo Dekleva: Sì, sono andato a casa un attimo, lei stava dormendo, la macchina sta sempre fuori, lei dormiva sul divano.

È possibile ma poco realistico che Dekleva, per un qualche motivo, sia passato da casa “un attimo” dopo aver lasciato Patrizia B. quella sera. Quella sera di sicuro Lucia non stava dormendo sul divano ma si trovava già nel portabagagli dell’auto del Dekleva che l’aveva caricata intorno alle 21.40, prima di incontrare Patrizia B. 

Renzo Dekleva: Ed io ero convinto di aver lasciato dentro le foto, dentro la macchina fotografica, controllo, cazzo la macchina è rimasta su a Folgaria, sono uscito di casa, la macchina e sono andato su.

Dekleva potrebbe essere tornato a casa per cercare la macchina fotografica all’interno della quale, una volta iniziate le indagini per ritrovare sua moglie gli inquirenti avrebbero potuto trovare le sue foto con Patrizia B. 

Patrizia B.: Hai fatto la superstrada fino a Folgaria?

Renzo Dekleva: Ho fatto la strada che faccio quando vado su, quando… quando sono arrivato prima di Folgaria (incomprensibile) sono uscito un attimo a fare un bisogno (incomprensibile) a pisciare e ho detto: “Madonna non ho le chiavi di casa”, infatti apro il cassetto, Dio bon, c’è solo il telecomando e c’è la macchina fotografica e sono venuto giù.

Si noti che Dekleva non risponde con un “Sì” o un “No” alla domanda di Patrizia ma afferma “Ho fatto la strada che faccio quando vado su”, lo fa per non rivelarle quale strada abbia percorso.

Patrizia B.: E dove eri arrivato?

Renzo Dekleva: A dieci chil… prima di San Sebastiano.

Renzo Dekleva: Il cadavere non ha un segno, non stanno capendo come cacchio è morta, non è stata avvelenata.

“non stanno capendo come cacchio è morta” è una frase che denota una certa mancanza di empatia.

Renzo Dekleva: Perché lei aveva paura, perché io l’ho minacciata: “Guarda che vengo là, signori”, davanti a tutti quanti mi metto là e dico: “Lucia cara, mia cara, tira fuori tutti i miei soldi”, e lei avrebbe fatto una figura di merda, lei lo sapeva che non l’avrei mai fatto però l’ho minacciata, io non ho mai avuto un debito, è una roba che è brutto dirlo, però io veramente mi sarei in… no incazzato, se venivo a saper ‘sta roba, veramente l’avrei fatta sparire, lei lo sapeva perché l’unica roba che poteva farmi incazzare è aver debiti.

Patrizia B.: Puoi averla portata così.

Patrizia B., mentre si trova da sola con il Dekleva, ha l’ardire di ipotizzare come l’uomo abbia potuto portare il cadavere della moglie dall’appartamento in auto.

Renzo Dekleva: Come? Come l’avrei portata? (ride)

Patrizia B.: Puoi averla portata così sottobraccio, che ne sappiamo noi di come l’hai portata, tu lo sai nella tua testa lì… malata… capito come, io no di sicuro, immagino.

Renzo Dekleva: Così l’ho portata?

Il Dekleva fa una domanda per prendere tempo.

Patrizia B.: E spero di sbagliarmi, infatti… puoi averla po… così l’hai retta così, te sei un armadio, lei è piccola.

Renzo Dekleva: Cosa stai dicendo?

Ancora una domanda per prendere tempo.

Patrizia B.: Sto dicendo quello che penso io, cosa sto dicendo.

Renzo Dekleva: Stiamo andando sulla verità, ti ho commentato tutta quella sera, tutto il resto, quella sera… non voglio pagare per una roba che non ho fatto, quella sera…

Dekleva non riesce a dire “Ti ho detto la verità su quella sera” ma afferma “Stiamo andando sulla verità, ti ho commentato tutta quella sera”. Per Renzo Dekleva  “commentare” equivale a “manipolare”. 

“non voglio pagare per una roba che non ho fatto” non è una negazione credibile.

“Io non ho ucciso mia moglie” sarebbe stata una negazione credibile.

Patrizia B.: Ma io mi auguro che sia come dici tu perché se non altro una verità l’hai detta.

Renzo Dekleva: Ci sei tu Patrizia, ci sei tu, io vado a prendere una persona che so che sa tutto di me, so che probabilmente ha preso dei soldi, ma ti rendi conto? Omicidio? Vado, vado, vado ad ammazzare mia moglie per te quando stiamo insieme, quando mi va a frega’ gli sghei, lo sanno tutti quanti che io amo te, son deficiente? Son deficiente? Quello che hai detto alle nove di sera mi vado fora con la… a braccetto, così.

“vado ad ammazzare mia moglie” è un’ammissione tra le righe.

Con la frase “Quello che hai detto alle nove di sera mi vado fora con la… a braccetto, così” il Dekleva ci rivela di aver caricato in auto il cadavere “alle nove di sera”. Patrizia non ha mai parlato di orari ma si è espressa solo sul come lui avrebbe potuto spostare il cadavere, “sottobraccio”, è il Dekleva a dirci a che ora lo mise nel portabagagli.

Patrizia B.: Oh, è un’ipotesi, è un’ipotesi.

Renzo Dekleva: Mi fai morire, sei unica, non posso lasciarti perché sei semplicemente… sottobracetto.

Patrizia B.: Non ho detto sottobraccio, non ho detto, non ho detto (incomprensibile) vabbè.

Renzo Dekleva: Buonasera, buonasera, buonasera, scusate: “Non se sente, no… non se sente tanto bene”.

Patrizia B.: Ecco, esatto (incomprensibile), la porto in ospedale.

Renzo Dekleva: Come sei stronza, sei stronza, ti amo, non ti lascio, quello che ti ho promesso voglio mantenere.

Patrizia B.: Ma devi prometterlo con la verità.

Renzo Dekleva: Finché vivo, finché vivo, finché vivo, finché vivo, perché io voglio stare con te e basta,

Patrizia B.: Sì.

Un “Sì” ironico.

Renzo Dekleva: A me della gente non me ne frega. Vuoi che non protegga la persona che ha sostituito Lucia?

RICOSTRUZIONE DEGLI EVENTI DELLA SERA DEL 6 LUGLIO 2011:

È alquanto probabile che il Dekleva abbia ucciso la moglie poco prima delle 20.32 del 6 luglio e che il ritardo annunciato a Patrizia con la telefonata delle 20.32 fosse dovuto alla sua necessità di prendere tempo per nascondere il corpo di Lucia nel portabagagli dell’auto.

Secondo la ricostruzione diffusa dalla trasmissione Chi l’ha visto?:

La notte tra il 6 e il 7 luglio 2011, il Dekleva, dopo aver ucciso sua moglie uscì di casa alle 21.40 per recarsi in un locale di Treviso dove incontrò Patrizia B. e con la quale rimase fino alle ore 00.30 circa, tornò a casa propria a Marcon (Venezia), caricò il cadavere della moglie in auto, si immise in autostrada alle ore 1.34 e alle 2.27.55 uscì a Piovene Rocchette (Vicenza), una località che si trova a circa 5 chilometri dal luogo del ritrovamento dei resti della Manca, occultò quindi il suo corpo a Congollo del Cengio e infine ritornò a casa percorrendo la statale per giungere a Marcon (Venezia) alle 5.15.

A mio avviso invece:

La notte tra il 6 e il 7 luglio 2011, il Dekleva, dopo aver ucciso sua moglie Lucia, la caricò in auto, raggiunse il locale di Treviso dove incontrò Patrizia B. alle 22.10, tornò a casa per “un attimo” ed infine si diresse a Cogollo del Cengio ad occultare il corpo della Manca.

Questa ricostruzione spiega sia il perché Renzo Dekleva si fosse presentato “un po’ maleodorante” e “sudato” all’appuntamento con Patrizia B., sia il perché avesse “un’espressione veramente, quasi impanicata, allucinata, impanicata”. 

Era “sudato” perché aveva già caricato il corpo della moglie in auto ed aveva “un’espressione veramente, quasi impanicata, allucinata, impanicata” non solo perché aveva ucciso sua moglie Lucia ma anche perché, mentre si intratteneva con Patrizia B., aveva il suo cadavere della povera Lucia Manca in auto. 

È difficile credere che il Dekleva avrebbe lasciato in casa ed incustodito per ore il cadavere della moglie rischiando che parenti o amici la cercassero e che al suo ritorno qualcuno si facesse trovare fuori dalla porta perché preoccupato per la di lei sorte. 

renzo dekleva delitto sonia manca 2 scaled OMICIDIO DI LUCIA MANCA: RENZO DEKLEVA, DA MILLANTATORE AD ASSASSINOIn poche parole, il modo meno rischioso di gestire il cadavere della moglie fu nasconderlo nella propria auto. 

È stato poi il Dekleva a riferire a Patrizia B. che caricò in auto il corpo “alle nove di sera”. Dopo essersi accomiatato da Patrizia B., il Dekleva raggiunse Cogollo del Cengio e occultò il cadavere di sua moglie ai piedi del ponte Sant’Agata.

Come Renzo Dekleva, Jean-Claude Romand (1954) raccontava di essersi laureato in medicina, di svolgere l’attività di medico e di essere malato di linfoma. Nel 1993, Romand sterminò la propria famiglia, moglie, figli, genitori e tentò di uccidere una sua ex amante. Condannato all’ergastolo nel 1996, dal 28 giugno 2019 è un uomo libero.

ursula franco 1 OMICIDIO DI LUCIA MANCA: RENZO DEKLEVA, DA MILLANTATORE AD ASSASSINO*Medico chirurgo e criminologo, allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: I CONSULENTI “PARTIGIANI” SONO UNA PIAGA DEL SISTEMA GIUSTIZIA

Dr. Ursula Franco

I consulenti delle procure dissimulano o falsificano in modo da sostenere le conclusioni di chi gli ha commissionato la consulenza. E’ un noto gioco delle parti che nessuno è interessato ad interrompere: “Gli esperti sanno compiacere coloro che li fanno lavorare” (da “Gli errori giudiziari” di Jacques Vergès)

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Le Cronache Lucane, 31 marzo 2020

– Dottoressa Franco, a cosa attribuisce le lungaggini del nostro “sistema giustizia”?

Non esiste una sola causa. Nelle fasi iniziali delle indagini sono un problema l’inesperienza di chi indaga, soprattutto in termini di casistica, e l’assenza di una adeguata preparazione necessaria per affrontare un primo interrogatorio di un sospettato, che invece è cruciale per muovere i primi passi verso la verità perché indica la strategia d’indagine. 

Molto spesso poi i consulenti delle procure dissimulano o falsificano in modo da sostenere le conclusioni di chi gli ha commissionato la consulenza. Questo comportamento vizia irrimediabilmente la soluzione di un caso conducendo all’errore giudiziario o ritarda il raggiungimento della verità perché obbliga il giudice a chiedere ulteriori analisi a periti da lui nominati allungando inevitabilmente tempi e costi della giustizia.

Il problema nasce dall’idea diffusa nelle procure che basti una consulenza per chiudere un caso rapidamente ed invece un caso giudiziario è come un puzzle, tutti i pezzi devono andare al loro posto.

Non è una novità ciò che le sto dicendo, ci sono innumerevoli testi americani sull’errore giudiziario dove si parla di consulenti “partigiani”. E’ un noto gioco delle parti che nessuno è interessato ad interrompere: “Gli esperti sanno compiacere coloro che li fanno lavorare” (da “Gli errori giudiziari” di Jacques Vergès).

– Cosa c’è dietro a questi comportamenti?

I consulenti falsificano o dissimulano perché desiderano ricevere nuovi incarichi, perché sono convinti che le loro consulenze costruite a tavolino servano a sostenere una “nobile causa”, perché desiderano approvazione e prestigio e poi perché bramano il “potere di vita o di morte” sui loro simili verso i quali provano sentimenti ostili. Alcuni tra questi sono soggetti psichicamente disturbati con tratti narcisistici e antisociali che soddisfano il proprio sadismo attraverso il potere che gli viene riconosciuto sugli altri esseri umani. Da un punto di vista psicopatologico somigliano ai “serial killer missionari” come Wolfgang Abel e Marco Furlan e, come loro, sono decisi a ripulire il mondo, sono solo meno “coraggiosi” perché, pur falsificando per appoggiare l’accusa, delegano ad altri la sentenza definitiva. Potremmo definirli “giustizieri per procura”, in tutti i sensi.

Ludwig: Wolfgang Abel e Marco Furlan

– Che si può fare contro questi consulenti?

Perseguirli. Le loro menzogne hanno un costo enorme in termini umani ed economici per il paese. 

CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: IN UN CASO GIUDIZIARIO LA RICOSTRUZIONE DEI FATTI E’ TUTTO, NON UN MERO ESERCIZIO DI STILE

“La ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario, una ricostruzione senza smagliature dovrebbe essere la priorità di una procura che intenda identificare il responsabile di un delitto, degli avvocati di parte civile e dei giudici che emettono una sentenza. Solo ricostruendo i fatti in modo capillare si possono attribuire le giuste responsabilità e si riduce in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario”

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Dall’ottobre scorso, la Franco è consulente di Paolo Foresta, che è difeso dall’avvocato Giovanni Pellacchia.

Le Cronache Lucane, 29 marzo 2020

Michele Buoninconti

– Dottoressa Franco, in un caso giudiziario, quanto è importante ricostruire i fatti in modo capillare e perché?

La ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario, una ricostruzione senza smagliature dovrebbe essere la priorità di una procura che intenda identificare il responsabile di un delitto, degli avvocati di parte civile e dei giudici che emettono una sentenza ed invece, purtroppo, nel nostro paese manca la cultura della verità. Solo ricostruendo i fatti in modo capillare si possono attribuire le giuste responsabilità e si riduce inoltre in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario. Faccio un esempio: se la procura di Asti e tutti i giudici che hanno giudicato il povero Michele Buoninconti avessero provato a ricostruire i fatti che condussero alla morte di Elena Ceste si sarebbero resi conto che non era stato commesso un omicidio. 

– E in caso invece sia stato commesso un omicidio?

In caso di omicidio, una capillare ricostruzione dei fatti tutela i familiari della vittima perché non lascia spazio alla difesa. 

– In quali casi noti gli inquirenti ed i giudici hanno commesso degli errori nella ricostruzione dei fatti?

In moltissimi. 

– Ci faccia alcuni esempi.

Sono stati commessi errori nella ricostruzione degli omicidi di Matilda Borin, Lidia Macchi, Yara Gambirasio, Roberta Ragusa e Maria Sestina Arcuri e in tanti altri casi.

Matilda Borin

– Com’è morta la piccola Matilda Borin?

Matilda è morta in seguito ad uno shock emorragico da emoperitoneo secondario ad un trauma dorsale che le produsse multiple lacerazioni del fegato, la sezione del rene destro e una lesione del sinistro. L’errore è stato credere che quel trauma dorsale fosse stato prodotto da un calcio sferratole.

La piccola Matilda è morta invece in seguito ad un trauma da schiacciamento causato dalla pressione di un ginocchio sul suo dorso. 

All’esame autoptico furono riscontrate una lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale, due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori, multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro, la frattura della VII costa destra sulla linea ascellare posteriore con consensuale minima lacerazione pleurica ed intensa infiltrazione emorragica e un traumatismo delle coste dalla IX alla XII sinistre. 

La “lesione ecchimotico escoriativa complessa in sede dorsale” è compatibile con l’impronta di un ginocchio e non con quella di una scarpa o di un piede. E le “due ecchimosi grossolanamente simmetriche sulle spine iliache antero superiori” provano che la forza lesiva scaricata su Matilda non la spinse nel vuoto ma la schiacciò contro una superficie semirigida.

In poche parole, chi uccise Matilda le appoggiò il proprio ginocchio sul dorso e la schiacciò contro una superficie semirigida, poi la bambina cadde sul pavimento e si produsse “multiple escoriazioni sul lato sinistro del corpo, sulla bozza frontale sinistra, sul gomito sinistro, sul braccio e sull’avambraccio sinistro”. Subito dopo, l’omicida raccolse da terra la piccola prendendola sotto il braccio destro con la sola mano destra e, con la pressione del proprio pollice, le produsse “la frattura della VII costa posteriore destra sulla linea ascellare posteriore e la consensuale minima lacerazione pleurica”. La frattura costale non fu contestuale alla lesione dorsale che danneggiò gli organi addominali, né secondaria alle manovre rianimatorie, ma fu la conseguenza di un secondo fatto traumatico che seguì allo schiacciamento dorsale. All’esame autoptico si rilevò intorno alla frattura costale la presenza di una intensa infiltrazione emorragica, prova che il trauma precedette lo shock ipovolemico e l’arresto cardiaco e che quindi non fu causata dalle manovre rianimatorie che seguirono invece lo shock.

Lidia Macchi

 – Che errori hanno commesso gli inquirenti nel caso dell’omicidio di Lidia Macchi?

Una volta riaperto il caso Macchi, l’errore più grossolano fatto dagli inquirenti è stato quello di aver preso per buona la ricostruzione della dinamica omicidiaria elaborata da chi per primo si occupò del delitto. L’errata ricostruzione dei fatti ha viziato il caso perché ha condotto gli inquirenti ad attribuire all’assassino la lettera-poesia “IN MORTE DI UN’AMICA” recapitata ai familiari di Lidia il giorno del suo funerale e perché ha lasciato spazio all’ipotesi che l’aggressore si trovasse alla guida dell’auto di Lidia e che, quindi, fosse un suo conoscente. L’ipotesi più plausibile, che non solo si confà a tutte le risultanze investigative, ma che ricalca anche la casistica in tema di omicidi di questo tipo, è che Lidia e il suo assassino non si conoscessero e che fossero rimasti insieme pochissimi minuti, il tempo impiegato per raggiungere il bosco di Sass Pinin e quello della commissione del delitto. Chi uccise Lidia Macchi non si intrattenne con lei né per consumare un rapporto sessuale consenziente, né per violentarla sotto minaccia, né per agire atti sessuali post mortem. Lidia incontrò il suo assassino per caso e nulla lascia pensare che lo conoscesse. La Macchi fece sedere quello che si sarebbe poi rivelato il suo assassino sul sedile del passeggero, lo provano la posizione avanzata del sedile del guidatore e la dinamica dell’aggressione. Riguardo alla lettera poesia “IN MORTE DI UN’AMICA”, l’autore anonimo non solo non ha fornito informazioni riguardanti l’omicidio che non fossero note a tutti, ma ha mostrato di non conoscere né la dinamica omicidiaria, né il movente. Chi scrisse la lettera infatti, riguardo al movente, riportò l’ipotesi della prima ora diffusa dai familiari di Lidia e dai giornali, un’ipotesi errata.

Yara Gambirasio

 – E in quello di Yara Gambirasio?

E’ vero, come affermato dall’accusa, che il movente dell’omicidio di Yara Gambirasio è sessuale, ma Massimo Giuseppe Bossetti non si è mai sognato di avere un rapporto sessuale vero e proprio con la sua vittima. Bossetti non si esibì in avances sessuali e l’omicidio non seguì ad un rifiuto di Yara. Massimo Giuseppe Bossetti non si trovò a dover affrontare una situazione inaspettata, aveva infatti programmato, chissà da quanto tempo, ciò che mise in pratica il giorno in cui uccise la Gambirasio. Nessuna avance respinta scatenò l’omicidio, il vero movente fu il desiderio di seviziare la giovane Yara, un desiderio maturato nelle fantasie di Massimo Giuseppe Bossetti ed agito in un momento di stress dovuto ai suoi problemi lavorativi e al conflitto con sua moglie Marita. Una riprova della premeditazione è il fatto che Bossetti condusse con sé un coltello che usò solo nella seconda fase dell’omicidio e che non lasciò sulla scena criminis. 

Roberta Ragusa

– Nel caso Ragusa? 

Nella ricostruzione dei giudici manca un passaggio cruciale, il Logli, dopo le 23.50, dopo aver messo sua figlia a letto, andò in autoscuola, Roberta, che era a letto, si alzò, si mise le scarpe da tennis che usava in palestra e che non furono mai ritrovate e una giacca e seguì di nascosto il marito. Fu proprio nei locali dell’autoscuola che Roberta sentì parlare suo marito Antonio con l’amante, ma soprattutto lo sentì chiudere l’ultima telefonata a Sara con un “Ti amo, buonanotte”, una frase che il Logli pronunciò perché credette di essere solo, ne nacque logicamente una discussione e la povera Ragusa, decisa ad affrontare la rivale, uscì dall’autoscuola, percorse pochi metri, raggiunse la staccionata, la scavalcò e si incamminò nei campi per dirigersi a casa di Sara Calzolaio, che abitava poco distante.

Secondo i giudici: “La sorpresa e il terrore alimentati dalla recente esperienza, vissuta dalla donna come un tentativo di omicidio, non hanno consentito ad avviso di questa Corte che si sviluppasse tra i due alcuna discussione: non vi è stato alcun alterco, alcun litigio, alcun clamore, tanto è vero che neppure i figli sono stati svegliati o hanno percepito alcunché”. 

Non corrisponde al vero ciò che hanno scritto i giudici su questo punto, il Logli e sua moglie Roberta discussero per ben due volte quella notte:

a) la discussione iniziale tra Antonio e Roberta ebbe luogo dopo le 00.17 in autoscuola, per questo motivo i bambini non sentirono niente e come loro neanche il titolare della scuola di ballo che si trova sopra l’autoscuola perché se n’era andato poco prima. 

b) una seconda discussione impegnò i due coniugi in via Gigli, in quell’occasione un testimone, Loris Gozi, li udì. 

Il Logli non minacciò mai di morte sua moglie, una volta intercettatala in via Gigli, la convinse con le buone ad entrare in auto (la C3 di Roberta) probabilmente promettendole che l’avrebbe portata a casa di Sara Calzolaio per chiarire.

Fu Roberta ad alzare la voce e a sbattere con forza le portiere dell’auto per la rabbia. E’ Loris Gozi a confermarcelo in un’intervista: “Perché c’erano delle urla, la signora urlava, delle urla strazianti, forti. (…) Ho sentito solo urlare, ma forte, come una donna che urla fo… che urla forte”. Il Gozi sentì la voce di Roberta e non quella del Logli perché Antonio cercò di abbassare i toni, cercò di calmare sua moglie per convincerla a salire in auto in moda da condurla in una zona isolata e ucciderla, il Logli, infatti, non aveva alcun interesse a richiamare l’attenzione dei vicini proprio perché aveva deciso di uccidere la povera Roberta.

Sempre secondo i giudici: “La Ragusa, in preda al panico percependo il grave pericolo per la propria incolumità è semplicemente e istintivamente scappata, così come si trovava, senza mettere niente altro addosso, senza portare niente con sé, e proprio attraverso i campi, come indicato dalle tracce fiutale dai cani, per sottrarsi alla vista e al prevedibile inseguimento del marito di cui aveva paura. Una fuga per la strada pubblica non sarebbe stata funzionale a detto scopo, poiché sarebbe stata visibile e raggiungibile e quanto al chiamare i suoceri, si trattava di persone che la donna sentiva distanti, fredde e non tutelanti”.

E’ un errore pensare che Roberta abbia sentito il Logli parlare con l’amante mentre si trovava in casa e che, per paura del marito, fosse fuggita tra i campi. Roberta intraprese la via dei campi non perché era in preda al panico o per fuggire al Logli ma perché era intenzionata a raggiungere l’abitazione dell’amante del marito, Sara Calzolaio, e proprio perché si trovava in autoscuola, peraltro a pochi passi dalla staccionata che divide il parcheggio dell’autoscuola dai campi, non ebbe accesso alle chiavi della propria auto, che erano rimaste in casa. Ella infatti, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe usato l’auto a causa delle temperature particolarmente basse di quella notte, dell’orario e della fretta che aveva di chiarire con la Calzolaio. 

Il fatto che Roberta si sia allontanata a piedi è la riprova che la discussione tra lei e il marito si consumò in autoscuola e non in casa dove si trovavano le chiavi della sua C3.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa (…) e poi cambiando macchina Roberta, che è stata minacciata di morte, sta lì e m’aspetta cioè mmm è inverosimile, io credo che cosa più incredibile di questa non… non ci sia”. 

Secondo i giudici: “In concomitanza con tale sequenza temporale si colloca la formidabile deposizione del Gozi che inizialmente e consequenzialmente vede il Logli in posizione statica di attesa, circa nel luogo dal quale secondo la direzione intrapresa dalla fuggitiva, la donna avrebbe dovuto prima o poi sbucare dal campo. Questa prima scena così come descritta dai testi Loris Gozi e Anita Gombi, assume il valore di conferma e di decisivo significato indiziario: i testi descrivono una situazione insignificante e di per sé non allarmante, anzi neutra, ma probatoriamente preziosa, perché strettamente complementare e reattiva per tempistica e luogo ad eventi che si erano poco prima consumati tra altre persone, in altra sede e per ragioni a loro estranee. Il Logli ha consapevolezza di essere stato notato dal teste, che aveva un’auto vistosa a lui nota, per tale motivo rientra e cambia auto, che verrà notata dalla Latona posteggiala davanti a casa, in orario che, per quanto sopra detto trattando specificamente di tale indizio, non è affatto incompatibile con la deposizione Gozi, considerando la stretta prossimità dell’abitazione e il fatto che l’avvistamento successivo del Gozi è da collocarsi a circa venti minuti o mezz’ora dopo”.

Il Logli non cambiò auto perché fu visto all’interno della sua Ford Escort da Loris Gozi, come affermato dai giudici, non ne avrebbe infatti tratto alcun beneficio. Anzi, il fatto che il Gozi abbia potuto identificare non una ma due delle auto appartenenti alla famiglia Logli/Ragusa, in strada, quella sera, ha danneggiato Antonio Logli.

Purtroppo però inquirenti e magistrati hanno ignorato due fatti di rilievo:

a) una testimone vide il Logli pulire la strada nel punto dove aveva temporaneamente parcheggiato la sua Escort la notte della scomparsa della Ragusa e dove era stato notato dal Gozi;

b) la collaboratrice domestica di Roberta, Margherita Latona, ha sostenuto di aver visto il Logli pulire il vialetto di casa sua e proprio nel punto in cui la notte stessa della scomparsa di Roberta era parcheggiata la sua Escort.

In un’intervista, nel tentativo di sminuire il valore della dichiarazione della Latona agli inquirenti, il Logli ha detto: “Margherita Latona fece una telefonata, l’ho letto nelle carte, era affacciata allo stanzino del… dove io ho la lavatrice di casa e sotto di lei c’è uno stanzino dove tengo, diciamo, un ripostiglio, all’interno avevo una busta con della sabbia che uso per mettere nei commenti del piazzale dell’autoscuola, mentre prendo questa busta e giro per andare verso il piazzale in terra dei ragazzini avevano fatto quei disegni per fare il gioco che ci si salta dentro e mi sembravano brutti e io ho preso qualcosa e ho cominciato a grattare per vedere se lo potevo togliere, in realtà dopo poco mi so accorto che non ci facevo nulla le strisce, le righe che erano in terra son rimaste tali e quali”.

Con questa dichiarazione, il Logli ha aggiunto un tassello cruciale alla ricostruzione dei fatti della notte della scomparsa di Roberta Ragusa, ha affermato di aver usato la sabbia il giorno seguente. La sabbia è infatti la chiave di questo caso.

Loris Gozi vide Antonio Logli, in via Gigli, fermo dentro la sua Ford Escort station wagon a fari spenti tra le 00.30 e le 00.40.

La notte del 13 gennaio 2012 la domestica vide la Ford Escort del Logli parcheggiata nel vialetto poco dopo le 00.40.

La notte dell’omicidio, Antonio Logli danneggiò il contenitore del filtro del gasolio della sua Ford Escort station wagon ed il giorno dopo pulì sia la strada che il vialetto per nascondere le tracce del fatto che la sua macchina la notte precedente aveva stazionato in quei due luoghi.

Il Logli, la notte dell’omicidio, maturò l’idea di uccidere sua moglie mentre si trovava in strada all’interno della sua Ford Escort station wagon e cambiò macchina non perché lo vide il Gozi, come erroneamente affermato dai giudici nelle motivazioni della sentenza, ma per non rischiare che l’auto danneggiata, ovvero la sua Escort, lo lasciasse a piedi in una delle fasi dell’omicidio e dell’occultamento del corpo di Roberta.

Antonio Logli, dopo essersi accorto del guasto, riportò a casa la Ford Escort, la parcheggiò nel vialetto, dove non era solito lasciarla e dove la vide la collaboratrice domestica, Margherita Latona, e uscì di nuovo, questa volta con la Citroen (C3) di Roberta. 

E’ logico inferire che il Logli non avrebbe perso tempo a riempire con la sabbia i commenti del piazzale dell’autoscuola nel caso fosse stato preoccupato per la scomparsa di Roberta tantomeno nel caso l’avesse uccisa, pertanto si può concludere che abbia usato la sabbia per asciugare il gasolio colato dalla sua auto sulla pavimentazione del vialetto. 

Il Logli pulì la strada ed il vialetto di casa sua per il timore che la perdita di gasolio lo tradisse, posto che era la riprova che la sera della scomparsa della moglie lui si trovava in via Gigli in auto e non a letto. Per questo stesso motivo, pur sapendola danneggiata, usò la propria auto per raggiungere il cimitero al mattino dopo, lo fece per lasciare la Ford Escort a debita distanza da casa, per evitare che qualcuno notasse che perdeva gasolio e che quindi quella perdita accreditasse il racconto dei testimoni per la presenza di chiazze di gasolio nei luoghi dove la sua auto era stata ferma quella notte.

L’errata ricostruzione dei fatti operata su questo punto dai magistrati, ha permesso al Logli di dire in un’intervista: “(…) non torna niente in questa cosa, poi dopo, siccome io sarei stato visto, ho cambiato macchina, cioè cosa sarebbe cambiato cambiando macchina? Se m’hai visto, m’hai visto”. 

Secondo i giudici: “A tale proposito vengono citate le dichiarazioni rese da un amico dell’imputato (…) propose di fare un giro in macchina transitando dai due cimiteri ove erano seppelliti i genitori della Ragusa. Saliti sulla Ford di proprietà dell’imputato e giunti al cimitero  di Pisa, si constatò tuttavia che il motore dell’auto non si avviava, nonostante l’imputato provasse a caricare il circuito di alimentazione del gasolio con l’apposita pompa del vano motore.  A quel punto veniva chiamato il padre dell’imputato che giungeva dopo circa 15/20 minuti e li riaccompagnava a casa (…) A tale proposito affermava che la problematica al  motore dell’auto, a dire dell’imputato si verificava frequentemente e che egli stesso, guardando il  vano motore, notava che il contenitore del filtro del gasolio era avvolto in una pellicola trasparente del tipo da cucina”.

E’ in questo stralcio di motivazioni la conferma del fatto che il Logli si era accorto, ben prima di giungere al cimitero, che il contenitore del filtro era rotto, lo aveva infatti già rivestito con la pellicola da cucina. 

Secondo i giudici: “Il delitto non era certo stato programmato per quella data e in quella occasione, come attestano le circostanze accertate e finanche la mancanza da parte del Logli della possibilità di approntare e addurre più adeguate e logiche circostanze della scomparsa della moglie e di costruire un albi più solido a suo favore, ma tuttavia proprio dal mancato ritrovamento del corpo si deve escludere che si sia trattalo di dolo d’impeto.

In qualunque modo ne abbia cagionato la morte, il mancato rinvenimento del corpo nonostante le già illustrate massicce ricerche, e a prescindere dalla circostanza tecnica che non sia stata contestata la premeditazione, indica chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie, significativamente e a ragion veduta temuta dalla povera Ragusa, ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi. La notte dei fatti invece la situazione è precipitata, con la scoperta da parte della Ragusa, sorpresa a sua volta dal marito e la immediata resa dei conti culminata nel terrore e nella fuga della donna raggiunta e coattivamente trattenuta, e nella sua soppressione. Insomma la mancata scoperta del corpo e delle modalità esecutive dell’omicidio qualificano in modo vieppiù negativo la personalità dell’autore e la sua capacità criminosa, la freddezza nell’ideazione, la precisione nell’esecuzione, e infine l’efficacia nella soppressione del corpo”.

I cadaveri si trovano più spesso per caso che durante le ricerche, pertanto è proprio la casistica ad indurci a dubitare che il fatto che il corpo di Roberta Ragusa non sia stato ritrovato indichi “chiaramente che l’imputato si fosse comunque già prefigurato nei dettagli l’evenienza della soppressione della moglie (…) ponendosi e con un certo anticipo il problema di disfarsi del cadavere, in modo senza dubbio efficiente alla luce degli eventi”. 

Ed è proprio il modo in cui il Logli tentò di uccidere Roberta, ovvero facendola cadere dalle scale, che ci permette di escludere che, prima della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, lo stesso avesse pensato ad un luogo dove occultarne il corpo.

Il Logli pensò al luogo dove avrebbe potuto occultarne il corpo (lo stesso luogo dove la uccise) mentre si trovava all’interno della sua Ford Escort quella stessa notte, in precedenza aveva pensato di sopprimerla simulando un incidente. In altre parole, il Logli non era preparato al susseguirsi degli eventi della notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012.

Ronciglione. Le scale esterne d’accesso alla casa della nonna materna di Andrea Landolfi Cudia

 – Nel caso dell’omicidio di Maria Sestina Arcuri?

Lo abbiamo trattato di recente. Maria Sestina non è caduta dalle scale interne dell’appartamento di Mirella Iezzi ma da quelle esterne. Le lesioni che ha riportato (ferita dall’occipite fino alla sommità del capo causata dall’impatto con una superficie piatta e lesione estesa sulla schiena) sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il suolo o con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro, corrimano contro il quale, dopo la caduta di Maria Sestina, Andrea Landolfi scaraventò sua nonna procurandole la frattura di 3 coste. Peraltro, subito dopo la caduta di Maria Sestina, proprio perché i fatti si consumarono all’esterno dell’appartamento della Iezzi, i vicini sentirono Andrea Landolfi dire: “Zitta, stai zitta, ti ho detto. Stronza, piantala”.

– Dottoressa Franco, perché la maggior parte della gente si affeziona alle sciocchezze divulgate da stampa e tv spazzatura e snobba la verità anche quando i fatti parlano chiaro?

Perché la gente è incapace di ammettere di essersi lasciata intortare e desidera salvare l’onore del proprio “infallibile intuito” e così, invece di riconoscere i propri limiti, si ingegna su come ridicolizzare la verità e chi se ne fa portavoce. E vissero tutti felici e contenti… Ah, a proposito, per ricostruire i fatti e risolvere un caso servono competenze, non un “infallibile intuito”. L’intuito è il paravento di chi non ha investito nella propria formazione ed è equiparabile alle capacità che millantano di avere i cosiddetti “sensitivi”. Buon lockdown a tutti.

APPIAPOLIS: OMICIDIO DI MARIA SESTINA ARCURI

–       di Ursula Franco*     –     NEI LABIRINTI DEL CRIMINE OMICIDIO DI SIMONETTA CESARONI: ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI DI RANIERO BUSCO

APPIAPOLIS, 27 marzo 2020

La scala esterna di accesso all’appartamento della nonna del Landolfi

Il 6 febbraio 2019, Maria Sestina Arcuri, 26 anni, è morta all’ospedale Belcolle di Viterbo per le conseguenze di un’emorragia cerebrale. La Arcuri era stata ricoverata intorno alle 7.00 del 4 febbraio 2019. La ragazza aveva passato la serata del 3 febbraio in un pub di Ronciglione in compagnia di Andrea Landolfi Cudia, 30 anni, un ragazzo che conosceva da soli tre mesi, e del di lui figlio, un bambino di 5 anni, poi i tre si erano recati a casa della nonna materna del Landolfi, Mirella Iezzi, 80 anni, per passarvi la notte. 

Andrea Landolfi Cudia è in carcere ed è stato rinviato a giudizio per omicidio. Mirella Iezzi, che è accusata di omissione di soccorso, falso in dichiarazioni al pubblico ministero e abbandono di persona incapace, si è comunque costituita parte civile nel processo che vede suo nipote imputato per omicidio, in quanto lo stesso la notte della caduta di Maria Sestina le ha procurato la frattura di 3 coste.

Ronciglione. L’interno della casa della Iezzi

Secondo la procura di Viterbo, Maria Sestina è vittima di un omicidio che si è consumato all’interno dell’appartamento della Iezzi. Dall’Ordinanza del tribunale del Riesame di Roma: “Maria Sestina Arcuri non è rotolata sulle scale, come falsamente affermato dall’indagato (Andrea Landolfi Cudia) e dalla nonna Mirella Iezzi, ma è precipitata dall’alto della seconda rampa di scale, superando il muretto di protezione, impattando violentemente e riportando le lesioni che l’hanno portata alla morte.”

Dalla telefonata di soccorso del Landolfi, da un’intervista rilasciata dal Landolfi, dalle interviste rilasciate dalla nonna e dal suo interrogatorio si inferisce invece che Maria Sestina cadde sulla scala esterna con il parapetto in ferro, quella attraverso la quale si accede all’appartamento della Iezzi.

Ronciglione. Le scale esterne d’accesso alla casa della nonna materna di Andrea Landolfi Cudia

Riporto alcuni interessanti stralci della telefonata di Andrea Landolfi al 118:

Andrea Landolfi: Sì. Salve. Io sto qua a Ronciglione…

Si noti che il Landolfi non esordisce con una richiesta d’aiuto ma con un “Sì” e un “Salve”, due parole inaspettate in una chiamata di soccorso.

“Sì” è una pausa per pensare. “Salve” rientra tra i convenevoli che, generalmente, servono ad ingraziarsi l’interlocutore (Ingratiation Factor).

“Io sto qua a Ronciglione” non è ancora una richiesta d’aiuto.

Operatore: Sì?

Andrea Landolfi: Sto a via Papirio Serangeli. La mia compagna è cascata qua dalle scale, stavamo sulla scala a chiocciola, ha perso i sensi, non… non so più che dire, nel senso… ha rigettato…

Ci saremmo aspettati che il Landolfi dicesse: “La mia compagna è cascata dalle scale, ha bisogno d’aiuto” ed invece non ha ancora chiesto aiuto per Maria Sestina.

Il fatto che il Landolfi senta il bisogno di aggiungere l’avverbio di luogo “qua” e “stavamo sulla scala a chiocciola” apre alla possibilità che la caduta sia avvenuta altrove.

[…]

Operatore: Allora è caduta, da che altezza è caduta?

Andrea Landolfi: Eh, dalla scala a chiocciola.

“Eh” è una pausa per pensare. A questo punto ci aspettiamo che, dopo averci pensato, il Landolfi fornisca un dato numerico e invece non risponde alla domanda, ma tiene nuovamente a precisare “dalla scala a chiocciola”, fornendo un’informazione non richiesta e apparentemente inutile ma evidentemente per lui importante posto che l’ha ripetuta.

Le parole del Landolfi ci inducono a chiederci il perché senta il desiderio di assicurarsi che l’operatore abbia capito che Maria Sestina è caduta “dalla scala a chiocciola”. Una domanda che ci eravamo già posti quando il Landolfi aveva inserito nel racconto iniziale termini inutili quali “qua” e “scala a chiocciola”.

Operatore: Dalla scala a chiocciola, l’ha fatta tutta?

Andrea Landolfi: “Tutta l’abbiamo fatta, perché si è sbilanciata, stavamo parlando, io stavo sulle punte qua, stavamo giocando, scherzando, io me so’ sbilanciato, lei si è retta su di me, io pe’ attutirla… però, purtroppo, lei la botta l’ha presa e io la botta l’ho presa più forte, però non lo so, evidentemente, lei ha preso… evidentemente… non so se l’ha presa dietro alla schiena o vicino all’orecchio, poi però da là, l’ho portata a ca… su, ha rigettato quello che ha mangiato”

“Tutta l’abbiamo fatta” è il frutto di una contaminazione, è stato infatti l’operatore a introdurre certi termini attraverso la domanda “l’ha fatta tutta?”.

Il Landolfi, invece di rispondere con un “Sì”, si esibisce in una lunga tirata oratoria durante la quale si lascia scappare un “da là, l’ho portata a ca…”.

Quando il Landolfi dice da là, l’ho portata a ca… su”, si autocensura e poi  aggiusta il tiro aggiungendo un generico su”. Che cosa stava per dire Andrea Landolfi? Stava forse per dire “da là, l’ho portata a casa”? 

Per quanto riguarda il termine su”, come già detto, è generico, e può riferirsi alla salita di entrambe le scale, ma appare improbabile che il Landolfi, subito dopo la caduta, abbia portato Maria Sestina in camera, è più logico pensare che una volta caduta sulle scale esterne l’abbia portata nella sala dell’appartamento. In merito, la nonna del Landolfi ha riferito a Silvana Cortignani di Tusciaweb che, dopo aver aiutato la ragazza a rialzarsi, lei e Andrea la misero “seduta su una poltroncina che sta lì” e, sempre la Iezzi, durante l’interrogatorio, ha detto che, dopo la caduta dei ragazzi era “andata in cucina a prendere del ghiaccio, dei panni bagnati”. E’ pertanto logico inferire che con su” il Landolfi intenda su” in casa, non su” in camera e che quindi Maria Sestina sia caduta sulle scale esterne dell’appartamento. 

Ronciglione. Le scale dalle quali è caduta Maria Sestina Arcuri

Ulteriori conferme a questa ricostruzione degli eventi vengono dall’interrogatorio della nonna del Landolfi e da due interviste.

– Durante l’interrogatorio, Mirella Iezzi ha detto: Loro sono saliti, sono… uuu… riusciti i… fuori, parlando, per non svegliare il bambino e parlavano… del più e del meno”.

“Loro sono saliti” è generico ma quando la Iezzi dice “sono… uuu… riusciti i… fuori,“ ci conferma che con quel “saliti” si riferisse alle scale esterne e con “riusciti” alla porta d’ingresso, in specie per l’aggiunta di “fuori”.

– In un’intervista rilasciata a Silvana Cortignani di Tusciaweb Andrea Landolfi ha detto:

“Ricordo tutto. Ricordo la sua gelosia. Quella sera Sestina si era arrabbiata perché ero andato dalla cameriera per chiedere altri due bicchieri di vino rosso. Si è arrabbiata. Fino a quando abbiamo fatto pace, sulle scale di casa. Sestina mi ha dato una spinta senza volerlo ed è successo tutto. Era una cosa scherzosa a seguito di una battuta”

– Da un’intervista rilasciata da Mirella Iezzi a Lucilla Masucci de “La vita in diretta”:

Lucilla Masucci: Ma tu non li hai sentiti litigare quella sera?

Mirella Iezzi: No, perché loro si mettevano fuori la porta, perché il bambino dormiva, si mettevano fuori la porta e dai, ridevano, scherzavano. Quella sera, io l’ho sent… non è… io non ho sentito ridere… eh… su questo, no, però parlavano con pacatezza, come se scherzassero, tutto qui.

Se Andrea e Sestina si fossero messi “fuori la porta” della camera del bambino, la Iezzi non avrebbe detto “perché loro si mettevano fuori la porta” ma “perché parlavano sottovoce”, posto che dormiva nella stessa stanza, è quindi evidente che la Iezzi sta dicendo che tra lei e i due ragazzi c’era una porta, quella porta non può che essere il portane di ingresso.

Ronciglione. L’ingresso dell’appartamento di Mirella Iezzi

Riguardo alla lesioni da lei ripotate, durante l’interrogatorio, Mirella Iezzi ha detto: “Venerdì. Venerdì che mio nipote non c’era. Io ero andata a fare una sp… la spesa, verso mezzogiorno, io sotto casa mia, a Ronciglione, c’è una scala di ferro, bene, sono caduta su una scala di ferro e ho battuto qui.

E’ stata la Iezzi ad introdurre le parole “scala di ferro”. La “scala di ferro” è quella che che conduce alla porta di casa sua ed è evidentemente un elemento importante per la Iezzi posto che tiene a sottolineare di essersi fatta male proprio lì. 

Ronciglione. L’area antistante l’accesso alle scale esterne

Alla luce di queste analisi si può ragionevolmente concludere che Maria Sestina è caduta dalle scale esterne dell’appartamento di Mirella Iezzi e le lesioni che ha riportato (ferita dall’occipite fino alla sommità del capo causata dall’impatto con una superficie piatta e lesione estesa sulla schiena) sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il suolo o con il pianerottolo che si trova tra le due rampe di scale esterne con il corrimano in ferro, corrimano contro il quale, dopo la caduta di Maria Sestina, Andrea Landolfi scaraventò sua nonna procurandole la frattura di 3 coste. Peraltro, subito dopo la caduta di Maria Sestina, proprio perché i fatti si consumarono all’esterno dell’appartamento della Iezzi, i vicini sentirono Andrea Landolfi dire: “Zitta, stai zitta, ti ho detto. Stronza, piantala”

ursula franco 1 OMICIDIO DI SIMONETTA CESARONI: ANALISI DI ALCUNI STRALCI DI DICHIARAZIONI DI RANIERO BUSCO

*Medico chirurgo e criminologo, allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari

OMICIDIO DI MARIA SESTINA ARCURI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: IL DRAMMA SI E’ CONSUMATO SULLE SCALE ESTERNE DELL’APPARTAMENTO

Ronciglione. Le scale esterne d’accesso alla casa della nonna materna di Andrea Landolfi Cudia

Maria Sestina Arcuri, 26 anni, è morta all’ospedale Belcolle di Viterbo per le conseguenze di un’emorragia cerebrale, il 6 febbraio 2019. La Arcuri era stata ricoverata intorno alle 7.00 del 4 febbraio 2019. La ragazza aveva passato la serata del 3 febbraio in un pub di Ronciglione in compagnia di Andrea Landolfi, 30 anni, un ragazzo che conosceva da soli tre mesi, e del di lui figlio, poi i tre si erano recati a casa della nonna materna del Landolfi, Mirella Iezzi, per passarvi la notte.

L’interno della casa della Iezzi

Andrea Landolfi Cudia, 30 anni, è in carcere ed è stato rinviato a giudizio per omicidio ma, fino al 25 settembre scorso, era indagato a piede libero.

Le Cronache Lucane, 25 marzo 2020

Dopo che sono stati divulgati stralci dell’interrogatorio della nonna del Landolfi, Mirella Iezzi, siamo tornati a sentire su questo caso la criminologa Ursula Franco. La dottoressa aveva già analizzato la telefonata di soccorso di Andrea Landolfi al 118 e un’intervista rilasciata dalla nonna.

– Dottoressa, che cosa emerge dalle sue analisi?

Dopo che ho analizzato gli stralci dell’interrogatorio della Iezzi mandati in onda da Quarto Grado, la telefonata di soccorso del Landolfi al 118 e l’intervista rilasciata dalla nonna del Landolfi a Lucilla Masucci ritengo alquanto probabile che Maria Sestina Arcuri non abbia subito il trauma che l’ha condotta a morte all’interno dell’abitazione della Iezzi ma all’esterno dell’appartamento, sulla scala esterna con il parapetto in ferro. Sono almeno cinque le occasioni a me note in cui è emersa questa possibilità.

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– Può spiegarsi meglio?

– In un’intervista rilasciata a Silvana Cortignani di Tusciaweb, Andrea Landolfi ha detto:

“Ricordo tutto. Ricordo la sua gelosia. Quella sera Sestina si era arrabbiata perché ero andato dalla cameriera per chiedere altri due bicchieri di vino rosso. Si è arrabbiata. Fino a quando abbiamo fatto pace, SULLE SCALE DI CASA. Sestina mi ha dato una spinta senza volerlo ed è successo tutto. Era una cosa scherzosa a seguito di una battuta”

– Durante l’interrogatorio, Mirella Iezzi ha detto:

“LORO SONO SALITI, sono… uuu… RIUSCITI I… FUORI, parlando, per non svegliare il bambino e parlavano… del più e del meno”.

Con “LORO SONO SALITI” la Iezzi potrebbe riferirsi sia alle scale esterne che a quelle interne dell’appartamento e poi, dicendo

“sono… uuu… RIUSCITI I… FUORI“ ci induce a pensare che voglia intendere che i due ragazzi fossero “RIUSCITI” dalla porta d’ingresso, in specie per l’aggiunta di “FUORI”.

– Sempre durante l’interrogatorio la Iezzi ha detto: “Venerdì. Venerdì che mio nipote non c’era. Io ero andata a fare una sp… la spesa, verso mezzogiorno, io sotto casa mia, a Ronciglione, c’è una SCALA DI FERRO, bene, sono caduta su una SCALA DI FERRO e ho battuto qui.

E’ stata la Iezzi ad introdurre le parole “UNA SCALA DI FERRO”. La “SCALA DI FERRO” è quella che che conduce alla porta di casa sua ed è un topic importante per lei posto che lo ripete per due volte. 

– Durante l’intervista rilasciata a Lucilla Masucci, la nonna del Landolfi ha detto: “No, perché loro si mettevano FUORI DALLA PORTA, perché il bambino dormiva, si mettevano FUORI DALLA PORTA e dai, ridevano, scherzavano. Quella sera, io l’ho sent… non è… io non ho sentito ridere… eh… su questo, no, però parlavano con pacatezza, come se scherzassero, tutto qui”

Ed infine, durante la telefonata al 118, Andrea Landolfi ha detto:

“Tutta l’abbiamo fatta, perché si è sbilanciata, stavamo parlando, io stavo sulle punte qua, stavamo giocando, scherzando, io me so’ sbilanciato, lei si è retta su di me, io pe’ attutirla… però, purtroppo, lei la botta l’ha presa e io la botta l’ho presa più forte, però non lo so, evidentemente, lei ha preso… evidentemente… non so se l’ha presa dietro alla schiena o vicino all’orecchio, poi però DA LA’, L’HO PORTATA A CA… SU, ha rigettato quello che ha mangiato”

Quando il Landolfi ha detto “DA LA’, L’HO PORTATA A CA… SU”, si è autocensurato e poi ha aggiustato il tiro aggiungendo un generico “SU”. Che cosa stava per dire Andrea Landolfi? Stava forse per dire “DA LA’, L’HO PORTATA A CASA”?Per quanto riguarda il termine ”SU”, come già detto, è generico, e può riferirsi alla salita di entrambe le scale ma appare strano che il Landolfi, subito dopo la caduta, abbia portato Maria Sestina in camera, è più logico pensare che una volta caduta sulle scale esterne l’abbia portata nella sala dell’appartamento. Peraltro, la nonna del Landolfi ha riferito al PM di “essere andata in cucina a prendere del ghiaccio, dei panni bagnati” dopo la caduta dei ragazzi, è pertanto logico pensare che Sestina fosse nella sala e che quindi con “SU” il Landolfi intendesse “SU” in casa, non “SU” in camera. Aggiungo che le lesioni di Sestina (ferita dall’occipite fino alla sommità del capo causata dall’impatto con una superficie piatta e lesione estesa sulla schiena) sono compatibili con l’impatto del suo corpo con il suolo o con il pianerottolo che si trova tra le due rampe delle scale esterne con il corrimano in ferro, corrimano contro il quale il Landolfi scaraventò sua nonna procurandole la frattura di 3 coste.

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Questa ricostruzione conferma le parole del pubblico ministero: “Maria Sestina appena arrivata a casa è cascata”.

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– Dottoressa, all’interno dell’appartamento sono comunque stati trovate tracce di sangue e vomito.

Non dobbiamo stupircene, dopo il trauma, Maria Sestina è stata portata in casa  e lì ha vomitato e ha continuato a perdere sangue. 

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Omicidio di Maria Sestina Arcuri: analisi di stralci dell’interrogatorio di Mirella Iezzi, nonna di Andrea Landolfi Cudia

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Maria Sestina Arcuri, 26 anni, è morta all’ospedale Belcolle di Viterbo per le conseguenze di un’emorragia cerebrale, il 6 febbraio 2019. Maria Sestina era stata ricoverata intorno alle 7.00 del 4 febbraio 2019. La Arcuri aveva passato la serata del 3 febbraio in un pub di Ronciglione in compagnia di un ragazzo che conosceva da soli tre mesi, Andrea Landolfi Cudia, 30 anni, e del di lui figlio, un bambino di 5 anni, poi i tre si erano recati a casa della nonna del Landolfi, Mirella Iezzi, 80 anni, per passarvi la notte.

Andrea Landolfi Cudia è stato arrestato il 25 settembre scorso ed è stato rinviato a giudizio per omicidio. Mirella Iezzi si è costituita parte civile.

La nonna di Andrea Landolfi è accusata di omissione di soccorso, falso in dichiarazioni al pubblico ministero e abbandono di persona incapace.

PM: Sappiamo documentalmente… che… il ritorno a casa dei 2 ragazzi (interrotto).

Il PM non ha ragione di rivelare alla Iezzi le risultanze investigative. Il PM avrebbe dovuto semplicemente chiedere alla Iezzi “Ci racconti cosa è successo?” in modo da indurla a scegliere da dove cominciare il proprio racconto.

Mirella Iezzi: Sì, è stato verso mezzanotte e mezza.

PM: Assolutamente no, signora.

Il PM non ha ragione di contestare l’orario indicato dalla Iezzi. Il PM avrebbe invece dovuto fingere di non conoscere l’orario esatto del rientro dei ragazzi e chiederle: “Va bene, poi che cosa è successo?”. Durante il primo interrogatorio è necessario raccogliere più materiale possibile da confrontare con le risultanze investigative e con eventuali interviste, registrazioni di telefonate di soccorso e dichiarazioni di testimoni, solo al termine dell’interrogatorio o in un nuovo interrogatorio ha senso contestare le risposte dell’interrogato. 

Mirella Iezzi: Per me, io (interrotta).

Il PM commette un errore ad interrompere la Iezzi posto che è nella sua testimonianza la soluzione del caso. Il goal del PM dovrebbe essere indurre la Iezzi a parlare il più possibile. E’ nelle tirate oratorie che si nascondono informazioni importanti per ricostruire i fatti e spesso anche formidabili ammissioni tra le righe.

PM: Assolutamente è falso. Un fatto così evidente, l’orario di ritorno (interrotto).

Il PM continua a contestare l’orario indicato dalla Iezzi, una contestazione precoce neanche gratuita ma controproducente. 

Mirella Iezzi: Eh, va bene, io posso avermi sbagliata (incomprensibile) (interrotta).

PM: Signora, non mi interrompa! Non mi interrompa! Non mi interrompa!

Il PM non ha ragione di imporsi così alla Iezzi, la metterà sulla difensiva. Peraltro, è lui che non dovrebbe interrompere l’interrogata, non il contrario. Ai fini della ricostruzione dei fatti, non è interessante cosa lui abbia da dire ma solo cosa ha da dire la Iezzi.

Mirella Iezzi: Per me era quell’ora, io penso di… mi sarò sbagliata.

PM: Che significa “per lei”? L’ora è un’ora… per tutti.

Il PM continua a rivelarsi ostile, dovrebbe invece ingraziarsi la Iezzi per metterla a suo agio ed ottenere le informazioni necessarie per ricostruire i fatti in modo capillare.

Mirella Iezzi: Sì, ma non è che mi vado a mettere lì e guardo l’ora (incomprensibile).

PM: Ah, allora dica: “Non so a che ora sono tornati”.

Chi interroga non ha motivo di suggerire le risposte posto che lo scopo di un interrogatorio è quello di acquisire informazioni dall’interrogato. 

Mirella Iezzi: Eh sì, però so che era tardi perché gli ho detto queste precise parole: “Domani mattina ci dobbiamo alzare presto per andare a Roma”.

[…]

PM: Che ora era?

Lo ripeto, il PM non ha ragione di rivelare alla Iezzi le risultanze investigative.

Assistente del PM: Una, 45 e 38, la macchina entra in via Papirio Serangeli.

PM: Alle 2 meno 10 stavano a casa, via.

Mirella Iezzi: Sì, ho capito.

Una risposta di nessuna utilità.

PM: 2 meno 10, è  d-o-c-u-m-e-n-t-a-l-e.

Le controproducenti affermazioni del PM inibiranno la Iezzi mettendola a tacere. 

Mirella Iezzi: Sì.

E infatti la Iezzi si imita a rispondere con un “Sì” di nessuna utilità.

[…]

PM: Allora, come sono andate quella sera le cose?

Una bella domanda.

Mirella Iezzi: Sono entrati, Andrea è andato di sopra a cambiare il bambino e a metterlo a letto, mentre io e Sistina siamo rimasti giù a parlare.

Non si può escludere che “Sono entrati” sia riferibile al post ferimento di Maria Sestina. 

Si noti il termine “rimasti”, al maschile. Poiché l’interrogatorio non è integrale non sappiamo se il PM abbia chiesto: “Rimasti, chi?”.

[…]

Secondo assistente del PM: Di che cosa avete parlato?

Mirella Iezzi: Del più e del meno che loro si volevano sposare, poi è venuto giù Andrea e gli ha detto eee… tanto lei quanto lui, ha detto: “Andiamo a dormire perché domani mattina ci dobbiamo alzare presto”.

PM: Poi che cosa è successo?

Un’altra bella domanda.

Mirella Iezzi: Loro sono saliti, sono… uuu… riusciti i… fuori, parlando, per non svegliare il bambino e parlavano… del più e del meno.

Poiché l’interrogatorio non è integrale non sappiamo se il PM abbia chiesto: “Fuori, dove?”. 

“Loro sono saliti” è generico ma quando la Iezzi dice  “sono… uuu… riusciti i… fuori” ci conferma che con quel “saliti” si riferisce alle scale esterne e con “riusciti” alla porta d’ingresso, in specie per l’aggiunta di “fuori”.

– Da un’intervista rilasciata dalla Iezzi a Lucilla Masucci:

Lucilla Masucci: Ma tu non li hai sentiti litigare quella sera?

Mirella Iezzi: No, perché loro si mettevano fuori la porta, perché il bambino dormiva, si mettevano fuori la porta e dai, ridevano, scherzavano. Quella sera, io l’ho sent… non è… io non ho sentito ridere… eh… su questo, no, però parlavano con pacatezza, come se scherzassero, tutto qui.

Se Andrea e Sestina si fossero messi “fuori la porta” della camera del bambino, la Iezzi non avrebbe detto “perché loro si mettevano fuori la porta” ma “perché parlavano sottovoce”, posto che dormiva nella stessa stanza, è quindi evidente che la Iezzi sta dicendo che tra lei e i due ragazzi c’era una porta, quella porta non può che essere la porta di ingresso in casa.

– Dalla telefonata di Andrea Landolfi al 118:

Operatore: Allora è caduta, da che altezza è caduta?

Andrea Landolfi: Eh, dalla scala a chiocciola.

Operatore: Dalla scala a chiocciola, l’ha fatta tutta?

Andrea Landolfi: Tutta l’abbiamo fatta, perché si è sbilanciata, stavamo parlando, io stavo sulle punte qua, stavamo giocando, scherzando, io me so’ sbilanciato, lei si è retta su di me, io pe’ attutirla… però, purtroppo, lei la botta l’ha presa e io la botta l’ho presa più forte, però non lo so, evidentemente, lei ha preso… evidentemente… non so se l’ha presa dietro alla schiena o vicino all’orecchio, poi però da là, l’ho portata a ca… su, ha rigettato quello che ha mangiato.

Si noti che il Landolfi si autocensura: “da là, l’ho portata a ca…” e poi aggiusta il tiro aggiungendo un generico “su”.

Che cosa stava per dire Andrea Landolfi? Stava forse per dire “da là, l’ho portata a casa”? Se così fosse, è possibile che Maria Sestina Arcuri abbia subito il trauma che l’ha condotta a morte non all’interno dell’abitazione della Iezzi ma fuori dalla porta di casa, sulla scala esterna con il parapetto in ferro.

Per quanto riguarda il termine ”su”, come già detto, è generico, e può riferirsi alla salita di entrambe le scale ma appare strano che il Landolfi, subito dopo la caduta, abbia portato Maria Sestina in camera, è più logico pensare che una volta caduta sulle scale esterne l’abbia portata nella sala dell’appartamento. Una ricostruzione confermata dalla Iezzi in un’intervista: “L’ho rialzato e ho tirato su, vicino al camino, anche Sestina. Poi l’abbiamo messa seduta su una poltroncina che sta lì”.

– Da un’intervista rilasciata da Andrea Landolfi a Silvana Cortignani di Tusciaweb:

Per l’accusa al momento della caduta stavate litigando, secondo sua nonna vi stavate baciando. Lei ha detto che è stata Sestina a spingerla. Ha ricordi diversi di quella sera ora che sono passati dieci mesi?

“Ricordo tutto. Ricordo la sua gelosia. Quella sera Sestina si era arrabbiata perché ero andato dalla cameriera per chiedere altri due bicchieri di vino rosso. Si è arrabbiata. Fino a quando abbiamo fatto pace, sulle scale di casa. Sestina mi ha dato una spinta senza volerlo ed è successo tutto. Era una cosa scherzosa a seguito di una battuta”

Si noti che il Landolfi parla delle “scale di casa”.

[…]

Mirella Iezzi: Tutti insieme io me li sono visti cadere, scivolare giù.

PM: Dov’è la scena che ha visto?

Una bella domanda.

[…]

Secondo assistente del PM: Qual’è la scena?

Un’altra bella domanda.

Mirella Iezzi: Ho visto mio nipote scendere e battere tra la… il muro, stava… il mio nipote stava tra il muro e il…

Secondo assistente del PM: Cioè, sdraiato sui gradini o in piedi stava suo nipote?

Mirella Iezzi: No, no. Erano tutto… erano tutti e due sdraiati.

Secondo assistente del PM: Quindi suo nipote?

Mirella Iezzi: Stava vicino tra il muro e il camino. Bene!? E Sistina stava qui, vicino a lui…perché quando io so andata a prenderlo, l’ho tirato su così, l’ho tirato, l’ho aiutato, dice: “Fermati nonna che mi fa male tutto dietro”, “il bacino”, ha detto: “Io mi sono rotto il bacino”. Poi, piano piano l’ho aiutato a tirarsi su e abbiamo tirato su Sistina.

Poiché l’interrogatorio non è integrale non sappiamo se il PM abbia chiesto: “Signora Iezzi, perché tirò su per primo suo nipote?” e “Perché servirono due persone per tirare su Maria Sestina?”.

Mirella Iezzi: Io l’ho presa per le mani così, ho detto: “Amore che ti sei fatta?,  lei mi ha detto queste precise parole: “Mirella, non mi sono fatta niente, mi fa male la schiena”.

[…]

PM: Abbiamo saputo che lei aveva fatto anche delle lastre.

Un’affermazione che non prevede una risposta.

Mirella Iezzi: Sì.

PM: Eh?

Mirella Iezzi: Sì.

PM: Con un referto che riportava tre costole rotte e frammenti ossei.

Ancora un’affermazione.

Mirella Iezzi: Sì.

PM: Queste lesioni quando se l’è procurate lei?

Finalmente una domanda aperta.

Mirella Iezzi: Venerdì. Venerdì, che mio nipote non c’era. Io ero andata a fare una sp… la spesa, verso mezzogiorno, io sotto casa mia, a Ronciglione, c’è una scala di ferro, bene, sono caduta su una scala di ferro e ho battuto qui.

La domanda aperta dà i suoi frutti. E’ stata la Iezzi ad introdurre le parole scala di ferro”. La scala di ferro” è quella che che conduce alla porta di casa sua ed è evidentemente un elemento importante per la Iezzi posto che tiene a sottolineare di essersi fatta male proprio lì.

Ronciglione. Le scale esterne d’accesso alla casa della nonna materna di Andrea Landolfi Cudia

PM: Tra il 3 e il 4 febbraio.

Il PM suggerisce una data.

Mirella Iezzi: Sì.

PM: Lei ha subito altre lesioni?

[…]

Mirella Iezzi: Allora, mio nipote, per scansarmi da vicino a signor…. a Sistina, mi ha dato una botta così, sopra, dove già c’avevo dei dolori fortissimi, poi, andando in cucina a prendere del ghiaccio, dei panni bagnati, io sono caduta tra la sedia e il tavolo, perciò mi sono ridata un’altra botta così. C’avevo dei dolori fortissimi, ho preso e sono andata all’ospedale di Sant’Anna… dove non mi hanno fatto niente.

Il fatto che la nonna del Landolfi abbia riferito al PM di essere andata “in cucina a prendere del ghiaccio, dei panni bagnati” dopo la caduta dei ragazzi, ci conferma che Sestina, dopo la caduta, venne portata in sale e che quindi con ”su” il Landolfi intendesse ”su” in casa, non ”su” in camera. Aggiungo che le lesioni di Sestina (ferita dall’occipite fino alla sommità del capo causata da una superficie piatta e lesione estesa sulla schiena) sono compatibili con l’impatto del corpo della ragazza con il suolo o con il pianerottolo che si trova tra le due rampe delle scale esterne con il corrimano in ferro, corrimano contro il quale, dopo la caduta di Maria Sestina, il Landolfi scaraventò sua nonna procurandole la frattura di 3 coste.

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PM: In quale momento è uscita, scusi?

Mirella Iezzi: Verso le 2, le 2 e un quarto.

PM: Prima delle 2 meno dieci non sono ritornati a casa, le ho fatto vedere le immagini.

Mirella Iezzi: Sì.

PM: Alle due e qualche minuto lei già stava fuori casa! Significa che Maria Sestina appena arrivata a casa è cascata, l’ha capito o no?

Conclusioni che il PM dovrebbe tenere per sé. Il PM, invece di ingraziarsi la Iezzi in modo da ottenere più informazioni possibili, continua a rivelarsi ostile dicendo “l’ha capito o no?”.

Mirella Iezzi: Noi siamo stati un qualche… un cinque, dieci minuti a parlare.

PM: Assolutamente no!

Ancora una controproducente contestazione.

Mirella Iezzi: Se io devo dire che loro stavano litigando, gli dico di no, perché quando sono risaliti su erano d’amore e d’accordo, perciò, non… non posso dire che non è vero. Io questo, mi batterò, lo dirò perché li ho visti scivolare insieme. Basta! Mio nipote non ha ammazzato nessuno.

“loro stavano litigando” è un’ammissione tra le righe.

“Mio nipote non ha ammazzato nessuno” non equivale a dire “Mio nipote non ha ammazzato Maria Sestina” perché è un’affermazione aspecifica ed atemporale.